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giovedì 9 luglio 2020

Depressione post Covid-19: come guarire




L’emergenza sanitaria in atto e i fattori di rischio ad essa associati hanno incrementato il numero di persone che soffrono di depressione. Giulia Parise, Psicologa Clinica, ci spiega come sia importante richiedere un aiuto professionale per guarire.

A seguito dell’emergenza sanitaria in atto e di tutto ciò che ha comportato, in pochi mesi sono aumentati notevolmente i casi di depressione (anche post-partum) a livello globale, i disturbi ansiosi ed i problemi legati al sonno. Sono diversi, infatti, i fattori di rischio concomitanti che hanno inciso sul fenomeno quali, ad esempio: la comunicazione (spesso allarmista) da parte dei media che ha alimentato la paura relativa al contagio, la preoccupazione economica, il distanziamento sociale e l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Inoltre, la convivenza forzata da una parte e l’isolamento dall’altra, hanno impattato fortemente sul modo di vivere le relazioni interpersonali e la vita quotidiana. La pandemia, dunque, si è ripercossa anche sulla salute mentale, col rischio che gli effetti nocivi si possano vedere non solo nel breve, ma anche nel lungo termine.

Le principali cause di depressione post Covid-19

In generale, sull'insorgenza di una forma depressiva (o sull'aggravarsi di una patologia già in atto) possono incidere diversi fattori. Nei mesi scorsi, ad esempio, a causa del virus molte persone hanno subito gravi lutti o hanno perso il lavoro.

Ma non è tutto. La recente pandemia, infatti, ha comportato un inevitabile isolamento forzato che ha incrementato la solitudine di molte persone.

“Sono molti gli aspetti da non sottovalutare- sottolinea la Psicologa Clinica Giulia Parise - come scarsi contatti con le persone care o, al contrario, come la convivenza forzata con i propri familiari. Ma non solo: altri fattori di rischio, infatti, sono legati anche all'impossibilità di condividere il dolore per un lutto e non poter salutare il proprio caro, alla paura di essere contagiati o di contagiare, alla difficoltà di gestire il lavoro e i figli a casa, alla difficoltà di potersi curare nel caso in cui si abbia una patologia in corso o all'impossibilità di venire assistiti in ospedale. E così via”.
Crisi economica

La crisi economica in atto ha determinato un abbassamento di alcune fasce di reddito e un aumento del tasso di disoccupazione complessivo. Secondo diversi studi, dunque, questi fattori stanno determinando un rischio concretamente superiore di ammalarsi di depressione. Malattia ritenuta la prima causa di disabilità a livello mondiale dall’Oms e che in Italia colpisce circa 3milioni di persone, di cui circa 150.000 in Lombardia (stando alle stime Istat).
Fobie

Una diretta conseguenza dell’emergenza in atto è anche l’incremento dei soggetti affetti da attacchi di panico, agorafobia (paura degli spazi aperti), disturbo bipolare e d’ansia generalizzato (cioè un’ansia non legata ad uno stimolo preciso, ma ad una preoccupazione generale), fobie sociali e specifiche (soprattutto legate alla contaminazione).

“Per diversi mesi - spiega la Psicologa - le persone sono state sottoposte ad un continuo “terrorismo mediatico” relativamente al contagio e alle misure igieniche da adottare. E tutto questo ha comportato un crescente sentimento di scarsa protezione individuale e una necessità forte di controllo sulla situazione circostante. Inoltre, è passato anche il messaggio di “diffidare” delle persone vicine, in quanto potenzialmente asintomatiche, ma ugualmente contagiose”.

Tutto questo, dunque, ha impattato negativamente sulle persone che già presentavano delle sintomatologie ansiose o fobiche, portando all'estremo i sintomi preesistenti. Col rischio di diventare disturbi invalidanti, con pesanti ripercussioni sulla sfera privata, sociale e lavorativa.
Sindrome della capanna

La sindrome della capanna (o del prigioniero) è un disturbo che può manifestarsi in seguito a lunghi periodi di distacco dalla realtà, isolamento o distanziamento sociale. Chi ne soffre, infatti, tende a manifestare paura, ansia, smarrimento ed insicurezza davanti alla ritrovata libertà. La propria capanna viene percepita come un luogo sicuro e una possibile riapertura verso il mondo esterno può comportare tristezza, angoscia, irritabilità, demotivazione e -nei casi più seri- depressione.
Come curare la depressione post Coronavirus

La depressione è una malattia fortemente invalidante e chi ne soffre necessita di cure specifiche per uscirne e per poter guarire.

“I criteri riportati dal DSM 5 (manuale diagnostico di riferimento) - spiega la Psicologa Parise - includono un umore depresso per la maggior parte del giorno e marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività. Ma anche significativi (> 5%) aumento o perdita di peso, oppure al contrario diminuzione o aumento dell'appetito, insonnia o ipersonnia, agitazione, astenia o rallentamento psicomotorio”.

Altri sintomi da non sottovalutare, inoltre, sono i sentimenti di autovalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati, la diminuita capacità di pensare o concentrarsi, unitamente a pensieri ricorrenti di morte o di suicidio. Ma non solo: in questa fase, infatti, è importante non sottovalutare anche altre manifestazioni anomale quali attacchi di panico, ansia o fobie. Se è vero che in forma lieve questi disturbi si possono risolvere anche da soli, qualora tendano a peggiorare è sempre bene chiedere un aiuto qualificato.

“Davanti ad una sintomatologia depressiva o ad altri sintomi di origine ansiosa o fobica - suggerisce la psicologa - è importante non sottovalutare la situazione e rivolgersi ad un professionista. Un primo passo può anche essere quello di parlare con il proprio medico curante, che potrà eventualmente suggerire una visita specialistica da uno psicologo o da uno psichiatra per eseguire dei test specifici e impostare una terapia più mirata. Evitare, in ogni caso, di curarsi con rimedi “fai-da-te” e di assumere farmaci acquistati online e non prescritti da un professionista”.

Dal Sito: deabyday.tv

mercoledì 17 giugno 2020

Ansia, depressione, rabbia: epidemie post lockdown?



Una notizia che rimbalza molto in queste ultime settimane, e che sta mettendo in allarme gli studiosi della salute mentale, è l’aumento dei disagi psicologici, a seguito del lockdown attuato per gestire l’emergenza sanitaria creatasi con il diffondersi del Covid 19.

Il Covid 19 ci ha messo tutti in contatto con le nostre vulnerabilità individuali, relazionali, familiari, economiche, di salute, tra queste:

  • la paura del contagio
  • la separazione dai propri cari
  • la perdita della libertà
  • l’incertezza rispetto al futuro
  • la noia
  • la convivenza forzata.

Se per alcune persone, entrare a contatto con le proprie vulnerabilità, è stata un’occasione per fortificarsi, cambiare qualche aspetto della propria vita precedente, rivedere le proprie abitudini individuali, relazionali e/o familiari, diventare più saggi; molti studi rilevano come per tante persone l’emergenza che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo può avere diversi effetti psicologici negativi, tra cui confusione, ansia, depressione, irritabilità, rabbia, sintomi da stress post traumatico.

Il Covid 19 potrebbe favorire il diffondersi di un’altra epidemia, non medica, ma psicologica.

Per alcuni il periodo della quarantena è stato un tempo ritrovato. Un’occasione per liberarsi dalla frenesia della vita quotidiana e ritrovarsi, per ritrovare hobby dimenticati da tempo, riscoprire nuove risorse interiori, dedicarsi alla realizzazione di quel progetto tanto desiderato, curare le relazioni con i propri cari. E’ stato un momento arricchente per se stessi, un’occasione, come ho detto sopra, per fortificarsi e affrontare il post quarantena con una vitalità nuova.

Per molti, tuttavia, ritornare alla normalità, non è facile.

La crisi che ci ha coinvolto interferisce con la nostra comprensione del mondo, facendo vacillare le certezze precedenti e la fiducia nei sistemi sanitari, economici, educativi. Il coronavirus ha coinvolto tutti e ha portato a confrontarsi con il senso di impotenza sulle nostre vite e sul mondo. La fase 2 di questa emergenza sanitaria, inoltre, ha come caratteristica l’incertezza sul futuro e ci rende difficile programmare la nostra vita. Tutti questi aspetti generano angoscia.

In questo periodo, molte persone sono costrette ad affrontare il tema della perdita. La perdita dei propri cari, avvenuta in momento storico particolare che a causa delle restrizioni non ha permesso di dare l’ultimo saluto alla persona cara o di radunarsi con gli altri per condividere il proprio dolore. Aspetti essenziali nel lutto e possono rendere difficoltosa la sua elaborazione.

Il lento ritorno alla normalità, tanto desiderata durata il lockdown, non è così semplice.

Il coronavirus ci ha portato a fare i conti anche con la perdita di occupazione, la perdita dovuta al calo lavorativo. In alcuni casi bisogna fare i conti con lo sconvolgimento finanziario e con la ripresa di un’attività lavorativa molto compromessa, e questo genera inevitabilmente ansie, preoccupazioni, maggiore irritabilità.

Se la vita di prima era improntata più sul senso del dovere, era caratterizza da stress, difficoltà relazionali, il lockdown può aver rappresentato uno stacco benefico che ha aumentato i momenti di piacere quotidiani. In questi casi riprendere i ritmi di vita di prima, può generare un senso di insoddisfazione, di malessere, se non addirittura di ansia o rabbia, dovuto al doversi riadattare ad una realtà che si tollera poco, nella quale ci si sente “stretti”, incastrati.

Per altri, invece, il periodo del lockdown è stato un periodo pesante, che non ha permesso di contattare le proprie risorse, tutt’altro, li ha messi di fronte ad aspetti di sé e della propria vita che tendevano ad evitare, grazie anche allo stile di vita che conducevano prima che non li portava mai a fermarsi, a riflettere e ad ascoltarsi. Possono essersi “scoperchiate” paure, rabbia, difficoltà, rancori, solo apparentemente dimenticati.

Cosa possiamo fare?

“La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti”. (John Lennon)

Questa espressione di John Lennon rappresenta un po’ quello che è accaduto a tutti noi a seguito dall’emergenza del COVID 19: ognuno intento nel realizzare il proprio progetto di vita, i propri obiettivi, i propri sogni si è ritrovato a vivere in una realtà surreale in un tempo sospeso, in cui ci si deve confrontare con le proprie fragilità e il proprio senso di impotenza di fronte gli imprevisti che possono accadere.

Soltanto ripartendo da noi, dall’ascolto e dall’accettazione delle nostre emozioni, anche quelle spiacevoli, normali da vivere in questa situazione, soltanto ripartendo dai nostri obiettivi, riadattandoli in maniera concreta alla situazione attuale, potremmo riacquistare un nuovo equilibrio in una situazione dagli esiti ancora incerti.

Nei casi, tuttavia, in cui si è travolti dalle emozioni, non si riesce a stabilire nuovi obiettivi, né a riadattarli alla situazione, è opportuno chiedere aiuto, se necessario anche un supporto psicologico, prima che la situazione si comprometta ulteriormente.


Dal Sito: benessere4u.it

martedì 2 giugno 2020

Ascoltiamo la nostra paura, sarà lei a guidarci lungo i nostri limiti





E’ proprio la PAURA a guidarci lungo i nostri LIMITI, ascoltiamola! I nostri limiti hanno a che fare con le nostre PAURE.

Se ci poniamo dei limiti troppo ristretti non cresciamo, non ci diamo la possibilità di guardare oltre. Tutto quello che sta oltre ci è sconosciuto e l’ignoto ci spaventa, sempre. Questo ci blocca, ci fa rimanere fermi e non ci fa evolvere.

 Se al contrario ci poniamo dei limiti troppo ampi rischiamo di non crescere ugualmente, perchè iniziamo a pretendere troppo da noi stessi e se un obiettivo non riusciamo a raggiungerlo, reagiamo a questo come una sconfitta o un fallimento. La sensazione di fallimento ci blocca perchè alimenta quella paura di sbagliare un’altra volta, di non farcela un’altra volta, accresce la paura di riprovarci ancora, di rimettersi in gioco.

Siamo abituati a credere che persuperare i nostri limiti occorre impegno, impegno, impegno, determinazione, determinazione, e ancora impegno, impegno… ma che gran fatica!

Non tutto si ottiene con impegno e determinazione!  Innanzitutto i nostri limiti non vanno superati ma vanno ampliati un pò per volta, un passo alla volta. Il primo passo è quello di conoscere i nostri limiti. Il nostro strumento e la nostra risorsa più efficace per conoscerli sai qual è? E’ proprio la paura.

La paura sa farci camminare lungo i nostri limiti, non prima, non oltre. Lungo i nostri limiti, proprio li, la zona appena prima dei nostri limiti. Proprio da li possiamo ampliare i nostri limiti. Proprio qui, in questo punto, possiamo imparare a crescere, evolvere, progredire.

Perciò non possiamo ampliare i nostri limiti se prima non sperimentiamo le nostre paure, il nostro coraggio, la nostra curiosità.
Attraverso la paura possiamo allargare la linea dei nostri limiti e trovare il coraggio di fare il primo passo e poi il prossimo passo ancora.

E’ la paura, proprio la paura a renderci coraggiosi. E’ proprio la paura che ci permette di guardare e conoscere i nostri limiti. E’ proprio la paura a guidarci lungo i nostri limiti. E’ proprio la paura che ci permette di sperimentare il nostro coraggio e grazie al coraggio possiamo ampliare i nostri limiti.

Perché abbiamo paura della nostra paura?

Quante risorse sa fornirci la paura, eppure abbiamo tutti paura della paura! Perchè? Perchè siamo abituati a considerare la paura come un’emozione negativa e quindi nociva per noi, un’emozione da evitarequindi. In realtà la paura è un’emozione e in quanto tale va accolta, riconosciuta, accettata, vissuta. Ascoltiamo la nostra paura e sicuramente da qualche parte ci porterà! Ascoltiamola, sarà lei, la paura, a guidarci!

La paura non va quindi assolutamente evitata perchè se evitiamo la paura perdiamo ogni preziosa occasione di andare oltre, di guardare oltre, di vivere oltre i nostri limiti. Se evitiamo la paura rischiamo di rimanere fermi, di non crescere, non evolvere, e soprattutto rischiamo di non conoscere le infinite possibilità del nostro Sè, del nostro Essere.

Riporto qui di seguito un bellissimo monologo di un film, che adoro, “Happy Family“, un monologo che ci fa capire che TUTTI abbiamo paura: il Monologo sulla Paura.


”Il problema è che abbiamo paura, basta guardarci.
Viviamo con l’incubo che da un momento all’altro tutto quello che abbiamo costruito possa distruggersi.
Con il terrore che il tram su cui siamo possa deragliare.
Paura dei bianchi, dei neri, della polizia e dei carabinieri;
con l’angoscia di perdere il lavoro ma anche di diventare calvi, grassi, gobbi, vecchi, ricchi.
Con la paura di perdere i treni e di arrivare tardi agli appuntamenti;
che scoppi una bomba, di rimanere invalidi;
di perdere un braccio, un occhio, un dente, un figlio, un foglio.
Un foglio su cui avevamo scritto una cosa importantissima.
Paura dei terremoti, paura dei virus;
paura di sbagliare, paura di dormire;
paura di morire prima di aver fatto tutto quello che dovevamo fare.
Paura che nostro figlio diventi omosessuale, di diventare omosessuali noi stessi.
Paura del vicino di casa, delle malattie, di non sapere cosa dire;
di avere le mutande sporche in un momento importante.
Paura delle donne, paura degli uomini;
paura dei germi dei ladri, dei topi e degli scarafaggi.
Paura di puzzare, paura di votare, di volare;
paura della folla, di fallire;
paura di cadere, di rubare, di cantare;
paura della gente;
Paura degli altri”.

Dal Sito: psicoadvisor.com

mercoledì 20 maggio 2020

Il distanziamento sociale e le sue conseguenze: indifferenza, diffidenza e comportamenti fobici

Il nostro Paese sta uscendo da una delle bufere più potenti degli ultimi anni. Si tratta di uno dei momenti storicamente più difficili, in cui agli italiani è stato chiesto di sostenere immensi sacrifici, molti dei quali, oltre a influire sul lavoro, sull’economia e su molto altro che sentiamo o leggiamo ogni giorno, hanno influito sulla psiche e la tenutamentale di ciascuno.

Come ben sappiamo, essere italiani significa essere calorosi, aperti e sociali e il contatto, in termini di strette di mano, pacche sulle spalle e abbracci, rappresenta uno dei tratti distintivi della popolazione.

La cena fuori tra amici, l’aperitivo pomeridiano sono attività che rappresentano l’essenza della routinedi ognuno, a lungo spazzata via da un mostro chiamato distanziamento sociale. E per quanto sperassimo che esso potesse durare il minor tempo possibile, siamo, ormai, coscienti che dovremo averci a che fare ancora per tanto tempo.

Nei due mesi appena trascorsi, numerosi sono stati gli effetti che questo ha causato, anche in minima parte, su ogni persona che si sia trovata a conviverci. Un senso iniziale di cronico sconforto, dettato dalla chiusura, si è man mano trasformato in un disagio dovuto alla possibile riapertura e ripresa delle normali attività giornaliere.

Ciò ha sicuramente influito e influiràancora sulle relazioni interpersonali, ma non solo.

Basti pensare, e molti ne avranno già avuto esperienza diretta, all’effetto di una semplice passeggiata nei pressi della propria zona, in cui si passa dal “fuggi fuggi”, all’attraversamento repentino da un marciapiede ad un altro, al controllo maniacale dei dispositivi di sicurezza individuale proprio e altrui.

Tutto questo si riflette in ognuno di noi, indubbiamente, sia in termini di indifferenza che di una sempre maggiore diffidenza nei confronti degli altri, siano essi conoscenti o sconosciuti.

Per parlarne in maniera più approfondita è servito il parere di una psicologa esperta, la dott.ssa Caterina Maugeri.

“Il distanziamento sta avendo delle terribili conseguenze soprattutto sui bambini, non soltanto in termini didattici, ma per la socializzazione, la condivisione e l’interazione con i coetanei. Sarà una lacuna che si porteranno per tanto tempo. Lo stesso vale per il popolo italiano nello specifico, che rispetto ad altri, ne risente e ne risentirà di più, perché l’istinto naturale degli italiani è quello di instaurare un contatto. Lacomunicazione non verbale è per noi una delle più importanti, soprattutto nel centro-sud“. 

Il problema è che la situazione non cambierà in quanto, pur ricominciando a riaprire con le nuove ordinanze, la regolamentazione sul distanziamento sociale non cambierà di qui a breve. Si vede che la gente è quasi spaventatanell’avvicinarsi, quindi anche se un giorno ci sarà la possibilità di allentare o annullare la distanza, non sarà così immediato. Dovrà esserci una ripresa che cambierà le nostre abitudini. Per quanto potremo venirci in contro, non ci sarà più la stessa necessità vista e vissuta dalle generazioni precedenti. Si riaprirà piano piano ma con questo nuovo approccio“.

Fortunatamente all’interno del contesto familiare le manifestazioni affettive nei confronti dei diversi membri non sono cambiate e soprattutto i bambini in questo non dovrebbero risentirne“.

Persone distaccate con lo sguardo fisso nel vuoto dominano la scena attuale: “Il tutto si riflette sicuramente in sentimenti di indifferenza e diffidenza, ma non nei confronti dell’altro, solo per una protezione personale. Si tratta di una tendenza alla sopravvivenza e alla tutela della propria salute. Viene prima il rispetto e la tutela dell’io e della propria persona rispetto all’ approccio con l’altro e all’approccio sociale“.

Un’altra conseguenza del distanziamento potrebbe essere quella di comportamenti fobici e ossessioni per le malattie. “Gli italiani, in realtà, non vedono l’ora di tornare a uscire, e credo che se ci fosse stato un sentimento generale di paura o di ansia generato dalla pandemia non ci sarebbe stata già tutta questa confusione, prima dell’apertura programmata per il 18 maggio. Le ossessioni e le fobie si riscontrano sicuramente, ma per casi e soggetti già predisposti, già con una tendenza ipocondriaca, soggetti predisposti strutturalmente alle malattie. Quindi sicuramente andremo in contro a un forteaumento di ansie e attacchi di panico“.


Dal Sito: newsicilia.it

sabato 16 maggio 2020

Coronavirus, le fobie più diffuse e i consigli degli psicologi


Coronavirus, le fobie più diffuse e i consigli degli psicologi

Dalla paura del contatto fisico a quella degli spazi chiusi, fino alla paura di rimanere single, gli esperti di Guidapsicologi.it spiegano quali sono le principali fobie della quarantena e come superarle

La fase 2 è realtà. Le città poco a poco riprendono i loro ritmi e si preparano ad accogliere i propri abitanti con nuove regole e norme sociali. Ma se bar, ristoranti e locali commerciali dovranno occuparsi della messa a norma degli spazi per poter tornare ad aprire le porte ai propri clienti, non è lo stesso per gli individui, a cui non è detto che bastino una mascherina e un paio di guanti usa e getta per sentirsi sicuri, e riprendere a vivere la propria normalità da dove era stata interrotta.

Dalla paura del contatto fisico a quella degli spazi chiusi, gli esperti di Guidapsicologi.it ci spiegano quali sono le principali fobie che possono emergere da questi giorni di quarantena e come fare per superarle. Bisogna pensare infatti che oltre alla paura più esplicita, quella del contagio in sé, questa pandemia ha creato uno stato di incertezza a livello mondiale sul futuro economico e sociale, con ripercussioni sull’equilibrio psichico dell’individuo.

Agorafobia

Questo tipo di fobia, dal greco “paura della piazza”, si riferisce allo stato di ansia che colpisce in spazi dai limiti non definiti, aperti. A seguito di un lungo periodo di clausura, il ritorno alla vita pubblica potrebbe generare terrore nel doversi approcciare a situazioni aperte sulle cui non si ha controllo.

Claustrofobia

La claustrofobia è la paura degli spazi chiusi. La paura è legata alla possibilità di asfissia, dall’essere limitato nei propri movimenti, non avere sotto controllo la possibilità di uscire da un determinato luogo nel momento in cui lo si desidera. Reduci da una quarantena, una delle possibili conseguenze sulla psiche è proprio quella di sviluppare una fobia che teme lo spazio chiuso come luogo di contagio.

Demofobia

È la fobia verso la folla. Dopo aver passato molto tempo isolati, e sempre con la paura del contagio dietro l’angolo, un’altra conseguenza sulla psiche può essere quella di sviluppare una forma di paura verso situazioni in cui si trovi una grande moltitudine di persone.

Ipocondria

Negli ultimi mesi malattia, terapia intensiva e morti sono al centro della comunicazione, tanto nei media come al bar. Questo monotematismo può inconsciamente favorire il sorgere della fobia legata all’eccessiva paura di ammalarsi, con conseguenti comportamenti irrazionali.

Tanatofobia

La paura della morte. Si riferisce sia alla paura di morire sia alla paura di perdere le persone care. Il numero di decessi registrati giornalmente a livello mondiale, i corpi ammassati degli Stati Uniti, i carri armati di Bergamo, le fosse comuni in Amazzonia, sono immagini che sconvolgono profondamente.

I consigli degli psicologi

Ecco alcuni consigli per affrontare nel miglior modo possibile il sorgere improvviso di queste fobie:

1. Non pensare di ottenere tutto subito: è importante darsi dei tempi per riprendere una vita normale che non generino ulteriore ansia

2. Fare piccoli passi, uno per volta e con molta pazienza verso se stessi. Si sta attraversando un momento complesso ed è giusto essere indulgenti con se stessi e non giudicarsi per ciò che si sta provando

3. Non pensare che solo perché uno stato d’ansia o un attacco di panico si è presentato una volta si ripresenterà infinite volte. Tutto questo ha una fine e può essere gestito

4. Parlarne e non sentirsi strani. Anche le persone più insospettabili soffrono di questi tipi di disturbi, a vari livelli. Spesso ci si sente soli e strani, ci si spaventa di se stessi e ci si chiude nel dolore, quando in realtà parlandone ci si renderebbe conto che ciò che si sta vivendo è
condiviso da molta più gente di quanto si possa immaginare

5. Praticare yoga e meditazione. Le attività che lavorano sulla respirazione e sulla concentrazione, apportano benefici psicofisici

 6. Ridere. Non prendersi troppo sul serio e trovare il modo di passare momenti divertenti è importantissimo, quindi sì a tutte le persone che trasmettono positività e allegria

7. Rivolgersi a uno specialista, anche online. In alcuni casi le fobie possono essere gestite e sono transitorie, in altri no. È bene riconoscere il proprio stato e non aver paura di rivolgersi a uno psicologo. Iniziare una terapia mirata efficace può portare a una risoluzione rapida di un problema che altrimenti potrebbe ingigantirsi in modo incontrollato.


Dal Sito: milanotoday.it 

giovedì 26 marzo 2020

Paura della solitudine: autofobia





Si chiama autofobia e si può esprimere in diversi modi. Può esprimersi facendoti accontentare nelle relazioni amorose, nelle amicizie o manifestandosi quando è buio, come la paura di restare soli in casa di notte.

Non è raro che chi soffre di questa fobia ne sia del tutto inconsapevole: hai capito bene, puoi avere paura della solitudine e non saperlo.
Molte persone che vivono con una forte insicurezza di fondo, attuano strategie disfunzionali per superare la paura della solitudine in modo da non farla emergere in superficie. Insomma, la prevengono con meccanismi di difesa disfunzionali.

Spesso, chi soffre di autofobia non deve essere necessariamente solo ma soltanto pensare di non essere amato. Molte persone, infatti, anche se sono circondate da cari e affetti, vivono con la paura di essere ignorati e la convinzione di non essere amati.

Autofobia: la fobia di rimanere soli

L’autofobia è un disturbo molto più diffuso di quanto si possa immaginare ed è spesso correlato ad altre problematiche della sfera emotiva quali:

disturbi d’ansia,

disturbo dipendente di personalità,

fobia sociale

depressione

dissociazione

disturbo borderline di personalità

E’ indubbiamente associato a una bassa stima di sé tanto che il dizionario medico The Practitioner definisce l’autofobia come “una morbosa paura della solitudine o di restare soli con se stessi“.

Perché ho paura della solitudine?

In base alla forma nella quale l’autofobia si manifesta, le cause possono essere diverse.




Quando si parla di paura della solitudine, questa fobia è quasi sempre correlata alla sindrome dell’abbandono e a bassi livelli di autonomia (bassa stima di sé).

Le radici di questa fobia risalgono all’infanzia: i bambini che hanno vissuto esperienze di abbandono o che hanno percepito l’abbandono di un genitore come minaccia, possono sperimentare autofobia durante la vita da adulti.

Se un genitore minaccia più volte di abbandonare il tetto coniugale, il bambino imparerà a vivere l’abbandono con terrore, come una minaccia imminente. Si tratta di un trauma infantile che persiste e si modifica durante la crescita prendendo diverse connotazioni.

La paura della solitudine può derivare da eventi passati che possono passare inosservati perché non sono sempre eclatanti: la minaccia subita non deve necessariamente essere reale ma anche solo percepita dal bambino.

Traumi secondari e paura della solitudine

Gli studiosi affermano che la paura della solitudine può manifestarsi anche a seguito di altre esperienze infantili definite come traumi secondari, per fare qualche esempio:

un bambino emarginato a scuola,

un bambino che si è sentito rifiutato dai genitori,

un bambino che ha vissuto il tracollo finanziario della famiglia,

che ha traslocato cambiando amici, scuola e città…

E’ chiaro che l’autofobia pone radici molto lontane e si manifesta anche quando l’adulto non ha avuto la possibilità di sviluppare un pieno senso di autonomia. Questa eventualità nasce con due tipi di genitori:

Genitori svalutanti (fanno sentire il bambino inetto)

Genitori iperprotettivi (fanno sentire il bambino… inetto)

Se, da bambino, il genitore si è sostituito sempre al ruolo del figlio per svolgere ogni sua mansione (sia per eccesso di protezione “lascia… faccio io”, sia per disprezzo “non sei buono a nulla, faccio io!), quello stesso bambino è cresciuto con l’idea di non essere abbastanza capace di affrontare la vita. In questo contesto, la paura della solitudine nasce per la necessità di trovare una figura che possa fornire continue rassicurazioni.

Adulto con paura della solitudine

La paura della solitudine è una fobia che generalmente si sviluppa in tenera età, tuttavia è presente o può manifestarsi anche negli adulti.

La frase “Mi sento solo anche in mezzo alla gente” è un chiaro manifesto dell’autofobia.

Per esempio, in seguito a un lutto, una separazione, una perdita o un’esperienza che possa aver fatto riaffiorare una ferita passata, una persona potrebbe iniziare ad aver paura di dormire da sola di notte o paura di rimanere a casa da solo.

In età adulta, l’autofobia si può sviluppare in seguito alla fine di una relazione, a un tracollo finanziario o alla perdita di una persona cara.

Paura di restare soli: sintomi

Come premesso, questa fobia si può manifestare in diversi modi. Si fa presto a dire “paura della solitudine“! A volte, infatti, i sintomi che noti non vengono subito correlati all’autofobia.

La persona ha difficoltà a svolgere attività in solitaria.

La persona ha difficoltà ad avere contatti con il pubblico se non accompagnata da una figura di riferimento.

Ha la percezione che il tempo non passa mai quando si trova da sola.

La persona usa il rumore per fronteggiare al disagio della solitudine. In pratica, se sta solo tende ad avere la tv accesa o ascoltare musica.

Paura di rimanere in casa camuffata o giustificata dalla paura dei ladri.

Paura di rimanere a casa da soli di notte.

Paura di non essere amati.

Sensazione di essere invisibili.

Paura di essere rifiutati o non apprezzati.

Vi sono poi dei sintomi che si possono correlare direttamente alla paura di stare soli: agitazione, ansia, bassi livelli di concentrazione, tremori, sensazione di intorpidimento, aumento della frequenza cardiaca, freddo psicosomatico e altri sintomi correlati all’ansia.

Come superare la paura della solitudine

Se ti stai chiedendo come vincere la paura di restare soli ciò che ti serve è una forte dose di autostima.

Nella tua vita, probabilmente ti hanno insegnato -in modo indiretto- che da solo non ti basti, ecco perché ti senti così insicuro.

Innanzitutto, impara a distinguere la solitudine dall’essere soli. La solitudine non dovrebbe mai essere equiparata all’essere soli. Ognuno ha momenti in cui è solo in casa oppure, per necessità, deve svolgere mansioni in solitaria… ciò non significa che sei solo da un punto di vista emotivo.

Il rimanere soli può essere vissuto come qualcosa di positivo, anche di notte, quando le paure inconsce si fanno più sentire.

Per farlo devi imparare a stare tranquillo con te stesso.

Prima ti ho detto che nel corso della tua vita ti hanno fatto credere che non sei abbastanza: sappi che ciò che è stato appreso può essere modificato!

Stare con un’altra persona deve essere una scelta deliberata e non indotta dalla paura di rimanere soli.

Quando superi la paura di stare da solo, diventi immediatamente più indipendente e sicuro di sé… viceversa, se lavori su te stesso e sulla tua autostima, imparerai a vincere la paura della solitudine.

Inizia dalle piccole cose: fai un’analisi della tua vita e lavora sulle tue potenzialità. Coltiva tutto ciò che ti dà appagamento e inizia a concepirti con un individuo completo.

I vantaggi della solitudine

Ci sono molti vantaggi nel superare la paura della solitudine: quando sei solo hai il tempo di pensare con calma a te stesso e a individuare i tuoi reali bisogni, poi c’è un tipo di pace interiore che imparerai a sperimentare solo quando sei da solo… ma per questo ci sarà tempo, partiamo ora con l’ABC e vediamo come superare la paura della solitudine.

L’autofobia è una forma d’ansia e come tale va trattata. Non esiste un trattamento specifico per curare l’autofobia perché ogni persona, come ti ho spiegato, ne viene colpita in modo diverso. La psicoterapia è sempre un’ottima alleata per superare qualsiasi forma d’ansia. Con la psicoterapia psicodinamica, avrai modo di lavorare sulle radici della tua paura della solitudine. La psicoterapia cognitiva ha un approccio più diretto al problema.

Se hai paura di restare solo in casa, puoi iniziare con una strategia molto soft: il rumore puoi aiutarti perché il silenzio amplifica la sensazione di solitudine.

Quando sei da solo a casa e ti viene l’ansia, ascolta la musica che ti piace. Se hai paura di dormire da solo, prova con musica di sottofondo e imposta un timer di spegnimento: concentrasi sulla melodia potrà essere di grande aiuto.

Lavora su te stesso per superare l’autofobia

Per superare la paura della solitudine (sia se percepita quando sei in compagnia, sia se si manifesta quando sei fisicamente da solo) hai bisogno di lavorare sulle tue risorse e sulla tua autostima.

Quando ti rivolgi a te stesso, fallo con parole affettuose e non con atteggiamenti severi e auto-giudicanti. Presta attenzione ai tuoi dialoghi interiori e rivolgiti a te stesso come faresti con un buon amico.

Inizia a tranquillizzare il tuo “bambino interiore” sulle paure che da anni si porta dentro. Se riesci a ricordare la prima volta in cui ti sei sentito rifiutato o non amato, lavora su questo evento.

Prima ti ho parlato di “traumi secondari”, cerca di fare introspezione fino ad arrivare alla radice della tua fobia. Poniti tante domande fino a mettere chiarezza in te stesso.

Lavorando sulle tue risorse, non solo riuscirai a superare la paura della solitudine ma imparerai a fronteggiare l’ansia da separazione, molto utile se ciò che ti stai chiedendo, in riferimento alla tura relazione con il partner è: “è amore o paura della solitudine?“.

Come si chiama paura di restare soli?

Ecco altri nomi per definire la paura della solitudine. Eremofobia, isolofobia, monofobia o più comunemente autofobia. Anche se questa parola può trarti in inganno e farti credere che si tratta della “paura di se stessi”, con il termine autofobia si indica la paura della solitudine in senso generico così come descritto nel testo.

Dal Sito: psicoadvisor.com

martedì 11 febbraio 2020

Tipi di fobie : le più comuni



Con il termine fobia si fa riferimento ad una paura costante e allo stesso tempo irrazionale verso un particolare tipo di oggetto, persona, animale, attività o situazione. L’entità è soggettiva: in alcuni individui, le fobie possono essere addirittura invalidanti.

A livello psicologico, esse si presentano accompagnate ad un particolare stimolo, ossia quello dell’evitamento. Di conseguenza, la persona si sente bloccata e non riesce ad affrontare la situazione. Ma a caratterizzare una fobia ci pensa anche il senso di angoscia, generando a sua volta ansia e apprensione. Tuttavia, un soggetto affetto da fobie riesce benissimo ad individuare i sentimenti che prova (cosa che non accade con gli attacchi di panico) ma nonostante ciò, non riesce a scansare la paura. Secondo la psicoanalisi, la fobia può essere correlata ad una serie di fattori. Ad esempio, secondo la scuola freudiana, la paura ingestibile ha a che fare con il mancato superamento del complesso di Edipo mentre per la scuola comportamentista, si tratta di una conseguenza legata a qualche brutta esperienza avvenuta in precedenza. Non è sempre semplice riuscire ad analizzare le origini delle fobie, poiché risiedono nella parte inconscia del nostro cervello.  Inoltre, esistono infinite tipologie di fobie ed alcune possono essere addirittura soggettive. Ma quali sono le più frequenti nell’essere umano? Scopriamole insieme! 

Ragni (Arachnophobia) La fobia dei ragni è detta arachnofobia e coinvolge indifferentemente uomini e donne. Secondo alcuni esperti, è una paura di bassa entità, che può essere tranquillamente sconfitta. In che modo? Stando alle ricerche condotte dalla Sussex University, per superare la fobia dei ragni potrebbe essere sufficiente far ritrovare l’individuo “faccia a faccia” con l’animale. Questo perché sembrerebbe proprio che l’ansia del trovarselo davanti agli occhi, sia addirittura minore rispetto all’eventuale incontro. Ovviamente non è un metodo valido per tutti. Per i soggetti più forti psicologicamente funziona per altri no. Ma bisogna anche precisare che per poter ottenere dei risultati, è preferibile optare per un approccio graduale, onde evitare veri e propri shock. 

Situazioni sociali (fobia sociale) La fobia sociale (detta anche ansia sociale), consiste nel forte timore di avere a che fare con il prossimo. Il che non significa necessariamente intraprendere una conversazione ma basta la presenza di altri individui a provocare un forte stato di ansia ed agitazione. Chi soffre di questa fobia pensa istintivamente di voler fuggire, sognando di ritrovarsi in un posto sicuro, dove non c’è nessun altro. Alla base di tale comportamento c’è spesso un senso di insicurezza, la paura di essere giudicati o di sentirsi al centro dell’attenzione. Sono tante le persone affette da ansia sociale e stando a delle statistiche, le donne ne sono maggiormente affette (forse per una questione di rivalità con individui dello stesso genere). Non sempre si riesce a superare: l’importante è non incrementarla e saperla gestire. In caso contrario, può succedere che la fobia sociale sfoci in un qualcosa di più grande, come ad esempio la depressione.  Insomma, non va affatto sottovalutata. 

Volare (Aviophobia) Tantissime persone amano viaggiare e visitare posti che si trovano dall’altra parte del mondo.  Ma non è sempre un sogno fattibile: a prescindere dalle possibilità economiche, c’è chi rinuncia a questo piacere perché soffre di aviofobia (detta anche aviophobia o aerofobia), ossia la paura di volare. Per alcuni, il pensiero di dover prendere un aereo li rende super agitati, scatenando nella mente una serie di scenari disastrosi (turbolenze, decolli o atterraggi che non vanno a buon fine ecc). Eppure l’aereo è il mezzo più sicuro! Solitamente, questa fobia si può trattare attraverso una psicoterapia orientata verso l’approccio cognitivo-comportamentale.  

Spazi aperti (agorafobia) Un’altra fobia molto diffusa si chiama agorafobia e fa riferimento alla forte paura di recarsi in un vasto luogo aperto. Oppure, l’agorafobia si riferisce al timore di attraversare una grande piazza o comunque un luogo dove non ci sono grandi possibilità di soccorso (poiché spesso vuoti). Nei casi più gravi invece, può succedere che un agorafobico arrivi ad avere paura di restare solo a casa, guidare senza nessun’altra persona presente in auto.  Talvolta, la fobia può sfociare in veri e propri attacchi di panico: proprio per questo motivo, anche qui si consiglia di procedere con la psicoterapia cognitivo-comportamentale. Così facendo, si avrà modo di incrementare la qualità della propria vita ed allo stesso tempo comprendere alcune ragioni che risiedono nell’inconscio.  

Spazi limitati (claustrofobia) Moltissime persone soffrono di claustrofobia, ossia la paura dei luoghi chiusi ma anche di tutti quegli oggetti e situazioni che generano un forte senso di oppressione.  I soggetti che ne sono affetti, percepiscono l’ansia di soffocare, si sentono mancare l’aria e impossibilitati a muoversi. Si tratta di una sensazione di pericolo varia di intensità a seconda della persona e proprio per tale motivo, può essere spesso trattata a livello psicologico.  

Altezze (acrofobia) La paura delle altezze si definisce acrofobia. È diffusa in tante persone e si manifesta attraverso angoscia, tremori e sudorazione fredda, nel momento in cui ci si trova sui piani alti di un palazzo, in cima a delle montagne, su dei ponti e in tante altre situazioni. Bisogna tenere a mente però che l’acrofobia non è da confondere con le vertigini, le quali invece non generano attacchi di panico ma semplici capogiri e senso di disorientamento.  

Cancro (cancerophobia) Gran parte degli ipocondriaci, soffre di fobie legate al proprio stato di salute. Una di queste è sicuramente la cancerophobia, ossia la paura costante di ammalarsi di cancro. Specialmente se in casa ci sono stati diversi casi stretti, si tende a vivere la quotidianità con ansia e timore. Al mimino malessere avvertito (anche che si tratti di un semplice dolore articolare o di un’influenza), si pensa subito al peggio. Inoltre, c’è chi soffre di cancerophobia rimanendo bloccato nella sua situazione, poiché ha anche paura di medici e ospedali, ma esiste anche chi ha l’ossessione di sottoporsi in maniera frequente a controlli ed esami clinici, per constatare se sia affetto da qualche patologia. 

Temporali (Brontophobia) Avete mai sentito qualcuno affermare che ha paura dei temporali? Talvolta, può trattarsi di una vera e propria fobia: diverse persone, nel momento in cui avvertono tuoni, fulmini, lampi o forti piogge e grandinate, percepiscono un senso di intorpidimento e paura che possa accadere loro qualcosa di brutto, specialmente quando sono fuori casa, senza un tetto. La soluzione, per chi si trova in casa, potrebbe essere quella di abbassare le serrande e mettere gli auricolari, così da evitare il tutto. Se invece si avesse intenzione di affrontarla, una seduta psicologica può essere di grande aiuto.

Dal sito: wdonna.it

La paura dell'ignoto tra ansie, emozioni e incertezze





Spesso può rivelarsi spaventoso pensare al futuro, a ciò che questo ci riserva. L'incertezza di ciò che sarà, causa generalmente uno stato ansioso; “Secondo quanto riportato in un recente studio dai ricercatori dell’Università dell’Illinois di Chicago (UIC) numerosi disturbi d’ansia, tra cui il Disturbo da Attacchi di Panico, la Fobia Sociale e le Fobie Specifiche condividono un tratto sottostante comune: un’aumentata sensibilità a stimoli minacciosi poco chiari, la cosiddetta paura dell’ignoto”.

Il timore può avere origine dal fatto che non sai quali effetti, i cambiamenti della vita, avranno su di te oppure se le cose andranno secondo i piani che avevi previsto. È ciò che noi chiamiamo ansia anticipatoria. Una minaccia incerta e poco chiara è imprevedibile in termini di tempo, intensità, frequenza o durata e suscita una sensazione generalizzata di apprensione.

Al contrario, le minacce prevedibili, producono una distinta risposta attacco-o-fuga che si riduce una volta che la minaccia è scomparsa. Puoi comunque adottare alcuni accorgimenti che ti permettono di prendere  il controllo della tua vita e di affrontare con coraggio i cambiamenti e il futuro.

Per affrontare la paura dell'ignoto devi innanzitutto trovarne la causa, scoprire di cosa hai paura ed affrontare ciò che temi. Un modo per affrontare la paura dell’ignoto è quello di diventare consapevole delle ragioni che si celano dietro le tue paure e acquisire più consapevolezza riguardo a te stesso.

Essere consapevole delle tue emozioni potrà aiutarti a individuare con precisione cosa ti incute timore. La paura dell'ignoto ha spesso una causa sottostante di cui potresti essere all'oscuro.

Potrebbe quindi tornare utile, riflettere se in passato hai subito qualcosa che ci ti ha reso vulnerabili in certe situazioni. Per fare ciò dovrai ricorrere all’aiuto di uno psicologo che potrà condurti in questo viaggio a ritroso per trovare la fonte del problema.

Dal Sito: castelvetranonews.it 

mercoledì 22 gennaio 2020

Stomatofobia: chi ha paura del dentista?


La stomatofobia, la paura del dentista, è un malessere che accomuna un buon 10% della popolazione, fobia da non confondere con la tipica apprensione che si soffre prima di entrare nello studio dentistico.

La stomatofobia, infatti, può manifestarsi come perdita del controllo, terrore del trapano dentistico scatenando attacchi di panico, sensazione di nausea e tremori.

Altro sintomo della stomatofobia è un cambiamento dell’umore, in genere in modo aggressivo che impedisce una cura della bocca adeguata e serena.

Una sorta di paura irrazionale, dunque, è ciò che si scatena nel paziente, una fobia che è stata studiata dallo stomatologo francese Daniel Banoun che si è soffermato sul suo sviluppo e sui vari modi in cui essa si manifesta.

Daniel Banoun ha individuato ben quattro stadi di questa fobia che si differenziano per gravità e per l’età del suo insorgere.

Secondo Banoun la fobia riguarderebbe principalmente il sesso maschile, in quanto, gli uomini rappresenterebbero la fetta più vasta tra coloro che cercano di evitare di andare dal dentista.

A infastidirli sarebbe proprio l’odore dello studio dentistico e tutta la sua attrezzatura, anche e soprattutto il rumore del trapano.

Alcuni soffrono di emetofobia, ovvero la paura di dover vomitare.

Queste persone, in molti casi, ricorrerebbero all’automedicazione con risultati insufficienti in termini di estetica e salute orale.

La maggior parte dei soggetti affetti da questa fobia, tende a nascondere la paura che si prova in uno studio dentistico e quindi è abbastanza difficile riuscire a individuare una stima esaustiva su questo problema.

Lo stadio due è caratterizzato da un paziente che si reca dal dentista accompagnato da un parente e che prova un senso di nausea alla sola vista del sangue. In questi casi si ricorre all’anestesia generale che si presenta come unica soluzione al problema.

Lo stadio tre è quello in cui lo stato della bocca è gravemente ammalato, uno stadio avanzato di stato di degradazione della bocca. In questi casi si parla di veri e propri interventi in strutture specializzate per avviare un processo riabilitativo: estrazioni multiple, cure parodontali e protesi.

Lo stadio numero quattro è invece l’impossibilità di operare a causa della forte agitazione del paziente e il rifiuto dell’anestesia generale.

Sconfiggere questa fobia si può, giocando, soprattutto, d’anticipo e abituando i bambini ad essere seguiti per l’igiene orale dal dentista.

Familiarizzare con l’ambiente già da piccoli, aiuta a prevenire questo tipo di fobia che può avere effetti devastanti sulla salute orale delle persone.

Una buona igiene orale e la prevenzione delle carie è sicuramente un passo fondamentale per aiutare i piccoli pazienti a sopportare il fastidio del trapano e la vista di piccoli sanguinamenti.

Soltanto il dentista potrà orientare i piccoli pazienti verso una consapevolezza dello stato di salute della loro bocca ed aiutarli a prevenire ciò che è possibile con una cura accurata dell’igiene orale.


Dal sito: salutebuongiorno.it

sabato 21 dicembre 2019

Per combattere le fobie il cervello ha bisogno della sua “copertina di Linus”




L’ansia e lo stress possono trasformare in un incubo alcuni episodi della vita quotidiana che in verità non nascondono alcun pericolo. Succede a una persona su tre
Una canzone o un motivo musicale, un pupazzo di peluche, un volto amico, la copertina di Linus.  Ricorrere a questi strumenti per combattere l’ansia che paralizza chi soffre di qualche fobia può essere più efficace della terapia cognitivo comportamentale o degli antidepressivi. Lo suggerisce uno studio dell’Università di Yale appena pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences che invita chiunque abbia questo problema a individuare la sua personale ancora di salvezza. 

Le sedute dal terapeuta o gli psicofarmaci aiutano circa la metà delle persone che soffrono di ansia scatenata da situazioni non realmente pericolose (paura dei ragni, del buio, degli spazi chiusi ecc..), per tutti gli altri queste strategie non sono in grado di offrire un apprezzabile sollievo. 




«Un segnale di sicurezza potrebbe essere un brano musicale, una persona o persino un oggetto come un animale di peluche che rappresenta l'assenza di minaccia», ha affermato Paola Odriozola, coautore dello studio. 

L’ansia e lo stress possono trasformare in un incubo alcuni episodi della vita quotidiana che in verità non nascondono alcun pericolo. Succede a una persona su tre: i ragni, gli ascensori chiusi, le piazze affollate, il buio possono scatenare attacchi di panico incontrollabili e difficili da gestire anche per chi ne è testimone. 

I ricercatori di Yale invitano a fare affidamento su un segnale che dà sicurezza, un simbolo, un suono, un peluche o qualunque altra cosa che non sia mai stata associata a un evento negativo. 

Questo “trucco” funziona perché agisce sull’ansia attraverso un canale neurale completamente diverso rispetto a quello attivato dalla terapia cognitivo-comportamentale che prevede una graduale esposizione alla fonte delle paure fino a quando il paziente arrivi a comprendere che il pericolo non è reale. Chi è affetto da aracnofobia viene così lentamente costretto a entrare in contatto con i temutissimi insetti fino a quando riuscirà a considerarli innocui. Non sempre però il piano funziona.  

I ricercatori hanno condotto una serie di esperimenti sia su uomini che su animali per trovare una soluzione alternativa. Nel primo caso le persone sono state indotte ad associare una determinata forma a un evento ansiogeno e una forma differente a un evento non minaccioso. Nel caso degli animali, al posto delle figure sono stati usati dei suoni. In un primo momento i soggetti coinvolti nella sperimentazione sono stati esposti esclusivamente al segnale associato al pericolo e solo successivamente a entrambi.

L'aggiunta del secondo elemento non minaccioso, il segnale di sicurezza, ha soppresso la paura dei soggetti in confronto alla risposta alla sola forma correlata alla minaccia.

Dalle immagini cerebrali è emerso che questo stratagemma ha attivato, sia negli gli uomini che nei topi, una rete neurale diversa da quella attivata con la terapia basata sulla graduale esposizione alla fonte delle paure. Il che suggerisce che il segnale che dà sicurezza potrebbe essere usato per rendere più efficaci le attuali terapie. 




«La terapia basata sull'esposizione graduale punta alla graduale estinzione della paura e sebbene durante la terapia si formi una memoria di sicurezza, questa è sempre in concorrenza con la memoria della minaccia precedente.  Questa competizione rende le attuali terapie soggette a ricadute delle fobie,  ma non esiste alcuna memoria negativa associata ai segnali di sicurezza», ha spiegato Dylan Gee coautore dello studio. 

I ricercatori sono convinti che questo semplice intervento possa potenziare gli effetti delle attuali strategie terapeutiche, sia psicologiche che farmacologiche, che non sempre funzionano e quando funzionano non è detto che i benefici durino a lungo.

Dal Sito: healthdesk.it

lunedì 23 settembre 2019

Ansia, fobia e attacco di panico: mi manca l’aria!


Quando manca il respiro

Oggi tratteremo tre alterazioni molto frequenti con il comune denominatore del respiro chiuso: l’ansia, la fobia e l’attacco di panico.

Sono condizioni di estremo disagio per chi ne soffre, possono modificare il corso delle giornate, ma anche influire sulle scelte, come l’evitare certe situazioni che innescano il malessere.

E’ bene fare chiarezza sulle reazioni del nostro corpo, così da circoscrivere il problema e affrontarlo con strumenti efficaci di consapevolezza.

Ansia

Iniziamo col dire che l’ansia non è una reazione anormale o patologica, bensì un’emozione di base necessaria alla sopravvivenza che potremmo definire quasi un «salvavita» in quanto attiva l’organismo e lo allontana dai pericoli.

Diventa anormale quando il rischio è assente e nonostante questo, l’organismo è messo in stato di allarme.

Caratteristica specifica è la sensazione di intensa preoccupazione, avvertiamo il corpo teso per l’allarme di qualcosa che potrebbe succedere anche molti anni dopo: per questo motivo produciamo una serie infinita di pensieri catastrofici.

La differenza con la paura è che in questo caso la reazione dell’organismo è di durata breve, e cessa quando il pericolo sparisce; l’ansia diventa disturbo d’ansia quando persiste per oltre 6 mesi.

Fobia

«Paure di demoni immaginari, o paure indebite di cose reali»

B. Rush, 1798

La fobia è una paura eccessiva per specifici oggetti o situazioni, rappresenta un sottogruppo dell’ansia. Sono due la caratteristiche principali:

1. l’ansia nasce solo in corrispondenza di una situazione specifica e non in altre;

2. quando ne siamo affetti cerchiamo strategie per evitare quelle situazioni.

Dunque parliamo di una manifestazione emotiva sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia, l’evitamento poi, non fa altro che andare a confermare la pericolosità della situazione e prepara l’evitamento successivo.

Attacco di panico

E’ l’apice della crisi d’ansia, quasi come una diga che si rompe e rovescia acqua e detriti dappertutto, uno stato di estremo malessere fisico simile all’attacco cardiaco e alla morte imminente.

I sintomi che pur troviamo nelle due condizioni precedenti, qui si fanno estremi:

– Palpitazioni

– Costrizione al petto

– Cuore in gola

– Sudorazione

– Respiro bloccato

– Vertigini, nausee

– Diarrea

– Stordimento, confusione

Reazioni fisiologiche che raggiungono l’apice per poi scemare nel giro di 15 minuti, pur restando uno stato d’ansia sottostante.

Respiro rapido

Respirare è un’attività che funziona a prescindere da cosa facciamo o pensiamo, è controllata automaticamente dal cervello; ad azionarla è il muscolo del diaframma che si trova all’altezza dell’ombelico.

Una situazione di forte stress, come può essere l’ansia, la fobia o l’attacco di panico, irrigidisce il muscolo del diaframma e i polmoni fanno uno sforzo maggiore portando il respiro nella parte alta del torace, da qui i dolori intercostali e al petto.

Il centro regolatore si trova proprio nel diaframma, un muscolo poco conosciuto che può migliorare la qualità delle nostre giornate. Saper respirare bene tiene i parametri fisiologici nella norma, e ci sono tecniche mirate per gestire l’ansia generalizzata, per situazioni particolari come le fobie, o per l’attacco di panico.

Impariamo da subito che il respiro corto, stile cagnolino, ci provoca iperventilazione e di conseguenza tutte le reazioni sgradevoli sopra elencate.

Consapevolezza

Pendere coscienza di come respiriamo apre le porte sul funzionamento del corpo, non siamo vittime del nostro cervello, nessun demone si annida nei nostri pensieri.

Chiaramente, dietro ogni fobia o ansia vive la storia del nostro passato ma nell’immediato dobbiamo imparare a respirare… tutto il resto verrà naturalmente.

Dott.ssa Sabrina Rodogno

sabato 10 agosto 2019

Storia della (mia) ansia in vacanza, e di cosa si può fare per non portarla dietro quando si viaggia



Mesi e mesi a sognare le vacanze estive, tanto stress e tanti risparmi accumulati per concederci un viaggio da sogno, poi arriva il fatidico momento di prepararsi al viaggio… e puntuale si presenta l'ansia, scomoda intrusa! Mancano pochi giorni a quel volo che finalmente ci porterà altrove, ma non facciamo altro che immaginare disastri, incidenti, contrattempi, pericoli. Respiro e cuore accelerano, lasciandoci in preda alla paura - per quanto irrazionale possa sembrare a chi ci sta intorno. Non è certo un problema di pochi, anzi: secondo un sondaggio dell’Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico del 2019, al quale hanno risposto oltre 700 soggetti tra i 19 e i 60 anni, il 79% dei partecipanti durante l'ultimo mese ha avuto manifestazioni fisiche frequenti e intense di ansia, mentre il 73% si percepisce come una persona molto apprensiva che si preoccupa facilmente di piccole cose/situazioni. Il 68%, inoltre, dichiara di avere non poco disagio quando si trova lontano da casa o da luoghi familiari, mentre il 91% dei partecipanti trova spesso difficile rilassarsi.
Chi soffre d’ansia può sentire che i sintomi peggiorano a ridosso di un viaggio, complici le aspettative sulle cose nuove che si vedranno e sui cibi diversi che si proveranno, ma anche l’idea di abbandonare le vecchie abitudini - uno dei più grandi desideri di tutti, ma allo stesso tempo un grande stress per chi ama vivere in modo regolare, in un ambiente familiare e con orari precisi. Come ha spiegato Colleen Reichmann, psicologa clinica di Philadelphia, a Forge: “Provare incertezze è probabilmente la parte del viaggio che più provoca ansia, anche se non ci rendiamo conto che sta succedendo. Forse è solo qualcosa che ribolle da qualche parte nel subconscio, ma in ogni caso succede”. Long story short, è comune provare un picco di ansia mentre viaggiamo, ma non dobbiamo permettere che ciò ci rovini le vacanze. Come spiega la Reichmann, l’ideale sarebbe trovare uno psicologo che ci guidi con approccio personalizzato, ma esistono anche strategie per gestire l'ansia mentre siamo lontani da casa.

Scegliere il viaggio giusto per noi

La prima è quella di analizzare la nostra esperienza precedente, comprendere e anticipare i modi in cui un viaggio può scatenare l’ansia, secondo Reichmann. L’importante è essere completamente onesti con noi stessi su ciò che siamo (davvero) in grado di gestire. Ad esempio, siamo terrorizzati dall’idea di volare? Allora fare brevi weekend in cui appena atterrati abbiano già l’ansia di ripartire, beh, non è il tipo di “fuga” adatta a noi. Meglio ragionare più attentamente sull’arrivo e sulla partenza in modo da avere il tempo di riprenderci e divertirci prima di rovinarci le giornate pensando allo stress per il volo di ritorno.

Se viaggiamo per lavoro o per qualche altro tipo di obbligo - e non per puro piacere - c’è meno libertà di scelta, ma possiamo anticipare altri trigger. Ad esempio, se dobbiamo volare per una conferenza che dura due giorni, meglio prendere in considerazione l'idea di partire (magari a nostre spese) un giorno prima per familiarizzare con l’ambiente. Acquistare un biglietto dell'ultimo minuto e gettare in valigia due cose per una fuga improvvisa potrebbe sembrare un'idea romantica per alcuni, ma non è detto che debba piacere a tutti per forza. Non dobbiamo vergognarci se abbiamo bisogno di pianificare perché una solida padronanza dei dettagli rilevanti del viaggio ci aiuta a mantenere la calma. Fare qualche ricerca su Google per trovare posti sicuri dove mangiare, ripararci in caso di crisi e riposare è fondamentale per stare al riparo da circostanze impreviste che generano ansia.

Un ripasso generale

Prima di lasciare casa, la Reichmann suggerisce di ripassare tutte le tecniche anti-ansia che in passato ci hanno aiutato a gestire una crisi: esercizi di respirazione, rilassamento muscolare, la scrittura o recitazione di un mantra, meditazioni video o audio, un farmaco d’emergenza da tenere sempre in tasca…Check, check, check e partire già pronti a tutto è la migliore delle strategie. Non abbiamo ancora mai messo alla prova una tecnica? Allora cerchiamo di familiarizzare con lei anche quando siamo calmi. Sì, funzionerà: come spiega l’esperta, una strategia giù collaudata è “come una memoria muscolare per il nostro cervello”.

Parliamo della nostra ansia

Stiamo partendo con amici, familiari e conoscenti? Allora è imperativo capire che le dinamiche di gruppo possono essere particolarmente difficili da gestire quando sentiamo ansia. Il nostro migliore amico potrebbe essere proprio quel tipo di persona che si diverte ad arrivare in aeroporto all'ultimo minuto, cosa che ci fa strabuzzare gli occhi per lo stress dato che preferiamo arrivare con anticipo e sentirci al sicuro ai gate: che fare? Beh, è ovviamente necessario parlargli di come ci sentiamo. Gli esperti suggeriscono di confidare ai compagni di viaggio che soffriamo di ansia - specificando bene quali situazioni possono scatenarla e come invece possiamo calmarla. In un momento in cui ci troviamo ad gestire tante novità, avere il supporto di chi ci vuole bene può fare una super differenza.

Dal Sito: elle.com

giovedì 1 agosto 2019

Come Liberarsi dalle Ossessioni o Fissazioni Mentali


Quando pensiamo alle ossessioni ci viene quasi sempre in mente l’immagine della persona che si lava le mani decine di volte al giorno, o quella che è maniaca dell’ordine.

Tuttavia, questi sono gli aspetti più visibili delle ossessioni, sono rituali che ci fanno sentire calmi ma che spesso non sono nemmeno la parte più inquietante della situazione. In realtà, in molti casi, il vero problema è all’interno della nostra mente. E consiste nel fatto che i problemi ricorrenti possono arrivare ad essere molto fastidiosi.

Si potrebbero definire ossessioni (o fissazioni mentali) quegli stimoli negativi che martellano nel cervello senza riuscire a trovare via d’uscita. Una tendenza, un’abitudine fa sì che un pensiero o una varietà di pensieri tormenta la mente mettendo a rischio tutte le altre sfera della propria vita. Ma si potrebbe anche trattare di un comportamento anziché un pensiero; un atteggiamento continuamente ripetuto senza che l’individuo se ne renda conto.

Quando le fissazioni sono pensieri (fissazioni mentali)

La tua mente non fa che focalizzarsi su un determinato pensiero (ossessivo) e non c’è distrazione che possa interrompere questo ciclo. Ormai è diventato spontaneo e inevitabile che ogni giorno dalla mattina alla sera il tuo pensiero fisso sia quello. Sopra ogni altra cosa, più importante di ogni altra mansione prevale lui tanto che ormai per te fa parte della normalità e non riesci a visualizzare la tua vita senza di esso. Non importa se questa modalità di pensiero risulta distruttiva nei confronti del tuo appagamento interiore o delle tue relazioni.

E quando si tratta di comportamenti? (comportamento ossessivo)

Nel caso dell’atteggiamento è importante sottolineare che ci sono due tipi di fissazione che io ho diviso in: comportamenti impulsivi e comportamenti rassicuranti.

Comportamenti impulsivi: senza renderti conto esegui continuamente lo stesso gesto banale (picchietti il dito o la mano sugli oggetti, ti tocchi una parte del viso o del corpo, ti mordi le labbra, ti tocchi i capelli, sposti l’oggetto davanti a te).
Comportamenti rassicuranti: sono azioni che compi solo perché hai bisogno di sentirti tranquillo e sicuro, comportamenti consapevoli che ti donano serenità come ad esempio controllare il gas 10 volte prima di uscire di casa, pulire sul pulito ….

Questo genere di atteggiamento diventa fissazione nel momento in cui non riesci a farne a meno e soprattutto quando provi un senso di panico se non hai la possibilità di metterli in pratica. Se poi, organizzi la tua giornata in base alle fissazioni mentali allora devi davvero prendere dei provvedimenti seri! Non puoi svolgere le tue attività, lavorative o di piacere che siano, solo dopo aver compiuto i tuoi atteggiamenti maniacali!

Da dove nasce questo disturbo?

Secondo molti studi, questo genere di problematica è una conseguenza di eventi accaduti nel passato che provoca nell’individuo una regressione interiore. Questo stato mentale, ti rende incapace di staccarti dall’oggetto della mania, impedendoti di percepire nuovi stimoli che ti guiderebbero verso nuovi obiettivi.

La fissazione mentale ti rende schiavo senza darti alcuna possibilità di uscita e, anche se riesci a rendertene conto, nonostante le tue buone intenzioni non riesci a prendere in mano il timone e dare una nuova direzione alla tua mente, al tuo corpo … alla tua vita.

3 tecniche di visualizzazione per combattere le ossessioni

Purtroppo, combattere le ossessioni non è facile, non esiste una formula magica per cancellare in un colpo solo quelle idee fastidiose. Infatti, spesso si verifica un fenomeno curioso: più cerchiamo di evitare i pensieri indesiderati, più questi si intensificano dal momento che il sistema di autocontrollo che implementiamo è del tutto controproducente. Quindi, arriva il momento in cui sentiamo che questi pensieri prendono il sopravvento e non li possiamo arrestare. Cosa si può fare?

1. Torna sulla linea

Una buona strategia per eliminare le ossessioni è quella di immaginare che la nostra mente è una linea retta, come se si trattasse di una strada, ed i pensieri sono una macchina in movimento lungo quella linea. Quando si presenta un pensiero indesiderato che ci tormenta, immaginiamo come se l’auto uscisse fuori strada e va verso il dosso per arrestarsi proprio in prossimità di questo.

È importante immaginare questa situazione il più dettagliatamente possibile, quindi prendetevi tutto il tempo necessario. In seguito riprendete semplicemente la strada come se nulla fosse accaduto, noterete che i pensieri ossessivi cessano di darvi fastidio. È probabile che all’inizio si abbiano delle difficoltà a immaginare tutti i dettagli, ma con la pratica andrete migliorando e riuscirete a controllare le ossessioni molto più velocemente.

2. Fermarsi

Un’altra strategia, molto più facile, consiste nell’immaginare un segnale di stop sulla strada. Immaginate che state camminando lungo un sentiero, e ancora una volta, cercare di rendere l’immagine il più vivida possibile. Sforzatevi di ricreare i dettagli della strada. Ad un certo punto, iniziate a intravedere il segnale di stop, e più vi avvicinate tanto più grande e rosso vi appare. Sapete che quando arrivate a questo punto, tutti i pensieri che vi infastidiscono si devono arrestare.

Continuate a camminare e vi fermate quando arrivate al segnale, provando la sensazione che tutto intorno a voi è tranquillo. Una volta che vi siete fatti contagiare da questa sensazione di serenità, riprendete il cammino lasciandovi alle spalle i pensieri indesiderati.

3. Lasciare fluire

Questa volta, immaginate un fiume che scorre rapidamente e va sotto i vostri occhi portando con se le foglie degli alberi vicini. Visualizzatevi immersi nel fiume. Non andate alla fase successiva fino a quando non avete visualizzato bene il fiume e i dintorni fino a quando non avrete la netta sensazione di trovarvi lì. È possibile ricreare tutti i dettagli necessari per rendere l’esperienza il più reale possibile.

Ora incorporate i pensieri che vi preoccupano e dei quali desiderate sbarazzarvi. Immaginate che emergono da dentro di voi per trasformarsi in una sfera. Percepite la consistenza, le dimensioni e il peso. Prendete quella sfera tra le mani e mettetela nel fiume, insieme alle foglie. Lasciatela lì e guardate come la corrente la trascina, sempre più lontano, fino a vederla scomparire completamente. Mentre si perde nell’orizzonte, vi sentirete riempire da una sensazione di tranquillità e di pace interiore.

Dal sito: psicoadvisor.com