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venerdì 17 marzo 2023

Kekko dei Modà: “La depressione mi ha paralizzato, pensavo gli psicofarmaci si dessero solo ai pazzi”


 I Modà portano al Festival di Sanremo 2023 il brano Lasciami, che racconta il rapporto di Kekko Silvestre con la depressione che lo ha immobilizzato a letto, come ha spiegato a Fanpage.it: “Non riuscivo a piegare le ginocchia, mi sono spaventato. Ho dovuto vincere lo stigma degli psicofarmaci perché pensavo si dessero solo ai pazzi”.


A cura di Francesco Raiola



A un primo ascolto, "Lasciami", la canzone che i Modà porteranno al Festival di Sanremo può sembrare la solita canzone d'amore, due persone arrivate alla fine di un percorso con una delle due che lancia un grido disperato. Ma questa è solo la lettura superficiale di un brano che, invece, racconta il rapporto di Francesco Silvestre, detto Kekko, con la depressione che lo ha colto qualche anno fa e che lo ha immobilizzato a letto. Anni di successi, passaggi radio, dischi di platino e diamante, stadi pieni, ma anche di paure e attacchi di panico e un mondo che a causa di queste paure si faceva sempre più piccolo, fino a ridursi al letto su cui il cantante è stato sdraiato per una decina di giorni, immobile, senza riuscire a muovere gli arti. A quel punto la diagnosi di depressione ha dato un nome a quella situazione, permettendo al cantante di affrontarla, farla diventare una canzone e portarla sul palco più importante d'Italia.

Come te lo stai immaginando questo ritorno al Festival?

Intanto non partiamo da favoriti e questa è una cosa che mi fa molto piacere perché me la fa vivere in maniera più leggera. Arriviamo a Sanremo a 10 anni di distanza dall'ultima volta e con una testa diversa: quando sei lì da giovane pensavi più alla gara, oggi il Festival è cambiato tanto, non è importante solo la classifica, ma il posizionamento ed è quello che ci manca.



In che senso?

È molto tempo che la nostra esposizione mediatica si è ridotta molto a livello radiofonico e televisivo, e chi non segue tanto i social fa più fatica a stare dietro ai progetti dei Modà. Ci sono tante mamme, per esempio, che mi fermano chiedendomi perché non canto più. Credo che Sanremo in questo momento sia un modo per dire a tutti: guardate che ci siamo ancora, per questo ci torniamo con la testa più leggera e consapevoli che stiamo cantando una canzone dei Modà, non stiamo stravolgendo nulla.

Come hai vissuto il cambiamento di cui mi parlavi?

Il cambiamento l'ho vissuto come l'avrebbe vissuto chiunque: ti ritrovi da un giorno all'altro a non essere più su nessuna radio e un po' ti dispiace perché sai perfettamente che non è per la qualità delle canzoni, ma per scelte editoriali e questa cosa ti mortifica. Sfido qualunque artista a uscire con tre dischi senza avere neanche un passaggio radiofonico. Non è facile, eppure noi siamo riusciti a fare il nostro platino, il tour nei palazzetti, quindi dall'altra parte questa cosa mi ha dato grande soddisfazione.

In che modo Sanremo può invertire questa tendenza?

Può cambiare perché riusciremmo ad arrivare alle persone che non usano i social. Ai nostri concerti ci sono i ragazzini, ma anche le nonne, i nonni, i papà e le mamme e quindi magari quella fascia d'età l'abbiamo un po' persa perché è quella che ascolta un po' più la radio, sono meno su internet e penso che il Festival possa aiutarci in questo, ricordando a queste persone che ci siamo ancora, a seguirci di più e a recuperare quello che hanno perso.

Come mai a un certo punto non vi hanno passato più in radio?

Credo che sia stata una scelta editoriale, sai, noi arrivavamo da un'etichetta fatta da tre radio, che avevano interessi editoriali da quel punto di vista. Quando il contratto è scaduto siamo andati da altre parti e non lo abbiamo rinnovato, questi passaggi radio sono scemati e pian piano siamo stati penalizzati. Certo, è una cosa che ti lascia l'amaro in bocca, ma allo stesso tempo sei consapevole di aver fatto una sorta di percorso inverso, perché è vero che non ce l'hai più quella visibilità, ma sai anche che quello che ti è stato dato è stato veramente tanto. Noi non arrivavamo da un percorso per cui sei in una casa discografica, una multinazionale che ti manda in radio, e poi quando cambia etichetta il rapporto con le radio rimane lo stesso, ma arrivavamo proprio da una casa discografica fatta alle radio, e quindi quando è finita questa relazione ci è rimasto l'amaro in bocca. Come ti dicevo, però, dall'altra parte sei consapevole del fatto che ti ha dato talmente tanto che tutto quello che è arrivato anche dopo, come il disco di platino o i palazzetti pieni, è merito anche del lavoro che è stato fatto da quelle persone. Quindi se da una parte ti arrabbi, dall'altra parte non puoi che ringraziare. Poi è chiaro che dispiace, perché dopo tanti anni di gavetta essere considerati zero è brutto.

A Sanremo torni con Lasciami, una canzone che parla della tua depressione, un grido di dolore in cui ti sei messo in gioco. Quando hai pensato fosse arrivato il tempo di scriverla questa canzone?

Quando ho smesso di vergognarmene, di vergognarmi di parlarne, probabilmente era a maggio, dopo la tournée. Non ne avevo mai parlato con le tv, le radio, i giornalisti, perché non mi è mai piaciuto parlare dei miei problemi, c'è tanta gente con problemi più grandi dei miei. Eppure mi rendevo sempre più conto che questa malattia, perché di malattia si tratta, è diffusissima e se ne parla ancora troppo poco, è vero che è il male del secolo. Quindi mi sono aperto ai concerti e dopo che l'ho fatto con i miei fan, parlando con loro, mi sono reso conto di quanto bisogno c'era di parlarne in maniera più diffusa. È stato a quel punto che ho iniziato a scrivere "Lasciami", che è una canzone sincera, in cui facevo i conti con me stesso. Ho cominciato a parlare alla depressione come se fosse una donna e come tutte le donne porta aspetti positivi nella tua vita ma può anche farti incazzare di brutto. Però poi alla fine, quando impari a conviverci con questa persona, hai bisogno di tutte e due le cose. E io infatti dico "Lasciami, ma fallo in silenzio, fai in modo che non me ne accorga" perché mi sta insegnando talmente tante cose.

Tipo?

A guardare la vita con dei punti di vista diversi e guardare tanti bicchieri mezzi pieni rispetto a quelli mezzi vuoti, quasi con la paura che se ne vada. Perché la depressione non è un'entità esterna che ti arriva addosso come un virus, ma è dentro di te, solo che io l'ho sempre evitata, repressa, per questo poi a me ha preso le gambe e preso il fisico, i muscoli.

Ne hai preso coscienza quando ti ha colpito fisicamente, ma ripensandoci in che modo la sentivi precedentemente?

C'erano avvisaglie che reprimevo, avevo attacchi di panico ma dicevo: "Vabbè, vai avanti, fregatene". Sai, cominci a pensare che se una cosa ti dà fastidio basta non farla e alla fine pensi di aver bisogno solo dell'amico e del ristorante, entri in una sorta di comfort zone che non fa bene, perché là dentro non si guarisce, si rimane in trincea finché ce n'è bisogno, eppure c'è bisogno di affrontarla questa vita. La depressione arriva dalla paura e devi affrontarla, perché stando sul divano non guarisci, affrontandola, invece, ti rendi conto che oltre alle paure ci sono le cose belle, che sogni, che per quanto ti posano far paura sai che affrontandole puoi arrivare a un risultato.

Cosa ti è successo fisicamente?

Quando mi sono ritrovato fermo a letto, con le gambe che non mi si piegavano, mi chiedevo cosa stesse succedendo e Laura, mia moglie, mi diceva che poteva essere l'influenza, poi dopo 10 giorni abbiamo deciso di chiamare un medico. Non so come spiegarla questa cosa: tentavo di piegare le ginocchia, ma avevo una sensibilità che mi impediva di farlo e poi non mi reggevano, mi sentivo stanco al punto che non riuscivo a caminare e a quel punto mi sono spaventato. Abbiamo chiamato un neurologo, ero disperato, piangevo a letto, finché mi ha detto che c'erano una notizia buona e una cattiva: la buona è che non era niente di neurologico, la cattiva che quello che avevo era depressione. A quel punto ho cominciato a curarmi e sono contento di averlo fatto.

Qual è stata la cosa più difficile da accettare?

Senza dubbio i farmaci, perché pensavo che gli psicofarmaci si dessero ai pazzi, ma ovviamente non è così. Così piano piano questa cosa l'ho accettata e devo ringraziare chi mi è stato vicino, perché non è stato facile, i primi mesi neanche volevo raccontarlo, non dicevo niente a nessuno, mentre adesso lo racconto tranquillamente e non avrei problemi a prendere farmaci per tutta la vita perché meglio curarsi e passare il resto della vita che ti manca con questo spirito piuttosto che stare a letto e non muoversi.

E questa bomba che è Sanremo in che modo l'affronterai?

Non ne ho idea, ma l'affronterò, perché se sto a casa non lo saprò mai. Ovviamente mi fa paura, ma sono contento che mi faccia paura perché così tento di affrontare una cosa che mi fa paura. Ma dall'altra parte mi incuriosisce, ho voglia di mettermi in gioco, coi ragazzi, abbiamo voglia di riprovare quelle emozioni che solo il Festival sa dare. Non so se sono pronto ma ho voglia di provarci.

Hai parlato del pregiudizio verso la musica "nazional-popolare", quanto soffri il giudizio degli altri e come lo affronti?

Più che del giudizio mi fa male il pregiudizio, perché il giudizio costruttivo va bene, ma il pregiudizio – tipo che facciamo schifo a prescindere -, quello ti dispiace: penso a mia figlia che legge certe cose e chiede perché le scrivono. Io ci ho fatto il callo, non ci rimango più male come una volta, però ti tocca sempre, ma nonostante ciò devi sempre ascoltare quella parte di te che se ne fotte perché alla fine il giudizio di uno che parla in quel modo non vale nulla, è solo un modo di volerti ferire, attaccarti e sta a te vedere quanta importanza dargli. Quando parlo di musica nazional popolare o di musica vecchia – qualcuno dice che non andiamo alla radio perché siamo vecchi – dico che va bene, però se andare in radio significa non riempire neanche mezzo club o un teatro preferisco essere nazional popolare e vecchio ma riempire i palazzetti, anche perché io vivo di questa cosa qui: non sono figo, ma piaccio (ride, ndr).



music.fanpage.it

martedì 4 maggio 2021

Depressione post partum, come si manifesta?


Dopo aver partorito, a molte donne capita di soffrire di depressione post partum. Si tratta di un problema relativamente frequente che colpisce 1 donna su 10 nell’arco dei 12 mesi successivi al parto. Depressione post partum, come si manifesta? Scopriamolo insieme.

Depressione post partum: come si manifesta

La depressione post partum è a tutti gli effetti una depressione che si distingue dalle forme più classiche di quest’ultima essenzialmente per il particolare periodo di insorgenza (da un mese a un anno dopo la nascita del bambino) e per alcune specifiche componenti alla base del suo sviluppo, soprattutto sul piano ormonale e psicoemotivo. I segnali e i sintomi che devono far sospettare la presenza della depressione post partum, invece, sono del tutto sovrapponibili a quelli della depressione unipolare.

Saper interpretare le proprie sensazioni e reazioni psichiche dopo la nascita del bambino è fondamentale per capire se si sta attraversando un comune “baby blues“, che si risolverà da solo in poco tempo, o se si può trattare di una vera depressione post partum, da sottoporre all’attenzione del medico e da trattare in modo specifico.

I sintomi della depressione post partum possono essere simili a quelli della depressione maggiore e comprendere: tristezza estrema, sbalzi d’umore, pianto incontrollabile, insonnia o ipersonnia, perdita di appetito, irritabilità e rabbia, mal di testa, estrema stanchezza, preoccupazioni eccessive o disinteresse nei confronti del bambino, sensazione di inadeguatezza, paura di far male al bambino, senso di colpa per i sentimenti provati, ideazione suicidaria, ansietà o attacchi di panico.

Depressione post partum: come si manifesta e le cause

Non esiste una singola causa responsabile della depressione post partum. D’altronde, possono giocare un ruolo favore allo sviluppo della patologia fattori fisicistile di vitastato emotivo.

Dopo la nascita del piccolo, infatti, si verifica una drammatica discesa dei livelli ormonali e questi cambiamenti possono determinare sbalzi d’umore e stanchezza.

Inoltre, quando si attraversa un periodo in cui viene a mancare il corretto riposo e si è sopraffatti dal sonno, possono risultare di difficile risoluzione anche i problemi quotidiani. 

Inoltre, la presenza di un bambino esigente o la presenza di fratelli maggiori, le difficoltà di allattamento al seno, i problemi finanziari o la mancanza di sostegno da parte del partner possono portare allo svilupparsi di tale patologia.

Depressione post partum: come si manifesta e cosa fare

La terapia varia sulla base della gravità della depressione e dei bisogni individuali. Se si è in una fase cosiddetta di baby blues, generalmente questa scomparirà per conto proprio entro pochi giorni, fino a un massimo di due settimane. Nel frattempo, occorre prendersi più riposo possibile, accettando anche l’aiuto dei familiari

La depressione post partum vera e propria viene spesso curata attraverso una corretta consulenza e terapia. Per quanto riguarda la consulenza, può essere d’aiuto parlare del proprio malessere con uno psichiatra o uno psicologo. Attraverso la consulenza dello specialista, si può trovare un modo migliore per far fronte ai propri sentimenti, risolvere problemi e raggiungere traguardi realistici. A volte anche una terapia di famiglia o di coppia può aiutare.

Dal Sito: mammemagazine.it

mercoledì 24 febbraio 2021

Spesso ansia e depressione viaggiano assieme. E così vengono confuse



Si tratta di due condizioni differenti ma che possono presentarsi anche insieme e che possono essere trattate contemporaneamente con la psicoterapia e i farmaci.

Spesso ansia e depressione viaggiano assieme, così talvolta vengono confuse anche da chi ne soffre. Nel linguaggio comune infatti i termini ansia e depressione sono facilmente usati per indicare in generale una condizione di malessere psicologico che interferisce con la vita quotidiana. Ma per gli psichiatri si tratta di due stati ben distinti, che tuttavia possono presentarsi in comorbidità, ossia essere presenti in una persona nello stesso momento. Ansia e depressione sono molto diffuse: circa il 30 per cento delle persone durante la vita avrà dei periodi segnati dall’ansia e quasi il 20 per cento sperimenterà periodi di depressione. Diversi studi indicano poi che circa il 70 per cento delle persone affette da depressione risponde anche ai criteri diagnostici di uno stato d’ansia e che quasi l’80 per cento di chi soffre di disturbi d’ansia avrà dei periodi di depressione lungo la sua esistenza.


La «scala» Coronavirus

Senza contare che l’arrivo della pandemia Covid-19 ha generato nuovi stati ansioso-depressivi, dovuti sia al timore di contrarre la malattia, sia alla riduzione del supporto sociale e dei rapporti affettivi, tanto che il Department of Psychology della Christopher Newport University ha messo a punto uno specifico test, il Coronavirus Anxiety Scale.

I dubbi

«Eppure manca una chiara definizione del trattamento ottimale per la comorbidità di ansia e depressione» dice Jan Spijker del Depression Expertise Center di Nijmegen, in Olanda, in una revisione clinica pubblicata con alcuni collaboratori sulla rivista JAMA Psychiatry. «Dovremmo trattare di due disturbi in maniera sequenziale, prima uno poi l’altro, oppure in parallelo, simultaneamente? Dovremmo iniziare un singolo trattamento integrato focalizzato su entrambi i disturbi o un trattamento transdiagnostico mirato ai meccanismi sottostanti presenti in entrambe le condizioni?»

Le alterazioni neurobiologiche

In effetti, ansia e depressione possono sia rappresentare una risposta unica agli stessi eventi di vita, sia essere collegate ad alterazioni neurobiologiche simili, come uno sbilanciamento del sistema limbico cerebrale. Questa caratteristica fa sì che, trattando l’una, indirettamente, si potrebbe dire, inevitabilmente, anche l’altra inizia a migliorare seguendo lo stesso passo, come è stato dimostrato da recenti revisioni sistematiche.

Duplice effetto

«È vero che trattando la depressione con la psicoterapia si vedono migliorare i sintomi dell’ansia e che trattando il disturbo d’ansia con la terapia cognitivo-comportamentale si vedono migliorare i sintomi della depressione» dice ancora Spijker. Oggi sono disponibili anche farmaci che consentono di prendere due piccioni con una fava. Alcuni antidepressivi svolgono infatti un’azione anti-ansia, come gli inibitori della ricaptazione della serotonina (Ssri) e gli inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina (Srni). Secondo gli autori dello studio su JAMA Psychiatry «la psicoterapia può decidere di focalizzarsi sul disturbo più grave dei due, piuttosto che su entrambi allo stesso tempo. I dati indicano che un trattamento focalizzato sul disturbo più grave genera quasi inevitabilmente un simultaneo miglioramento dell’altro».

Sintomi diversi

Ansia e depressione hanno ciascuna sintomi propri, ma esistono anche sintomi che sono comuni a entrambe le condizioni. L’ansia è caratterizzata da una preoccupazione eccessiva rispetto agli eventi della vita, risposte di spavento esagerate, tensione muscolare, iperattività del sistema nervoso autonomo, che comporta tra l’altro un’accelerazione del battito cardiaco e della frequenza del respiro. La depressione è invece caratterizzata da umore depresso e da una sensazione di mancanza di speranza per il futuro, dalla perdita dei propri interessi, riduzione dell’appetito, rallentamento motorio, senso di inutilità e di colpa, pensieri foschi.

Sintomi in comune

Alcuni altri sintomi sono invece comuni sia all’ansia sia alla depressione. Ad esempio, una sensazione di facile irritabilità, che porta a scontrarsi con le altre persone, associata a una agitazione interiore che fa sì che non si riesca a stare ben in nessun posto. Molto marcata può essere la difficoltà di concentrazione, per cui anche un’attività potenzialmente rilassante come la lettura non riesce a essere di aiuto. Molto frequenti infine sono la sensazione di fatica psicofisica e l’insonnia. Quest’ultima può avere caratteristiche diverse in chi è depresso, che tende soprattutto a svegliarsi molto presto la mattina, e in chi è ansioso, che invece ha soprattutto difficoltà di addormentamento e risvegli notturni.


Dal Sito: corriere.it

Spesso ansia e depressione viaggiano assieme. E così vengono confuse



Si tratta di due condizioni differenti ma che possono presentarsi anche insieme e che possono essere trattate contemporaneamente con la psicoterapia e i farmaci.

Spesso ansia e depressione viaggiano assieme, così talvolta vengono confuse anche da chi ne soffre. Nel linguaggio comune infatti i termini ansia e depressione sono facilmente usati per indicare in generale una condizione di malessere psicologico che interferisce con la vita quotidiana. Ma per gli psichiatri si tratta di due stati ben distinti, che tuttavia possono presentarsi in comorbidità, ossia essere presenti in una persona nello stesso momento. Ansia e depressione sono molto diffuse: circa il 30 per cento delle persone durante la vita avrà dei periodi segnati dall’ansia e quasi il 20 per cento sperimenterà periodi di depressione. Diversi studi indicano poi che circa il 70 per cento delle persone affette da depressione risponde anche ai criteri diagnostici di uno stato d’ansia e che quasi l’80 per cento di chi soffre di disturbi d’ansia avrà dei periodi di depressione lungo la sua esistenza.


La «scala» Coronavirus

Senza contare che l’arrivo della pandemia Covid-19 ha generato nuovi stati ansioso-depressivi, dovuti sia al timore di contrarre la malattia, sia alla riduzione del supporto sociale e dei rapporti affettivi, tanto che il Department of Psychology della Christopher Newport University ha messo a punto uno specifico test, il Coronavirus Anxiety Scale.

I dubbi

«Eppure manca una chiara definizione del trattamento ottimale per la comorbidità di ansia e depressione» dice Jan Spijker del Depression Expertise Center di Nijmegen, in Olanda, in una revisione clinica pubblicata con alcuni collaboratori sulla rivista JAMA Psychiatry. «Dovremmo trattare di due disturbi in maniera sequenziale, prima uno poi l’altro, oppure in parallelo, simultaneamente? Dovremmo iniziare un singolo trattamento integrato focalizzato su entrambi i disturbi o un trattamento transdiagnostico mirato ai meccanismi sottostanti presenti in entrambe le condizioni?»

Le alterazioni neurobiologiche

In effetti, ansia e depressione possono sia rappresentare una risposta unica agli stessi eventi di vita, sia essere collegate ad alterazioni neurobiologiche simili, come uno sbilanciamento del sistema limbico cerebrale. Questa caratteristica fa sì che, trattando l’una, indirettamente, si potrebbe dire, inevitabilmente, anche l’altra inizia a migliorare seguendo lo stesso passo, come è stato dimostrato da recenti revisioni sistematiche.

Duplice effetto

«È vero che trattando la depressione con la psicoterapia si vedono migliorare i sintomi dell’ansia e che trattando il disturbo d’ansia con la terapia cognitivo-comportamentale si vedono migliorare i sintomi della depressione» dice ancora Spijker. Oggi sono disponibili anche farmaci che consentono di prendere due piccioni con una fava. Alcuni antidepressivi svolgono infatti un’azione anti-ansia, come gli inibitori della ricaptazione della serotonina (Ssri) e gli inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina (Srni). Secondo gli autori dello studio su JAMA Psychiatry «la psicoterapia può decidere di focalizzarsi sul disturbo più grave dei due, piuttosto che su entrambi allo stesso tempo. I dati indicano che un trattamento focalizzato sul disturbo più grave genera quasi inevitabilmente un simultaneo miglioramento dell’altro».

Sintomi diversi

Ansia e depressione hanno ciascuna sintomi propri, ma esistono anche sintomi che sono comuni a entrambe le condizioni. L’ansia è caratterizzata da una preoccupazione eccessiva rispetto agli eventi della vita, risposte di spavento esagerate, tensione muscolare, iperattività del sistema nervoso autonomo, che comporta tra l’altro un’accelerazione del battito cardiaco e della frequenza del respiro. La depressione è invece caratterizzata da umore depresso e da una sensazione di mancanza di speranza per il futuro, dalla perdita dei propri interessi, riduzione dell’appetito, rallentamento motorio, senso di inutilità e di colpa, pensieri foschi.

Sintomi in comune

Alcuni altri sintomi sono invece comuni sia all’ansia sia alla depressione. Ad esempio, una sensazione di facile irritabilità, che porta a scontrarsi con le altre persone, associata a una agitazione interiore che fa sì che non si riesca a stare ben in nessun posto. Molto marcata può essere la difficoltà di concentrazione, per cui anche un’attività potenzialmente rilassante come la lettura non riesce a essere di aiuto. Molto frequenti infine sono la sensazione di fatica psicofisica e l’insonnia. Quest’ultima può avere caratteristiche diverse in chi è depresso, che tende soprattutto a svegliarsi molto presto la mattina, e in chi è ansioso, che invece ha soprattutto difficoltà di addormentamento e risvegli notturni.


Dal Sito: corriere.it

martedì 1 dicembre 2020

Ansia nel post parto: come nasce e come affrontarla




Durante il post parto è un sentimento molto diffuso provare ansia più del solito, ma come si può fare per gestirla?

Il post parto non è un momento semplicissimo per tutte le neomamme. Molte di queste, purtroppo, vivono dei periodi parecchio bui che possono sfociare in una grave depressione.

Spesso questo sentimento si innesca fin dai primi giorni di nascita del bebè per poi sfociare in un qualcosa di più grande se non si prende in tempo.

Molte mamme cadono in questo buco nero a causa di una serie di insicurezze che si innescano in loro durante la gravidanza e che poi dopo il parto prendono piede prepotentemente come: l’essere non all’altezza della situazione, la paura di non essere delle brave mamme, il timore di non riuscire a perdere i chili presi durante la gravidanza e non ritornare ad avere le forme di un tempo.

Tutte queste paure e timori possono generare ansia e stress che potrebbero poi riversarsi sul nascituro e soffrire a sua volta di ciò una volta raggiunta l’età adulta.

Ansia nel post parto: i sintomi fisici

L’ansia si può definire come un sentimento in cui si prova paura per quello che potrebbe avvenire o per la sensazione di un pericolo imminente.

Dal punto di vista fisico sono tanti i segnali che avvertono un tale presentimento:

  • battiti cardiaci e respirazione accelerata
  • aumento dell’adrenalina e degli ormoni dello stress
  • immisione nel corpo di glucosio e della neoglucogenesi, cioè la capacità del fegato di produrre glucosio a partire dagli amminoacidi
  • aumenta il livello di allerta corticale, in modo tale che tutto il corpo si prepara ad una situazione di pericolo
  • iperemesi, vomito, nausea, affaticamento, astenia, disturbi dell’alimentazione, disturbi del sonno, fenomeni come “gambe senza riposo” o pesanti

Inoltre problematiche più serie si verificano nel momento in cui quest’ansia è relativa a un pericolo immaginario e non davvero consistente. Questa condizione può provocare un peggioramento della qualità della vita non solo di chi prova ansia, ma anche delle persone che gli stanno intorno e trasformarsi in qualcosa di più grave come: fobia, attacchi di panico, disturbo ossessivo compulsivo, disturbi dell’adattamento, agorafobia.

Ansia nel post parto: chi è a rischio?

Sono a rischio tutte quelle donne che già nel loro percorso di vita hanno dovuto affrontare degli eventi traumatici o dei periodi molto complicati e difficili.

Certo in un periodo così delicato tutte le donne possono iniziare ad avere problemi di questo tipo e proprio per questo motivo è necessario non sottovalutare ogni minimo segnale.

Se ci si sente affaticate da ciò che si sta vivendo o da qualche situazione particolare, il consiglio è di rivolgersi ad un professionista che può aiutarvi a risolvere qualsiasi problematica.

Ansia nel post parto: che cosa si può fare per curarla?

Una delle primissime cose che è necessario fare per guarire e risolvere il problema è di rendersi conto di cosa si sta vivendo.

Le neomamme e non devono essere informate sui danni che l’ansia può creare sulla mente e sul corpo di una persona. Per questo è importante prenderne coscienza il prima possibile in modo tale da poter agire nel breve termine se ci si dovesse rendere conto di soffrire di un problema simile.

Di certo l’aiuto di un professionista attraverso una psicoterapia può essere di grande vantaggio. Da evitare l’automedicazione, magari per mezzo di prodotti fitoterapici a base di essenze naturali.

La medicina complementare, invece, può essere un valido alleato: dalla meditazione allo yoga, dall’agopuntura fino ai massaggi terapeutici.

Anche i gruppi di supporto possono essere di grande aiuto, ne esistono diversi formati da mamme!

Infine la medicina più influente di tutte può essere il prendersi cura di se stesse, magari con qualche coccola in più: che si tratti di un trattamento estetico, una giornata in famiglia o un acquisto che si desidera da tanto tempo.


Dal Sito: universomamma.it

giovedì 19 novembre 2020

Depressione: tipologie e caratteristiche



Sentiamo spesso parlare di depressione, o spesso diciamo che qualcuno è depresso…o, altrettanto spesso, lo diciamo di noi stessi.

Sentiamo spesso parlare di depressione, o diciamo che qualcuno è depresso senza sapere esattamente cosa sia e cosa significhi. L’obiettivo di quest’articolo è che il lettore comprenda che esistono diverse tipologie di depressione, e qui faremo riferiemento ad alcune. Diciamo "alcune" perché sono comunque classificazioni generiche, e alla fine ogni persona sa cosa sta affrontando, dunque ogni caso è a sé.

Se pensi di trovarti in ​​una di queste situazioni, quello che devi fare è cercare l'aiuto di un professionista che potrà realizzare una diagnosi precoce.


Disturbo depressivo maggiore


Il più comune è il disturbo depressivo maggiore. In questo caso si presentano i sintomi più gravi: apatia e mancanza di mobilità che possono causare ciò che è noto come malinconia. Può succedere che la persona arrivi a non voler mangiare o bere. Questa immobilità totale è nota anche come stupore depressivo.

Possono esserci anche pensieri negativi secondo i quali nulla andrà bene, la persona è convinta del fatto che non potrà essere curata o che perderà tutto. Questi non diventano i deliri tipici di un disturbo psicotico, ma sono idee ricorrenti che paralizzano la persona.


Distimia

Nella distimia si sta già verificando un processo che è diventato cronico, sebbene la sua intensità sia inferiore rispetto al caso precedente. Ci sono ansia, alti e bassi emotivi, perdita di senso dell'umorismo, bassa autostima e anche idee che è difficile affrontare e mettere da parte. Possono essere necessari mesi o anni prima che la persona ne diventi cosciente.

Disturbo ansioso depressivo misto

Un altro disturbo abbastanza comune è il disturbo ansioso depressivo misto, in cui fondamentalmente c'è una miscela dei due problemi: ansia e depressione. Solitamente è dovuto a specifiche situazioni di tensione familiari o lavorative.

Depressione atipica

Nella depressione atipica troviamo alcuni sintomi opposti a quelli più comuni, per esempio aumento dell'appetito e delle ore di sonno. In parte è simile al caso precedente, perché di solito ha una causa specifica.

Astenia

Nei cambi di stagione, soprattutto in primavera, compare l’astenia. È legata ai cambiamenti delle ore di sole. Potremmo dire che è simile alla depressione post-vacazionale. I cambiamenti nel ritmo del corpo producono un eccessivo affaticamento e una sensazione di lieve depressione. Di solito non richiede alcun trattamento.

Ciclotimia

Nella ciclotimia vediamo stati d'animo alterati, cambiamenti senza ragioni apparenti e quindi senza cause. È la manifestazione di un problema interno. Attenzione a non confonderlo con il disturbo bipolare, che è qualcosa di molto più grave, dove non ci sono solo sbalzi d'umore, ma anche manie, iperattività, irritazione e pensieri irrazionali.

Depressione post-parto


Si presenta dopo la nascita del bambino, generalmente a un mese dalla nascita. Colpisce tra il 15 e il 25% delle donne. A volte si risolve spontaneamente, in altri casi può evolvere in modo molto grave. Si tratta di un disturbo depressivo provocato da cause biologiche e socioculturali che può avere un impatto negativo sull'allattamento e sul legame tra la madre e il bambino.


In ogni caso, come abbiamo detto, se pensi di avere uno di questi disturbi, è giunto il momento di rivolgerti a un professionista che possa valutare cosa succede, come trattarlo e come risolverlo.

Articolo di Jaume Guinot pubblicato su MundoPsicologos.com


Dal Sito: guidapsicologi.it 

mercoledì 18 novembre 2020

Ansia e depressione da Covid-19, come comportarsi


Le restrizioni causate dall’epidemia di Coronavirus hanno fatto registrare un aumento di casi ansiosi e depressivi. Nell’articolo alcuni rimedi per superare le paure. 

Le nuove restrizioni per fasce regionali, hanno determinato un nuovo isolamento per le persone che, soprattutto in zona rossa, hanno il divieto di uscire di casa se non per motivi strettamente necessari. Non è possibile, ad esempio, far visita ad un amico, prendere un caffè in un bar o, semplicemente, passeggiare al parco. Questo, nel periodo appena trascorso, ha fatto registrare un aumento degli stadi depressivi negli over-50. I dati parlano del passaggio da uno stadio di solitudine ad uno depressivo almeno un caso su 5.

Lo studio

Uno studio condotto dall’University College di Londra e pubblicato sulla rivista The Lancet Psychiatry, ha analizzato un campione di 4200 individui e i primi dati hanno rivelato l’aumento del rischio di ammalarsi di depressione negli anni futuri, indotto proprio dalla condizione attuale. “Abbiamo visto che il sentirsi soli – ha spiegato Gemma Lewis, coordinatore dello studio – è un forte fattore di rischio per la depressione, più di quanto lo sia l’effettivo numero di contatti sociali di una persona. Quindi non è tanto importante il tempo trascorso in compagnia, ma quanto ci si sente effettivamente soli“.

I traumi più diffusi

Oltre alla depressione e all’aumento degli stati ansiosi, si sono registrati una serie di disturbi post traumatici da stress. Tra questi incubi, irritabilità, tachicardia, difficoltà del sonno, abuso di alcol e medicinali, calo dell’attenzione e attacchi di panico.

I rimedi

Per uscire da una condizione di stress emotivo e psicologico, prima che questo possa sfociare in una vera e propria patologia, è possibile ricorrere a piccoli rimedi. Innanzitutto, è necessario concedersi del tempo per metabolizzare l’accaduto in maniera obiettiva e riconoscere il disagio, senza provare vergogna per la condizione che si vive e senza aver fretta di ritornare alla normalità subito. Parlarne con qualcuno e condividere gli stati d’animo, magari con chi vive la stessa condizione, può essere un valido aiuto. Evitare di cercare ossessivamente notizie sui contagi o leggere articoli di esperienze traumatiche. Sul web girano tantissime fake news, che potrebbero alterare la verità e la percezione della realtà. Cercare, per quanto possibile, di riprendere i ritmi quotidiani e cercare nuovi hobby e opportunità per impiegare il tempo. Qualora la situazione dovesse persistere, è raccomandabile chiedere l’aiuto di un esperto, che saprà dare le giuste indicazioni per affrontare ansie e forme depressive.

Dal Sito: atuttonotizie.it

venerdì 2 ottobre 2020

Storie di 5 sportivi che hanno sconfitto la depressione



Ci sono mali oscuri che arrivano dal nulla e senza bussare entrano nelle nostre vite, rischiando di portarci a picco. Rialzarsi è durissima e quando pensi di avercela fatta, a volte capita di dover combattere un secondo e un terzo round prima di venirne fuori. Questi mali sono molto democratici e attaccano chiunque senza distinzione di sesso o classe sociale.

Tornare alla vita di prima si può e gli esempi di Gigi Buffon, Federica Pellegrini, Andre Agassi, Kevin Love e Mark Cavendish ne sono una prova. Per la nostra rubrica “zero eccessi” ecco le storie di questi 5 famosissimi campioni che ce l’hanno fatta. Sono imprese più importanti di quelle sportive, perché dimostrano quanto i valori tipici dello sport – la resilienza, la costanza, l’impegno e il perseguimento di obiettivi – trascendano il perimetro ristretto di uno stadio o un palazzetto.

BUFFON E LA SUA PARATA PIÙ IMPORTANTE
Siamo agli inizi degli anni 2000 e Gigi, che è ormai da anni il miglior portiere italiano e per tutti l’erede di Zoff, ha tutto. Soldi, fama, sex appeal… Ma, come ha raccontato senza nascondersi sui social:

“Una mattina ti alzerai dal letto e le tue gambe inizieranno a tremare fortissimo. Sarai così debole che non riuscirai a guidare la macchina. All’inizio penserai che si tratti semplicemente di stanchezza o di un virus. Ma poi la cosa peggiorerà. Avrai solo voglia di dormire. All’allenamento ogni parata sembrerà un’impresa. Per sette mesi non riuscirai a goderti la vita”.

Poi quella mostra di Chagall che come una folgorazione gli dà la spinta per ripartire, per riprendere in mano la vita privata prima e quella sportiva poi. Da lì in avanti, grazie anche al medico della Juve, ai compagni di squadra, agli amici e parenti che diventeranno suoi confidenti e sostenitori, Gigi migliora sempre più fino ad uscirne. Il resto è storia, come il Mondiale 2006 e gli scudetti vinti in bianconero.

PELLEGRINI BATTE L’ANSIA E TORNA IN VASCA
Nel 2008 a soli 20 anni Federica è già la regina del nuoto italiano e non solo. Ha vinto tutto, Europei, Mondiali ed è stata oro alle Olimpiadi di Pechino. Ma quando nell’autunno di quell’anno (dopo una gara in cui non riusciva a respirare, temendo addirittura di affogare) le viene diagnosticato un broncospasmo causato dall’allergia alle muffe presenti in piscina, la sua vita sportiva cambia.

Se grazie ai farmaci risolve il problema fisiologico, “dal punto di vista psicologico la situazione è peggiorata. Dopo quella gara, l’ansia è diventata il mio guaio più grave: temevo di rivivere le sensazioni provate in quella terribile performance, anche se razionalmente sapevo che non sarebbe potuto riaccadere. Continuavo a rimuginare e dire non ce la faccio, non ce la faccio, e mi si chiudeva la gola. Quando l’ansia toccava l’apice, non riuscivo nemmeno a entrare in acqua: arrivavo ai blocchi di partenza e correvo via”.

Il mental coach, l’analisi in studio e le simulazioni di gara l’hanno aiutata a convivere con questo blocco mentale. E nonostante la paura, Federica è tornata a gareggiare e vincere, riconfermando l’oro ai Mondiali di Roma, agli Europei di Budapest e di nuovo ai Mondiali di Shanghai.

AGASSI SUPERA LA DIPENDENZA DALLE DROGHE
Andre, uomo simbolo del tennis anni 90 è l’esempio di chi ha provato il viaggio dal paradiso all’inferno, andata e ritorno. Come racconta nella sua biografia cult “Open” tutto inizia nel momento della separazione dalla moglie Brook Shields, star di Hollywood:

“Il mondo mi chiedeva chi fossi davvero, nel momento in cui non lo sapevo neppure io. E questo mi ha portato a chiudermi in me stesso. Ma tutto è arrivato a una conclusione in Germania nel 1997. Avevo 27 anni. Ero 140 al mondo. Ero stato numero uno. E perdo ancora al primo turno dopo aver accettato una wild card. In qualche modo c’era ancora gente che veniva a vedermi, ma avevo dimenticato come si colpiva una pallina da tennis. Ero nella mia stanza in hotel dopo la sconfitta e guardavo fuori dalla finestra. Guardavo il traffico, non ho mai odiato il tennis così tanto come in quel momento. È stato questo che mi ha portato a creare una fondazione, perché tra essere numero 1 al mondo e 140 non c’è differenza: dipende solo da come scegli di vivere“.

La “rockstar del tennis” poteva appendere la racchetta al chiodo, ma farlo avrebbe voluto dire darla vinta ai demoni che lo bloccavano. Ha scelto di vivere, come dice lui, è tornato in campo e lo ha fatto da campione vero trionfando di nuovo agli US Open del 1999 e agli Australian Open del 2000, 2001 e 2003.

KEVIN LOVE E I SUOI CANESTRI CONTRO GLI ATTACCHI DI PANICO
Nato e cresciuto da una famiglia agiata e famosa (il padre giocatore NBA prima di lui, lo zio storico cantante dei Beach Boys) Kevin sembra avere un futuro spianato davanti a sé, avviato com’è ad una carriera da prima pagina: dai successi al college con UCLA all’NBA, dai T’Wolves ai Cavs, coi quali vince un titolo a fianco di Lebron James fino alle convocazioni da protagonista nella nazionale a stelle e strisce. Un giocatore poco appariscente, ma molto duttile come ala grande e centro, in virtù di un’abnegazione e un’intelligenza tattica da fuoriclasse. Ma nonostante la sua vita da atleta senza eccessi, anche Kevin ha la sua storia triste da raccontare. Tutto inizia nell’autunno del 2018 quando, prima contro Atlanta e poi contro OKC, è vittima di attacchi di panico che lo costringono a lasciare il parquet durante la partita. La sua confessione è durissima:

“È difficile da descrivere, ma quella sera contro Atlanta credevo che il cervello stesse cercando di uscirmi dalla testa. Ricordo di aver perso il controllo quando dalla panchina ci hanno comunicato un adeguamento difensivo: ho cercato di pensare e di eseguirlo, ma si è spento tutto. Il panico è arrivato da non so dove. Non avevo mai vissuto una situazione del genere. Da quel momento, il mio atteggiamento sulla salute mentale è cambiato completamente. Era come se il mio corpo mi stesse dicendo ‘stai per morire’. Sono finito sul pavimento della sala pesi, disteso schiena per terra, cercando di incamerare aria”.

L’aiuto decisivo arriva dal collega DeMar DeRozan che prima di Kevin aveva affrontato e vinto questo male.
“Le sue parole mi hanno aiutato a capire l’importanza della salute mentale, che è una cosa invisibile, ma che ad un certo punto diventa determinante. E come ha detto Demar: non sai mai cosa sta sentendo la persona che hai di fronte. Se state leggendo queste parole, e state vivendo un periodo difficile, ricordatevi che non c’è nulla di male né di strano a condividere ciò che avete dentro. Anzi, forse è la cosa più importante: per me è stato sicuramente così”.

Kevin veste ancora la maglia dei suoi amati Cavs e non li ha abbandonati,
nemmeno ora che sono passati in pochi anni dall’essere una delle squadre più forti in NBA a quella col peggior record a est del 2020. Kevin ha comunque chiuso la sua stagione con quasi 18 punti e 10 assist di media.

CAVENDISH HA SCONFITTO IL “BUIO” IN CUI ERA ENTRATO
Per tutti gli appassionati delle due ruote lui è “Cannonball”, uno dei migliori velocisti degli ultimi 20 anni.Le sua volate sono diventate un simbolo per tutti i tifosi britannici e non. Quattro volte campione del Mondo fra il 2008 e il 2006 e quasi 150 successi in carriera, eppure Mark ha passato quasi due anni a combattere contro la depressione.

“Ho sofferto molto, ero al buio. Ne sono uscito con un aiuto, ma senza farmaci. Sono riuscito ad uscire da questo periodo molto doloroso. Ora riesco a vedere gli aspetti positivi della vita”, racconta Cavendish, colpito in passato anche dal virus di Epstein-Barr che lo ha costretto a lunghi periodi di stop. Anche se il Cavendish dei vecchi tempi non lo vedremo più, spodestato da ciclisti più giovani e affamati, vederlo ancora in sella (ora corre per il team Bahrain-McLaren) ci insegna cometornare a fare ciò che si ama senza l’ossessione del successo, può essere la medicina migliore.


Dal Sito: sportnews.snai.it

mercoledì 2 settembre 2020

5 FALSI MITI SULLA DEPRESSIONE




La depressione è una condizione clinica molto invalidante. La prima cosa da sapere e da tenere bene a mente sulla depressione è che essa esiste. Banale a dirsi, ma non è così. La depressione, così come molti altri disturbi psicologici, vengono spesso considerati qualcosa di misterioso da chi non ne soffre. L’atteggiamento più comune è dubitare dei sintomi della persona depressa. Come se lui potesse sbarazzarsi di quel demone con la sola forza di volontà.

È colpa degli psicologi. Per anni ci siamo combattuti sul linguaggio corretto da utilizzare quando si parla delle derive comportamentali della psiche. Abbiamo scelto di non usare parole come “malattia” perché ci sembravano troppo forti e aggressive verso la sofferenza umana. Credo che abbiamo fatto una sciocchezza. La depressione è una malattia tanto quanto una gamba rotta o un’infezione, e come tale va trattata. Solo che non sempre sono i farmaci la risposta, la medicina della mente è prima di tutto la psicoterapia.

Quindi, per prima cosa  accettiamo che ci siano persone malate di depressione, e poi cerchiamo di sfatare alcuni falsi miti su di essa.

5 FALSI MITI SULLA DEPRESSIONE

#1 La depressione è uguale alla tristezza

Comunemente si utilizzano i termini tristezza e depressione quasi come sinonimi, come se la differenza fosse solo di grado. Una persona molto triste per la massa è un depresso.

Non è così.

La depressione non riguarda solo l’umore ma coinvolge molti altri sintomi come l’energia fisica, l’appetito, il sonno e le relazioni sociali. Ma soprattutto, quando siamo tristi è come se una patina di nero si posi sulle cose rendendole insipide e meno stimolanti. Quando si è depressi invece le cose non sono nere, sono vuote.

#2 La depressione è sinonimo di debolezza

Una mente forte non si ammala di depressione, questo crede la gente. Invece è proprio il contrario, una mente semplice lontana dai ragionamenti e dai dubbi sulla vita è meno probabile che si ammali di depressione. Chi invece è allenato alla riflessione sulle cose e sulla vita rischia di perdere il controllo sui suoi pensieri e di andare a sbattere contro una crisi depressiva.

#3 La depressione è passeggera

La tristezza viene a va, la depressione no.

Quando ci si ammala di depressione si pensa solo alla propria depressione. La depressione diventa tutto il mondo percepibile e non si stacca più. Può darsi che per caso svanisca, perché magari abbiamo la fortuna di inciampare in qualche persona o situazione che la dissolve. Però il mio consiglio è quello di non affidarvi al caso ma di rivolgervi a uno psicoterapeuta.

#4 La depressione è una malattia femminile

Statisticamente la depressione colpisce più donne che uomini. Ma è altrettanto vero che molti uomini ne soffrono in silenzio. Si tratta di depressione nascosta, ossia una forma di depressione in cui la vittima cerca di dissimulare i sintomi per non subire la pressione sociale.

#5 Parlarne peggiora le cose

Pensare alla depressione peggiora le depressione, parlarne con qualcuno no. Sfogare verbalmente il proprio malessere interiore spesso ha un effetto catalizzatore sulla guarigione perché introduce un punto di vista razionale a qualcosa che noi affronteremmo altrimenti solo sul piano emotivo.

Non c’è nulla di cui vergognarsi ad ammettere la propria malattia, ed è bellissimo ricevere il sostegno delle persone a noi vicine.


Dal Sito: psiche.org

Depressione post partum, come riconoscerla ed affrontarla





Depressione post partum, come riconoscerla ed affrontarla„Il momento che segue la nascita del bambino è delicato e l'equilibrio psico-emotivo della neo mamma può essere fragile: ecco i sintomi da non sottovalutare


Depressione post partum, come riconoscerla ed affrontarla


Che la gravidanza sia un tempesta ormonale per una donna è chiarissimo. Fin dal concepimento della nuova vita, infatti, nella donna avvengono una serie di cambiamenti non solo esterni, ma anche interni e la neo mamma si trova a vivere nuovi equilibri emotivi e psichici, spesso molto fragili. Il periodo del post parto, poi, è ancora più delicato, ecco perchè si arriva a parlare di Depressione Post-partum.
La gravidanza e il parto

Durante i nove mesi di gestazione la futura madre da un lato ha il tempo di preparare al piccolo un suo spazio fisico per accoglierlo nel mondo reale, dall’altro può riorganizzare i propri spazi interiori, creando all’interno della sua mente uno spazio psichico per il suo bambino ed elaborare l’immagine di sé come genitore.

Questo processo non è sempre indolore: alcune donne, per i loro vissuti, hanno infatti difficoltà ad accettare la maternità e dentro di sé vivono sentimenti contrastanti: felicità, paura, apprensione per ciò che le attende. Queste emozioni non sempre vengono espresse, per il timore di sentirsi “diverse” e giudicate come inadeguate al ruolo di madre. Invece è importante dare voce a questi sentimenti e a queste emozioni interne in quanto ansia, tristezza e sconforto possono trasformarsi in veri e propri sintomi di depressione.
Riconoscere una Depressione post-partum

Alla nascita del bambino le cose possono diventare ancora più complicate: i due neogenitori possono trovarsi infatti impreparati nel loro nuovo ruolo. A questo va aggiunto il rapido cambiamento ormonale per la donna, cambiamento che può favorire una significativa alterazione dell’umore, nella maggior parte dei casi transitoria. Secondo il sito State Of Mind, solo nel 10-15% dei casi i sintomi diventano clinicamente significativi nel senso di una depressione post-partum. In questo caso si tratta di sintomi non transitori che possono perdurare anche diversi anni.
Impariamo a riconoscere i sintomi della Depressione post-partum

Sono almeno cinque i sintomi da riscontrare tra i seguenti per un arco di tempo di almeno due settimane, per una diagnosi di depressione post-partum
ansia
alterazione del sonno
isolamento
umore depresso
astenia
anedonia (perdita di piacere)
sentimenti di colpa e di inutilità bassa autostima, impotenza e disvalore
modificazione del peso e/o dell’appetito
perdita della libido
riduzione della concentrazione
pensieri ricorrenti di morte e/o progettualità di suicidio
agitazione o rallentamento psicomotorio.

Anche nel linguaggio della neo mamma si possono riscontrare questo tipo di frasi:
“Ogni cosa ha perso il suo senso”
“Mi viene sempre voglia di piangere”
“Non voglio vedere nessuno”
“Mi sento stanchissima”
“Per un attimo mi sento benissimo e appena dopo sono di nuovo a terra”
“Mi pesa fare ogni cosa”
“Non riesco a prendere nessuna decisione”
“Mi sento confusa”
“Non sono in grado di fare niente”
“Tutti pensano solo al bambino, non come mi sento io”
“Perché sto così male adesso che ho questo bellissimo bambino?”
“A volte penso che tutti starebbero meglio se io non ci fossi più”
“Mi sento in ansia”
“Sento che sto per scoppiare”
“Non riesco a respirare, ho il fiato corto”
“Mi sento un nodo alla gola”
“Non sopporto che qualcuno mi tocchi”
“Non ho appetito”
“Mangio senza un freno”

Non è detta che una donna che manifesti solo alcuni di questi sintomi debba necessariamente rientrare in una diagnosi di Depressione post-partum. Si può trattare infatti di un disturbo dell’adattamento con umore depresso.

Nella maggior parte dei casi, lo stress che la donna vive dopo la nascita del bambino è una reazione momentanea alle esigenze del neonato o alle pressioni di altri membri della famiglia: in questi casi basta fornire rassicurazioni e ascolto alla puerpera per aiutarla a ritrovare pian piano un nuovo equilibrio.

Se invece la presenza di un certo grado di ansia è costante, all’interno di un quadro depressivo allora questo ci deve far pensare alla depressione post-partum.
Quando si manifesta la depressione post-partum?

Già nella 3-4 settimana successiva al parto possono manifestarsi i primi sintomi, ma anche tra il quarto e il sesto mese, con alcuni casi fino ai nove mesi. Non bisogna confondere questi sintomi con la maternity blues, un lieve disturbo emozionale transitorio che si riscontra in più della metà delle donne nei primi giorni dopo il parto e che si risolve da solo entro una settimana, senza particolari conseguenze su mamma e bambino.
Cosa fare se i sintomi persistono

Quando ci si accorge che i sintomi della depressione post-partum o lo stato malessere persistono per più di due settimane, è il momento di rivolgersi a uno psicologo, che dopo un colloquio, alcuni test specifici e l’osservazione clinica sarà in grado di indicare il percorso di trattamento migliore. 


Dal Sito: today.it

martedì 25 agosto 2020

La depressione non è vivere a metà, il bipolarismo non è leggerezza e avere l'ansia non significa non avere nulla da fare


Ancora oggi, siamo in tanti a non saper accettare il cosiddetto male dell’anima.

Forse perché per la maggior parte dei casi i loro sintomi non sono fisicamente visibili.

Siamo così abituati a credere in ciò che possiamo vedere con i nostri occhi, che tutto ciò che non può essere visto rimane solo un dubbio, per noi, o peggio ancora qualcosa che in realtà non esiste.

Sarà perchè siamo così amanti delle apparenze, che tendiamo facilmente a neutralizzare e ad allontanare ciò che richiede profondità e sentimento.
All’interno del contesto in cui viviamo sembra esistere, purtroppo, un vero e proprio pregiudizio circa le malattie mentali.

Se non ci sono sintomi visibili, questi disturbi come possono esistere?
E’ questa la domanda, che ancora oggi sembrano porsi in molti.

Ed è proprio per questo motivo che molte persone reagiscono male di fronte ai disturbi mentali, non accettandoli.
Alcuni arrivano persino a disprezzare coloro che ne soffrono.
O a non credere al loro malessere.

Dopotutto, avere di fronte qualcuno che sembra stare apparentemente bene, poiché senza macchie sul corpo e senza febbre, non è di certo di aiuto.
Molti non riescono a rendersi conto, infatti, che esiste un mondo dentro ognuno di noi.

Solo chi ha avuto una condizione depressiva o ha visto stare male un membro della propria famiglia d’ansia o di bipolarismo, sa quanto tutto questo possa comportare.
Un dolore questo che non riguarda solo chi soffre, ma anche chi gli sta accanto.

Chi ne resta coinvolto in prima persona, non può che portarne le cicatrici.
Cicatrici queste apparentemente invisibili.

Eppure basterebbe guardare negli occhi di queste persone per capire il mondo che hanno dentro.
La società di oggi, purtroppo, sembra non essere ancora pronta ad accettare l’esistenza di tali disturbi.
Molti sottovalutano il problema. Altri non lo considerano nemmeno come tale.

Siamo sempre così di corsa, che non abbiamo più il tempo di guardarci dentro.
La sopravvalutazione delle superficialità, la sovraesposizione delle conquiste materiali, la ricerca sfrenata della fama virtuale.

Sembrano essere queste le cose che ci fanno sentire “grandi e importanti.”
Sono questi gli atteggiamenti e i comportamenti che caratterizzano la nostra società, che è sempre più incurante di ciò che i sentimenti possono poter dire.

Come non essere suscettibili ai disturbi emotivi con questi presupposti?
Eppure queste ci sono, esistono davvero e sembrano voler nascondere sentimenti non positivi che devono essere, prima individuati e poi gestiti.

La depressione esiste ed è oscurità.
L’ansia esiste ed è disperazione.
Il bipolarismo esiste ed è insicurezza.

Finché i sentimenti non saranno considerati dalla società, i disturbi dell’anima difficilmente potranno essere socialmente accettate e trattate.
Se è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi, sappiate guardare oltre allora.

O semplicemente imparate a guardare negli occhi le persone.
E’ proprio li che si nasconde la loro anima.


Dal Sito: giornodopogiorno.org 

sabato 22 agosto 2020

Cos'è la depressione estiva: l'effetto dell'estate su ansia e umore


Effetto estate su ansia e umore: cos’è la depressione estiva

La bella stagione può peggiorare i sintomi ansiosi e depressivi, per un mix di fattori fisici e sociali. La psicologa ci spiega i meccanismi che si innescano

Contrariamente a quanto ci aspetteremmo, l’estate ha un impatto emotivamente disturbante su molte persone. Estate non significa relax, come siamo soliti pensare, anzi: nella stagione più calda aumenta in modo significativo il consumo di farmaci ansiolitici, di antidepressivi, di alcol e sostanze. 
Sono soprattutto coloro che soffrono di disturbi dell’umore e d’ansia a risentire negativamente della bella stagione, ma anche chi non ha un disturbo conclamato può percepire un senso di disagio.

Esiste anche una depressione che si manifesta tipicamente d’estate, e che presenta delle peculiarità rispetto alla depressione più “classica” che tende a manifestarsi più spesso nei mesi freddi. Mentre nella depressione più frequente nei mesi autunnali ed invernali predominano aumento del sonno e dell’appetito, nella depressione estiva si riscontrano più spesso insonnia e calo dell’appetito
In coloro che soffrono di depressione estiva, in più, la percezione della spensieratezza e del divertimento degli altri può procurare disagio, accentuare la sensazione di essere diversi e spingere ulteriormente all’isolamento sociale, che è già caratteristico dei disturbi depressivi.

Quali sono i fattori che determinano l’insorgenza di depressione nei mesi più caldi? L’aumentata esposizione alla luce solare viene chiamata in causa in quanto influenza la produzione di melatonina e serotonina. Ci si aspetterebbe che un loro aumento faccia migliorare la depressione, come in effetti accade in molte persone depresse, ma non in chi soffre di depressione estiva. D’altra parte, pure l’opposto, ovvero un calo della luce solare disponibile in autunno, viene ritenuto responsabile della depressione autunnale. 
Il fattore determinante sembra essere allora non tanto l’aumento o la diminuzione di queste sostanze in relazione alle variazioni della quantità di luce, ma piuttosto il cambiamento troppo improvviso del bioritmo, sia in un senso che nell’altro. Il ritmo sonno-veglia viene alterato sia quando il foto-periodo si accorcia, in autunno, sia quando si allunga in estate. Alcune persone sono più predisposte a risentire dell’uno, alcune dell’altro. D’estate, alla maggiore luce si aggiungono  l’aumento della temperatura e dell’umidità, tutti fattori che influenzano il ciclo sonno-veglia e di conseguenza l’umore.


Il caldo può peggiorare i sintomi di chi soffre di disturbi dell’umore perché di per sé provoca spossatezza, svogliatezza, disturbi del sonno e dell’appetito che sono anche sintomi propri della depressione. Ma soprattutto, il caldo provoca tachicardia, sudorazione, calo della pressione che a sua volta può indurre agitazione e confusione mentale. Tutte queste modificazioni corporee sono simili ai sintomi dell’ansia e del panico e si sovrappongono ad essi, esacerbandoli. 
Chi soffre di attacchi di panico tende ad attribuire un significato patologico a sensazioni corporee che possono essere di per sé fisiologiche, innocue e casuali, ma è l’interpretazione di queste sensazioni come qualcosa di minaccioso e pericoloso che attiva un’escalation di ansia fino all’attacco di panico. Il caldo offre molteplici stimoli da cui può innescarsi un attacco: la spossatezza, l’affanno, i giramenti di testa possono scatenare il pensiero che stia avvenendo qualcosa di grave e vengono caricati di un significato patologico.

D’estate l’ansia può aumentare perché con le giornate più lunghe e il maggior tempo a disposizione aumentano potenzialmente anche le attività, gli impegni e le energie a disposizione, provocando una maggiore irrequietezza. 
D’altra parte le persone vanno in ferie, i negozi chiudono, i programmi televisivi abituali vengono sospesi, venendo a mancare gli abituali punti di riferimento. Le vacanze sono per la maggior parte delle persone un momento a lungo sospirato, ma per alcune che soffrono di ansia e depressione sono un fattore di stress, in quanto richiedono di cambiare le abitudini, i ritmi, lasciare l’ambiente protetto della propria casa e dei luoghi familiari, la sensazione di controllo che deriva dall’avere le giornate scandite in modo sempre uguale e già organizzato secondo programmi predefiniti. Vengono a galla l’ansia da vacanza, le fobie relative ai mezzi di trasporto.

D’estate la pressione sociale al divertimento è maggiore, l’isolamento della persona depressa si nota anche di più e si moltiplicano le esortazioni degli altri a uscire. Tuttavia, uscire e frequentare persone in occasioni sociali richiedono energie che in chi è depresso sono già ridotte. 
Inoltre, chi soffre di depressione e ansia tende a confrontarsi con gli altri con una percezione distorta, per cui le altre persone appaiono sempre migliori di sé, più felici, più serene, meno problematiche, più sane. In un circolo vizioso, questa convinzione rigida e distorta induce ulteriormente a chiudersi in sé ed evitare i contatti, per sfuggire a un confronto che, nella propria mente, rimarca la propria condizione di sofferenza ed espone a un possibile giudizio negativo.

Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta

Dal Sito: centropagina.it