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sabato 16 novembre 2019

Quando la paura di morire ci impedisce di vivere


La parola tanatofobia deriva dal greco thanatos che significa morte, e phobos che significa paura, letteralmente “paura della morte”. La tanatofobia, colpisce milioni di persone in tutto il mondo. In alcuni individui può generare ansia e/o pensieri ossessivi. Più precisamente, la tanatofobia è la paura della morte e/o della propria mortalità, mentre la paura delle persone che muoiono o delle cose morte è conosciuta come "necrofobia", che è un concetto leggermente diverso. La nostra esistenza è sempre adombrata dalla consapevolezza che cresceremo, giungeremo a maturazione finché, inevitabilmente, avvizziremo e moriremo.
Per alcuni la paura della morte si manifesta solo in modo indiretto, vuoi come un’inquietudine generalizzata o mascherata sotto le sembianze di un diverso sintomo psicologico; altri individui sperimentano un flusso esplicito e cosciente di angoscia nei confronti della morte; e per altri ancora la paura della morte si manifesta nell’esplosione di un terrore che impedisce qualsiasi felicità e realizzazione.

L’angoscia riguardo alla morte aumenta e diminuisce durante il ciclo vitale. I bambini fin da piccoli non possono fare a meno di notare il manifestarsi intermittente della mortalità che li circonda (foglie, insetti e animali domestici morti, nonni che scompaiono). Poi, dai sei anni fino alla pubertà la paura della morte solitamente rimane in secondo piano per erompere con tutta la sua forza durante l’adolescenza. Gli adolescenti spesso sono assillati dalla morte e alcuni di loro prendono in considerazione l’idea del suicidio. Molti giovani di quell’età possono rispondere all’angoscia di morte diventando maestri e dispensatori di morte nella vita virtuale, grazie ai videogiochi. Altri sfidano la morte con umorismo macabro e canzoni in cui viene schernita, o guardando film horror con gli amici. Altri adolescenti sfidano la morte affrontando rischi temerari. Con il passare degli anni le preoccupazioni adolescenziali nei confronti della morte vengono spinte da parte dai due compiti principali dell’esistenza di un giovane adulto: dedicarsi alla carriera e mettere su famiglia. Tre decadi più tardi, quando i figli si allontanano da casa e ci si avvicina alla pensione, si viene assaliti dalla crisi di mezza età e l’angoscia della morte erompe con tutta la sua forza.

Sin dall’alba dei tempi la morte ha avuto un ruolo centrale nelle dottrine religiose e nel pensiero filosofico. Secondo Epicuro, filosofo greco nato nel 341 a.C., c’era un solo obiettivo adeguato per la filosofia: alleviare la miseria umana causata dalla nostra onnipresente paura della morte. Secondo questo filosofo, il cui nome è legato alla corrente di pensiero dell’epicureismo, la visione spaventosa della morte interferiva con il godimento della vita e intaccava ogni forma di piacere. Fa parte del genio di Epicuro aver anticipato la visione contemporanea dell’inconscio: fu lui a evidenziare infatti che le preoccupazioni di morte non sono consapevoli per la maggior parte degli individui, ma devono essere dedotte da manifestazioni sotto mentite spoglie. Epicuro formulò una serie di argomentazioni per tentare di alleviare l’angoscia della morte. Ne propongo tre, a mio avviso preziose all’interno di un lavoro di psicoterapia. 
La prima argomentazione è quella della mortalità dell’anima. Secondo Epicuro l’anima è mortale e perisce assieme al corpo. Se siamo mortali e l’anima non ci sopravvive, allora non abbiamo nulla da temere, non avremo coscienza né rimpianti. 
Nella seconda argomentazione Epicuro ipotizza che la morte per noi non sia nulla, in quanto l’anima è mortale e si disperde con la morte. Quel che è disperso non percepisce, e qualsiasi cosa non percepita per noi è il nulla. In altre parole: dove sono io, non è la morte, dove è la morte non sono io. Epicuro affermava: perché temere la morte se noi non la possiamo mai percepire?

La terza argomentazione di Epicuro sostiene che la nostra condizione di non essere dopo la morte è la stessa nella quale ci trovavamo prima della nascita. Credo sia confortante pensare che le due condizioni del non essere, il tempo che precede la nostra nascita e quello che segue la nostra morte, siano identiche e che noi abbiamo tanta paura della seconda e così poca preoccupazione riguardo alla prima.

Il dover affrontare l’idea della morte non porta necessariamente alla disperazione e non priva la vita di qualsiasi scopo. Al contrario può essere una consapevolezza che conduce ad una vita più piena. Secondo Irvin D. Yalom, psichiatra e psicoterapeuta americano di fama mondiale, anche se la fisicità della morte ci distrugge, l’idea della morte ci salva. Secondo l’autore alcune esperienze, che lui chiama esperienze di risveglio, ci fanno sintonizzare con il semplice fatto che le cose sono, che noi siamo, con il “miracolo dell’essere” in sé. In questa modalità di pensiero non solo siamo più consapevoli dell’esistenza, della mortalità e delle altre caratteristiche immutabili della vita, ma anche più pronti a operare cambiamenti significativi. Molti resoconti di cambiamenti significativi e durevoli originati da un confronto diretto con la morte sono una prova a sostegno di questa opinione. Secondo Yalom i catalizzatori principali per un’esperienza di risveglio sono eventi pressanti dell’esistenza, come il dolore per la perdita di qualcuno che si ama, una malattia che mette a rischio la vita, la rottura di una relazione intima, alcune pietre miliari della nostra esistenza come un compleanno importante (cinquanta, sessanta, settant’anni), traumi dovuti a eventi tragici quali un incendio o una violenza o una rapina, oppure il figli che lasciano la casa, la perdita di un lavoro, l’andare in pensione.

Molto spesso chi ha paura di moriremanifesta i sintomi di ansia intensa al solo pensiero della morte. Paura intensa, tensione, tremolio, pianto, disperazione. Sono questi i sintomi più comuni per chi ha questo tipo di paura. Questo tipo di paura è molto più frequente nelle persone con ansia, depressione e ipocondria. Spesso questa forte paura ha alla base un significato più nascosto. Le cause sono da attribuire ad  un ricordo o un trauma che ha messo in discussione il proprio rapporto con la morte. Per esempio si può sviluppare in persone che hanno perso un genitore durante l’infanzia. 
Le paure più legate alla tanatologia in cui si manifesta eccessiva ansia sono: la paura di morire da un momento all’altro, la paura di morire di parto, la paura di morire di infarto, la paura di morire di notte, la paura di morire giovani o la paura di morire dopo un lutto.

Il trattamento più efficace per liberarsi della tanatofobia è senza ombra di dubbio la psicoterapia psicodinamica. La terapia psicologica, individuale o familiare, mira a comprendere le cause sottostanti la fobia e ad individuare i meccanismi di pensiero che innescano la reazione fobica e a sostituirli con schemi di pensiero e di comportamento più funzionali. Essa, inoltre, aiuta anche a capire come superare l'ansia ed affrontare la paura della morte.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta

lunedì 1 aprile 2019

Lutto: come affrontarlo e superarlo

Come superare e affrontare la perdita di una persona cara.

Perdere una persona cara è una delle prove più difficili alle quali ci sottopone la vita. Di colpo viene a mancare un punto di riferimento, si sente un grande senso di vuoto nel cuore e ci si trova a dover vivere per sempre con la consapevolezza di non poter rivedere quella persona.
Si tratta di un momento estremamente difficile, nel quale alla perdita si unisce un senso di impotenza nei confronti di uno dei fenomeni che si accetta con maggior difficoltà, ovvero la morte.
Certo, il dolore di un lutto varia a seconda di chi lo prova e del rapporto che c’era con la persona estinta. Ciò che è certo, però, è che lascia sempre una scia di dolore dal quale presto o tardi bisogna imparare a difendersi, perché come è usanza dire, per quanto sia brutto e doloroso da accettare, la vita va avanti.
Il problema, in questo caso, è il come farla procedere alla luce di una sofferenza che sembra impossibile da far passare e oggi, noi di chedonna.it cercheremo di portare alla luce alcune delle strategie consigliate da diversi psicologi.

Lutto, le cinque fasi che lo compongono

Quando si vive un lutto, si attraversano una serie di emozioni che possono variare da persona a persona sia per entità che per tempi. La prima cosa da prendere in considerazione è quindi quella di non fare paragoni né con gli altri né con se stessi per dei lutti precedenti. Ciò che più conta in questi casi è infatti il riuscire ad elaborare il lutto perché se ciò non avviene nel modo corretto, la ripresa non ci sarà mai ed il rischio è quello di venirne logorati in modo anche grave. Prima o poi chiunque ha sentito parlare di fasi del lutto. Si tratta di una teoria descritta dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kubler Ross che ha descritto in cinque step le emozioni che solitamente si provano dopo un lutto e che, sebbene non è detto che si presentino sempre allo stesso modo, possono essere utili per comprendere i processi mentali ed emotivi ai quali si va incontro in un simile momento.

Negazione. Si tratta della primissima fase. La morte di qualcuno a noi caro crea infatti un senso di destabilizzazione difficile da sopportare. Con la persona vengono a mancare improvvisamente dei gesti, delle abitudini e tutta una serie di ritualità ad essa legate. Si sente un senso di vuoto improvviso e difficile da spiegare e tutto ciò rende estremamente difficile accettare quanto accaduto. Come per una sorta di difesa, quindi, si tende a negare l’accaduto. Si continua a pensare di andare a far visita a quella persona, di chiamarla o si apparecchia anche per lei. Si tratta di uno scontro costante tra ragione e cuore. La prima cerca di capire, l’altro non ne vuole sapere e così l’unica cosa che si riesce a pensare è che non è possibile che ciò sia accaduto davvero e che non è giusto.

Patteggiamento. È una fase difficile da definire e del tutto irrazionale. Essa porta a vivere il dolore del lutto come fosse qualcosa di temporaneo. Come se terminato il dolore estremo si potesse tornare indietro, a quando cioè la persona era ancora in vita. Così ci si trova a pensare a cosa si sarebbe potuto fare o aosa si farebbe se il tempo scorresse al contrario facendo sparire il senso di perdita e facendo tornare la persona estinta. Si tratta di un modo per fare a patti con il dolore, dandogli dei tempi ben definiti in modo che non sia travolgente e che abbia delle piccole pause consolatorie nelle quali l’illusione riesce a lenire il senso di vuoto altrimenti incolmabile e insopportabile.

Rabbia. Ad un certo punto, quando il tempo è testimone del fatto che la perdita è definitiva, si inizia a provare rabbia per quanto accaduto. Patteggiare non serve più a nulla, la mente inizia a riconoscere che non ci sarà un ritorno e questo porta ad una rabbia estrema, per l’ingiustizia subita, per tutto ciò che poteva ancora essere e per l’inesorabilità della morte che ha creato un vuoto che non sarà mai più colmabile e che resterà per sempre lì a far male, come una ferita aperta.

Depressione. La rabbia richiede una serie di energie che alla lunga finiscono con lo svuotare dall’interno. Così, giunge la depressione. In questa fase ci si sente vuoti, soli, incapaci di intervenire in qualsiasi modo sul proprio dolore. Si piange e si resta apatici per un po’. Si pensa che nulla ha più senso, non si ha voglia di far nulla se non crogiolarsi in questa forma passiva di dolore che in qualche modo rappresenta però il punto più basso e quindi lo step finale di un dolore senza fine che d’ora in avanti, finito questo momento, potrà solo riportare alla risalita.

Accettazione. Ed è così che si giunge all’ultimo stadio, quello dell’accettazione. Il tempo dimostra che si può andare avanti. Dapprima trascinandosi tra lavoro e impegni, successivamente iniziando a respirare consapevolmente, ad apprezzare un buon pasto, a sorridere nel ripensare a dei momenti di puro amore che si sono condivisi con chi ora non c’è più. E così, seppur con dolore, si accetta quanto avvenuto, si fa spazio ai ricordi e ci si rende conto che quella persona è sparita fisicamente ma è sempre viva nel proprio cuore e nella propria mente. Che ci accompagnerà seppur in modo diverso e che da adesso si potrà vivere anche in sua memoria, per far si che viva ancora, seppur in modo diverso, attraverso le nuove azioni che si compiranno.

Lutto, come agire ed affrontarlo

Ma quali sono, quindi, i passi da compiere per affrontare e superare il dolore di un lutto?
Prima di tutto è bene ricordare che ogni persona è un caso a se e che in simili casi è indispensabile accogliere ogni sorta di emozione senza pensare che ce ne siano di giuste o di sbagliate. Qualsiasi cosa si provi andrà accolta ed elaborata perché solo così si potrà andare avanti, trasformando il dolore in accettazione ed imparando a vivere con la consapevolezza, seppur triste, che la perdita fa purtroppo parte della vita e che pertanto va accettata e compresa.
Detto ciò, ecco alcuni tra i consigli che gli psicologi tendono a dare più spesso.

Accettare le proprie emozioni. Prima abbiamo accennato alle fasi del lutto. È bene ricordare, però, che non siamo tutti uguali e che per alcuni, questi momenti potrebbero avere un ordine diverso o mancare di alcuni step. Si tratta di un viaggio personale in cui ciò che conta è saper accettare ciò che si prova senza respingere alcun tipo di emozione per quanto strana o dolorosa possa essere.

Saper riconoscere i segnali del dolore ed affrontarli. Quando si vive un lutto ci si lascia spesso andare. È importante però mantenersi vigili e riconoscere i segni del proprio dolore che possono essere sia fisici che emotivi e tra i quali i più frequenti sono:

mancanza di sonno

inappetenza

voglia di non fare nulla

desiderio di non provare più momenti di gioia

senso di colpa

attacchi di ansia o di panico

sollievo nel sapere che la persona amata ha smesso di soffrire e senso di colpa per questa emozione che, invece, è del tutto naturale

tendenza a chiudersi in se stessi e ad isolarsi dagli altri

dolori fisici

tachicardia, nausea, etc…

Si tratta di sintomi normali che vanno però affrontati. Perché solo obbligandosi a vivere, ci si ritroverà a farlo in modo sempre più naturale.

Non sforzarsi di essere forti. Spesso quando si vive un lutto ci si sente dire che bisogna essere forti. Se ciò da un lato è vero, spesso viene interpretato in modo sbagliato pensando di dover nascondere il proprio dolore. Affinché un lutto possa essere elaborato è invece indispensabile piangere e sfogarsi fin quando il dolore non diventerà più sopportabile, assumendo una forma diversa e più gestibile. Esprimere il dolore è infatti un modo per accettarlo e per arrivare ad una corretta elaborazione del lutto.

Condividere il dolore con qualcuno. Se si hanno parenti o amici che erano legati a quella persona, ricordarla insieme avrà un che di consolatorio. Altrimenti è importante scegliere un amico o una persona fidata alla quale esternare come ci si sente. Avere comprensione ed empatia, in questi casi, è un buon modo per sentirsi meno soli e per lenire seppur leggermente il dolore che si sta provando.

Trovare qualcosa di consolatorio. Per alcune persone può essere la fede nella propria religione e la certezza che un giorno si avrà modo di rivedere la persona cara. Per altre ci vuole qualcosa di più tangibile come il poterla salutare poco a poco. Ciò si può fare sistemando le sue vecchie foto o tenendone una in bella vista, in modo da potergli parlare quando ci si sente particolarmente giù. Un modo di fare in uso tra diverse culture. Basti pensare che in Giappone si usa avere una sorta di piccolo altare dedicato ai familiari dove si tiene la foto della persona che non c’è più, accendendogli ogni tanto dell’incenso o offrendogli dei dolci per rispettarne la memoria e tenerla in qualche modo sempre presente nella propria vita. Altri modi possono essere la scrittura di un diario e l’arte in generale. Qualsiasi cosa sia consolatoria andrà più che bene, specie se fa sentire più vicina la persona della quale si sente la mancanza.

Questi sono solo alcuni degli step indispensabili per affrontare il dolore di un lutto. In alcuni casi, però, da soli non bastano ed è necessario ricorrere all’aiuto di uno specialista.
Seguire corsi che aiutino ad accettare il lutto può essere utile così come può esserlo fissare alcune sedute di psicoterapia. Ciò che conta, infatti, è riuscire a superare le fasi del dolore perché restare per sempre arrabbiati o sconsolati rischia di rovinare la propria vita e ciò non riporterà in vita chi non c’è più ma renderà impossibile ricordarlo nel modo giusto, cioè con amore e con la gratitudine di aver avuto dei momenti preziosi da poter portare per sempre nel cuore.
È bene ricordare, infatti, che il senso di mancanza per chi non c’è più, se da un lato è come una cicatrice che ci si porta dentro per sempre, dall’altro è il segno indelebile della sua esistenza nel mondo e nelle vite di chi lo ha amato e continuerà ad amarlo per sempre. E questo, è ciò che rende la morte qualcosa di solo fisico, facendo si che l’essenza della persona resti viva per sempre.

Dal Sito: chedonna.it

giovedì 31 maggio 2018

LUTTO E DEPRESSIONE


Superare la morte di una persona cara è un’esperienza molto difficile che in taluni casi, per fortuna rari, può innescare sindromi depressive. Non bisogna però confondere la normale reazione ad un lutto, che presenta manifestazioni molto simili a quelle della depressione, con una vera malattia.

Le fasi del dolore Il dolore che provoca un lutto si sviluppa normalmente in cinque fasi. 

  • Negazione della realtà e isolamento Si tratta di un meccanismo di difesa che ci permette di attenuare l’intensa fase iniziale del dolore. E’ una risposta psicologica temporanea.
  • Rabbia Quando gli effetti mascheranti della negazione della realtà e dell'isolamento cominciano a svanire, la realtà ed il relativo dolore riappaiono. Ma non si è ancora pronti. L'emozione intensa è deviata dall’oggetto del dolore e riorientata e si esprime come rabbia. Rabbia che si può anche orientare verso il soggetto che ci ha provocato il dolore. A questo si può aggiungere un senso di colpa per essere arrabbiati e questo non fa che alimentare la rabbia stessa.
  • Auto recriminazioni Si incomincia poi una fase in cui si auto recrimina su azioni che si sarebbero potute compiere per evitare o ritardare il lutto. Se ci fossimo rivolti al medico prima, se avessimo richiesto l’intervento di altri specialisti, in altre strutture…
  • Depressione Due tipi di depressione sono associati al dolore che provoca un lutto. Una depressione più profonda ed una più legata agli aspetti pratici che il lutto può comportare. La durata di questa fase varia da alcune settimane e sei mesi. Le manifestazioni più tipiche sono umore depresso, sentimenti di tristezza, inappetenza, crisi di pianto, agitazione e scarsa concentrazione. La maggior parte delle persone ha la sensazione che il defunto sia in qualche modo ancora presente.
  • Accettazione Dopo la fase di depressione, i sintomi depressivi regrediscono e la persona tenta di tornare alla normalità. La durata di questa fase è variabile e non tutti riescono a raggiungerla.
Come superare la depressione

Non bisogna troppo reprimere i sentimenti, bisogna lasciare sfogare le emozioni, anche se in una fase iniziale possono apparire eccessivamente intense. 
Conviene cercare la comprensione di parenti ed amici, non chiudersi in se stessi. Sostenersi a vicenda può essere di grande aiuto. 
Il ricorso ad uno specialista, psicologo, è richiesto solo in casi speciali, dove il passaggio attraverso le varie fasi del dolore non riesce a risolversi.

Psicofarmaci

L’assunzione di antidepressivi può essere controproducente nelle prime fasi creando delle interferenze con il processo progressivo di risoluzione del lutto. Se non si riesce a dormire le prime notti, il medico può prescrivere dei tranquillanti, ma soltanto per un periodo limitato di tempo superato il quale il trattamento dovrebbe essere interrotto.


Dal Sito: benessere.com