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giovedì 9 luglio 2020

Depressione post Covid-19: come guarire




L’emergenza sanitaria in atto e i fattori di rischio ad essa associati hanno incrementato il numero di persone che soffrono di depressione. Giulia Parise, Psicologa Clinica, ci spiega come sia importante richiedere un aiuto professionale per guarire.

A seguito dell’emergenza sanitaria in atto e di tutto ciò che ha comportato, in pochi mesi sono aumentati notevolmente i casi di depressione (anche post-partum) a livello globale, i disturbi ansiosi ed i problemi legati al sonno. Sono diversi, infatti, i fattori di rischio concomitanti che hanno inciso sul fenomeno quali, ad esempio: la comunicazione (spesso allarmista) da parte dei media che ha alimentato la paura relativa al contagio, la preoccupazione economica, il distanziamento sociale e l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Inoltre, la convivenza forzata da una parte e l’isolamento dall’altra, hanno impattato fortemente sul modo di vivere le relazioni interpersonali e la vita quotidiana. La pandemia, dunque, si è ripercossa anche sulla salute mentale, col rischio che gli effetti nocivi si possano vedere non solo nel breve, ma anche nel lungo termine.

Le principali cause di depressione post Covid-19

In generale, sull'insorgenza di una forma depressiva (o sull'aggravarsi di una patologia già in atto) possono incidere diversi fattori. Nei mesi scorsi, ad esempio, a causa del virus molte persone hanno subito gravi lutti o hanno perso il lavoro.

Ma non è tutto. La recente pandemia, infatti, ha comportato un inevitabile isolamento forzato che ha incrementato la solitudine di molte persone.

“Sono molti gli aspetti da non sottovalutare- sottolinea la Psicologa Clinica Giulia Parise - come scarsi contatti con le persone care o, al contrario, come la convivenza forzata con i propri familiari. Ma non solo: altri fattori di rischio, infatti, sono legati anche all'impossibilità di condividere il dolore per un lutto e non poter salutare il proprio caro, alla paura di essere contagiati o di contagiare, alla difficoltà di gestire il lavoro e i figli a casa, alla difficoltà di potersi curare nel caso in cui si abbia una patologia in corso o all'impossibilità di venire assistiti in ospedale. E così via”.
Crisi economica

La crisi economica in atto ha determinato un abbassamento di alcune fasce di reddito e un aumento del tasso di disoccupazione complessivo. Secondo diversi studi, dunque, questi fattori stanno determinando un rischio concretamente superiore di ammalarsi di depressione. Malattia ritenuta la prima causa di disabilità a livello mondiale dall’Oms e che in Italia colpisce circa 3milioni di persone, di cui circa 150.000 in Lombardia (stando alle stime Istat).
Fobie

Una diretta conseguenza dell’emergenza in atto è anche l’incremento dei soggetti affetti da attacchi di panico, agorafobia (paura degli spazi aperti), disturbo bipolare e d’ansia generalizzato (cioè un’ansia non legata ad uno stimolo preciso, ma ad una preoccupazione generale), fobie sociali e specifiche (soprattutto legate alla contaminazione).

“Per diversi mesi - spiega la Psicologa - le persone sono state sottoposte ad un continuo “terrorismo mediatico” relativamente al contagio e alle misure igieniche da adottare. E tutto questo ha comportato un crescente sentimento di scarsa protezione individuale e una necessità forte di controllo sulla situazione circostante. Inoltre, è passato anche il messaggio di “diffidare” delle persone vicine, in quanto potenzialmente asintomatiche, ma ugualmente contagiose”.

Tutto questo, dunque, ha impattato negativamente sulle persone che già presentavano delle sintomatologie ansiose o fobiche, portando all'estremo i sintomi preesistenti. Col rischio di diventare disturbi invalidanti, con pesanti ripercussioni sulla sfera privata, sociale e lavorativa.
Sindrome della capanna

La sindrome della capanna (o del prigioniero) è un disturbo che può manifestarsi in seguito a lunghi periodi di distacco dalla realtà, isolamento o distanziamento sociale. Chi ne soffre, infatti, tende a manifestare paura, ansia, smarrimento ed insicurezza davanti alla ritrovata libertà. La propria capanna viene percepita come un luogo sicuro e una possibile riapertura verso il mondo esterno può comportare tristezza, angoscia, irritabilità, demotivazione e -nei casi più seri- depressione.
Come curare la depressione post Coronavirus

La depressione è una malattia fortemente invalidante e chi ne soffre necessita di cure specifiche per uscirne e per poter guarire.

“I criteri riportati dal DSM 5 (manuale diagnostico di riferimento) - spiega la Psicologa Parise - includono un umore depresso per la maggior parte del giorno e marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività. Ma anche significativi (> 5%) aumento o perdita di peso, oppure al contrario diminuzione o aumento dell'appetito, insonnia o ipersonnia, agitazione, astenia o rallentamento psicomotorio”.

Altri sintomi da non sottovalutare, inoltre, sono i sentimenti di autovalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati, la diminuita capacità di pensare o concentrarsi, unitamente a pensieri ricorrenti di morte o di suicidio. Ma non solo: in questa fase, infatti, è importante non sottovalutare anche altre manifestazioni anomale quali attacchi di panico, ansia o fobie. Se è vero che in forma lieve questi disturbi si possono risolvere anche da soli, qualora tendano a peggiorare è sempre bene chiedere un aiuto qualificato.

“Davanti ad una sintomatologia depressiva o ad altri sintomi di origine ansiosa o fobica - suggerisce la psicologa - è importante non sottovalutare la situazione e rivolgersi ad un professionista. Un primo passo può anche essere quello di parlare con il proprio medico curante, che potrà eventualmente suggerire una visita specialistica da uno psicologo o da uno psichiatra per eseguire dei test specifici e impostare una terapia più mirata. Evitare, in ogni caso, di curarsi con rimedi “fai-da-te” e di assumere farmaci acquistati online e non prescritti da un professionista”.

Dal Sito: deabyday.tv

giovedì 2 luglio 2020

Forse non hai la sindrome della capanna, semplicemente non ti va di tornare alla vita frenetica di prima




Ultimamente si sente parlare spesso della cosiddetta “sindrome della capanna” o “del prigioniero“, che avrebbe colpito moltissime persone nella fase due della pandemia. A caratterizzarla sono senso di demotivazione, malinconia, ansia, affaticamento, o semplicemente voglia di rinchiudersi in casa e di non uscire.

Questa sindrome viene interpretata come la paura di abbandonare la certezza di un luogo sicuro per l’incertezza di un mondo insicuro o come una vera e propria reazione fobica al virus, determinata appunto dall’evento traumatico ma destinata a scomparire pian piano. Sicuramente si tratta di una spiegazione valida per una fetta di persone, come sottolineano vari terapisti, ma siamo certi che valga per tutti?

Prima del coronavirus ci lamentavamo continuamente delle nostre vite troppo frenetiche, di quanto fosse difficile conciliare famiglia, lavoro, hobby e amicizie per mancanza di tempo, poi improvvisamente ci siamo ritrovati fermi, con tutto il tempo che ci era sempre mancato a completa disposizione. E in quei giorni, anche se inizialmente provavamo nostalgia per i bei tempi di prima, abbiamo riscoperto la lentezza.

Molte persone hanno dedicato più tempo ai propri figli, al proprio partner, alla casa, c’è anche chi ha finalmente potuto dedicarsi a un hobby dimenticato e chi ha iniziato, moltissimi, a coltivare un giardino. Tutte cose che prima venivano continuamente rimandate.

E quando finalmente i contagi sono calati e si è parlato di ritorno alla normalità, tanto agognato da mesi, ecco che molte persone si sono accorte che in fondo non era poi così male quella vita rallentata e hanno iniziato a sentirne nostalgia, provando ansia all’idea di ricominciare. Consapevoli che la frenesia li avrebbe nuovamente risucchiati costringendoli a rinunciare a se stessi e a una vita diversa.

Che non sia proprio questa nuova consapevolezza, e non la sindrome della capanna, a far sentire molte persone a disagio? Le nostre vite frenetiche, ansiose, stressate, iper-produttive sono davvero quello che desideriamo?

Forse la chiusura forzata, costringendoci a stare fermi, ha risvegliato in tanti di noi la voglia di una vita più a misura d’uomo, desiderio a cui avevamo rinunciato per rassegnazione, risucchiati da meccanismi iper-produttivi che non ci lasciavano nemmeno il tempo di pensare.

E se fosse così, da cosa dovremmo mai guarire? Dall’aver scoperto che non ci piace quel tipo di normalità? Senz’altro no, questa consapevolezza è importantissima e può stimolarci ad andare in una nuova direzione.

Dal Sito: greenme.it

giovedì 18 giugno 2020

Disturbo di panico e coronavirus



Il Disturbo di Panico o Attacco di Panico è caratterizzato da un’acuta e intensa reazione d’ansia, che coinvolge mente e corpo attraverso una rapidissima sequenza di reazioni fisiche ed emotive.

Le crisi di panico iniziano in modo brusco e giungono alla loro massima espressione rapidamente.

Gli individui che le sperimentano, si trovano al cospetto di una paura intensa e sperimentano condizioni quali: “avere un infarto”;  “perdere il controllo”; “impazzire” o addirittura “essere sul punto di morire”.

Tutto ciò genera, in chi ne è colpito, un desiderio molto forte di abbandonare il luogo in cui si sta manifestando l’attacco.

Le sensazioni sperimentate durante un attacco di panico sono così spiacevoli, da indurre nel soggetto il timore di riprovarle, per cui si sviluppa la “paura della paura”.

E così si viene trascinati all’interno di un circolo vizioso, in cui la paura diventa patologica e si nutre di sé stessa.

In alcuni individui gli attacchi di panico sono così frequenti, che tendono a compromettere gravemente la qualità della vita.

La persona tenderà quindi a mettere in atto comportamenti di evitamento delle situazioni o ancor più comportamenti protettivi, fino a richiedere la presenza rassicurante di un’altra persona.

Proprio per i suoi aspetti legati al bisogno di avere delle persone o dei luoghi “rassicuranti”, il disturbo di attacchi di panico si può correlare all’attaccamento.

Secondo la Teoria dell’Attaccamento, infatti, ogni individuo che si trova in una situazione di pericolo tende a ricercare la vicinanza protettiva di un altro membro del proprio gruppo di appartenenza.

Questa condizione di sofferenza, generata dall’insorgere di questi stati, quasi sempre contribuisce a compromettere i rapporti interpersonali e, con la tendenza ad un ritiro dalla vita sociale, genera stati depressivi.

Nella situazione che stiamo vivendo attualmente, dove non tutti stanno rispondendo allo stesso modo al superamento dell’infezione da Covid-19, una delle espressioni comportamentali diffuse, potrebbe essere proprio lo sviluppo di una eccessiva preoccupazione, fino a sconfinare in panico da Coronavirus.

Avere paura ed essere preoccupati a causa di questa emergenza è comprensibile, ma è importante che la paura sia solo un campanello d’allarme e non la causa principale delle nostre ansie. Al fine di aiutarci a reagire in modo razionale e non a farci adottare comportamenti dettati dal panico.

Per cercare di reagire in modo appropriato rispetto a questa situazione attuale, sarebbe opportuno evitare una informazione eccessiva, ma privilegiare un aggiornamento equilibrato fornito da fonti ufficiali. E, di conseguenza, cercare di condurre una vita normale, caratterizzata se possibile da attività rilassanti e che possano stimolare il nostro interesse, pur nel rispetto delle indicazioni e delle precauzioni consigliate.

La Terapia Cognitivo Comportamentale rappresenta l’intervento che ha dimostrato maggiore efficacia nel trattamento del Disturbo da Attacchi di Panico e potrebbe essere impiegata verso la psicosi di massa creata dal Coronavirus.

Infatti, nella condizione attuale sono diversi i meccanismi di pensiero che alterano la percezione della minaccia del virus.

Il modello cognitivo afferma che non è la situazione in sé a spaventare le persone coinvolte, ma il modo in cui esse interpretano quella determinata situazione.

Solitamente il trattamento comprende:

  • Una prima fase di informazione sulle cause del problema e su tutti i fattori che lo mantengono (evitamento e comportamenti protettivi).
  • Una seconda fase in cui vengono insegnate tecniche di respirazione diaframmatica e rilassamento muscolare progressivo, per gestire i sintomi del panico.
  • Una terza fase che comprende interventi di esposizione graduale alle situazioni temute.

Successivamente vengono apprese tecniche per individuare e modificare i pensieri negativi responsabili dello scatenarsi dell’attacco.


Dal Sito: ulisseonline.it


mercoledì 17 giugno 2020

Ansia, depressione, rabbia: epidemie post lockdown?



Una notizia che rimbalza molto in queste ultime settimane, e che sta mettendo in allarme gli studiosi della salute mentale, è l’aumento dei disagi psicologici, a seguito del lockdown attuato per gestire l’emergenza sanitaria creatasi con il diffondersi del Covid 19.

Il Covid 19 ci ha messo tutti in contatto con le nostre vulnerabilità individuali, relazionali, familiari, economiche, di salute, tra queste:

  • la paura del contagio
  • la separazione dai propri cari
  • la perdita della libertà
  • l’incertezza rispetto al futuro
  • la noia
  • la convivenza forzata.

Se per alcune persone, entrare a contatto con le proprie vulnerabilità, è stata un’occasione per fortificarsi, cambiare qualche aspetto della propria vita precedente, rivedere le proprie abitudini individuali, relazionali e/o familiari, diventare più saggi; molti studi rilevano come per tante persone l’emergenza che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo può avere diversi effetti psicologici negativi, tra cui confusione, ansia, depressione, irritabilità, rabbia, sintomi da stress post traumatico.

Il Covid 19 potrebbe favorire il diffondersi di un’altra epidemia, non medica, ma psicologica.

Per alcuni il periodo della quarantena è stato un tempo ritrovato. Un’occasione per liberarsi dalla frenesia della vita quotidiana e ritrovarsi, per ritrovare hobby dimenticati da tempo, riscoprire nuove risorse interiori, dedicarsi alla realizzazione di quel progetto tanto desiderato, curare le relazioni con i propri cari. E’ stato un momento arricchente per se stessi, un’occasione, come ho detto sopra, per fortificarsi e affrontare il post quarantena con una vitalità nuova.

Per molti, tuttavia, ritornare alla normalità, non è facile.

La crisi che ci ha coinvolto interferisce con la nostra comprensione del mondo, facendo vacillare le certezze precedenti e la fiducia nei sistemi sanitari, economici, educativi. Il coronavirus ha coinvolto tutti e ha portato a confrontarsi con il senso di impotenza sulle nostre vite e sul mondo. La fase 2 di questa emergenza sanitaria, inoltre, ha come caratteristica l’incertezza sul futuro e ci rende difficile programmare la nostra vita. Tutti questi aspetti generano angoscia.

In questo periodo, molte persone sono costrette ad affrontare il tema della perdita. La perdita dei propri cari, avvenuta in momento storico particolare che a causa delle restrizioni non ha permesso di dare l’ultimo saluto alla persona cara o di radunarsi con gli altri per condividere il proprio dolore. Aspetti essenziali nel lutto e possono rendere difficoltosa la sua elaborazione.

Il lento ritorno alla normalità, tanto desiderata durata il lockdown, non è così semplice.

Il coronavirus ci ha portato a fare i conti anche con la perdita di occupazione, la perdita dovuta al calo lavorativo. In alcuni casi bisogna fare i conti con lo sconvolgimento finanziario e con la ripresa di un’attività lavorativa molto compromessa, e questo genera inevitabilmente ansie, preoccupazioni, maggiore irritabilità.

Se la vita di prima era improntata più sul senso del dovere, era caratterizza da stress, difficoltà relazionali, il lockdown può aver rappresentato uno stacco benefico che ha aumentato i momenti di piacere quotidiani. In questi casi riprendere i ritmi di vita di prima, può generare un senso di insoddisfazione, di malessere, se non addirittura di ansia o rabbia, dovuto al doversi riadattare ad una realtà che si tollera poco, nella quale ci si sente “stretti”, incastrati.

Per altri, invece, il periodo del lockdown è stato un periodo pesante, che non ha permesso di contattare le proprie risorse, tutt’altro, li ha messi di fronte ad aspetti di sé e della propria vita che tendevano ad evitare, grazie anche allo stile di vita che conducevano prima che non li portava mai a fermarsi, a riflettere e ad ascoltarsi. Possono essersi “scoperchiate” paure, rabbia, difficoltà, rancori, solo apparentemente dimenticati.

Cosa possiamo fare?

“La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti”. (John Lennon)

Questa espressione di John Lennon rappresenta un po’ quello che è accaduto a tutti noi a seguito dall’emergenza del COVID 19: ognuno intento nel realizzare il proprio progetto di vita, i propri obiettivi, i propri sogni si è ritrovato a vivere in una realtà surreale in un tempo sospeso, in cui ci si deve confrontare con le proprie fragilità e il proprio senso di impotenza di fronte gli imprevisti che possono accadere.

Soltanto ripartendo da noi, dall’ascolto e dall’accettazione delle nostre emozioni, anche quelle spiacevoli, normali da vivere in questa situazione, soltanto ripartendo dai nostri obiettivi, riadattandoli in maniera concreta alla situazione attuale, potremmo riacquistare un nuovo equilibrio in una situazione dagli esiti ancora incerti.

Nei casi, tuttavia, in cui si è travolti dalle emozioni, non si riesce a stabilire nuovi obiettivi, né a riadattarli alla situazione, è opportuno chiedere aiuto, se necessario anche un supporto psicologico, prima che la situazione si comprometta ulteriormente.


Dal Sito: benessere4u.it

venerdì 12 giugno 2020

Legger-si, l’arte ripresa nei tempi del coronavirus


La lettura potrebbe arricchire, aggiungere e migliorare quel benessere psicologico strappato oggi, nel 2020, a causa del coronavirus


Si definisce agnoterapia, l’applicazione della lettura come cura psicologica al fine di generare sollievo e potenziare uno stato di auto-accettazione.

Qualcuno ipotizzerebbe che la riflessione possa essere controproducente in questo periodo storico di emergenza mondiale, tanto meglio tenere la mente occupata tra spostamenti, disattenzioni e leggerezze. E’ molto più facile e comodo lasciar crescere la polvere grazie alla quale poter sotterrare le problematicità, d’altronde ognuno di noi custodisce dentro di sé zone buie dove non ama entrare: esse non sono altro che il luogo dove vengono segregati tutti quegli irrisolti e quelle decisioni rimandate e tramandate.

Oggi il cittadino è chiamato a stare e non a fare: stare in relazione con se stessi nella propria dimora, ma se l’individuo non accedesse simbolicamente ad “una stanza tutta per sé” ove poter con-tattare la propria emotività ed individualità, dove andrebbero a finire i pensieri? Non è il tempo di controllare, poiché il tempo stesso è il controllore: è il tempo che scandisce questi pseudo arresti domiciliari e costringe al confronto con se stessi, verso il quale l’essere umano dovrebbe mostrarsi accogliente e non diffidente.

È il tempo del condizionale: tutto si appoggia sulla speranza, come pensiero positivo e costruttivo che lega ogni essere umano. Siamo tutti, inermi, di fronte alla morte e alla sofferenza. Siamo tutti uguali e diversi. E’ il tempo dell’impotenza, dove c’è rabbia per non aver carpito la pericolosità dell’invisibile nemico, per non poter toccare con mano e non poter “salutare” chi appartiene alle proprie radici.

Vi è un ultimo tempo, quello della cura, di sé e dell’altro: è qui che si intrecciano preghiere, resilienze, lacrime e sospiri.

Michel Foucault afferma che bisognerebbe consacrare ogni giorno un momento alla “coltivazione di sé”: ognuno di noi non dovrebbe, quanto prima dedicarsi a le souci desoi, che si traducono entrambi con “cura”. In questi termini un libro potrebbe essere considerato come ulteriore dispositivo di protezione e di cura, poiché permetterebbe l’accesso e l’introduzione all’atto dell’introspezione: è lo stesso Sacks che ne fa un chiaro riferimento asserendo che esso è “lo strumento principe per tessere e tramare quel racconto interiore la cui continuità, il cui senso, è la nostra stessa vita.”

Si definisce agnoterapia, l’applicazione della lettura come cura psicologica al fine di generare sollievo e potenziare uno stato di auto-accettazione: non è altro che un beneficiare attraverso la comprensione che altri individui hanno sperimentano dinamiche simili e nella proiezione/ riconoscimento di parti di sé all’interno della storia narrata. L’attività è stata introdotta in un Centro Diurno per anziani in Israele negli anni Cinquanta circa. I libri quasi costringono all’ascolto dei propri silenzi, degli innominabili segreti e dell’ermeneutica del proprio sé: oggi si parla di un tempo della crescita e del rinnovamento, per cui è d’obbligo morale raggiungere, in aggiunta, il tempo liberato e liberatorio, drammatizzando all’esterno il fantasma e/o lo scenario di quegli assetti emozionali immobilizzati nelle sabbie mobili dei ricordi.

Risuscitando il proprio racconto, rilanciando e dunque rivoluzionando quelle letture interpretative che hanno dato luogo a incomprensioni, sospesi e non detti, è possibile giungere all’insorgenza di un dialogo interiore che lascia andare un monologo autistico del proprio io rigido a favore di una conservazione ed un’integrità emotiva, affettiva e relazionale. Siamo “tutti pazienti dell’immaginazione”, sottolinea James Hilmann nel 1983, e a distanza di trentasette anni, questo postulato resta ancora tanto vivo quanto vero: immaginiamo e ci illudiamo, talvolta, immaginiamo e speriamo, spesso. E’ sulla scia della buona e sana immaginazione che permette la normalizzazione dei propri stati d’animo, che il “gesto” di leggere potrebbe arricchire, aggiungere e migliorare quel benessere psicologico, strappato e virilizzato oggi, nel 2020: questo è il momento della rivelazione del proprio inconscio! Jung stesso, all’interno di una sua lettera rivolta al dott. Illing nel lontano 1955, afferma che “gli individui si possono migliorare, perché permettono un rapporto”, per cui la relazione curativa ed a tratti terapeutica con un libro risulterebbe efficace.

A questo punto sorge spontanea una domanda: come avviene il processo dinamico verso l’autoconsapevolezza e l’autoconoscenza di sé? Un esempio concreto è rappresentato dal meccanismo difensivo della proiezione, in altre parole le riflessioni sulla storia narrata nel libro, l’identificazione di uno o più personaggi descritti, un finale immaginato diversamente, una stimolazione di ricordi e/o scene già vissute, tutto questo attiva due bisogni emotivi appartenenti all’universalità umana: l’essere compresi, e dunque riassicurati, e l’essere accompagnati e dunque non isolati. Questi non sono altro che richieste trasversali che il cittadino mostra oggi: l’uomo chiede che vengano soddisfatti i propri bisogni emotivi all’epoca del coronavirus, per evitare di essere contagiati dal disorientamento cognitivo ed interpersonale.

Dare spazio e tempo ai propri vissuti grazie alle parole di un libro è un metodo applicativo per uscire dalla propria confort zone, assicurandosi il proprio posto nel mondo, senza alcun camice che addobbi disgraziatamente un ruolo e una funzione imposta ed impostata. Baumann ha più volte enfatizzato l’uso dell’introspezione, come miracolo all’esistenza: “la nostra vita è un’opera d’arte … per evolverla come esige l’arte della vita dobbiamo porci delle sfide difficili da contrastare … scegliere degli obiettivi che siano ben oltre la nostra portata”. Una sfida è dunque leggersi, solo così si potrà accedere a conoscere se stessi, divenendo ciò che si vuole essere. Leggersi è amare l’interno quanto la copertina del proprio libro, accettando i fogli strappati, le parole cancellate, i colori sbiaditi. L’accettazione è dunque il capolavoro finale del leggersi dentro. È quindi il tempo del hic et nunc, del qui e ora perché non sappiamo dove è finito il futuro, ma abbiamo cognizione che arriverà, per cui bisogna chiedersi come volersi presentare partendo da una significativa provocazione: sereni ci si nasce o ci si diventa? A voi, la libera lettura!

Dal Sito: stateofmind.it 

martedì 9 giugno 2020

Paura o desiderio di ri-uscire


Probabilmente le emozioni vissute durante e dopo la quarantena sono tante e contrastanti. Alla voglia di tornare ai propri ritmi si contrappone la paura di imbattersi in nuove problematiche. Al desiderio di socializzazione si alterna la necessità del distanziamento. Il bisogno di esprimersi si confronta con l’ansia derivata da ciò che non si conosce.

I dubbi sono tanti, le soluzioni sembrano poche. Si passa dall’eccessiva tutela ad atteggiamenti che rischiano di sconfinare nell’irresponsabilità. La propria salute e la tranquillità devono essere preservate, ma se per paura di essere avvelenati si smette di nutrirsi, vuol dire che si stanno iniziando a costruire difese talmente alte che diventano incompatibili con una sana ripresa.

Come ogni cambiamento, sarebbe meglio viverlo gradualmente senza fare salti nel vuoto che creerebbero solo ulteriore tensione. C’è chi è talmente abituato a togliere, a rinunciare ai propri desideri che considera meno difficoltoso adattarsi a situazioni di privazione, iniziando a percepirle come proprie scelte.

Tornare a scegliere

La difficoltà adesso consiste proprio in questo, riuscire a poter ascoltare i propri bisogni e tornare a fare le proprie scelte. Alcuni dovranno superare la paura per tornare a riprendersi le proprie abitudini, i propri spazi, altri hanno perso i loro riferimenti, si ritrovano ad aver messo tutto in discussione, per cui non è ancora chiaro da dove ripartiree in che modalità.

Si parla di ritorno alla normalità post quarantena, ma bisogna innanzitutto stabilire cosa si intende. Riguarda ciò che si viveva prima della pandemia? Veramente andava tutto così bene?Probabilmente no o almeno non per tutti.

Come tornare (o iniziare) a stare bene con se stessi e con gli altri?

Le distanze durante la quarantena sono cambiate, ci si è adattati a nuove modalità che in alcuni casi sono diventate talmente confortevoli da temere di allontanarsene. Ci si è costruiti un riparo, più o meno solido, più o meno ampio, in cui ci si può sentire protetti, tanto che lasciarlo non è poi così automatico come ci si aspettava (per un approfondimento, vedi: sindrome della capanna). Adesso non bisogna avere fretta, ognuno ha i suoi tempi, i suoi modi,ciò che conta è farne buon uso. Cogliere l’occasione per muovere i propri passi verso ciò che si vuole veramente.


Non è facile concedersi del tempo per conoscersi fino in fondo, per valutare se ciò che si sta facendo va bene o no, si è più abituati ad attendere valutazioni dall’esterno, ma i primi a cui dover dar conto siamo noi stessi, nonostante sembri più facile ignorarsi.

Eliminati i rumori di fondo si può dare ascolto a se stessi e questo può essere il momento della ripartenza, non sarà necessariamente semplice né rapido, ma basta iniziare a muoversi verso i propri obiettivi.

Il valore del tempo

L’occasione che ci è data oggi è quella di poter avviare un profondo cambiamento, quanto tempo dedichiamo alle persone e alle cose che amiamo? Quanti pensieri sono finalizzati alla corsa per il guadagno, per l’acquisto dell’ultimo status symbol del momento, per lottare contro il tempo?

Di solito il nemico più grande resta lui, non ne abbiamo mai abbastanza, passa in fretta e noi inermi non sappiamo contrastarlo. Spesso viene utilizzato come un alibi per non occuparsi di qualcosa che fa paura, lo si riempie di momenti e attività futili proprio per non sentire l’incedere del richiamo ad altro, per continuare a rimandare. Eppure dovremmo essere noi a decidere come impiegarlo. Magari adesso abbiamo l’occasione di ristabilire delle priorità. Il tempo deve tornare ad essere un nostro alleato.

Se si inizia a dare valore a ciò che conta davvero all’interno della propria vita forse si inizia a trovare il coraggio per portare avanti scelte che fino ad oggi non si è riusciti a prendere, responsabilità verso se stessi che si sono rimandate.

Lavoro, amore, passioni, tutto ciò che ci riguarda profondamente e che a volte si porta avanti più per abitudine che per convinzione. Non sto suggerendo una rivoluzione, ma probabilmente in ogni vita ci sono piccoli cambiamenti che vale la pena di prendere in considerazione. Pensare di non essere eterni non deve spaventare, ma deve far riflettere su ciò che si vuole realmente vivere senza continuare a rimandare. Adesso tornare a ri-uscire potrebbe avvicinare al farcela.

Dal Sito: psicoadvisor.com

Ansia e attacchi di panico: la quarantena di cui pochi parlano




Andrea, Martina, Sara, Simone... ragazzi che raccontano il senso di oppressione e di essere intrappolati in questi mesi. 

L’ansia e gli attacchi di panico sono qualcosa che, ormai, fanno parte della vita di tante persone – sempre di più giovani – e per questo è molto importante dar loro il giusto valore, la giusta importanza e cercare di capire come poterli superare.

È altrettanto importante sapere come gestirli e come poter aiutare qualcuno che li sta vivendo.

Questa reclusione forzata in casa ha influito moltissimo dal punto di vista psicologico sulla nostra quotidianità, le nostre abitudini sono state totalmente stravolte e il senso di oppressione e solitudine ci ha messo spalle al muro.

Molte persone, molti ragazzi, hanno dovuto fare i conti con quelli che vengono chiamati attacchi di panico. “Improvvisi episodi di paura o ansia intensa, accompagnati da sintomi fisici e causati dalla percezione di una minaccia, piuttosto che da un pericolo imminente”, così li descrive Google.

In realtà, per chi lo vive, l’attacco di panico – o d’ansia – è letteralmente una fame d’aria, “dispnea” come la chiamano i medici, una sensazione di soffocamento che parte dal tremore o forti scosse, accompagnato da un pianto intenso, vertigini e capogiri.

Riuscire a gestirlo e ad aiutare a gestirlo è la cosa più importante.

Può risultare molto difficile capire come comportarti e come riconoscerlo: l’individuo può sentire difficoltà a respirare bene, dolore al petto e il battito che accelera.

Stabilendo una parola o un gesto in codice con l’altra persona vi aiuterà a capire cosa sta succedendo e a reagire il più velocemente possibile.

Mantenete la calma ma senza dire frasi del tipo “stai tranquillo” o “respira”, perchè non faranno altro che peggiorare la situazione: la persona davanti a voi sta già cercando di respirare, fargli notare chiaramente che la situazione è fuori controllo non farà altro che peggiorare il suo stato d’animo e farlo preoccupare ancora di più.

Non c’è un reale pericolo, ma è bene che facciate sentire la vostra presenza alla persona in questione e la rassicuriate, magari aiutandola a respirare e facendolo insieme a lei.

La comunicazione è fondamentale: basterà anche solo tenerle la mano per aiutarla a regolarizzare il battito cardiaco e la respirazione, fatto ciò tornerà tutto lentamente alla normalità.

“Mi è sembrato di rivivere lo stesso giorno per quasi tre mesi. È stato devastante.” Ci racconta Andrea. “Passavo le giornate a fissare il muro che sembrava avanzare sempre di più verso di me e schiacciarmi.” Continua.

Martina, invece, ci svela: “Fissavo il libro, ma non sono riuscita a studiare una sola pagina. I miei pensieri confluivano costantemente verso il senso di oppressione che mi dava il non poter mettere la testa fuori dalla porta. Avevo bisogno di spazi ampi, di aria e del vento in faccia”.

“Mi svegliavo tutte le notti in preda al panico, senza riuscire a respirare. Non vedevo l’ora che tutto finisse, ma allo stesso tempo avevo paura anche al solo pensiero di uscire. Sentivo di potermi contagiare anche solo schiacciando il tasto dell’ascensore del mio condominio.” Si confida Sara. E ancora “Non sapevo se fosse peggio la sensazione di fame d’aria in quei momenti di crisi o la mancanza di una vita regolare e piena di abitudini”.

“Mi capita ancora adesso di sognare di trovarmi in un recinto, in un labirinto senza uscita o in una gabbia. Tutto ciò che mi ricorda il sentirsi intrappolato.” Sono le parole di Simone.

Questo evento tragico non sarà soltanto riportati sui libri di storia delle prossime generazioni, per noi, sarà un orribile incubo che porteremo sempre con noi.


Dal Sito: bergamonews.t

mercoledì 20 maggio 2020

Fase 2: come uscire dal lockdown senza farsi travolgere dall’ansia

I meccanismi che entrano in gioco quando il timore convive con il desiderio di ripartire

Fino a questo momento il fatto di stare chiusi in casa chi ha fatti sentire al sicuro, per quanto annoiati e un po’ depressi. Ora i blocchi si stanno aprendo e ci viene restituita la facoltà di muoverci, di lavorare e di incontrare i nostri cari. Eppure, le sensazioni di ansia e di affaticamento che ci hanno fatto compagnia in queste difficili settimane non sembrano allontanarsi: temiamo semplicemente cose diverse. Insomma, la Fase 2 si sta dimostrando complicata quanto quella dell’emergenza. Scopriamo perché.

IL MOMENTO DELLA RESPONSABILITÀ – Nelle settimane di lockdown in fondo la mission era elementare: restare chiusi in casa. Organizzarsi è stato ovviamente molto complicato, ma l’indicazione di per sé era semplice e non lasciava margini di interpretazione. Ora invece ci è chiesto di assumere un comportamento molto più attivo: possiamo uscire ed incontrare gli amici, ma conservando il distanziamento sociale; possiamo andare a prendere il caffè al bar, ma solo secondo certe modalità di comportamento; possiamo fare sport all’aperto, a patto di usare fastidiosi dispositivi di protezione. Insomma, conservare le giuste condizioni di sicurezza e applicarle secondo quanto richiesto dalle diverse situazioni dipende in gran parte da noi e richiede un impegno e una vigilanza momento per momento. 


GLI ASSEMBRAMENTI – Sono i nemici numero 1 delle nostre giornate, eppure sono difficilissimi da prevenire e contrastare. Secondo la psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e International Psychoanalytical Association (IPA), la tendenza ad avvicinarci ai nostri simili anche più del dovuto è anche una conseguenza della sindrome da deprivazione sensoriale di cui abbiamo sofferto durante il lockdown. Trascorrendo intere giornate chiusi in una stanza in smart working o, nel caso dei bambini e degli adolescenti, in cameretta a giocare, fare lezione online o in chat con gli amici, ha fatto sì che i nostri sensi (vista, udito, tatto) non siano stati stimolati come di consueto da luce, suoni, variazioni della temperatura. In queste condizioni, la nostra percezione dei confini corporei diminuisce e restare a lungo in queste condizioni può causare inconsueti stati di stanchezza anche nel fare le cose più semplici. Quando poi ci troviamo ad uscire finalmente dal nostro guscio, siamo aggrediti dagli stimoli esterni ai quali non siamo più abituati: diventiamo così facili prede dell’ansia e tendiamo a cercare rifugio in altri luoghi chiusi, accalcandoci insieme a un numero maggiore di persone rispetto a quanto sarebbe consigliabile, ma anche avvicinandoci inconsapevolmente agli altri più di quanto vorremmo. Ecco perché gli assembramenti non sono solo segnale di desiderio di socialità, ma anche un bisogno istintivo di vicinanza, difficile da contrastare. 


PAURA E ANSIA - Di per sé non sono un fatto negativo. La paura è un’emozione primaria, fondamentale per la nostra difesa e per la sopravvivenza, che ci spinge a stare alla larga dai pericoli. Entro certi limiti è un aiuto, ad esempio il timore del coronavirus ci può aiutare a ricordarci di lavare le mani, indossare la mascherina e attuare determinati comportamenti. Quando però l’ansia diventa eccessiva, ci porta a comportamenti poco lucidi e controproducenti. Va quindi gestita e contenuta, sulla base di dati reali, in modo da attivarci solo di fronte a una minaccia vera, concreta. 


RESILIENZA – La resilienza, in fisica, è la capacità dei materiali di resistere a un urto o a uno sforzo senza spezzarsi o incrinarsi. In psicologia è la flessibilità e la capacità umana di adattarsi alle diverse situazioni senza farsi travolgere dalle difficoltà, ma trasformandole in occasioni di crescita e in un nuovo inizio. E’ insomma la virtù che più può aiutarci in questo momento. La resilienza ci aiuta anche ad essere consapevoli che, qualunque siano le condizioni in cui ci troviamo a vivere, abbiamo sempre la facoltà di attribuire un significato alle nostre azioni, e che di questo significato siamo responsabili in prima persona.  


DIAMOCI TEMPO E CERCHIAMO I LATI POSITIVI DELLE SITUAZIONI – Facciamo appello a tutto il nostro ottimismo e sforziamoci di cogliere gli aspetti positivi delle diverse situazioni che ci troviamo a vivere: lo smart working ci lascia più tempo per gestire la casa e la famiglia, ci siamo goduti tanti momenti in compagnia dei bambini, abbiamo scoperto di essere bravi in cucina. Ora è il momento di essere generosi con noi stessi: prendiamo atto delle nostre sensazioni ed emozioni, comprese quelle negative, econcediamoci il tempo di superare tutto questo, riconquistando le nostre libertà, muovendoci con senso di responsabilità negli spazi che tornano ad aprirsi davanti a noi, oppure anche assecondando il nostro desiderio di cautela, se questo ci fa sentire più sereni.


Dal Sito: tgcom.24

EFFETTO CORONAVIRUS: GESTIRE I PENSIERI NEGATIVI SULLA RIPARTENZA



Effetto Coronavirus e l’influenza sui pensieri

Oggi, stiamo vivendo la fase 2 cercando di andare avanti, a piccoli passi, potendo usufruire di piccole libertà che stiamo conquistando, con sacrificio e consapevolezza.

Il governo ci ha concesso delle piccole “pillole di libertà”: la visita ai congiunti, l’attività sportiva presso i parchi, passeggiate e spostamenti anche al di fuori del proprio comune, ma all’interno della propria Regione a meno che non ci siano ragioni di lavoro o necessità. Insomma, a poco a poco, stiamo cercando di ripartire, per questo mi piace pensare alla fase 2, come alla fase della ripartenza.

Ripartenza: che pensieri si possono nutrire?

Per affrontare l’effetto coronavirus diventa necessaria una ripartenza sicuramente graduale, moderata, ma pur sempre un piccolo e grande passo verso la nostra rinascita, psicologica e non. Certo, come ogni cosa, anche questa fase ha i suoi contro: insomma, per alcuni può essere alquanto difficile riuscire a mettere il naso fuori casa, dopo due mesi di reclusione.

La paura di essere contagiati è ancora tanta: d’altronde il virus è ancora tra noi, quindi la prudenza non deve certamente mancare, ma in alcuni casi, si vive un vero e proprio blocco: ci si rifiuta di uscire e si preferisce rimanere nella propria zona comfort, la stessa che fino a qualche mese fa odiavamo.

Intorno a questo meccanismo, ruotano sicuramente dei pensieri negativi: se esco, posso contagiarmi, se rimango a casa sono al sicuro, meglio non uscire.

Se, quindi, da una parte c’è chi teme i rapporti sociali, seppur a distanza, dall’altra c’è chi ha paura di quello che sarà… eppure la ripartenza era un qualcosa che aspettavamo con ansia; i dati ce lo dicono chiaramente: il 63% della popolazione sta sperimentando sentimenti di ansia e problemi del sonno.

Dunque, la risposta a questa ripartenza, non poteva sicuramente essere diversa da quella che si sta sperimentando; certo, uscire senza avere un minimo di responsabilità, oggi più che mai, potrebbe solo essere deleterio perché, lo ripetiamo, il virus è ancora in giro.

Quindi, in men che non si dica, i contagi potrebbero risalire, soprattutto se non si rispettano le regole che ci hanno dato.

Ma con responsabilità, senso civico, prudenza e consapevolezza, possiamo fare diverse cose: perché dunque, farci prendere dall’ansia? Perché rinunciare a quello che volevamo tanto?

Non ci meritiamo, forse, di godere di quelle piccole cose che ci hanno concesso, ovviamente con maturità e giudizio?

Consigli: come ripartire con il piede giusto

Per arrivare a gestire i nostri pensieri negativi generati dall’effetto coronavirus, dobbiamo cercare di avere una visione diversa delle cose, perché come ben sappiamo, ciò che conta è il nostro modo di reagire a quello che ci succede, più che quello che ci succede. Il nostro modo di reagire, a sua volta, dipende dalla nostra capacità di far fronte a delle situazioni limite, proprio come quella che stiamo vivendo ora.

Una capacità, questa, che deriva dal nostro sapere gestire lo stress e dal nostro sapere riscoprire le risorse che abbiamo, già, a nostra disposizione. Cosa fare concretamente dunque, per ritrovare la bellezza del poter rivedere, anche se con le dovute distanze, i nostri cari? Cosa possiamo fare per avere fiducia nel futuro, seppur con delle incertezze?

Dobbiamo sviluppare un atteggiamento costruttivo e non distruttivo: oggi siamo pronti a ripartire, con gradualità, vediamo questa opportunità come un qualcosa che ci meritiamo, e non come un momento pericoloso e di contagio, anche perché se riusciremo a rispettare le regole che riguardano il distanziamento sociale, non faremo altro che proteggerci.

Uscire con irresponsabilità è vietato: ma farlo con responsabilità, è giusto!

Impariamo a gestire le nostre emozioni negative, perché partoriscono pensieri negativi: per far questo occorre innanzitutto provare a riconoscerle e poi accettarle, poiché respingendole, come un boomerang, tornerebbero solo indietro. A tal proposito cerchiamo di usufruire di alcune tecniche di rilassamentoconcentrandoci per 5-10 minuti su un respiro lento e regolare.

Facciamo attività fisica: oggi possiamo uscire fuori, nei parchi, per dedicarci al nostro corpo e alla nostra mente, a patto che si evitino assembramenti. Perché non approfittarne? Sono tante le ricerche che mostrano come il moto fisico abbia benefici sulla nostra psiche, sulla nostra concentrazione, sul nostro umore e dunque sul nostro benessere psicologico, poiché ci aiuta a scaricare la tensione, liberando endorfine.

Proviamo inoltre a condividere le nostre preoccupazioni e paure con persone di cui ci fidiamo: preoccupazioni, queste, che come ben sappiamo, sono condizionate dal momento che stiamo vivendo e cerchiamo di vivere il nostro presente, dando spazio alle cose che più ci appagano.

Prendiamoci per esempio cura del nostro corpo, leggiamo, dedichiamoci a dei pasti che più ci “emozionano”. Insomma è importante che ci coccoliamo, perché solo riconquistando la nostra dignità e il nostro tempo, potremo avere fiducia nel futuro.

In queste circostanze è normale provare ansia: ansia per il nostro futuro, ansia per un possibile contagio, nel caso uscissimo, ma lottare contro di essa non è certamente consigliabile: bisogna dire a se stessi, che il proprio corpo sta producendo pensieri ansiogeni e che si possono gestire.

Per riuscirci, provate a mettere per iscritto i vostri pensieri: nel momento stesso in cui li scriverete, sentirete una sensazione di sollievo. Provate! Insomma piccole cose, possono fare una grande differenza e farvi ritrovare la voglia di uscire e fantasticare sul vostro futuro.

Se tutto questo non dovesse bastarvi e sentite addosso ancora il peso dei vostri pensieri negativi e dell’effetto coronavirus, circa la ripartenza, contattate un professionista psicologo online o dal vivo e, insieme, riuscirete a ripartire con il piede giusto!

sabato 16 maggio 2020

La sindrome della capanna: cos'è e come affrontarla


Ultimamente si è sentito parlare di sindrome della capanna, ma di cosa si tratta? Secondo gli esperti, è la paura di uscire dopo l’attuale lockdown. È una sensazione che accomuna paura, insicurezza, tristezza e ansia causato dal periodo attuale. E pare siano circa un milione gli italiani che soffrono di questo disturbo, cifra stimata dalla Società Italiana di Psichiatria (SIP). Inoltre sembra sia stato segnalato da un team di ricercatori spagnoli che a soffrirne siano un numero inimmaginabile in tutto il mondo.

Sono molti coloro che si sono sforzati a rimanere tra le mura domestiche, ma altri si sono invece abituati, hanno sperimentato una quotidianità diversa e sono riusciti a stabilire un certo equilibrio. Equilibrio che potrebbe essere “compromesso” nuovamente. La propria dimora, in cui abbiamo vissuto questo lungo periodo di clausura a causa di questa emergenza pandemica, ci fa sentire al sicuro, lontani da qualsiasi minaccia esterna; e questo implica la voglia di rimanerci.

Tale sindrome non è classificabile come un vero e proprio disturbo mentale, in quanto è una sindrome che tende a scomparire col tempo. Una prospettiva di circa un paio di settimane, il tempo necessario perché l’individuo si riabitui alla routine.

Quali sono i soggetti più a rischio?

Secondo il parere di alcuni psicologi, le persone che sono maggiormente a rischio di soffrire della sindrome della capanna sono quelle con poca capacità di adattamento ai cambiamenti e le persone ipocondriache che, probabilmente, già dai primi giorni di lockdown si sono sentite a loro agio e ora sono spaventate.

Inoltre tale sindrome può colpire anche tutte quelle persone che soffrono già di ansia, fobie o di gravi problemi psichiatrici. Ma non solo, molte persone che non hanno avuto problemi precedenti di ansia potrebbero trovarsi ad affrontare situazioni sconosciute, problemi economici e repentini cambi di stile di vita. Insomma, per molti abbandonare la propria dimora vorrà dire passare dal timore alla concreta certezza di una realtà difficile da affrontare.

Qual è il consiglio degli esperti per contrastare questo disturbo?

Per uscire da questa situazione, alcuni psicologi consigliano di prepararsi al cambiamento; quindi abituare il nostro cervello alle novità – come ad esempio cambiare un’abitudine che si era consolidata nel tempo – e imparare a cambiare il proprio punto di vista cercando di eliminare pensieri negativi e catastrofici, in modo da vivere in maniera più serena possibile questa nuova fase. Quindi è suggerito fare spazio a pensieri positivi che ci aiutino ad affrontare al meglio quello che succede, tutto pur di affrontare al meglio questo periodo così delicato.

Vi è inoltre da ricordare che restare chiusi in casa potrebbe contribuire ad ingigantire le nostre paure e portarci via via a disturbi peggiori, ad esempio l’agorafobia (una vera e propria fobia che nasce in seguito a circostanze personali particolari e che richiede un accompagnamento terapeutico specifico per questo disturbo). Sarebbe quindi buona cosa riabituarsi gradualmente al mondo esterno, seguendo le precauzioni dettate dal Governo; a piccoli passi si potrà giungere alla conclusione che il mondo non è sempre una minaccia.

Conclusioni

Com’è quindi possibile tornare alla normalità? Sarebbe di grande aiuto trasformare i problemi in opportunità. Per superarla servono piccoli cambiamenti quotidiani. La clausura, l’isolamento sociale forzato di queste ultime settimane, ci ha donato una sensazione di protezione e sicurezza a cui, per molti, è difficile rinunciare. Tutto dipenderà dalla capacità di ciascuno di far fronte in maniera positiva all’emergenza.

Sarebbe d’aiuto poter uscire gradualmente, quando è necessario e con le dovute precauzioni; inoltre non sarebbe sbagliato informarsi sulle notizie riguardanti il Covid-19 ma senza farla diventare un’ossessione e dedicarsi anche ad altro: hobby, interessi, attività fisica, giardinaggio, lettura, attività che ci fanno sentire bene.

È altresì importante non sottovalutare il problema, quindi qualora ci si sentisse fragili e debilitati psicologicamente è necessario accettare e superare le proprie paure e chiedere aiuto a chi ci sta vicino, ad una persona fidata o ad uno psicoterapeuta. Per chi non ne fosse a conoscenza, in questo periodo di lockdown molte persone si stanno appoggiando ad una terapia psicologica online, attualmente forma alternativa altrettanto valida e funzionale alla terapia tradizionale, che può essere attuata a distanza.


Dal Sito: ilvaloreitaliano.it

Coronavirus: il pensiero positivo come rinforzo quotidiano



Ognuno di noi ha dentro di sé tutte le capacità necessarie per superare qualsiasi situazione della propria vita, non tutti però ne sono consapevoli. Il pensiero positivo è un compagno che ci guida costantemente e ci fornisce un rinforzo quotidiano, facendoci pensare: “ce la posso fare”.

 

Ogni giorno, quando ti svegli pensa: oggi sono fortunato perché mi sono svegliato, sono vivo, ho una preziosa vita umana, non la sprecherò. Userò tutte le mie energie per migliorarmi, per aprire il mio cuore agli altri, avrò per gli altri parole gentili e non pensieri cattivi e non mi arrabbierò, ma cercherò di far più bene che posso. (Dalai Lama)

In questi giorni, in cui siamo costretti a rimanere in casa, molti di noi avranno pensato che ogni qualvolta ci troviamo a dover affrontare un ostacolo, il nostro modo di pensare può portarci alla imminente speranza che questo possa essere affrontato e superato. Questo accade in ogni ambito di vita: familiare, relazionale, lavorativo ed amicale. E’ questo nostro pensare positivo che ci aiuta ad imparare ed a gestire le nostre paure e/o emozioni. Ognuno di noi ha dentro di sé tutte le capacità necessarie per superare qualsiasi situazione della propria vita, non tutti però ne sono consapevoli. Alcune persone hanno convinzioni orientate sul “tanto è inutile”, “tanto non ce la farò comunque”, “tanto le cose andranno male”. Cerchiamo di capire nel dettaglio che cosa si intende. Pensare positivamente non vuol dire credere ciecamente che le cose vadano bene, non vuol dire chiudere gli occhi di fronte alle sfide o alle difficoltà, non vuol dire vivere la propria vita come se le situazioni negative e spiacevoli non esistessero. Il pensiero positivo è un compagno che ci guida costantemente nella nostra vita e ci fornisce il rinforzo quotidiano, facendoci pensare: “ce la posso fare” (Delle Fave, 2010). Ciò non vuol dire che una persona possa riuscirci ad ogni costo. E’ un pensiero che ci orienta rispetto i nostri obiettivi, favorendone il raggiungimento e permettendo il superamento delle difficoltà. Ed anche quando ci troviamo di fronte ad un insuccesso, grazie al pensiero positivo potremmo dirci: “cosa ho imparato da questa situazione?”, “cosa posso fare di diverso la prossima volta per avere successo?”.

Il nostro modo di pensare influisce sui nostri comportamenti

Il nostro modo di pensare va ad influire sui nostri comportamenti più di quanto si possa immaginare. Molti indicano quanto la gestione dei pensieri possa essere la chiave attraverso cui controllare le proprie emozioni e raggiungere gli obiettivi che ci si prefigge nella vita (Beck, 2008). Si soffre di più pensando che qualcosa possa avere effetti negativi e questa sofferenza diventa, così, la spinta per cercare il coraggio sufficiente ad affrontare la situazione spaventosa. Ad esempio, una persona con la paura degli aghi soffrirà molto più per l’ansia legata alla sua fobia che per il piccolo pizzicore che crea la puntura. La potenza del pensiero predittivo risiede nella profezia autoavverante: a furia di pensare negativamente, questi pensieri diventano reali comportamenti. In pratica, secondo la definizione del sociologo statunitense Robert K. Merton (1948), una supposizione o profezia che, per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità. Non ha nulla a che vedere con il pensiero magico, che, invece, consiste nello stabilire una relazione irrazionale tra i nostri pensieri e gli eventi della nostra vita. I nostri pensieri influenzano correttamente la nostra condotta (Beck, 2008). Ad esempio, se iniziassi un nuovo progetto e pensassi, fin da subito, che non andrà a buon fine, la mia motivazione, energia e chiarezza mentale per cercare soluzioni, idee e risorse, non sarebbero molto efficaci. Oppure, se credessi che il mio partner sia infedele, la mia fiducia, la mia gelosia e il mio elevato livello di dipendenza emozionale sicuramente deturperebbero la relazione. Questo è ciò che si verifica quando una profezia si autoavvera e ricade più o meno consciamente sul comportamento di tutti attraverso l’Effetto Pigmalione riferendosi al potere che hanno le aspettative di un individuo sugli altri (genitori, figli, insegnanti, alunni, dipendenti, ecc…). In particolare, si tratta di una forma di suggestione psicologica: le persone tendono a conformarsi all’immagine che altri individui hanno di loro, sia essa un’immagine positiva sia negativa. Per fare un esempio pratico, basta citare l’esperimento condotto dallo stesso Robert Rosenthal (1968) e dalla sua equipe, i quali sottoposero alcuni bambini di una scuola elementare ad un test d’intelligenza. Dopo il test, in modo casuale, vennero selezionati alcuni bambini ai cui insegnanti fu fatto credere che avessero un’intelligenzasopra la media. La suggestione fu tale che, quando l’anno successivo Rosenthal si recò presso la medesima scuola elementare, dovette constatare che, in effetti, il rendimento dei bambini selezionati era molto migliorato e questo solo perché gli insegnanti li avevano influenzati positivamente con il loro atteggiamento, inconsapevoli del fatto che fosse tutto legato alla suggestione. Dati tali argomentazioni risulta essere importante nei contesti educativi, familiari ed anche lavorativi dire ai figli, alunni o dipendenti che si crede nelle loro potenzialità e nella realizzazione dei loro obiettivi se si vuole orientare questi attori sociali verso il successo.

Il contributo della psicoterapia cognitiva sull’autoefficacia emotiva e interpersonale

La psicoterapia cognitiva e cognitiva-comportamentale è un trattamento indicato per affrontare i disagi psicopatologici, come l’ansia, gli attacchi di panico e le fobie. Questa tipologia d’intervento si basa sul presupposto che esiste una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti. Infatti, i problemi emotivi sono influenzati dalle azioni e dalle esperienze del vissuto. Il piano di trattamento è avviato da uno psicoterapeuta e si pone l’obiettivo di fornire al paziente gli strumenti per sapere gestire l’ansia e per modificare le convinzioni negative. In questo caso, verrà chiesto al paziente di praticare l’esercizio della visualizzazione (Beck, 1971): immaginare noi stessi mentre ci approcciamo all’idea di mettere in atto una nuova sfida, come un esame, un discorso pubblico, una partita di calcio, un appuntamento, un nuovo lavoro e pensare che questa possa ottenere un successo. Per applicare questa tecnica, è necessario seguire uno psicoterapeuta che ci possa allenare a questo tipo di pensieri e alla successiva fase della visualizzazione. E’ utile seguire alcuni consigli pratici: immaginare in maniera vivida ciò che vorremmo si realizzasse, prestare attenzione ai dettagli, ricreare le sensazioni che proveremmo nel caso di un eventuale successo, come le conseguenze positive, le lodi degli altri, la soddisfazione personale. L’importante è “non dimenticarsi di immaginare se stessi sempre in un’ottica di successo”. Non pensare a ciò che potrebbe succedere, ma pensare a ciò che desideriamo che succeda.

Silenziare i pensieri disfunzionali per poter sperimentare un senso di benessere: come si fa?

Nel nostro vivere quotidiano, capita spesso di essere assaliti da migliaia di pensieri “automatici” di cui non siamo consapevoli, ma ce ne rendiamo conto nel momento in cui sperimentiamo gli effetti emotivi in termini di preoccupazione, tristezza, ansia, paura e così via (Beck, 2013). Emozioni che turbano il nostro agire e che ci impediscono di godere a pieno del momento presente. Facciamo un esempio nell’attualità: una famiglia non esce a fare la spesa, a causa della probabile diffusione del “virus cattivo” e della possibilità che vengano contagiati tutti in maniera immediata. I pensieri che iniziano a rincorrersi ad effetto domino saranno “Non ho latte necessario per la colazione”, “Se provassi ad uscire per andare al supermercato, di sicuro ci sarà molta gente come me che non ha sufficiente latte per la colazione”, “Probabilmente mi potrà contagiare”, “E se non sapesse di essere positivo e mi contagia?”. Lo stato emotivo che, inevitabilmente, questa famiglia proverà sarà legato a ansia, tristezza e rabbia che sfoceranno in una conversazione dai toni particolarmente aggressivi e/o ansiosi nel momento in cui metteranno piede dentro un supermercato. Cosa è accaduto? Semplice: dubbi, insicurezze e paure remote hanno generato ed alimentato un dialogo interno negativo, da cui sono scaturiti emozioni e comportamenti disfunzionali, replicando un copione fallimentare che abbiamo già attuato in esperienze precedenti. Quello che accade quando pensiamo negativamente circa la probabilità che un evento si possa verificare è una “fusione pensiero – azione”, ossia si esercita un’equivalenza data per certa tra i contenuti dei nostri pensieri e la realtà che sicuramente ci si proporrà (Caprara, 2007). Qualora si sperimentasse questo errore cognitivo, che cosa si potrebbe fare in termini pratici? I nostri pensieri sono così immediati, il più delle volte quello che avvertiamo sono emozioni negative a cui non riusciamo a dare una spiegazione. E’ proprio in questo caso che dobbiamo fermarci per ascoltare il nostro dialogo interno. Cosa ci stiamo dicendo? “E se i bambini non hanno il latte, come sarà possibile per loro fare colazione?”, “Magari possiamo andare una volta ciascuno e parlare al telefono mentre siamo al supermercato per fare in modo che nessuno si avvicini”, “Possiamo metterci i guanti e la mascherina ed essere protetti dal possibile contagio”. Questi pensieri automatici compaiono all’improvviso e l’unico modo che abbiamo per riconoscerli è sentire ciò che proviamo. E’ importante anche imparare a mettere in discussione ciò che pensiamo, come ad esempio attraverso la tecnica della ristrutturazione cognitiva, ovvero riuscire a modificare il modo in cui si interpretano e si valutano le situazioni che si vivono. Quindi, si deve incoraggiare il paziente a modificare i pensieri automatici e le distorsioni cognitive per sostituirli con altri più realistici e adattivi (Beck, Clark, 2010). Proviamo a creare punti di vista più vicini alla realtà. Alcune domande che potrebbero aiutarci in tal senso sono: “Che prove ho che qualcuno si sia contagiato stando ad una distanza di un metro l’uno dall’altro?”, “Ho la certezza che quello affianco a me sia contagiato?”, “Continuare a credere in un probabile contagio, quali effetti ha?”, “Cosa consiglierei ad un nostro amico che ha le stesse nostre ansie e/o paure di poter essere contagiato?”. Queste domande permettono di formulare una risposta adattiva, al fine di ottenere emozioni positive e comportamenti più funzionali rispetto al passato. Fondamentale è la costanza. La sostituzione di pensieri disadattivi richiede impegno continuo, poiché si cerca, consapevolmente, di destrutturare una modalità di pensiero consolidata nel tempo, per costruirne una più funzionale e resistente agli “attacchi” da parte degli schemi del passato. Nel tempo, il dialogo interno diventerà funzionale e, così, la ristrutturazione sarà essa stessa automatica. La ristrutturazione cognitiva permette di differenziare “ciò che si pensa” da “ciò che è reale”, creando una visione più flessibile, pronta a fronteggiare imprevisti e divenendo fonte inesauribile di resilienza. Una volta che si inizia a essere consapevolmente al legame tra le emozioni spiacevoli e i pensieri disadattivi, il passo successivo è semplice. Il paziente può iniziare a sperare che, modificando le sue idee, possa cambiare anche il suo stato d’animo.

Conclusioni

Queste giornate passano lentamente, dunque, pensare positivo ci permette di vivere meglio e di godere di un adeguato equilibrio interiore. All’improvviso, sentiamo l’esigenza di viaggiare, di scoprire e di accogliere ciò che ci circonda. Ci troviamo a domandarci: quanto apprezziamo ciò che viviamo realmente? Questa quarantena ci ha portato proprio ad una sosta: una pausa forzata dalla nostra vita. Osserviamo ciò che accade all’esterno in modo ovattato, non concependo realmente cosa stia succedendo, un evento simile è difficile da metabolizzare. Questo richiede un profondo lavoro personale. Dobbiamo riconciliarci con il nostro dialogo interno e saperlo ascoltare attentamente, al fine di sentirci degni di qualcosa di meglio. Solo allora il nostro stato emotivo riuscirà a mutare, diventando, così, più forte, più solido e più duraturo nel tempo.

  
Dal sito: stateofmind.it 

Coronavirus, le fobie più diffuse e i consigli degli psicologi


Coronavirus, le fobie più diffuse e i consigli degli psicologi

Dalla paura del contatto fisico a quella degli spazi chiusi, fino alla paura di rimanere single, gli esperti di Guidapsicologi.it spiegano quali sono le principali fobie della quarantena e come superarle

La fase 2 è realtà. Le città poco a poco riprendono i loro ritmi e si preparano ad accogliere i propri abitanti con nuove regole e norme sociali. Ma se bar, ristoranti e locali commerciali dovranno occuparsi della messa a norma degli spazi per poter tornare ad aprire le porte ai propri clienti, non è lo stesso per gli individui, a cui non è detto che bastino una mascherina e un paio di guanti usa e getta per sentirsi sicuri, e riprendere a vivere la propria normalità da dove era stata interrotta.

Dalla paura del contatto fisico a quella degli spazi chiusi, gli esperti di Guidapsicologi.it ci spiegano quali sono le principali fobie che possono emergere da questi giorni di quarantena e come fare per superarle. Bisogna pensare infatti che oltre alla paura più esplicita, quella del contagio in sé, questa pandemia ha creato uno stato di incertezza a livello mondiale sul futuro economico e sociale, con ripercussioni sull’equilibrio psichico dell’individuo.

Agorafobia

Questo tipo di fobia, dal greco “paura della piazza”, si riferisce allo stato di ansia che colpisce in spazi dai limiti non definiti, aperti. A seguito di un lungo periodo di clausura, il ritorno alla vita pubblica potrebbe generare terrore nel doversi approcciare a situazioni aperte sulle cui non si ha controllo.

Claustrofobia

La claustrofobia è la paura degli spazi chiusi. La paura è legata alla possibilità di asfissia, dall’essere limitato nei propri movimenti, non avere sotto controllo la possibilità di uscire da un determinato luogo nel momento in cui lo si desidera. Reduci da una quarantena, una delle possibili conseguenze sulla psiche è proprio quella di sviluppare una fobia che teme lo spazio chiuso come luogo di contagio.

Demofobia

È la fobia verso la folla. Dopo aver passato molto tempo isolati, e sempre con la paura del contagio dietro l’angolo, un’altra conseguenza sulla psiche può essere quella di sviluppare una forma di paura verso situazioni in cui si trovi una grande moltitudine di persone.

Ipocondria

Negli ultimi mesi malattia, terapia intensiva e morti sono al centro della comunicazione, tanto nei media come al bar. Questo monotematismo può inconsciamente favorire il sorgere della fobia legata all’eccessiva paura di ammalarsi, con conseguenti comportamenti irrazionali.

Tanatofobia

La paura della morte. Si riferisce sia alla paura di morire sia alla paura di perdere le persone care. Il numero di decessi registrati giornalmente a livello mondiale, i corpi ammassati degli Stati Uniti, i carri armati di Bergamo, le fosse comuni in Amazzonia, sono immagini che sconvolgono profondamente.

I consigli degli psicologi

Ecco alcuni consigli per affrontare nel miglior modo possibile il sorgere improvviso di queste fobie:

1. Non pensare di ottenere tutto subito: è importante darsi dei tempi per riprendere una vita normale che non generino ulteriore ansia

2. Fare piccoli passi, uno per volta e con molta pazienza verso se stessi. Si sta attraversando un momento complesso ed è giusto essere indulgenti con se stessi e non giudicarsi per ciò che si sta provando

3. Non pensare che solo perché uno stato d’ansia o un attacco di panico si è presentato una volta si ripresenterà infinite volte. Tutto questo ha una fine e può essere gestito

4. Parlarne e non sentirsi strani. Anche le persone più insospettabili soffrono di questi tipi di disturbi, a vari livelli. Spesso ci si sente soli e strani, ci si spaventa di se stessi e ci si chiude nel dolore, quando in realtà parlandone ci si renderebbe conto che ciò che si sta vivendo è
condiviso da molta più gente di quanto si possa immaginare

5. Praticare yoga e meditazione. Le attività che lavorano sulla respirazione e sulla concentrazione, apportano benefici psicofisici

 6. Ridere. Non prendersi troppo sul serio e trovare il modo di passare momenti divertenti è importantissimo, quindi sì a tutte le persone che trasmettono positività e allegria

7. Rivolgersi a uno specialista, anche online. In alcuni casi le fobie possono essere gestite e sono transitorie, in altri no. È bene riconoscere il proprio stato e non aver paura di rivolgersi a uno psicologo. Iniziare una terapia mirata efficace può portare a una risoluzione rapida di un problema che altrimenti potrebbe ingigantirsi in modo incontrollato.


Dal Sito: milanotoday.it