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giovedì 4 giugno 2020

Psicologo o Psicoterapeuta, Psichiatra o Neurologo, Counselor o Coach




Un bel giorno della nostra vita, può capitare che tutti gli sforzi fatti fino a quel momento per “stare bene”, non reggano più il peso di un disagio che si fa strada sempre più prepotentemente dentro di noi.

A volte si tratta di una reazione a qualcosa che è accaduto senza che noi potessimo farci niente, facendoci sentire impotentiarrabbiati e tristi, come la perdita di una persona cara, una malattia, l’abbandono della persona amata, un licenziamento…

Altre volte, sentiamo solo che abbiamo perso la “voglia di vivere” e l’entusiasmo per le piccole cose, sostituiti da un senso di noia e di frustrazione.

Sentiamo, allora, la necessità di rivolgerci a qualcuno che abbia le giuste competenze per poterci dare una mano a superare questo malessere e a ritrovare la serenità perduta.

Ma qual è la persona giusta per noi?

Esistono molte figure di aiuto in ambito psicologico e di vita in generale e non sempre è chiara la distinzione tra una e l’altra.

Vediamole insieme una per una per capire meglio a chi rivolgersi per risolvere i propri disagi.



Chi è lo psicologo?

E’ una persona che utilizza le sue competenze professionali per accompagnarti nell’esplorazione e comprensione di te stesso e/o dei tuoi eventuali dubbi, difficoltà, disagi e preoccupazioni.

Lo psicologo non può prescrivere farmaci, ma può aiutarti attraverso colloqui di sostegno, consulenze, tecniche di rilassamento, ecc.

Il percorso di studi dello psicologo consiste in:

  • laurea in psicologia;
  • tirocinio pratico post laurea di almeno 1 anno;
  • superamento dell’esame di stato per l’abilitazione alla professione;
  • iscrizione all’albo professionale degli psicologi sezione A (nella sezione B si può iscrivere chi ha conseguito la laurea junior dopo 3 anni di studi, ma non può dirsi psicologo né esercitare la professione di psicologo).

Senza aver svolto tutte queste tappe non ci si può definire “psicologi” e per la legge è un “esercizio abusivo della professione”.

Chi è lo psicoterapeuta?

Lo psicoterapeuta è uno psicologo o un medico che si è specializzato in psicoterapia dopo essersi diplomato presso una scuola, riconosciuta dallo Stato, della durata di almeno 4 anni (più un tot. di ore di tirocinio pratico professionalizzante).

L’intervento dello psicoterapeuta è più profondo di quello dello psicologo e può durare molto più a lungo proprio perché va a lavorare su dinamiche più “antiche” ed utilizza tecniche specifiche.

Anche lo psicoterapeuta (ad esclusione dei medici specializzati in psicoterapia) non può somministrare farmaci.

Non tutte le psicoterapie sono uguali: esistono metodi, anche molto diversi tra loro, che hanno alla base tecniche specifiche che si riferiscono ad un particolare modello di riferimento.

Il percorso di studi dello psicoterapeuta consiste in:

  •  laurea in psicologia o medicina e chirurgia;
  • tirocinio pratico post laurea di almeno 1 anno;
  • superamento dell’esame di stato per l’abilitazione alla professione;
  • iscrizione all’albo professionale degli psicologi con aggiunta alla sezione degli psicoterapeuti;
  • tirocinio professionalizzante contestuale al corso di specializzazione;
  • diploma di specializzazione presso una scuola di psicoterapia di almeno 4 anni riconosciuta dallo Stato.

Senza aver svolto tutte queste tappe non ci si può definire “psicoterapeuti” e per la legge è un “esercizio abusivo della professione”.

Chi è lo psichiatra?

Lo psichiatra si occupa delle malattie mentali e, in quanto medico, può intervenire farmacologicamente sui disturbi psichici ponendo maggiore attenzione al sintomo e alla sua risoluzione.

A seconda dell’approccio che segue, lo psichiatra, può anche intervenire a livello psicologico o lavorare con altri professionisti della salute mentale.

Il percorso per diventare psichiatra consiste nel superare le seguenti tappe:

  •  laurea in medicina e chirurgia;
  •  tirocinio pratico post-laurea;
  • superamento dell’esame di stato per l’abilitazione alla professione;
  •  iscrizione all’albo professionale dei medici chirurghi;
  • specializzazione in psichiatria;
  • tirocinio professionalizzante.

Solitamente si rivolge allo psichiatra chi:

  • ha bisogno di un supporto farmacologico per superare un momento particolarmente difficile (meglio se contestualmente a una psicoterapia);
  • soffre di gravi disturbi mentali (psicosi, schizofrenia, disturbo bipolare, ecc);
  • soffre di disturbi mentali che richiedono una terapia farmacologica.

Chi è il neurologo?

Il neurologo è un medico specializzato in neurologia e si occupa delle patologia legate al Sistema Nervoso Centrale, al Sistema Nervoso Autonomo e al Sistema periferico somatico.

Fino agli anni ’70, la figura del neurologo e quella dello psichiatra, erano unite sotto il termine di “neuropsichiatra” ma, anche in seguito alla riforma inspirata da Franco Basaglia, vennero distinte in due specializzazioni con oggetti di studio differenti: “Neurologia” e “Psichiatria”.

Il percorso per diventare neurologo consiste nel superare le seguenti tappe:

  • laurea in medicina e chirurgia;
  • tirocinio pratico post-laurea;
  • superamento dell’esame di stato per l’abilitazione alla professione;
  • iscrizione all’albo professionale dei medici chirurghi;
  • specializzazione in neurologia;
  • tirocinio professionalizzante.

Si rivolge al neurologo chi soffre di patologie come le seguenti:

  • morbo di Parkinson;
  • morbo di Alzheimer;
  • sclerosi multipla;
  • ictus;
  • cefalee;
  • epilessia;
  • malattie neuromuscolari;
  • tumori e malattie cerebrovascolari;
  • paralisi;
  • distonie;
  • lesioni o malformazioni del sistema nervoso in genere.

Chi è il counselor?

Il counselor svolge attività di “counseling” che viene così definito da AssoCounseling: «[…] un intervento informativo, esplicativo e di supporto finalizzato non tanto a trovare soluzioni, ma a far sì che il cliente mobiliti le proprie risorse per convivere meno dolorosamente con la propria situazione di vita reale nel quotidiano».

Il TAR del Lazio, con la sentenza 13020/2015, ha disposto la cancellazione di Assocounselling dall’elenco delle attività non regolamentate di cui alla L. 4/2013 e afferma che i counselor non hanno alcuna competenza per gestire il disagio psichico che attiene alla sfera della salute.

La suddetta sentenza dispone che il disagio psichico, anche fuori da contesti clinici, rientra nelle competenze della professione sanitaria dello psicologo e che la gradazione del disagio psichico, dunque, presuppone una competenza diagnostica non riconosciuta ai counselors.

coaching2

Chi è il coach?

Il coach svolge attività di “coaching” ai propri clienti che vengono chiamati “cochee”.

Wikipedia definisce il coaching come “una strategia di formazione che, partendo dall’esperienza di ciascuno, si propone di operare un cambiamento, una trasformazione che possa migliorare e amplificare le proprie potenzialità per raggiungere obiettivi personali, di team e manageriali.

Nel coaching, il presupposto è che ogni persona possieda delle potenzialità latenti che il coach tirerà fuori insegnando al cliente come utilizzarle per raggiungere i propri obiettivi.

A differenza del counselor, che è più una figura legata all’ascolto, il coach è più un allenatore sul campo della vita che offre al cliente gli strumenti che gli permetteranno di rafforzare la propria efficacia e la propria prestazione.

Il coaching non può essere utilizzato come terapia sostitutiva in caso di patologie psichiche particolari o legate a disturbi della personalità.

Attualmente, in Italia, il titolo di “coach” non ha valore legale e non vi sono albi professionali a cui iscriversi.

 


Dott.ssa Sarah Pederboni


Dal Sito: psicologiabenessere.it

venerdì 22 marzo 2019

Psicologo, psicoterapeuta, psichiatra: in caso di disagio a chi mi devo rivolgere?

Uno stato di disagio e il disagio di quale professionista scegliere

Stiamo vivendo un disagio che da tempo ci attanaglia e compromette la qualità della nostra vita tenendoci bloccati e facendoci soffrire? Ansia, depressione, attacchi di panico, perdita di memoria, comportamenti bizzarri… Non sottovalutiamo certi vissuti… né quelli che viviamo in prima persona, né quelli delle persone care che ci stanno attorno.

Per prenderci cura in modo corretto di noi stessi è importante, innanzitutto, essere consapevoli che qualcosa nella nostra vita non va. Questo non significa essere pazzi o deboli, significa semplicemente essere coscienti che ci troviamo in un momento di disagio, di difficoltà e chiedere aiuto, il giusto aiuto, è la soluzione migliore per uscire da una situazione che ci vede intrappolati in schemi e modalità comportamentali poco efficaci, anzi, deleteri…

Capire quali sono le figure professionali, che più di tutte, si occupano del benessere della salute mentale e ci possono accompagnare a migliorare una situazione che oramai ci sta stretta e che ci fa soffrire, può essere davvero di grande aiuto.

Psicologo, Psicoterapeuta e Psichiatra sono le professioni che in primis si occupano di salute mentale, a diversi livelli, e proprio per questo hanno competenze e modalità d’intervento diverse.

Al riguardo vi è parecchia confusione, ma vediamo di fare chiarezza!

Chi è lo Psicologo?

Lo Psicologo è colui che si è laureato in psicologia, in uno dei suoi diversi indirizzi: età evolutiva, clinica, di comunità, neuropsicologia, ecc… e dopo l’esame di Stato ed aver conseguito l’abilitazione, si è iscritto all’Albo professionale, ovvero all’Ordine degli Psicologi della propria regione. Questo è molto importante, in quanto consente a ciascun cittadino di verificare se il professionista al quale si sta rivolgendo è proprio chi dice di essere! La professionalità e la tutela della persona prima di tutto!

Lo Psicologo attua interventi sia a carattere individuale, sia di gruppo, sia attraverso interventi di sensibilizzazione della comunità. Si occupa di benessere e di prevenzione del disagio. Può lavorare nell’ambito dell’infanzia e dell’adolescenza (disturbi dell’apprendimento, motivazione e metodo di studio, educazione sessuale, …), a sostegno della genitorialità, in strutture quali comunità per tossicodipendenti o disabili e nelle residenze per anziani (solo per citarne alcuni).

Chi è lo Psicoterapeuta?

Lo Psicoterapeuta è lo Psicologo o il Medico, iscritto al relativo Albo, che ha conseguito una specifica formazione professionale in psicoterapia. Questa è successiva alla laurea e si realizza con un percorso post universitario della durata di quattro anni. Lo Psicoterapeuta svolge attività di prevenzione, sostegno, diagnosi, cura e riabilitazione, in modo a volte più mirato di uno psicologo, proprio alla luce del percorso formativo svolto. E’ lo specialista che si occupa di psicoterapia: attraverso strumenti clinici e la relazione terapeutica, è in grado di accompagnare la persona verso un processo di cambiamento volto al raggiungimento di un migliore stato di equilibrio e alla riscoperta del sé.

La psicoterapia è un viaggio che ci consente di raggiungere l’autonomia: consapevolezza, spontaneità, intimità. Migliora la nostra qualità di vita, dandoci la possibilità di decidere il nostro destino.

Ci aiuta ad acquisire nuovi strumenti per dare il giusto significato all’esperienza e risolvere in modo efficace, attivo e propositivo i problemi. Inoltre rappresenta una garanzia per il nostro benessere futuro: permette di creare un circolo virtuoso di pensieri-emozioni-comportamenti per mantenere una buona qualità di vita.

Lo Psicologo-Psicoterapeuta non può prescrivere farmaci, ma se lo ritiene opportuno, si avvale di uno Psichiatra di fiducia che possa seguire il cliente nella parte farmacologica.

Chi è lo Psichiatra?

Lo Psichiatra è colui che si è laureato in medicina e che si è poi specializzato in psichiatria. Lo Psichiatra studia gli aspetti organici della psiche e dei disturbi mentali. Pone attenzione soprattutto ai sintomi e su di essi interviene principalmente da un punto di vista farmacologico.

Il sostegno attraverso il farmaco, in alcune condizioni di disagio psichico, è molto importante. Proprio per questo è fondamentale rivolgersi ad un esperto che possa dare le giuste indicazioni. E’ opportuno diffidare da consigli di amici o finti esperti che non siano Psichiatri! Potrebbe essere più dannoso che benefico…

Accanto al supporto farmacologico, spesse volte, è però importante affiancare anche un percorso psicoterapeutico… attenuare il sintomo è sì di grande aiuto, ma fare un passo oltre e capire da dove viene quel sintomo può essere il punto di svolta per migliorare la nostra vita.

Altra precisazione importante è che lo Psichiatra si occupa principalmente di persone adulte. Per i disagi relativi l’ambito dell’infanzia e dell’adolescenza è opportuno rivolgersi al Neuropsichiatra Infantile.

Dal Sito: vicenzapiu.com

giovedì 25 gennaio 2018

Antidepressivi: Cosa C’è Da Sapere Prima Di Sospendere La Terapia




Per chi deve fare i conti con la depressione o l’ansia, gli antidepressivi possono rappresentare una vera ancora di salvezza. Per qualcuno, tuttavia, non rappresentano una soluzione al problema oppure semplicemente si decide di sospenderne l’assunzione per motivi economici o di altro tipo.

In questo caso, prima di farlo, è sempre bene conoscere alcuni aspetti

È importante prendere la decisione in modo molto ragionato e dopo averne parlato con il medico. Tenete conto che questi farmaci agiscono direttamente sul cervello e provocano cambiamenti ed alterazioni che devono essere monitorati. Ecco, quindi, alcuni fattori da considerare prima di sospendere l’assunzione degli antidepressivi.

Occorre collaborare con il medico

Se state considerando l’idea di sospendere gli antidepressivi, è innanzitutto importante parlare in modo schietto con lo psichiatra o il medico delle vostre aspettative, dei vostri timori o dubbi.

È vostro diritto, in quanto pazienti, decidere quali farmaci assumere e quali no; tuttavia, se decidete di sospendere l’assunzione degli antidepressivi, il medico vi dovrà spiegare quali effetti secondari dovete aspettarvi durante il processo di transizione.

Molte persone decidono di stare ormai bene e di non avere più bisogno di assumere farmaci. È una situazione molto comune quando si raggiunge un certo equilibrio emotivo. Ciò nonostante, spesso questo stato di felicità è in effetti il risultato degli antidepressivi.

È importante che il vostro medico sia informato di quello che provate e come lo provate. In questo modo, potrà capire se è una buona idea abbandonare la terapia.

In alcuni casi può sorgere il dubbio che gli effetti dei farmaci non siano normali o magari è necessario cambiare il trattamento. Si tratta di un processo che di solito richiede tempo e c’è chi si stanca di andare a tentativi sulle dosi da assumere.

Se dopo aver parlato con il medico restate sempre della stessa idea, il secondo passo sarà creare una tabella di marcia per ridurre gradualmente il consumo degli antidepressivi. In questo modo, potrete tenerne sotto controllo gli effetti secondari e non resterete soli durante la transizione.

Se avete deciso di interrompere la cura perché produce effetti non desiderati, lo psichiatra potrebbe consigliarvi una terapia alternativa che venga accettata meglio dal vostro organismo. Spiegate al medico le vostre paure, i vostri dubbi e cosa provate.

Il miglioramento non è immediato

Alcuni pazienti arrivano disperati all’appuntamento con lo psichiatra o lo psicologo perché dopo diversi mesi di cura con gli antidepressivi non hanno notato nessun cambiamento. In altri casi, il cambiamento c’è stato, ma in negativo.

È naturale desiderare che svaniscano la tristezza accumulata, la perdita di interesse per ogni cosa, la forte insicurezza e altre situazioni che hanno reso necessari i farmaci antidepressivi.

Anche il vostro medico vorrebbe avere una bacchetta magica capace di far sparire tutto questo, ma la realtà è molto più complessa. Tenete in considerazione che il problema, anche se seguito dal medico, non può essere risolto in qualche minuto.

Occorre permettere al vostro corpo di adattarsi alla nuova posologia

È comune per il medico vedere pazienti che hanno l’aspettativa di tornare alla normalità in un paio di giorni di trattamento e poi subito sospenderlo.

Il medico, in ogni caso, sa quanto tempo occorre prima di notare il miglioramento e ve lo indicherà.

È di vitale importanza non disperare e non cercare di regolare da soli le dosi. Questo significherebbe mettere a rischio la propria vita e perdere il controllo sugli effetti. Il medico vi chiederà di avere molta pazienza ed è importante seguire il suo consiglio.

È probabile che il vostro umore cambi temporaneamente

Sospendere l’assunzione degli antidepressivi senza autorizzazione del medico spesso significa non aver valutato bene le conseguenze.

A questo proposito, diversi studi indicano che abbandonando improvvisamente gli antidepressivi si corre un rischio maggiore di andare in contro a pensieri suicidi, per quanto la relazione non sia stata verificata in modo chiaro.

Se interrompete la terapia, vi sentirete “strani”

Come abbiamo accennato, gli antidepressivi agiscono direttamente sul cervello con una funzione regolatrice. Quando si sospende la cura, questa funzione viene perduta ed è possibile avvertire uno o più sintomi:

Sensazione di scosse elettriche

Perdita di concentrazione

Improvvisi sbalzi d’umore

Incapacità di portare a termine compiti semplici

Vuoto mentale

Ognuno vive questa esperienza in modo personale. È probabile che nei primi giorni non si avverta nessuna differenza e che, in seguito, non si riesca a pensare in modo chiaro per alcuni giorni. Si tratta di una reazione normale, non c’è da spaventarsi, ma è meglio che il medico verifichi l’entità di questi cambiamenti.

Avete il diritto di decidere se sospendere o continuare con gli antidepressivi

Le persone che soffrono di depressione devono affrontare tanti elementi allo stesso tempo. Da una parte un turbinio di emozioni, dall’altra il parere del medico e le opinioni altrui.

L’insieme di queste pressioni può confondere, dare la sensazione di aver perso il controllo sulla propria vita e il potere di decisione. Per questo motivo, è importante sapere, in ogni momento, che prendere o meno gli antidepressivi è una decisione soltanto vostra.


Dal Sito: www.tecnologia-ambiente.it

venerdì 21 luglio 2017

Il rapporto tra psicofarmaci e psicoterapia



Quando è utile un percorso di psicoterapia e quando invece è meglio fare ricorso agli psicofarmaci?

Psicoterapia e cura psicofarmacologica sono approcci che utilizzano metodi d’intervento e teorie di base completamente diversi.

La psicoterapia (la cosiddetta “terapia della parola”) agisce sulle cause emotive e cognitive del disagio psicologico utilizzando il colloquio e il rapporto tra terapeuta e paziente.

La psicofarmacologia interviene sul piano fisiologico e materiale, mediante la somministrazione degli psicofarmaci, ossia dei farmaci che agiscono sul funzionamento del sistema nervoso centrale.

Questi due interventi sono generalmente forniti da due differenti tipi di specialisti della salute mentale: gli psicologi psicoterapeuti da un lato e i medici psichiatri dall’altro.

Gli psicoterapeuti sono in genere degli psicologi (ma vi è anche una minoranza di medici psicoterapeuti) e in quanto psicologi non sono autorizzati (né formati) a somministrare gli psicofarmaci. Il loro intervento riguarda piuttosto gli aspetti comportamentali, mentali, emotivi e di comprensione della persona.

Gli psichiatri sono invece innanzitutto dei medici che hanno ricevuto una formazione che si è focalizzata prevalentemente sugli aspetti fisici dell'essere umano e, di conseguenza, si occupano delle cure psicofarmacologiche (si veda anche il mio articolo sulla differenza tra lo Psicologo e lo Psichiatra).


Psicofarmaci e/o psicoterapia?
Il rapporto tra i due approcci è piuttosto complesso e – ad oggi – alcuni li ritengono metodologie di intervento inconciliabili e in antitesi.

In realtà vi sono numerosi punti di vista diversi, alcuni suffragati da ricerche scientifiche, altri basati sulla esperienza pratica e clinica degli psichiatri e degli psicoterapeuti che lavorano sul campo.

Alcuni specialisti sostengono che i due tipi di cura debbano essere utilizzati in alternativa: la psicoterapia quando il disturbo è leggero o mediamente grave, la psicofarmacologia quando il disturbo è molto grave.

Altri specialisti della salute mentale sostengono invece che la psicofarmacologia debba essere usata come strumento principale e prioritario nel maggior numero dei casi.

Ci sono poi quelli che invece utilizzerebbero sempre e solo la psicoterapia.

Infine vi sono gli specialisti che auspicano una diffusa integrazione delle due metodiche.

Per cercare di gettare luce sul rapporto tra queste due metodologie ho intervistato la Dott.ssa Nicoletta Borioni che, pur essendo un Medico specialista in Psichiatra ha conseguito anche una specializzazione in Psicoterapia e, avendo maturato una esperienza professionale in entrambi i campi, mi è sembrata la persona più adatta per trattare questo tema.


L’intervista alla Dott.ssa Nicoletta Borioni
Vorrei cominciare col chiederle qualcosa di personale: come ha deciso di diventare un Medico Psichiatra?
Sono sempre stata appassionata di medicina e in più ho sempre letto libri in tema di psicologia. Quando mi sono iscritta a medicina mi interessava molto anche l’approccio psicologico al paziente. Dopo la laurea in medicina ho scelto di specializzarmi in psichiatria perché si occupava degli aspetti psichici della cura del paziente e durante il corso di specializzazione in psichiatria ho studiato le malattie mentali e ho verificato anche l’utilità dell’uso degli psicofarmaci, specie nel caso di alcune malattie mentali, come ad esempio le psicosi.

Perché ha deciso di prendere una ulteriore specializzazione in Psicoterapia?
Studiando psichiatria mi sono resa conto che la psichiatria mi forniva le nozioni sulle patologie e sull’uso dei farmaci, però queste nozioni non mi erano sufficienti per gestire il rapporto col paziente e l’investimento emotivo personale con quel paziente. Poi sapevo che mi sarebbe piaciuto fare anche lo psicoterapeuta, che è una professione per cui serve una formazione specialistica.

La cura del rapporto con il paziente è una materia del corso di specializzazione in psichiatria?
Sì, durante la specializzazione in psichiatria vengono insegnate molte cose circa il rapporto col paziente: come accogliere il paziente, come gestire la prima visita ... Durante il mio corso in psichiatria, poi, mi sono stati insegnati anche molti concetti e autori dell’ambito psicologico. Però non mi sono state fornite le nozioni, le tecniche, la supervisione per esercitare la professione di psicoterapeuta. Perciò dopo la specializzazione in psichiatria, ho voluto affrontare un secondo corso di specializzazione in psicoterapia, per divenire capace di fornire anche la “cura della parola”.

Quando è opportuno intervenire sul disagio psicologico esclusivamente mediante l’uso degli psicofarmaci?
Si interviene esclusivamente con gli psicofarmaci quando il paziente non possiede quel livello di lucidità tale per entrare in relazione con un’altra persona. Questo ha luogo, ad esempio, quando il paziente è delirante, oppure ha delle allucinazioni, oppure è mutacico [N.d.r.: incapace di comunicare verbalmente].
Quando però il paziente ha recuperato la capacità di relazionarsi, è sempre bene utilizzare anche la psicoterapia.

E quando è opportuno intervenire esclusivamente mediante l’uso della psicoterapia?
Sono tanti i casi di disagio psichico in cui è opportuna solo la psicoterapia. Quando il disagio è reattivo a degli eventi e non è così grave da sovvertire la stabilità mentale del paziente. Cioè, quando la persona sta reagendo ad un trauma, più o meno lontano nel tempo.
O quando c’è un disagio relazionale, ad esempio quando un paziente ha un problema col proprio coniuge, oppure quando la persona ha bisogno di fare delle scelte, oppure quando sta attraversando dei momenti di vita normali ma difficoltosi, chessò, un lutto, una separazione, un trasloco, uno sfratto, un licenziamento …
O quando la persona ha una crisi esistenziale, ha bisogno di fare il punto sulla sua vita e non presenta sintomi così gravi da sconvolgere il suo equilibrio.
L’uso esclusivo della psicoterapia è auspicabile poi nel caso dei Disturbi di personalità, in cui gli psicofarmaci possono al più ridurre alcuni sintomi ma non sono indispensabili, mentre è essenziale la psicoterapia.

Quando invece è maggiormente auspicabile una integrazione dei due approcci?
Nei casi precedenti, quando il paziente sta reagendo ad un trauma, o ad un evento stressante, o si trova in un momento di crisi e il suo equilibrio è fortemente sconvolto. Quando, cioè, la persona perde la sua capacità di funzionare completamente nella propria vita quotidiana, allora può essere utile integrare la psicoterapia con l’uso degli psicofarmaci.
Ci sono poi dei disturbi per i quali le ricerche hanno mostrato che l’approccio integrato di psicoterapia e psicofarmacologia produce i maggiori effetti di cura.

Interessante. Ad esempio per quali disturbi è stato verificato che l’integrazione delle metodiche è la strategia più utile?
Per esempio, per gli Attacchi di panico, o per il Disturbo bipolare le ricerche hanno mostrato questo. In questi casi gli psicofarmaci contribuiscono ad attenuare i sintomi critici di cui soffre la persona, cosicché poi questa diviene maggiormente capace di entrare in relazione e di lavorare in psicoterapia sugli eventi stimolo che provocano il malessere. Con i pazienti bipolari, la farmacoterapia impedisce le grosse oscillazioni, ma è con la psicoterapia che la persona diviene consapevole di quando “vira” [N.d.r.: la brusca variazione dell'umore del paziente che improvvisamente comincia a mostrare una eccessiva eccitazione fisica, psichica e comportamentale], di perché “vira” e impara a prevenire le ricadute serie.

Quindi talvolta integrare psicofarmaci e psicoterapia può aiutare il paziente a beneficiare maggiormente del percorso di psicoterapia?
Sì, come ho appena detto per gli Attacchi di panico e i disturbi bipolari. Ma anche nel caso dei pazienti psicotici, i quali sono fortemente disequilibrati presentando deliri, allucinazioni e altri comportamenti fortemente disorganizzati. In questi casi se il paziente viene “compensato” [N.d.r.: stabilizzato] con una farmacoterapia, poi è possibile lavorare con la “terapia della parola” sul disagio e aiutare la persona a impegnarsi nel cercare di sviluppare le proprie competenze sociali, chessò, frequentando un centro diurno e lavorando sulle proprie difficoltà di relazione con gli altri.
Talvolta però è il paziente stesso che richiede l’integrazione di psicoterapia e psicofarmaci e questo può essere utile per alleviare i sintomi particolarmente disturbanti, come ad esempio l’insonnia che è fortemente debilitante, specie nel lungo periodo.

In questi casi è meglio che sia lo psichiatra stesso ad assumere anche il ruolo di psicoterapeuta, o è più opportuno che siano due persone differenti?
In generale è meglio che siano due persone diverse, magari che siano in contatto e collaborino tra loro. In questo modo il paziente quando si trova in psicoterapia si può concentrare sui temi psicologici, sulle sue difficoltà emotive e relazionali, invece di sottrarsi a questi temi parlando degli effetti del farmaco: “Questo farmaco mi crea sonnolenza, non dormo, eccetera”. In questo modo se il paziente tenta di “coprire” i temi psicologici con l’attenzione ai farmaci, lo psicoterapeuta può rifocalizzarlo dicendogli: “Bè di queste cose ne può parlare con lo psichiatra”, di fatto scindendo i due campi e facilitando il lavoro in psicoterapia.
In taluni casi però, ad esempio con i pazienti giovani o con i pazienti molto resistenti alla terapia, può essere utile invece che lo psichiatra e lo psicoterapeuta siano la stessa persona, nel senso che nei casi più complessi è più utile essere flessibili: lo stesso professionista può fare da psichiatra e psicoterapeuta e conquistarsi gradualmente la fiducia del paziente e convincerlo piano piano a cominciare una terapia farmacologica e nel frattempo parlarci conducendo il discorso sulle sue difficoltà psicologiche. Con i pazienti più resistenti non è utile essere troppo rigidi e dire “io faccio lo psichiatra e l’altra persona fa lo psicoterapeuta” perché è difficile anche solo che il paziente si fidi di un solo specialista.

E ora, una domanda che riflette alcune paure e luoghi comuni: è possibile che l’uso degli psicofarmaci impedisca o rallenti il percorso di psicoterapia?
Ci sono diverse scuole di pensiero, ma io direi, come si diceva all’inizio, che spesso trattare farmacologicamente i sintomi che impediscono di entrare in relazione, quali i deliri, le allucinazioni, le disorganizzazioni gravi, facilita e permette la psicoterapia.
Ci sono invece alcuni casi non gravi, come ad esempio l’Attacco di panico, laddove, se la persona non soffre più dei sintomi, allora perde la motivazione a fare un lavoro psicoterapeutico. Finché il paziente ha il sintomo, anche solo attenuato, va in psicoterapia e si mette a ragionare: “Cosa era successo il giorno prima dell’attacco di panico? Come stavo?” e fa delle connessioni tra gli eventi, le sue convinzioni, le sue emozioni e le sue sensazioni fisiche.
Ma se il paziente grazie agli psicofarmaci non ha più gli attacchi di panico, si dice: “Sto bene” e non va più a fare il lavoro di psicoterapia. In questo caso il paziente ha risolto la sintomatologia critica, ma non risolve le cause scatenanti e probabilmente non le affronterà mai, fintantoché continuerà ad utilizzare gli psicofarmaci.

La psicoterapia mira ad una conclusione allorché la persona che ha risolto i propri problemi e ha acquisito le risorse necessarie, non ha più bisogno di effettuare un lavoro psicoterapeutico. E’ la stessa cosa per gli psicofarmaci, ossia la somministrazione degli psicofarmaci ha come obiettivo l’interruzione degli stessi?
Dipende. Vi sono alcuni casi, le situazioni gravi, quali le psicosi e i disturbi bipolari, in cui se la persona sta meglio utilizzando degli psicofarmaci deve continuare a prenderli per continuare a stare bene. Magari dopo una prima fase in cui i dosaggi sono più alti, si effettua una riduzione progressiva per arrivare, dopo anni, ad una dose sempre più bassa, una dose minima di mantenimento che la persona deve continuare ad assumere. Comunque sono capitati dei casi in cui delle persone con disturbi importanti, magari un unico episodio, e subito trattato, piano piano sono arrivati a non assumere più nessun farmaco, in genere con l'aiuto di una buona psicoterapia…
La maggioranza degli studi soprattutto sulle psicosi ha mostrato che l'intervento precoce al primo episodio e la continuità di assunzione delle terapie farmacologiche già dal primo anno sono il fattore principale per un ritorno al funzionamento precedente l'episodio critico.
Ci sono invece molti casi in cui ci si pone dall’inizio l’obiettivo di interrompere gli psicofarmaci, ossia i farmaci vengono somministrati con l’idea di agire sui sintomi invalidanti e facilitare una psicoterapia per poi essere tolti.

Come ad esempio?
Bè, ad esempio gli Attacchi di Panico. Se insieme ai farmaci viene effettuato un buon percorso di psicoterapia, probabilmente si riuscirà a togliere gli psicofarmaci.
Stessa cosa vale per alcuni tipi di depressione, o per altri disturbi ansiosi: se l’intervento farmacologico viene abbinato con la psicoterapia vi sono buone possibilità di eliminare poi gli psicofarmaci.

La Dott.ssa Nicoletta Borioni è Medico Chirurgo specialista in Psichiatra, Psicoterapeuta, Dirigente medico in servizio presso il CSM (Centro di Salute Mentale) dell’ASL RM-C. Per ulteriori informazioni è possibile visionare la scheda di presentazione della Dott.ssa Nicoletta Borioni.

Conclusioni
I rapporti tra psicoterapia e psicofarmacologia sembrano essere complessi e influenzati dal tipo di patologia nonché dalle caratteristiche del singolo paziente.
Pur con le dovute eccezioni e differenze tra persona e persona, mi arrischio ad effettuare le seguenti sintesi e generalizzazioni:
Ci sono molti disturbi psicologici che hanno bisogno di essere affrontati unicamente con la psicoterapia. Quando i sintomi non sono molto pesanti, ad esempio quando l’ansia, l’umore depresso, la confusione mentale, gli accessi di rabbia non sono così intensi da impedire che la persona porti avanti la propria vita, è consigliabile intervenire unicamente con la psicoterapia.
Questo è il caso della maggioranza delle persone che generalmente si rivolgono ad uno psicologo.

Ci sono poi alcuni disturbi psicologici la cui cura è invece avvantaggiata dall’integrazione di psicofarmaci e psicoterapia, con l’obiettivo di arrivare a interrompere entrambe le metodiche di intervento. L’intervento farmacologico ha l’obiettivo di portare il livello dei sintomi sotto controllo e di permettere alla persona di trarre il massimo vantaggio da un percorso di psicoterapia. L’idea è comunque quella di lavorare in psicoterapia per giungere a interrompere l’intervento farmacologico. Rientrano in questa categoria disturbi con sintomi quali: gli attacchi di panico, le ossessioni e le compulsioni, l’umore depresso “grave”.

Infine, vi sono alcuni disturbi psicologici gravi, come le psicosi e i disturbi dell'umore unipolari o bipolari, laddove l’intervento farmacologico è indispensabile e ci si aspetta che continuerà per un lungo periodo, se non per tutta la vita del paziente. Anche in questi casi, la persona trae benefici da un percorso psicoterapeutico in integrazione con la terapia farmacologica.

Vale la pena di ricordare che è assolutamente sconsigliato effettuare da sé una diagnosi psichiatrica o determinare da sé il piano di intervento psicoterapeutico e psicofarmacologico. Particolarmente pericolosi sono gli interventi psicofarmacologici fai da te, come ad esempio quando la persona decide da sola di aumentare le dosi o di sospendere le assunzioni di uno psicofarmaco dopo un lungo periodo di assunzione.

Rispetto ai disturbi psicologici la miglior cosa è stabilire il piano di intervento insieme allo specialista di fiducia o, nei casi più complessi, con l’aiuto di una equipe di specialisti – composta da psichiatri e psicoterapeuti, ma anche da neurologi, fisioterapisti, dietologi, etc. – per individuare il miglior intervento integrato.


Adriano Stefani Psicologo


giovedì 22 giugno 2017

Paura degli psicofarmaci? Un tema controverso


La parola psicofarmaci genera di solito diffidenza e timore. In molti quando la si pronuncia storcono il naso e si spaventano rifiutando con forza.

L’immaginario che ruota attorno al mondo degli psicofarmaci è spesso costellato da false credenze, ma certamente anche verità indiscutibili. È necessario fare chiarezza tra queste verità e menzogne per non perdere di vista l’obiettivo finale, che in questo caso è e riguarda sempre ed esclusivamente il benessere della persona e il miglioramento della qualità della vita.

Nell’ambito della cura della mente ci sono diverse aree che solitamente entrano in gioco a seconda della gravità della situazione, della diagnosi, della storia della persona e della sua resilienza (capacità individuale della mente di reagire a situazioni complesse e critiche). Ci sono progetti di intervento che possono essere gestiti e risolti con un percorso di psicoterapia o una consulenza psicologica; altri quadri patologici invece non possono non includere cure psichiatriche ad hoc per tempi anche molto lunghi.

Nei casi più complessi (ma anche in situazioni meno gravi che si prestano), il più delle volte si ritiene necessario combinare cure psichiatriche, che sono farmacologiche, al sostegno psicoterapeutico. Non è inusuale quindi che psichiatra e psicoterapeuta collaborino assieme per consentire alla persona di giovare di un progetto completo che possa risolvere al meglio la sua situazione.

Gli psicofarmaci sono spesso accostati all’idea di pazzia e in genere per questo si rifiuta la loro assunzione. Si temono inoltre gli effetti collaterali (soprattutto la dipendenza da essi) che però il più delle volte sono amplificati da giudizi frettolosi, questioni politiche e culture avverse.

Come in tutte le cose, è necessario prima contestualizzare il problema.

A cosa serve lo psicofarmaco?

Lo psicofarmaco è uno strumento a disposizione del medico e del terapeuta che agisce per tamponare o arginare dei sintomi. Questo significa che agisce su quegli aspetti della malattia mentale o del semplice disagio mentale che sono manifesti e spesso invalidanti per la vita della persona.

Andiamo da situazioni gravi che rendono impossibile la non assunzione del farmaco: stati depressivi invalidanti per i quali prima è necessario correggere gli effetti originati dalla condizione depressiva e poi sarà possibile agire su un intervento dialogico, che rafforzerà le strutture interiori per uscire dal problema.

Così come situazioni assolutamente lievi: ad esempio dei semplici stati di ansia che impediscono il sonno, dove si può prevedere un aiuto che ristabilisca il risposo, fondamentale per il corretto funzionamento della mente.

Quando si supera il limite della sua utilità?

Un farmaco non è una panacea dei mali, tanto meno di quelli che affliggono la mente.

Se allo psicofarmaco viene data una centralità e importanza nell’intervento maggiore delle sue reali funzioni, il rischio che subentrino dei problemi nell’uso e quindi nell’abuso, diventa molto alto.

Tralasciando i casi di malattia mentale grave, quale la schizofrenia o la depressione bipolare per i quali vi è un discorso a parte, se al farmaco viene data la responsabilità della risoluzione del disagio che sta alle origini del malfunzionamento mentale, o problematica anche lieve che sia, allora si rischia non solo di non risolvere il problema, ma di sostituirne spesso uno con un altro.

Dunque alla base dell’uso improprio dello psicofarmaco di solito c’è un suo porlo come unica cura o perno centrale del problema presentato.

In questi casi (ad esempio dei quadri di ansia o depressione lieve) la prescrizione dovrebbe essere fatta per dare sollievo dai sintomi presentati, ma da sola non può certamente essere utile a risolvere il problema, che solitamente sta a monte e su cui è necessario lavorare.

Quando il farmaco diventa il solo mezzo utilizzato per tenersi in equilibrio, come si diceva, spesso si sostituisce un problema con un altro. Si allevia il sintomo, non si risolve il disagio sottostante e spesso si crea una dipendenza, poiché eliminando la “stampella” fornita dal farmaco, non si è più in grado di camminare.

Ad aggravare la situazione vi è poi la facilità con la quale spesso si prescrivono questi farmaci in alcuni contesti e l’autoprescrizione, ovvero la somministrazione auto indotta da parte della persona, senza il necessario controllo del medico psichiatra.

Gli psicofarmaci sono certamente dei farmaci complessi, dagli effetti collaterali spesso fastidiosi, ma tali effetti aumentano proprio quando vi è un atteggiamento di superficialità nella loro assunzione, quale appunto una somministrazione fai da te o un uso prolungato senza che di fatto si agisca realmente sulla fonte del disagio, ma solo sulla sua superficie.

Quindi come sempre, se si usa responsabilmente il farmaco, si somministra con un progetto che è volto a dare sostegno a breve durata e non a tempo indeterminato – con un progetto specifico e, nei casi che maggiormente si prestano, coadiuvato da un percorso psicoterapeutico parallelo utile a risolvere la fonte del problema – questo potrà rivelarsi un alleato valido in molte situazioni di disagio e non una indelebile etichetta di follia sull’individuo che ne fa uso.


Dott.ssa Sara Bakacs

Dal Sito: psicologo-romaeur.it

martedì 3 gennaio 2017

Cinque consigli contro l'ansia da anno nuovo.


La lista dei buoni propositi per il nuovo anno è sempre troppo lunga. E alla vigilia di quello successivo le aspettative iniziali molto spesso sono risultate disattese. Ma come fare ad affrontare i nuovi progetti con la giusta emotività senza l'angoscia del fallimento? Lo psichiatra Michele Cucchi, direttore sanitario del Centro medico Santagostino di Milano, spiega come inseguire nuove mete senza farsi abbattere dall'ansia di realizzare ogni sogno:

1) No rimpianti. Non lasciamo spazio al rimpianto di errori ed esperienze che hanno segnato il nostro passato, ma valutiamo attentamente l'opportunità di imparare dalle difficoltà e dagli errori per migliorare concretamente il nostro futuro;

2) Sì a nuove cime. Non confondiamo obiettivi ambiziosi con elevate aspettative. L'obiettivo ci aiuta a tracciare la direzione da perseguire con volontà, l'aspettativa innesta in noi stessi l'ansia del fallimento;

3) Vivi il momento. Viviamo la magia del momento, non aspettiamo sempre ciò che deve arrivare domani. Oggi è il nostro giorno speciale in cui potremmo fare scoperte e vivere esperienze incredibili;

4) Take your time to plan. Diamoci tempo per pianificare al meglio i nostri programmi futuri, scegliamo ciò che veramente conta per noi e sentiamoci liberi di dare tutti noi stessi per realizzare i sogni che desideriamo realizzare da molto tempo;

5) Tieni vivo il fuoco. Coltiviamo il desiderio, 'la pancia sempre piena' ci allontana dalla capacità di raggiungere i nostri obiettivi. L'ardente fuoco che accende la passione, il sapore di ciò che vorremmo ma ancora non abbiamo, renderà ancora più speciale l'attesa.

"La fine dell'anno e l'inizio di quello nuovo rappresentano sempre un momento in cui si fanno i bilanci su come è andato l'anno trascorso e si azzardano previsioni su come andrà quello in arrivo - afferma Cucchi - Molto spesso ci troviamo a fare un'analisi, soprattutto nel caso in cui le cose non sono andate molto bene. E' lecito sognare un futuro migliore, ma non sempre le ipotesi più rosee si concretizzano. L'aspettativa di puntare in alto può generare quest'ansia da nuovo anno".

"Non dobbiamo vivere il principio del nuovo anno come una corsa a ostacoli con la sensazione di essere sotto esame, con la paura di essere bocciati se non rispettiamo il ruolino di marcia - ammonisce lo psichiatra - La vera felicità la troveremo invece nella gioia di tutti i giorni, avvertendo nei muscoli la fatica della lotta quotidiana, di sacrificarsi insieme alle persone care per un importante progetto, un sogno in cui crediamo ciecamente".

"E' bello sognare - conclude Cucchi - ma per dare fiato e gambe ai sogni bisogna prendersi del tempo per pensare, pianificare, valutare, calcolare, capire. Spesso non ce lo concediamo questo tempo, dobbiamo ricavarlo assolutamente".

venerdì 28 giugno 2013

Psicologo-Psichiatra- Disturbo d'Ansia-Informazione


Il Neurologo. Lo Psichiatra. Lo Psicologo. Lo Psicoterapeuta. 

Questi sconosciuti…

Conoscere i professionisti per scegliere con consapevolezza il percorso più adatto a sé.


Il neurologo è un medico specializzato nelle patologie del sistema nervoso (centrale, periferico somatico e periferico autonomo).
Il neurologo cura -quindi- patologie neurologiche organiche (malattie neurologiche, malattie vascolari, malattie infettive e infiammatorie, malattie neoplastiche, malattie degenerative, sottocorticali e traumatiche) attraverso l’utilizzo di interventi chirurgici e farmaci.
In sintesi. Chi è? 1- Un medico. 2- Cosa cura? Patologie organiche. 3- Come? Attraverso l’utilizzo di farmaci.

Lo psichiatra è un laureato in medicina che ha intrapreso successivamente la specializzazione in psichiatria.
Egli si occupa della prevenzione, della cura e della riabilitazione dei disturbi mentali dal punto di vista teorico e pratico. 
La psichiatria è una pratica medica focalizzata strettamente sull'uso del metodo scientifico-sperimentale come mezzo di indagine conoscitivo, sull'uso prevalente dei farmaci come mezzo curativo e con l'utilizzo accessorio di metodologie altrimenti tipiche della psicologia (colloquio, test etc.).
In sintesi. 1- Chi è? Un medico. 2- Cosa cura? Disturbi mentali. 3- Come? Principalmente attraverso l’utilizzo di farmaci.

Lo psicologo ha conseguito una laurea quinquennale in psicologia e l'Esame di Stato, che consente l'iscrizione all'Ordine degli Psicologi, che abilita alla professione.
Lo Psicologo è formato e preparato per il primo ascolto, valutazione, diagnosi, orientamento e supporto, riguardo a tutti i disagi e disturbi psicologici, ed è la principale figura di riferimento per tutti coloro che vedono compromessa la propria salute psicologica.
Lo psicologo non prescrive farmaci. I farmaci sono "esclusiva" competenza del medico, quindi un laureato in medicina.
In sintesi. 1-Chi è? Uno psicologo. 2-Cosa cura? Disagi emotivi. 3-Come? Attraverso colloqui di supporto.

Lo psicoterapeuta è un laureato in psicologia o in medicina, che ha conseguito una specializzazione post-universitaria in Psicoterapia.
La psicoterapia è una branca specialistica della psicologia che si occupa della cura di disturbi psicopatologici di diversa gravità che vanno dal modesto disadattamento all'alienazione profonda e possono manifestarsi in sintomi tali da nuocere al benessere di una persona fino ad ostacolarne lo sviluppo causando fattiva disabilità.
Lo psicoterapeuta con laurea in psicologia non prescrive farmaci. I farmaci sono "esclusiva" competenza del medico, quindi un laureato in medicina.
In sintesi. 1-Chi è? Uno psicologo o un medico. 2-Cosa cura? Disturbi psicopatologici. 3-Come? Principalmente attraverso la relazione terapeutica.

In sintesi.
a) Psicologo/Psicoterapeuta e Psichiatra
La differenza sostanziale tra Psicologo/Psicoterapeuta e Psichiatra risiede nel modo di vedere la persona e nell’approccio utilizzato; mentre i primi due guardano la persona nel suo insieme, evitando di concentrarsi solo sul disturbo, lo Psichiatra utilizza un metodo che può essere definito di diagnosi/cura. In sostanza egli focalizza la sua attenzione sul problema cercando di risolvere solo quello, esattamente come fa il Medico. Egli cura i disturbi psichici e le malattie mentali attraverso l’utilizzo dei metodi propri della Psichiatria, che comprendono l’utilizzo di farmaci.
c) Farmaci
Lo psichiatra, è un laureato in medicina con specializzazione in psichiatria e per questo motivo, tratta i disturbi psichici e le malattie mentali attraverso l'utilizzo di farmaci.
Lo psicologo-psicoterapeuta NON può prescrivere farmaci in quanto non abilitato dalla sua formazione professionale. Per questo motivo, spesso psichiatri, psicologi e psicoterapeuti collaborano per fornire supporto ad una stessa persona.

(Dott.ssa Cristiana Aprile-Dott.ssa Elena Mattiello)