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venerdì 17 marzo 2023
Kekko dei Modà: “La depressione mi ha paralizzato, pensavo gli psicofarmaci si dessero solo ai pazzi”
I Modà portano al Festival di Sanremo 2023 il brano Lasciami, che racconta il rapporto di Kekko Silvestre con la depressione che lo ha immobilizzato a letto, come ha spiegato a Fanpage.it: “Non riuscivo a piegare le ginocchia, mi sono spaventato. Ho dovuto vincere lo stigma degli psicofarmaci perché pensavo si dessero solo ai pazzi”.
A cura di Francesco Raiola
A un primo ascolto, "Lasciami", la canzone che i Modà porteranno al Festival di Sanremo può sembrare la solita canzone d'amore, due persone arrivate alla fine di un percorso con una delle due che lancia un grido disperato. Ma questa è solo la lettura superficiale di un brano che, invece, racconta il rapporto di Francesco Silvestre, detto Kekko, con la depressione che lo ha colto qualche anno fa e che lo ha immobilizzato a letto. Anni di successi, passaggi radio, dischi di platino e diamante, stadi pieni, ma anche di paure e attacchi di panico e un mondo che a causa di queste paure si faceva sempre più piccolo, fino a ridursi al letto su cui il cantante è stato sdraiato per una decina di giorni, immobile, senza riuscire a muovere gli arti. A quel punto la diagnosi di depressione ha dato un nome a quella situazione, permettendo al cantante di affrontarla, farla diventare una canzone e portarla sul palco più importante d'Italia.
Come te lo stai immaginando questo ritorno al Festival?
Intanto non partiamo da favoriti e questa è una cosa che mi fa molto piacere perché me la fa vivere in maniera più leggera. Arriviamo a Sanremo a 10 anni di distanza dall'ultima volta e con una testa diversa: quando sei lì da giovane pensavi più alla gara, oggi il Festival è cambiato tanto, non è importante solo la classifica, ma il posizionamento ed è quello che ci manca.
In che senso?
È molto tempo che la nostra esposizione mediatica si è ridotta molto a livello radiofonico e televisivo, e chi non segue tanto i social fa più fatica a stare dietro ai progetti dei Modà. Ci sono tante mamme, per esempio, che mi fermano chiedendomi perché non canto più. Credo che Sanremo in questo momento sia un modo per dire a tutti: guardate che ci siamo ancora, per questo ci torniamo con la testa più leggera e consapevoli che stiamo cantando una canzone dei Modà, non stiamo stravolgendo nulla.
Come hai vissuto il cambiamento di cui mi parlavi?
Il cambiamento l'ho vissuto come l'avrebbe vissuto chiunque: ti ritrovi da un giorno all'altro a non essere più su nessuna radio e un po' ti dispiace perché sai perfettamente che non è per la qualità delle canzoni, ma per scelte editoriali e questa cosa ti mortifica. Sfido qualunque artista a uscire con tre dischi senza avere neanche un passaggio radiofonico. Non è facile, eppure noi siamo riusciti a fare il nostro platino, il tour nei palazzetti, quindi dall'altra parte questa cosa mi ha dato grande soddisfazione.
In che modo Sanremo può invertire questa tendenza?
Può cambiare perché riusciremmo ad arrivare alle persone che non usano i social. Ai nostri concerti ci sono i ragazzini, ma anche le nonne, i nonni, i papà e le mamme e quindi magari quella fascia d'età l'abbiamo un po' persa perché è quella che ascolta un po' più la radio, sono meno su internet e penso che il Festival possa aiutarci in questo, ricordando a queste persone che ci siamo ancora, a seguirci di più e a recuperare quello che hanno perso.
Come mai a un certo punto non vi hanno passato più in radio?
Credo che sia stata una scelta editoriale, sai, noi arrivavamo da un'etichetta fatta da tre radio, che avevano interessi editoriali da quel punto di vista. Quando il contratto è scaduto siamo andati da altre parti e non lo abbiamo rinnovato, questi passaggi radio sono scemati e pian piano siamo stati penalizzati. Certo, è una cosa che ti lascia l'amaro in bocca, ma allo stesso tempo sei consapevole di aver fatto una sorta di percorso inverso, perché è vero che non ce l'hai più quella visibilità, ma sai anche che quello che ti è stato dato è stato veramente tanto. Noi non arrivavamo da un percorso per cui sei in una casa discografica, una multinazionale che ti manda in radio, e poi quando cambia etichetta il rapporto con le radio rimane lo stesso, ma arrivavamo proprio da una casa discografica fatta alle radio, e quindi quando è finita questa relazione ci è rimasto l'amaro in bocca. Come ti dicevo, però, dall'altra parte sei consapevole del fatto che ti ha dato talmente tanto che tutto quello che è arrivato anche dopo, come il disco di platino o i palazzetti pieni, è merito anche del lavoro che è stato fatto da quelle persone. Quindi se da una parte ti arrabbi, dall'altra parte non puoi che ringraziare. Poi è chiaro che dispiace, perché dopo tanti anni di gavetta essere considerati zero è brutto.
A Sanremo torni con Lasciami, una canzone che parla della tua depressione, un grido di dolore in cui ti sei messo in gioco. Quando hai pensato fosse arrivato il tempo di scriverla questa canzone?
Quando ho smesso di vergognarmene, di vergognarmi di parlarne, probabilmente era a maggio, dopo la tournée. Non ne avevo mai parlato con le tv, le radio, i giornalisti, perché non mi è mai piaciuto parlare dei miei problemi, c'è tanta gente con problemi più grandi dei miei. Eppure mi rendevo sempre più conto che questa malattia, perché di malattia si tratta, è diffusissima e se ne parla ancora troppo poco, è vero che è il male del secolo. Quindi mi sono aperto ai concerti e dopo che l'ho fatto con i miei fan, parlando con loro, mi sono reso conto di quanto bisogno c'era di parlarne in maniera più diffusa. È stato a quel punto che ho iniziato a scrivere "Lasciami", che è una canzone sincera, in cui facevo i conti con me stesso. Ho cominciato a parlare alla depressione come se fosse una donna e come tutte le donne porta aspetti positivi nella tua vita ma può anche farti incazzare di brutto. Però poi alla fine, quando impari a conviverci con questa persona, hai bisogno di tutte e due le cose. E io infatti dico "Lasciami, ma fallo in silenzio, fai in modo che non me ne accorga" perché mi sta insegnando talmente tante cose.
Tipo?
A guardare la vita con dei punti di vista diversi e guardare tanti bicchieri mezzi pieni rispetto a quelli mezzi vuoti, quasi con la paura che se ne vada. Perché la depressione non è un'entità esterna che ti arriva addosso come un virus, ma è dentro di te, solo che io l'ho sempre evitata, repressa, per questo poi a me ha preso le gambe e preso il fisico, i muscoli.
Ne hai preso coscienza quando ti ha colpito fisicamente, ma ripensandoci in che modo la sentivi precedentemente?
C'erano avvisaglie che reprimevo, avevo attacchi di panico ma dicevo: "Vabbè, vai avanti, fregatene". Sai, cominci a pensare che se una cosa ti dà fastidio basta non farla e alla fine pensi di aver bisogno solo dell'amico e del ristorante, entri in una sorta di comfort zone che non fa bene, perché là dentro non si guarisce, si rimane in trincea finché ce n'è bisogno, eppure c'è bisogno di affrontarla questa vita. La depressione arriva dalla paura e devi affrontarla, perché stando sul divano non guarisci, affrontandola, invece, ti rendi conto che oltre alle paure ci sono le cose belle, che sogni, che per quanto ti posano far paura sai che affrontandole puoi arrivare a un risultato.
Cosa ti è successo fisicamente?
Quando mi sono ritrovato fermo a letto, con le gambe che non mi si piegavano, mi chiedevo cosa stesse succedendo e Laura, mia moglie, mi diceva che poteva essere l'influenza, poi dopo 10 giorni abbiamo deciso di chiamare un medico. Non so come spiegarla questa cosa: tentavo di piegare le ginocchia, ma avevo una sensibilità che mi impediva di farlo e poi non mi reggevano, mi sentivo stanco al punto che non riuscivo a caminare e a quel punto mi sono spaventato. Abbiamo chiamato un neurologo, ero disperato, piangevo a letto, finché mi ha detto che c'erano una notizia buona e una cattiva: la buona è che non era niente di neurologico, la cattiva che quello che avevo era depressione. A quel punto ho cominciato a curarmi e sono contento di averlo fatto.
Qual è stata la cosa più difficile da accettare?
Senza dubbio i farmaci, perché pensavo che gli psicofarmaci si dessero ai pazzi, ma ovviamente non è così. Così piano piano questa cosa l'ho accettata e devo ringraziare chi mi è stato vicino, perché non è stato facile, i primi mesi neanche volevo raccontarlo, non dicevo niente a nessuno, mentre adesso lo racconto tranquillamente e non avrei problemi a prendere farmaci per tutta la vita perché meglio curarsi e passare il resto della vita che ti manca con questo spirito piuttosto che stare a letto e non muoversi.
E questa bomba che è Sanremo in che modo l'affronterai?
Non ne ho idea, ma l'affronterò, perché se sto a casa non lo saprò mai. Ovviamente mi fa paura, ma sono contento che mi faccia paura perché così tento di affrontare una cosa che mi fa paura. Ma dall'altra parte mi incuriosisce, ho voglia di mettermi in gioco, coi ragazzi, abbiamo voglia di riprovare quelle emozioni che solo il Festival sa dare. Non so se sono pronto ma ho voglia di provarci.
Hai parlato del pregiudizio verso la musica "nazional-popolare", quanto soffri il giudizio degli altri e come lo affronti?
Più che del giudizio mi fa male il pregiudizio, perché il giudizio costruttivo va bene, ma il pregiudizio – tipo che facciamo schifo a prescindere -, quello ti dispiace: penso a mia figlia che legge certe cose e chiede perché le scrivono. Io ci ho fatto il callo, non ci rimango più male come una volta, però ti tocca sempre, ma nonostante ciò devi sempre ascoltare quella parte di te che se ne fotte perché alla fine il giudizio di uno che parla in quel modo non vale nulla, è solo un modo di volerti ferire, attaccarti e sta a te vedere quanta importanza dargli. Quando parlo di musica nazional popolare o di musica vecchia – qualcuno dice che non andiamo alla radio perché siamo vecchi – dico che va bene, però se andare in radio significa non riempire neanche mezzo club o un teatro preferisco essere nazional popolare e vecchio ma riempire i palazzetti, anche perché io vivo di questa cosa qui: non sono figo, ma piaccio (ride, ndr).
music.fanpage.it
lunedì 2 novembre 2020
Vasco Rossi: quando la timidezza unita alla creatività porta all'arte
‘La timidezza è una malattia gravissima, che mi toglie l’energia…Io la combatto con tutte le mie forze, ma spesso vince lei’.
‘Invidio poca gente, ma i non timidi sì…non hanno pippe, vivono bene, non hanno scudi…..Dicono che i timidi fanno simpatia! E allora? A me la timidezza non piace, va bene? Anche perché a volte sconfina nella presunzione…Il timido deve convincersi che non è al centro dell’universo. Mi ricordo che da ragazzo, avrò avuto 15 anni, non volevo entrare al cinema con la luce accesa.. perché mi imbarazzava che la gente mi guardasse, e un mio amico mi disse: Ma pensi che stiano lì a guardare TE? Ma cosa vuoi che gliene freghi di te, non sanno nemmeno chi sei… E poi fra dieci minuti ti hanno già dimenticato…..perché inizia il film…Datti una calmata’ (V. R.).
Ovviamente non stiamo delineando alcun quadro psicopatologico ma solo la semplice presenza, come riportato nelle parole del protagonista di questo articolo, di emozioni di timidezza, di un marcato giudizio critico verso di essa e comportamenti in cui si percepisce la fatica nell’esporsi a certi contesti sociali. Questo articolo non ha alcuna pretesa clinica ma ha come scopo quello di notare, attraverso una bella storia, su quanto l’esito della lotta contro parti di noi che non ci piacciono abbiano evidentemente avuto un ruolo nella genesi di una, facciamo due, tra le canzoni d’amore italiane più famose degli ultimi decenni. Intanto qualche informazione di contesto.
Siamo alla fine degli anni ’70, provincia modenese e Zocca nello specifico, un ragazzo nel pieno dell’adolescenza, tale Vasco Rossi, incontra spesso alla fermata della corriera, una certa Giovanna, figlia del titolare del bar sotto casa. La vede andare tutti i giorni a scuola, ma qui ritornano quegli aspetti collegati alla timidezza, la guarda solamente, senza esporsi, quella timidezza lo blocca. Tutti noi in una situazione del genere avremmo potuto pensare, qualora avessimo scelto con fatica di esporci, di scriverle un messaggio, mandare un amico per parlarle, come inventarsi altre soluzioni, anche creative, perché il desiderio di conoscerla accidenti se non sarebbe stato presente come pure quella lotta con quella timidezza. Beh la creatività di questo adolescente va un po’ oltre. Il suo modo per esporsi è quello di scriverle una canzone ‘in realtà quando ho scritto la canzone non la conoscevo, ho l’immagine di lei che scende dalla corriera quando tornava dalla scuola quindi mi sono costruito l’immagine Albachiara senza neanche capire come si chiamava’.
Ed, infatti, scrive dettagli che percepisce dalla finestra cogliendo quegli aspetti di timidezza per lui familiare:
Respiri piano per non far rumore
Ti addormenti di sera
Ti risvegli con il sole
Sei chiara come un’alba
Sei fresca come l’aria
Diventi rossa se qualcuno ti guarda
E sei fantastica quando sei assorta
Nei tuoi problemi
Nei tuoi pensieri
Ti vesti svogliatamente
Non metti mai niente
Che possa attirare attenzione
Un particolare
Solo per farti guardare
E con la faccia pulita
Cammini per strada mangiando una
Mela coi libri di scuola
Ti piace studiare
Non te ne devi vergognare..
Qualche anno dopo, nel 1983, Vasco trova il coraggio di confessare alla ragazza di averlo ispirato, ricordiamoci i costi di quella lotta con la timidezza. Lei in un primo momento non ci vuole credere, poi si offende, lasciandolo molto amareggiato. E qui ci possiamo mettere un po’ della nostra storia, di come avremmo potuto reagire di fronte al comportamento di lei, ritornano i bigliettini, gli amici o la creatività, beh su quell’ultimo punto quel ragazzo che ormai non è più adolescente se ne inventa un’altra, le dedica un’altra canzone per convincerla ‘Una canzone per te’, così:
Una canzone per te
E non ci credi, eh?
Sorridi e abbassi gli occhi un istante
E dici, ‘Non credo d’essere così importante’
Ma dici una bugia
Infatti scappi via..
Tornano in questa storia prepotenti le barriere, le lotte interne, che spesso ingaggiamo con alcuni pezzi che non ci piacciono. Ma torna anche ciò che c’è dietro quella barriera, qualcosa di significativo per noi, che ci può motivare ad aprirci a quel dolore. Poi c’è il genio, ma questa è un’altra storia; qui al massimo deviamo su bigliettini, oggi magari social, o l’aiuto dell’amico fidato che rimangono comunque valide strategie nel mollare il controllo e andare verso ciò che per noi è importante.
mercoledì 4 dicembre 2019
Irene Fornaciari, figlia di Zucchero: “Ho sofferto di attacchi di panico come mio padre”
Irene Fornaciari: “Lasciavo il carrello in mezzo al supermercato e scappavo”
Nel 2019, all’età di 35 anni, si confessa in una lunga intervista a Gente. Fidanzata con un musicista, Federico, da quattro anni, annuncia finalmente di piacersi ed accettare i suoi difetti.
Con il mio fidanzato non ho vergogna di essere me stessa e mi sono aperta come con nessuno prima. È anche grazie al suo amore se oggi mi sento più libera e solare, se ho accettato in miei difetti e a tirare fuori la mia femminilità.
Il suo passato però non è stato tutto rose e fiori, a partire dalla separazione dei suoi genitori, dolorosissima per lei e sua sorella maggiore Alice.
“Il mio cervello andava in tilt”
La cantante ammette infatti di aver sofferto dello stesso problema del padre: attacchi di panico.
La soluzione è stata un lungo percorso fatto di terapia, musica e dei consigli del padre, che ci era già passato e ha saputo guidarla nell’affrontare la problematica.
Ho sofferto di attacchi di panico. Mi capitava di abbandonare il carrello in mezzo al supermercato e fuggire via. Ne sono uscita grazie alla terapia, alla musica e i consigli di papà, perché anche lui ne è stato vittima. Mi ha aiutato a capire che sono bella così come sono. Sono serena ora. Le crisi di panico sono un eccesso di energia interiore che non si riesce a sfogare, il mio cervello andava in tilt.
Dal Sito: velvetgossip.it
venerdì 25 ottobre 2019
Robbie Williams: “Non sono uscito di casa per tre anni per colpa dell’ansia”
Per tre lunghissimi anni non è uscito di casa a causa dell’ansia: Robbie Williams si confessa in una lunga intervista e racconta i momenti più bui della sua vita. La sua era una forma di fobia sociale estrema che le impediva di mettere piedi fuori dalla porta di casa.
Ma non solo: la fobia andava oltre questo, perché Robbie Williams non era sono incapace di uscire, ma anche di intrattenere una semplice e banale conversazione. Sembra assurdo pensare a un artista del calibro di Robbie Williams in preda a una difficoltà del genere, eppure è lui stesso a raccontarlo in un’intervista per il programma Wellness That Works.
“Sapevo che se non fossi intervenuto per tempo, sarei morto”, ha detto l’artista ai microfoni del programma. Non è stato facile, ha raccontato ancora il cantante britannico, ma alla fine ce l’ha fatta a curarsi e a guarire: “Puoi cadere da cavallo così tante volte, ogni giorno, ogni secondo, ogni minuto, ma devi riuscire a rimetterti in sella. Solo allora la percentuale di quello che sei, di dove sei e di come avverti te stesso e la tua vita potrà salire e migliorare. Ma è un percorso difficile”.
L’ansia di cui soffriva il cantante era una forma particolare di fobia sociale. “Non capivo che stavo semplicemente riempiendo i miei vuoti, non mi sentivo abbastanza. Non mi sentivo abbastanza magro, abbastanza carino, abbastanza carismatico, abbastanza divertente”, ha raccontato ancora Williams.
Per un periodo l'artista pensò di poter riempire quel vuoto con altro e così fece ricorso all’alcool. “Ho scoperto che l’alcool riusciva in qualche modo a riempire i miei vuoti. Poi è diventato il mio sostegno e ne sono diventato dipendente e questo ha cambiato del tutto la mia vita”.
Lì per lì, il cantante non riusciva a capire che cosa stesse accadendo, “perché quando ci sei dentro non lo capisci mai, lo capisci soltanto dopo. Ci è voluto molto tempo per rimettere mano a tutto quel casino”.
A un certo punto, però, è successo qualcosa e l’artista è riuscito a tirarsi fuori da “quel casino”: parlare dei suoi sentimenti. Robbie Williams si dice convinto che oggi sia molto più semplice affrontare tematiche come quella delicata della sanità mentale. Parlarne serve a uscirne, secondo l’artista. “Oggi posso dire che la mia ‘età dell’oro’ è questa, anche se ne ho avute diverse insieme a mia moglie. Ho iniziato a sentirmi a mio agio con quello che sono e ho 45 anni, ci ho impiegato così tanto. È come se i secondi vent’anni della tua vita dovessero essere spesi a sistemare i primi venti”.
Oggi Robbie Williams ha ripreso in mano la sua vita ed è più forte e consapevole di prima.
Dal Sito: tpi.it
sabato 10 agosto 2019
Paola Turci/ L’incidente e il dramma degli attacchi di panico
Paola Turci protagonista di Techetechete’ dopo il suo grande ritorno al Festival di Sanremo. Non è un periodo facile per lei.
Paola Turci è tornata in auge come cantante dopo la sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 2017. In quell’occasione, portò un brano che per lei è emblematico, dal titolo Fatti bella per te. Il valore del giudizio degli altri, per lei, è sempre stato alto. Poi ha imparato a farci i conti come si deve, e dopo l’incidente e quella brutta cicatrice si è detta che si sarebbe amata lo stesso. “Ho spinto ‘stop’ e non le ho sentite più: le timidezze, le insicurezze profonde che mi rimpicciolivano. E sono rinata, senza inibizioni”. Questa sera, a Techetechete’, si ripercorrerà in parte la sua carriera, dai primi successi fino all’Ultimo ostacolo, il brano che ha presentato a Sanremo 2019. “Le canzoni spesso servono a trattenere un momento, a farci tornare in un ‘lì’. Nel mio, sto per perdere mio padre. O almeno è quel che credo. Perché poi è successo che non ne ho mai parlato così tanto come da quando se n’è andato”. Lo racconta in un’intervista a Vanity Fair: “Non è stato un supereroe: avevamo un rapporto di simpatia, ma non sono mai dipesa da lui. Poi l’ho visto nell’ultimo respiro, ho ascoltato le sue ultime parole: ‘Dimmi, cara’. E ora lo ritrovo quando attraverso le porte affrescate e strette. Arriva senza che io lo cerchi”.
Paola Turci e gli attacchi di panico
Per Paola Turci non è stato facile ricominciare. Nei mesi seguiti all’ultimo Sanremo ha avuto un nuovo crollo: “Come la fine della festa, svegliarsi la mattina dopo. Sei contenta, ma hai un gran cerchio alla testa, e domande aperte senza risposte. Ho avuto un down fisiologico”. Adesso si definisce una “fiamma in mezzo al vento”, fragile, ma sempre in verticale. E come una fiamma ondeggia, ma per adesso non si spegne: “Da quando mi alleno so che non si può essere sempre in perfetta forma. Il corpo non sostiene a lungo la tensione. All’onda che va su, segue quella che va giù”. Insomma, questo stato d’animo è in fondo uno stato anche fisico. “Un po’ di vuoto, barcollamento emotivo. Capita dal niente di non respirare più, che il pianto salga alla gola. Gli attacchi di panico non li avevo mai conosciuti. Poi al concerto di Emma, io e Giorgia ci siamo sedute in mezzo alla gente: aumentava e non ci ho capito più niente. Mi sono alzata. Facendomi largo a spintoni sono corsa fuori, in lacrime, spaventando tutti”. I demoni interiori, dice, riesce bene o male a fronteggiarli. Questa sua lotta la traspone anche nei testi: “Piove però siamo fuori pericolo/riusciremo a respirare nel diluvio universale”, canta nell’Ultimo ostacolo. Rimpianti non ne ha, eccetto uno. Ha perso un grande treno, quello con l’altra metà: “Per questo mio essere istintiva, curiosa, sperimentatrice. Seguire i richiami. E non far pace con l’abitudine”. Dopo suo padre, “nessuno è valso la pena”.
Dal Sito: ilsussidiario.net
domenica 20 gennaio 2019
Giorgia, la depressione e la salvezza: “Per rinascere devi morire”
“Per rinascere devi morire. Quindi c’è sempre una sofferenza nel cambiamento o nel rialzarsi ma quella sofferenza è preziosa perché ti dà la linfa”. Così la cantautrice romana, in un’intervista rilasciata a Tg2000 in cui ha parlato anche dell’uscita del dvd album Oronero Live. “Ho avuto momenti in cui volevo lasciarmi andare, in cui non speravo di farcela. Invece poi la vita è magica, la vita e il cielo, sono energie superiori. Ti senti dare quasi dei calci nel sedere e senti una voce che ti dice ‘devi vivere’, perché sei qua, devi farlo”.
Non lo cita espressamente ma il riferimento è alla perdita del compagno Alex Baroni, morto nel 2002 in un incidente stradale. Un dolore di cui la musicista ha spesso parlato e che è stato lo spunto anche di canzoni come Per sempre, Gocce di memoria, Marzo. “Ognuno ha i suoi pusher di energia che può essere un lavoro, può essere un amore – ha detto – Nel mio caso io in realtà da quando sono diventata mamma ho ripreso tutta una serie di emozioni, entusiasmo, voglia, che nel mio lavoro cominciavo a sentire poco rispetto a quando avevo vent’anni. Ogni mamma è una macchina. Io direi proprio che ogni donna è una macchina”.
“Credere nella luce delle idee”, ha proseguito Giorgia è “un credere nella capacità dell’umanità di essere buona, di essere sana e di essere salva. Forse questo è un tempo in cui ci vuole molta forza e molto coraggio per avere fiducia nell’altro, però la fiducia come la fede sono esercizi che si fanno nei momenti difficili. È anche un grande atto di volontà. La fede è anche una scelta, è scegliere di vedere le cose notando che esiste anche una parte sana e salva e su quella bisogna fare leva e forza”.
Dal Sito: ellepi.it
mercoledì 12 settembre 2018
LADY GAGA: LA BATTAGLIA CONTRO ANSIA E DEPRESSIONE
ha detto Lady Gaga nel corso di una lunga intervista, in cui ha parlato della sua battaglia contro la fibromialgia.
giovedì 19 aprile 2018
Noemi, ho superato gli attacchi di panico, ne canto
"Oggi gli attacchi di panico sono un po' il male del secolo: canto questa canzone per liberarmi ma anche per tutte le persone che ne soffrono". C'è un'ammissione di fragilità e una voglia di andare oltre nel singolo 'Porcellana', che Noemi ha presentato così, parlando con l'ANSA a Milano. Il brano, tratto dall'ultimo album 'La luna', è uscito accompagnato da un remix di Shablo e due video, per le due versioni.
"Sono sempre stata fan del rap, nasce da radici R&Bche sono anche le mie, e ho ascoltato tanto Notorious B.I.G., Kanye West, Missy Elliott e Kendrick Lamar. Ora mi piace molto questa generazione trap, produttori come Charlie Charles hanno un suono unico, non una via di mezzo o una copia americana". Da qui l'idea del remix: "Avevo questo pezzo pazzesco con suoni electro-pop e rock, ho pensato di mandarlo a Shablo per virarlo verso l'hip-hop, ci sentivo dentro questo mondo: ho pensato alla sintesi di un suono bello tondo, in questo caso quasi reggaeton, con un testo profondo". Un tipo di formula che l'artista, fan dichiarata di cantanti crossover come Erykah Badu e Lauryn Hill, non esclude di ripercorrere in futuro.
Attraverso la metafora della porcellana, Noemi parla degli attacchi di panico di cui ha confessato di aver sofferto: "Non pensavo mi potessero venire, invece una sera a cena durante il Festival di Sanremo, il 13 febbraio 2012, d'un tratto non vedo più niente. Ho affrontato la cosa, prendendomi anche un po' di pausa, cosa non facile perché nel mentre ho fatto The Voice, ma sapevo che si trattava solo di un campanello d'allarme, il segnale che avevo perso qualcosa per strada: quando ho sentito questa canzone mi è parsa troppo realistica, e ho cominciato il disco partendo proprio da questa".
Noemi sarà in tour tra la primavera e l'estate, a partire dalle due anteprime di Milano (Teatro degli Arcimboldi, 29 maggio) e Roma (Auditorium Parco della Musica, 30 maggio): "Il teatro deve essere una cornice speciale, l'artista non lo deve soffrire: per questo non sarà un live tutto raccolto, avrà molti momenti 'up' per scatenarsi". In scaletta gran parte dell'ultimo album, i suoi classici, e non solo: "Spero di poter portare anche alcuni ospiti, se riusciremo a incrociarci!". In programma una data zero a Cascina (Pisa) il 25 maggio, quindi tappe a Saint Vincent (Aosta) il 1 giugno, quindi Castellana Grotte (Bari) il 1 luglio, Nardò (Lecce) il 22/7, Sanfront - Pian Pilun (Cuneo) il 29/7 e Pagliare del Tronto (Ascoli Piceno) il 22 agosto.
Dal Sito: ansa.it
Boy George parla dei suoi problemi di salute: “Avevo attacchi di panico, pensavo di morire”
Boy George dei Culture Club ha parlato dei suoi attacchi di panico, forti al punto da pensare di poter morire.
Boy George ha parlato dei suoi attacchi di panico e del pensiero che avrebbe potuto morire, durante un incontro pubblico avvenuto durante un incontro di Loose Women, programma di ITV. Boy George è una delle icone della musica degli anni 80, cantante e leader dei Culture Club, autori di hit come "Karma Chameleon" e "Do you really want to hurt me", e già in passato aveva parlato dei problemi che lo avevano inseguito in questi tanti anni di successi e cadute. Il cantante, comunque, ha parlato degli attacchi di panico con cui da anni deve combattere e che non ha ancora debellato del tutto, riuscendo, però, ad arginare per quanto possibile, ma che a un certo punto era arrivato al punto di pensare spesso che avrebbe voluto morire.
"Quando sei sotto i riflettori pubblici, procedi, procedi e poi all'improvviso realizzi di non avere pienamente il controllo della tua vita nel modo in cui credevi – ha spiegato il cantante durante l'incontro -. Ho avuto un periodo durante gli anni '90 in cui ho sofferto molto di questi attacchi di panico, andavo spesso in ospedale e davo di matto. Non c'era nulla che non andava in me, ma pensavo ‘Sto morendo'". Ovviamente, spiega, on tanti cercavano di dargli una mano, consigliandogli qualche soluzione: "Ogni tanto qualcuno mi diceva ‘Devi imparare a respirare, cambiare la tua dieta, tentare dio fare yoga, semplicemente calmarti un po'".
"Non era precisamente un dolore al petto, solo panico, non è una cosa logica, a volte non vi erano sintomi, ti senti semplicemente come se ti chiedessi ‘Cosa c'è che non va in me?'". Una sofferenza quotidiana che lo ha portato ad avere paura per la propria vita finché a un certo punto ha deciso di cambiare completamente stile di vita, soprattutto dopo l'intervento di alcuni amici, cominciando, ad esempio, a fare yoga regolarmente, anche se tuttora, dice, convive con un senso di insicurezza.
Articolo a cura di
Redazione Music
Dal Sito: music.fanpage.it
venerdì 9 marzo 2018
“La mia vita tra depressione e medicine”.
Le sue parole
Uno dei rapper del momento nel panorama italiano, tra gli artisti che meglio di tutti hanno saputo imporsi a suon di strofe in rima e allargare il numero di fan che lo seguono con passione. Parliamo di Ghemon, nome d'arte di Giovanni Luca Picariello, classe 1982, molto popolare in rete grazie a hit come Bellissimo o Un Temporale.Un artista che in concomitanza dell'uscita nelle librerie della sua autobiografia "Io sono. Diario anticonformista di tutte le volte che ho cambiato pelle", in vendita a partire dall'8 marzo, ha scelto di raccontarsi in un'intervista concessa alla testata Vanity Fair, dove non ha nascosto le difficoltà incontrate lungo il suo percorso. "Questo libro non è un prontuario, è una condivisione. Vorrei che chi lo leggesse dicesse: Sono le stesse cose che ho vissuto io, e lui è riuscito a scriverle". Ghemon si è definito un "transgender musicale" per le sue canzoni che fondono in realtà all'interno tanti generi e tante influenze diverse. In Mezzanotte, suo ultimo disco, ha cantato degli attacchi di panico e della depressione.
Proprio alla parte più intima di sé Ghemon ha dedicato una parte molto corposa della propria autobiografia. "Per tre mesi mi son svegliato tutti i giorni con l'ansia di non scrivere abbastanza: un giorno la ragazza che faceva l'editing mi ha chiamato urlando: sono già trecento pagine, basta!". Tante pagine in cui Ghemon parla della sua lotta alla depressione e del lavoro fatto su sé stesso negli anni: "Chi è depresso soffre il doppio, perché è una malattia che non si può "dimostrare": solo chi ce l'ha dentro ci deve fare i conti [...] Continuo con le medicine, con la terapia [...] è un lavoro lungo, ma sento di essere più solido".
Un libro che parla di crisi personale, ma anche di amore. "Dico tutta la verità, non v'è nulla di romanzato [...] solo dei cambi di nome, dovuti". Come il nome di Maria, l'attrice con cui racconta di avere avuto una storia un paio di anni fa: "Chi sia davvero non lo rivelerò mai ed è giusto così: è un amore che abbiamo vissuto a porte chiuse". Ghemon rifiuta l'idea dell'artista tormentato e conclude affermando che né la gioia né la sofferenza devono essere il motore dell'arte, ma la sensibilità.
Dal Sito: caffeinamagazine.it
venerdì 2 marzo 2018
Robbie Williams: ho una malattia nella testa che vuole uccidermi
Robbie Williams lotta con una dolorosa battaglia con la salute mentale. E’ quella che, stando alle confessioni shock fatte in un’intervista a The Sun, Robbie Williams, 44 anni,starebbe combattendo da tempo: “Ho una malattia nella testa che vuole uccidermi e quindi devo difendermi continuamente”, ha detto il cantante che ha ammesso di essere stato vicino alla morte“molte volte” .Fortunatamente e sfortunatamente sono incline a sabotare tutto. Ho una malattia nella testa che mi vuole uccidere. A volte mi travolge, a volte è uno strumento del quale ho bisogno per salire sul palco. A volte vivo nella beatitudine ed è meraviglioso.
“Una volta non sapevi cosa ti stava succedendo, sapevi solo che stavacapitando qualcosa nella tua testa ma non capivi cosa fosse , passavi i giorni ma ti richiudevi sempre di più nel tuo mondo, sperando che passasse. Ti svegliavi il giorno dopo e continuavi a stare sempre peggio, una malattia come questa non la riesci a tenere per un momento a bada, specie se si parla di una questione psicologica associata ad ansia e brutti pensieri, stai sicuro che tornerà sempre, che lei verrà a cercarti sempre .
Avevi sentito nominare la parola depressione, ma non la identificavi con quello che ti stava accadendo. Non c’era nulla per descrivere quello che stavo passando o come mi sentivo… Questo mi faceva vergognare. Era come se, ‘Beh, sto ancora cercando di venire a patti con questo e mi sento male’. Questo mi ha reso più introverso. Adesso è diverso. Accendo la TV e la gente parla spesso di queste cose, è più accettata.”Attualmente in Australia per il suo tour “The Heavy Entertainment Show”, Robbie ha ammesso di temere spesso per la sua vita, ogni volta che viene lasciato solo. Il cantante ha confessato di essersi reso conto per la prima volta di avere un problema a 19 anni. Da allora è ricaduto diverse volte nella dipendenza da droga ealcool, con problemi di ansia, peso e paura del palcoscenico, è entrato in riabilitazione nel 2007durante il suo 33esimo compleanno, ed è stato a “24 ore dalla morte” nel 2009 a causa di un cocktail micidiale di droghe e pillole. Possiamo solo augurare a Robbie Williams un grande inbocca a lupo e che sia forte in ogni momento per se e la sua famiglia.
Dal Sito: gogomagazine.it




