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giovedì 14 settembre 2017

Comportamenti di sicurezza tra i pazienti con disturbo di panico: una nuova lista per identificarli con maggior precisione


I comportamenti di sicurezza sono poco riconoscibili poiché usati da chiunque, è il processo cognitivo che li rende modi disfunzionali per evitare il panico

I comportamenti di sicurezza sono quei comportamenti agiti in una situazione ansiogena, senza cui l’ ansia aumenterebbe in maniera sostanziale. Pertanto, sebbene si resti nella situazione temuta, in realtà la si sta ancora evitando.

Ansia: tra evitamento ed esposizione

La relazione tra ansia ed evitamento fobicoha ricevuto considerevole attenzione negli ultimi quarant’anni. L’evitamento e la fuga possono presentarsi in risposta a pericoli e paura, e a loro volta, tali risposte possono mantenere le credenze fobiche. Per contro, la teoria dell’apprendimento ci insegna che l’esposizione a stimoli fobici comporta la riduzione dell’ ansia. Questo processo è meglio noto come “abituazione”. L’esposizione viene ritenuta un trattamento altamente efficace per i disturbi di panico e fobia sociale.

Tuttavia, in alcuni pazienti fobici, i miglioramenti ottenuti con la sola esposizione sembrano relativamente modesti. Ad esempio, sebbene i soggetti con fobia sociale si trovino ripetutamente esposti a situazioni sociali durante la vita quotidiana, essi non sembrano mostrare una forte riduzione dell’ ansia. Si ipotizza che il fattore di mantenimento dell’ ansia siano i comportamenti di sicurezza, agiti all’interno della situazione ansiogena (Clark et al.2006).

I comportamenti di sicurezza sono quei comportamenti agiti in una situazione ansiogena, senza cui l’ ansia aumenterebbe in maniera sostanziale. Pertanto, sebbene si resti nella situazione temuta, in realtà la si sta ancora evitando. Questi comportamenti di sicurezza funzionano come un amuleto. I comportamenti di sicurezza utilizzati spesso dalle persone con attacchi di panico includono: evitare di andare in giro senza i farmaci in borsa (anche se non li prendono mai o raramente); assicurarsi di avere il cellulare con sé quando ci si allontana da casa; stare vicino all’uscita quando si prende un autobus o il treno (Nakano et al.2008).

Salkovskis e colleghi (1991) ritengono che i comportamenti di sicurezza agiti nellesituazioni ansiogene giochino un ruolo importante nel mantenere l’ ansia, nonostante l’esposizione, poiché essi impediscono alle persone di confrontarsi direttamente con la disconferma delle loro credenze catastrofiche ed irrazionali. Per esempio, un soggetto con fobia sociale che evita lo sguardo dell’altro per timore di essere notato e deriso, probabilmente pensa “sono riuscito ad evitare di essere notato e di essere considerato strano, perché ho evitato lo sguardo altrui”. Impegnarsi in comportamenti di sicurezzamette al riparo le persone dalle loro minacce percepite, compromettendo però la possibilità di scoprire quanto siano in realtà improbabili le catastrofi immaginate. Se i pazienti continuano ad usare comportamenti di sicurezza per “prevenire” il danno, il nesso logico con la minaccia percepita si rafforza e l’esposizione agli stimoli fobici finisce per distorcere ulteriormente la credenza.

Comportamenti di sicurezza e disturbo di panico

Poche ricerche si sono occupate di esaminare i comportamenti di sicurezza nel disturbo di panico. Nel caso del panico, l’attacco si manifesta come risultato dell’errata interpretazione delle sensazioni corporee che si accompagnano normalmente all’ansia, che vengono identificate come pericolose.

Salkovskis e colleghi (1996) elencarono 10 tipici comportamenti di sicurezza e chiesero a più di 100 soggetti con disturbo di panico quanto spesso ricorressero a tali comportamenti quando si sentivano ansiosi. Successivamente, correlando l’uso dei comportamenti di sicurezza con le cognizioni catastrofiche, identificarono diverse ipotetiche associazioni teoriche. Ad esempio, una persona che teme di svenire è probabile che si aggrappi a qualcosa, mentre una persona che teme un attacco di cuore si asterrà dall’esercizio fisico.

I comportamenti di sicurezza possono essere molto subdoli e idiosincratici. Ad esempio, mentre alcuni soggetti che temono le palpitazioni evitano di bere alcolici, altri possono bere per ridurre la loro ansia in pubblico. Per i primi soggetti, evitare l’alcool è un comportamento di sicurezza, mentre per i secondi il consumo di alcool è un comportamento di sicurezza. La personale visione di ciò che è catastrofico determina quale azione sia un comportamento di sicurezza. In maniera simile, alcuni soggetti preferiscono fare shopping in posti affollati, sentendosi più sicuri quando vi sono attorno molte persone disponibili, mentre altre entrano nei negozi soltanto quando vi sono pochissime persone presenti, ad esempio la mattina presto o la sera tardi, poiché possono evitare di essere visti qualora avessero un attacco di panico.

Molti comportamenti di sicurezza non sono immediatamente riconoscibili (si parla di comportamenti “covert”), come l’avere nel portafoglio abbastanza soldi per assicurarsi che siano pronti qualora succeda qualcosa, assicurarsi di portare il telefono cellulare o che qualcun’ altro sia a casa mentre il soggetto è fuori.

Tutti questi comportamenti sono normali nel senso che possono verificarsi quotidianamente nella vita di chiunque, ma è il processo cognitivo del paziente che rende queste azioni dei comportamenti di sicurezza. Per identificare correttamente i comportamenti di sicurezza “covert”sembrano essere necessari ben più di 10 elementi elencati da Salkovskis e colleghi.

Una recente ricerca, svolta da Funayama e colleghi presso l’università di Kyoto, pubblicata nel 2013, ha individuato una lista di 25 comportamenti di sicurezza più frequentemente riportati dai soggetti con disturbo di panico, e li ha correlati con i sintomi ansiosi, le situazioni agorafobiche e le risposte al trattamento di tali soggetti.

A 46 pazienti, partecipanti ad un trattamento cognitivo comportamentale di gruppo per il disturbo di panico, fu consegnata la lista di comportamenti di sicurezzasviluppata dagli autori in base alle esperienze con pazienti con disturbo di panico. La lista conteneva 25 item, a cui i pazienti potevano aggiungere ulteriori comportamenti agiti e non presenti in elenco. La lista comprendeva: portarsi dietro i farmaci, distrazione dell’attenzione, portarsi dietro una bottiglia di plastica, bere acqua, focalizzare l’attenzione su qualcosa, portarsi dietro il cellulare, assicurarsi della posizione delle uscite, cercare di stare assieme a qualcuno, cercare una via di fuga, sedersi vicino alla porta sul treno o in autobus, rimanere fermi, portare soldi extra, aggrapparsi a qualcosa, accovacciarsi, aprire la finestra, muoversi lentamente, chiudere gli occhi, leggere un libro o una rivista, spingere il carrello mentre si fa shopping, muoversi, ascoltare musica dalle cuffie, chiedere aiuto, prendere le medicine prima di uscire, tenersi a qualcuno, controllare i movimenti di braccia e gambe.

Altri comportamenti aggiunti dai soggetti furono: canticchiare a bassa voce, portarsi dietro asciugamani e salviette per le mani, portare dietro carta d’identità e patente, esporsi al vento, incrociare le gambe, bere alcol, evitare alcol, fumare, prendere più vestiti, evitare di mangiare prima di uscire, studiare la via del ritorno e controllare il calendario, guidare da soli, camminare veloci, portarsi dietro un ventaglio, portarsi dietro un piccolo snack, cercare un lavandino, incrociare le braccia, dormire, fare una doccia, evitare gli angoli della stanza, dormire a pancia in giù, guardare la tv, controllare l’agenda del partner, giocare sul cellulare, portarsi dietro un paio di slip, camminare con lo sguardo basso.

Aver dietro i medicinali (n=29), distrarre l’attenzione (n=27), portare una bottiglia di plastica (n=24) e bere acqua (n=23) furono riportati da più della metà dei pazienti. Le più forti correlazioni tra sintomi del panico e comportamenti di sicurezza furono rilevate tra l’evitare i sintomi di derealizzazione ascoltando musica con le cuffie, prevenire le parestesie spingendo il carrello durante lo shopping, evitare il senso di nausea accovacciandosi o restando fermi. L’associazione più forte tra situazioni agorafobiche e comportamenti di sicurezza fu rilevata tra la paura di prendere un autobus o un treno da soli e il bisogno di muoversi. Riuscire a rimanere fermi è indice di risposta positiva al programma di CBT, mentre il cercare di concentrarsi su altro predice una scarsa risposta al trattamento (Funayama et al. 2013).

La ricerca, sebbene limitata, ha posto le basi per lo sviluppo di linee guida nell’identificazione dei comportamenti di sicurezza tra soggetti con disturbo di panico, e potrebbe essere uno strumento d’aiuto ai clinici per fornire trattamenti CBT ancor più individualizzati ed efficaci.

Dal Sito: www.stateofmind.it


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/09/comportamenti-di-sicurezza-panico/


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/09/comportamenti-di-sicurezza-panico/

giovedì 25 maggio 2017

L’evitamento ci fa solo sentire peggio.


Tutti abbiamo vissuto situazioni che ci hanno causato un malessere tale da portarci a desiderare solo di scappare via. Vi spiegheremo perché l’evitamento, che può sembrare a priori il miglior meccanismo di difesa, è particolarmente pericoloso per noi, soprattutto a lungo andare.

Non vi parleremo solo dei pregiudizi che derivano da questo modo di affrontare le cose, ma vedremo anche quali comportamenti possono sostituire l’evitamento, il cui unico risultato è allontanare la possibilità di esposizione ad una situazione che viene percepita come sgradevole o anche dolorosa.

Ho imparato che non si può tornare indietro, che l’essenza della vita è andare avanti. La vita, in realtà, è una strada a senso unico.
Agatha Christie

Che cos’è l’evitamento?

Quando ci ritroviamo in situazioni che consideriamo minacciose, adottiamo diverse strategie per affrontarle. Configuriamo e consolidiamo queste strategie nel corso della nostra vita. Se si rivelano utili in determinate condizioni, allora tenderemo ad aumentarne la frequenza d’uso e ad adattarle a nuovi problemi se all’inizio non sembrano le più adeguate. Al contrario, se non si rivelano efficaci, allora le elimineremo dal nostro repertorio.

In base a questo, esistono diverse strategie da adottare. Una di queste è, appunto, l’evitamento e possiamo distinguere quello per anticipazione e la fuga. Nel primo caso, anticipiamo una situazione sgradevole e facciamo tutto il possibile per allontanarcene. Nel secondo caso, ci troviamo già in una situazione sgradevole e impieghiamo tutte le nostre energie per scappare.

Quando è possibile, i comportamenti di evitamento hanno il pregio di ristabilire la tranquillità. In poco tempo hanno questo rinforzo, che spesso è molto potente: il sollievo immediato dai sentimenti sgradevoli. Così, le persone continuano a mettere in pratica questa strategia ogni volta che succede qualcosa che le fa stare male. In questo modo, evitano sempre più situazioni nei diversi ambiti in cui si trovano e le loro vite sono sempre più condizionate dalla paura.

Questo modo di affrontare le situazioni è quello a cui si ricorre per trattare i disturbi emotivi. Se questo comportamento viene modificato, favorirà considerevolmente il recupero del benessere psicologico.
In che modo affrontare le situazioni che sono causa di malessere?

Allora, se ricorrere all’evitamento a lungo andare invece di allontanarci dal malessere in realtà ci fa del male, cosa possiamo fare? Forse dovremmo abbandonarci alla sofferenza? No, perché esistono altri modi di affrontare le situazioni che non costituiscano un limite serio per la vita.

Folkman e i suoi collaboratori (1986) hanno classificato i diversi modi di affrontare le situazioni:
Confronto: alterare la situazione che genera malessere con azioni dirette e anche aggressive, con atteggiamenti ostili e rischiosi.
Distanza: allontanarsi dalla situazione, ma senza uscirne, in modo da poter arricchire la prospettiva della situazione stessa.
Autocontrollo: la capacità di attuare le strategie di regolazione emotiva che si possiedono.
Ricerca di supporto sociale: fare in modo che gli altri informino, consiglino e capiscano.
Evitamento: come abbiamo visto, si tratta di scappare dalla situazione in concreto.
Pianificazione: analizzare la situazione per cercare le alternative che si possono portare a termine.
Rivalutazione positiva: vedere la situazione come una sfida che aiuta a crescere in quanto persone invece di una minaccia alla stabilità. 

Considera tutte le avversità come esercizi.
Seneca

Da ciò si può dedurre che non solo è sbagliato evitare le situazioni, ma anche le altre strategie non sono le più adeguate. Il confronto ostile e aggressivo ne è un esempio.

Tuttavia, una presa di distanza che ci permetta di autocontrollarci, rivalutare la situazione in maniera positiva, pianificare le nostre azioni, cercare sostegno sociale (senza arrivare a dipendere dagli altri per tutto) può essere di grande aiuto. Chiaramente solo se non dobbiamo agire in modo avventato.

Come potete vedere, si tratta di usare con intelligenza le diverse strategie che abbiamo a disposizione. Evitare determinate situazioni può essere una strategia prudente, ma non possiamo passare la vita a schivare le pozzanghere quando piove spesso. Di fatto, se insistiamo con questa strategia, alla fine ci ritroveremo immobilizzati in un posto, pregando affinché l’acqua non occupi il piccolo spazio in cui ci troviamo, senza aver imparato niente nel percorso.

Al contrario, se decidiamo di adottare altri modi di affrontare le situazioni, quindi se non evitiamo le sfide, svilupperemo un sentimento di auto-efficacia che si manifesterà quando facciamo bene qualcosa. La nostra autostima, pertanto, ne beneficerà.

Dal Sito: lamenteemeravigliosa.it