Visualizzazione post con etichetta tristezza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tristezza. Mostra tutti i post

giovedì 15 ottobre 2020

Clinica delle Emozioni Seminario Esperienziale Gratuito






Seminari esperienziali gratuiti promossi dall'Associazione di volontariato Insieme Onlus, con il patrocinio del Comune di Grottammare (AP).

Lo scopo e l’obiettivo principale del seminario è di informare gli utenti sul come nascono le emozioni e come si sono evolute dalla nascita dell’uomo ad oggi, inoltre formare gli stessi sulla sperimentazione delle proprie e altrui emozioni, attraverso un lavoro relazionale di integrazione tra aspetti cognitivi, metacognitivi e corporei. Il fine è quello di imparare a riconoscere e gestire le varie emozioni di base, nei contesti educativi, di cura, nelle relazioni di coppia, con i propri figli, in famiglia e negli ambienti di lavoro, in modo da migliorare la qualità psicologica della propria vita. Il presupposto fondamentale è che ogni esperienza emozionale umana merita attenzione e rispetto, e solo in quanto riconosciuta, accolta e accettata potrà essere poi espressa in modi appropriati, nel rispetto dell’integrità del proprio sé e nel rispetto della relazione con l’altro.

14 NOVEMBRE 2020 ore 15.00/19.00
“RABBIA E TRISTEZZA”
RELATORI Prima Giornata:
DR. FELICE VECCHIONE– Psicologo, Psicoterapeuta 
DR. ILARIO MAMMONE - Psicoterapeuta Presidente Società Italiana di Psicologia e Psichiatria


28 NOVEMBRE 2020 ore 15.00/19.00
 “PAURA E VERGOGNA” 
RELATORI Seconda Giornata:
DR.SSA ROBERTA CASSETTI Psicologo, Psicoterapeuta
DR.SSA VALENTINA CAPODANNO Psicoterapeuta cognitivo comportamentale, 
Analista Bioenergetica, Terapeuta Emdr


Ingresso gratuito su prenotazione obbligatoria fino all'esaurimento dei posti consentiti in ottemperanza delle normative vigenti per la prevenzione Covid-19

Prenotazione obbligatoria su: www.insiemedap.it

Associazione Insieme Onlus – Ansia –Attacchi di Panico – Agorafobia 
info@insiemedap.it -  www.insiemedap.it 


Alla fine degli incontri verrà rilasciato un attestato di partecipazione. (Bando Formazione 2018 - Progetto Finanziato dal CSV MARCHE Centro Servizi per il volontariato) 


Con la Partecipazione di: 



























mercoledì 2 settembre 2020

5 FALSI MITI SULLA DEPRESSIONE




La depressione è una condizione clinica molto invalidante. La prima cosa da sapere e da tenere bene a mente sulla depressione è che essa esiste. Banale a dirsi, ma non è così. La depressione, così come molti altri disturbi psicologici, vengono spesso considerati qualcosa di misterioso da chi non ne soffre. L’atteggiamento più comune è dubitare dei sintomi della persona depressa. Come se lui potesse sbarazzarsi di quel demone con la sola forza di volontà.

È colpa degli psicologi. Per anni ci siamo combattuti sul linguaggio corretto da utilizzare quando si parla delle derive comportamentali della psiche. Abbiamo scelto di non usare parole come “malattia” perché ci sembravano troppo forti e aggressive verso la sofferenza umana. Credo che abbiamo fatto una sciocchezza. La depressione è una malattia tanto quanto una gamba rotta o un’infezione, e come tale va trattata. Solo che non sempre sono i farmaci la risposta, la medicina della mente è prima di tutto la psicoterapia.

Quindi, per prima cosa  accettiamo che ci siano persone malate di depressione, e poi cerchiamo di sfatare alcuni falsi miti su di essa.

5 FALSI MITI SULLA DEPRESSIONE

#1 La depressione è uguale alla tristezza

Comunemente si utilizzano i termini tristezza e depressione quasi come sinonimi, come se la differenza fosse solo di grado. Una persona molto triste per la massa è un depresso.

Non è così.

La depressione non riguarda solo l’umore ma coinvolge molti altri sintomi come l’energia fisica, l’appetito, il sonno e le relazioni sociali. Ma soprattutto, quando siamo tristi è come se una patina di nero si posi sulle cose rendendole insipide e meno stimolanti. Quando si è depressi invece le cose non sono nere, sono vuote.

#2 La depressione è sinonimo di debolezza

Una mente forte non si ammala di depressione, questo crede la gente. Invece è proprio il contrario, una mente semplice lontana dai ragionamenti e dai dubbi sulla vita è meno probabile che si ammali di depressione. Chi invece è allenato alla riflessione sulle cose e sulla vita rischia di perdere il controllo sui suoi pensieri e di andare a sbattere contro una crisi depressiva.

#3 La depressione è passeggera

La tristezza viene a va, la depressione no.

Quando ci si ammala di depressione si pensa solo alla propria depressione. La depressione diventa tutto il mondo percepibile e non si stacca più. Può darsi che per caso svanisca, perché magari abbiamo la fortuna di inciampare in qualche persona o situazione che la dissolve. Però il mio consiglio è quello di non affidarvi al caso ma di rivolgervi a uno psicoterapeuta.

#4 La depressione è una malattia femminile

Statisticamente la depressione colpisce più donne che uomini. Ma è altrettanto vero che molti uomini ne soffrono in silenzio. Si tratta di depressione nascosta, ossia una forma di depressione in cui la vittima cerca di dissimulare i sintomi per non subire la pressione sociale.

#5 Parlarne peggiora le cose

Pensare alla depressione peggiora le depressione, parlarne con qualcuno no. Sfogare verbalmente il proprio malessere interiore spesso ha un effetto catalizzatore sulla guarigione perché introduce un punto di vista razionale a qualcosa che noi affronteremmo altrimenti solo sul piano emotivo.

Non c’è nulla di cui vergognarsi ad ammettere la propria malattia, ed è bellissimo ricevere il sostegno delle persone a noi vicine.


Dal Sito: psiche.org

sabato 8 agosto 2020

La forza della rabbia e della tristezza





La forza della rabbia

La rabbia a volte è un vero e proprio motore per l’individuo: essere arrabbiati scatena una forza che ci motiva. Questa emozione, quando non supera il livello di guardia che può essere pericoloso, contribuisce ad attivare la mente e ci sprona a trovare comportamenti per la risoluzione di un problema e per superare gli ostacoli. Dunque a volte essere arrabbiati può essere un buon punto di partenza per risolvere qualcosa.

La rabbia inoltre, così come tutte le emozioni, entra in gioco nelle relazioni, e spesso viene messa in campo di fronte a ciò che consideriamo sbagliato in un determinato momento o situazione; la rabbia ci permette dunque di esprimere la nostra frustrazione, di affermare noi stessi e le nostre opinioni: soffocarla continuamente o reprimerla può portare la persona ad un vero stato di sofferenza dove l’individuo si sente “bruciare” internamente e se non riconosciuta o gestita, la persona può “cacciarla” fuori senza controllo attivando dinamiche relazionali verso se stessi e gli altri che diventano totalmente distruttive.

La rabbia infatti quando riconosciuta ed espressa in misura adeguata riduce gli atteggiamenti violenti della persona che la sperimenta: contrariamente al senso comune la rabbia quando è gestita al meglio fa sì che l’individuo si orienti a cercare comportamenti costruttivi per la risoluzione di un problema evitando di assumere atteggiamenti violenti contro se stessi o gli altri.

 

In alcuni casi la rabbia è positiva:

• quando rafforza le nostre decisioni e ci spinge a far valere le nostre opinioni;
• se ci aiuta a capire cosa per noi è importante e a comunicarlo agli altri;
• quando ci spinge a raggiungere una meta e fornisce energie aggiuntive al nostro corpo (ad es. in una competizione sportiva a livello agonistico);
• quando la sua intensità non annebbia completamente la parte razionale della nostra mente.

 

Altre volte è la rabbia deleteria:

• se si manifesta con troppa frequenza, intensità e durata ed impedisce di prendere decisioni funzionali per la nostra qualità di vita;
• se ci fa ripetere gli stessi comportamenti in modo stereotipato e ripetitivo;
• quando ci rende eccessivamente impulsivi nelle azioni e decisioni a scapito del nostro benessere;
• se si trasforma in aggressione verbale o se diventa aggressione fisica ( bullismo, violenza sessuale, aggressioni);

“Le tigri dell’ira sono più sagge dei cavalli della sapienza” (William Blake)

 

La forza della tristezza

Così come la rabbia anche la tristezza può essere funzionale per il nostro “motore” ed è una componente inevitabile dell’esistenza umana: infatti i momenti di tristezza possono essere un segnale d’allarme che qualcosa nella propria vita non gira nel verso giusto e quindi, se ben gestita, può trasformarsi in un potente stimolo di cambiamento e rinnovamento.

Nel momento di in cui la persona sperimenta un lutto, oppure vive una forte crisi personale o relazionale -licenziamento, crisi di coppia- la tristezza ha un valore adattivo: la persona che sperimenta questa emozione rallenta e tutto scorre più piano sia nel proprio corpo che nella propria mente; al di là dell’oggettivo dolore che si prova, il fatto di sentirsi “bloccati” evita che la stessa persona possa agire violentemente contro se stessi o gli altri; inoltre può essere un sintomo funzionale per interrompere una relazione conflittuale dove l’unica soluzione è allontanarsi e riflettere.

Naturalmente così come per la rabbia, è importante che la tristezza venga riconosciuta, accettata e gestita per evitare che questa emozione prenda il sopravvento e dilaghi come un fiume in piena portandoci ad uno stato depressivo patologico. Per definizione l’emozione è uno stato soggettivo passeggero, transitorio e tale stato transitorio diviene problematico non quando lo percepiamo e lo riconosciamo, ma quando si cronicizza divenendo una costante di come percepiamo, vediamo e agiamo all’interno del nostro mondo e di ciò che ci circonda. In questo modo la persona vive una condizione cronica dove la tristezza si trasforma in depressione, il che è totalmente differente.

 

Naturalmente non si vuole assolutamente dire che chi sperimenta queste emozioni non soffra o non provi disagio! Ma è necessario sapere e riconoscere che qualunque cambiamento non è possibile senza sforzo, senza sofferenza e senza le emozioni negative. Imparare ad osservarsi e ad ascoltarsi, divenendo maggiormente sensibili al proprio stato psico-emotivo, senza farsi travolgere da esso, ci consente di risparmiare l’energia impiegata nella lotta contro se stessi e le proprie emozioni e di dirigere questa energia verso le strategie che ci possono portare fuori dallo stato di disagio e sofferenza.

“Non si può impedire agli uccelli della tristezza di passare sopra la tua testa, ma si può impedire loro di farne un nido nei capelli” (proverbio cinese)


Dal Sito: psycommunity.it

martedì 7 gennaio 2020

Paura di rimanere soli: quando la solitudine spaventa



Origini evolutive della paura di rimanere soli

Per ragioni evoluzionistiche legate alla sopravvivenza, gli esseri umani temono di essere rifiutati e allontanati rimanendo soli. La motivazione alla base di questi comportamenti è che, all’epoca dei nostri antenati, mantenere legami affiliativi di reciproca protezione e collaborazione con il proprio gruppo sociale era fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Finire per essere esclusi e allontanati costituiva un rischio concreto per la propria vita!

Il nostro cervello si è perciò evoluto identificando come una grave minaccia l’eventualità di essere respinti, emarginati, dimenticati e quindi rimanere soli. I segnali di stress alla separazione e la motivazione alla ricongiunzione sono i modi principali in cui si esprime questa strategia evolutiva.

Il fatto di stare con gli altri e creare connessioni per scongiurare l’esclusione, ha quindi acquisito un’importanza vitale. L’uomo deve essere capace di creare relazioni, di far parte di un gruppo e non deve subire un allontanamento. Rimanere soli spaventa molto, per natura.

Sentimento di solitudine e isolamento sociale

Sembra quindi che il sentimento di solitudine motivi l’individuo a porre rimedio a eventuali sensazioni di disconnessione ed esclusione. Queste sono potenzialmente dannose. Ma con l’evoluzione della specie il senso di solitudine ha assunto anche altri e molteplici significati.

Si tratta infatti di un sentimento soggettivo, caratterizzato da aspetti emotivi e cognitivi, che ci permette di attribuire significato all’esperienza. Valutando i nostri rapporti o avendo convinzioni su di essi possiamo non sentirci soli anche se isolati o, al contrario, sentirci da soli in mezzo alla folla.

Quindi, la solitudine è stato riconosciuto essere maggiormente influenzata da parametri soggettivi. Ciò rende talvolta i rapporti con gli altri qualitativamente scarsi come: difficoltà relazionali, conflittualità di coppia e mancanza di intimità, delusione per le proprie condizioni di vita.

Se, in base a quanto detto, sentirsi soli è uno stato d’animo soggettivo, l’isolamento ha un valore più oggettivo. E’ quantificabile, ad esempio con il numero di contatti sociali che si hanno o la distanza dai familiari o dagli amici.

Ma i due costrutti hanno una relazione bidirezionale in quanto possono influenzarsi a vicenda. Una persona può sentirsi sola dopo essersi allontanata da un gruppo di amici, ma la sua predisposizione a sentirsi sola, anche in presenza del gruppo, può incidere negativamente sui rapporti e rendere maggiormente possibile la separazione.

La paura della solitudine si automantiene

Date queste premesse sulla relazione tra solitudine e isolamento, è quindi possibile immaginare che vi possa essere una sorta di “profezia che si autoavvera” relativamente alla percezione soggettiva di solitudine.

Chi è maggiormente predisposto al senso di solitudine avrà anche una maggiore attenzione alle minacce sociali. Identifica con maggiore probabilità la pericolosità nelle relazioni,  ha maggiori aspettative negative nelle interazioni con gli altri e ha una memoria selettiva per gli episodi in cui si è sentito solo o escluso. Come se guardasse il mondo attraverso la lente soggettiva della sua paura di rimanere solo.

Queste predisposizioni sono inconsapevoli e porteranno a comportamenti disfunzionali nei rapporti con gli altri. Questi a loro volta risponderanno in maniera negativa ai tentativi maldestri di connessione che la persona mette in atto. Il risultato sarà la conferma di essere soli, con aumento di ansia, depressione, diminuzione dell’autostima in un circolo vizioso autoperpetuante.

Origini della paura di rimanere soli e della solitudine

Ma come mai alcune persone si sentono connesse anche se isolate e altre si sentono sole tra tanta gente?

Come spesso accade in psicologia e psicopatologia, i fattori che determinano uno stato mentale, emozioni e percezioni di sé sono molteplici. Ormai è chiaro che, anche se vi sono disposizioni innate, genetiche, le esperienze interpersonali hanno un ruolo predominante, influenzando un’eventuale disposizione innata.

Sappiamo ormai che lo scambio di cure con le figure di riferimento sia il primo contesto in cui si presenta l’opportunità di fare esperienza con l’altro. Ambienti familiari caratterizzati da deprivazione emotiva, abusi, manipolazioni da parte del caregiver, abbandono o messaggi di non andare bene come persona, possono portare il bambino a strutturare idee/schemi di sé come non amabile, di non valore, diverso dagli altri.

Questi schemi, di cui spesso non siamo consapevoli, potrebbero essere alla base della paura di sentirsi soli da adulti. Questo aspetto sarebbe troppo minaccioso in quanto farebbe riemergere le emozioni dolorose sperimentate durante l’infanzia.

Come affrontare la paura di restare soli

Innanzitutto è utile chiedersi quale sia il timore ultimo della paura di rimanere da soli: “se rimanessi solo allora vuol dire che nessuno mi ama?”, “se rimanessi solo non saprei cosa fare né come muovermi nel mondo?”, “se rimanessi solo vuol dire che non vado bene come persona?”.

In secondo luogo comprendere se vi sono delle reali condizioni di vita che aumentano l’isolamento. Quali avere scarsi contatti con gli altri, non avere amici o familiari su cui fare affidamento, per quindi agire al fine di ridurre l’isolamento oggettivo.

Infine chiedersi se la paura di rimanere da soli è invalidante, quanto limiti la propria qualità di vita, le relazioni sociali, il proprio umore. Se le risposte a queste domande sono positive è utile chiedere un aiuto ad un professionista per comprendere le origini di questo timore e lavorare per prendersi cura di sé.

Curare la paura eccessiva di rimanere soli

La psicoterapia cognitivo comportamentale e i relativi approcci di terza generazione (Schema Therapy, Compassion Focused Therapy, Acceptance and Commitment Therapy ecc.), hanno l’obiettivo generale di portare la persona a prendersi cura di sé. Ciò per soddisfare quei bisogni che sono stati frustrati nell’infanzia (quali l’essere amato, curato, protetto o apprezzato).

Questo processo avviene tramite tecniche cognitive, comportamentali, esperienziali e tramite la relazione terapeutica. Questa funge da esperienza correttiva e di “riparazione”. Infatti, il terapeuta sarà colui dal quale “apprendere” ad accettarci come persone e ad amarci per quello che siamo.

Più specificatamente queste terapie si caratterizzano per alcuni aspetti fondamentali:

Un’esplorazione accurata delle esperienze infantili e adolescenziali ritenute all’origine dei problemi psicologici attuali, così da permetterci di comprendere come mai vi è questa paura di rimanere da soli.

L’uso di tecniche emotive/esperienziali (es. imagery rescripting), che permettono di “riscrivere” le esperienze del passato, attraverso la soddisfazione dei bisogni frustrati.

Centralità della relazione terapeuta-paziente, considerata un fondamentale strumento di valutazione e di cambiamento della persona.

Grande attenzione alle modalità disfunzionali attraverso le quali il paziente ha cercato di non sentire quel dolore derivante dagli schemi di sé. Ad esempio, se rimanere da solo è intollerabile la persona potrebbe rimanere in una relazione violenta, fare uso di sostanze per non sentire il dolore di rimanere da solo o isolarsi, convinto che non ci possano essere speranze.

Queste terapie tendono a perseguire i valori della persona, che sono la guida efficace per le nostre azioni, per creare una vita ricca, piena e significativa, mentre accettiamo il dolore che inevitabilmente la accompagna.

Dal Sito: ipsico.it

lunedì 23 dicembre 2019

CHI HA PAURA DEL NATALE? PILLOLE DI PSICOLOGIA SALVA FESTE


L'arrivo del nuovo anno e lo stress del periodo natalizio possono causare ansia e lieve depressione in molte persone. Ecco come fare per superare le feste con il sorriso.

Il Natale è ormai alle porte. La televisione ce lo ricorda pressoché in ogni momento, così come i supermercati, gli annunci on-line e persino gli addobbi nelle nostre case. Tuttavia il Natale non è per tutti sinonimo di felicità, calore e spensieratezza. Moltissimi studi documentano come durante le festività che hanno a che fare con l’ultimo periodo dell’anno non è infrequente  avvertire sbalzi d’umore, sconforto e momenti di tristezza profonda, che a volte destano la preoccupazione di chi li sperimenta.

Alcuni studiosi più impavidi hanno parlato propriamente di Depressione di Natale, una sindrome che sembra colpire indistintamente persone di ogni età o sesso, anche quelle che non hanno una storia psichiatrica alle spalle. Da una parte questa reazione sembrerebbe essere una forma di ribellione della nostra mente alla felicità “imposta” e “martellante” dei modelli televisivi e pubblicitari. Dall’altro lato, però, occorre ricordare che le chiusure d’anno e le festività rappresentano tradizionalmente dei momenti di bilancio, raccoglimento e ricordo delle persone che non fanno più parte della nostra vita, e in un certo senso rappresentano la cartina tornasole delle nostre attuali relazioni, con tutti i loro pregi e le loro criticità.

DEPRESSIONE NATALIZIA: ANSIA, IRRITABILITÀ… E NON SOLO

Da un punto di vista epidemiologico, la scienza ha documentato l’esistenza di sindromi psicologiche ad andamento stagionale. Ad esempio la stagione invernale, con temperatura più fredda e le risicate ore di luce interferisce nettamente sull’insorgenza o sulla riacutizzazione della depressione e delle malattie dell’umore in genere. Così come l’estate tende a stimolare comportamenti maggiormente tendenti all’euforia. Certo, non è la stagione dell’anno in sé a determinare gli sbalzi di umore ─ l’origine di questi disturbi è sempre multifattoriale ─ tuttavia in qualche modo anche le feste, le ricorrenze e il clima interferiscono sulla nostra salute psichica.

Non è insolito lamentare mal di testa, agitazione, ansia, problemi di sonno, aumento dell’irritabilità e della litigiosità, difficoltà nella concentrazione, riduzione o aumento dell’appetito, senso di inadeguatezza, fastidio e senso di costrizione e imbarazzo  legato al dover passare per forza del tempo con persone sgradite o, al contrario, non riuscire a passare il tempo con i propri cari mentre invece tutti gli altri sembrano farlo. Proprio la solitudine o la mancanza di relazioni sociali intense e reali possono aumentare il disagio e, alle volte, dare origine all’effetto opposto: quello di tendere all’isolamento e al distacco.

Queste difficoltà improvvise e fastidiose sono legate anche al fatto di dover iniziare un nuovo corso senza poter far nulla per impedire o rallentare il tempo che passa. I bilanci e le valutazioni derivati da questa consapevolezza potrebbero portarci a pensare di essere indietro con i nostri programmi e di non essere stati abbastanza bravi nel rispettare i nostri propositi. La pausa dal lavoro e dagli impegni quotidiani ci fa riemergere problematiche e preoccupazioni tenute solitamente lontane e soffocate dalla routine. Questo può generare una forte ansia e paura per il futuro.

IL SEGRETO PER SOPRAVVIVERE: LA COMUNICAZIONE

Ma come alleviare questi spiacevoli sentimenti? Innanzitutto è importante non chiudersi a riccio, aprirsi agli altri, condividere le proprie titubanze con le persone care, accettare se stessi e i propri limiti con valutazioni oneste nei confronti del proprio operato e soprattutto non nutrire nuovamente aspettative troppo elevate e schiaccianti nei confronti dell’anno che verrà. Questo meccanismo infatti non fa altro che alzare ancora di più l’ansia da prestazione.

Molto probabilmente non sarà il Natale e il Capodanno 2019 a renderci persone nuove e perfettamente aderenti ai nostri canoni di perfezione, tuttavia possiamo utilizzare questo periodo particolare per raccogliere i ricordi e trovare tutto ciò che di positivo abbiamo fatto e che ci è stato fatto, per impegnarci a fare ─ realisticamente ─ ancor meglio in futuro.

Dal Sito: ildigitale.it

venerdì 28 giugno 2019

Tristi dentro allegri fuori È la depressione sorridente



Si tratta della forma più infida della malattia: chi ne soffre conduce apparentemente una vita normale

La depressione può presentarsi in tanti modi: c'è chi non riesce ad alzarsi dal letto, prova ansia e disinteresse per la vita e chi continua a sorridere, coltivare le amicizie e lavorare. E quando è così è ancora più difficile rendersi conto o far capire agli altri di aver bisogno di aiuto. Questa forma, che per certi versi appare la più infida, ha un nome: «smiling depression». Davanti agli altri si sorride mentre dentro ci si sente fragili, tristi, senza speranza. Chi ne soffre conduce una vita apparentemente normale che però nasconde un mondo interiore ben diverso da quello mostrato.

CHI È A RISCHIO

Olivia Remes dell'Università di Cambridge (UK) in un articolo pubblicato recentemente sulla rivista on line The Conversation, sostiene che questo tipo di depressione può iniziare presto nella vita e durare a lungo. Diversamente da altre, nelle quali l'insonnia è un campanello di allarme, in questa forma il bisogno di dormire in genere aumenta e l'angoscia tende a salire soprattutto di sera. Colpisce tra il 15 e il 40 per cento dei soggetti depressi, e risulta più comune nelle persone con determinati tratti come rimuginare eccessivamente sul passato e sugli errori commessi, avere difficoltà a superare situazioni imbarazzanti, essere ipersensibili alle critiche.

Secondo la ricercatrice si tratta di una depressione pericolosa perchè difficile da individuare. Espone tra l'altro a un rischio maggiore di suicidio. Queste persone sono in grado di portare avanti attivamente la propria vita, possono riuscire ad attuare i loro propositi.

COME USCIRNE

Ci sono altri motivi che rendono questa depressione più pericolosa. Apparire felici agli altri e soffrire profondamente dentro può voler dire non rendersi conto della propria condizione, non volerne prendere coscienza, pensare di non avere un problema visto che si è in grado di affrontare la routine quotidiana. Si può aver paura di essere considerati deboli ammettendo la propria difficoltà. Possono affiorare sensi di colpa per il fatto di soffrire pur non vedendone motivi veri.

L'idea di aver bisogno di rivolgersi a uno psicologo può sembrare esagerata o far pensare di essere gravemente disturbati. E questo porta a non parlarne con nessuno, a soffocare la sofferenza dietro un'immagine di sé non realistica.

Smettere di razionalizzare i problemi pensando che non siano abbastanza gravi è invece il vero inizio per rompere un ciclo negativo. È questo che porta a capire che è il momento di prendersi cura di sè, che non sempre ce la possiamo fare da soli, che è necessario chiedere aiuto e abbiamo diritto a trovarlo perchè la depressione è una condizione che stravolge la vita ma dalla quale si può uscire.

Diana Alfieri

Dal sito: m.ilgiornale.it


venerdì 31 maggio 2019

Conosci la depressione sorridente? Dietro il sorriso si nasconde il disagio

Alcune persone sembrano felici sempre, ma dietro il loro sorriso si nasconde una forma di depressione atipica che rivela un mondo interiore ben diverso da quello mostrato

Abbiamo difficoltà a definire e riconoscere le emozioni. Ad affrontarle, a starci dentro. Spesso le banalizziamo oppure le drammatizziamo. Gli stati d'animo “negativi” li vogliamo buttare via, sopprimere, anestetizzare, mascherare come fossero un impiccio inutile perché l'importante è essere felici e sorridenti a tutti i costi. Come se i momenti bui non servissero a niente e la nostra vita profonda potesse essere manipolata. 

Tendiamo a confondere la tristezza con la depressione, condizioni molto diverse. Mentre infatti la tristezza può spronare a ripartire, la depressione è una risposta non adattiva al dolore che travolge emotivamente, rende demotivati e fiacchi. Non tutti la vivono allo stesso modo però. Può presentarsi in modi molto diversi dal modello classico della persona costretta a letto incapace di funzionare. Può avere ad esempio a che fare con la rabbia. A volte è mascherata, si esprime prevalentemente attraverso disturbi fisici. Anche se sembra impossibile, si può addirittura essere depressi e riuscire a sorridere, interagire e lavorare, gestendo tutto sommato apparentemente bene la propria vita. E quando accade questo è ancora più difficile rendersi conto, o far capire agli altri, di aver bisogno di aiuto.
 

Essere depressi e apparire felici

Si usa il termine “smiling depression” in questi casi per indicare l'atteggiamento del “sto bene”, “è tutto a posto”, un sorriso e via mentre dentro ci si sente persi, fragili, tristi, abbandonati, senza speranza. Si tratta di una forma di depressione atipica in termini tecnici che permette di condurre una vita apprentemente normale, di sembrare soddisfatti e sereni davanti agli altri nascondendo un mondo interiore ben diverso da quello mostrato. 
Non si riferisce ai vissuti comuni e naturali di sconforto, tristezza, delusione, dolore che tutti sperimentiamo in alcuni periodi storti o difficili e che non sempre condividiamo con altri, ma ad una condizione permanente di “maschera” che fa sembrare all'esterno tutto fantastico, sotto la quale stanno ansia, bassa autostima, disperazione, paura, rabbia, sconforto, vuoto. Talvolta pensieri suicidi. 

Chi sono i soggetti a rischio

Ne parla la ricercatrice Olivia Remes, dottoranda all'Università di Cambridge (UK) in un articolo pubblicato recentemente sulla rivista on line The Conversation. Tale depressione, spiega la psicologa, può iniziare presto nella vita e durare a lungo. Diversamente da altre nelle quali l'insonnia è un campanello di allarme, in questa forma il bisogno di dormire in genere aumenta e l'angoscia tende a salire soprattutto di sera. Colpisce tra il 15 e il 40 per cento dei soggetti depressi, e risulta più comune nelle persone con determinati tratti come rimuginare eccessivamente sul passato e sugli errori commessi, avere difficoltà a superare situazioni imbarazzanti, essere ipersensibili alle critiche. 
Secondo la ricercatrice si tratta di una depressione subdola e pericolosa in quanto invisibile e quindi difficile da individuare. Espone tra l'altro a un rischio maggiore di suicidio. Proprio perchè queste persone sono in grado di portare avanti attivamente la propria vita, possono riuscire anche ad attuare i loro propositi diversamente dalla forma “classica” nella quale è più difficile trovare le energie necessarie per agire davvero.
 

Come uscirne

Ci sono inoltre altri motivi che rendono questa depressione più pericolosa. Apparire felici agli altri e soffrire profondamente dentro può voler dire non rendersi conto della propria condizione, non volerne prendere coscienza, pensare di non avere un problema visto che si è in grado di affrontare la routine quotidiana. Si può aver paura di essere considerati deboli, incapaci ammettendo la propria difficoltà. Possono affiorare sensi di colpa per il fatto di soffrire pur non vedendone motivi veri. L'idea di aver bisogno di rivolgersi a uno psicologo può sembrare esagerata o far pensare di essere gravemente disturbati. E questo porta a non parlarne con nessuno, a soffocare la sofferenza dietro un'immagine di sé non realistica.

Smettere di razionalizzare i problemi pensando che non siano abbastanza gravi è invece il vero inizio per rompere un ciclo negativo. È questo che porta a capire che è il momento di prendersi cura di Sè, che non sempre ce la possiamo fare da soli, che è necessario chiedere aiuto e abbiamo diritto a trovarlo perchè la depressione è una condizione che stravolge la vita ma dalla quale si può uscire. Meditazione e attività fisica sembrano aiutare ma, come per tutti i casi di depressione seria, è necessario un intervento di tipo psicologico.

Dal sito: d.repubblica.it


sabato 16 marzo 2019

A volte diciamo di essere stanchi, ma in realtà siamo tristi

A volte ci sentiamo fuori tono, intrappolati in una quotidianità di grigi e bianchi, vuota e senza senso. Quando ci chiedono cosa ci succede, diciamo di essere stanchi, solo questo e niente di più. Tuttavia, questa spossatezza senza forma né ragione nasconde la tristezza, “quell’amica negativa” che si insedia senza permesso nella mente e nel cuore per infettarci con l’apatia e la solitudine.

Ammettiamolo, ci siamo ritrovati tutti in una situazione del genere. Quando alla fatica si aggiunge quell’emozione appiccicosa, languida e profonda come la tristezza, tante volte ci viene spontaneo consultare “il Dottor Google” in cerca di una possibile diagnosi. In quel momento ci appaiono davanti termini come “depressione”, “anemia”, “ipotiroidismo”, etc.

“Buongiorno tristezza. Sei scritta nelle linee del soffitto, sei scritta dentro gli occhi che amo.

Tu non sei tutto quello che porta la miseria perché le labbra dei più poveri ti annunciano con un sorriso…”

Quando la tristezza mette le tende dentro di noi, all’inizio la concepiamo come una cosa sbagliata, una patologia di cui dobbiamo disfarci subito, come chi si deve togliere la polvere o la sporcizia dai vestiti. Ci consuma e vogliamo difenderci da essa senza fermarci a capire la sua anatomia, ad approfondire i suoi meandri melanconici per comprenderla in modo più profondo.

A volte dimentichiamo che la tristezza non è un  disturbo, che tristezza e depressione non sono sinonimi.Purché quest’emozione non si prolunghi nel tempo e non interferisca in modo continuativo con il nostro stile di vita, è un’opportunità, per quanto possa sembrare paradossale, per avanzare e crescere.

Essere stanchi: la stanchezza può nascondere qualcos’altro

A volte passiamo periodi così in cui andiamo a dormire stanchi e ci svegliamo nello stesso modo. Possiamo andare dal medico, tuttavia, i risultati delle analisi ci diranno che non c’è nessun problema ormonale, nessuna anemia, né un’altra patologia di origine organica.

Molto probabilmente il medico ci spiegherà che a volte questa stanchezza è dovuta ai cambi di stagione, ad una lieve distimia tipica dell’autunno o della primavera. Un lieve effetto che potrà essere risolto con una cura farmacologica limitata nel tempo.

Eppure, ci sono alcuni stati emozionali che non hanno affatto bisogno dell’aiuto dei farmaci per essere risolti. Tuttavia, quando avvertiamo il loro impatto psicosomatico sul nostro corpo è logico spaventarci e, di conseguenza, commettiamo l’errore di curare tale sintomo senza concentrarci sul fulcro del problema: la tristezza.

Perché crediamo di essere stanchi quando siamo tristi?

I meccanismi cerebrali che reggono i nostri stati emotivi sono diversi tra loro.  Mentre l’allegria o le effusioni innescano connessioni e iperattività nelle nostre cellule e nelle regioni cerebrali, la tristezza è molto più austera e preferisce economizzare i mezzi.  Tuttavia, lo fa per un motivo ben preciso. Vediamolo nel dettaglio.

La tristezza genera nel nostro organismo una notevole riduzione dell’energia. Sentiamo il bisogno di evitare le relazioni interpersonali, ci fanno sentire a disagio, perfino il suono può darci fastidio, anche i rumori del nostro ambiente circostante ci disturbano e preferiamo l’angolo della solitudine.

Condividere

È interessante sapere che la struttura che assume il controllo nel nostro cervello è l’amigdala,  ma solo una parte di essa, in particolare, la parte destra.

Questa piccola area cerebrale causa questa sensazione di disagio, di pigrizia, di stanchezza fisica… Tale abbassamento di energia ha in sé un fine preciso: favorire l’introspezione.

La tristezza riduce anche la nostra capacità di prestare attenzione a tutti gli stimoli esterni che ci circondano. Questo succede perché il cervello cerca di segnalarci che è giunto il momento di fermarci e pensare, di riflettere su certi aspetti della nostra vita.

Le cose che dobbiamo imparare sugli stati occasionali associati alla tristezza

Non dobbiamo ignorare la tristezza occasionale, quella che ci accompagna per alcuni giorni e che ci fa essere stanchi, spossati e sconnessi con la nostra realtà. Curarne i sintomi, risolvere la nostra stanchezza assumendo delle vitamine o guarire il nostro mal di testa con gli analgesici non serve a niente se non arriviamo all’autentica radice del problema.

“Non mi piace chiamare tristezza quel sentimento dolce e sconosciuto che mi fa ossessionare”

-Françoise Sagan-

Se non lo facciamo, se non ci fermiamo a capire che cosa ci stia causando un certo malessere, da dove derivi la nostra preoccupazione, è possibile che questo sentimento di tristezza peggiori. Può risultarci utile riflettere su una serie di aspetti che riguardano quest’emozione, i quali sicuramente potranno chiarire alcuni piccoli dettagli.

Le tre “virtù” sulla tristezza che dobbiamo conoscere

La tristezza è un avvertimento. L’abbiamo spiegato in precedenza, la perdita di energia, la sensazione di essere stanchi e privi di energia mentale per affrontare il nostro quotidiano sono solo i sintomi di un problema che dobbiamo risolvere.

La tristezza come risultato del distacco. A volte, il cervello stesso ci dà dei segnali su qualcosa che la nostra mente cosciente non riesce ad assumere: “è il momento di chiudere questa relazione”, “quell’obiettivo che hai in mente non si realizzerà”, “non sei felice con questo lavoro, stai sbagliando, ti stanno sfruttando: forse devi andartene”…

La tristezza come istinto di conversazione. Questo dato è strano e dobbiamo ricordarlo: a volte la tristezza ci invita a “fermarci”, a sconnetterci momentaneamente dalla nostra realtà. È molto frequente, per esempio, essere vittime di una delusione, in questo caso la cosa più sana da fare è fermarci a riflettere da soli  per alcuni giorni, in modo tale da poter salvaguardare la nostra autostima, la nostra integrità…

In conclusione, come abbiamo potuto notare, ci sono alcuni periodi della nostra vita durante i quali la stanchezza è di natura emotiva e non fisica. Non la dovremmo considerare un disturbo da curare, bensì una voce interna a cui prestare attenzione, un’emozione preziosa ed utile che costituisce un elemento essenziale per la crescita dell’essere umano.

via La Mente Meravigliosa

Dal Sito: aprilamente.info

venerdì 15 marzo 2019

Otto segnali che sei morto dentro. La voglia di vivere dovrebbe essere più contagiosa!

Cosa vuol dire essere morti dentro? Vuol dire che ci troviamo di fronte a persone che hanno perso interesse nei confronti dei propri simili, delle cose, degli eventi, della vita in generale. E’ un momento delicato dell’esistenza stessa di chi attraversa un periodo come questo, che merita un cambiamento profondo per non rischiare di sprofondare sempre più in basso.


Come capire se siamo morti dentro? Ecco 8 segnali da tenere in considerazione!

1 Non ti senti interessato a niente

Niente ti fa entusiasmare, anzi, hai perso l’entusiasmo per le cose che una volta ti facevano sentire eccitato.
Non hai idea di cosa sia successo, non sai perché è accaduto e hai la sensazione di essere rimasto solo.

2 Le tue emozioni non cambiano molto

E’ passato molto tempo da quando hai riso o pianto troppo? Senti un costante senso di indifferenza emotiva?Le emozioni sono un importante indicatore dello stato della nostra salute mentale.

3 Ti senti disconnesso

Ti senti disconnesso dai tuoi amici, dalla tua famiglia, dal tuo partner? Non ti senti sulla loro stessa lunghezza d’onda?
Sei morto dentro perché ti senti annoiato tutto il tempo, non hai interesse per niente.

4 Ti senti cinico

Sono sentimenti molto negativi che potrebbero portarti a essere scettico, cinico, a bruciare tutte le emozioni!

5 Odi il dramma che ti circonda

Non ti importa quello che accade intorno a te…Hai perso ogni interesse nella vita delle persone e non ti preoccupi più di niente e di nessuno.

6 Senti di aver bisogno di un grande cambiamento nella tua vita

Ti senti intrappolato? Non sai come uscire dalla routine?Forse c’è bisogno di un grande cambiamento nella tua vita!


7 Non ti interessa più di niente e di nessuno

Se lo dite molto spesso, se non vi preoccupate più, forse c’è qualcosa che non va.

Potreste già essere arrivati al punto in cui non ti interesserebbe nemmeno se il mondo bruciasse.


8 Sai come si sentono gli zombie

Ti senti più un non morto che un essere umano!

Dal Sito: bigodino.it

mercoledì 13 marzo 2019

Ecco perché la sofferenza può farci capire chi siamo...


La sofferenza mi ha fatto capire chi sono. Mi ha mostrato aspetti di me che prima non conoscevo o che facevo finta di non vedere. Ho sempre pensato fosse lecito desiderare di vivere evitando ogni forma di dolore, ma adesso so che si tratta di un desiderio impossibile.


Tutti abbiamo sofferto, chi più chi meno. Abbiamo affrontato situazioni che ci hanno segnato, circostanze che preferiremmo non aver vissuto. Bisogna, però, essere consapevoli che il passato non può cambiare. Anche se esistono persone che si trovano a vivere in circostanze più piacevoli di altre, la vita non è rosea per nessuno. È questo il segreto.

Anziché cercare di vivere la vita senza soffrire, dovremmo imparare a vivere la sofferenza in modo diverso, usandola per crescere e costruirci di nuovo. A tale scopo, molte volte, è necessario seguire una terapia che ci aiuti a sviluppare determinate abilità.

Non si tratta di evitare la sofferenza, bensì di imparare ad accettarla come un capitolo in più della storia della propria vita, che ha contribuito a farci arrivare dove siamo.

La terapia: una dimensione sicura La terapia psicologica va intesa come una dimensione sicura in cui rifugiarsi nel momento del bisogno. Nella terapia non sono previsti giudizi né verità assolute, e tutto quello che viene detto durante una seduta è protetto dal segreto professionale. Il segreto può essere infranto soltanto nel caso in cui il paziente minacci di fare del male a se stesso o ad altri, oppure sotto ordinanza del giudice.

La terapia, inoltre, offre la possibilità di costruire una base sicura che dia stabilità, soprattutto nei casi in cui la vita si sia sempre dimostrata dura. Per questo motivo, gli psicologi, insieme ai loro pazienti, cercano di costruire un’alleanza terapeutica, un solido vincolo su cui strutturare le sedute.

Questo vincolo unico tra psicologo e paziente, se si consolida, favorirà il crearsi di un clima di fiducia che semplificherà il trattamento delle paure e della sofferenza che si cela in esse. Prima di acquisire le abilità necessarie per poter affrontare i problemi alla base delle proprie paure, è fondamentale avere la fiducia sufficiente per poterne parlare senza paura.

Molto spesso non si tratta di esporsi alle paure, bensì di avere un punto fermo per camminare al loro fianco.

Dare un nome alla sofferenza
Dare un nome alla sofferenza non vuol dire scegliere un’etichetta diagnostica. Anzi, molto spesso non esiste neppure un’etichetta che corrisponda al proprio dolore: talvolta il motivo per cui soffriamo è talmente unico o terreno da non avere nome, anche se abbiamo bisogno di dargliene uno.

Forse quel nome avrà significato soltanto per la persona che lo ha scelto; può essere il mio lato oscuro, può essere nervi, può essere un’ombra o qualsiasi altro. Quel termine verrà utilizzato in terapia per definire qualcosa di personale, per questo è un concetto profondamente individuale. Per quanto il nome possa essere comune, il suo significato sarà unico.

Dare un nome alla sofferenza aiuta a definire il problema all’origine del nostro tormento, così da poterlo cambiare o integrarlo.

Una volta scelto l’appellativo, la nostra sofferenza acquisirà un nuovo significato. Smetterà di essere un’entità, un sentimento, per diventare qualcosa di più concreto. Qualcosa che ha assunto una forma precisa e che per questo può essere spiegato e compreso, da parte dello psicologo così come del paziente. Di conseguenza, sarà più facile cambiarlo o integrarlo.

Integrare il passato in un nuovo io
Quando alla base del proprio dolore si cela un evento del passato o un fardello che non può essere cambiato, il modo migliore di superarlo è integrarlo nella storia della propria vita. Non si tratta di un processo semplice, eppure non è impossibile.

Per integrarlo, bisogna accettarlo. Bisogna accettare che qualsiasi cosa accada, sentirsi colpevoli adesso non serve a nulla. Anche dare la colpa ad altri è inutile, poiché il passato è andato e non può variare. Per accettare ed integrare totale del dolore si dovrà lavorare molto. È fondamentale lasciar andare tutte le cose negative, accettandole con naturalezza, ma cominciando a costruire un nuovo io.

Costruirsi di nuovo non è un passaggio facile, ma condurrà ad accettare il lato oscuro che si cela in noi. Non proverete più quel vuoto in voi pieno di dolore, non dovrete più lottare contro il vostro demone interiore. Vi sarete costruiti e avrete imparato che tutto quello che vi è successo in passato ha contribuito a creare chi siete ora.

Fonte: https://lamenteemeravigliosa.it/sofferenza-mostrato-sono/

Dal Sito: aprilamente.info

lunedì 25 febbraio 2019

Quello che non dici si trasforma in dolore, malattia, sofferenza - Quando l’anima tace, il corpo paga

Non è mai semplice, ed è giusto sia così, affrontare il tema della malattia e della sofferenza in maniera banale.

Troppe sono le persone che hanno patito o patiscono per problematiche diverse e che non possono essere liquidate con affermazioni semplicistiche.

Se questo è vero e deve pertanto essere un punto di partenza, può però essere utile cercare di indagare il nesso presente tra un disturbo fisico e il malessere emotivo.

Diverse filosofie e filoni di pensiero hanno studiato ed espresso il proprio parere in merito.

Uno dei più antichi, quello della Qabbalah ebraica, dice:
“La tristezza chiude le porte del paradiso, la preghiera le apre, la gioia le abbatte.”

Se persino la moderna scienza medica ammette una connessione tra emozioni, pensiero, esperienza, è opportuno allora capire come possono crearsi squilibri, a livello fisico, quando i nostri pensieri ed il nostro stato d’animo imboccano e permangono in situazioni piene di negatività e malessere.

Se un problema gastrico può originare o aggravarsi per l’impossibilità a digerire determinate cose, a riuscire a metabolizzare certi eventi, così come problemi alla schiena possono acuirsi con il peggioramento delle condizioni economiche e la sensazione di mancanza di supporto, risulta evidente la relazione corpo, mente e psiche.

È innegabile che la nostra vita sia il riflesso, lo specchio della nostra condizione mentale.

Quando c’è equilibrio, pace, serenità, anche laddove gli eventi sembrano non volgere secondo i propri desideri, non si genera un nemico invisibile, subdolo: il rancore e il risentimento.

Un recente studio della Concordia University di Montreal ha evidenziato come un persistente stato di rancore ed insoddisfazione può incidere in maniera importante sulla salute fisica di una persona.

Quando nutrito per lungo tempo, il rancore può produrre diverse alterazioni biologiche, influenzare il metabolismo ed originare così stati di squilibrio che facilitano l’insorgere di malattie.

Forse non è un caso, allora, che l’antica preghiera ebraica usava, e lo fa tuttora, utilizzare dei piccoli filamenti con un astuccio appoggiati sulla fronte e legati dietro la nuca, con lo scopo preciso di connettere, legare i lobi frontali, sede del pensiero razionale con la nuca, la parte ove risiede l’amigdala, il posto delle emozioni primordiali e dove risiedono le nostre paure e le nostra emozioni più nascoste.

È fondamentale capire la connessione esistente tra emozioni, esperienze e capacità di azione del pensiero.

Se questo filtro viene a mancare, e quindi non risulta più possibile contrastare il flusso impetuoso della parte più segreta e nascosta della nostra psiche, ecco che la qualità delle nostre emozioni diventa l’ago della bilancia anche del nostro stato di salute.

Tenere tutto dentro se stessi, non avere confronti con qualcuno, rimuginare di continuo sulla propria condizione, soprattutto quando non brillante, significa alimentare quella condizione di base che incide anche sul sistema immunitario e sulla nostra naturale capacità di risposta alla malattia.

Dare voce quindi alle nostre emozioni, alle paure, ai disagi è fondamentale per la nostra salute fisica ed emotiva.
È un modo per volerci bene.

Dal Sito: giornodopogiorno.org

lunedì 21 gennaio 2019

Lunedì 21 Gennaio 2019, è il “Blue Monday”: è davvero oggi il giorno più triste e deprimente dell’anno?




E’ davvero oggi, Lunedì 21 Gennaio 2019, il giorno più triste dell’anno? Il cosiddetto “Blue Monday“? Non proprio.

Cos’è il Blue Monday

A calcolare la data “critica” è stato Cliff Arnall, uno psicologo dell’Università di Cardiff, che tramite una complicata equazione (che considera numerose variabili tra cui il meteo, i sensi di colpa per i soldi spesi per i regali di Natale, il calo di motivazione dopo le Feste) ha stabilito che questo è proprio il giorno più triste dell’anno. C’è da dire però che l’università ha da tempo preso le distanze da Arnall, e nel corso degli anni è emerso come la formula originale fosse stata elaborata dall’agenzia di pubbliche relazioni londinese Porter Novelli: era l’inizio del 2005 quando la compagnia di viaggi Sky Travel decise di promuovere un’iniziativa per convincere i propri clienti che la loro eventuale tristezza aveva un fondamento scientifico, e che per questo la si poteva combattere con una bella vacanza. L’intera idea rientra nell’ambito della pseudoscienza, e l’equazione che ne è alla base viene ritenuta priva di alcun fondamento.

Già gennaio è da molti considerato come il mese più faticoso dell’anno, ma il terzo lunedì del mese la situazione peggiora, spiegava Arnall. A contribuire sarebbero una serie di influssi negativi: il tempo uggioso e il freddo, il fatto che Natale sia ormai solo un ricordo e la consapevolezza che i buoni propositi del nuovo anno sono, come sempre, una chimera. Inoltre stanno arrivando i conti delle spese di Natale e l’estate appare ancora lontana. Arnall aveva codificato tutto in una formula e messo tutto insieme: meteo, debiti (la differenza tra debito accumulato e la nostra capacità di pagare), giorni che ci separano dal Natale, giorni in cui già abbiamo “saltato” i buoni propositi di Capodanno, livello di motivazione. Il risultato è un senso di fallimento e di assoluta sfiducia nel superare gli eventi; a ciò si aggiunga il fatto che è pure lunedì, ovvero l’inizio della settimana lavorativa. Come superare tutto ciò? Arnall consigliava per esempio di guardare un film divertente, chiamare gli amici e mangiare insieme, magari contattando persone non frequentate da mesi o anni.

In ogni caso, gli psichiatri invitano a vivere anche la tristezza come un’emozione in qualche modo da rivalutare. ”Si gioca sicuramente sul giorno di questa particolare ‘ricorrenza’, infatti cadendo di lunedì le persone sono evidentemente di umore peggiore. Forse diverso sarebbe l’atteggiamento se il Blue Monday si celebrasse di sabato o domenica,” ha dichiarato il presidente della Società italiana di psichiatria (Sip) Claudio Mencacci. ”Anche la tristezza è un’emozione, dunque viviamola come tale e questa giornata, in un certo senso, la rivaluta”.


Secondo uno studio dell’Università di Glasgow che ha preso in esame i dati di 150mila persone, le donne sperimentano cambiamenti dell’umore con i cambi di stagione, inclusi più sintomi depressivi in inverno. Per la ricerca, pubblicata su Journal of Affective Disorders, raggiungono il picco in questa stagione umore basso, stanchezza e anedonia (l’incapacità di provare piacere da attività che di solito si trovano divertenti).

Le scuse di Arnall 13 anni dopo

Dopo 13 anni dalla sua identificazione, lo scorso anno, il dottor Cliff Arnall, ha chiesto scusa per aver reso il mese di gennaio più deprimente. Secondo quanto riportato da alcuni giornali britannici, Arnall ha spiegato che il sentimento ormai legato al ‘Blue Monday‘ dal 2005 non è mai stato nelle sue intenzioni: “Se si tratta di intraprendere una nuova carriera, incontrare nuovi amici, dedicarsi a un nuovo hobby o prenotare una nuova avventura, gennaio e’ davvero un grande momento per prendere queste grandi decisioni per l’anno a venire“.


Arnall ha spiegato che la sua formulazione intendeva ispirare le persone ad agire e prendere decisioni audaci sulla vita, piuttosto che enfatizzare la tristezza di un giorno senza gioia durante l’anno.
I consigli del mental coach


Per affrontare nel modo migliore il teorico Blue Monday e in generale la vita con rinnovato ottimismo, “è necessario stilare una lista dei 10 obiettivi principali che si vogliono raggiungere nelle diverse aree della propria vita e vedere se stessi in quella nuova condizione” – ha spiegato Roberto Re, noto formatore e mental coach. “Nello specifico – continua Re -questo processo ha lo scopo di creare un focus positivo personale orientato ai risultati che aiuta di conseguenza a entrare nello stato d’animo ottimistico”.


Il decalogo da seguire quindi è il seguente:

1. Darsi degli obiettivi: i “vorrei” devono diventare dei “voglio”, i propositi devono trasformarsi in qualcosa che “voglio fare entro quella data”, bisogna avere una scadenza, una progettualità.

2. Usare equilibrio: “Non bisogna porsi un obiettivo solo su una determinata sfera, ma ci si deve concentrare su varie aree della propria vita, sia sul personale che sul professionale. Avere più obiettivi non crea squilibri ed aiuta a restare mentalmente aperti”.

3. Essere concreti: non serve dire “quest’anno vorrei stare meglio”, è meglio essere concreti e dire “voglio perdere cinque chili”, oppure “voglio andare in palestra tre volte alla settimana”. Il nostro cervello per realizzare qualcosa ha bisogno di visualizzarla in maniera precisa.

4. Non esagerare: un obiettivo deve essere oggettivamente raggiungibile, non ha senso dire “Quest’anno voglio diventare miliardario”. “Non bisogna volere tutto e subito e soprattutto non si deve mai sopravvalutare quello che si può fare in un anno e sottovalutare quello che si può fare in cinque o dieci anni”.

5. Scegliere con ambizione: “L’obiettivo ti deve motivare, deve farti star bene e allo stesso tempo deve spingerti ad agire. Insomma: deve essere ambizioso. Qualcosa che ti fa sognare e ti fa sentire meglio”.

6. Non temere la paura: “La paura è normale, siamo esseri umani, arriva ogni volta che ci lanciamo in un cambiamento. L’importante è non mancare di coraggio e accettare la paura andando avanti!”.

7. Tracciare la rotta: “Se un obiettivo è concreto ci sono dei passi per raggiungerlo. Alcuni obiettivi si possono raggiungere subito, altri non si ottengono dall’oggi al domani”.

8. Monitorare mensilmente: “La pianificazione implica monitorare di volta in volta, controllare a che punto siamo arrivare. Quanto più spesso si monitora, tanto più spesso si monitora sulla rotta giusta”.

9. Premiare i risultati positivi: “A ogni risultato raggiunto è giusto premiarsi, non bisogna darlo per scontato ma bisogna dirsi un “bravo!”, sentirsi soddisfatti”.

10. Associare piacere al risultato: “Pensare di raggiungere un risultato deve darmi delle sensazioni positive. Così come quando siamo stanchi, affaticati o abbiamo meno voglia, pensare al piacere che ci darà l’obiettivo finale ci aiuterà a sopportare la fatica e il sacrificio”.


Dal Sito: www.meteoweb.eu









venerdì 17 agosto 2018

Superare la tristezza dandole spazio



Capitano momenti di sconforto che arrivano di colpo e ci mandano al tappeto: il loro scopo è fermarci per farci ripartire, per questo combatterli non serve.

In genere ce ne accorgiamo di colpo: è come se ci svegliassimo e ci rendessimo conto che non siamo al nostro solito posto di lavoro, o sul tram per andare a fare acquisti, o in auto per andare a prendere i figli a scuola. No, siamo in un posto che esiste solo nella nostra mente: un luogo freddo, ostile, e terribilmente malinconico, una malinconia che ci è entrata nelle ossa. È il segnale. La tristezza è arrivata da un po’ ma noi ce ne siamo accorti solo ora: ed è una ventata che ci mette al tappeto. Ci chiediamo: “Ma perché? Stamattina andava tutto bene, e invece ora ho il morale sotto i tacchi”.

A volte la tristezza giunge inaspettata

Pensiamo alla serata che ci aspetta: in famiglia, coi figli, oppure con gli amici... Ma niente, vorremmo solo sprofondare lì dove siamo. Ma cos’è successo? Torniamo alla giornata trascorsa e, faticosamente, individuiamo un elemento, un fattore scatenante: si tratta magari di uno screzio mal digerito al lavoro, di una telefonata che non è arrivata, di una parola di troppo che abbiamo detto... Ma non ne siamo così convinti: sì, quei fatti sono successi, ma come ne succedono tutti i giorni, e non reagiamo così. Di solito facciamo spallucce e tiriamo dritto. Oggi invece, niente: tutto ci sembra irrimediabilmente triste, inutile…

Accogli i tuoi stati d’animo così come sono

Se vi siete riconosciuti in questo ritratto, se anche voi siete parte di quella grandissima maggioranza di persone cui capitano momenti di tristezza profonda e, in apparenza, immotivata, c’è una cosa che dovete sapere: tutto si gioca in questo attimo, in questo primo momento in cui ci si accorge che qualcosa è scattato. Potete trasformare questo evento in un “regalo dell’anima”, oppure in un piccolo dramma, capace di innescare meccanismi mentali che si trascinano per anni. Vediamo assieme in che modo.

Se scacci la tristezza ne sprechi il potenziale

“Oddio, e adesso cosa faccio? Devo reagire, devo fare qualcosa!". Quando arriva la tristezza, di solito crediamo di dover reagire. Cerchiamo di combatterla, di zittirla, di sostituirla con qualcos’altro. Anche se al momento ci riusciamo, ricorrendo alla tv o a qualche altra distrazione “divertente”, alla fine ci resta dentro un’amarezza ancora più indefinibile, che tornerà più forte la prossima volta. Se invece proprio non ci riusciamo a mandarla via, inneschiamo un circolo vizioso di lamenti, recriminazioni, sensi colpa, vergogna... “Perché sono fatto così?”. Come se essere ciò che si è fosse una malattia!

Se non la ostacoli riporta a galla le energie sepolte

Invece di preoccuparci e di combatterla, possiamo semplicemente... cedere. Lasciamole campo libero per un po’ e stiamo a vedere cosa succedeSe la tristezza è arrivata, significa che l’anima l’ha prodotta, che ne aveva bisogno. E a quale scopo? La risposta è semplice: è arrivata per farci ritrovare il sorriso! È come se, nella vita di tutti i giorni, ci fossimo dimenticati un po’ troppo di noi stessi, del nostro piacere, della nostra gioia. E così le energie hanno cominciato ad abbassarsi, andando sempre più giù, nel fondo dell’anima. Finché è suonato l’allarme. “Scendere in basso” è il solo modo che l’anima ha per andare a pescare quelle energie e farle riemergere, per farci ritrovare…la gioia!


Dal Sito: Riza.it 

lunedì 23 luglio 2018

Tristezza: a volte basta un sorriso!



La tristezza è un'emozione opposta alla gioia che si prova quando perdiamo qualcosa a cui teniamo molto, ma attenzione: è diversa dalla depressione.

La tristezza è un’emozione che manifestiamo in seguito a una serie di eventi sfortunati, dall’esito nefasto, rispetto ai quali non riusciamo a individuare nessuna possibile alternativa.

Oggi ci imbatteremo in un tortuoso sentiero di montagna, in discesa, che a un certo punto ci porta in una strada priva d’uscita. Cosa fare? Abbiamo perso la strada, non siamo in grado di ritrovarla e lo sconforto non mancherà ad arrivare. Capita nella vita di sentirsi senza nessuna alternativa percorribile al punto che, in alcune occasioni, abbandoniamo la speranza e la voglia di cercare. Chiaramente in quei momenti siamo pervasi da un unico stato d’animo: la tristezza.

La tristezza è un’emozione negativa che si sperimenta nel momento in cui perdiamo qualcosa di caro irrimediabilmente. A quel punto possiamo diventare molto tristi e continuiamo a ruminare in maniera autosvalutativa.

La tristezza è un’emozione che manifestiamo in seguito a una serie di eventi sfortunati, dall’esito nefasto, rispetto ai quali non riusciamo a individuare nessuna possibile alternativa. Quindi, quando perdiamo qualcosa a cui teniamo, l’umore precipita e ci critichiamo autosvaluatandoci per non aver saputo affrontare adeguatamente la situazione.

Di conseguenza la postura diventa ricurva, come se fosse di chiusura verso qualsiasi tipo di alternativa possibile, e la mimica facciale assume tratti caratteristici, come fronte corrugata, labbra piegate e sguardo perso nel vuoto.

Esistono agiti comportamentali che spesso accompagnano questa emozione, si tratta di crisi di pianto, catatonia, mancanza di voglia di mangiare e in estrema ratio di vivere. Tutto questo è accompagnato da continue lamentele e recriminazioni sempre rivolte verso se stesso, nella percezione di non aver fatto abbastanza a per questo di non avere alternative.

Una persona triste non ha più mordente sia da un punto di vista relazionale sia sociale, per questo preferisce la solitudine in cui continua a pensare e ripensare a quello che ha perso. L’intensità emotiva varia in base all’importanza data all’oggetto perso.

Quindi, se mi lascia il mio ragazzo/a chiaramente divento molto triste, se perdo il mio iPad, sono triste, ma meno intensamente. In ogni caso è uno stato passeggero, a meno che non si cristallizzi. A quel punto diventa uno stato patologico che può diventare qualcosa di più della tristezza: depressione.

Attenzione, la tristezza non è la depressione. Quest’ultima è una patologia molto più invasiva e quantitativamente più invalidante. Porta ad avere una visione negativa di se stessi, del mondo e degli altri. La depressione è uno stato che può protrarsi e che in alcuni casi sfocia in situazioni funeste. Dalla depressione non si esce con un atto di volontà, ma tramite psicoterapia e terapia farmacologica.

Insomma, essere tristi non significa essere depressi, per questo basta a volte un sorriso, anche forzato, per far migliorare il tono dell’umore. Ricordate cosa diceva Mary Poppins? <<Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giù, la pillola va giù. Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, tutto brillerà di più!>>

di Francesca Fiore

Dal Sito: stadeofmind.it