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mercoledì 27 novembre 2019

La risoluzione del trauma con la tecnica E.M.D.R.


Comprendere cosa genera i sintomi è importante perché ogni disturbo ha una sua identità a una sua storia. Bisogna interrogarsi su quali esperienze sociali negative sono rimaste impresse nella mente di quella persona tanto da condizionarla oggi. A volte i sintomi emergono a seguito di eventi dall’impatto fortemente negativo, altre volte invece si manifestano in maniera apparentemente improvvisa e hanno un effetto “domino” su tanti aspetti del quotidiano (con il partner, in famiglia, a lavoro).

Una tecnica che si sta rivelando estremamente efficace nel trattamento dei disturbi psicologici di vario livello si chiama EMDR (Eyes Movements Desensibilization Reprocessing) e si basa sullalocalizzazione degli eventi traumaticie sulla riduzione degli effetti negativi nella vita della persona.

Quando si vivono momenti di forte disagio può capitare di sentirsi sopraffatti da sensazioni negative e spiacevoli perché la mente non riesce a contenerli e circoscriverli, per cui le tracce di quell’evento rimanendo cristallizzate nelle reti neurali nella loro forma più arcaica – pensieri, sentimenti, emozioni – possono riattivarsi quando vengono sollecitati da episodi “specifici” del quotidiano.

Il continuo ripresentarsi di qualcosa vissuto nel passato che rappresenta un “sentire” profondamente disturbante accade proprio in virtù delle tracce lasciate nelle “reti” che sono separate dal sistema mnemonico adattivo della persona. Ma da cosa si originano le reti neurali? Ogni rete è formata da informazioni provenienti da 4 canali: il canale sensoriale (prevalentemente vista, ma anche tatto, udito e olfatto), il canale emotivo, il canale cognitivo (dove sono presenti sia le convinzioni negative associate alla memoria traumatica che le cognizioni positive che la persona vorrebbe fossero associate alla memoria una volta che questa viene elaborata), ed in fine le sensazioni corporee.

I due emisferi cerebrali non si influenzano reciprocamente, ma sono responsabili in maniera esclusiva della elaborazione distinta delle informazioni provenienti dai 4 canali, pertanto è necessaria la stimolazione bilaterale per connettere l’emisfero che contiene le sensazioni corporee a quello che contiene l’informazione cognitiva ed ottenere così tutti i contributi necessari per una adeguata elaborazione dell’evento traumatico.

Ed è proprio sulla stimolazione alternata degli emisferi che si fonda la tecnica EMDR: attraverso i movimenti oculari destra/sinistra, o l’alternanza di suoni destra/sinistra, o la stimolazione tattile prima nella mano destra e poi in quella sinistra che si sollecitano i due emisferi a restituire le informazioni immagazzinate, un po’ come se restituissero i pezzi del puzzle che hanno sottratto in un tempo passato per poterlo ricomporre nel qui ed ora!

Così facendo i ricordi disturbanti perdono la loro carica emotiva negativa (fase della desensibilizzazione), e ciò può accadere in una o più sedute indipendentemente da quanti anni siano trascorsi dall’evento traumatico.

Dopo l’EMDR la persona ricorda l’evento ma il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più funzionale, generando uno schema cognitivo ed emotivo positivo.

L’immagine cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta, i pensieri intrusivi e le sensazioni corporee in genere si riducono di intensità o spariscono completamente, diventando più adattavi.

L’elaborazione dell’esperienza traumatica che avviene con l’EMDR permette alla persona di cambiare prospettiva, cambiando le valutazioni cognitive su di sé, incorporando emozioni adeguate alla situazione attuale.

Il trattamento EMDR può rivelarsi utile anche in situazioni che risultano difficili sa superare ed elaborare, come ad esempio può aiutare a ridurre la sofferenza legata ad un lutto.

lunedì 1 aprile 2019

Lutto: come affrontarlo e superarlo

Come superare e affrontare la perdita di una persona cara.

Perdere una persona cara è una delle prove più difficili alle quali ci sottopone la vita. Di colpo viene a mancare un punto di riferimento, si sente un grande senso di vuoto nel cuore e ci si trova a dover vivere per sempre con la consapevolezza di non poter rivedere quella persona.
Si tratta di un momento estremamente difficile, nel quale alla perdita si unisce un senso di impotenza nei confronti di uno dei fenomeni che si accetta con maggior difficoltà, ovvero la morte.
Certo, il dolore di un lutto varia a seconda di chi lo prova e del rapporto che c’era con la persona estinta. Ciò che è certo, però, è che lascia sempre una scia di dolore dal quale presto o tardi bisogna imparare a difendersi, perché come è usanza dire, per quanto sia brutto e doloroso da accettare, la vita va avanti.
Il problema, in questo caso, è il come farla procedere alla luce di una sofferenza che sembra impossibile da far passare e oggi, noi di chedonna.it cercheremo di portare alla luce alcune delle strategie consigliate da diversi psicologi.

Lutto, le cinque fasi che lo compongono

Quando si vive un lutto, si attraversano una serie di emozioni che possono variare da persona a persona sia per entità che per tempi. La prima cosa da prendere in considerazione è quindi quella di non fare paragoni né con gli altri né con se stessi per dei lutti precedenti. Ciò che più conta in questi casi è infatti il riuscire ad elaborare il lutto perché se ciò non avviene nel modo corretto, la ripresa non ci sarà mai ed il rischio è quello di venirne logorati in modo anche grave. Prima o poi chiunque ha sentito parlare di fasi del lutto. Si tratta di una teoria descritta dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kubler Ross che ha descritto in cinque step le emozioni che solitamente si provano dopo un lutto e che, sebbene non è detto che si presentino sempre allo stesso modo, possono essere utili per comprendere i processi mentali ed emotivi ai quali si va incontro in un simile momento.

Negazione. Si tratta della primissima fase. La morte di qualcuno a noi caro crea infatti un senso di destabilizzazione difficile da sopportare. Con la persona vengono a mancare improvvisamente dei gesti, delle abitudini e tutta una serie di ritualità ad essa legate. Si sente un senso di vuoto improvviso e difficile da spiegare e tutto ciò rende estremamente difficile accettare quanto accaduto. Come per una sorta di difesa, quindi, si tende a negare l’accaduto. Si continua a pensare di andare a far visita a quella persona, di chiamarla o si apparecchia anche per lei. Si tratta di uno scontro costante tra ragione e cuore. La prima cerca di capire, l’altro non ne vuole sapere e così l’unica cosa che si riesce a pensare è che non è possibile che ciò sia accaduto davvero e che non è giusto.

Patteggiamento. È una fase difficile da definire e del tutto irrazionale. Essa porta a vivere il dolore del lutto come fosse qualcosa di temporaneo. Come se terminato il dolore estremo si potesse tornare indietro, a quando cioè la persona era ancora in vita. Così ci si trova a pensare a cosa si sarebbe potuto fare o aosa si farebbe se il tempo scorresse al contrario facendo sparire il senso di perdita e facendo tornare la persona estinta. Si tratta di un modo per fare a patti con il dolore, dandogli dei tempi ben definiti in modo che non sia travolgente e che abbia delle piccole pause consolatorie nelle quali l’illusione riesce a lenire il senso di vuoto altrimenti incolmabile e insopportabile.

Rabbia. Ad un certo punto, quando il tempo è testimone del fatto che la perdita è definitiva, si inizia a provare rabbia per quanto accaduto. Patteggiare non serve più a nulla, la mente inizia a riconoscere che non ci sarà un ritorno e questo porta ad una rabbia estrema, per l’ingiustizia subita, per tutto ciò che poteva ancora essere e per l’inesorabilità della morte che ha creato un vuoto che non sarà mai più colmabile e che resterà per sempre lì a far male, come una ferita aperta.

Depressione. La rabbia richiede una serie di energie che alla lunga finiscono con lo svuotare dall’interno. Così, giunge la depressione. In questa fase ci si sente vuoti, soli, incapaci di intervenire in qualsiasi modo sul proprio dolore. Si piange e si resta apatici per un po’. Si pensa che nulla ha più senso, non si ha voglia di far nulla se non crogiolarsi in questa forma passiva di dolore che in qualche modo rappresenta però il punto più basso e quindi lo step finale di un dolore senza fine che d’ora in avanti, finito questo momento, potrà solo riportare alla risalita.

Accettazione. Ed è così che si giunge all’ultimo stadio, quello dell’accettazione. Il tempo dimostra che si può andare avanti. Dapprima trascinandosi tra lavoro e impegni, successivamente iniziando a respirare consapevolmente, ad apprezzare un buon pasto, a sorridere nel ripensare a dei momenti di puro amore che si sono condivisi con chi ora non c’è più. E così, seppur con dolore, si accetta quanto avvenuto, si fa spazio ai ricordi e ci si rende conto che quella persona è sparita fisicamente ma è sempre viva nel proprio cuore e nella propria mente. Che ci accompagnerà seppur in modo diverso e che da adesso si potrà vivere anche in sua memoria, per far si che viva ancora, seppur in modo diverso, attraverso le nuove azioni che si compiranno.

Lutto, come agire ed affrontarlo

Ma quali sono, quindi, i passi da compiere per affrontare e superare il dolore di un lutto?
Prima di tutto è bene ricordare che ogni persona è un caso a se e che in simili casi è indispensabile accogliere ogni sorta di emozione senza pensare che ce ne siano di giuste o di sbagliate. Qualsiasi cosa si provi andrà accolta ed elaborata perché solo così si potrà andare avanti, trasformando il dolore in accettazione ed imparando a vivere con la consapevolezza, seppur triste, che la perdita fa purtroppo parte della vita e che pertanto va accettata e compresa.
Detto ciò, ecco alcuni tra i consigli che gli psicologi tendono a dare più spesso.

Accettare le proprie emozioni. Prima abbiamo accennato alle fasi del lutto. È bene ricordare, però, che non siamo tutti uguali e che per alcuni, questi momenti potrebbero avere un ordine diverso o mancare di alcuni step. Si tratta di un viaggio personale in cui ciò che conta è saper accettare ciò che si prova senza respingere alcun tipo di emozione per quanto strana o dolorosa possa essere.

Saper riconoscere i segnali del dolore ed affrontarli. Quando si vive un lutto ci si lascia spesso andare. È importante però mantenersi vigili e riconoscere i segni del proprio dolore che possono essere sia fisici che emotivi e tra i quali i più frequenti sono:

mancanza di sonno

inappetenza

voglia di non fare nulla

desiderio di non provare più momenti di gioia

senso di colpa

attacchi di ansia o di panico

sollievo nel sapere che la persona amata ha smesso di soffrire e senso di colpa per questa emozione che, invece, è del tutto naturale

tendenza a chiudersi in se stessi e ad isolarsi dagli altri

dolori fisici

tachicardia, nausea, etc…

Si tratta di sintomi normali che vanno però affrontati. Perché solo obbligandosi a vivere, ci si ritroverà a farlo in modo sempre più naturale.

Non sforzarsi di essere forti. Spesso quando si vive un lutto ci si sente dire che bisogna essere forti. Se ciò da un lato è vero, spesso viene interpretato in modo sbagliato pensando di dover nascondere il proprio dolore. Affinché un lutto possa essere elaborato è invece indispensabile piangere e sfogarsi fin quando il dolore non diventerà più sopportabile, assumendo una forma diversa e più gestibile. Esprimere il dolore è infatti un modo per accettarlo e per arrivare ad una corretta elaborazione del lutto.

Condividere il dolore con qualcuno. Se si hanno parenti o amici che erano legati a quella persona, ricordarla insieme avrà un che di consolatorio. Altrimenti è importante scegliere un amico o una persona fidata alla quale esternare come ci si sente. Avere comprensione ed empatia, in questi casi, è un buon modo per sentirsi meno soli e per lenire seppur leggermente il dolore che si sta provando.

Trovare qualcosa di consolatorio. Per alcune persone può essere la fede nella propria religione e la certezza che un giorno si avrà modo di rivedere la persona cara. Per altre ci vuole qualcosa di più tangibile come il poterla salutare poco a poco. Ciò si può fare sistemando le sue vecchie foto o tenendone una in bella vista, in modo da potergli parlare quando ci si sente particolarmente giù. Un modo di fare in uso tra diverse culture. Basti pensare che in Giappone si usa avere una sorta di piccolo altare dedicato ai familiari dove si tiene la foto della persona che non c’è più, accendendogli ogni tanto dell’incenso o offrendogli dei dolci per rispettarne la memoria e tenerla in qualche modo sempre presente nella propria vita. Altri modi possono essere la scrittura di un diario e l’arte in generale. Qualsiasi cosa sia consolatoria andrà più che bene, specie se fa sentire più vicina la persona della quale si sente la mancanza.

Questi sono solo alcuni degli step indispensabili per affrontare il dolore di un lutto. In alcuni casi, però, da soli non bastano ed è necessario ricorrere all’aiuto di uno specialista.
Seguire corsi che aiutino ad accettare il lutto può essere utile così come può esserlo fissare alcune sedute di psicoterapia. Ciò che conta, infatti, è riuscire a superare le fasi del dolore perché restare per sempre arrabbiati o sconsolati rischia di rovinare la propria vita e ciò non riporterà in vita chi non c’è più ma renderà impossibile ricordarlo nel modo giusto, cioè con amore e con la gratitudine di aver avuto dei momenti preziosi da poter portare per sempre nel cuore.
È bene ricordare, infatti, che il senso di mancanza per chi non c’è più, se da un lato è come una cicatrice che ci si porta dentro per sempre, dall’altro è il segno indelebile della sua esistenza nel mondo e nelle vite di chi lo ha amato e continuerà ad amarlo per sempre. E questo, è ciò che rende la morte qualcosa di solo fisico, facendo si che l’essenza della persona resti viva per sempre.

Dal Sito: chedonna.it

giovedì 31 maggio 2018

LUTTO E DEPRESSIONE


Superare la morte di una persona cara è un’esperienza molto difficile che in taluni casi, per fortuna rari, può innescare sindromi depressive. Non bisogna però confondere la normale reazione ad un lutto, che presenta manifestazioni molto simili a quelle della depressione, con una vera malattia.

Le fasi del dolore Il dolore che provoca un lutto si sviluppa normalmente in cinque fasi. 

  • Negazione della realtà e isolamento Si tratta di un meccanismo di difesa che ci permette di attenuare l’intensa fase iniziale del dolore. E’ una risposta psicologica temporanea.
  • Rabbia Quando gli effetti mascheranti della negazione della realtà e dell'isolamento cominciano a svanire, la realtà ed il relativo dolore riappaiono. Ma non si è ancora pronti. L'emozione intensa è deviata dall’oggetto del dolore e riorientata e si esprime come rabbia. Rabbia che si può anche orientare verso il soggetto che ci ha provocato il dolore. A questo si può aggiungere un senso di colpa per essere arrabbiati e questo non fa che alimentare la rabbia stessa.
  • Auto recriminazioni Si incomincia poi una fase in cui si auto recrimina su azioni che si sarebbero potute compiere per evitare o ritardare il lutto. Se ci fossimo rivolti al medico prima, se avessimo richiesto l’intervento di altri specialisti, in altre strutture…
  • Depressione Due tipi di depressione sono associati al dolore che provoca un lutto. Una depressione più profonda ed una più legata agli aspetti pratici che il lutto può comportare. La durata di questa fase varia da alcune settimane e sei mesi. Le manifestazioni più tipiche sono umore depresso, sentimenti di tristezza, inappetenza, crisi di pianto, agitazione e scarsa concentrazione. La maggior parte delle persone ha la sensazione che il defunto sia in qualche modo ancora presente.
  • Accettazione Dopo la fase di depressione, i sintomi depressivi regrediscono e la persona tenta di tornare alla normalità. La durata di questa fase è variabile e non tutti riescono a raggiungerla.
Come superare la depressione

Non bisogna troppo reprimere i sentimenti, bisogna lasciare sfogare le emozioni, anche se in una fase iniziale possono apparire eccessivamente intense. 
Conviene cercare la comprensione di parenti ed amici, non chiudersi in se stessi. Sostenersi a vicenda può essere di grande aiuto. 
Il ricorso ad uno specialista, psicologo, è richiesto solo in casi speciali, dove il passaggio attraverso le varie fasi del dolore non riesce a risolversi.

Psicofarmaci

L’assunzione di antidepressivi può essere controproducente nelle prime fasi creando delle interferenze con il processo progressivo di risoluzione del lutto. Se non si riesce a dormire le prime notti, il medico può prescrivere dei tranquillanti, ma soltanto per un periodo limitato di tempo superato il quale il trattamento dovrebbe essere interrotto.


Dal Sito: benessere.com

martedì 27 agosto 2013

La storia di Vale.



La premessa che voglio fare è che questa é la mia storia, la mia esperienza, e che come tale va letta. Ognuno di noi può farcela a modo suo e con i mezzi che meglio gli si confanno, l'importante é che voglia guarire a tutti i costi, poi come ci riesca è del tutto soggettivo.


Sono entrata nel nero tunnel dell'ansia e degli attacchi di panico due anni fa, circa un anno dopo la morte improvvisa di mia madre nel settembre del 2010, evento che ha letteralmente strappato la mia vita in due.

Nell'estate del 2011 ho cominciato ad avere tachicardie e palpitazioni, nervosismo e sensazioni di inquietudine...dormivo male, piangevo spesso, ero intrattabile. Non sapevo quel che stava per succedere, ne ignoravo la portata, sapevo solo che stavo male.

Un pomeriggio, al cinema, arriva il primo attacco di panico. Stretta al petto, sensazione di soffocamento, di impazzimento, di morte imminente. Scappo dal cinema, comincio a piangere disperata, non so cosa mi succede, le mie amiche nemmeno, il mio pianto dura due giorni, la morsa al petto anche, poi il mostro si placa e io con lui.

Racconto tutto alla mia psicoterapeuta, da cui ero in cura già da tempo per il mio lutto. Da un po' mi aveva avvertita che secondo lei non stavo bene e che la psicoterapia da sola non ce l'avrebbe fatta. Ma io non l'avevo nemmeno ascoltata. Mi consiglia di rivolgermi ad uno psichiatra e io, di malavoglia, ci vado. Seduta breve, diagnosi di depressione secondaria e nevrosi fobica (per la precisione fobia di morire all'improvviso, come mia madre), prescrizione di farmaci, antidepressivi e stabilizzatori dell'umore.

La mia ansia travestita da orgoglio mi fa decidere, a quel punto, che io dei farmaci non ho bisogno e che posso farcela benissimo anche da sola.

Ci penso su, congedo la psichiatra, e comincio un percorso tutto mio, leggo libri, faccio meditazione, vado da un omeopata. Tengo a bada il mostro, certo ma é come combattere un drago con un frustino.

Il mio malessere striscia, mi ritrovo ogni sera a piangere sul letto, senza sapere perché, pensando ormai di essere impazzita. Ogni volta che esco di casa, ecco la morsa al petto. Ogni volta che entro in un supermercato, ecco lì quella sensazione di soffocamento. Deglutisco a fatica, ho gli occhi perennemente sbarrati, i muscoli tesi, il cervello in tilt. Non sono più io. Sono altro da me, sono impazzita dalla paura.

Il mio percorso 'fai da te' va avanti, io arranco ma non mi arrendo alla verità che sto male e devo curarmi.

Finché un giorno arriva l'attacco di panico più spaventoso...in ufficio, all'improvviso mi manca l'aria...capisco che devo calmarmi, ma non ci riesco, tutto è inutile, chiamo l'omeopata che mi dice di respirare, prendere i granuli omeopatici, ma non funziona niente, sono una nave alla deriva. Mentre mi ripeto come un disco rotto che sto morendo soffocata (senza rendermi conto che mentre lo ripeto sto respirando!!!), una collega mi porta di corsa al Pronto Soccorso del Sant'Eugenio di Roma, dove capiscono subito che sto avendo un attacco di panico, mi danno delle gocce e mi spediscono dal loro psichiatra che, dopo avermi fatta parlare due minuti, mi dice delle parole che non dimenticherò mai...mi dice "Lo sai che sei fobica, sì? E anche depressa? Trova uno psichiatra che ti va a genio e comincia una cura. Fai presto." Se quelle parole me le avesse dette in modo meno brusco forse non mi sarebbero entrate in testa così bene. Il giorno dopo, era il 16 dicembre del 2011, comincio le mie sedute dalla psichiatra, accompagnate sempre da quelle con la psicoterapeuta.

Mentre lavoro con loro, imparo a conoscere l'ansia, il panico e le cause che li scatenano, e man mano che li conosco li temo anche di meno, e quando arrivano li riconosco, e li fermo in tempo, specialmente gli attacchi di panico.

Sento quando gli attacchi di panico bussano forte alla mia porta, ma io non apro. Respiro, ragiono. Non mi fanno più paura. Ascolto il panico, cerco di capire cosa vuole dirmi.

L'ansia invece è per ora più strisciante, non entra a colpi d'ariete come il panico, si insinua nelle crepe, e pian pianino me la trovo dentro, e allora lì dipende molto da come sto, da che giornata è, se sto bene, se sono stanca e preoccupata per altro, se si conclude tutto con un pianto liberatorio, se suonando un po' la batteria o coccolando la mia adorata gatta, o se l'ansia deve esplodere per forza e poi scemare.

Di certo, comunque, quegli episodi orribili, improvvisi, devastanti non si sono più ripetuti.

Non ce l'avrei mai fatta senza l'aiuto di quelle specialiste. Ho concluso la terapia farmacologica, non ancora la psicoterapia ma manca poco.

Non tornerò più quella di prima, ma oggi sono più forte e più consapevole.

Il percorso é stato lungo ma dopo il superamento del primo ostacolo - accettare di aver bisogno di aiuto! - tutto il resto è stato relativamente facile.

L'amore delle persone che mi circondano, la competenza dei medici e soprattutto la mia caparbietà mi hanno portata alla guarigione. Ho sempre trattato il mio malessere come una cosa normale, non mi sono mai nascosta né vergognata di parlarne, e d'altronde perché avrei dovuto?

Non vi dico che sono certa di esserne uscita del tutto, d'altronde io sono sempre stata un soggetto ansioso...però so che il peggio é passato, so che è una battaglia infinita, ma adesso ho le armi per combatterla, a volte vince l'ansia, più spesso vinco io, magari un giorno arriveremo ad una tregua definitiva, chi lo sa. E' quello che spero e a cui miro.

Tutto questo solo per farvi capire che si guarisce, se ne esce, vogliatelo con tutta la forza che avete e la strada verso la guarigione vi si spalancherà davanti.

Il nostro nemico lo abbiamo creato noi, e come lo abbiamo creato possiamo distruggerlo.


Credo che spiegare un attacco di panico o di ansia a chi non ne ha mai provato uno sia un'impresa veramente ardua.

Sono sensazioni talmente impalpabili eppure così violente che io personalmente non sono mai riuscita a verbalizzarle andando oltre il solito "Ti sembra di soffocare, di impazzire, di morire"... Come se la gente sapesse come ci si sente quando si pensa di impazzire.

Quando stavo particolarmente male, c'erano giorni in cui avrei voluto solo stare sotto le coperte, con gli occhi chiusi, ad aspettare che la crisi passasse. C'erano poi giorni in cui, stremata, quasi imploravo la mia ansia di fare di me un solo boccone, portandomi definitivamente alla follia. Mi immaginavo imbottita di farmaci, con lo sguardo perso, la mente assente ma finalmente 'in pace'. Tutto pur di non sentire più quella sensazione di perdita totale di controllo, il dominio dei mostri su ogni mio pensiero, ogni mia azione, sul mio cuore, le mie mani, il mio respiro.

Qualcosa però, per fortuna, mi ha sempre impedito di arrendermi, e credo che quel qualcosa sia l'amore per la vita, che quelli come noi nutrono, nonostante le apparenze, molto più di tante persone che l'ansia e il panico non sanno nemmeno cosa siano.

Che sia per ipersensibilità, o perché abbiamo vissuto esperienze che ci hanno segnato, quale che sia la ragione, il nostro sarà sempre un cammino in salita, ma più saliremo, più belli saranno i panorami che vedremo quando arriveremo in cima.

Auguri a tutti noi naufraghi, di trovare presto e definitivamente la terraferma.

Vi abbraccio.

Vale F.