mercoledì 29 marzo 2017

Siamo artefici della nostra stessa ansia?


Spesso, siamo proprio noi stessi a far scaturire eccessiva ansia.Questo però può ricordarci che siamo in grado di lavorare sui nostri pensieri

E’ dimostrato che, spesso, siamo proprio noi stessi a far scaturire eccessiva ansia. L’ansia ci assale per le cose che ci diciamo o su cui ci iperfocalizziamo o per come, ad esempio, ci lasciamo trattare dagli altri.

Questo non vuol dire che noi siamo colpevoli o sbagliati; piuttosto, può ricordarci che possiamo essere in grado di lavorare sui nostri pensieri e prenderci cura di noi stessi con più gentilezza, in modo da migliorare la situazione. Fondamentale è identificare cosa fa raggiungere il picco alla nostra ansia; una volta scoperto ciò si può lavorare per ridurla.

Il terapeuta Casey Radle, specializzato nella cura di ansia e autostima presso l’Eddins Counseling Group a Houston (Texas), illustra quali sono tre modalità tipiche in cui cadiamo e con cui finiamo per amplificare la nostra ansia:

Considerare i nostri dubbi, fatti

Questo si verifica, ad esempio, quando ci troviamo ad uscire con una persona che ci piace davvero. Noi la invitiamo ad un nuovo appuntamento, ma se, dopo un po’ di ore, non riceviamo nessun segnale (messaggio, chiamata…) dall’altro, secondo Radle, iniziamo ad interpretare gli eventi, e quello che accade dentro di noi potrebbe riassumersi in questo tipo di pensiero: ‘Oh mio Dio, lui/lei non è interessato a me e non vuole vedermi mai più. Io non sono abbastanza per lui/lei, e ho sprecato la mia chances per questa relazione. Come ho potuto essere così stupido da pensare che qualcuno di così meraviglioso avrebbe voluto stare con uno come me?’

E così iniziamo a sentirci respinti, prima ancora di sapere cosa l’altra persona stia pensando o prima di darle la possibilità di rispondere. Lasciamo che siano le nostre insicurezze a scrivere la negativa narrazione degli eventi, senza alcuna informazione reale, assumendo che tali insicurezze siano dure e fredde verità.

Prevedere il peggio

In questo modo possiamo descrivere ciò che avviene quando la nostra mente finisce in un luogo buio e cavernoso, pieno di tutti gli scenari peggiori e più catastrofici possibili e ci fa inevitabilmente saltare a conclusioni terribili quali: esami finali falliti, incidenti aerei e cari delusi…

Possiamo aspettarci il peggio a livelli estremi – attendendoci, per esempio, lo schianto dell’aereo su cui siamo in volo – o in modo più sottile. Ad esempio: arrivi a lavorare e il tuo capo dice che vuole un incontro con te più tardi. Non ti dice il motivo e questo, secondo Radle, giustifica il tuo iniziare a ripeterti: ‘Finirò nei guai. Il mio capo vuole licenziarmi, già lo so’.

Ecco che di nuovo, ancora prima di partecipare alla riunione, si è già dato per scontato tutto quello che accadrà, e niente di ciò che viene previsto ha carattere positivo.

Ignorare le nostre esigenze

E’ proprio così: trascurare i nostri bisogni di base può rinforzare l’ansia. Per esempio: Stai dormendo abbastanza? Stai nutrendo il tuo corpo con nutrienti adeguati? Stai prendendo pause regolari?

E’ dura essere rilassati quando si è in giro, con la quarta tazza di caffè in mano, trascinati qua e là dalla lista di cose da fare, insicuri su quale sia l’ultima volta che si è stati seduti.

Lo stesso vale, in termini di ansia, per la mancata demarcazione e preservazione dei confini. Per esempio: Lasci che gli altri ti scavalchino e ti mettano i piedi in testa? Dici ‘sì’ quando in realtà vorresti dire ‘no’? Rimani in situazioni o relazioni che non sono giuste per te?

Cosa può aiutarci? Secondo quanto suggerito da Radle, quello che può aiutarci è:
Fare a noi stessi dei discorsi d’incoraggiamento e parlarci con un tono maggiormente compassionevole;
Considerare, quando non conosciamo interamente i fatti, molteplici scenari, evitando di riempire i pezzi mancanti in modo da realizzare una narrativa che rafforzi il pensiero ansioso;
Quando ci accorgiamo di saltare a conclusioni affrettate o di tentare la lettura delle menti altrui, ricordarci, in modo gentile, che sono cose che non possiamo proprio conoscere;
Onorare i nostri bisogni: dormire abbastanza, prendersi delle pause, impegnarsi in attività divertenti, rispondere alle proprie esigenze fisiche, emotive, mentali e spirituali;
Stabilire dei confini e denunciare apertamente quando questi vengono varcati da qualcuno: non possiamo aspettarci che la gente li conosca istintivamente; dobbiamo comunicarli in modo chiaro e se abbiamo bisogno di maggiori informazioni, aiuto, tempo o altro, non dobbiamo aver paura di chiedere.

Quindi, se vi ritrovate, con pensieri o azioni, in uno dei precedenti esempi, sapete che le cose possono cambiare partendo proprio da voi stessi, e, se avete bisogno di un po’ di supporto in più, non esitate a consultare un terapeuta.

Scritto da: Chiara La Spina
Dal Sito: www.stateofmind.it



Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2016/01/ansia-meccanismi-controllo/

Gestione dell’ansia: piccolo vademecum

Il processo di gestione dell'ansia passa attraverso interventi cognitivi, con la ristrutturazione dei pensieri disfunzionali, e interventi comportamentali. 















Una certa quota di ansia è dunque utile nella quotidianità, ma, in alcune situazioni, quando è eccessiva, può bloccare l’individuo, trasformarsi in panico e può diventare patologica. Torna allora utile trovare strategie per la gestione dell’ansia.

La parola ansia deriva dal termine latino anxius che significa affannoso, inquieto, a sua volta da angere, che vuol dire stringere, soffocare.

L’ansia è un’emozione naturale, di per sé utile all’adattamento. Basti pensare che, senza ansia e paura, l’uomo non sarebbe sopravvissuto e non sopravvivrebbe ai pericoli. L’ansia è un’alleata nel momento in cui bisogna affrontare una prova, una situazione in cui è necessaria una notevole dose di attenzione e concentrazione. Una certa quota di ansia è dunque utile nella quotidianità, ma, in alcune situazioni, quando è eccessiva può bloccare l’individuo, trasformarsi in panico e può diventare patologica. Torna allora utile trovare strategie per la gestione dell’ansia

L’ansia viene sperimentata quando gli esseri umani credono di essere esposti ad una minaccia più o meno imminente e grave. L’ansia è generata non dall’evento in sé, ma dai pensieri che facciamo su quello che sta accadendo (o accadrà).

In cosa differiscono l’ansia e la paura

L’ansia e la paura sono due emozioni simili nella loro manifestazione fisiologica (attraverso sintomi fisici quali tachicardia, respirazione affannosa, sudorazione, senso di nodo alla gola, ecc.), entrambe sono la reazione ad una minaccia ma differiscono sostanzialmente perché:
la paura è una reazione emotiva ad un pericolo reale.
l’ansia è una reazione emotiva ad un pericolo percepito.

La paura

La paura è l’emozione più antica e fondamentale per la sopravvivenza, si attiva ogni volta che ci troviamo di fronte a un pericolo nel tentativo di proteggere la nostra vita.

La paura è una risposta mirata diretta a un evento o un oggetto specifico, e la persona ne è consapevole. Nel momento in cui percepiamo un pericolo proviamo paura, il sistema simpatico si attiva e prepara il corpo alla modalità di attacco e fuga, un meccanismo difensivo sviluppato in ogni specie animale, aumenta cosi l’afflusso di sangue ai muscoli, il cuore inizia a battere più forte e più veloce, le vene si contraggono ed aumenta la pressione sanguigna, i bronchi si dilatano ed aumenta anche l’ossigenazione, contemporaneamente viene rallentata la digestione, ecc., il corpo ora è pronto a colpire o a scappare, può arrivare a paralizzare anche le nostre scelte.

Dal punto di vista fisiologico, negli esseri umani esisterebbe un vero e proprio circuito cerebrale della paura. Secondo LeDoux, uno dei più grandi studiosi del cervello umano, esisterebbe una strada ‘alta’, corticale (più lenta e che implica consapevolezza) ed una strada ‘bassa’, sottocorticale (più veloce ed inconsapevole).

La strada alta porta dal talamo sensoriale alla corteccia sensoriale e poi all’amigdala, è la strada utilizzata dall’ansia in cui lo stimolo viene elaborato cognitivamente. La strada bassa invece porta direttamente le informazioni dal talamo sensoriale all’amigdala, ed è la strada utilizzata dalla paura in cui non vi è elaborazione del percetto, ma pura percezione.

Predisposizione all’ansia

Non tutti richiedono interventi di gestione dell’ansia, poiché non tutti sperimentano un disturbo d’ansia, ciò dipende dall’interazione di vari fattori come il temperamento, le esperienze di vita e la vulnerabilità storica ed attuale.

Pertanto è buona norma, in questi periodi, preparasi alla gestione dell’ansia adottando delle strategie di coping adeguate (inteso come l’insieme di strategie mentali e comportamentali che sono messe in atto per fronteggiare una certa situazione).

Gestione dell’ansia: conoscere i 4 cluster sintomatologici ansiosi

I quattro cluster sintomatologici dell’ansia sono:
Sintomi cardiorespiratori: tachicardia, senso di oppressione al petto, di affogare, dispnea, ecc.
Sintomi gastrointestinali: nausea, vomito, mal di stomaco, tensione e/o dolori addominali, diarrea, ecc.
Sintomi vestibolari: sensazione di instabilità, vertigini, sensazione di svenimento, ecc.
Sintomi psicosensoriali: disorientamento, derealizzazione, depersonalizzazione,sensazione di camminare sulla gomma piuma o di gambe molli, ecc.

La Psicoterapia Cognitiva per la gestione dell’ansia
La psicoterapia cognitiva è molto efficace nella gestione dell’ansia, essa spiega i disturbi emotivi attraverso l’analisi della relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti.

Secondo la TCS, alla base dei disturbi da ansia e dell’umore vi sarebbero delle distorsioni cognitive, cioè ragionamenti che si caratterizzano per il fatto di discostarsi dalle teorie normative del ragionamento e che, per questo, causano, aggravano e mantengono le credenze patogene, quelle che sottendono la sofferenza psicopatologica. Pertanto, le reazioni emotive disfunzionali e il disagio sono frutto di pensieri disfunzionali, quindi è essenziale lavorare su di essi.

Come ragioniamo e quali meccanismi sono coinvolti nell’ansia

Quando ragioniamo utilizziamo bias cognitivi, euristiche, che diventano disfunzionali se vengono utilizzate eccessivamente.

Inoltre possediamo un altro tipo di ragionamento, anch’esso automatico, che si attiva in seguito alla valutazione di un evento come minaccioso chiamato Better Safe than Sorry (BSTS) cioè ‘Meglio allarmarsi che non allarmarsi affatto’. Lo scopo è quello di evitare errori di sottovalutazione del pericolo, pertanto viene privilegiata la focalizzazione dell’ipotesi di pericolo. Il BSTS si attiva anche se il danno da prevenire non è importante in sé ma lo è diventato perché l’individuo ritiene di avere il dovere di prevenirlo.

I pensieri che possono generare ansia sono: sopravvalutazione del pericolo e sottovalutazione delle proprie capacità di affrontare una situazione.

Modello del Circolo vizioso del Panico

Secondo Modello del Circolo vizioso del Panico (Clark, 1986 – Modificato da Wells, 1997) vi è uno Stimolo scatenante esterno oppure interno che viene percepito come minaccioso attivando così le sensazioni somatiche come ad esempio dolori al petto, palpitazioni, salivazione azzerata, nausea, tremore tachicardia, tremore, fame d’aria, iperventilazione ecc. Dopodiché vi è un’interpretazione catastrofica delle sensazioni mentali e somatiche che accompagnano questa preoccupazione ad esempio ‘non respiro… e se mi sento male? Mi sta venendo un infarto?‘. Tutto ciò porta ad un incremento della preoccupazione, cioè si acuiranno le sensazioni somatiche, fino a causare un Attacco di Panico. Invece, se si mettono in atto evitamenti o comportamenti protettivi le manifestazioni negative diminuiranno con la conseguenza di una cronicizzazione dell’ansia. Pertanto ci si dovrebbe dedicare a percorsi e strategie di gestione dell’ansia, che va attraversata e mai evitata.

Gestione dell’ansia: come combattere allora quest’ansia?

Interventi cognitivi per la gestione dell’ansia

Psicoeducazione; modificazione delle credenze patogene (AS) tramite ristrutturazione cognitiva; accettazione dell’ansia e del rischio di panico (si cerca di attendere che passi la tempesta), ecc.
Interventi comportamentali per la gestione dell’ansia

Respirazione diaframmatica; rilassamento isometrico rapido; tecnica luogo sicuro; mindfullness; esposizione enterocettiva e in vivo; Eliminazione dei comportamenti di controllo; ecc.

Identificare i pensieri ansiogeni

All’inizio può essere difficile individuare i pensieri che provocano ansia, specialmente, se durano da molto tempo e si presentano in modo quasi automatico. Per individuarli, nelle situazioni in cui si è in ansia è importante farsi delle domande: es.: ‘Che cosa sto pensando? Che cosa penso della situazione? Come penso di affrontarla? Cosa farò? Ecc.‘ Un esempio di pensiero disfunzionale potrebbe essere: ‘Cosa succederà se non ci riuscirò? Sicuramente perderò tutto?‘. Mentre un esempio di pensiero illusorio è: ‘Ci riuscirò senz’altro, sono troppo bravo!‘. Un pensiero funzionale, invece, suonerebbe più o meno così: ‘Mi conviene provarci e fare del mio meglio!’.

Nel processo di gestione dell’ansia, per distinguere il pensiero disfunzionale ed illusorio da quello funzionale è utile sapere che nel pensiero disfunzionale si usano spesso queste espressioni: ‘Io devo assolutamente..; io sono obbligato a..; se … poi; non potrei resistere se…‘. Nel pensiero illusorio invece le seguenti: ‘Andrà tutto bene; non m’importa; non diventerò mai ansioso‘. Nel pensiero funzionale invece le espressioni sono le seguenti: ‘Preferirei non …; è improbabile che succeda… ma; anche se succederà non sarà una catastrofe; se le cose non andranno come desidero, mi sentirò deluso e seccato, ma riuscirò ad andare avanti comunque‘. Sono abolite le doverizzazioni.

Sostituire i pensieri disfunzionali ansiogeni con pensieri più funzionali

Domandarsi se quello che si pensa è condiviso anche dagli altri. Chiedersi se il vostro modo di pensare vi aiuta a raggiungere gli obiettivi o vi allontana. Se state facendo un errore dì ragionamento avete a che fare con dei bias cognitivi: particolari distorsioni nel modo di interpretare e valutare la realtà interna ed esterna della persona collegate all’utilizzo di regole euristiche.

Ad esempio, in un processo di gestione dell’ansia, è assolutamente importante fare attenzione quando si pensa in termini di tutto o nulla, si vede tutto in bianco o nero (Pensiero assolutistico o dicotomico). Altri bias cognitivi a cui stare attenti sono:
Generalizzazione. Fare attenzione a parole come: sempre, mai, tutti, tutto, nessuno, niente. Chiedersi se la situazione è davvero così estrema.
Ingigantire / minimizzare l’importanza di singoli episodi. Se in un’occasione non siete riusciti, non significa che continuerete a fallire.
Pensare solo ai punti deboli dimenticandosi i punti di forza. Cercate di pensare ad altre volte in cui avete avuto dei successi, anche piccoli.
Catastrofizzazione. Sopravvalutare le probabilità di un disastro. È vero che qualcosa può andare male, ma non bisogna sopravvalutare i rischi.

Conclusioni

Per affrontare meglio la gestione dell’ansia, quando ci si accorge di stare male è dunque utile:

  • Chiedersi di che emozione si tratta, cosa sentiamo in quel preciso momento.
  • Identificare quali sono i pensieri relativi all’ emozione, il proprio dialogo interno, cioè i pensieri disfunzionali.
  • Mettere in dubbio i pensieri e le convinzioni disfunzionali.
  • Sostituire i pensieri e le convinzioni disfunzionali con pensieri più vicini alla realtà e più utili per il raggiungimento dei tuoi obiettivi.
  • Ricorrere a tecniche comportamentali

Scritto da: Simona Di paolo
Dal Sito: www.stateofmind.it


Per saperne di più: 


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2016/05/gestione-dellansia-vademecum/

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mercoledì 22 marzo 2017

Il “mal di primavera” è in agguato… le regole per vivere al meglio la stagione


Le giornate si allungano e si pensa già all'estate. Ma stanchezza, spossatezza e sbalzi d’umore sembrano prendere il sopravvento. Quali sono le cause e come si affronta il diffuso “mal di primavera”?

Aprile dolce dormire, ma non è altrettanto "dolce" svegliarsi con quel senso di stanchezza e spossatezza che nulla ha a che vedere con la "bella stagione". Dilaga sempre più negli italiani il "mal di primavera", riconducibile nella maggior parte dei casi a fastidi e disturbi generati, ad esempio, dalle allergie che esplodono proprio in questo periodo. Una stagione decisamente controversa e non solo dal punto di vista climatico, ma anche per l'influenza che la primavera ha sull'organismo. Ad esempio, l'aumento di luce non per tutti è sinonimo di energia e maggiore vitalità, perchè in molti casi subentrano, al contrario, episodi di asma, bruciore agli occhi, eruzioni cutanee e, nei soggetti più sensibili, si arriva anche ad avere sintomatologie più fastidiose come ipertensione, ulcere e disturbi gastrointestinali. Tutto ciò determina di conseguenza stanchezza, mancanza di forze, irritabilità, difficoltà di concentrazione e disturbi del sonno. Tipico di questa stagione inoltre, è il mal di testa. La causa, secondo uno studio di Kenneth Mukamal del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston negli Stati Uniti e pubblicato sulla rivista "Neurology", è legata al clima, ad un abbassamento improvviso della pressione atmosferica, al cambio dell'ora, con il passaggio all'ora legale, che incide sul nostro orologio biologico.

Non solo allergie, ma anche uno stile di vita frenetico
Anche uno stile di vita scorretto e stressante può indurre al malessere. Le allergie, infatti, non sono le uniche colpevoli di questi stati di disagio perché, in generale, a scatenare la recente ondata di allergie, è lo stile di vita caratterizzato da alimentazione scorretta, l’elevata esposizione agli agenti inquinanti, il diverso microclima presente nelle case e, più in generale, i ritmi quotidiani quasi insostenibili e poco salutari.

Secondo gli esperti la primavera è il periodo dell'anno che mette a maggior rischio la salute, fisica e psicologica, ma per fortuna esistono alcune regole da seguire per superare indenni questa fase. Innanzitutto, è bene dedicare più tempo e attenzione verso se stessi scegliendo, ad esempio, un momento della giornata tutto per se per la cura del corpo o per svolgere un'attività legata alle proprie passioni; in questo modo, si combattono stress e irritabilità.

Fondamentale è anche l'attività fisica da svolgere quotidianamente ma che, attenzione, non deve diventare uno stress legato alla fretta di tornare in forma in vista dell'estate. Una semplice e piacevole passeggiata, in particolare al mattino, aiuta a liberare la mente e a rilassarla per affrontare al meglio il resto della giornata. La sera, invece, si dorme perché il sonno è un grande alleato del corpo in quanto gli permette di riposare e rilassarsi, sopratutto in primavera, periodo in cui le ore di sole sono maggiori.

La corretta alimentazione è un altro fattore determinante per combattere il mal di primavera. È consigliabile non saltare i pasti perchè la concentrazione si indebolisce e rallenta, ma neanche abbuffarsi, alternando pasti leggeri ma frequenti, ricchi di vitamine, proteine e sali minerali utili a reidratare in caso di sbalzi di temperatura.

Per favorire la concentrazione, ginseng, pappa reale o ginkgo biloba. È importante evitare cibi eccessivamente calorici e che richiedono un processo digestivo più macchinoso. Se si lavora troppo in questo periodo, è importantissimo trovare momenti di pausa e relax (ogni due ore di lavoro, almeno 30 minuti) e svolgere le attività che richiedono maggiore concentrazione la mattina perchè si è più ricettivi. Ricordiamoci, inoltre, di vestirci a strati, in quanto il sole è ingannevole, le temperature altalenanti e i colpi di freddo favoriscono influenze e malesseri, in particolare negli organismi debilitati. Le donne, infine, per via della loro natura ciclica, avvertono maggiormente questi disturbi tipici del periodo primaverile: la temperatura esterna di alza, la pressione si abbassa e ci si sente stanche e spossate. Tutto ciò provoca anche l’affaticamento di gambe e piedi che tendono a gonfiarsi.

Il "mal di primavera" non risparmia nessuno
Uomini, donne, anziani, bambini, persone in sovrappeso sono i soggetti più colpiti dal malessere di questa stagione come anche quelle persone che normalmente conducono vite stressanti, come manager o imprenditori. Il mal di primavera colpisce anche i single ma tra i soggetti più a rischio ci sono sicuramente gli "allergici" che in questo periodo vivono un forte stress. Questi ultimi è bene che evitino i luoghi che possono scatenare reazioni allergiche come parchi o aperta campagna. Per far si che l’organismo abbia la giusta spinta energetica bisogna iniziare dalla "tavola" partendo da un rinforzo di verdure, possibilmente crude, ricche di potassio, magnesio, ferro, calcio e minerali ristrutturanti e rigeneranti, efficaci anche contro altri disturbi come gastriti e mal di stomaco. Via libera dunque ad agretti, fagiolini, spinaci, cavoli, asparagi, insalate ma anche a carni bianche, pesce (non frutti di mare) e fermenti lattici senza dimenticare mai di bere tanta acqua. Anche un giusto apporto di carboidrati, che inducono alla produzione di serotonina (che favorisce il rilassamento e il buon umore), apporterà benefici al corpo così come il cioccolato fondente che, se consumato moderatamente (un pezzettino al giorno) non comprometterà di certo la linea.

Dopo Pasqua… disintossichiamoci!
Colomba, cioccolato, arrosti, agnello, paste e pastiere; dopo le ultime abbuffate tradizionalmente legate alle festività pasquali, è necessario svolgere un po’ di attività sportiva e rimettersi in forma, non solo per tornare in linea ma soprattutto per disintossicare il fisico: "Non è una missione impossibile - spiega il dietologo Pietro Migliaccio, della Società Italiana di Scienza dell'Alimentazione (SISA) – e per disintossicarci si intende migliorare le funzioni di intestino, reni e digestione. Per questo motivo è consigliabile seguire una dieta che non ecceda nell'apporto di grassi e di proteine di origine animale e prediliga il consumo di cereali integrali, legumi, verdura e frutta".

Ma è vero che la primavera risveglia gli ormoni?
In primavera si risvegliano anche gli ormoni. Questo, forse, è l’unico tra i "virus" benefici che colpiscono il corpo. Ma la cosiddetta "ormonella" non avrebbe riscontri a carattere scientifico in quanto, a detta di ginecologi e sessuologi, è invece l’inverno il periodo in cui gli incontri sessuali sono più frequenti e intensi. Forse per la voglia di “calore”, di coccole e di intimità ma anche perché sembra che l’uomo "funzioni" meglio a basse temperature. Pertanto gli studiosi attribuiscono questa sorta di “risveglio dei sensi” in primavera, per lo più a fattori psicologici. Con la bella stagione, i bollori primaverili nell'universo maschile sono probabilmente determinati dalla bellezza delle donne che esce allo scoperto: dalle gambe alle scollature fino ai tessuti leggeri e chiari che ne valorizzano le forme. Ed è proprio quando la bellezza della donna viene fuori, che l’uomo non può fare a meno di notarla e apprezzarla. Tutto ciò però, non è attribuibile agli ormoni "impazziti" ma soltanto ad odori, colori, immagini, luci e temperature miti che favoriscono un senso di serenità e spensieratezza e, di conseguenza, l’innamoramento e la voglia di conquista e felicità.

di Simona Rombaga

Dal Sito: www.piusanipiubelli.

La tua è depressione o solo tristezza?

Esagerare coi lamenti e affermare di essere in depressione al primo calo dell’umore inquina la psiche, la rendere fragile e la espone a disagi veri e propri!



Riconoscere e diagnosticare uno stato di depressione è importante, altrimenti non lo si può curare, lo si peggiora, lo si cronicizza. Ma è importante anche il suo opposto: non bisogna pensare di averlo quando non lo si ha! Oggi molti si fanno “auto-diagnosi” di depressione, di ansia, di panico... Basandosi su informazioni trovate su Internet o ascoltate da persone che ne soffrono, si sono convinte di avere “quel problema”. Basta osservare i modi in cui oggi spesso ci si esprime: si usa “sono depresso” per segnalare una transitoria tristezza o malinconia; “sono nel panico” per situazioni di normale difficoltà quotidiana; “è un delirio” di fronte a momenti di semplice stress o di sovraccarico di impegni... I termini psichiatrici sono entrati di prepotenza nel linguaggio, e il linguaggio a sua volta crea e potenzia stati d’animo e percezioni di sé.

Non abituarti allo schema del lamento

Si tratta solo di un colorito modo di esprimersi, quasi di una moda? Lo si fa per rendersi interessanti? Il lamento in fondo è uno schema comunicativo che funziona: crea attenzione, fa superare i silenzi imbarazzati quando incontri un conoscente. Può diventare un’abitudine di cui non ci si accorge. Ma il risultato è di non riuscire più a sentirsi “semplicemente” tristi, a vivere uno scoramento, ad attraversare una crisi: codifichiamo questi stati come depressione, come qualcosa che non va bene e non dovrebbe accadere. Non si riesce a sentirsi agitati, preoccupati o disorientati: parliamo subito di panico, di delirio, di “andare fuori di testa”. O sei normale, cioè funzioni senza perdere colpi, o sei malato, sei strano, sei “fuori”. Da un lato viene proposta la cultura del superuomo e della superdonna che non devono chiedere mai, dall’altro, appena c’è un problema psicologico o esistenziale, viene bollato come un malfunzionamento, ricorrendo magari agli psicofarmaci per tornare a “funzionare”.

Evita il “minestrone emotivo”

È necessario riappropriarsi dei propri stati d’animo per non trattare se stessi come dei malati. Non perché ci sia qualcosa di male nell’esserlo, ovviamente, ma perché a forza di farlo si finisce per cadere davvero in stati interiori di grande confusione e per peggiorare la qualità della vita nostra e quella di chi vive con noi. La prima cosa da fare è ricordarci di una cosa fondamentale: le nostre emozioni sono un evento del tutto naturale. La paura ad esempio fa parte naturalmente dell’esperienza umana. A volte diventa depressione o ansia, ma solo a volte. Nella maggior parte dei casi è uno stato d’animo spontaneo e inevitabile, e, al contempo, costituisce il necessario passaggio per un’evoluzione o una soluzione.
Non possiamo cioè negare un significato essenziale a ciò che, in realtà, ha una sua ben precisa funzione. Il prezzo, altrimenti, è quello di restare bloccati in una concezione di sé molto limitata, in cui ogni sentimento che devia da una norma appare come un problema da curare .

Cogli tutte le sfumature presenti in te

Prima di dire: “Sono depresso, sono nel panico”, tratteniamoci. Non cediamo al lamento e all’esternazione continua. Piuttosto soffermiamoci su ciò che proviamo. Osserviamo le emozioni e gli stati d’animo: tristezza, perdita di senso, demotivazione, umor nero, nervosismo, paura, tensione, angoscia, smania, insofferenza, stanchezza, prostrazione, preoccupazione, rifiuto. Ci sono tante parole per definire come stiamo: usiamole. Non mettiamole tutte nel calderone dei due o tre termini psichiatrici che conosciamo. Cerchiamo di riconoscere quale parola meglio si addice a quel momento, e lasciamo che quel momento viva, anche se è spiacevole. È ovvio che se, ad esempio, la prostrazione dura un mese, bisogna fare una visita da uno specialista, ma la maggior parte dei nostri stati d’animo non sono patologici e, se lasciati vivere, svolgono il loro compito: farci essere in sintonia con la realtà.

Meno confidenze

Non creare o partecipare a “club” di persone che si sentono in sintonia a causa di stati “depressissimi” o “impanicati”: il compiacimento e il continuo parlarsi addosso amplifica il malessere.

Più attenzione a sé

Osserva con più attenzione le tue emozioni. Valuta se sono consone agli eventi e alle situazioni. Impara man mano a non intervenire sulle emozioni negative, anche intense, ma a osservarle e ascoltarle. Hanno sicuramente dei suggerimenti da darti.

Trova aiuti mirati

Se il tuo disagio si presenta con frequenza e per un periodo prolungato, quantificabile in almeno tre mesi, è comunque necessario fare una visita specialistica da uno psicologo per avere un’opinione esterna.


Dal Sito: Riza.it

Resilienza: rialzarsi, più forti di prima.



La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno e di riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante le situazioni difficili

La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo.

ciò che non lo uccide, lo rende più forte.
(Friedrich Nietzsche)

Resilienza nella storia

Fin dalle epoche più remote, gli esseri umani si sono distinti per la capacità di sopravvivere a disastri naturali, guerre, e a ogni sorta di carestia o malattia. Ciò è stato possibile perchè l’uomo è “programmato” per resistere alle sventure, superarle, e convivere quotidianamente con lo stress, al punto che si potrebbe dire che l’abilità di combattere e rialzarsi più forti di prima (piuttosto che la fragilità) è la regola nel mondo umano.

La necessità di combattere ha la sua ragion d’essere nell’inevitabilità delle sconfitte, delle delusioni e dei conflitti quotidiani, fino a quegli sconvolgimenti esistenziali, come una violenza o la perdita di una persona cara, che, spezzando un equilibrio preesistente, pongono colui che li ha subiti di fronte a una serie di interrogativi: Perché proprio a me? Che senso ha quanto mi è accaduto?

Domande da cui non è possibile sfuggire: solo cercando una risposta chiarificatrice, un senso, seppur a volte mai definitivamente compiuto, è possibile infatti ridefinire la propria sofferenza, che, al di là del dolore gratuito, può essere vista come un valore aggiunto, e fonte di maggiore sensibilità verso le bellezze dell’esistenza, nonchè per le sofferenze altrui.

Se è vero che certe ferite non si rimargineranno mai completamente, qualunque trauma, se non vissuto passivamente come punizione o negazione della felicità, può rappresentare, nel suo accadere repentino e imprevedibile, un’occasione di realizzazione superiore, al pari della condizione del cigno che si è sviluppato a partire dal brutto anatroccolo della nota favola di Andersen (Cyrulnik, 2002).

Le difficoltà quindi come opportunità, come sfida, che mobilita le proprie risorse, sia interne che esterne, una sfida dalla quale non ci si può esimere, in nome del raggiungimento di un equilibrio più funzionale.

Affrontare le inevitabili calamità della vita mette in moto un’abilità nota come resilienza, termine ripreso dall’ambito ingegneristico per indicare la capacità di un materiale di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi (De Filippo, 2007). La sua azione può essere paragonata a quella del nostro sistema immunitario chiamato a proteggerci dalle aggressioni esterne.

Definizione di Resilienza

La resilienza è in altri termini la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo.

Essere resilienti non significa infatti solo saper opporsi alle pressioni dell’ambiente, ma implica una dinamica positiva, una capacità di andare avanti, nonostante le crisi, e permette la costruzione, anzi la ricostruzione, di un percorso di vita. Si tratta di un dono inestimabile, che permette di superare le difficoltà, ma che non rende invincibili, e non è neppure presente sempre e comunque: possono infatti verificarsi momenti in cui le situazioni sono troppo pesanti da sopportare, generando un’instabilità più o meno duratura e pervasiva. Non esistono i Superman, e non si è dei supereroi per il solo fatto di essere stati resilienti in passato, anche se è indubbio che la forza delle battaglie superate predispone l’individuo a lottare con maggior consapevolezza (dei rischi assunti e della probabilità di riuscita).

Gli individui resilienti hanno, insomma, trovato in se stessi, nelle relazioni umane, e nei contesti di vita, quegli elementi di forza per superare le avversità, definiti fattori di protezione contrapposti ai fattori di rischio, che invece diminuiscono la capacità di sopportare il dolore.

Fattori di rischio per la Resilienza

Tra i fattori di rischio che espongono a una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti, diminuendo la resilienza, secondo Werner e Smith (1982) troviamo i fattori emozionali (abuso, bassa autostima, scarso controllo emozionale), interpersonali (rifiuto dei pari, isolamento, chiusura), familiari (bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, disturbi nella comunicazione), di sviluppo (ritardo mentale, disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale).

Fattori protettivi per la Resilienza

Tra i fattori protettivi, invece, gli autori ne individuano di individuali e familiari. Tra i primi, l’essere primogenito, un buon temperamento, la sensibilità, l’autonomia, unita alla competenza sociale e comunicativa, l’autocontrollo, e la consapevolezza e fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi (locus of control interno). A questi si aggiunge una risorsa di estrema importanza: il comportamenti seduttivo, che consente di essere benvoluti e di riconoscere e accettare gli aiuti che vengono offerti dall’esterno.

I fattori protettivi familiari comprendono l’elevata attenzione riservata al bambino nel primo anno di vita, la qualità delle relazioni tra genitori, il sostegno alla madre nell’accudimento del piccolo, la coerenza nelle regole, il supporto di parenti e vicini di casa, o comunque di figure di riferimento affettivo.

Esplorando i fattori protettivi, è possibile individuare cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza (Cantoni, 2014).

I 5 componenti che sviluppano la Resilienza

1. L’Ottimismo. La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi (Seligman, 1996).

2. L’autostima si accoppia all’ottimismo. Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.

3. La Robustezza psicologica (Hardiness). Essa è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.

4. Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.

5. Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto.

In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico. Parlare in termini di resilienza vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e superare un processo di analisi lineare, di causa ed effetto, per cui non è più corretto ragionare dicendo per esempio: “E’ stato gravemente ferito, quindi è spacciato per tutta la vita!”

Il profilo della Resilienza

Se volessimo tracciare un profilo della persona resiliente, questa dovrebbe possedere le seguenti caratteristiche:

– Sopporta i dolori senza lamentarsi e regge le difficoltà senza disperarsi;

– Ha il coraggio di intraprendere con consapevolezza una via che sa essere tortuosa o, comunque, non la più semplice;

– Ama la vita per quello che è nel presente, e coltiva una propria spiritualità e virtù che moderano i timori di morte;

– Ricorda di essere esposta al pericolo in quanto mortale, e nel contempo affronta ciò che lo ostacola per cercare di superarlo con saggia audacia.


Scritto da: Angela Ganci

Dal Sito: www.stateofmind.it


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/03/resilienza-psicologia-positiva/


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/03/resilienza-psicologia-positiva/

giovedì 16 marzo 2017

"Benessere Psicologico" Incontri Informativi Gratuiti




L'Associazione INSIEME Onlus,
Ansia-Attacchi di Panico-Agorafobia
è lieta di invitarvi al secondo appuntamento del ciclo di incontri sul:

"Benessere Psicologico"

25 Marzo 2017

Presentazione del Libro
“Alla Scoperta di Sé” di Raffaella Dalla Libera
Condividere, parlare e confrontarsi sul Disagio Mentale, cercando di abbattere il muro di tabù.





Intervento Dott. Marco Forti Psicologo, Psicoterapeuta
"Il cambiamento come potenzialità per essere liberamente se stessi"

Ore 16.00 presso il Bistrot Kursaal
Piazza Kursaal, 4 - Grottammare (AP)

INGRESSO GRATUITO

Per informazioni:
info@insiemedap.it - www.insiemedap.it 



Psicoterapie a confronto: quale scegliere?



Può capitare che, in un certo momento della propria vita, si avverta l’ esigenza di rivolgersi ad uno psicoterapeuta per risolvere un disagio di natura psicologica, una problematica conclamata o, più semplicemente, perché si desidera acquisire maggiore conoscenza e consapevolezza di se stessi.

Necessariamente si deve fare una scelta relativa a quello che è il percorso più adatto alle proprie esigenze, scelta tutt’ altro che semplice e scontata per chi sia avvicina per la prima volta al mondo della psicoterapia.

È, innanzi tutto, importante specificare che esistono molti tipi di psicoterapia, ognuno dei quali fa riferimento ad una scuola di pensiero diversa e quindi ad un differente approccio metodologico al paziente e che all’ interno di ogni modello si sono evidenziate, nel tempo, sottili differenze.
Partendo dal presupposto che non esiste un tipo di terapia migliore o peggiore rispetto all’altra, esistono diversità significative tra i modelli per quanto riguarda le tempistiche, le modalità di lavoro e gli obiettivi che ognuna di esse si pone.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza…

Tenendo conto della complessità della mente umana, si sviluppa 
l’ esigenza di fare riferimento, per la sua comprensione ed interpretazione, ad un paradigma che la sostenga, ossia ad un insieme di assunti che definiscano i modi per concettualizzare, studiare, raccogliere e interpretare i dati (Davison e Neal, 2001).
Dal paradigma teorico si sviluppano le applicazioni pratiche che danno forma ad ogni approccio psicoterapeutico.

Il paradigma più “antico” può essere considerato quello psicoanalitico che ha avuto come padre fondatore il famoso Freud ma i cui temi cruciali si sono andati modificando nel corso del tempo dando vita a diversi tipi di psicoanalisi.

L’assunto alla base della psicoanalisi classica è che la psicopatologia nasca da conflitti di tipo inconscio e che il processo di guarigione si possa ottenere facendo in modo che tali contenuti rimossi (contenuti coscienti che, in quanto insopportabili per la mente, sono stati trasferiti in una dimensione inconscia) riemergano alla coscienza per essere elaborati, eliminando così la psicopatologia presente. Essendo l’obiettivo quello di entrare in contatto con aspetti inconsci, le sedute psicoanalitiche danno una grande importanza all’interpretazione dei sogni, alle associazioni libere, ai lapsus, all’analisi del transfert e del controtransfert e, in generale, a tutti quegli aspetti che sfuggono al controllo cosciente della persona.

All’interno del paradigma psicoanalitico, oltre a Freud, altri autori di spicco che hanno incoraggiato modalità psicoanalitiche diverse sono, per citarne alcuni: Jung, Lacan, Winnicot, Erikson. Ciò che accomuna tutte gli psicoterapeuti che abbracciano tale indirizzo è che il sintomo viene considerato come conseguenza di un conflitto di natura inconscia che, per potersi risolvere, deve essere reso cosciente. La terapia psicoanalitica prevede che si stabilisca una stretta relazione tra psicoterapeuta e paziente grazie alla quale il primo aiuta il secondo ad elaborare la struttura di tutti quei conflitti che sono responsabili del sintomo manifesto.

Ciò determina un percorso terapeutico piuttosto lungo che porta ad acquisire una maggiore consapevolezza della propria persona a livello globale.

Tali aspetti inconsci non vengono, invece, presi in considerazione da quei terapeuti che abbracciano un’ottica comportamentale, i quali adottano un tipo di psicoterapia interessata a modificare certi comportamenti specifici piuttosto che a scoprire conflitti inconsci (Davison e Neal, 2001).

Partendo dal presupposto che il comportamento è il risultato di un apprendimento, il trattamento terapeutico si basa sul ri-apprendimento di una nuova risposta più adattiva; a tal fine vengono proposte varie tecniche che aiutano il paziente ad avvicinarsi all'oggetto o alla situazione fonte di ansia, ad evitare di perpetuare in certi comportamenti nocivi (per esempio abbuffarsi), abbandonare abitudini fastidiose (come ad esempio la tendenza a ruminare o a mettere in atto comportamenti compulsivi).
Tali terapie agiscono sul sintomo e producono buoni risultati con tutti i disturbi dello spettro ansioso.

Similmente a questi ultimi, gli approcci cognitivo-comportamentali, accanto alla modifica del comportamento, aggiungono una maggiore enfasi sul pensiero del paziente: il terapeuta cerca di modificare anche i processi cognitivi allo scopo di correggere le emozioni oltre ai comportamenti (Davison e Neal, 2001). Ciò apre la strada a diverse correnti di pensiero, di cui, tra le più diffuse ci sono: la terapia razionale-emotiva di Ellis o il modello cognitivo di Beck.

Particolarmente focalizzate sulle emozioni, sono le terapie umanistiche ed esistenziali, le quali si basano sul presupposto che il comportamento disturbato possa essere modificato incrementando la consapevolezza che l’individuo ha delle sue motivazioni e dei suoi bisogni, dando un grande risalto alla libertà di scelta della persona e considerando il libero arbitrio come la caratteristica più importante dell’ essere umano (Davison e Neal, 2001). Esponenti particolarmente noti di questo approccio sono Rogers, con la sua terapia centrata sul cliente e Perls con la terapia della Gèstalt.

La complessità relativamente agli approcci è molto più vasta di quanto io sia riuscita ad esporre fino ad adesso. Altri orientamenti non descritti in questa sede sono, ad esempio:
terapia sistemica, che vede il portatore del sintomo come facente parte di un sistema, quello familiare, dal quale non può essere isolato al fine di essere compreso
costruttivista, che pone una particolare importanza al significato che il sintomo riveste nella vita della persona
bioenergetica, che parte dal presupposto che ciò che avviene sul corpo influenza la mente e viceversa e pertanto si basa sulla comprensione dei processi energetici che avvengono nel corpo
transazionale, che dà una grande importanza al ruolo dell’ esperienza, in particolar modo quella intersoggettiva, con particolare attenzione ai comportamenti comunicativi che l’individuo si costruisce nell'interazione dinamica col proprio ambiente
strategica, che si occupa di eliminare sintomi e comportamenti fonte di sofferenza in tempi molto brevi avvalendosi dell’uso di strategie di cambiamento e della comunicazione persuasiva, focalizzandosi sul presente.

La psicoterapia si rivolge al singolo individuo, alle coppie, alle famiglie ed ai gruppi e, nonostante la modalità di lavoro scelta da ogni approccio sia diversa, uno degli obiettivi comuni è quello di aiutare il paziente a “stare meglio”.

Attualmente, viene rivolto un discreto interesse ai modelli detti integrati, a tutti quei modelli, cioè, che basandosi sui contributi delle diverse proposte teoriche, cercano di fare in modo che i diversi approcci si affianchino e si uniscano al fine di creare un modello più completo, flessibile ed adattabile alle diverse caratteristiche del paziente.

Lo stesso approccio di specializzazione scelto da me, l’approccio comparato, fa parte dei modelli integrati, sebbene quest’ ultimo si focalizzi sul confronto tra un modello e l’altro piuttosto che sulla loro integrazione.
L’obiettivo finale consiste nel tailoring, ossia nella capacità di ritagliare un’intervento psicoterapeutico sugli aspetti peculiari del paziente.

L’essere umano è un essere complesso e, proprio per questo, la disciplina che si occupa di comprenderlo non può che essere altrettanto articolata. Ogni modello psicologico fornisce un vasto ventaglio di possibilità per aiutare il paziente a superare le difficoltà; nonostante questo la scelta di una terapia o dell’ altra è, talvolta, veicolata dalla richiesta del paziente.

Se l’unica esigenza è quella di eliminare un sintomo in tempi rapidi (“Dopo l’ attacco di panico non riesco a prendere il treno e invece devo farlo perché mi serve per andare a lavoro”), le terapie focalizzate sul sintomo, quali quelle comportamentali o strategiche saranno le più efficaci nell’immediato (sebbene non risolvano il problema alla base: “Perché ho avuto un attacco di panico?”).

Al contrario, le terapie analitiche o quelle umanistiche ed esistenziali, focalizzandosi sul vissuto dell’individuo, gli consentono di conoscersi meglio e di annullare, di conseguenza, il sintomo; questo obiettivo, però, richiede molto tempo per essere raggiunto.

Dott.ssa Ilaria Visconti

Dal Sito: www.psicologiaok.com

Effetti collaterali del cambio di stagione: il disturbo affettivo stagionale (SAD)



La primavera è finalmente arrivata!

Molti aspettavano con ansia l’uscita dall’inverno, altri guardano al nuovo cambio di stagione con un po’ di apprensione.

Può succedere, infatti, che il passaggio dall’ora solare a quella legale (e viceversa) rappresenti un momento critico in grado di scombussolare i nostri equilibri neurochimici, provocando uno stato di malessere molto vicino alla depressione.

Se all’inizio della primavera o con l’arrivo dell’autunno regolarmente cominciate a sentirvi stanchi, irritabili, apatici…con ogni probabilità soffrite di un Disturbo Affettivo Stagionale (SAD), legato all’influsso delle variazioni climatiche sul sistema endocrino.
Ma niente paura! A tutto c’è un rimedio…a volte più di uno!

L’inizio della primavera è sempre un periodo molto atteso ma è anche una fase piuttosto difficile dal punto di vista psicofisico per gli effetti che il cambio di stagione ha sulla nostra fisiologia, sullo stile di vita e sull’umore.

Così disturbi temporanei come stanchezza, sonnolenza, depressione, senso di malessere generale, possono essere frequenti.

E non solo: il cambio di stagione è un momento critico anche per chi già soffre di depressione poiché le sollecitazioni acutizzano i disturbi preesistenti.

Già Ippocrate nel 400 a.C. descriveva una depressione legata alle stagioni, ed anche oggi circa il 25% della popolazione, va incontro a cambiamenti dell’umore, del sonno e dell’attività socio-lavorativa.

In particolare, quando i mutamenti sono ciclici, ad ogni inizio di primavera (in percentuale minore) e d’autunno, si può presentare quello che scientificamente viene definito disturbo affettivo stagionale (SAD).

Il SAD (Seasonal Affective Disorder, sigla coniata da Rosenthal et al. nel 1984) è un disturbo ciclico dell’umore vero e proprio ed è descritto anche nella guida ai disturbi psichiatrici, il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder) come modalità di decorso dei disturbi dell’umore. Colpisce circa il 2-3% della popolazione europea in una fascia di età compresa fra i 20 e i 40 anni, con una maggiore incidenza nelle donne.

I sintomi sono facilmente diagnosticabili: stanchezza, irritabilità e sbalzi d’umore, scarsa concentrazione, apatia, eccessivo appetito con forte desiderio di mangiare cibi ad alto contenuto di carboidrati, ed infine ipersonnia e letargia.
Ma quali sono le cause che provocano il disturbo affettivo stagionale?

Le cause non sono ancora chiare, le ricerche condotte finora suggeriscono che la ragione è da ricercare nelle variazioni climatiche di temperatura, umidità e pressione, in grado di influenzare alcune sostanze chimiche (neurotrasmettitori) responsabili del nostro umore, primo tra tutti la serotonina. Soprattutto la variazione di luce solare influirebbe sulla produzione di questo neurotrasmettitore che regola anche il ciclo di sonno-veglia e di melatonina, ormone anch’esso coinvolto nella regolazione del sonno, “inceppando” la capacità di adeguare e sincronizzare i ritmi fisiologici e causando stress, inizialmente solo fisico e poi anche psicologico.

Nella maggioranza dei pazienti con SAD infatti i livelli di melatonina, che viene prodotta durante la notte, non presenterebbero le normali fluttuazioni, rimanendo alti per circa due ore in più rispetto al normale.

In primavera così, il nostro corpo si prepara al caldo con variazioni endocrine, e alla maggiore esposizione alla luce variando il livello di secrezione di melatonina. Se questa variazione provoca livelli di produzione anormali (troppo alti o troppo bassi), è stato documentato che possono comparire sintomi collegati a disturbi psichici.

Con il cambiamento dell’ora legale, inoltre, il nostro corpo deve adeguarsi alle modificazioni dell’orologio solare: un processo lento che si può paragonare a quello che avviene quando siamo soggetti ad un cambiamento di fuso orario.

Col passaggio alla stagione invernale, invece, quando l’esposizione alla luce diminuisce, si è osservato che i livelli di trasportatori della serotonina, che servono a rimuoverla, aumentano. Questi trasportatori troppo veloci provocherebbero una eccessiva riduzione della concentrazione del neurotrasmettitore, che trasformato permette, tra l’altro, la sintetizzazione della stessa melatonina.

A livello pratico dunque, come si può diagnosticare il SAD?

Rosenthal et al. hanno elaborato un questionario retrospettivo di facile somministrazione per valutare la suscettibilità ai cambiamenti stagionali. Il SPAQ (Seasonal Pattern Assessment Questionnaire) è suddiviso in quattro sezioni:


  1. la prima, considerata la più importante, permette di calcolare la tendenza dell’umore a variare nel corso delle stagioni, valutando in che misura sonno, rapporti sociali, umore, peso, appetito e livello di energia mutano;
  2. la seconda sezione permette di delineare un profilo stagionale individuale;
  3. la terza raccoglie informazioni sulla reattività ai cambiamenti climatici;
  4. la quarta parte indaga se l’esaminato percepisce come un problema le eventuali variazioni.

Vengono poste domande come, per esempio:

Ci sono state due o più settimane durante le quali:
Le è capitato di avere difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, oppure al contrario di addormentarsi?
Le è capitato di sentirsi stanco e con poca energia?
Le è capitato di avere poco appetito o di mangiare troppo?
Oppure di perdere o acquistare un peso considerevole nonostante fosse a dieta?


Dopo la diagnosi, il passo successivo è quello di curare il disturbo.

Con buoni risultati, ma ancora non scientificamente provati, il SAD potrebbe essere curato con la melatonina, già utilizzata contro la sindrome del jet-lag e, anche se i pareri medici sono discordanti, contro l’insonnia.

Inoltre, in Europa Settentrionale, non a caso la zona più colpita da questo tipo di depressione, nei mesi autunnali ed invernali è diffusa la “bright light therapy”, ovvero la fototerapia, in cui il paziente viene esposto a una sorgente luminosa superiore a 2000 lux.

Quando è efficace, la fototerapia si caratterizza per la precocità del miglioramento sintomatologico e la scarsità di effetti collaterali.

Forse meno specifiche, ma in ogni caso soluzioni significative, sono poi sia la terapia di gruppo, grazie alla quale ogni partecipante può condividere i propri vissuti e stati emotivi, uscendo dall’isolamento sociale, sia, a livello individuale, il mantenimento di uno stile di vita sano (un corpo forte e in buona salute avverte in maniera meno netta i disagi legati al cambio di stagione).


Dott.ssa Valeria Buono

Dal Sito: www.psicologiaok.com


martedì 14 marzo 2017

Ansia anticipatoria


L'ansia è, per definizione, l'anticipazione di un pericolo, e quindi ogni condizione di ansia è, in qualche modo, anticipatoria.
il termine ansia anticipatoria viene però utilizzato soprattutto per descrivere una condizione caratteristica del Disturbo di Panico e della Fobia Sociale in cui si manifesta ansia alla sola idea di dover affrontare in un futuro più o meno lontano alcune situazioni temute (viaggi, guida, allontanamenti da casa, rimanere da soli, parlare in pubblico, esporsi al giudizio degli altri, etc.).
Per comprendere l'ansia anticipatoria, e anche il modo di superarla, bisogna tener conto del fatto che il meccanismo di allarme è primitivo: il nostro corpo reagisce all'idea del pericolo come se si trattasse di un pericolo alla nostra sopravvivenza, esattamente come accade per gli animali che sono minacciati da un predatore, o come accadeva ai nostri antenati, e come purtroppo a volte accade tutt'ora, quando siamo esposti a minacce fisiche di qualche genere.
Qualsiasi sia la fonte di allarme, la reazione del corpo è la preparazione all'attacco o alla fuga, come se ci fosse un predatore o un nemico che ci minaccia. Il cuore batte più in fretta e il respiro si fa più intenso per portare più ossigeno ai muscoli, assumiamo inconsapevolmente una postura di difesa, e la muscolatura degli arti si tende come se si dovesse essere pronti a correre o a lottare. Anche il cervello si prepara ad una situazione di attacco o fuga restringendo il campo di attenzione ai segnali di pericolo e eliminando ogni interferenza che riguardi occupazioni pacifiche come alimentarsi, lavorare, riposarsi, giocare, etc.
Si tratta dunque di una risposta ancestrale dell'organismo che si prepara ad una situazione di emergenza in cui bisogna lottare o fuggire, anche se anticipiamo con la mente delle situazioni che non hanno nulla a che fare con l'assalto di predatori o nemici.
Si può quindi comprendere la trappola mentale in cui cade chi soffre di panico o di fobia sociale: se l'anticipazione del pericolo è la stessa idea di stare in ansia (come quando si teme di avere un attacco di panico) o di mostrare segni di ansia davanti agli altri (come arrossire, tremare, bloccarsi), si finisce per attivare la reazione di allarme all'idea di stare in allarme!
È la nota paura della paura che è alla base del meccanismo del panico e della fobia sociale.
La conseguenza più negativa dell'ansia anticipatoria è la tendenza a rinunciare a fare le cose importanti per la propria vita, come viaggiare, allontanarsi dalle situazioni considerate "sicure", esporsi davanti agli altri, e così via.
Questa condizione si chiama evitamento e, alla lunga, produce riduzione dell'autostima o sintomi depressivi che si aggiungono al problema originario.
Contrariamente a ciò che si pensa comunemente, l'obiettivo di una terapia efficace non è di eliminare l'ansia dalla propria vita (obiettivo impossibile, in quanto l'ansia, come abbiamo visto, è una reazione ancestrale e fisiologica), ma di ridimensionare la paura di stare in ansia, la possibilità di poter sperimentare la reazione di allarme per quella che è, imparando a governarla, senza esserne terrorizzati.
Si guarisce dal panico e dalla fobia sociale solo se si apprende a stare in ansia, esattamente come tutti gli esseri umani, senza attivare il circolo vizioso di ansia che alimenta ansia fino a sfociare in veri e propri attacchi di panico.
Un buon trattamento di queste condizioni prevede fondamentalmente tre cose:
1. apprendere a governare l'ansia, in altri termini a calmarsi, con delle semplici tecniche di attenzione al respiro.
2. riconoscere e superare i pensieri catastrofici che si attivano quando si è in ansia (paura di morire, di avere un malore, di svenire, di perdere il controllo, di impazzire, di fare qualcosa di estremamente imbarazzante davanti agli altri).
3. esporsi alle situazioni temute, invece di evitarle.
La terapia che più di ogni altra ha dato risultati molto positivi in tal senso è la psicoterapia cognitivo comportamentale soprattutto nella sua versione più recente detta psicoterapia cognitivo comportamentale di terza generazione grazie alla quale ci si esercita a distinguere in modo sistematico tra le sensazioni fisiche dell'ansia (assolutamente innocue) e l'immaginazione che le fa percepire come catastrofiche. L'allenamento a discriminare tra i pensieri dell'ansia e le sensazioni fisiche si chiama defusione ed è l'obiettivo primario degli approcci più avanzati di psicoterapia.



di Pietro Spagnulo

mercoledì 8 marzo 2017

La mia favola...





C'era una volta una principessa triste che si era dimenticata cosa significasse vivere, non mangiava più, non usciva più, non parlava più con nessuno e non riusciva nemmeno a prendersi cura di se stessa. 

Era diventata una piccola insignificante larva anche difficile da accudire per chi gli stava vicino.
I giorni passavano in fretta e la principessa non trovava nulla per cui valesse la pena tirare fuori quella forza necessaria per poter di nuovo tornare a sorridere.
Passò l'inverno chiusa in casa, tutti intorno a lei le ripetevano che fuori c'era la sua vita che l'aspettava, passò la primavera e a malapena la principessa riusciva ad affacciarsi dalla finestra per vedere i fiori sbocciare.
Arrivò l'estate, calda, troppo calda per lei, e il suo corpo iniziava a cedere.
Un bel giorno alla sua porta bussò un ragazzino, biondo con gli occhi azzurri. Con un viso solare e felice. 
No! Cosa avete capito non era il principe azzurro!
Lui si avvicinò, appoggiandosi alla porta, chiese alla principessa:
" Ciao principessa sono venuto a chiederti se volevi uscire a fare una passeggiata".
La principessa, sbalordita, malconcia e in pigiama, rispose: 
"Ciao, no, io non esco da casa da oltre due stagioni, come puoi pensare che io possa oltre passare questa porta?? Ho paura!"
Il ragazzo con una certa insistenza di nuovo: 
"principessa, devi farti bella, truccarti, metterti il tuo vestito più bello e devi uscire con me!"
"Accidenti, insistente il tipo qui, ma che vuole da me?" 
la principessa borbottava arrabbiata dentro di se, ma il ragazzo non faceva un passo, era sempre fermo li con un braccio appoggiato alla porta e non si muoveva di un millimetro.
Ad un certo punto con voce sostenuta la principessa urlo: 
"Io non esco, ho paura, non mi vesto, non mi trucco, non voglio fare un bel nulla! E poi perché dovrei uscire con te?"
Il ragazzo sorrise vedendola cosi arrabbiata, dopodiché la fece affacciare dalla porta e le disse:
"principessa, io non sono venuto per aiutare te ma, sono venuto perché sono io ad avere bisogno di te, la vedi quella li fuori, è la mia carrozza, purtroppo si è fermata e, visto che Dio non mi ha donato del tutto l'uso delle gambe, è il mio unico e indispensabile mezzo per muovermi. Guardandoti dalla finestra ho pensato che eri la persona adatta per aiutarmi, eri li senza far nulla, guardavi il soffitto, quindi mi sono chiesto perché no, sarebbe bello passeggiare insieme e farmi spingere la carrozza da lei."
La principessa smarrita completamente, i sensi di colpa che la divoravano "Come ho fatto a non capirlo? Ma come è possibile un ragazzino cosi bello, solare, come è possibile? E ora cosa faccio? Non mi posso rifiutare! Lo devo aiutare, mi devo vestire, lavare, truccare! Ho un aspetto di uno zombie non posso uscire così!" 
E la sua mente, i suoi pensieri pian piano iniziarono ad andare altrove, a quel ragazzino biondo con gli occhi azzurri che non poteva correre come tutti i ragazzini normali.
Si preparò, si affacciò dalla porta e il ragazzino le disse: 
"Sei pronta a portarmi a fare una passeggiata? Non farmi fare brutta figura principessa, guida bene la mia carrozza!"
Da quel preciso istante dentro alla testa della principessa scattò qualcosa di immenso, qualcosa di magico, 
quella "inarrestabile voglia di vivere". 
Il suo angelo biondo con gli occhi azzurri gli aveva aperto la via, quella via chiamato "dono", 
il grande dono della vita, da amare con tutte le sue sfaccettature.

Eli ღ ღ ღ