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martedì 4 maggio 2021

Depressione post partum, come si manifesta?


Dopo aver partorito, a molte donne capita di soffrire di depressione post partum. Si tratta di un problema relativamente frequente che colpisce 1 donna su 10 nell’arco dei 12 mesi successivi al parto. Depressione post partum, come si manifesta? Scopriamolo insieme.

Depressione post partum: come si manifesta

La depressione post partum è a tutti gli effetti una depressione che si distingue dalle forme più classiche di quest’ultima essenzialmente per il particolare periodo di insorgenza (da un mese a un anno dopo la nascita del bambino) e per alcune specifiche componenti alla base del suo sviluppo, soprattutto sul piano ormonale e psicoemotivo. I segnali e i sintomi che devono far sospettare la presenza della depressione post partum, invece, sono del tutto sovrapponibili a quelli della depressione unipolare.

Saper interpretare le proprie sensazioni e reazioni psichiche dopo la nascita del bambino è fondamentale per capire se si sta attraversando un comune “baby blues“, che si risolverà da solo in poco tempo, o se si può trattare di una vera depressione post partum, da sottoporre all’attenzione del medico e da trattare in modo specifico.

I sintomi della depressione post partum possono essere simili a quelli della depressione maggiore e comprendere: tristezza estrema, sbalzi d’umore, pianto incontrollabile, insonnia o ipersonnia, perdita di appetito, irritabilità e rabbia, mal di testa, estrema stanchezza, preoccupazioni eccessive o disinteresse nei confronti del bambino, sensazione di inadeguatezza, paura di far male al bambino, senso di colpa per i sentimenti provati, ideazione suicidaria, ansietà o attacchi di panico.

Depressione post partum: come si manifesta e le cause

Non esiste una singola causa responsabile della depressione post partum. D’altronde, possono giocare un ruolo favore allo sviluppo della patologia fattori fisicistile di vitastato emotivo.

Dopo la nascita del piccolo, infatti, si verifica una drammatica discesa dei livelli ormonali e questi cambiamenti possono determinare sbalzi d’umore e stanchezza.

Inoltre, quando si attraversa un periodo in cui viene a mancare il corretto riposo e si è sopraffatti dal sonno, possono risultare di difficile risoluzione anche i problemi quotidiani. 

Inoltre, la presenza di un bambino esigente o la presenza di fratelli maggiori, le difficoltà di allattamento al seno, i problemi finanziari o la mancanza di sostegno da parte del partner possono portare allo svilupparsi di tale patologia.

Depressione post partum: come si manifesta e cosa fare

La terapia varia sulla base della gravità della depressione e dei bisogni individuali. Se si è in una fase cosiddetta di baby blues, generalmente questa scomparirà per conto proprio entro pochi giorni, fino a un massimo di due settimane. Nel frattempo, occorre prendersi più riposo possibile, accettando anche l’aiuto dei familiari

La depressione post partum vera e propria viene spesso curata attraverso una corretta consulenza e terapia. Per quanto riguarda la consulenza, può essere d’aiuto parlare del proprio malessere con uno psichiatra o uno psicologo. Attraverso la consulenza dello specialista, si può trovare un modo migliore per far fronte ai propri sentimenti, risolvere problemi e raggiungere traguardi realistici. A volte anche una terapia di famiglia o di coppia può aiutare.

Dal Sito: mammemagazine.it

martedì 1 dicembre 2020

Ansia nel post parto: come nasce e come affrontarla




Durante il post parto è un sentimento molto diffuso provare ansia più del solito, ma come si può fare per gestirla?

Il post parto non è un momento semplicissimo per tutte le neomamme. Molte di queste, purtroppo, vivono dei periodi parecchio bui che possono sfociare in una grave depressione.

Spesso questo sentimento si innesca fin dai primi giorni di nascita del bebè per poi sfociare in un qualcosa di più grande se non si prende in tempo.

Molte mamme cadono in questo buco nero a causa di una serie di insicurezze che si innescano in loro durante la gravidanza e che poi dopo il parto prendono piede prepotentemente come: l’essere non all’altezza della situazione, la paura di non essere delle brave mamme, il timore di non riuscire a perdere i chili presi durante la gravidanza e non ritornare ad avere le forme di un tempo.

Tutte queste paure e timori possono generare ansia e stress che potrebbero poi riversarsi sul nascituro e soffrire a sua volta di ciò una volta raggiunta l’età adulta.

Ansia nel post parto: i sintomi fisici

L’ansia si può definire come un sentimento in cui si prova paura per quello che potrebbe avvenire o per la sensazione di un pericolo imminente.

Dal punto di vista fisico sono tanti i segnali che avvertono un tale presentimento:

  • battiti cardiaci e respirazione accelerata
  • aumento dell’adrenalina e degli ormoni dello stress
  • immisione nel corpo di glucosio e della neoglucogenesi, cioè la capacità del fegato di produrre glucosio a partire dagli amminoacidi
  • aumenta il livello di allerta corticale, in modo tale che tutto il corpo si prepara ad una situazione di pericolo
  • iperemesi, vomito, nausea, affaticamento, astenia, disturbi dell’alimentazione, disturbi del sonno, fenomeni come “gambe senza riposo” o pesanti

Inoltre problematiche più serie si verificano nel momento in cui quest’ansia è relativa a un pericolo immaginario e non davvero consistente. Questa condizione può provocare un peggioramento della qualità della vita non solo di chi prova ansia, ma anche delle persone che gli stanno intorno e trasformarsi in qualcosa di più grave come: fobia, attacchi di panico, disturbo ossessivo compulsivo, disturbi dell’adattamento, agorafobia.

Ansia nel post parto: chi è a rischio?

Sono a rischio tutte quelle donne che già nel loro percorso di vita hanno dovuto affrontare degli eventi traumatici o dei periodi molto complicati e difficili.

Certo in un periodo così delicato tutte le donne possono iniziare ad avere problemi di questo tipo e proprio per questo motivo è necessario non sottovalutare ogni minimo segnale.

Se ci si sente affaticate da ciò che si sta vivendo o da qualche situazione particolare, il consiglio è di rivolgersi ad un professionista che può aiutarvi a risolvere qualsiasi problematica.

Ansia nel post parto: che cosa si può fare per curarla?

Una delle primissime cose che è necessario fare per guarire e risolvere il problema è di rendersi conto di cosa si sta vivendo.

Le neomamme e non devono essere informate sui danni che l’ansia può creare sulla mente e sul corpo di una persona. Per questo è importante prenderne coscienza il prima possibile in modo tale da poter agire nel breve termine se ci si dovesse rendere conto di soffrire di un problema simile.

Di certo l’aiuto di un professionista attraverso una psicoterapia può essere di grande vantaggio. Da evitare l’automedicazione, magari per mezzo di prodotti fitoterapici a base di essenze naturali.

La medicina complementare, invece, può essere un valido alleato: dalla meditazione allo yoga, dall’agopuntura fino ai massaggi terapeutici.

Anche i gruppi di supporto possono essere di grande aiuto, ne esistono diversi formati da mamme!

Infine la medicina più influente di tutte può essere il prendersi cura di se stesse, magari con qualche coccola in più: che si tratti di un trattamento estetico, una giornata in famiglia o un acquisto che si desidera da tanto tempo.


Dal Sito: universomamma.it

venerdì 2 ottobre 2020

Ansia materna: cos'è e come superarla





Cos’è l’ansia materna e a cosa è dovuta? In quali casi è normale e in quali può diventare invece patologica? Ne parliamo con la psicologa clinica Valentina Scoppio. 

Ansia materna: cos’è?

Per poter capire l’ansia materna, come suggerisce la Dottoressa Scoppio, è bene definire innanzitutto l’ansia:

L’ansia è un’attivazione fisica e psicologica che avviene nel momento in cui ci si trova in una situazione percepita come pericolosa, per se stessi o gli altri. Da questo punto di vista, l’ansia è una risorsa. Si tratta di un tipo di ansia assolutamente sana.

Cosa ci può dire rispetto all’ansia di una mamma?

Anche l’ansia materna può essere sana. Le mammesono dotate di questo tipo di ansia sana, perché si trovano a dover gestire situazioni potenzialmente pericolose. Questo tipo di ansia, di stato di allerta, si attiva per proteggere il bambino quando è molto piccolo, fragile e indifeso. In questo modo, la mamma svilupperà l’accudimento nei confronti del bambino, e il bambino l’attaccamento verso la mamma.

Se viste sotto questa luce, le attenzioni normali che la mamma rivolge al bambino – che caratterizzano questo tipo di ansia sana -, sono fondamentali; è molto importante che la mamma sia presente e che attivi questo tipo di attenzioni. Il bambino, in questo modo, si sentirà sicuro e protetto.

Come si caratterizza questo tipo di ansia “sana”?

La mamma attiva delle fantasie, in situazioni potenzialmente rischiose, che si rivelano beneficheperché le permetteranno di proteggere il bambino. Per esempio, nel caso in cui il bambino si avvicini a una presa di corrente, l’attivazione ansiosa è protettiva. Darà l’input alla mamma per attivarsi fisicamente, prendere in braccio il bambino, e allontanarlo dalla presa. Quando questa attivazione diventa sproporzionata, invece, le reazioni della mamma diventano eccessive anche in situazioni tranquille; in questo caso, abbiamo a che fare con un’ansia patologica.

Come riconoscere l’ansia materna

Come spiega l’esperta, i tipi di ansie che la mamma può presentare sono diverse:

L’ansia da prestazioneriguarda compiti e incombenze nella cura del bambino, che la mamma sente su di sé; l’ansia da separazione riguarda il momento in cui deve lasciarlo, le prime volte, alla scuola materna, a nonni o baby sitter: si tratta, insomma, dei primi momenti in cui si allontana dal bambino. In questi casi, può vivere una situazione di disagio perché non sa gestire il momento della separazione.

Un altro tipo di ansia si presenta quando il bambino comincia a camminare e diventa leggermente più autonomo. La paura materna può essere legata al fatto che il bambino si possa far male, oppure a situazioni che la mamma avverte come pericolose.

Questo tipo di ansia è eccessiva?

In questi casi, il rischio è quello del controllo assoluto che la mamma vorrebbe esercitare; esercitando questo controllo, però, non permette al bambino le sue esplorazioni, che comprendono anche le cadute, e che sono necessarie alla crescita e al percorso del raggiungimento dell’autonomia. Se il bambino barcolla, oppure cade, e la mamma reagisce in modo ansioso, dicendo al bambino di stare fermo o di non muoversi, il bambino assorbe un’ansia che non gli serve. In questo tipo di situazioni il bambino ha bisogno di essere incoraggiato; se la mamma ha paura che si faccia male, si possono adottare semplici soluzioni, come quella di mettere a terra un tappeto.

Cosa ci dice riguardo all’alimentazione e a eventuali tipi di preoccupazioni a essa collegate?

Un altro aspetto di ansia è legato proprio all’alimentazione. Una mamma ansiosa tende a fare confronti con gli altri bambini. Per esempio, si chiede se il figlio sia cresciuto di più o di meno degli altri. Anche questo aspetto, legato al cibo, in una veste sana è sensato (è giusto che la mamma si preoccupi che il figlio mangi), ma può diventare eccessivo se legato alla fantasia della mamma su come vorrebbe che il figlio fosse. Magari il bambino ha un altro peso forma (del tutto sano), ma diverso da quello che la mamma aveva fantasticato su di lui.

Cosa succede se diventa patologica?

Cosa accade nel momento in cui questo tipo di ansie, che nascono come sane, se esasperate diventano patologiche?

Se l’accudimento diventa troppo ansioso va a castrare lo svilupponaturale che i bambini devono percorrere. In un tipo di relazione in cui l’accudimento diventa una sorta di soffocamento, il bambino prenderà a modello la figura di riferimento e diventerà ansioso a sua volta. Se la mamma reagisce agitandosi molto, il bambino impara che ci si deve agitare quando ci si trova in una determinata situazione. Se invece la reazione della mamma è sana, allora anche il modellamento del bambino su quel comportamento sarà sano. Ma se la mamma reagisce in modo spropositato, anche il bambino reagirà in quel modo.

Questo cosa comporta?

A questo punto si innesca un circolo vizioso di attaccamento insicuro. Il bambino non si sentirà in grado di fare da solodeterminate cose, e vorrà sempre la mamma vicino a sé (la mamma è insicura e gli trasmette questa insicurezza). A sua volta la mamma vedrà il figlio come insicuro e aumenterà la sua ansia, che accrescerà l’ansia e l’insicurezza del bambino. Insomma, il rischio è di innescare un circuito profondamente patologico. In questo tipo di situazioni, la mamma e il bambino faranno fatica a separarsi tra loro.

Ansia materna: le possibili conseguenze

Quali sono le possibili conseguenze di un’ansia patologica?

La mamma vivrà un’esperienza di maternità altamente stressante. Vivrà, accanto alle paure sane, anche delle paure fantasticate. Queste paure non le permettono divedere le capacità effettive del bambino, che invece è importante incoraggiare. Da un lato, la mamma rischia di andare in esaurimento nervoso perché tenderà a non delegare ad altri le cure riservate al bambino (sente che è la sola a poterlo aiutare). Potrà incorrere in un esaurimento mentale e fisico, farà fatica a mandarlo all’asilo perché avrà scarsa fiducia (crede di essere l’unica a comprendere i bisogni del bambino). Dall’altro lato, il bambino si sentirà insicuro, penserà di non poter affrontare delle situazioni alla sua portata perché pensa di non farcela da solo.

Naturalmente, è importante trovare una via di mezzo. I bambini molto piccoli hanno bisogno di essere guidati; hanno bisogno di qualcuno che sappia intuire con lucidità se certe situazioni siano alla loro portata oppure no. Una mamma molto ansiosa non ha questo tipo di lucidità. Percepisce le situazioni molto più pericolose di quanto non siano realmente. Se la mamma sta sempre addosso al bambino, dicendogli di non correre, non sudare, non muoversi, questo è indice di una situazione che va oltre l’aspetto sano, soprattutto se la mamma produce delle fantasie catastrofiche.

Come si potrebbe aiutare una mamma in questa situazione?

La prima cosa importante da fare è vedere se riconosce questo aspetto di sé, o se invece il suo comportamento replica le forme dell’accudimentoche ha ricevuto e conosciuto su di sé. Se la mamma non è consapevole del suo comportamento è importante renderla tale, aiutarla a capire che ci sono situazioni in cui è normale avere paura; ma che invece le ansie sacrificanti rischiano di non far vivere più né lei né il bambino.

Ansia materna: come superarla e trattarla

Secondo la Dottoressa Valentina Scoppio, ecco i principali modi per trattare e superare l’ansia materna:

Un aspetto importante è il confronto con altre persone; innanzitutto col padre, ma anche amici, familiari, insegnanti, per cercare di capire come gli altri percepiscono il suo modo di relazionarsi al bambino. È utile anche fare riferimento a quelle situazioni passate in cui la donna si è trovata ad avere paura, e in cui però è andato tutto bene. Per fare un esempio, potrebbe aver avuto paura che il bambino cadesse dalla sedia e si facesse male, e invece il bambino è riuscito a scendere. Ricordarsi di questo tipo di episodi passati può aiutare ad affrontare il presente.

Un altro aspetto da non trascurare è considerare se la mamma ha del tempo per sé. Per esempio, se ha ricominciato ad andare al lavoro dopo la gravidanza, o, nel caso in cui non lavorasse, se riesce a ritagliarsi del tempo per la cura della casa e un tempo di svago. Se la mamma è tutta centrata sul bambino, c’è qualcosa che non va.

È importante cominciare a fidarsi delle situazioni in cui il bambino è da solo e si rende pian piano più autonomo; per esempio, quando il bambino va all’asilo o dai nonni, vuol dire che ha imparato gli strumenti per farcela da solo, anche senza mamma. Questo è un feedback positivo per l’autostima della donna, che sentirà di aver fornito al bambino gli strumenti necessari per riuscire da solo; in caso contrario, il figlio sarà sempre dipendente da lei.

Gli stati d’ansia, compresa quella materna, sono caratterizzati anche da modificazioni fisiche, come tachicardia e fiato corto. A questo proposito, può essere utile fare esercizi di respirazione o ascoltare delle musiche rilassanti, che permettono alla frequenza cardiaca e al respiro di calmarsi un po’.

Se tutto questo non fosse sufficiente a modificare il comportamento ansioso della madre, allora sarà opportuno rivolgersi al medico o a uno psicologo, per capire se si tratta di un problema legato a una questione generazionale. In questi casi, la donna può essere aiutata a capire che ci sono aspetti sani e aspetti problematici del suo rapporto col figlio, e che lei necessita di trattare quegli aspetti problematici (non il bambino).

Cosa consiglia di fare, invece, alle persone che vorrebbero essere d’aiuto in una situazione simile?

Bisogna partire dal presupposto che una mamma pensa di fare il bene del figlio. Quando ci si avvicina alla mamma ansiosa, l’approccio deve aiutarla a comprendere che la sua modalità va rivista, ma serve un approccio morbido. Per esempio, si può iniziare dicendole che la si vede molto stressata, che la maternità le prende del tempo, per poi arrivare a dire che se da sola fa fatica, magari potrebbe essere utile un confronto con uno psicologo.

Nel caso di un bambino molto piccolo, può aiutare molto la figura dell’ostetrica. Per esempio, quando c’è un’ansia legata all’allattamento, o una depressione post-partum. Bisogna capire se l’ansia è legata a una disinformazione della mamma, o se si tratta più di un aspetto emotivo o psicologico.

lunedì 20 gennaio 2020

La salute mentale prima e dopo il parto


Non solo baby blues e di depressione post partum: ecco alcuni dati sui disturbi mentali durante la gravidanza e il primo anno di vita del bambino.

Durante la gravidanza o subito dopo il parto quasi una donna su cinque sviluppa un disturbo mentale. Secondo la Fondazione ONDA(Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna) sono oltre 90.000 le donne che soffrono di ansia e depressione, i due disturbi più comuni. Come spesso succede per i disturbi psichici, queste stime sono approssimate per difetto, dal momento che i sintomi sono sottovalutati sia dalle pazienti sia dai clinici.

I disturbi dell’umore spesso si manifestano già durante la gravidanza. Ricerche stimano che il 40% delle donne che hanno sofferto di depressione post partum soffrivano della malattia da prima della nascita del figlio. Gli studi epidemiologici riportano dati molto variabili: una percentuale di donne che va dal 10-16% al 14-23% ha avuto un episodio depressivo mentre era incinta. La prevalenza è maggiore nel primo trimestre e decresce nelle fasi successive. Quasi la metà delle donne che in gravidanza presentano sintomi depressivi richiede un intervento medico.

Non solo depressione ma anche ansia e tocofobia

Si stima che i disturbi d’ansia siano altrettanto comuni, anche se hanno ricevuto minore attenzione e gli studi disponibili sono considerati poco affidabili. È più difficile individuare questo tipo di disagio anche perché si ha una sovrapposizione tra i sintomi della malattia e le manifestazioni della gravidanza. Vomito e nausea, affaticamento, stanchezza, disturbi dell’alimentazione, disturbi del sonno e sindrome delle gambe senza riposo si osservano, infatti, in entrambe le situazioni.

Ma anche l’ansia è associata a conseguenze negative per il feto, nonché alla comparsa di depressione post partum. A differenza della depressione, lo stato d’ansia aumenta con il progredire della gravidanza e ha valori più elevati nel terzo trimestre. Le donne che sperimentano questo disturbo alla 32esima settimana hanno un rischio maggiore di sviluppare la depressione nel periodo post natale.

Altri disturbi che possono manifestarsi durante la gravidanza sono la tocofobia (paura del parto) e la negazione della gravidanza stessa. La tocofobia, nella forma grave, colpisce 5 donne su 100 ed è associata alla scelta di un parto cesareo. La negazione fino alla 20esima settimana riguarda una donna su 475, mentre in un caso su 2455 la gravidanza non viene riconosciuta fino al parto.

I più comuni disturbi nel post partum sono il baby blues (o maternity blues), la depressione e la psicosi. Il disagio psichico, però, si può manifestare anche sotto forma di disturbo della condotta alimentare, della relazione mamma–bambino, d’ansia o disturbo post traumatico da stress.

Disturbi dopo il parto

Nei giorni immediatamente successivi al parto, tra il 50 e l’80% delle mamme soffre di baby blues, una forma benigna di depressione caratterizzata da sintomi lievi. Lo stato di malinconia tipico di questa fase è dovuto al crollo degli estrogeni e del progesterone ed è associato a crisi di pianto, irritabilità, inquietudine e ansia. Nella maggior parte dei casi il disturbo si risolve entro sette/dieci giorni ma non va sottovalutato perché per il 20% delle donne evolve in una forma di depressione più grave. Per le mamme che hanno sofferto di baby blues il rischio di sviluppare depressione post partum è, infatti, maggiore di quasi 4 volte.

La depressione post partum può avere diversi livelli di gravità e colpisce il 10-15% delle donne durante il primo anno di vita del bambino. La malattia compare in genere nelle tre-quattro settimane che seguono i parto e i sintomi si riconoscono più chiaramente intorno al quarto-quinto mese. Tra il 20 e 40% delle donne che ne soffrono hanno un’alta possibilità di ricaduta in una successiva gravidanza.

I disturbi d’ansia (ansia generalizzata, fobia, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi dell’adattamento, disturbi di panico e agorafobia) sono comuni quanto la depressione. I disturbi nella relazione madre-bambino interessano nel 10-25% delle donne che si rivolgono a uno psichiatra dopo la nascita di un bambino. Sono caratterizzati da un sentimento negativo nei confronti del figlio, che si esprime come rifiuto o come rabbia patologica.

Il disturbo ossessivo-compulsivo colpisce il 2-5% delle donne dopo il parto mentre il disturbo post traumatico da stress si manifesta in una percentuale di donna compresa tra il 2-3% sino al 25%. Si può manifestare nelle mamme che hanno subito un trauma in gravidanza, durante il travaglio o il parto o nel post partum. Spesso si tratta di una complicazione del parto gestita male.

La forma più grave e più rara di disturbo psichico post partum è la psicosi puerperale, che colpisce una donna ogni mille. Si manifesta tra le 48 ore e le due settimane dopo il parto, ma può esordire anche a distanza di 12 settimane. È caratterizzata da deliri, allucinazioni, variazioni dell’umore, disturbi del sonno e pensieri ossessivi sul bambino. I sintomi possono già essere presenti durante la gravidanza, soprattutto in donne che hanno vissuto episodi psicotici o hanno sofferto di disturbo bipolare. In un caso ogni 50.000 si manifestano forme gravi, considerate un fattore di rischio per negligenza nella cura del bambino, infanticidio e suicidio.

Il suicidio è una delle cause di morte più frequenti tra le donne entro 1 anno dal parto in molti paesi ad alto reddito. In Italia i dati raccolti da uno studio condotto dal sistema di sorveglianza ostetrica (ItOSS) parlano di 2,3 casi di suicidio materno ogni 100 mila nati vivi. Circa il 60% delle donne suicide avevano manifestato in passato un disturbo psichiatrico, con prescrizioni di psicofarmaci e/o diagnosi di disturbo mentale e/o contatto con uno specialista della salute mentale.

I disturbi nel post parto non riguardano solo le mamme. Gli studi condotti sugli uomini non sono molti ma secondo una ricerca pubblicata nel 2017, la depressione in Italia colpisce l’11% dei nuovi papà, in accordo con i valori identificati in altri paesi. Il tasso di depressione che si manifesta durante la gravidanza diminuisce nei primi mesi dopo il parto per aumentare di nuovo dal quinto-sesto mese fino al primo anno.

Dal Sito: oggiscienza.it

sabato 14 dicembre 2019

L’immensa paura che colpisce 1 donna su 10 la Tocofobia


L’immensa paura che colpisce 1 donna su 10 ha un nome ed è relativa alla paura del parto e del rimanere incinta| La Tocofobia: ne è affetta un numero consistente di donne in stato interessante, come si sviluppa e come rimediare

La nascita di un figlio è un evento, per le donne, importantissimo, l’unico che davvero cambierà la vita per sempre. Il passaggio da essere una cosa sola a due è un qualcosa di meraviglioso che accompagna la donna per il resto della sua vita e che non si può spiegare se non ci si passa. Si dice, quando una donna è incinta, essere in stato interessante o in dolce attesa. E di questo ne siamo sicure ma, per molte donne, l’attesa, o meglio, il parto, può diventare un ostacolo insormontabile, una vera e propria fobia che gli psicologi chiamano con il nome di Tocofobia! Ne è affetta una fetta consistente di donne in gravidanza e, spesso, non si conoscono le cause o i sintomi, o il perché questa fobia arrivi! Infatti, la tocofobia è spesso un problema sotto-diagnosticato e può non giungere all’attenzione del medico; in realtà, questa condizione è sorprendentemente comune e si stima che colpisca 1 donna su 10.

Scopriamo dunque, anzitutto cos’è, come comportarsi con essa riconoscendone i sintomi e come uscirne. Perché, alla fine di tutto, la ricompensa è abbracciare una nuova vita, vostro figlio!

Tocofobia | La paura del parto, cos’è?

Come abbiamo accennato, la gravidanza è un evento magico per molte donne e nonostante molte vivano questa condizione come un momento di gioia e come un’occasione per festeggiare, per molte altre la gravidanza e il parto sono fonte di ansia, oppure possono scatenare un mix di sensazioni. Per altre, questi eventi celano un vero terrore non solo di partorire, ma anche di rimanere incinte. Questo fenomeno è conosciuto come tocofobia.

Questa patologica paura condiziona molte donne, che eviteranno di rimanere incinte per il terrore che scatena in loro l’idea di affrontare una gravidanza e, in particolare, un parto. Nulla a che vedere con la fobia di essere madri, pur pianificando il cesareo dal principio per evitare il parto vaginale. In qualche caso, questo disturbo fobico è conseguenza delle implicazioni psicologiche e sociali correlate alla nascita di un bambino. Altre volte, la tocofobia può dipendere dall’idea di non riuscire a sopportare il dolore del travaglio.

La paura del parto può essere influenzata da esperienze traumatiche del passato (manovre ostetriche invasive, distacco placentare, taglio cesareo d’emergenza, aborti o gravidanze extra-uterine ecc.) e dall’ascolto di testimonianze di nascite difficili o complicate.

Di cosa ha paura la donna che soffre di Tocofobia

Nello specifico, la donna che soffre di tocofobia può avere paura ed essere terrorizzata da:

Travaglio e dolore ad esso associato: in qualche caso, la paura del parto è influenzata dall’idea di soffrire o riportare lesioni al tratto genitale; altre volte, questa forma di fobia è scatenata dal pensiero di ferire il bambino o provocarne addirittura la morte;

Dall’evento nascita vero e proprio: alcune donne sono terrorizzate dalla venuta al mondo di un bambino, fino ad arrivare ad evitarla, nonostante abbiano il desiderio di diventare madri. In tal caso, la tocofobia può essere enfatizzata dalle implicazioni psicologiche e sociali che conseguono alla nascita di un figlio.

Le donne che hanno paura di partorire naturalmente sono convinte di non riuscire ad affrontare i dolori del travaglio e/o di morire durante il parto.

Il riconoscimento della tocofobia e la stretta collaborazione tra le figure che assistono la gestante nel corso dei nove mesi di gravidanza (ostetrici, ginecologi e altri medici specialisti) contribuiscono a ridurne la gravità ed a garantire un trattamento efficace.

I sintomi della Tocofobia nelle donne

La paura del parto (tacofobia) può avere effetti negativi che vanno ben al di là del parto in sé. Così, richiedendo un cesareo programmato aumentano anche le probabilità che il parto si trasformi in un evento traumatico, così come la possibilità che insorgano problemi nel legame tra madre e figlio. La tocofobia è un disturbo d’ansia che condizione inevitabilmente la vita di chi ne soffre. Ciò che differenzia il disturbo fobico dalle solite angosce sperimentate dalle future mamme (che sono normali pensieri durante l’ultimo trimestre di gravidanza) è l’entità con cui si manifesta la paura del parto: alcune donne pensano che moriranno, altre immaginano un dolore insopportabile. La tocofobia è, dunque, una paura estrema.

Sintomi più comuni sono:

il disturbo del sonno,

gli attacchi di panico,

comportamenti elusivi,

ansia e depressione

l’idea di un bambino che cresce al loro interno risulta, per queste donne, profondamente inquietante.

la tocofobia può indurre la donna a sentirsi dissociata dal suo corpo durante l’esperienza del parto.

paura del parto per via vaginale

Difficoltà a concentrarsi sul lavoro o sulle attività quotidiane;

Incubi;

Pianto;

Svalutazione o riduzione dell’autostima;

Agitazione e nervosismo

Due forme diverse di Tocofobia

Esistono, all’interno della patologia, due forme diverse di tocofobia. Quella primaria e quella secondaria.

La tocofobia primaria

Si verifica nelle donne che affrontano il loro primo parto. In genere, la paura del parto è presente ancor prima del concepimento e può comportare la rinuncia a diventare genitore. È una paura particolarmente comune nelle donne, nelle adolescenti o nelle bambine che hanno subito abusi sessuali. A tal proposito, possono scatenarsi sintomi durante gli esami medici legati alla gravidanza a causa dell’insorgere di flashback relativi al trauma scatenante.

La tocofobia primaria può essere:

Sintomo di una depressione in corso;

Conseguenza di abusi sessuali subiti durante l’infanzia

 

La tocofobia secondaria

Si manifesta nelle donne che sono (state) già madri o che hanno vissuto una precedente gravidanza senza sintomi del problema. Può manifestarsi a seguito di un precedente parto traumatico, di cure per la fertilità non andate a buon fine, aborti spontanei, morte del feto, e nelle donne che non hanno mai partorito naturalmente per via vaginale.

In altri casi di tocofobia, il parto è stato regolare, ma viene percepito dalla donna come una violenza al suo corpo, tanto da portare ad un disturbo da stress post-traumatico, con conseguenze di depressione post-parto.

La tocofobia secondaria può presentarsi anche in seguito al rifiuto di poter scegliere la modalità di espletare il parto (es. con taglio cesareo o, se naturale, con anestesia peridurale).

Quali sono le cause dell’insorgenza della patologia?

Una delle possibili cause dell’insorgenza della patologie nelle donne incinte è la testimonianza trasmessa: cioè, la narrazione di parti particolarmente dolorosi. Sono state annoverate possibili cause come la precedenza esistenza di disturbi quali l’ansia o la depressione.

In generale, in tutti i casi compare una paura irrazionale di non saper gestire adeguatamente il dolore, perdita di controllo, mancanza di fiducia nel personale medico e un terrore esagerato per la propria vita o per quella del nascituro.

La tocofobia interessa molte donne che affrontano da sole l’imbarazzo e il parto. Si stima un’incidenza che oscilla tra il 2% e il 15% delle donne affette da tocofobia, 1 donna su 10 ne è affetta. La tocofobia colpisce un numero limitato di persone e va ben oltre le normali preoccupazioni che possono scaturire in una fase così importante come l’arrivo di un bambino. Ciononostante, in caso di timori irrazionali associati alla tocofobia, conviene affidarsi a un professionista per poter gestire i sintomi e affrontare in modo sano e positivo la gravidanza e il parto.

L’aspetto particolare è che questa fobia non è esclusiva delle donne. Anche molti uomini ne soffrono. Si sentono profondamente agitati dinnanzi all’incertezza del decorso della gravidanza e del parto delle proprie compagne. Questi uomini temono il momento del parto e cosa potrebbe succedere alla propria partner e al loro futuro figlio.

Conseguenze della Patologia

La tocofobia può avere gravi effetti negativi a breve ed a lungo termine (durante i 9 mesi di gravidanza e  anche dopo il parto), sia sulla futura mamma, che sul bambino.

Lo stato ansioso della madre può ripercuotersi al momento del travaglio prolungandolo ulteriormente. Dopo il parto, invece, la donna può percepire il proprio corpo come un fallimento per aver reso necessaria un’episiotomia o manifestare conseguenze come l’incontinenza fecale o il prolasso esacerbato da un parto strumentale.

In mancanza di un percorso terapeutico che permetta di superare il disturbo, inoltre, la tocofobia potrebbe:

Presentarsi con caratteristiche peggiori nelle gestazioni successive;

Condizionare le donne al punto da spingerle ad evitare una gravidanza, rinunciando quindi ad avere un bambino desiderato, mediante:

L’adozione di una contraccezione rigida;

L’astensione dai rapporti sessuali;

La richiesta di una sterilizzazione permanente, come l’isterectomia.

La tocofobia può avere, quindi, un impatto negativo sul rapporto coniugale e familiare.

Come uscirne | Il trattamento terapeutico giusto

La psicoterapia e la terapia cognitivo-comportamentale sembrano funzionare bene in questi casi. La diagnosi precoce è fondamentale per comprendere i motivi alla base del proprio disagio ed inquadrare il problema all’interno della storia di vita della paziente, identificandone il significato e quantificandone la portata, quindi offrendo una possibilità di intervento adeguato.

Il corretto riconoscimento e la gestione della tocofobia con un percorso di psicoterapia permette di dare alla paziente la possibilità di affrontare e superare il problema. Mentre, la mancanza del trattamento predispone, invece, chi soffre di questa fobia al rischio di continuare ad evitare di intraprendere altre gravidanze, necessitare di un parto cesareo programmato ecc.

La terapia conglitivo-comportamentale è un  percorso insegna al soggetto ad affrontare e gestire i pensieri negativi e limitanti associati alla propria paura, attraverso l’esposizione graduale agli stimoli fobici. In questo modo, la persona affetta dal disturbo viene esposto alle situazioni temute con la possibilità di apprendere delle tecniche di autocontrollo capaci di ridurre l’ansia e la paura. A seconda della gravità del quadro clinico, poi, possono essere indicate altre diverse opzioni terapeutiche e tecniche di rilassamento (quali training autogeno, esercizi di respirazione, yoga, rilassamento progressivo ecc.), anche in combinazione tra loro.

In qualunque caso, gli studi eseguiti sull’efficacia di questi trattamenti sono scarsi, sebbene sembrino essere prova di una notevole diminuzione della paura nei pazienti, prima e dopo il parto. La medicina, oggigiorno, suggerisce un intervento con approccio multidisciplinare, che preveda un sostegno psicologico e ostetrico.

La mancanza di una corretta preparazione al parto, può contribuire ad accentuare la gravità della tocofobia. Quando esistono dei fattori che possono predisporre all’insorgenza del problema, quindi, è importante agire a livello di prevenzione, dedicando tempo alla comunicazione, soprattutto per quanto concerne l’esperienza della nascita del proprio bambino. In questo senso, frequentare un  corso di preparazione al parto può essere utile a ridurre l’ansia.

Il riconoscimento del disturbo nel primo trimestre di gravidanza è sufficiente, nella maggior parte dei casi, per intervenire con un breve periodo di psicoterapia, per sciogliere i conflitti interiori correlati al vissuto. Questo percorso ha l’obiettivo di indurre la paziente a razionalizzare la propria fobia, cercando di concentrarsi sulla possibilità di reagire ai pensieri ansiogeni e affrontare, così, il parto con serenità.



(Fonte: Mypersonaltrainer)

Dal Sito: chedonna.it 


mercoledì 17 luglio 2019

È ORA DI PARLARNE


A gennaio sono rimasta incinta…dapprima niente poi verso marzo le nausee e la difficoltà a bere acqua…ma fino a qui tutto nella norma. Mio marito mi dice che non sono particolarmente felice della mia gravidanza…a maggio mi sento svenire e inizio a pensare ripetutamente che potrebbe accadere di nuovo, a giugno infatti succede ancora e sono sempre più spaventata. Inoltre alcuni miei pensieri diventano ricorrenti, pensieri brutti come sentirmi male, svenire, pensieri che condizionano la mia vita, non vado più al mare da sola, non prendo più l’auto…passano i mesi e le cose peggiorano, sono preoccupata per la ferritina che continua a scendere, sono preoccupata di tutto…perdo i miei interessi e il gusto nel mangiare, eppure non ho più le nausee, perdo persino la parola, il sonno e trovo difficoltà ad organizzare il pranzo e la cena, le idee sono confuse e non mi sento più io.

Ormai sono un contenitore, il mio unico segno di vita viene dal pancione: è mio figlio che punta i piedini e spesso singhiozza. Per il resto mi sento morta e invidio tutti gli altri che vivono, parlano…

…chiamo la mia psichiatra e mi prescrive cipralex. Mio marito è preoccupato per il bambino, io non so come andare avanti, giorno e notte sono uguali per me. So di non potermi curare veramente perché i farmaci farebbero male a “lui” ma io non sto bene e mi chiedo come potrò accudirlo…passano i mesi e spero ogni giorno che questo male mi abbandoni invece no.

Arriva il giorno del parto e sono lucida, faccio tutto il travaglio a casa poi in sala parto esce il bambino in un’ora. Almeno in questo sono stata capace. Passo i tre giorni in ospedale sperando che qualcuno si renda conto che sto male invece mi trattano come fossi “normale”. Solo mia madre si rende conto del problema e mi assiste tutto il tempo che può, mi lava, mi dà speranza…

…finalmente torno dalla mia psichiatra e vengo ricoverata in una clinica psichiatrica, devono assicurarsi che io non compia gesti estremi. Sì, perché ho iniziato a soppesare anche l’idea del suicidio. Mia mamma è con me, mi fa mangiare, mi spinge a prendermi cura di me. Mio figlio è a casa con mio marito ed i miei suoceri, so che è in buone mani perché io non sono capace di accudirlo, non riesco neanche per me stessa…

Esco dalla clinica e sto ancora male, dovranno passare altri tre mesi prima che la cura farmacologia faccia i primi effetti. Arriva Natale e sto così così, a gennaio trovo una valida psicoterapeuta, nel giro di poche settimane mi torna la parola e faccio la mia prima uscita: una pizza in compagnia, la seconda per vedere il presepe vivente con mio figlio e mio marito.

Vorrei tornare a lavoro…Per fortuna ho avuto il congedo per la maternità altrimenti dove sarei andata in quelle condizioni?

Sì, perché c’è anche il lavoro da portare avanti oltre che la famiglia. Ad agosto sono stata convocata per scegliere la destinazione dei miei primi anni di contratto a tempo indeterminato, dovrei svolgere l’anno di prova ma se ne parla l’anno scolastico prossimo e spero di uscire da questo vortice. Alla convocazione molti sono felici perché vedono realizzarsi il sogno di una vita io invece vorrei rimandare tutto a quando riuscirò ad apprezzarlo e invece non si può perché la vita va avanti che io lo voglia o no.

Comunque arriva febbraio ed io sto abbastanza bene, la terapia funziona e mi sembra un miracolo anche se ci sono alcuni effetti collaterali e alcuni sintomi residui di quella bestia di depressione.

Ho la macchina nuova e sono soddisfatta, con qualche timore a marzo torno a lavoro, ci sono ancora alcuni sintomi da eliminare, la terapia va integrata. A scuola non mi sento più un’aliena e non provo più invidia per le persone “normali”.

È luglio, ho ottenuto il trasferimento presso quella che considero “la mia scuola”, finalmente mi godo le feste, ho ritrovato il piacere di mangiare, di leggere un buon libro e di passeggiare sul lungomare con il mio bambino. Adoro il suo sorriso, vorrei essergli accanto sempre e vederlo crescere, vorrei essere sempre presente per lui e soprattutto “funzionante”.

La Dottoressa è stata chiara: non ci sono garanzie che ciò che mi è capitato non possa accadermi di nuovo, però la terapia che sto facendo è una buona forma di prevenzione.

Con qualche collega e qualche amica ho parlato di questo disturbo, qualcuno ha capito qualcun’altro lo ha sottovalutato. Nel ricordo di quanto accaduto mi godo ogni momento perché ho riscoperto tutti i piaceri più semplici della vita.

Ogni tanto temo una ricaduta o che mio figlio possa vivere un’esperienza simile – avrà base genetica questo disturbo? – però una piccola parte di me è tornata a pensare al futuro e a fare progetti ed è fiduciosa, dovesse ricapitare avrei la pazienza di aspettare che la terapia faccia effetto, perché è così, perché nessuno conosce bene la causa ma questi disturbi esistono e sinceramente sarebbe anche ora di parlarne.

Carla

Dal blog: La mia oasi



martedì 30 aprile 2019

Tocofobia: quando la paura di partorire diventa un disturbo psicologico

Molte donne, quando si avvicina la data del parto, iniziano ad avere il timore per ciò che le attende. Si tratta di una paura naturale che però in alcuni casi si manifesta anche prima di rimanere incinta tanto da far rinunciare alla gravidanza

Essere in ansia negli ultimi mesi di gravidanza è normale, si avvicina quel momento sconosciuto in cui si ha il timore che possa accadere qualcosa a sé e al futuro nascituro.
Si tratta di una sensazione che esprime una preoccupazione adattiva tipica soprattutto delle primipare.
Più allarmante, invece, è la situazione in cui una donna ha un il terrore della gravidanza tanto da evitare la maternità.
In questo caso la paura di partorire diventa un vero e proprio disturbo psicologico chiamato dagli esperti tocofobia.
Chi ne è affetto dovrebbe parlarne con un esperto per farsi aiutare a superare questo timore spesso irrazionale.
Ma vediamo insieme di cosa si tratta e come si può curare questa fobia.

Un'ansia difficile da controllare
Quando le preoccupazioni riguardanti il parto si spingono al punto di pensare di morire e di non volere mettere al mondo il piccolo ci si trova di fronte ad uno stato fobico intenso.
La tocofobia (dal greco “tokos” che significa parto e “fobia” che vuol dire paura) spesso si associa ad ansia e depressione e, secondo la letteratura scientifica, esistono due forme: primaria e secondaria. 
Il primo tipo si manifesta ancor prima di aver concepito e spesso è il motivo per il quale alcune donne rinunciano alla maternità pur desiderando un bambino.
In uno studio del 2000 di Hofberg e Brockington è stato rilevato come però queste donne spesso abbiano subito abusi infantili che hanno causato un'avversione a qualunque trattamento ostetrico e ginecologico.

La tocofobia secondaria, invece, riguarda quelle pazienti che hanno avuto precedenti esperienze negative al momento del parto o immediatamente dopo: manovre ostetriche invasive, travagli prolungati e difficili, tagli cesarei di emergenza o la sensazione di aver percepito una violenza sul proprio corpo.

Come prevenire o trattare questa fobia
Affinché la donna impari a controllare o a diminuire la paura del parto (primaria o secondaria) è fondamentale creare una buona alleanza terapeutica paziente-personale ostetrico.
Per quanto riguarda la tocofobia primaria è importantissimo parlarne con il proprio ginecologo che potrà eventualmente suggerire un percorso psicoterapeutico prima e dei corsi di preparazione al parto poi.

Per le donne che, invece, manifestano ansia in seguito ad esperienze precedenti traumatiche sono fondamentali i corsi pre-parto condotti da ostetriche e psicologhe. Si è visto che facendo esercizi di respirazione e rilassamento oltre che lavorando in gruppo su emozioni, ansie, sentimenti e preoccupazioni riguardanti questo periodo di vita, le donne riuscivano a controllare maggiormente le proprie fobie.

Come tutte le paure irrazionali il miglior modo per iniziare ad affrontarle è parlarne con qualcuno; solo così è possibile farsi aiutare ridimensionando immagini e idee catastrofiche.

Dal Sito: amando.it

giovedì 13 dicembre 2018

Depressione post partum: i sintomi che devono allarmare le neo mamme


Stati di agitazione, confusione, paranoia, allucinazioni, tendenze suicide o omicide nei confronti del bambino: questi sono alcuni dei sintomi più gravi della depressione post partum che devono allarmare la neo mamma e chi le è vicino. Ad elencarli è Paola Vinciguerra, presidente dell’Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico (Eurodap), dopo il caso della donna di 26 anni che a Catania ha ucciso il figlioletto di tre mesi gettandolo a terra.

In Italia ogni anno 100 mila donne sono colpite dalla depressione post-partum: “Oltre il 70% delle madri, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifesta sintomi leggeri di depressione in una forma definita baby blues, con riferimento allo stato di malinconia (blues) che caratterizza il fenomeno – spiega Vinciguerra -. Ben più gravi e duraturi sono i sintomi della depressione post-partum vera e propria, che possono perdurare anche molti mesi”.

I sintomi possono includere un forte abbassamento dell’umore con una tristezza intensa e costante, disperazione, sensazione di stanchezza estrema, perdita di interesse per il bambino appena nato o preoccupazioni ingiustificate per il benessere del neonato, difficoltà di concentrazione, facile irritabilità con aggressività, incapacità a far fronte alle necessità elementari. Questi sintomi, aggiunge l’esperta, “sono spesso accompagnati da cefalee persistenti, palpitazioni, insonnia, incubi notturni e attacchi di panico”.

Diversi possono essere i fattori che contribuiscono all’insorgere di questo disturbo: “problemi ormonali, età della mamma e variabili psico-sociali. E’ più a rischio – spiega Vinciguerra – una donna giovane, single, con gravidanza non desiderata o inaspettata, con problemi di relazione coniugale, con inadeguato supporto sociale e con precedenti aborti. Ovviamente una donna che ha già sofferto di depressione è molto a rischio”.

Ma delle cure sono possibili, conclude Vinciguerra: “Possono consistere nella psicoterapia e nella partecipazione a terapie di gruppo con donne che manifestano la stessa sintomatologia e nell’assunzione di ansiolitici e antidepressivi sotto controllo medico e sospendendo l’eventuale allattamento. E’ comunque consigliabile per tutte le neo mamme frequentare dei corsi post-partum”.

Dal Sito: ladyblitz.it 

giovedì 6 settembre 2018

Attacchi di panico in gravidanza: cause e rimedi






Gli attacchi di panico nel corso di una gravidanza possono rappresentare un grande problema. Essi possono complicare una delle fasi più delicate per la vita di una donna, ovvero quella che coincide con la gravidanza. L’importanza che la gravidanza assume dal punto di vista emotivo e psicologico per una donna, non è assolutamente da sottovalutare.

Tutto il periodo gestazionale è caratterizzato da una serie di cambiamenti che richiedono l’assunzione di nuove responsabiltà. Essi possono così trasformare quella che all’inizio è normale ansia in veri e propri attacchi di panico. Come superarli
Innanzitutto è bene riconoscerne la sintomatologia. Essi possono manifestarsi con fame d’aria, tremori, palpitazioni, sensazione di sbandamento, tachicardia, brevi perdite di coscienza, depersonalizzazione, improvvisi pianti. L’ansia in gravidanza è normale che ci sia, ed è ancor più naturale che tale sensazione accresca verso il termine della gravidanza per l’avvicinarsi progressivo del momento del parto. Le manifestazioni prima descritte possono allarmare e spaventare.
Gli attacchi di panico costituiscono un esperienza angosciante, e spaventosa per chi la vive. Soprattutto per una donna in gravidanza tali avvenimenti possono assumere una connotazione ancora più drammatica del solito. Ciò è più che comprensibile se si considera che la donna che vive una gravidanza, oltre a temere per la propria incolumità, si preoccupa per la salute del proprio bambino.

Ansia in gravidanza

In genere gli attacchi di panico durante la gravidanza si manifestano con una considerevole apprensione per il proprio stato di salute. In tali circostanze, infatti, si creano delle proiezioni su quello che potrebbe accadere a se stesse ed al proprio bambino. Il periodo della gravidanza è caratterizzato da una forte mutevolezza di sensazioni e fasi psicologiche.
L’umore cambia più facilmente del solito ed è sottoposto a sbalzi che possono essere determinati da condizioni soggettive, pensieri negativi, e questo è dovuto anche ai rapidi cambiamenti ormonali che sono molto poco presenti nell’arco dei primi mesi di gravidanza ma che possono causare successivamente stanchezza, mal di testa e senso nausea.
I primi tre mesi della gestazione sono particolarmente delicati e gli effetti subiti, appena descritti, non consentono di godere la bellezza di questo momento, anzi molte interruzioni di gravidanza si anno proprio in questo trimestre. In questo periodo è frequente soffrire di ansia, corrispondente alla difficoltà nel percepire i movimenti del bambino. Per questo motivo è frequente anche avere un episodio di attacco di panico e forte ansia durante la gravidanza.
Quando si hanno ansie per il bambino e l’esito della gravidanza è sempre bene chiedere un confronto con professionisti che hanno la possibilità di rassicurare sia la mamma ma anche il papà, che vive indirettamente questo stato d’animo sentendosi poco d’aiuto. Anche se questo non è assolutamente vero: è molto importante avere un contesto familiare rilassato. Per chi sta intorno alla gestante è importante mostrarsi non giudicante nei confronti delle paure che la donna può avere in gravidanza, anche se sembrano fobie, non razionali e infondate.
Dunque è importante mostrare comprensione, favorire l’armonia e la tranquillità quanto più possibile e richiedere il parere e l’aiuto di professionisti e non di pareri incompetenti che potrebbero solo peggiorare lo stato d’animo della gestante.
Dal Sito: 
passionemamma.it

giovedì 9 agosto 2018

Depressione post partum Femminile e Maschile

Quando si parla di depressione post partum si pensa immediatamente a quella femminile, ma la depressione post partum è anche maschile.

Depressione post partum femminile


Si crede erroneamente, che la maternità debba essere sempre un processo facile e naturale come mangiare e dormire, che debba comportare solo gioia e serenità, che le madri debbano essere sempre felici di dedicarsi completamente ai loro bambini, che un disturbo dell’ umore dopo il parto sia, quindi, segno di debolezza e non un vero e proprio disturbo.

Invece la maternità comporta comunque un nuovo ruolo da apprendere progressivamente.

Avere un figlio, infatti, cambia la vita e bisogna ricostruirsi un equilibrio nuovo.

La depressione post partum  femminile può essere determinata da un insieme di fattori, come, per esempio:

Scarso supporto sociale;

Complicazioni ostetriche; 

Disturbi del sonno nel bambino;

Vediamo ora quali sono le diverse modalità in cui si può manifestare tale tipo di depressione:

1) Baby blues: questo tipo di disagio colpisce la maggior parte delle mamme ed il suo esordio avviene nella 1° settimana dopo il parto, ma i sintomi possono perdurare fino a 3 settimane. Di solito scompaiono da soli.

2) Depressione post partum: è un disturbo che compare solitamente tra le 4 e le 6 settimane dopo il parto ( comunque entro i primi 12 mesi dal parto) e s’incrementa persistendo anche vari mesi ( dai 3 ai 9 in media). Il 10% delle donne italiane ne soffre dopo il parto.

3) Psicosi post partum: è la forma più grave ( una mamma su mille) e si manifesta dopo circa 3 mesi.

Ma la depressione post partum può colpire anche i papà.    

Mentre, però, per la donna, la maternità ha ripercussioni fisiche e psicologiche, la paternità coinvolge quasi esclusivamente l’aspetto psicologico.

L’aspetto principale della crisi consisterebbe, inconsapevolmente, nella paura di non riuscire ad adattarsi alla nuova responsabilità.

Sembra verificarsi, quasi sempre, quando la donna si dedica intensamente e con gioia al figlio.

Come se, per alcuni uomini, ci fosse unasofferenza per il cambiamento improvvisoavvenuto dopo la nascita del figlio e sentissero di aver perso qualcosa di fondamentale nella propria vita.

Si può manifestare con comportamenti insoliti ed eccessivi.

Ad esempio:

Aggressività nei rapporti con gli altri e voglia di litigare senza motivo;

Dedica il suo tempo solo al lavoro, tornando a casa molto tardi.


Essere a conoscenza dell’esistenza della depressione post-partum, non solo della mamma, ma anche del papà, aiuta certamente a prevenire le difficoltà di coppia ed anche del futuro del nuovo nato.

Nel caso non si riuscisse a fare tutto da soli è importante, per non dire indispensabile, chiedere aiuto ad uno/a psicoterapeuta per una consulenza di coppia per ripristinare nuovi equilibri.

Ecco, quindi, quali potrebbero essere gli interventi utili:

seminari di informazione e psico-educativi ;

gruppi di incontro: utili per far sentire la neo-mamma meno sola, facendo l’ esperienza che ci sono altre persone che condividono con lei incertezze e difficoltà.

consulenza psicologica di coppia: per affrontare insieme i cambiamenti che la nascita di un figlio comporta nella propria vita personale e familiare.

consulenza psicologica individuale: per ricevere sostegno e prendere consapevolezza del nuovo ruolo a cui si va incontro.

Psicologa-Psicoterapeuta
Dott.ssa Fiammetta Favalli 

Dal Sito: sosemozioni.it

venerdì 28 aprile 2017

Attacchi di panico in gravidanza: cosa fare


Attacco di panico in gravidanza? Non sottovalutare mai il problema, soprattutto, nello stato in cui ti trovi. Ecco i rimedi per cercare di sconfiggere gli stati di ansia e di panico

Attacco di panico in gravidanza? Non sottovalutare mai il problema, soprattutto, nello stato in cui ti trovi. Ecco i rimedi per cercare di sconfiggere gli stati di ansia e di panico

Attacco di panico: cosa sono

L’attacco di panico è un disturbo d’ansia caratterizzato da ricorrenti attacchi di tremori, paura, brividi e stati di malessere che possono condurre anche a complicanze. Esso può condurre a significativi cambiamenti comportamentali; inoltre, non sempre è possibile prevederli adeguatamente, possono cogliere alla sprovvista. Di solito, i soggetti ansiosi e preoccupati sono quelli più a rischio di essere colpiti da un attacco imprevisto di timore, ansia e paura. Possono verificarsi ad ogni età ed ad ogni stato o condizione in cui si versa, compreso lo stato di gravidanza.

Attacco di panico in gravidanza: sintomi

Per chi è in stato di gravidanza, occorre attenzionare e monitorare i sintomi che si manifestano e possono cogliere all’improvviso:

Mancanza di respiro e iperventilazione

Palpitazioni o battito cardiaco accelerato

Dolore o fastidio al petto

Tremore o senso di agitazione

Sensazione di soffocamento

Sensazione di irrealtà o sensazione di essere staccati dall’ambiente intorno

sudorazione

Nausea o mal di stomaco

Sensazione di vertigini, senso di stordimento, o sensazione di svenimento

Intorpidimento o sensazione di formicolio

Vampate di calore o brividi di freddo

Paura di morire

Le donne in gravidanza che soffrono di questi disturbi di panico, mostrano una serie di intensi episodi di estrema ansia, i quali durano una decina di minuti ma possono arrivare anche a 20 minuti. I sintomi più comuni di un attacco includono battito cardiaco accelerato, sudorazione, vertigini, dispnea, e iperventilazione e pensieri di morte imminente, oltre al rischio e terrore di avere un aborto spontaneo.
Attacchi di panico in gravidanza: cause

Una donna di gravidanza può essere colpita alla sprovvista da un attacco di panico per diversi motivi riconducibili al fatto di essere già un soggetto stressato ed ansioso oppure dalle alterazioni ormonali che influenzano la regolazione delle emozioni, oltre a svolgere un importante ruolo nelle sensazioni fisiche. Il solo pensiero di diventare mamma può cagionare stress, il fatto di non sentirsi pronte o all’altezza di sapere badare al bambino, può influenzare lo stato emotivo e di stress della donna.

Attacchi di panico in gravidanza: ecco come fare

Come procedere a rimediare con gli attacchi di panico? Per prima cosa occorre imparare a riconoscere gli attacchi di panico e a procedere con esercizi di rilassamento e di respirazione profonda: esercizi di yoga, rilassamento muscolare ed iperventilazione consentono di alleviare lo stato d’ansia. Inoltre, è bene non sempre essere negativi ma pensare in maniera positiva, cogliendo anche i lati belli e felici della nascita del bambino è un buon rimedio per gestire lo stress ed alleviare le paure.

Rivolgersi ad uno psicoterapeuta che ci ascolti e ci consigli durante lo stato di gravidanza sicuramente è, nella maggioranza dei casi, una valida soluzione insieme alla riscoperta profonda degli affetti e sentimenti materni. Infine, anche il recarsi a visite e controlli in maniera costante è sicuramente un rimedio utilissimo per calmierare lo stato d’ansia ed il timore che qualcosa possa andare storto durante la gravidanza o all’indomani della nascita del bambino. Anche, il regime alimentare della futura mamma gioca un ruolo di prim’ordine dato che la stessa debba assumere tutti i principi e macro-nutrienti utili da assicurare al bambino ed a sé il giusto apporto calorico. Evitare di fumare, bere alcolici, assumere droghe e psicofarmaci.

Dal Sito: www.notizie.it