Bolg informativo sui disturbi legati all'Ansia e agli Attacchi di panico - Facebook https://it-it.facebook.com/insiemedap/
sabato 19 dicembre 2020
Natale ai tempi del Covid: ecco come evitare spaesamento, tristezza e solitudine
Anche l’anno del Covid-19 e dei lockdown avrà il suo Natale. E se per alcuni questo periodo è occasione di gioia e benessere, per altri porta tristezza e solitudine. Ma sentirsi spaesati e giù di morale non è anomalo, tutt’altro. “Il Natale, come l’estate, rappresenta una pausa dalle responsabilità e dal rigore lavorativo. Ci si concedono momenti di riposo, sgarri alle diete, si posticipano gli orari delle sveglie e si sta in compagnia il più possibile. Gran parte di questi momenti spensierati quest’anno non potranno essere vissuti con la stessa serenità e questo potrebbe generare un senso di smarrimento, lasciando meno spazio a sensazioni positive”, spiega a Gazzetta Active la professoressa Valentina Di Mattei, associata di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e psicologa clinica presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.
E’ normale, allora, sentirsi spaesati?
“Sì, è normale di fronte a circostanze e condizioni nuove: sarà un Natale del tutto inedito, in cui dovremo mettere da parte le tradizioni e lasciar posto a comportamenti responsabili. Tuttavia è bene enfatizzare l’effetto positivo da un punto di vista mentale di questi comportamenti solidali. Si tratta digesti individuali che vanno a beneficio di tutti, soprattutto delle persone più fragili: in questo senso riportano agli aspetti più essenziali del Natale. Inoltre, pensare a chi è stato colpito duramente da questa epidemia, con lutti o perdita del lavoro, agli operatori sanitari da mesi a rischio e sotto pressione, può aiutare a ridimensionare le proprie difficoltà”.
Come si possono superare queste difficoltà?
“Può essere d’aiuto creare occasioni nuove di scambio e condivisione e pensare a soluzioni alternative e creative per stare insieme anche se distanti. Per esempio, fare videochiamate di gruppo per vivere insieme cene e pranzi di Natale o scartare insieme i regali ricevuti per posta può allentare la tensione e creare una nuova tradizione. La tecnologia in questo momento può essere utilizzata come strumento a nostro favore per superare la lontananza fisica. Nel rispetto delle distanze sociali e con i dispositivi di protezione, anche fare delle passeggiate all’aperto potrà aiutare a trascorrere del tempo di qualità in compagnia delle persone care”.
Perché le festività natalizie influiscono negativamente sull’umore?
“Dicembre è un mese di bilanci emotivi relativi all’intero anno. Alcune persone riferiscono di vivere in concomitanza delle feste la “sindrome della promessa rotta”, un sentimento di delusione e fallimento legato ad aspettative disattese e traguardi non raggiunti. In aggiunta, pranzi e cene di Natale sono (in tempi normali) occasioni di convivialità in cui si rivedono parenti ed amici con i quali trascorrere insieme momenti piacevoli, sebbene in alcuni casi possano verificarsi situazioni che generano stress e tensione”.
Quali consigli dà a chi passerà le feste da solo?
“Diverse persone, per via di questa situazione particolare, potranno ritrovarsi da sole a passare le festività, sentendosi anticipatamente demoralizzate. Nei giorni di festa, per chi si troverà costretto a passare il Natale da solo, un consiglio potrebbe essere quello di organizzare al meglio questo tempo per pensare ai propri obiettivi futuri, riorganizzando le attività per le settimane successive, prendendosi questi giorni per riflettere. Questa fase di crisi ha anche prodotto molte iniziative di solidarietà a favore delle persone più fragili. Riscoprire l’effetto benefico dell’altruismo è stato evidenziato da molti studi come chiave di successo per attraversare l’epidemia”.
Dal Sito: salute.gazzetta.it
lunedì 12 ottobre 2020
Ansia, depressione e Covid 19
Da sette mesi a causa del Covid 19 la nostra vita è notevolmente cambiata: ciascun Paese, governo e persona sta cercando il proprio modo per fronteggiare un evento sconosciuto e pericoloso. Tutto ciò ha delle ripercussioni sulla nostra salute mentale oltre che fisica. Diversi articoli pubblicati di recente sulla rivista scientifica “Brain, Behaviour and Immunity” hanno evidenziato alcuni dei profondi impatti psicologici che la pandemia Covid 19 sta avendo in tutto il mondo.
I ricercatori sostengono che un livello ragionevole di attenzione e riflessione sulle informazioni relative al coronavirus può aiutare le persone a stare al sicuro durante la crisi, ma pensare troppo alla malattia può essere debilitante e malsano. Quando il pensiero correlato al Covid 19 è “troppo”? Per rispondere a questa domanda sono state esaminate sistematicamente le frequenze dei processi di pensiero relativi al virus. È stato analizzato il modo in cui i “pensieri” si relazionavano alle misure di angoscia e compromissione funzionale (quindi delle aree affettivo/relazionali, cognitive, autonomia, ecc…).
Questa indagine condotta negli USA si è basata su due grandi campioni di dati. Un campione era costituito da 775 adulti (età media di 30 anni) che hanno riportato un certo livello di ansia per il coronavirus (raccolti dall’11 al 13 marzo 2020), mentre l’altro campione era costituito da 398 adulti (età media 32 anni) che non erano limitati a nessun livello di ansia (raccolti dal 23 al 24 marzo 2020). Da un punto di vista pratico, pensare troppo al Covid 19 corrisponde all’incirca a trascorrere almeno dai tre ai sette giorni pensando ripetutamente al coronavirus, sognando il coronavirus, avendo pensieri inquietanti di aver preso il coronavirus e pensieri preoccupanti sulla possibilità di incontrare persone che potrebbero averlo.
Sebbene questi processi cognitivi (di difesa dal pericolo) derivino da un sistema biologicamente evoluto progettato per mantenere una persona al sicuro dai danni, questi tipi di schemi di pensiero persistenti e angoscianti sono sintomi comuni di ansia clinica. Inoltre, questi modelli di pensiero si sono dimostrati disadattivi non solo per il disagio funzionale, ma anche perché associati ad una serie di problemi, dall’abuso di sostanze ai pensieri suicidari.
Altre ricerche, invece, hanno indagato come la perturbazione del sistema immunitario innescata da infezioni potrebbe indurre psicopatologia e sono state osservate sequele psichiatriche dopo precedenti focolai di coronavirus. I risultati di uno studio condotto dal professore Benedetti all’Ospedale San Raffele di Milano sull’impatto psicopatologico del Covid 19 nei sopravvissuti ha determinato una percentuale significativa di pazienti autovalutati nel range psicopatologico: 28% per il disturbo post traumatico da stress, 31% per depressione, 42% per ansia, 20% per sintomi ossessivo compulsivi e 40% per insonnia. Complessivamente, il 56% ha ottenuto un punteggio nel range patologico in almeno una dimensione clinica.
Nonostante i livelli significativamente più bassi di marker infiammatori al basale, le donne soffrivano di più sia per l’ansia che per la depressione. I pazienti con una precedente diagnosi psichiatrica positiva hanno mostrato un aumento dei punteggi sulla maggior parte delle misure psicopatologiche. Precedenti ricerche hanno evidenziato che i sopravvissuti alla Sars hanno riportato sintomi psichiatrici, tra cui il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), depressione, disturbo da attacchi di panico e disturbo ossessivo-compulsivo. Oltre ai meccanismi immunologici, la paura della malattia, l’incertezza del futuro, lo stigma, i ricordi traumatici di una malattia grave e l’isolamento sociale sperimentato dai pazienti durante il Covid 19 sono fattori di stress psicologici significativi che possono interagire nella definizione del risultato psicopatologico.
Questi dati scientifici mi elicitano due considerazioni, la prima è l’importanza di interventi al livello politico e sanitario, come già sollecitato dall’appello delle Nazioni Unite e dal Consiglio nazionale degli psicologi per il sostegno psicologico delle persone che manifestano disagio, quindi un approccio integrato alla cura, secondo il modello bio-psico-sociale di salute proposto dall’OMS. La seconda riflessione è relativa al pensare “troppo” al contagio e alla visione incerta del futuro, ciascuno può essere promotore di una cultura della speranza, di spazi di benessere dove ritrovare equilibrio.
Continuare a progettare, trovare strategie innovative per il lavoro, in questo momento è fondamentale. Occorre rassicurarci emotivamente contenendo le paure. Concedersi anche attività piacevoli in contesti sicuri è nutrimento per il nostro benessere. La sfida di oggi, che ci coinvolge tutti e a tutti i livelli, penso sia costruire il presente non cadendo nella negazione del problema e non facendoci assorbire dal “troppo” pensiero Covid 19.
sabato 26 settembre 2020
Covid-19, un aiuto dalla Mindfulness
La rapida diffusione del Covid-19 ha attirato l’attenzione dell’intera popolazione mondiale divenendo in poco tempo un’emergenza pubblica d’interesse internazionale. Sebbene attualmente il focus principale verta sui sintomi fisiologici, è necessario non trascurare la dimensione psicologica.
Alcuni lavori hanno infatti sottolineato i possibili effetti che tale fenomeno sta causando a livello psicopatologico, definendo come il lockdown e il distanziamento socialesiano due variabili estremamente importanti alla base dell’insorgenza o dell’aggravamento di sintomi psicologici.
Attualmente sono ancora pochi gli studi epidemiologici che delineano tale aspetto; tuttavia, considerando precedenti pandemie ed emergenze sanitarie, è possibile ipotizzare che nei prossimi mesi si possa assistere ad un aggravamento sintomatologico in persone che erano già affette da disturbi psicopatologici insorti precedentemente la diffusione del Covid-19 e ad un aumento del numero di persone affette da disturbi psicologici insorti durante il coronavirus.
Tra i disturbi che risultano essere principalmente implicati vi sono: il disturbo post-traumatico da stress (PTSD), i disturbi d’ansia (dove la fobia sociale e l’ipocondria fanno da apripista) e i disturbi dell’umore (tra cui depressione maggiore e disturbi bipolari).
I sintomi più comuni includono: pensieri intrusivi e persistenti incentrati su eventi vissuti e/o osservati sui mass media, disturbi del sonno, difficoltà nella concentrazione e nella memorizzazione, iper-vigilanza e ipereccitazione, scoppi d’ira, perdita della motivazione, disregolazione dell’umore, evitamento di attività lavorative e luoghi, intorpidimento e abuso di sostanze nei casi più estremi.
In questo articolo vogliamo focalizzare l’attenzione su disturbi come ansia e depressione, in quanto estremamente diffusi in periodo pre-covid e quindi destinati ad aumentare esponenzialmente durante e post-covid.
Secondo quanto riportato dall’organizzazione mondiale della sanità (OMS) nel 2015 circa 300 milioni di persone in tutto il mondo erano affette da depressione e oltre il 21% della popolazione nel lifetime ha avuto sintomi depressivi. Allo stesso modo uno stesso numero di persone mostrava sintomi d’ansia.
A questi dati vanno inoltre aggiunte le problematiche correlate e le forme subcliniche, senza trascurare i costi che comportano per la sanità pubblica e l’impatto familiare e sociale. In aggiunta, ansia e depressione correlano con tentativi di suicidio, che contano circa 800.000 decessi l’anno.
Per queste ragioni risulta necessario intervenire in modo tempestivo con il fine di prevenire e curare sintomi depressivi ed ansiosi che possono essere insorti o aggravati dal Covid-19. Tra le tecniche d’intervento che negli ultimi anni stanno dimostrando risultati promettenti vi sono le pratiche meditative basate sulla Mindfulness.
Per Mindfulness si intende una naturale capacità della mente umana che può essere definita come consapevolezza dei propri stati interni. Essa è caratterizzata da uno stato di attenzione focalizzata (ovvero orientata verso uno specifico evento interno: come il pensiero, una parte del corpo o il respiro), rivolta al momento presente (che guarda all’esperienza che si sta vivendo nel qui ed ora) e non categorizzante (privo di catalogazioni e giudizi abituali).
In questo modo l’individuo che pratica Mindfulness acquisisce un maggiore controllo dell’attenzione, una migliore regolazione emotiva e auto-consapevolezza, quindi una nuova modalità di gestione del distress psicologico.
La pratica meditativa basata sulla Mindfulness richiede il raggiungimento di uno stato di calma e inattività comportamentale, da praticare solitamente in posizione seduta con gli occhi chiusi, in cui il soggetto adotta un tipo di concentrazione diretta ai contenuti che si presentano alla mente, tentando di mantenere un’attenzione focalizzata quando quest’ultima inizia a vagare, per mezzo di un’esplorazione attiva e curiosa.
Il soggetto diventa quindi una specie di spettatore di ciò che accade dentro al proprio corpo, delle sensazioni, dei pensieri e delle emozioni (per approfondimenti, i protocolli clinici più diffusi sono: Dialectical Behavior Therapy (DBT), Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT) e l’Acceptance and commitment therapy (ACT).
L’impiego delle pratiche Mindfulness nei disturbi d’ansia e dell’umore ha ottenuto numerosi riscontri scientifici negli ultimi anni, trovando conferme anche in ambito clinico. Secondo una recente review di Rodrigues (2017), nella quale sono stati inclusi 16 studi, è stato dimostrato che la meditazione basata sulla consapevolezza è una strategia efficace per il trattamento dei disturbi dell’umore e dell’ansia.
Per queste ragioni riteniamo opportuno che tali pratiche vengano implementate in periodo peri-covid e post-covid per una prevenzione e cura di sintomi psicopatologici.
Il loro impiego è infatti estremamente flessibile in quanto, grazie all’estrema semplicità di applicazione, possono essere praticate da chiunque in qualsiasi momento, in quanto svincolate dalla cultura e dal contesto religioso, da stili cognitivi individuali e status sociale.
Esse potrebbero divenire uno strumento utile in ambito scolastico per l’acquisizione di strategie di coping e resilienza per una miglior gestione dello stress indotto dal coronavirus. Ma anche nella vita quotidiana in popolazioni adulte, in ambito geriatrico e gerontologico, così come in popolazioni a rischio (persone affette da patologie o vittime di violenza).
Infine, tali approcci trovano terreno fertile anche come supporto in ambito clinico ai caregivers, dove i correlati della patologia della persona cara implicano in certi casi un carico allostatico eccessivamente elevato. Inoltre, possono rivelarsi di aiuto anche al personale sanitario, oggi più che mai sottoposto a rischio di burnout.
Dal Sito: brainfactor.it
Ansia e panico: nel 2020 aumentano le ricerche su Google
Nel 2020 aumentano i casi di ansia, panico e stress
Una cosa è certa: anche dal punto di vista psichico, il Covid-19 è destinato a lasciare una traccia che non si può cancellare tornando semplicemente alla normalità. Nei primi mesi del 2020, infatti, è stato attestato un significativo aumento dei casi di ansia, panico e stress. La cosa non sorprende più di tanto, specie se torniamo con i nostri ricordi a solo qualche mese fa, alle difficoltà di muoverci all’interno di un Paese paralizzato, in strade vuote, all’imposizione di tenerci distanti dagli altri esseri umani, all’obbligo di indossare la mascherina, evitando ogni forma di contatto non necessaria.
Aumenta l’ansia: le conferme di Google
A confermare il picco di casi in cui è stato accertato un aumento del carico di ansia da parte della cittadinanza mondiale, vi sono anche i dati relativi alle ricerche effettuate su Google dagli utenti di tutto il mondo, per distacco il primo motore di ricerca del pianeta. L’analisi mostra come le ricerche al cui interno erano contenute parole chiave come “attacchi di panico” o “attacchi di ansia” abbiano fatto segnare un incremento senza precedenti.
Lo studio dell’Università della California
In proposito, particolarmente degna di nota è stata la ricerca condotta da un’equipe dell’Università della California in collaborazione con i colleghi della Johns Hopkins University, del Barnard College e dell’Institute for Disease Modeling, pubblicata sulla rivista JAMA Internal Medicine. Lo studio ha preso in considerazione le ricerche effettuate sul motore di ricerca a partire dal gennaio 2004 e fino al maggio 2020 da parte della popolazione digitale degli Stati Uniti, evidenziando come il tema dello stress e dell’ansia non abbia mai fatto registrare un volume di ricerche tanto alto come quello emerso durante il periodo di diffusione del virus.
Il periodo peggiore tra marzo e aprile 2020
Durante i primi 58 giorni di pandemia negli USA, i ricercatori hanno messo in luce come le ricerche su questioni legate ad ansia e crisi di panico siano state pari a circa 3,4 milioni, con un incremento significativo registrato soprattutto nel periodo tra il 16 marzo e il 14 aprile, durante il quale è stato individuato un aumento del 17% di tali tipi di ricerche rispetto alla media degli ultimi 16 anni. In quell’intervallo di tempo, la cittadinanza a Stelle e Strisce si è dovuta misurare con l’inasprimento delle misure di distanziamento sociale, poi con il lockdown imposto a diversi stati dell’unione federale statunitense. Nel mentre, gli Stati Uniti avevano superato la Cina per numero di contagi e di decessi causati dalla pandemia.
Covid e ansia: una correlazione inevitabile
In realtà, i risultati della ricerca condotta dagli studiosi del polo californiano non sorprendono più di tanto: è ormai acclarato, infatti, che fenomeni come crisi d’ansia e di panico tendono a intensificarsi durante periodi particolarmente stressanti e duraturi, come è senza dubbio stata – ed è tuttora – la pandemia da coronavirus che dall’inizio dell’anno sta sconvolgendo l’intero pianeta.
Dal Sito: succodiweb.com
martedì 25 agosto 2020
Come aiutare i vostri figli a combattere l’ansia del rientro a scuola in emergenza Covid
Abbiamo appena affrontato uno dei periodi più assurdi mai visti. L’intero mondo si è fermato per mesi. Ora che sembra si stia per ripartire, però, in molti subiscono gli effetti dei mesi di ansia e timore. In particolare i bambini. L’ansia è un problema da non sottovalutare. Se non tenuta sotto controllo, può peggiorare e portare a disturbi come il Disturbo da Attacchi di Panico (o DAP).
Normalmente, qualsiasi bambino primo o poi, per un motivo o per un altro, affronterà un po’ di ansia durante la scuola. L’intensità di essa può incidere o meno su diverse cose. Innanzitutto, che sia ansia intensa o leggera, interferisce sicuramente con il loro benessere. Se prolungata, può arrivare persino a intaccare la loro istruzione. Ma può anche essere difficile per i genitori, soprattutto se devono prendersi una pausa dal lavoro perché i figli non intendono andare a scuola.
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Come gestire l’ansia dei vostri figli
Fortunatamente, ci sono cose che si possono fare per aiutare i vostri figli a superare l’ansia. Iniziate parlando con loro per capire la radice del problema. Tenete aperto il canale di comunicazione. Fate loro capire che siete dalla loro parte. Incoraggiateli e mantenete una routine per rassicurarli e aiutarli a costruire la fiducia in loro stessi.
E’ importante capire come aiutare i vostri figli a combattere l’ansia del rientro a scuola in emergenza Covid, anche perché l’ansia non finirà con la fine della pandemia.
Alcuni motivi comuni per cui i bambini possono sentirsi ansiosi di frequentare la scuola includono avere problemi con altri bambini, preoccuparsi del fallimento, essere ansiosi di usare il bagno in un ambiente pubblico. Potrebbe essere pensino che ritengano che il loro insegnante sia “cattivo” con loro. Nei casi peggiori, potrebbero essere vittime di minacce e danni fisici da parte di un bullo.
Provate a chiedere a vostro figlio qualcosa del tipo: “È successo qualcosa a scuola ultimamente che ti turba?” o “Cosa ti fa stare male?”.
Se invece avete già un’idea di cosa sta succedendo, potete provare a chiarire dicendo qualcosa come: “Un altro studente è cattivo con te?” o “Hai paura di usare il vasino a scuola?”.
Parlate con l’insegnante per scoprire se ci sono problemi specifici
Se i vostri figli non possono o non vogliono spiegare il problema, parlate con gli insegnanti. Può aiutare a chiarire il problema. L’insegnante potrebbe anche essere in grado di aiutarvi a sviluppare una soluzione.
Chiedete suggerimenti all’insegnante in particolare se notate problemi specifici riguardanti l’ambiente scolastico. Ad esempio, se i vostri figli hanno problemi con i compiti o con un altro studente, chiedete l’aiuto dell’insegnante per risolvere il problema.
Individuate eventuali cambiamenti recenti a casa che potrebbero causare ansia
A volte i bambini possono sviluppare ansia per la scuola a causa di un problema o di un recente cambiamento a casa. Riflettete su eventuali cambiamenti recenti che potrebbero aver influenzato i vostri figli, come un trasloco, la perdita di un animale domestico o un divorzio.
Alcuni rimedi
Parlate con i vostri figli per rassicurarli. La comunicazione è il canale che deve assolutamente rimanere sempre aperto. Dopo aver identificato il motivo per cui i vostri figli stanno soffrendo, parlate con loro dei loro sentimenti e fate loro sapere che siete lì per loro. Offrire loro questa rassicurazione può aiutarli a sentirsi meno ansiosi di andare a scuola.
Anche una una semplice rassicurazione, come “Sono qui per te ogni volta che vuoi parlare”, vi permetterà di stabilire un contatto con i vostri figli.
Reintroducete gradualmente i vostri figli a scuola se la loro ansia è grave. Provate a svegliarli la mattina seguente e fateli preparare per la scuola. Quindi portateli a scuola e sedetevi in macchina con loro per qualche minuto. Quindi, ripetete l’operazione il giorno successivo. Incoraggiateli a ritornare in classe, ma senza essere opprimenti. Fate capire loro che se torneranno a scuola e avranno necessità di essere riportati a casa, voi li andrete immediatamente a prendere. Costruire un rapporto di fiducia è importante.
Portate i vostri figli a fare un giro nella nuova scuola se sono ansiosi. Se si tratta di una nuova scuola, potreste alleviare l’ansia dei vostri bambini portandoli a scuola qualche giorno prima dell’inizio delle lezioni. Camminate con loro e indicate alcuni punti importanti, ad esempio potreste mostrare loro la loro classe, i bagni e il parco giochi.
Insegnare il “self-care”
Insegnate ai vostri figli le tecniche di auto-aiuto (“self-care” in inglese) per aiutarli a far fronte all’ansia. Se proveranno ansia mentre sono a scuola, potrebbero trarre vantaggio dal sapere come calmarsi. Provate a insegnare loro una semplice tecnica di rilassamento, come la respirazione profonda.
Inspirate contando fino a 4, quindi trattenere il respiro per 4 secondi e poi espirare contando fino a 4. Insegnate loro a usare la tecnica di rilassamento ogni volta che prova sentimenti di ansia.
Se però i problemi persistono, trovate un terapista che possa aiutarlo. Mai sottovalutare gli stati di ansia, in particolare nei bambini.
martedì 9 giugno 2020
Paura o desiderio di ri-uscire
Probabilmente le emozioni vissute durante e dopo la quarantena sono tante e contrastanti. Alla voglia di tornare ai propri ritmi si contrappone la paura di imbattersi in nuove problematiche. Al desiderio di socializzazione si alterna la necessità del distanziamento. Il bisogno di esprimersi si confronta con l’ansia derivata da ciò che non si conosce.
I dubbi sono tanti, le soluzioni sembrano poche. Si passa dall’eccessiva tutela ad atteggiamenti che rischiano di sconfinare nell’irresponsabilità. La propria salute e la tranquillità devono essere preservate, ma se per paura di essere avvelenati si smette di nutrirsi, vuol dire che si stanno iniziando a costruire difese talmente alte che diventano incompatibili con una sana ripresa.
Come ogni cambiamento, sarebbe meglio viverlo gradualmente senza fare salti nel vuoto che creerebbero solo ulteriore tensione. C’è chi è talmente abituato a togliere, a rinunciare ai propri desideri che considera meno difficoltoso adattarsi a situazioni di privazione, iniziando a percepirle come proprie scelte.
Tornare a scegliere
La difficoltà adesso consiste proprio in questo, riuscire a poter ascoltare i propri bisogni e tornare a fare le proprie scelte. Alcuni dovranno superare la paura per tornare a riprendersi le proprie abitudini, i propri spazi, altri hanno perso i loro riferimenti, si ritrovano ad aver messo tutto in discussione, per cui non è ancora chiaro da dove ripartiree in che modalità.
Si parla di ritorno alla normalità post quarantena, ma bisogna innanzitutto stabilire cosa si intende. Riguarda ciò che si viveva prima della pandemia? Veramente andava tutto così bene?Probabilmente no o almeno non per tutti.
Come tornare (o iniziare) a stare bene con se stessi e con gli altri?
Le distanze durante la quarantena sono cambiate, ci si è adattati a nuove modalità che in alcuni casi sono diventate talmente confortevoli da temere di allontanarsene. Ci si è costruiti un riparo, più o meno solido, più o meno ampio, in cui ci si può sentire protetti, tanto che lasciarlo non è poi così automatico come ci si aspettava (per un approfondimento, vedi: sindrome della capanna). Adesso non bisogna avere fretta, ognuno ha i suoi tempi, i suoi modi,ciò che conta è farne buon uso. Cogliere l’occasione per muovere i propri passi verso ciò che si vuole veramente.
Non è facile concedersi del tempo per conoscersi fino in fondo, per valutare se ciò che si sta facendo va bene o no, si è più abituati ad attendere valutazioni dall’esterno, ma i primi a cui dover dar conto siamo noi stessi, nonostante sembri più facile ignorarsi.
Eliminati i rumori di fondo si può dare ascolto a se stessi e questo può essere il momento della ripartenza, non sarà necessariamente semplice né rapido, ma basta iniziare a muoversi verso i propri obiettivi.
Il valore del tempo
L’occasione che ci è data oggi è quella di poter avviare un profondo cambiamento, quanto tempo dedichiamo alle persone e alle cose che amiamo? Quanti pensieri sono finalizzati alla corsa per il guadagno, per l’acquisto dell’ultimo status symbol del momento, per lottare contro il tempo?
Di solito il nemico più grande resta lui, non ne abbiamo mai abbastanza, passa in fretta e noi inermi non sappiamo contrastarlo. Spesso viene utilizzato come un alibi per non occuparsi di qualcosa che fa paura, lo si riempie di momenti e attività futili proprio per non sentire l’incedere del richiamo ad altro, per continuare a rimandare. Eppure dovremmo essere noi a decidere come impiegarlo. Magari adesso abbiamo l’occasione di ristabilire delle priorità. Il tempo deve tornare ad essere un nostro alleato.
Se si inizia a dare valore a ciò che conta davvero all’interno della propria vita forse si inizia a trovare il coraggio per portare avanti scelte che fino ad oggi non si è riusciti a prendere, responsabilità verso se stessi che si sono rimandate.
Lavoro, amore, passioni, tutto ciò che ci riguarda profondamente e che a volte si porta avanti più per abitudine che per convinzione. Non sto suggerendo una rivoluzione, ma probabilmente in ogni vita ci sono piccoli cambiamenti che vale la pena di prendere in considerazione. Pensare di non essere eterni non deve spaventare, ma deve far riflettere su ciò che si vuole realmente vivere senza continuare a rimandare. Adesso tornare a ri-uscire potrebbe avvicinare al farcela.
Dal Sito: psicoadvisor.com
Ansia e attacchi di panico: la quarantena di cui pochi parlano
L’ansia e gli attacchi di panico sono qualcosa che, ormai, fanno parte della vita di tante persone – sempre di più giovani – e per questo è molto importante dar loro il giusto valore, la giusta importanza e cercare di capire come poterli superare.
È altrettanto importante sapere come gestirli e come poter aiutare qualcuno che li sta vivendo.
Questa reclusione forzata in casa ha influito moltissimo dal punto di vista psicologico sulla nostra quotidianità, le nostre abitudini sono state totalmente stravolte e il senso di oppressione e solitudine ci ha messo spalle al muro.
Molte persone, molti ragazzi, hanno dovuto fare i conti con quelli che vengono chiamati attacchi di panico. “Improvvisi episodi di paura o ansia intensa, accompagnati da sintomi fisici e causati dalla percezione di una minaccia, piuttosto che da un pericolo imminente”, così li descrive Google.
In realtà, per chi lo vive, l’attacco di panico – o d’ansia – è letteralmente una fame d’aria, “dispnea” come la chiamano i medici, una sensazione di soffocamento che parte dal tremore o forti scosse, accompagnato da un pianto intenso, vertigini e capogiri.
Riuscire a gestirlo e ad aiutare a gestirlo è la cosa più importante.
Può risultare molto difficile capire come comportarti e come riconoscerlo: l’individuo può sentire difficoltà a respirare bene, dolore al petto e il battito che accelera.
Stabilendo una parola o un gesto in codice con l’altra persona vi aiuterà a capire cosa sta succedendo e a reagire il più velocemente possibile.
Mantenete la calma ma senza dire frasi del tipo “stai tranquillo” o “respira”, perchè non faranno altro che peggiorare la situazione: la persona davanti a voi sta già cercando di respirare, fargli notare chiaramente che la situazione è fuori controllo non farà altro che peggiorare il suo stato d’animo e farlo preoccupare ancora di più.
Non c’è un reale pericolo, ma è bene che facciate sentire la vostra presenza alla persona in questione e la rassicuriate, magari aiutandola a respirare e facendolo insieme a lei.
La comunicazione è fondamentale: basterà anche solo tenerle la mano per aiutarla a regolarizzare il battito cardiaco e la respirazione, fatto ciò tornerà tutto lentamente alla normalità.
“Mi è sembrato di rivivere lo stesso giorno per quasi tre mesi. È stato devastante.” Ci racconta Andrea. “Passavo le giornate a fissare il muro che sembrava avanzare sempre di più verso di me e schiacciarmi.” Continua.
Martina, invece, ci svela: “Fissavo il libro, ma non sono riuscita a studiare una sola pagina. I miei pensieri confluivano costantemente verso il senso di oppressione che mi dava il non poter mettere la testa fuori dalla porta. Avevo bisogno di spazi ampi, di aria e del vento in faccia”.
“Mi svegliavo tutte le notti in preda al panico, senza riuscire a respirare. Non vedevo l’ora che tutto finisse, ma allo stesso tempo avevo paura anche al solo pensiero di uscire. Sentivo di potermi contagiare anche solo schiacciando il tasto dell’ascensore del mio condominio.” Si confida Sara. E ancora “Non sapevo se fosse peggio la sensazione di fame d’aria in quei momenti di crisi o la mancanza di una vita regolare e piena di abitudini”.
“Mi capita ancora adesso di sognare di trovarmi in un recinto, in un labirinto senza uscita o in una gabbia. Tutto ciò che mi ricorda il sentirsi intrappolato.” Sono le parole di Simone.
Questo evento tragico non sarà soltanto riportati sui libri di storia delle prossime generazioni, per noi, sarà un orribile incubo che porteremo sempre con noi.
Dal Sito: bergamonews.t
sabato 16 maggio 2020
La sindrome della capanna: cos'è e come affrontarla
Ultimamente si è sentito parlare di sindrome della capanna, ma di cosa si tratta? Secondo gli esperti, è la paura di uscire dopo l’attuale lockdown. È una sensazione che accomuna paura, insicurezza, tristezza e ansia causato dal periodo attuale. E pare siano circa un milione gli italiani che soffrono di questo disturbo, cifra stimata dalla Società Italiana di Psichiatria (SIP). Inoltre sembra sia stato segnalato da un team di ricercatori spagnoli che a soffrirne siano un numero inimmaginabile in tutto il mondo.
Sono molti coloro che si sono sforzati a rimanere tra le mura domestiche, ma altri si sono invece abituati, hanno sperimentato una quotidianità diversa e sono riusciti a stabilire un certo equilibrio. Equilibrio che potrebbe essere “compromesso” nuovamente. La propria dimora, in cui abbiamo vissuto questo lungo periodo di clausura a causa di questa emergenza pandemica, ci fa sentire al sicuro, lontani da qualsiasi minaccia esterna; e questo implica la voglia di rimanerci.
Tale sindrome non è classificabile come un vero e proprio disturbo mentale, in quanto è una sindrome che tende a scomparire col tempo. Una prospettiva di circa un paio di settimane, il tempo necessario perché l’individuo si riabitui alla routine.
Quali sono i soggetti più a rischio?
Secondo il parere di alcuni psicologi, le persone che sono maggiormente a rischio di soffrire della sindrome della capanna sono quelle con poca capacità di adattamento ai cambiamenti e le persone ipocondriache che, probabilmente, già dai primi giorni di lockdown si sono sentite a loro agio e ora sono spaventate.
Inoltre tale sindrome può colpire anche tutte quelle persone che soffrono già di ansia, fobie o di gravi problemi psichiatrici. Ma non solo, molte persone che non hanno avuto problemi precedenti di ansia potrebbero trovarsi ad affrontare situazioni sconosciute, problemi economici e repentini cambi di stile di vita. Insomma, per molti abbandonare la propria dimora vorrà dire passare dal timore alla concreta certezza di una realtà difficile da affrontare.
Qual è il consiglio degli esperti per contrastare questo disturbo?
Per uscire da questa situazione, alcuni psicologi consigliano di prepararsi al cambiamento; quindi abituare il nostro cervello alle novità – come ad esempio cambiare un’abitudine che si era consolidata nel tempo – e imparare a cambiare il proprio punto di vista cercando di eliminare pensieri negativi e catastrofici, in modo da vivere in maniera più serena possibile questa nuova fase. Quindi è suggerito fare spazio a pensieri positivi che ci aiutino ad affrontare al meglio quello che succede, tutto pur di affrontare al meglio questo periodo così delicato.
Vi è inoltre da ricordare che restare chiusi in casa potrebbe contribuire ad ingigantire le nostre paure e portarci via via a disturbi peggiori, ad esempio l’agorafobia (una vera e propria fobia che nasce in seguito a circostanze personali particolari e che richiede un accompagnamento terapeutico specifico per questo disturbo). Sarebbe quindi buona cosa riabituarsi gradualmente al mondo esterno, seguendo le precauzioni dettate dal Governo; a piccoli passi si potrà giungere alla conclusione che il mondo non è sempre una minaccia.
Conclusioni
Com’è quindi possibile tornare alla normalità? Sarebbe di grande aiuto trasformare i problemi in opportunità. Per superarla servono piccoli cambiamenti quotidiani. La clausura, l’isolamento sociale forzato di queste ultime settimane, ci ha donato una sensazione di protezione e sicurezza a cui, per molti, è difficile rinunciare. Tutto dipenderà dalla capacità di ciascuno di far fronte in maniera positiva all’emergenza.
Sarebbe d’aiuto poter uscire gradualmente, quando è necessario e con le dovute precauzioni; inoltre non sarebbe sbagliato informarsi sulle notizie riguardanti il Covid-19 ma senza farla diventare un’ossessione e dedicarsi anche ad altro: hobby, interessi, attività fisica, giardinaggio, lettura, attività che ci fanno sentire bene.
È altresì importante non sottovalutare il problema, quindi qualora ci si sentisse fragili e debilitati psicologicamente è necessario accettare e superare le proprie paure e chiedere aiuto a chi ci sta vicino, ad una persona fidata o ad uno psicoterapeuta. Per chi non ne fosse a conoscenza, in questo periodo di lockdown molte persone si stanno appoggiando ad una terapia psicologica online, attualmente forma alternativa altrettanto valida e funzionale alla terapia tradizionale, che può essere attuata a distanza.
Dal Sito: ilvaloreitaliano.it
venerdì 8 maggio 2020
Stabilire dei limiti durante la quarantena
Il telelavoro ci tiene impegnati, in media, dieci ore al giorno. Se a questo aggiungiamo messaggi e videochiamate, è normale sentirsi saturi a fine giornata. Il segreto, sembra ironico, è riuscire qualche volta a stabilire dei confini nel confinamento.
Scriveva Jane Wilde Hawking nel suo libro Verso l’infinito. La vera storia di Jane e Stephen Hawking che quando lottiamo contro il destino, la sola cosa che conta è proteggere la nostra sopravvivenza. Un consiglio molto adatto al contesto attuale.
Tuttavia, all’interno di queste capsule di sopravvivenza che sono le nostre case, c’è un’altra dimensione da salvaguardare: il benessere. In queste settimane di isolamento forzato abbiamo vissuto e imparato molto. Ognuno di noi sta gestendo questa situazione come può, in modo più o meno efficace.
Qualcuno sta ritrovando se stesso grazie a una vita più lenta, intima e rilassata. Altri stanno lottando contro l’ansia. Qualunque sia la nostra realtà personale, arriva il momento in cui è necessario stabilire una barriera di contenimento.
Abbiamo ormai imparato che puntare sull’assertività e imparare a mettere dei limiti in certi contesti ci garantisce pace ed equilibrio mentale. Ma chi avrebbe mai pensato di dover applicare questo principio in un contesto di quarantena? Sembra tutto molto strano.
Isolati per buona parte della giornata, è un piacere ritrovare i nostri affetti grazie alla tecnologia. Pensavamo, inoltre, che il telelavoro equivalesse a una migliore qualità di vita; finalmente l’orario d’ufficio lo decidiamo noi, conciliandolo con gli impegni familiari.
Chi si è avventurato in questo nuovo scenario, però, ha forse scoperto che stare a casa non è così facile. Si tratta di una nuova situazione che dobbiamo imparare a calibrare. Vediamo come fare.
Telelavoro e didattica a distanza: strumenti da migliorare
Secondo i dati forniti dai gestori dei servizi di telecomunicazione, il picco di connessione inizia alle 9 del mattino. È il momento in cui tutti controllano la posta elettronica.
In media, le giornate in modalità lavoro agile si sono allungate a dieci ore, invece di otto. Ancora più sorprendente, sono in molti ad aver fissato parte dell’orario di lavoro tra mezzanotte e le tre del mattino.
Il motivo è semplice: è difficile concentrarsi nelle ore diurne. Per qualcuno non resta che lavorare quando i bambini dormono.
D’altro canto, la didattica a distanza ha mostrato falle e difficoltà. In alcuni casi gli studenti devono affrontare esercizi e argomenti da studiare senza ricevere spiegazioni. I sistemi di valutazione, inoltre, non sono precisi. E a questo si aggiunga il fattore tecnologico: non tutti i bambini hanno a disposizione un computer.
Fissare dei limiti durante la quarantena significa essere capaci di organizzarsi. Una buona gestione del tempo in telelavoro non solo aumenta la produttività, ma ci evita dello stress. Allo stesso modo, per quanto riguarda i ragazzi, occorre capire il limite tra ciò che si può ottenere e no attraverso l’e-learning.
In molti casi, per i genitori, la scuola dei figli rappresenta un carico aggiuntivo. Si tratta di un problema da considerare e risolvere.
Stare in casa non significa essere sempre disponibili
Stabilire dei limiti durante la quarantena significa far capire che non siamo sempre disponibili.
A volte, di fare quella chiacchierata con Zoom, Skype o WhatsApp non ne abbiamo proprio voglia, e non perché non vogliamo bene alla persona che ce lo propone. In alcuni momenti, semplicemente, abbiamo bisogno di immergerci nella lettura di un libro o di non fare niente. Abbiamo bisogno di calmare la nostra mente.
Ognuno di noi ha ritmi e bisogni diversi. Spesso, a fine giornata, ci accorgiamo di aver trascorso ore tra messaggi e telefonate. Tutto questo è positivo, è una piccola ancora di salvezza in questo momento di crisi, ma abbiamo anche bisogno di riposo, di tempo per noi stessi. Impostare una serie di limiti durante la quarantena, quindi, è un gesto che fa bene alla nostra salute.
Stabilire dei limiti durante la quarantena: anche i limiti mentali sono necessari
Stabilire un limite passa anche dall’autocontrollo. Non si tratta, quindi, solo di innalzare barriere contro l’esterno riducendo, ad esempio, la quantità di informazioni da ricevere.
Oltre a gestire meglio il tempo da dedicare a parenti e amici, concordando il momento migliore per le videochiamate, dobbiamo anche stabilire dei limiti mentali.
Cosa significa stabilire un limite mentale? Vuol dire, ad esempio, bloccare le preoccupazioni eccessive. Benessere significa essere assertivi verso gli altri, certo, ma anche verso noi stessi.Controllare ciò che è nelle nostre mani.
È vero, ci sono cose che sfuggono al nostro controllo, che affrontiamo ogni giorno con incertezza e paura. Dobbiamo, tuttavia, mettere un freno alla mente che anticipa fatti non ancora accaduti, al pessimismo spinto che intensifica l’ansia.
Sia chiaro, prendersi cura del nostro universo interiore è importante quanto avere il controllo sul mondo esterno. Il benessere si trova nell’equilibrio, nella capacità di decidere un limite, di capire ciò di cui abbiamo bisogno di volta in volta. Lavoriamo su questo aspetto.
mercoledì 6 maggio 2020
Gestione Covid-19: il “qui ed ora”
Questo è quello che dicono anche le persone rilasciate dopo un rapimento, chi è stato in guerra, chi ha provato la prigionia: ti aggrappi al presente, ogni momento ha peso e valore, perché è l’unica cosa che sicuramente hai, a volte l’unica che ti resta.
E lo dicono le persone che perdono qualcosa o soprattutto qualcuno: “Se fosse qui gli direi…., vorrei aver fatto X o Y con lei…, vorrei aver sfruttato meglio il tempo trascorso insieme…., se potessi toglierei i musi e le rabbie e cercherei maggior dialogo e contatto…, se avessi saputo che non avevamo tutto il tempo di una vita a disposizione avrei puntato alle cose più importanti…”.
Tendiamo a pensare che il tempo ci sarà sempre, che si potrà sempre fare quello o quell’altro.
Spesso è così, e non pensare mai al domani potrebbe diventare angosciante e demotivante. Tuttavia, quando lo facciamo troppo ci dimentichiamo di curare il presente e trascuriamo tante cose che sono possibili e certe per qualcosa che lo è meno… Il tempo non è una risorsa illimitata e considerare che abbiamo a disposizione un tempo “finito” ci può aiutare a usarlo meglio, in modo più significativo ed efficace per i nostri valori e le cose e le persone importanti per noi.
Allora penso che questo periodo di presente così diverso dal solito possa aiutarci ad imparare ad apprezzare e curare di più il “qui ed ora”.
Focalizziamoci su quello che possiamo controllare, che dipende da noi e cerchiamo di non stare troppo a leggere e pensare a ciò che non è sotto il nostro controllo, non dipende da noi, non siamo noi a gestire. Quindi? Partiamo dall’organizzazione della nostra giornata, orari e impegni, e del fine settimana. I giorni sono i “contenitori”, mettiamoci noi il “contenuto” perché, come recita un adagio, “Non possiamo aggiungere giorni alla vita, ma possiamo aggiungere vita ai giorni”.
Non stiamo in attesa del prossimo bollettino, del prossimo emendamento, delle prossime indicazioni, di quando potremo… dettiamo noi le nostre regole, dove, quando e per come possiamo.
“Stiamo dentro” alle cose che facciamo: siamo davvero partecipi, viviamole, non andiamo con la mente già da un’altra parte, alla prossima cosa da fare, a quanto è successo ieri. Stiamo sul pezzo, dentro al presente che stiamo vivendo, nelle cose che stiamo facendo. Stiamoci “dentro” ad esempio usando corpo e sensi, sentendo le sensazioni ed emozioni che le varie attività e dialoghi ci suscitano. Sono al telefono con un’amica? Mente e cuore siano con lei.
Sto rifacendo i letti? Mani e occhi su lenzuola e coperte.
Sto guidando? Mani sul volante e occhi alla strada.
Questa quarantena ci ha un po’ ipoattivato, spento, bloccato? Scriviamoci quali piccoli passi possiamo fare, cosa ci sentiamo di iniziare a fare per riattivarci un po’, in cosa – 1 o 2 cose al giorno – sentiamo che vogliamo provare ad impegnarci per noi e per gli altri.
Ci ha, al contrario, iperattivato?
Ci sentiamo nervosi, irrequieti, frenetici? Annotiamo nero su bianco qualche semplice azione e strategia che possiamo allenarci a fare per sfiatare, scaricare, riportare un miglioreequilibrio in noi.
Può avere a che fare con il corpo e le mani – attività fisica, giardinaggio, ricamo, puzzle, lavoro a maglia, disegno, suonare, pulire, cucinare, fare lavori di bricolage. Oppure con la mente – leggere, fare progetti, pregare, meditare. O perché no, con il cuore – cosa ci rende felici ed è fattibile anche oggi? Cosa ci dà soddisfazione e possiamo farlo anche in casa? Cosa ci calma ed è a portata di mano?
Impegnamoci per cose e persone per noi importanti: se possiamo evitiamo o riduciamo cose che davvero non sono importanti né necessarie.
Cosa posso fare? E come?
Ad esempio cos’è importante per me? Gli sto dedicando tempo e attenzione? Chi è importante per me? Sono in contatto e mi spendo per lui/lei/loro? E mi sto prendendo cura anche di me? Sono premuroso e gentile con me stesso? Come mi sto impegnando ad essere come vorrei…?
“Ama il prossimo tuo come te stesso”, “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, “In caso di turbolenza prima di aiutare chi hai vicino indossa tu la tua maschera per l’ossigeno”.
Per seguire al meglio le regole che ci vengono richieste cerchiamo di vedere non solo l’aspetto di proibizione e di limite ma soprattutto i motivi per cui ci viene chiesto tutto questo e il bene che questo può portare per noi e per gli altri.
E anche ciò che mascherine, guanti, distanza e disinfettanti ci lasciano liberi di fare: sorridere – anche con gli occhi! – salutare, chiedere, interessarsi, tenere i contatti, pregare, meditare, fare attività fisica, aprire le finestre, respirare bene, ringraziare, imparare, essere curiosi…
Vi saluto con questo aforisma: “Il passato è storia, il futuro è mistero, il presente è un dono”.
Psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale
sabato 2 maggio 2020
Come vivere bene questo tempo sospeso
Nutrirsi di racconti senza tempo
Le favole, i miti e le leggende sono un ottimo mezzo per accarezzare e consolare la nostra fragilità: suggeriscono dove guardare per trovare i punti di forza che ci siamo dimenticati di possedere, ovvero all’interno. Il racconto seguente, che troviamo in forme differenti in molte culture arcaiche (qui abbiamo scelto la “versione” greca), ci ricorda quale cammino occorre intraprendere per entrare in possesso di quelle risorse…
Si narra che in un tempo molto lontano gli uomini fossero in tutto simili agli Dei. A causa di ciò, le divinità originarie cominciarono a preoccuparsi, al punto da spingere Zeus, il capo supremo, a prendere la decisione di togliere loro la scintilla divina e nasconderla dove non l’avrebbero mai trovata… Sorse un grande dilemma: quale luogo ha la caratteristica di essere così difficile da raggiungere da risultare un ottimo nascondiglio? Le altre divinità, a questo punto, vennero riunite a consiglio per valutare il problema e, dopo aver ragionato bene sulla questione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra”. Zeus prontamente obbiettò: “No, non basta, perché l’uomo scaverà e la troverà”.
Allora gli Dei risposero: “Bene, allora affonderemo la sua forza nell’oceano più profondo”. Ma Zeus si oppose ancora: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le profondità di ogni oceano e la riporterà in superficie”. Allora gli dei conclusero: “Non sappiamo dove nasconderla, perché sembra che non ci sia alcun posto sulla terra o nel mare dove l’uomo non potrebbe eventualmente raggiungerla”. Così a Zeus venne un’idea e la espose replicando: “Ecco cosa faremo con la divinità dell’uomo. La nasconderemo nelle profondità del suo stesso essere, perché non penserà mai di cercarla proprio lì”. E da allora, conclude la leggenda, l’uomo è andato su e giù per la terra, arrampicandosi, tuffandosi, esplorando e scavando, per cercare qualcosa che invece aveva sempre racchiusa in Sé.
Cercare dentro per trovare fuori
Il significato del racconto è intuibile: ogni cosa che l’uomo cerca nel mondo (amore, accettazione, sicurezza, felicità…) è riconducibilealla sua realtà divina ed eterna, ovvero alla sua interiorità: solo guardando in tale direzione sarà possibile avere tutto il resto in conseguenza. Si dovrebbe dunque vivere l’attuale tempo sospeso non come perduto, sprecato ma come una pausa fra le note di cui è abitualmente composta la nostra vita, come occasione per scoprire o riscoprire il nostro grande potere interiore, scintilla di ogni stato di autentico benessere. Nella confusione del tempo sospeso, fermati ad ascoltare la pausa, il silenzio, il vuoto e guarda bene dentro di te: dapprima vedrai ombre confuse (timori, ansie, tristezza), che rappresentano le resistenze, le doglie del parto del nuovo essere che stai diventando. Continuando a volgere lo sguardo dentro, in profondità , sentirai in breve tempo sorgere proprio da lì l’amor di te, la gioia, l’autostima e tutto ciò che sei abituati a cercare fuori, nel mondo, invano.










