mercoledì 13 giugno 2018

Cambiamento: Accettarsi per Migliorare


Il cambiamento da una situazione in direzione di una situazione migliore parte dall’ accettazione rispetto la condizione attuale.

La resistenza nei confronti di una situazione o di uno stato che non viene accettato crea tensione e ne blocca la possibilità di cambiamento continuando a perpetuare lo stato indesiderato.
L’ accettazione si impara attraverso la consapevolezzaAttraverso l’accettazione iniziamo a liberarci dalla resistenza, dalla paura e dallo sconforto e da quelle emozioni depotenzianti che impediscono alla gioia e alla serenità di emergere.
Osserviamo la nostra vita, osserviamo gli effetti della resistenza che poniamo nelle varie aree attraverso l’autocritica, la commiserazione ed il giudizio e quindi la “lotta” anziché partendo da uno stato ottimale di accettazione, bellezza e gratitudine.
Spesso rimaniamo intrappolati in esperienze passate di sofferenza anziché essere liberi e quindi impedendoci di esplorare nuove opportunità per il nostro futuro.
Lo facciamo in modo conscio ed inconscio, la resistenza e quindi la paura ci impedisce di andare avanti ed esplorare nuovi territori.
Resistere a ciò che è, a ciò che siamo, a ciò che abbiamo, a dove ci troviamo ora, non è altro che una perdita di tempo ed energia. Perché dunque trascorriamo la nostra vita nella resistenza anziché nell’accettazione?
L’ identità che ci siamo creati: “pensare di non essere all’altezza di determinate situazioni desiderate” è mantenuta dal nostro dialogo interno che si ripete nel corso degli anni, da voci autoritarie che ci raccontano storie di noi riguardo chi siamo e come siamo ed infine ci giudicano perché non siamo modellati a qualche standard predefinito.
L’ identità è mantenuta dal non verificare “Cosa mi sta dicendo il mio corpo? Cosa mi stanno dicendo le mie emozioni?” Lasciamoci guidare dai sentimenti, dal nostro termostato interiore, quando non lo facciamo, la resistenza crea lo stress, la sofferenza e l’insoddisfazione.
Ed il messaggio che ci da la resistenza è: la vita è una lotta! La resistenza non produce i cambiamenti desiderati e quindi nasce la frustrazione e l’insoddisfazione e ad una maggiore tensione dalla quale sembrano offuscarsi le prospettive di vedere realizzati i propri sogni e la propria vita.
La resistenza non porta al cambiamento!
L’ accettazione porta al cambiamento!
Accogliere anziché giudicare apre la strada alle infinite opportunità.
Lasciarsi andare a ciò che è scioglie ogni tensione e rende fluido il percorso.
L’accettazione diventa la chiave per interrompere il ripetere i soliti, vecchi schemi, pensieri, storie e comportamenti.
Se vogliamo che la nostra vita cambi iniziamo a cambiare il nostro dialogo interiore che ci dice chi siamo, come siamo, chi sono gli altri, come sono gli altri, come sono le cose, com’è il mondo, com’è la vita attraverso la negazione anzichè attraverso l’accettazione.
Perché continui a guardarti di fronte ad uno specchio incrostato dalla sabbia senza darti la possibilità di vedere la tua vera bellezza? Quella sabbia è il tuo dialogo interno che ti dice che non sei adeguato a questo o a quello o che non sei come chicchessia o che non hai qualcos’altro. Chi te lo ha detto che è cosi? Perché lo credi? Ciò che esiste nel mondo è già tuo, basta che tu ne sia consapevole e lo accetti.
Forse pensi che non sia reale? Ma la “realtà” non esiste. Esistono tante realtà quanti esseri umani ci sono su questo pianeta. Ognuno di noi crea e vive la propria realtà. La “realtà” è solo un illusione, è creata dalle nostre esperienze e dalle nostre credenze. Ciò che noi vediamo è qualcosa che è programmato in noi, NON è l’unica realtà. Iniziamo ad accettare totalmente noi stessi e tutto ciò che ci circonda e la realtà si espande. Attraverso la non accettazione e cioè la resistenza si diventa prigionieri degli eventi, del mondo esterno, di se stessi e dei propri pensieri limitanti.
Per interrompere i comportamenti che non portano ai cambiamenti sperati è necessaria l’accettazione totale di se stessi. Non è utile andare contro! Lasciati andare!
Tutto ciò che ti hanno insegnato a credere fino ad oggi potrebbe semplicemente non essere vero! Non possiamo essere come ci hanno detto che “dovremmo” essere. Ed è proprio per quello che ora forse ti senti inadeguato. Ascolta i tuoi sentimentiperché solo tu puoi sapere cosa è giusto per te. Lasciati guidare da ciò che provi. Nessuno può sentire cosa è giusto per un altro. Abbiamo un corpo fisico per questo motivo, per imparare ad ascoltarci dentro, ma nessuno lo può fare al nostro posto.
Iniziamo ad amarci e ad accettarci cosi come siamo, accettando anche quelle cose che al momento sembrerebbe che non ci piacciono. Accettiamole ed amiamole, togliamo la tensione. Sciogliendo la tensione le cose possono finalmente iniziare a cambiare.
Essere arrabbiati con sè stessi o col mondo, sentirsi vittime degli eventi, non accettare se stessi non ci daranno mai la vita che desideriamo.
Vediamo insieme il processo dei 2 diversi atteggiamenti mentali/emozionali:

* Resistenza ==> Sofferenza ==> Chiusura ==> Perdita di Energia ==> Situazioni che si ripetono senza essere risolte

* Accettazione ==> Libertà ==> Espansione ==> Aumento di Energia ==> Situazioni che cambiano in meglio e si risolvono

 

Quando non accettiamo le cose così come sono e puntiamo in piedi le risolviamo? No!
Ci sentiamo meglio? No!
Invece cosa avviene? Vengono ripetuti i soliti schemi e le solite storie identificate come “problemi”, vengono fomentate le solite emozioni che non fanno sentire bene, si fa ritorno al solito precedente programma.
Lasciando andare le convinzioni programmate, le negazioni e le supposizioni permettiamo che una saggezza più profonda ci guidi verso la soluzione.
Abbiamo dunque un’espansione di noi stessi e della nostra vita.
Nel momento in cui iniziamo ad accettare ogni singolo step del percorso accadono 2 processi di espansione che ne allentano la resistenza portandoci verso la realizzazione:
•          Smettiamo di identificarci con il sé sofferente, con le esperienze e reazioni automatiche ed iniziamo a riconoscere il nostro sé autentico.
•          Ci liberiamo dagli aspetti condizionati reattivi della personalità, permettendo loro di tornare alla propria natura autentica.
 
Qual è il meccanismo che mantiene e perpetua situazioni di scarsità, insoddisfazione, sofferenza, sensazioni di non trovare una via d’uscita ai propri problemi?
LA RESISTENZA
Qual è l’interruttore, la leva da spostare per cambiare le cose e poter vivere al di fuori della trappola degli schemi ripetitivi?
L’ ACCETTAZIONE
Questo non significa che le cose debbano rimanere cosi come sono anche se non ci piacciono, ma significa che innanzitutto dobbiamo accettarle completamente, vederle con occhi nuovi ed amorevoli, amarle e poi la situazione finalmente si apre, si trasforma, cambia e migliora.
E’ indispensabile espandere le proprie credenze e cambiare il proprio stato affinchè avvenga la trasformazione.
Il cambiamento avviene quando abbiamo allentato la tensione e lo abbiamo accolto amorevolmente. Quando iniziamo ad accettare tutto di noi, di come siamo, del nostro passato e della nostra vita attuale.


di Monica Giovine

Dal Sito: piuchepuoi.it


Insonnia e ansia: quali rimedi e cosa fare


L'insonnia e l'ansia sono molto spesso due elementi connessi tra loro, ecco alcuni consigli utili per alleviare questi stati di stress.

Insonnia ed ansia? Si tratta di due disagi che riguardano moltissime persone. La difficoltà ad addormentarsi è una delle problematiche più diffuse e talvolta può incidere fortemente anche sulla propria quotidianità e in ambito lavorativo. Capire le cause all’origine di questi disturbi non è assolutamente facile, ma attraverso delle piccole accortezze è possibile alleviare questi malesseri. Un buon riposo notturno è fondamentale per la salute del proprio organismo e ritrovarsi a rigirarsi costantemente nel letto a guardare l’orologio non è affatto gradevole.

L’ansia e lo stress quotidiano a cui molto spesso si è sottoposti possono essere i motivi principali dell’insonnia. All’origine di una irritabilitàcostante, nervosismo ed agitazione vi possono essere dei dubbi, delle paure e delle preoccupazioni che giorno dopo giorno tormentano il proprio inconscio riversandosi dunque sullo stato emotivo. Talvolta si possono manifestare anche sotto forma di attacchi di panico. Spesso si è convinti di aver superato con positività un evento che ha causato dei traumi o delle fobie nella propria vita, ma in realtà il cervello è ancora in fase di elaborazione che provoca stati emotivi di forte tensione.

Ecco quindi che insonnia ed ansia entrano in gioco. Nervosismo e stress dunque non fanno bene alla salute, ancor di più se ad infastidire è anche l’insonnia. Con l’aiuto di alcuni semplici rimedi è possibile contrastare queste situazioni disagevoli. Innanzitutto bisogna determinare la causa principale relativa all’insonnia e all’ansia al fine di stabilire quali sono le soluzioni più efficaci. Il consulto del proprio medico può essere un buon aiuto. E’ possibile inoltre ricorrere a delle vere e proprie tecniche di rilassamento come ad esempio lo yoga e la meditazone.

Si tratta di due rimedi che consentono di focalizzarsi totalmente su se stessi, distendere i nervi e rimuovere lo stress. Da non sottovalutare assolutamente è anche una buona attività fisica. Eseguire regolarmente degli esercizi contribuirà all’eliminazione delle tossine, allevierà notevolmente le tensioni dal vostro corpo e aiuterà a sentirvi più leggeri e sereni. In alternativa, un’ulteriore soluzione a cui è possibile ricorrere è quella della musicoterapia. Concedetevi più tempo per voi stessi per coltivare le vostre passioni o i vostri hobby oppure dedicatevi ad un bagno caldo e rilassante con una dolce musica sottofondo per scacciare via tutti i pensieri negativi che vi affliggono.

Dal Sito: dilei.it

giovedì 7 giugno 2018

Garden Therapy: perché fa bene e 5 modi per praticarla a casa


La Garden Therapy porta con sé tanti benefici, primi fra tutti la riduzione dello stress, della depressione e degli stati d'ansia. Ecco come cominciare!

Sforbiciar piante e seminare ortaggi e fiori per combattere ansia, depressione e stress. Se avete ancora qualche dubbio sui benefici della Garden Therapy, ecco cinque buoni motivi per cominciare a prendere confidenza con la magica arte del pollice verde, capace, scienza conferma, di risollevare animi e umori.

Se l’inverno è per voi una specie di letargo in grado di ingrigirvi in uno stato di torpore e malumore ai massimi storici, quello che vi tocca fare adesso, prima che scoppi la calura estiva, è godervi l’aria aperta e ricaricare mente, corpo ed energie.

Esporsi alla luce del sole, infatti, aiuta a migliorare in un battibaleno l’umore, per cui godete il più possibile dei benefici della primavera, tra cui anche l’aumento della produzione di vitamina D dato dalla maggiore esposizione del corpo ai raggi solari, e fate il pieno degli ormoni del buonumore.

In tutto questo, meditate di inserire nelle vostre giornate la Garden Therapy, quella sorta di terapia olistica che sarà pronta a dare slancio e vigore alla vostra salute e al vostro benessere interiore.

Cos’è la Garden Therapy

Altro non è che il prendersi cura del proprio spazio verde o semplicemente passarvi alcune ore. Nota anche come Horticultural Therapy, la Garden Therapy è diventata negli anni sempre più credibile, avendo in molti confermato i suoi effetti positivi su coloro che la praticano.

La American Horticultural Therapy Association ha indicato i maggiori vantaggi per il benessere e la salute, perché in grado di contribuire a:

migliorare la propria autostima

combattere la depressione

migliorare le abilità motorie

promuovere l'interazione sociale

stimolare la capacità di risoluzione dei problemi

E non solo: la cura dell’orto e del giardino stimola la capacità di prendersi cura di una cosa che cresce e la soddisfazione di vedere sbocciare un fiore o di gustare un frutto o un ortaggio coltivato con le proprie mani. Solleva l’umore, stimola la gioia ed accresce la stima di sé. Inoltre, coltivare la terra libera la mente dai pensieri negativi e dalle preoccupazioni, dona una generale sensazione di relax e di benessere, allena l'apparato cardiocircolatorio e aiuta anche a bruciare calorie.

Ecco 5 modi per darvi alla Garden Therapy in casa

1. Tutti possiamo cominciare con la coltivazione di un orticello, di un giardino ma anche del proprio terrazzo a partire dai vasi. Per provare la gioia di una crescita, vi basterà anche solo un vasetto di erbe aromatiche sul davanzale, così come una piantina sulla scrivania dell’ufficio garantisce una sana ripresa dallo stress.

2. Sul balcone potete già sbizzarrirvi: via libera a fragoline e a pomodori, ma anche a lattuga, cipolla e aglio e a un mix di ortaggi che saranno anche belli a vedere. Un ottimo hobby che consente di rilassarvi ma anche di arricchire la cucina di colori e di gusto genuino.

3. Lo spazio è davvero il minimo essenziale? Beh, potete sempre riempire il davanzale di erbe aromatiche e fiori. Rosmarino e maggiorana, salvia e timo, ma anche gerbere e gerani. Un tocco di colore che non vi farà rimpiangere nulla!

4. Verde in ufficio! Se ansia e stress si racchiudono tra le mura del vostro ufficio, nessuno potrà dirvi nulla se posizionerete la pianta che vi piace di più nella vostra stanza. Tenete presente, per esempio, che aloe e ficus proteggono da inquinamento e aria viziata e che la dracena è in grado di ridurre stress, ansia e pure la tristezza.

5. Mai pensato a un orto condiviso? Condividere l'idea della coltivazione non solo allarga la cerchia delle amicizie, ma migliora notevolmente l'umore con lo scambio di opinioni e di esperienze. Pare sia un dato di fatto che la socialità legata ad attività pratiche sia tra i rimedi più efficaci per allontanare tristezza e scongiurare ansia e depressione.

Germana Carillo

Dal Sito: greemne.it

Ha un disturbo mentale, la sua geniale idea diventa virale sul web


Questa donna soffre di ansia ed attacchi di panico, la sua geniale idea diventa virale sul web e migliora la vita di molte persone che si trovano nelle sue stesse condizioni.

L’ attrice Kelsey Darragh è una donna che soffre di ansia. Fa una lista per il suo fidanzato in modo che lui possa sapere cosa fare per aiutarla a superare gli attacchi di ansia e panico che la immobilizzano. La lista su come aiutare qualcuno durante un attacco di panico diventa virale.

Il disturbo dell’ansia

Secondo l‘Organizzazione Mondiale della Sanità, il disturbo d’ansia è ildisturbo mentale più comune e ben 1 persona su 13 ne soffre a livello globale. L’ansia costante e gli attacchi di panico possono disturbare la vita di una persona, rendendo difficile per loro portare a termine anche le più semplici attività quotidiane. Tuttavia, molte persone che non hanno mai avuto problemi di salute mentale hanno difficoltà a capire il peso di tutto questo. A questo si aggiunge il ftto che molti non saprebbero davvero come agire di fronte ad una persona in preda ad un attacco d’ansia.

L’attrice Kelsey Darragh che soffre di attacchi di panico e d’ansia ha condiviso una lista che aveva scritto privatamente al suo fidanzato per aiutarlo a capire cosa fare in caso le venisse un attacco. La donna ha dato al ragazzo 15 indicazioni utili per aiutarla effettivamente a superare l’ attacco di panico. Dopo la condivisione, la lista è stata molto apprezzata ed è diventata virale.

La lista con le indicazioni per uscire dal panico


La lista  scritta a mano su due pagine di un diario, elenca le “cose ​​effettive” che il suo ragazzo deve fare per aiutarla nel caso in cui venga colpita da un attacco di panico. Ecco i 15 punti:

1. Sappi che sono spaventata e non sarò in grado di spiegare il perché, quindi per favore non spaventarti e non agitarti.

2. Cerca le mie medicine saranno nelle vicinanze e assicurati che io le prenda.

3. Gli esercizi di respirazione mi frustreranno ma sono vitali. Prova a farmi sincronizzare il mio respiro con il tuo.

4. Suggeriscimi delle cose che potremmo fare insieme per distrarmi dal panico. (Non dirmi cosa devo fare – e ascoltami quando dico di no a qualcosa).

5. Per il panico dissociativo, ricordami che questo attacco l’ho avuto altre volte in passato e anche questa volta come le altre passerà! il panico terrorizza chi lo prova, quindi raccontami anedoti divertenti su di me o sulla nostra vita insieme che mi faranno sorridere.

6. Alcuni sorsi d’acqua possono essere utili ma non forzarmi a bere o mangiare perché credimi il quel momento ho voglia solo di vomitare.

7. Continua a respirare con me!

8. Se è possibile allontanarci da dove ci troviamo, ti prego portami a casa!

9. Per favore, sii davvero molto gentile con megià non mi sento bene con me stessa e colpevole di averti messo in difficoltà, quindi per favore non farmi avvertire la tua frustazione.

10. Può darsi che un lungo, lungo, grande, lungo abbraccio mi farà sentire al sicuro.

11. Aiutarmi a respirare sarà difficile ma è molto importante!

12. Se non riesci a calmarmi, chiama mia madre o mia sorella dal mio telefono

13. Non dirmi di combattere contro il panico piuttosto, lascia che mi attraversi e passi. Più provo a controllarlo, peggio sarà.

14. Empatizza con mePotresti non riuscirci, ma tu provaci!

15. Una volta che tutto è passato parlami di quello che è successo, cosa hai fatto, cosa possiamo fare la prossima volta..

L’elenco di Darragh è importante perché fa luce su un problema di salute mentale ampiamente sconosciuto.

Le persone che soffrono di attacchi di panico vengono spesso descritte come eccessivamente sensibili e incapaci di affrontare lo stress. Ma in realtà, gli attacchi di panico possono manifestarsi all’improvviso e indurre le persone a credere di trovarsi in una situazione grave e pericolosa per la loro vita, anche quando non vi è alcun pericolo imminente.

Gli utenti di Twitter stanno ringraziando Darragh per aver condiviso questi consigli pratici su come aiutare le persone alle prese con disturbi di panico.
Da quando ha pubblicato l’elenco suTwitter, il tweet di Kelsey è stato condiviso più di 21.000 volte e ha ricevuto quasi 200 commenti.

Dal Sito: chedonna.it


domenica 3 giugno 2018

Cinque cose che una persona ansiosa vorrebbe che gli altri sapessero di lei


L'ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento, ma non avanzi di un passo”. Sono le parole con cui la scrittrice statunitense Jodi Picoult descrive questo disturbo di cui, secondo il rapporto Istat del 2017, soffrono circa due milioni e mezzo di italiani. Stefano Bolognini, psicoanalista e primo italiano a ricoprire la carica di presidente dell’International psychoanalitical association, sostiene che l’ansia sia “il risultato di una opposizione del soggetto a sentire e vivere i propri sentimenti, i quali ‘premono’ ai confini dell’Io, e generano il vissuto dell’ansia, che si configura come uno stato di tensione spiacevole aspecifica”.
Ma una persona che soffre di ansia ad alto funzionamento - ossia che riesce a condurre una vita normale e a svolgere le attività indispensabili - cosa vorrebbe dire alle persone che la amano? Lo abbiamo chiesto allo psicoterapeuta Francesco Minelli.

1 - Non giudicarmi

È bene evitare consigli come “Rialzati che ce la fai!”. “L’errore di chi non soffre d’ansia è pensare che la persona controlli razionalmente questo disturbo e svalutarla: l’ansia è qualcosa di emotivo che agisce a livello inconscio”, spiega Minelli.

2 - Ascoltami

“È una delle cose più difficili da fare con chi soffre d’ansia, perché l’ansia si trasferisce. La persona che soffre di questo disturbo ha bisogno di un ascolto presente: ci deve essere empatia e deve essere riconosciuta la sua sofferenza”.

3 - Quello che è banale per te, non lo è per me

“Anche i compiti che sembrano più banali, non lo sono per una persona con ansia. Può essere un problema anche andare all’ufficio postatale. È bene non dire frasi come: “Ma possibile che non riesci a farlo?”. Si deve far sentire alla persona che le cose vanno bene lo stesso, che si troverà un’altra soluzione e invitarla a consultare qualcuno competente per sbloccare la situazione. Può essere utile aiutare la persona a calmare il respiro e allontanarla dalla situazione che crea ansia”.

4 - Accetta la mia preoccupazione e la tendenza a controllare

“Chi è ansioso tende a fare moltissime domande all’altra persona prima di andare in un posto.

Ha bisogno di assicurarsi che non si tratterà di una situazione che gli creerà ansia. Ha inoltre la tendenza a non accettare di commettere errori: è probabilmente la dimensione di controllo più tipica, che può portare a non fare le cose pur di non sbagliare”. 

5 - Comprendimi, se cancello un appuntamento all’ultimo o vado via all’improvviso

“Disdire all’ultimo un appuntamento o andarsene all’improvviso rientra tra le situazioni da non prendere sul personale. Significa che quella condizione superava i livelli di tollerabilità”.

DI ELEONORA GIOVINAZZO
Dal Sito: d.repubblica.it

Gruppi di mutuo aiuto: alleati nel combattere ansia e attacchi di panico



Il fenomeno dei gruppi di mutuo aiuto è in crescita in un’Italia in cui 2,5 milioni di cittadini soffrono di ansia e attacchi di panico

Da una recente ricerca condotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, In Italia i disturbi di ansia attacchi di panico sono un fenomeno in crescente aumento. 800 milioni di giovani ne soffrono e cercano di convivere con questa patologia. Il 30% di loro non ne parla con nessuno perché teme di essere giudicato in quanto manca spesso nel nostro Paese la giusta informazione e l’efficiente formazione in materia.

L’ansia si manifesta attraverso tachicardia, nausea, tremori, sudorazione eccessiva. E’ un processo degenerativo che può sfociare in veri e propri attacchi di panico. E’ un meccanismo di sopravvivenza che il corpo attiva dentro di sé per auto-proteggersi dalle sofferenze. Si attiva nei periodi stressanti o di fronte ai cambiamenti che generano incertezza, paura e frustrazione. E’ generata dalla difficoltà a relazionarsi spesso mediata dall’utilizzo smodato dei social networks, dalla frustrazione di essere conformi in una società che ci vuole tutti uguali e stereotipati, dall’incertezza del futuro lavorativo. Chi soffre ripetutamente di crisi d’ansia limita la propria vita sociale e lavorativa. La paura di un nuova crisi diventa una costante delle proprie giornate, difficile da gestire e controllare.

Per combattere e contrastare le crisi d’ansia e gli attacchi di panico sono sorti in Italia i gruppi di mutuo aiuto attivati dai servizi sociali e dalle associazioni competenti in materia. Negli ultimi anni sono 200 mila gli utenti coinvolti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera questi gruppi uno strumento di provata efficacia per promuovere e proteggere la salute dei cittadini. L’auto mutuo aiuto fa suo un principio usato in “psicologia di comunità”, disciplina che si propone di migliorare la qualità della vita delle persone considerandole nel loro ambiente sociale; tale principio detto “empowerment” letteralmente può essere tradotto con potenziamentoacquisizione di poteredare forzaaumento di capacitàsviluppo di competenzesenso d’efficaciaemancipazione.

I gruppi di mutuo aiuto sono gruppi formati da persone che condividono la stessa esperienza o problema in questo caso l’ansia e gli attacchi di panico. Ogni gruppo si riunisce una volta alla settimana ed è mediato da un facilitatore che può essere uno psicologo o un educatore. Chi partecipa ad un gruppo di mutuo- aiuto si sente meglio perché si sente ascoltato, capito e la sua autostima accresce. Il gruppo di mutuo- aiuto valorizza le risorse della persona attraverso la libera partecipazione, la riservatezza reciproca e soprattutto l’ascolto che è il fulcro di tutto. I gruppi di mutuo aiuto forniscono informazioni utili per allenare l’autocontrollo e imparare a conoscere le proprie paure che sono alla base dell’ansia. Uno strumento da non sottovalutare e che le amministrazioni pubbliche e il Terzo Settore dovrebbero valorizzare perché sono molto attive anche nel campo della prevenzione di molte patologie psicologiche attraverso attività ed eventi interessanti che vedono il coinvolgimento del mondo del volontariato.

Dal Sito:  m.ilgiornale.it

giovedì 31 maggio 2018

LA DANZA-MOVIMENTO-TERAPIA


A partire dalla definizione di “Salute” proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che la intende come uno “stato di benessere fisico, psicologico e sociale, non caratterizzato dalla semplice assenza di malattia, ma dall’equilibrio delle diverse componenti dell’individuo stesso” è possibile affermare che la DanzaMovimentoTerapia, coinvolgendo l’individuo nella sua globalità, possa interagire su questi diversi piani e ristabilirne un armonico equilibrio.

L’American Dance Therapy Association definisce nel 1974 la DanzaMovimentoTerapia come l’uso psicoterapeutico del movimento quale processo che favorisce l’integrazione emotiva e fisica della persona. Tale attività si rivolge a bambini, adulti e anziani, non ci sono limiti di età né di condizioni fisiche. Il percorso può essere sia individuale che di gruppo.  
A cosa serve la DanzaMovimentoTerapia? Il movimento permette di entrare in contatto significativo con quella parte dell’individuo non descrivibile a parole ma ricca, conoscibile, comprensibile, diversamente esprimibile. Il corpo e la psiche sono indissolubilmente connessi tanto che un blocco emotivo si può manifestare fisicamente (tensione muscolare, eruzioni cutanee, dolori, problemi a relazionarsi con alcune parti fisiche, ecc) ed una trauma fisico può influire sulla tranquillità psicologica (fratture che fanno sentire instabili o fragili, operazioni complicate il cui ricordo continua a dare angoscia, violenze subite che non permettono di vivere serenamente le relazioni, ecc).
La memoria somatica è molto antica e sconosciuta alla parte razionale. I momenti gioiosi e dolorosi sono registrati nel corpo dell’individuo. La DanzaMovimentoTerapia dà voce a quelle parti che non sono in grado di esprimersi attraverso la parola, aprendo la strada a nuovi modi di muoversi e quindi di percepire ed essere. È un percorso di conoscenza di sé e può essere intrapreso: per un desiderio di maggiore consapevolezza corporea (postura, coordinazione, mobilizzazione, limiti e risorse, ecc), come sostegno e rinforzo per momenti difficili e delicati e per migliorare le relazioni con gli altri e con il mondo circostante. 
La DanzaMovimentoTerapia viene applicata in molteplici campi tra cui: problemi di ansia e disturbi correlati; depressione; disturbi dell’infanzia; assistenza alla gravidanza e post parto; problematiche di tipo psichiatrico; disturbi alimentari; pazienti ospedalizzati; problemi psicosomatici; dipendenza da sostanze; casi di violenze ed abusi; ecc.

La pratica si svolge in tre fasi: 
1) Riscaldamento: contattare il corpo 
2) Svolgimento: sviluppo delle tematiche (fisiche/psichiche) portate dal o dai pazienti 
3) Chiusura: rielaborazione 
L’incontro, individuale o di gruppo, si può suddividere in tre fasi principali: il movimento, in alcuni momenti, è guidato dal terapeuta mentre in altri è libero. Si parte sempre dal ‘qui ed ora’ e cioè dal corpo, come lo si sente, quali sono i disagi e le difficoltà (tensioni, dolori, ecc) e quali i bisogni (sgranchirsi, stirarsi, rimanere a terra sdraiati, saltare, battere, ecc). In questo modo, senza giudizio e senza aspettative, il corpo viene ricontattato, portando alla consapevolezza ciò che si sente per poi iniziare a prendercene cura. Possono essere utilizzati: musica; supporti artistici; oggetti che facilitano la percezione di movimenti o l’espressione di essi. L’obiettivo è quello di creare un ambiente favorevole dove sia possibile dare forma corporea a contenuti emotivi, elaborare modi espressivi e forme simboliche rappresentative dei vissuti.

È importante sottolineare come la DanzaMovimentoTerapia possa essere una “Terapia” a tutti gli effetti, ma possa anche semplicemente rappresentare una metodologia che offre uno spazio di benessere, di relax e anche di divertimento. Parimenti è fondamentale essere a conoscenza che non è assolutamente necessario saper ballare per intraprendere questo percorso. Naturalmente il movimento è parte integrante della metodologia, ma ognuno può partecipare con la propria soggettività che viene accolta come risorsa e mai giudicata. Non vi sono faticose tecniche o particolari “passi” da apprendere; il movimento nasce dal profondo “sentire” di ogni partecipante. Con tale pratica si sciolgono le tensioni muscolari, si armonizza il corpo, si rasserena la mente e si raggiunge un piacevole stato di “rilassamento dinamico”, inducente “piacevoli stati di benessere”. Infine, l’utilizzo della musica è giustificato poiché può servire da “contenitore sonoro” e facilitare il movimento, in alcuni momenti serve a risvegliare le energie, in altri è utile per rilassare e sciogliere le tensioni.


Dal Sito: benessere.com


Foto: Sheila Murciano Insegnante di danza

LUTTO E DEPRESSIONE


Superare la morte di una persona cara è un’esperienza molto difficile che in taluni casi, per fortuna rari, può innescare sindromi depressive. Non bisogna però confondere la normale reazione ad un lutto, che presenta manifestazioni molto simili a quelle della depressione, con una vera malattia.

Le fasi del dolore Il dolore che provoca un lutto si sviluppa normalmente in cinque fasi. 

  • Negazione della realtà e isolamento Si tratta di un meccanismo di difesa che ci permette di attenuare l’intensa fase iniziale del dolore. E’ una risposta psicologica temporanea.
  • Rabbia Quando gli effetti mascheranti della negazione della realtà e dell'isolamento cominciano a svanire, la realtà ed il relativo dolore riappaiono. Ma non si è ancora pronti. L'emozione intensa è deviata dall’oggetto del dolore e riorientata e si esprime come rabbia. Rabbia che si può anche orientare verso il soggetto che ci ha provocato il dolore. A questo si può aggiungere un senso di colpa per essere arrabbiati e questo non fa che alimentare la rabbia stessa.
  • Auto recriminazioni Si incomincia poi una fase in cui si auto recrimina su azioni che si sarebbero potute compiere per evitare o ritardare il lutto. Se ci fossimo rivolti al medico prima, se avessimo richiesto l’intervento di altri specialisti, in altre strutture…
  • Depressione Due tipi di depressione sono associati al dolore che provoca un lutto. Una depressione più profonda ed una più legata agli aspetti pratici che il lutto può comportare. La durata di questa fase varia da alcune settimane e sei mesi. Le manifestazioni più tipiche sono umore depresso, sentimenti di tristezza, inappetenza, crisi di pianto, agitazione e scarsa concentrazione. La maggior parte delle persone ha la sensazione che il defunto sia in qualche modo ancora presente.
  • Accettazione Dopo la fase di depressione, i sintomi depressivi regrediscono e la persona tenta di tornare alla normalità. La durata di questa fase è variabile e non tutti riescono a raggiungerla.
Come superare la depressione

Non bisogna troppo reprimere i sentimenti, bisogna lasciare sfogare le emozioni, anche se in una fase iniziale possono apparire eccessivamente intense. 
Conviene cercare la comprensione di parenti ed amici, non chiudersi in se stessi. Sostenersi a vicenda può essere di grande aiuto. 
Il ricorso ad uno specialista, psicologo, è richiesto solo in casi speciali, dove il passaggio attraverso le varie fasi del dolore non riesce a risolversi.

Psicofarmaci

L’assunzione di antidepressivi può essere controproducente nelle prime fasi creando delle interferenze con il processo progressivo di risoluzione del lutto. Se non si riesce a dormire le prime notti, il medico può prescrivere dei tranquillanti, ma soltanto per un periodo limitato di tempo superato il quale il trattamento dovrebbe essere interrotto.


Dal Sito: benessere.com

mercoledì 30 maggio 2018

Ansia, forse ne soffre qualcuno vicino a te: ecco le 5 cose da sapere

5 cose da sapere se amate una persona che soffre d’ ansia – Una delle cose peggiori al mondo è veder soffrire una persona amata

Vedete il vostro partner irritato, inquieto, pieno di stress, isolato, alienato, controllato dalle sue paure più profonde, in attesa che accada il peggio.

Il suo cuore batte velocemente, suda, ha mal di testa, ha un attacco di panico. Non riesce a dormire e a concentrarsi per le preoccupazioni.

È prigioniero della propria mente. Oltre a questo, sembra che nessuno lo capisca. Il vostro partner soffre d’ansia. L’ansia ha gettato radici spinose nel suo nido d’amore.

Avere una relazione con una persona che soffre d’ansia richiede molta pazienza ed empatia. Servono soprattutto capacità di riconoscere la situazione, disposizione a istruirsi in materia e una comprensione profonda di ciò che vive il partner.

Ecco 5 cose che dovete sapere se il vostro partner soffre di un disturbo d’ansia per poterlo aiutare.

1) L’ansia è molto più di una semplice preoccupazione. Prendetela sul serio. L’ansia è pensare troppo, avere troppo a cuore cose e situazioni, una battaglia costante tra i peggiori demoni della propria mente.

Superare questo disturbo mentale non è una cosa facile. Non è uno scherzo o qualcosa che scomparirà per magia non appena lo si desidera. È per questo motivo che ci si deve informare su cosa vive il partner.

Se non capite cos’è l’ansia e come questo problema di salute mentale influisca sulla salute del vostro partner non sarete in grado di aiutarlo/a.

Siate quindi disposti a imparare il più possibile, leggete, parlate con qualcuno che ha lo stesso problema, chiede aiuto professionale. Il vostro partner vi ringrazierà per lo sforzo.

2) Il vostro partner vuole parlare dei suoi sentimenti. Ascoltatelo. Anche se l’ansia ha il potere di paralizzare la mente e il corpo, il vostro partner vorrà comunicare con voi…

se gli darete l’opportunità di parlare. Ascoltate quello che ha da dire. Soprattutto, chiedetegli se sta bene e mostrategli di essere disposti a offrire sostegno e aiuto. Lasciate che sappia che siete sempre lì per lui.

Ciò non vuol dire che dobbiate pressarlo e torturarlo a furia di domande quando è nel panico! Ascoltate le sue necessità. Cercate di capire se non vuole parlare di ciò che prova. Rispettate i suoi momenti di solitudine. Ve ne sarà grato.

3) Il suo non farvi caso non significa che non vi ami. Comprendetelo. Le persone che soffrono d’ansia affrontano soprattutto il loro mondo interiore. Pensano molto, analizzano troppo, cercano di vincere la battaglia con le loro preoccupazioni e le loro paure.

Per questo, sono spesso assenti anche quando sono fisicamente presenti. Il vostro partner vi ama e vuole essere presente; semplicemente resta prigioniero della sua mente e si sente impotente di fronte ai suoi tentativi di rimanere in contatto con la realtà. Ricordatevene.

Non riesce a controllare o semplicemente a lasciar correre. Anziché lamentare la sua mancanza di attenzione, tendetegli la mano e offritegli un aiuto che gli mostri la bellezza del momento presente. Ditegli che sapete che vi ama.

4) Accettate e incentivate il vostro partner a cercare aiuto. Il vostro partner può avere un attacco di panico. Può avere una pessima giornata, e nulla può aiutarlo a rientrare nei ranghi. Non importa cosa facciate, capita.

Questo può provocare preoccupazioni e frustrazioni. Non dovete comunque sentirvi in colpa. Rimanete calmi. Cercate di accettare la situazione reale e incoraggiatelo a cercare un aiuto professionale.

Il vostro partner sa che siete sempre lì per lui, e vi è grato per il fatto di restare al suo fianco. Se il vostro partner non vuole affrontare un trattamento, non forzatelo. Siate pazienti, gentili. Cercate di trovare ciò che per lui è confortevole e funziona bene.

5) L’ansia può portare alla depressione. Cercate di bloccare i primi segnali. Alcuni ricercatori associano l’ansia sociale alla depressione, e se l’ansia porta emozioni intense e mantiene la mente costantemente attiva, la depressione comporta una riduzione dell’energia e ritarda tutto.

Immaginate cosa accadrebbe se il vostro partner provasse ansia e depressione allo stesso tempo! Essere divisi tra due pericoli sarebbe una grande sfida da affrontare.

L’ansia e la depressione in genere procedono di pari passo. Non lasciate mai il vostro partner a lottare da solo. Affrontate tutto insieme. L’ansia è una condizione curabile.

Oltre a questo, se pensate che non riesca a superare la cosa da solo non vergognatevi di cercare l’aiuto di uno psicologo, uno psichiatra, un terapeuta.

Abbiate speranza. Credeteci. Ricordate che il vostro partner è forte, e che dovete esserlo anche voi. Fonte: Aleteia

Dal Sito: www.informarexresistere.fr

sabato 26 maggio 2018

Emetofobia, la battaglia di Elena contro il male che viene da dentro


Ciao, mi chiamo Elena*, Yume in arte. Molti di voi non mi conosceranno molto probabilmente, ma il messaggio che voglio trasmettere è indirizzato a tutti, poiché si tratta di crescita personale mia e vostra. È molto importante per me che tutti siano al corrente di ciò, non tanto per egocentrismo quanto perché quel che ho vissuto io in questi mesi non debba viverlo più nessun altro.

Partiamo però dall’inizio, dal problema di fondo, che ha messo le radici all’interno del mio corpo e ha lasciato crescere quella pianta velenosa nel mio cuore che mi ha portato ad assentarmi per gran parte dell’anno scolastico di quarta liceo: fin da quando ho memoria ho sofferto di emetofobia (ossia, la fobia di vomitare o di vedere altri che vomitano), anche se sono riuscita a dare un nome a questa fobia solamente da poche settimane. Da piccola non sapevo cosa avessi, ma ogni giorno piangevo per la paura di vomitare. Nessuno sapeva che fosse qualcosa di simile anche per colpa mia, che da bambina quale ero mi esprimevo solo con un “mi fa male lo stomaco”, senza dire altro, piangendo e basta divorata dalla paura. Crescendo, in famiglia mi hanno aiutato a capire che non era lo stomaco a “fare male”, ma che era la mia testa che, a causa della mia paura, mi metteva in agitazione, e così per diversi anni ho imparato a controllare questa fobia, che ancora pensavo fosse una cosa da “bambini”, che crescendo sarebbe scomparsa. Ma, ahimé, mi sbagliavo.

Nell’aprile 2017, nell’ultimo giorno di gita scolastica, ebbi il primo attacco di panico a causa dell’emetofobia, che fortunatamente passò nel giro della mattinata anche grazie all’aiuto di una mia compagna di classe e di stanza che mi è stata vicina in quei momenti, dei professori e del supporto di mia madre al telefono, e di tanto, tanto autocontrollo. Pensavo che fosse un caso, che sarebbe finita lì, ma non è stato affatto così.

I mesi restanti di scuola li feci serenamente, l’estate fu fantastica, ma a settembre ebbi un nuovo attacco di panico, durante la notte passata a casa di una cara amica, prima che iniziasse la scuola. Anche quella volta, con l’aiuto suo, della persona che adesso è il mio ragazzo, e di mia madre (che mi sgridò per averla svegliata nel cuore della notte per qualcosa di simile, e nei suoi panni al tempo le avrei dato anche ragione), ma soprattutto con l’aiuto di me stessa e di tanto autocontrollo, di una ripetizione continua di “sto bene, sto bene, sto bene…” riuscii a calmarmi.
Per un altro mese la situazione fu tranquilla, ma nulla fu più lo stesso…

La sera iniziai ad aver paura di andare a dormire, perché spesso mi svegliavo la notte agitata o molto tesa, alcune di queste notti avevo anche degli attacchi di panico senza però ancora sapere che fossero realmente quelli. La situazione non fece altro che peggiorare, ogni giorno che passava, e dall’inizio del 2018 in particolar modo questa fobia iniziò a condizionare in maniera pesante la mia vita.

Mi resi conto che, per la mia fobia di vomitare, oltre alla già presente paura di dormire iniziò a venirmi la paura di mangiare, perché nella mia testa si era innescato un meccanismo: “Se io non mangio non posso vomitare”, e la sensazione di fame iniziò quasi a essere qualcosa che cercavo più spesso, perché ero consapevole di non avere nulla in corpo che avrei potuto buttar fuori. In quel momento, quando confessai di avere paura di mangiare, mia mamma mi portò dallo psicologo; feci la prima seduta a fine gennaio, prenotando la successiva a distanza di un mese. Ma era già troppo tardi: gli attacchi di panico, che prima era qualcosa che accadeva qualche volta la notte, erano diventati un appuntamento giornaliero, potevano capitare a qualunque ora, che fosse la mattina appena sveglia, in pieno pomeriggio o nel cuore della notte. Svolgere ciò che faceva una persona normale era diventato estremamente difficile, come il semplice frequentare la scuola: iniziai a fare più assenze e a uscire prima.

Nella seconda settimana di febbraio, quando il mio ragazzo scese da Torino per stare con me qualche giorno, ci fu un altro episodio che mi ha segnato profondamente, ma prima di raccontarlo facciamo un passo indietro, tornando agli inizi del 2018.

Ho avuto l’immenso piacere di incontrare il mio ragazzo, di vederlo per la prima volta fuori da uno schermo, la persona che mi è stata più accanto in tutto questo tempo, anche nel cuore della notte, durante le ore scolastiche, ogni volta che avevo bisogno di lui. L’ultima sera che restava siamo tutti insieme andati a cena al ristorante giapponese, essendo amanti del sushi. La serata si concluse nel peggiore dei modi: quando andai in bagno sentii chiaramente qualcuno vomitare nella porta affianco. Da quel momento fino a tarda notte ebbi attacchi di panico, che mi portarono ad avere la paura di mangiare fuori.

Torniamo ora al mese di febbraio, il mio ragazzo torna e proviamo ad avere il nostro primo appuntamento da soli, sempre nello stesso ristorante: mi bastava il pensiero di andare lì per agitarmi, e anche quella serata fu un disastro. Ebbi un nuovo attacco di panico, il primo di una lunga serie che avrei avuto quella sera per cinque ore consecutive, e il mio primo attacco di rabbia. È da quel giorno che non mangio sushi, e da quel giorno non solo iniziai ad avere paura del cibo, ma iniziai a odiarlo proprio, a ridurne drasticamente le porzioni fino a mangiare il minimo indispensabile, a saltare pasti, continuando a cercare quella sensazione di fame che sembrava placare per un po’ le mie ansie.
Alla fine di febbraio cambiai psicologo, perché un appuntamento mensile non avrebbe risolto niente, e iniziai a essere seguita da una privata, con appuntamenti settimanali.

Andiamo adesso al mese di marzo, precisamente al giorno 10: facevo parte di un progetto teatrale, il Festival Dantesco, e quel giorno vi erano le prove generali che non riuscii a fare per colpa di diversi attacchi di panico avuti nella giornata. Cedetti così le mie parti a due ragazze che facevano il progetto insieme a me e lasciai loro un mio dipinto per aiutarle, e per me quella fu un’enorme sconfitta: avevo permesso alla mia fobia di portarmi via un qualcosa che amavo fare.

Ma la cosa peggiore accadde quella notte, tra il 10 e l’11 marzo. Tornare a casa fu devastante la sera, continuai ad avere attacchi di panico sempre più violenti, urlai fino a sentire la gola bruciare e non riuscii neanche ad arrivare a casa: mi fermai fuori sulla strada, in preda ai brividi del freddo e della paura, e a urlare come una disperata nel tentativo di calmarmi, finché non mi venne somministrato un ansiolitico che, nel giro di qualche minuto fece effetto, riuscendo a farmi tornare a casa. In seguito a quanto successo quella notte, iniziai ad avere paura della macchina, di viaggiare e di stare fuori casa. Il giorno seguente, preoccupato per me, il mio ragazzo scese da Torino per qualche giorno, riuscendo per un po’ a placare quell’inferno che stavo vivendo.

Passiamo adesso ad aprile, fine vacanze di Pasqua. Il primo giorno di rientro a scuola feci solamente un’ora e mezza, che passai fuori dalla classe con un attacco di panico, e da quel giorno ho smesso di andare a scuola, iniziando a temerla come temevo qualsiasi altra cosa. Inoltre smisi di fare il laboratorio teatrale che portavo avanti da tre anni con le scuole dei comuni a causa di un altro attacco di panico avvenuto durante una giornata di prove.

Ero stanca, stavo rinunciando a tutto, non riuscivo più a fare niente, mi sembrava quasi di impazzire.
Un’altra notte, con diversi attacchi di panico violenti dalla sera fino a tarda notte fu messa a tacere solo dopo aver chiamato il 118 e dopo avermi somministrato un calmante per endovena, che mi lasciò stordita per tutto il giorno seguente. A me sembrò quasi il paradiso. Da quel giorno, mi misi nelle mani di un neurologo che ritenne necessario prescrivermi calmanti e antidepressivi. I medicinali che prendevo per stare tranquilla continuavano ad aumentare, da chimici a naturali a omeopatici, e ancora la situazione non sembrava migliorare, nonostante tutto il supporto psicologico e farmacologico.

Una mattina mi rifiutai sia di bere che di mangiare, mi portarono al pronto soccorso per cercare di risolvere anche stavolta il mio problema, e dopo un paio di flebo di calmante e due fisiologiche per ciò che non avevo bevuto e mangiato potei tornare a casa.
Poco a poco tentavo di continuare a mangiare, di riprendere in mano la mia vita, ma non riuscivo.
Finché, un giorno, qualcosa non scattò: 7 maggio a mezzanotte e mezza.
Premetto che nei momenti dei peggiori attacchi di panico il pensiero che avevo più spesso era quello del suicidio, perché ero stanca della situazione che stavo vivendo e avrei preferito la morte a una vita in quelle condizioni.

Pochi giorni prima, iniziai a guardare la serie tv “13”, sapendo che forse mi sarebbe stata d’aiuto per cambiare la mia visione del suicidio, e questo riuscì a farmi fare, dopo mesi, il primo passo. Alla fine di quella serie tv, i pensieri suicidi non mi sfiorarono più. Il 6 maggio inoltre, vidi in televisione una testimonianza di una giovane ragazza di 23 anni, emetofobica come me a cui era stata diagnosticata l’anoressia perché, con lo schema del “se non mangio non vomito” era arrivata a pesare 37 chili. Mi arrabbiai, i medici non avevano capito affatto che l’anoressia era solo una conseguenza del vero problema che ha molte sfaccettature. Lei, per esempio, non aveva ansia o attacchi di panico, evitava semplicemente il problema non mangiando. Durante l’estate passò il tempo con la borsa dell’acqua calda sulla pancia, perché le avevano detto che aiutava a digerire, e ciò le portò ad avere ustioni su tutto l’addome. La sua situazione mi fece fare il secondo passo, che fu un semplice pensiero, ma che cambiò completamente la mia vita da quel momento: “Non voglio arrivare a quelle condizioni. Voglio smettere di stare male. Voglio tornare a vivere”.

Il giorno dopo, tornai a scuola a salutare la mia classe, a raccontare loro quanto successo, e fu un altro passo in quel buio tunnel. Fu come svegliarsi da un incubo, sentivo che qualcosa era cambiato. L’ansia iniziò a diminuire poco a poco, gli attacchi di panico pure, i calmanti da prendere al bisogno passarono da due/tre al giorno a uno ogni tanto. Iniziai a programmare le interrogazioni finali con studio individuale a casa per non perdere l’anno, stamattina (22 maggio) ho fatto la terza, e il mio calendario di interrogazioni terminerà il 5 giugno, continuando a lottare in modo attivo ogni giorno, cercando di fare ciò che amo.

Un altro traguardo fu andare a salutare il gruppo di teatro e raccontare anche a loro la mia storia, per trasmettere un messaggio importante che sto cercando di trasmettere anche qui.

Bisogna che sia chiara una cosa: non fate i miei stessi errori, non aspettate, non lasciate crescere quella pianta velenosa dentro di voi, estirpate le radici non appena queste si scavano il loro spazio all’interno del vostro corpo. Al primo attacco di panico toglietevi subito dalla testa il pensiero “è stato solo per stavolta, non accadrà di nuovo” perché potreste sbagliarvi. Accadrà di nuovo, finché non imparerete la lezione, accadrà ancora e ancora, sempre con più frequenza. Al primo attacco di panico rivolgetevi da subito a uno psicologo, con una mente lucida risolverete molto prima i problemi e riuscirete a maneggiare meglio le armi che vi forniranno.

Voglio poi assicurarvi che da questa situazione si esce, ma solo se siete voi a volerne davvero uscire, finché vi crogiolate nel dolore e non agite di vostra volontà la situazione non si risolverà. Ognuno ha bisogno degli stimoli giusti, e prima o poi questi arrivano, bisogna resistere fino ad allora, ma sempre con l’aiuto psicoterapeutico al primo segnale, dal primo attacco di panico, anche se sembra una sciocchezza o qualcosa che non possa accadere di nuovo, fatelo. Rivolgetevi da subito a uno specialista.
Voglio poi dirvi un’ultima cosa, che per me è molto importante e per cui avrò bisogno dell’aiuto di tutti voi: l’emetofobia non è un caso raro che accade a qualcuno e basta, si tratta di un problema che hanno molte più persone di quanto si creda, ma non è diagnosticato come lo sono problemi come l’anoressia o la bulimia.

Ho bisogno che venga sparsa la voce il più possibile affinché venga riconosciuto come un vero disturbo con tante sfaccettature, che può manifestarsi con attacchi di panico e ansia continua, o con il rifiuto di mangiare e sfociare poi in un’anoressia o magari anche in altri modi che fortunatamente non ho avuto modo di sperimentare. Ho bisogno che la mia storia venga ascoltata, per proteggere le persone che soffrono di questo problema ma non sanno di cosa si tratta, per le persone che sanno di soffrirne ma non sanno come uscirne, e per far sì che venga riconosciuto come un disturbo. L’anoressia può portare alla morte come la può portare l’emetofobia… il giorno in cui mi rifiutavo di mangiare e di bere, soprattutto di bere, avevo le ore contate.

Si tratta di un problema più grave di quanto possa sembrare se questo prende una brutta piega, per questo voglio che tutti sappiano quanto accaduto così che nessuno commetta i miei stessi errori.
Vi prego, chiedete da subito aiuto, non aspettate, perché ogni giorno in più che passa senza fare niente è un giorno in più che lasciate al vostro nemico.
E vi assicuro che da questo problema ne uscirete: il vostro obiettivo iniziale non deve essere guarire dall’emetofobia, a cui potrete pensare poi successivamente, la cosa più importante è imparare a controllarla, a non lasciare che la fobia condizioni la vostra vita, non dovete permettere alla fobia di privarvi di ciò che più amate, come ha fatto con me in questi mesi passati. Non abbiate paura di parlarne con uno psicologo, non abbiate paura di dover prendere dei farmaci, non vergognatevene, perché sono le armi giuste per vincere le battaglie e la guerra.
Io mi sto rialzando poco a poco, con l’aiuto del mio ragazzo, della mia famiglia, dei miei amici. Tutti possono rialzarsi e imparare di nuovo a camminare, a vivere.

Vi prego di condividere e raccontare la mia storia, parlatene, fate in modo che si sappia, che questo problema venga riconosciuto.
Ma soprattutto, vi prego di non smettere mai di lottare, qualsiasi sia il vostro problema o la difficoltà che state affrontando.
Non limitatevi a sopravvivere, il tempo perso non tornerà indietro, la vita deve essere vissuta a pieno, fate ciò che amate, non permettete a niente e a nessuno di portarvi via la vostra felicità, non permettetelo neanche a voi stessi. Combattete. So che vincerete.

(Sono Elena*, una ragazza di quasi 18 anni. Mi ritengo una persona creativa poiché amo scrivere, disegnare e suonare; un grande progetto che sto portando avanti adesso è infatti un romanzo illustrato scritto a quattro mani con il mio ragazzo, è la storia che ci ha uniti fin dall’inizio e che mi ha permesso di non mollare mai nei mesi passati, estremamente importante per me e per lui).

Il disegno che illustra questo articolo è stato realizzato da Elena.

di Elena "Yume"

Dal Sito: ilgiunco.net