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domenica 31 maggio 2020

A new life - Storie di Panico - La storia di Marta



"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Sono Marta, ed è un piacere condividere con voi la mia storia... Il mio 2018 si può dividere in due parti... L'ha diviso il mio attacco di panico... A dire la verità erano anni che ne sentivo parlare, ma ho sempre avuto paura di informarmi su cosa esattamente fosse... Finché il 9 luglio l'ho capito sulla mia pelle... Le avvisaglie che potesse succedere qualcosa c'erano state, ma ho tentato di non ascoltarle... Finché una strana sensazione allo stomaco, un formicolio alla mano destra prima, un formicolio alla mano sinistra poi e un senso di svenimento mi hanno portata ad una ventina di minuti di crisi... Una ventina di minuti che sembravano un'eternità...


Ma non sono qua a parlare di cos'è l'attacco di panico, tanto già lo sapete e nemmeno quello che mi ha portato a tutto questo... Certo l'unica cosa che non è possibile, è dimenticarlo... Ma io per prima non ho voluto dimenticarlo, perché ho un tatuaggio che mi ricorda quel giorno e mi da tanta forza... Non si torna mai più gli stessi dopo averne sofferto, ma se ci si affida a dei professionisti seri guardi la vita in maniera diversa, ritorni a prenderti cura di te e un po’ lo ringrazi questo "scombussolamento".


Vi racconto il dopo e la mia risalita... Ho avuto modo di incontrare la mia Psicoterapeuta Patrizia, con la quale sto facendo uno dei più bei percorsi che potessi intraprendere... Ricordo quando entrai per la prima volta nella stanza di terapia… un mix di paura ed emozione... Un giorno ho letto queste bellissime parole sulla stanza e me le sono salvate sul mio diario delle frasi belle… ‘’La stanza di terapia non è solo una stanza. È come una “ scatola magica “in cui dentro accadono molte trasformazioni. È come la scatola di un mago. Dentro avvengono magie, si svelano sogni e succedono cambiamenti’’. Sono passati quasi due anni da quel giorno e posso dire di essere felice del lavoro che sto facendo su me stessa, e grata alla persona che mi ascolta e mi da consigli con una professionalità e una delicatezza immensa.


In questa mia risalita ho avuto la fortuna di avere familiari e amici che hanno capito fin da subito il periodo che stavo attraversando, aspettandomi ogni qualvolta avevo momenti di crisi e senza giudicare assolutamente il mio difficile sentire di quel periodo… Mi hanno sempre dato una spalla su cui appoggiarmi, sia quando era il fisico in crisi sia quando era l’anima che chiedeva aiuto…


E poi io, così legata ai miei studi matematici, ma con dentro al cuore un forte sentimento per il sociale… Ho fatto esperienze, che anni fa avrei voluto fare, ma alle quali avevo sempre rinunciato… per esempio i miei due ultimi dell’anno sono stati all’insegna del volontariato… Sono andata in posti dove non conoscevo nessuno, ma in realtà dopo un secondo mi sembrava di conoscere tutti da una vita… ho ascoltato racconti di persone anziane e di bambini in difficoltà… In queste due esperienze, ho conosciuto percorsi di vita difficili, culture diverse, emozioni tenute dentro per troppo tempo, sogni svaniti... Ma anche tanti sorrisi, abbracci, curiosità e nuovi percorsi di vita... Racconti di parole e sguardi che mi hanno fatto commuovere più di una volta...


Poi sentivo sempre più il bisogno di condividere le mie emozioni anche in gruppo… e allora ho fatto due corsi di autostima… La condivisione in gruppo è un qualcosa che arricchisce… Conosci nuove persone, con le quali condividi sogni e segreti di vita...


Da poco ho iniziato un corso di scrittura autobiografica… Sempre nel mio diario delle frasi belle, ho salvato questa chicca…’’La scrittura non è magia, ma evidentemente, può diventare la porta d'ingresso per quel mondo che sta nascosto dentro di noi. La parola scritta ha la forza di accendere la fantasia e illuminare l'interiorità’’... Quanta verità, da quando ho iniziato il mio percorso di terapia, ho riempito quasi tre diari… Il diario è diventato il mio rifugio dei pensieri… Scrivere mi serve per non continuare a farli girare inutilmente in testa…. Vi lascio con un’ultima frase, per me molto significativa…"La vita è anche fatta di istanti, di attimi, di decisioni veloci, di sogni realizzati, di obiettivi raggiunti che diventano immagini indelebili. Come una fotografia. Come una cicatrice, che ti ricorda tutte le volte che la guardi, che qualcosa è successo ma non è la fine, piuttosto un nuovo inizio..."


Un abbraccio, Marta



mercoledì 18 dicembre 2019

Raccontiamoci ...






"Dal mio primo attacco di panico ad oggi"

Il mio primo attacco ...😱😱 marzo 2007, una paresi al corpo; sono finita in ospedale con la parte sinistra completamente paralizzata, prima d'allora mai sentito parlare di attacchi di panico, tutti pensavano ad un'ischemia o comunque qualcosa di grave...
Mi fecero di tutto e di più; controlli a non finire, per poi capire che era un semplice attacco di panico. 😱😱
Nulla di più grave, fortunatamente.🙏🙏

La mia vita da quel momento non è stata più la stessa.
Alti e bassi, psicologi, psichiatri, medicine... 💊💊
Mi rifiutavo di credere che questa cosa potesse bloccarmi e non seguivo un bel nulla di quello che mi consigliavano, avevo sempre e solo ragione io...  Non appena stavo meglio, tornavo a fare la vita di sempre, ecco che, puntualmente, ricadevo nei miei attacchi... 😓😓
Un vortice continuo e intanto il tempo passava e io non facevo nulla per potermi curare, come se dovessi sfidare qualcuno ma, stavo sfidando solo me stessa. 😣😣

Nel 2009 la mia sfida crollò in tutto e per tutto... ⛔⛔⛔ Da un giorno all'altro la mia vita finì completamente, buio più profondo, non potevo fare più nulla.

Sono stata un'anno chiusa in casa, senza poter fare praticamente più nulla, perdendo tutto: famiglia, lavoro, amici, sole, mare, aria... ero solo un peso da accudire. 😰😰
L’unica cosa che riuscivo a fare durante il giorno, era alzarmi dal letto e mettermi in poltrona, per abbracciare mio figlio quando tornava da scuola.
Non esisteva più niente nella mia vita.
Solo gli attacchi di panico, 10–15 al giorno un susseguirsi senza tregua.
Il mio fisico stava cedendo; non mangiavo più, ero arrivata a pesare 43 kg, i miei organi si stavano ammalando... 😓
Ed ecco che arrivano tutte quelle emozioni descritte nel mio video, devastanti...
http://youtu.be/ybuZpMUeZbE
Ero talmente al punto di non ritorno che non so ancora per quanto tempo avrei resistito, soprattutto perché rifiutavo il cibo e ogni tipo di nutrimento...
Sono stata aiutata molto da chi mi stava vicino, purtroppo trovare qualcuno che riesca a capirti, gestirti, e soprattutto aiutarti ad aprire gli occhi a tutto questo, è difficile. Finalmente accettai di avere un problema, decisi di seguire un percorso sia con farmaci, (al punto in cui ero arrivata erano indispensabili), sia con tanta psicoterapia e anche facendo training autogeno. Seguivo alla lettera tutto quello che mi diceva il mio medico, senza fare più di testa mia. 😊😊
Questo percorso fu molto lungo ma, piano piano ripresi a fare tutte le cose quotidiane che avevo perso.
Quando per la prima volta ripresi a guidare sembravo una bimba con il suo giochino preferito. 🚗🚗🚗
Da li in poi tutto in salita, iniziarono i cambiamenti, la vecchia Elisabetta era stata buttata via, stava nascendo una nuova Elisabetta che, non solo mi piaceva molto di più ma, che iniziava ad assaporare le piccole cose della vita, cose che prima non apprezzavo minimamente.
Per me il panico è arrivato a dirmi "stop la vita che conduci non va assolutamente bene" ... ⛔⛔⛔ Ecco perché alle volte per stare meglio bisogna cambiare... fuori tutto può aspettare la vita no... ❤❤
Io ho perso due anni della mia vita senza fare nulla, dando retta solo al mio voler arrivare ovunque, poi il crollo totale!
Non auguro a nessuno di passare ciò che ho passato io.
Ecco perché ad oggi il gruppo, la pagina, l'associazione...
Da subito, appena rimessa in piedi iniziai a trasmettere il mio messaggio, la mia storia, cercare di dare un un'aiuto, nella speranza di poter portare un po' di luce ⭐⭐
Non aspettate troppo tempo, accettate di avere un problema e chiedete aiuto, pensate solo che lo state facendo per voi stessi e per nessun altro!
Chiedere aiuto è un grandissimo atto di forza

Scusate sono stata troppo lunga ma, ogni tanto, ci tengo a far conoscere un pezzettino della mia storia
Un abbraccio a tutti 

Eli



sabato 14 dicembre 2019

Storie d’amore: lei soffre di attacchi di panico, lui la aiuta così


Questa è la bellissima storia d’amore tra una ragazza che soffre di attacchi di panico ed il suo lui che ha pensato bene di aiutarla con un regalo molto speciale.

Alcuni psicologi sostengono che il male mentale del secolo non sia più la depressione, ma l’ansia e tutto ciò che da essa deriva. Una sua conseguenza molto famosa e soprattutto molto fastidiosa sono gli attacchi di panico. Chi non li ha non può capire, oppure capisce soltanto un po’ di quello che è tutto un mondo. Chi li ha sa che vivere la vita quotidiana è difficile, e anche una semplice attività che prima si faceva semplicemente diventa un’ardua impresa, come andare al supermercato, all’università, a lavoro, mangiare una pizza o uscire per negozi. Il male del secolo può essere curato con una terapia adeguata, ed è meglio evitare i farmaci dato che con molta costanza e volontà è possibile tornare quelli di prima o perlomeno attutire il problema. Molto importante per chi soffre di attacchi di panico è avere le persone che ama al suo fianco, le quali devono supportarlo ed aiutarlo in ogni modo possibile. La storia che vogliamo raccontarvi oggi è davvero bellissima e non solo perché parla di amore tra due ragazzi, ma parla dell’amore di qualità.

Emergenza attacchi di panico: come aiutare il partner in difficoltà


Vogliamo parlarvi di una ragazza il cui nome è Denisha Bracey  che su Instagram ha voluto raccontare questa fantastica storia.

Li è fidanzata con un ragazzo che ha la sua stessa età, il cui nome è  Riley Rankin.

La loro storia è questa: hanno vissuto per un anno in Germania, per poi dividersi poiché Denisha, a causa dei suoi attacchi di panico, voleva ritornare in  Canada dalla sua famiglia.

Il ragazzo non l’ha lasciata andare ed ha deciso di aiutarla a modo suo. Così, in occasione del loro secondo anniversario, che è avvenuto nel luglio 2019, Riley non ha regalato alla sua belle rose o diamanti, ma qualcosa di più.

La ragazza, almeno da quanto sappiamo, non ne ha voluto sapere di prendere medicine per i suoi attacchi di panico, e quindi il ragazzo di è ispirato a questo.

In pratica ha comprato delle capsule tipiche dei medicinali e le ha riempite con delle particolare pillole.

Queste pillole erano 60 messaggi d’amore, che la ragazza può aprire e leggere quando starà male ed allietare quel momento bruttissimo in cui si verifica il suo attacco di panico.

Purtroppo, la salute mentale ancora oggi è troppo sottovalutata ma ha la stessa importanza di quella fisica, ed episodi come questi se non permettono di capire a pieno cosa vive una persona con gli attacchi di panico, può almeno sensibilizzare.

Dal sito: notizieora.it

giovedì 12 dicembre 2019

La depressione maschile è ancora un tabù


Soffre di depressione un uomo su 20, ma per gli esperti le vittime del male oscuro sono molte di più. Perché vivono la malattia con senso di colpa, la negano, la curano con l’alcol. Come racconta il conduttore Daniele Bossari nel suo libro-verità

«È stato un lento scivolare tra le pieghe dell’anima. Talmente lento che non me ne sono accorto. La luce è scomparsa un fotone per volta: così i miei occhi si sono abituati all’oscurità». Comincia così La faccia nascosta della luce (Mondadori), il libro-confessione in cui Daniele Bossari, 45 anni, conduttore in radio e in tv, racconta «i lunghi anni in cui sono stato vittima della depressione, in cui non avevo certezze, a parte una: che là fuori non fosse rimasto più niente, per me. La depressione aveva cancellato ogni mia aspirazione, ogni slancio vitale».

«Non riuscivo a trattenermi dal medicarmi con un altro bicchiere. Un sorso di whiskey, un sorso di oblio». Nei romanzi e nelle poesie ha nomi evocativi come “il male oscuro” o il “cane nero”. Nella realtà la depressioneè una malattia come le altre, forse più terribile di altre, e più assurda: la vita che abbiamo amato a un certo punto diventa ostile. Daniele Bossari la descrive come «un punteruolo che ti trafigge e ti fa a brandelli: io, letteralmente, non vedevo più i colori». Non è consolante che siano in tanti a soffrirne: secondo i dati Istat, in Italia il 9,1% delle donne e il 4,8% degli uomini, anche se questi ultimi sono probabilmente molti di più, ma non lo dichiarano. «L’uomo tende a ritardare la sua richiesta d’aiuto, o a non presentarla affatto, la vive come una colpa, con vergogna» chiarisce Emanuela Cafiso, psichiatra e psicoterapeuta. Rispetto a quella femminile, poi, la depressione maschile ha caratteristiche precise: «Se per le donne i sintomi più frequenti riguardano il campo dell’affettività, negli uomini prevalgono un vissuto di fallimento e di incapacità, anche lavorativa» continua Cafiso. «Spesso, poi, il maschio cerca di trovare risposte concrete al problema e ricorre a una sorta di autoterapia, assumendo alcol o sostanze che lo aiutino a stare meglio». Bossari ci ha provato col whiskey: «Pensavo “domani smetto”. Ma poi non smettevo» è la sua confessione dolorosa. «Mi ripromettevo di farlo solo quando il senso di colpa mi divorava, ma il ribrezzo che provavo per me stesso era tale che non riuscivo a trattenermi dal medicarmi con un altro bicchiere. Un sorso di whiskey, un sorso di oblio».

«Non diventi depresso da un giorno con l’altro, ci finisci dentro lentamente. E quando ti accorgi di essere in trappola sei già sopraffatto». Esistono 2 tipi di depressione: «Quella reattiva, che segue a un trauma o un lutto, è abbastanza fisiologica e frequente» dice Cafiso. «È “normale” sentirsi depressi dopo un evento doloroso, ed è più facile uscirne, con il trascorrere del tempo e un graduale ritorno alla vita di prima». L’altra forma, la più subdola e faticosa da sconfiggere, viene definita “endogena”. All’origine non c’è uno specifico evento scatenante; si tratta di un processo graduale, di cui non è facile individuare l’inizio. «È l’acqua che ti sommerge e il tuo progressivo abbandonarti a essa, per non sentire più nulla» confessa Daniele Bossari. «Nel mio caso, dopo una vita sotto i riflettori, tra tanti momenti di esaltazione e qualche sporadica sconfitta, un giorno un critico importante ha scritto un articolo negativo su di me. Ho cominciato così a scivolare verso il baratro. A posteriori penso che se quell’episodio non fosse accaduto, ce ne sarebbe stato un altro: forse esistono individui più vulnerabili, più esposti di altri, e io sono tra questi. Il fatto è che non diventi depresso da un giorno con l’altro, ci finisci dentro lentamente. E quando ti accorgi di essere in trappola sei già sopraffatto».

Spiega Alberto Simone, psicologo e psicoterapeuta, autore di Ogni giorno un miracolo – Imparare l’arte di amare la vita (Tea): «La depressione discende da un mix di cause genetiche, biologiche, psicologiche e sociali: difficile, insomma, definirle con esattezza. Invece, il fatto che gli uomini siano meno inclini a chiedere aiuto ha una ragione antropologica: per il genere maschile esporsi a nemici o potenziali rivali mostrandosi deboli significava rischiare la vita. Ancora oggi, gli uomini faticano a entrare in contatto con i propri problemi emozionali, a riconoscerli e condividerli. Per molti il confronto con l’altro, specie se maschio, su un tema “sensibile” non è previsto». Infatti, dice Bossari: «Per un periodo ho frequentato solo gli amici più stretti, poi ho smesso. Il telefono squillava ma non rispondevo: all’idea di sentire una voce che non fosse quella di mia moglie Filippa o mia figlia Stella provavo ansia».

«Una notte mi sono trovato in bilico su una trave, a una decina di metri d’altezza, il vuoto sotto, con un litro di whiskey in corpo».Il cosiddetto “ritiro sociale”, assieme al chiudersi in se stessi e al cercare il buio è uno dei sintomi della depressione 

«Per me è stato come camminare nel bosco, da solo, un passo dopo l’altro, finché il buio non è calato. E solo allora ho capito di essermi perso» dice Bossari. Ogni attività, anche incontrare un amico, del resto «richiede un investimento energetico: il depresso sente di non potercela fare» spiega Alberto Simone. La depressione è una condizione che può diventare molto grave ma si può uscirne: «Per cominciare, un consiglio è entrare in contatto col corpo e tornare a muoverlo» continua l’esperto. «È un primo passo per rientrare in relazione con ciò che ci circonda anche dal punto di vista sensoriale. Il depresso ha una carica energetica bassissima. E le difese immunitarie deboli. L’attività fisica è l’equivalente del “ricaricarsi” alla presa di corrente».

Una volta riconosciuta la propria condizione, l’ideale sarebbe affiancarla a una psicoterapia: «I farmaci antidepressivi da soli non aiutano a raggiungere indipendenza e autonomia» ricorda Simone. «L’invito per chi soffre è quello di riconoscersi come prima cosa il diritto a provare emozioni negative. Gli uomini tendono a reagire a questo tipo di problemi ignorandoli, negandoli. Ma la depressione non è una colpa, non è una difettosità. Chiamarla col suo nome e chiedere aiuto significa aver già fatto un pezzo di strada».

Anche un libro che racconti una storia onesta e positiva può servire. Quella di Bossari è entrambe le cose: «Una notte mi sono trovato in bilico su una trave, a una decina di metri d’altezza, il vuoto sotto, con un litro di whiskey in corpo e la tentazione di farla finita. Mi piacerebbe dire che non l’ho fatto perché ho pensato a mia moglie e mia figlia, ma non è così. Non sono morto perché ho avuto paura, e come ero salito sono sceso. La paura quel giorno mi ha salvato. La paura: in fondo a un pozzo in cui non vedevo niente, non sentivo niente, non percepivo niente, finalmente un’emozione».


IN LIBRERIA
S’intitola La faccia nascosta della luce (Mondadori) il libro-verità in cui Daniele Bossari, 45 anni, volto noto della tv negli anni ’90, racconta come ha affrontato la lunga depressione. Un racconto lucido e onesto della sua discesa “all’inferno” verso il buio, gli attacchi di panico, l’alcolismo. «Ero in fondo a un pozzo in cui non vedevo niente» confessa. «Oggi mi sento un miracolato».



Così riconosci i sintomi della depressione

In Italia colpisce il 4,8% degli uomini e il 9,1% delle donne ma le statistiche maschili sono sottostimate: i depressi faticano a rivolgersi al medico e mascherano la loro malattia con altri problemi fisici (mal di testa, stanchezza, disturbi del sonno, difficoltà a digerire).

La malattia deteriora la qualità di vita e nella sua forma più grave può portare al suicidio (secondo l’Oms, nel mondo è causa di 850.000 morti l’anno): ecco perché è importante che chi vive accanto a un depresso - marito, fratello, padre - impari a riconoscerne i sintomi.

Tra i comportamenti tipici degli uomini depressi, che devono protrarsi per almeno 2 settimane: assumere più alcol del normale o sostanze illecite; lavorare moltissimo, in modo ossessivo e senza pause; evitare le situazioni familiari e sociali; diventare aggressivi e maltrattanti; mettere in atto comportamenti a rischio come il gioco d’azzardo o il sesso non protetto.

Dal Sito: donnamoderna.com

mercoledì 4 dicembre 2019

Irene Fornaciari, figlia di Zucchero: “Ho sofferto di attacchi di panico come mio padre”

Irene Natalie Fornaciari, classe ’83, è la figlia di Adelmo Fornaciari, alias Zucchero. Come il padre, anche lei ha deciso di dedicare la propria vita al mondo della musica, partecipando nel 2009 al festival di Sanremo, nella categoria Nuove Proposte. Solo nel 2010, però, raggiunge la notorietà partecipando nella categoria Artisti insieme ai Nomadi con il brano 
Il mondo piange.

Irene Fornaciari: “Lasciavo il carrello in mezzo al supermercato e scappavo”


Nel 2019, all’età di 35 anni, si confessa in una lunga intervista a Gente. Fidanzata con un musicista, Federico, da quattro anni, annuncia finalmente di piacersi ed accettare i suoi difetti.

Con il mio fidanzato non ho vergogna di essere me stessa e mi sono aperta come con nessuno prima. È anche grazie al suo amore se oggi mi sento più libera e solare, se ho accettato in miei difetti e a tirare fuori la mia femminilità.

Il suo passato però non è stato tutto rose e fiori, a partire dalla separazione dei suoi genitori, dolorosissima per lei e sua sorella maggiore Alice.

“Il mio cervello andava in tilt”

La cantante ammette infatti di aver sofferto dello stesso problema del padre: attacchi di panico.
La soluzione è stata un lungo percorso fatto di terapia, musica e dei consigli del padre, che ci era già passato e ha saputo guidarla nell’affrontare la problematica.

Ho sofferto di attacchi di panico. Mi capitava di abbandonare il carrello in mezzo al supermercato e fuggire via. Ne sono uscita grazie alla terapia, alla musica e i consigli di papà, perché anche lui ne è stato vittima. Mi ha aiutato a capire che sono bella così come sono. Sono serena ora. Le crisi di panico sono un eccesso di energia interiore che non si riesce a sfogare, il mio cervello andava in tilt.

Dal Sito: velvetgossip.it



mercoledì 14 agosto 2019

Paola Perego: Ho sofferto di attacchi di panico, ma ho imparato a conoscermi



La conduttrice rivela di aver attraversato un lungo percorso di accettazione di sé stessa: "Non capivo quali fossero i miei bisogni"

In occasione della fine del suo Non disturbare su Rai 1, Paola Perego ha deciso di confessarsi sulle colonne del quotidiano romano Il Tempo, tra progetti futuri e vita famigliare. Nonostante sia uno dei volti più popolari della televisione italiana, poco si sa del privato della conduttrice lombarda, con una carriera più che trentennale. Compagna del noto agente delle star Lucio Presta, Paola Perego ha però reso noto che sta vivendo un periodo piuttosto complesso a causa delle precarie condizioni di salute del padre Pietro: 

In questo momento sono molto presa da mio padre che si è rotto il femore ed è sulla sedia a rotelle. Ha 89 anni ma è sempre stato un uomo molto attivo. Con mia sorella siamo molto unite e collaboriamo per accudirlo nel migliore dei modi. Il nostro sogno è quello di rimetterlo in piedi il prima possibile.

L'impegno nella cura del padre non impedisce a Paola Perego di ritagliarsi dei momenti di serenità tutti per lei, in compagnia di chi ama o recuperando quell'intimo rapporto primordiale con la natura. Prima di riuscire a stare bene con e tra gli altri, la conduttrice ha però dovuto affrontare un lungo percorso di accettazione di sé, di ricerca dell'essenziale nella quotidianità delle relazioni, che oggi l'ha resa donna forte e sicura delle proprie scelte: 

In passato sono stata un animo molto inquieto. Non capivo quali fossero i miei bisogni e non conoscevo le mie emozioni. Ho sofferto perfino di attacchi di panico e in quei momenti l'unica cosa che riuscivo a fare era buttarmi a capofitto nel lavoro. Ho imparato a conoscermi che è la cosa più bella. Oggi sono in una fase completamente diversa rispetto al passato. Finalmente sono consapevole di ciò che mi fa stare bene. Sto continuando il mio percorso ma adesso è molto più facile vivere con me.


Dal sito: gossipblog.it 

lunedì 18 febbraio 2019

Lili Reinhart ha ripreso la terapia contro ansia e depressione con un messaggio di self-love per tutti

Lili Reinhart, sulle sue stories di Instagram ha rivelato di avere ripreso la sua terapia contro ansia e depressione e ha mandato un messaggio di self-love a tutti i suoi follower. God job, Lili.

Lili Reinhart, che nella serie tv Riverdale recita le parti della dolce e tenace Betty Cooper, l'altro giorno sulle stories di Instagram ha rivelato di avere ricominciato la terapia contro l'ansia e la depressione, e, soprattutto, ha ricordato a tutti quanto sia importante chiedere aiuto a qualsiasi età e senza vergognarsi di quello che gli altri potrebbero pensare.

L'attrice ha scritto:

"Promemoria amichevole per chiunque abbia bisogno di ascoltarlo: la terapia non è mai qualcosa di cui vergognarsi. Tutti possono trarre beneficio dal parlare con un terapeuta. Non importa quanti anni si hanno o se si pensa di essere troppo "orgogliosi" [NdR. per chiedere aiuto]".

E ha continuato:

"Siamo tutti umani e lottiamo. Non soffrite in silenzio".

Per concludere ha scritto:

"Non mi sento in imbarazzo a chiedere aiuto. Ho 22 anni, ho ansia e depressione e oggi ho ricominciato la terapia. Per me inizia il viaggio verso l'amore per me stessa".

Da qualche tempo le star stanno puntando i riflettori sui problemi di ansia e depressione che riguardano molte persone e che loro stessi hanno vissuto in prima persona. L'obiettivo per tutti è riuscire ad abbattere i tabù che ancora caratterizzano questi disturbi. Ryan Reynolds ha parlato della sua ansia e di come nel tempo sia cominciando a gestirla anche grazie all'ironia, la sua personale exit strategy. Emma Stone ha rivelato di avere cominciato a recitare per tenere a bada l'ansia. Ghemon, il rapper che si è esibito a Sanremo con Rose Viola, ha apertamente dichiarato di avere sofferto di depressione e di essersi sottoposto a terapia. Ha raccontato questa storia, e molte altre, nel suo libro.

Lili Reinhart ha aggiunto la sua esperienza a quella di altre celeb e ha voluto sottolineare come la terapia debba essere percepita come una normale strada per proseguire verso la ricerca della propria felicità e dell'amore verso se stesse che è il primo passo per stare bene.

Questa rivelazione su Instagram, che poi è anche un consiglio per i suoi follower, si aggiunge al fatto che la star, che da un po' di tempo fa coppia con Cole Sprouse, suo collega in Riverdale, ha sempre utilizzato i social per raccontare non solo la sua vita sul set o sul red carpet, ma anche quella da normaleragazza che vive giorno per giorno.

In un'intervista a ET Online aveva detto:

"Cerco di [essere sincera] perché non sto facendo uno show. Non sto cercando di apparire perfetta... la mia vita in generale non è estremamente affascinante. Faccio un sacco di cose davvero fantastiche e affascinanti, ma non è quello che accade giorno per giorno. Sui social mi piace farmi vedere nel mio habitat naturale: mentre sono nel mio letto o mangio".

Good job, Lili!

Dal Sito: cosmopolitan.it


venerdì 11 gennaio 2019

A new life - Storie di Panico La storia di Valentinaa

"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."


Ciao a tutti sono Valentina ho 35 anni e tutto è iniziato un lunedì mattina di circa 4 mesi fa...

Non lo dimenticherò mai quel lunedì mi sono alzata ho fatto il caffè e sono andata a prepararmi per andare a lavoro tutto normale fin qui, come ogni mattina ma, senza nessun preavviso ho iniziato a sentirmi strana, senza forza, la testa leggera e il cuore ha iniziato a battere come se volesse uscirmi dal petto. Ho iniziato a spaventarmi e così il peggioramento, mi sono dovuta sdraiare per terra con i piedi poggiati contro il muro per riuscire a respirare meglio ma nn passava, mi sentivo svenire e ha iniziato a farmi male il petto quindi sono corsa in ospedale in preda al panico..."Ecco ho un infarto... Sto per morire" questo era l'unico pensiero. Al pronto soccorso dopo varie analisi mi hanno detto che non avevo nulla di grave e forse era solo reflusso e mi hanno dato da fare esami per la tiroide, cosa che ho fatto già il giorno dopo ma i risultati non mostravano nulla, secondo i medici stavo bene ma io nn stavo bene...

Da lì è iniziata la mia lotta giornaliera con la tachicardia e un senso di pesantezza al petto tutti i giorni dalla mattina alla sera.
Dopo due settimane un altro butto attacco che questa volta mi ha paralizzato le mani, di nuovo in ospedale e da lì la diagnosi...
"Lei soffre di attacchi di panico".

L'ansia non mi lasciava, in un mese ho perso 5 chili (il che non è stato piacevole essendo già magra di mio), sembravo solo ancor più malata, ho smesso di fare palestra, non riuscivo a lavorare e la vita di coppia...meglio non parlarne.

Ora sono in cura da uno psichiatra che mi sta facendo prendere un ansiolitico mattina e sera, visto che non dormivo nemmeno più.

Per fortuna questi farmaci mi hanno ridato il sonno e ho ricominciato a mangiare ma ancora non riesco a vivere un giorno completamente in tranquillità, verso sera ancora ho l'ansia che mi fa compagnia sul divano a volte il cuore va a farsi una corsetta e la testa decide che il paese delle meraviglie esiste ma, tutto sommato, mi sento meglio ho ripreso a lavorare e sono ritornata ad allenarmi, ancora non ho ripreso peso ma ci sto lavorando.

Ho capito che questa malattia ti logora e ti mangia dentro spero di uscirne al più presto e dico a chi come me ancora ci è dentro...possiamo vincere possiamo essere più forti dobbiamo riprenderci la nostra vita.

Grazie a tutti 

Valentina 


Dal Gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" e la Pagina Ansia-Attacchi di Panico-Agorafobia Associazione Insieme Onlus



domenica 6 gennaio 2019

A new life - Storie di Panico 



Ciao a tutti, ho 22 anni e soffro d'ansia da circa 3 anni. 

Tutto è iniziato una notte di febbraio in cui mi sono svegliata tutta sudata, respiravo a fatica, non riuscivo a smettere di tremare, avevo la nausea, vampate di calore e palpitazioni.

Subito non capi' bene che cosa mi stesse accadendo poi, pensando anche ai miei studi scolastici, ho capito che avevo avuto il mio primo ADP.

Mi spaventai molto sopratutto perché non sapevo che fare visto che non mi era mai capitato.

Mi alzai da letto e mi girava la testa.

Sperai che fosse il primo e l'ultimo attacco dato che ero in un periodo di stress in quanto andavo a scuola guida e dopo un mese avevo l'esame di teoria. Tutto quindi è iniziato da li.

Superai l'esame e pensai che la cosa finisse ma quando iniziai a fare le guide, le mie condizioni peggiorarono da soffrire anche d'insonnia.

Decisi di far venire con me alle guide il mio ragazzo che mi faceva sentire più tranquilla ma spesso durante la lezione o alla fine, mi prendevano gli attacchi e tornavo a casa piangendo disperata.

Mia mamma non sapeva più cosa fare così un giorno di mia iniziativa iniziai ad andare dalla psicologa dove ho fatto un percorso durato 8 mesi.

Con la terapeuta mi sfogavo ed uscivo dallo studio col sorriso.

Anche lei mi confermò che soffrivo d'ansia anticipatoria motivo per cui probabilmente non dormivo più di notte quando l'indomani avevo la guida.

Iniziai a prendere dei rimedi naturali che mi calmavano ed alternavo guide da mezz'ora con guide da un'ora su richiesta della psicologa ma la situazione non cambiò.

Dopo poco poi iniziai a lavorare e non riuscì più a portare avanti entrambi gli impegni così mollai l'autoscuola perché per me il lavoro era più importante.

Nessuno ha condiviso questa mia scelta ma io sapevo l'inferno che stavo passando e non volevo più stare male.

Oggi sono passati quasi 3 anni e per spostarmi vado con i mezzi pubblici o a piedi, sicuramente sto meglio anche se l'ansia e il panico non mi lasciano mai e capisco coloro che non guidano per questi problemi proprio perché ci sono passata e so cosa vuol dire ed io quello che mi è successo non lo auguro nemmeno al peggior nemico.

 Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere"

lunedì 31 dicembre 2018

A new life - Storie di Panico - La storia di Simona





"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Ciao ,sono Simona .

Ho sofferto d'ansia e attacchi di panico a 24 anni ora ne ho 39,nel giro di un'anno senza farmaci e psicoterapia avevo superato la cosa pensavo che mai più ne avrei sofferto in quel modo.

Una sera di fine maggio 2016 mentre ero al computer sentii una forte ansia ,pensavo che sarebbe passata perché ogni tanto avevo un po' di ansia, il giorno dopo di nuovo ansia forte e continuava tutti i giorni, le notti divennero insonni ,iniziarono gli attacchi di panico,ma mi dicevo passerà come era già successo ..passai mesi con ansia forte attacchi di panico frequenti e le notti dormivo poco..

Una notte di novembre stravolta mi son arresa , sembrava non respiravo più ,un fortissimo attacco di panico ,ho detto stò male e mi son fatta portare alla guardia medica ,mi hanno dato dell'ansiolitico dopo avermi visitato ed era tutto apposto  ,tornata a casa mi sentivo peggio via stavolta al pronto soccorso,mi hanno fatto una puntura di non ricordo cosa ,ho dormito tutta la notte dopo mesi che non dormivo così,ma il giorno dopo stavo male ,da lì è iniziato l'inferno. tutto ritornò in modo più violento . Ho lasciato il lavoro, non volevo più uscire , non volevo stare sola ,non guidavo più ,non ridevo e scherzavo più ,stavo male tutti i giorni, prendevo l'ansiolitico che non mi aiutava . Ho iniziato psicoterapia a gennaio 2017 ,prima a pagamento ma era costoso poi mi chiamarono dalla asl .

Non vedevo comprensione intorno a me, mi sentivo sola con qualcosa più grande di me , con una sofferenza troppo grande , la psicoterapia mi aiutava a capire , e a sentirmi meno sola e capita .

piano piano iniziai a scalare le gocce nonostante stavo male volevo così , iniziai a fare piccoli tragitti in macchina a lavorare ,avevo ripreso con un'ora al giorno di pulizie andavo sola ed è stata dura ..

Stavo di nuovo sola a casa con una paura enorme , avevo smesso di lamentarmi che stavo male ,tanto nessuno capiva , nei duri momenti stavo zitta ,cercando ogni volta cosa poteva calmarmi , a volte mi buttavo nel divano a volte ascoltavo musica, la notte mi mettevo sempre un film per stare concentrata su quello ,non agitarmi ,e prendere sonno.

A oggi non stò  come vorrei ,ma ho ripreso a fare piccole cose, ho momenti devastanti ,ma anche momenti in cui mi sento tranquilla , rido e scherzo come una volta anche se dentro me è un caos .

Stò  cercando di convivere con questo, quando  arriva l'ansia o il panico cerco di agitarmi il meno possibile ,

incoraggiandomi respirando e dicendomi tra poco passerà…

La psicoterapia mi ha salvata … ne avrei bisogno anche ora ma purtroppo non posso permettermi questa spesa…

Mai arrendersi ,lottare e non mollare e una cosa fondamentale….

Anche quando siamo soli ,disperati con il nostro dolore … MAI MOLLARE ..e farsi sempre aiutare da un professionista .. E AUGURO A TUTTI COLORO CHE SOFFRONO DI NON ESSERE MAI SOLI,E DI TROVARE SEMPRE UN POSTO  DOVE RIPOSARE L'ANIMA , E TROVARE SEMPRE SORRISI CHE SCALDANO IL CUORE …  E  DI AVERE SEMPRE LA FORZA DI NON MOLLARE….

Simona

Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" 

sabato 29 dicembre 2018

A new life - Storie di Panico - La storia di Eleonora 




"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Ciao a tutti, sono Eleonora, ho 27 anni (28 tra pochi giorni) e ho avuto i miei primi attacchi di panico a 17/18 anni. Ricordo ancora il primo come se fosse ieri: ero in macchina con amici che tornavamo da una fiera di paese, fuori pioveva tantissimo ed io ero seduta dietro spiaccicata tra altri due miei amici. La mia amica seduta davanti poi ha cominciato a litigare urlando al telefono con qualcuno, non ricordo bene chi, e da lí ho cominciato a sentire caldo, ad agitarmi, sensazione di scappare fuori dalla macchina e non poterlo fare, non avevo nemmeno il coraggio di dire “fermatevi che non mi sento bene”, ma i miei amici poi se ne accorsero e mi accompagnarono in Guardia Medica. Nel frattempo mi si erano informicolate le mani, le braccia..tutto, mi sentivo morire, non riuscivo a camminare e così uscì un volontario a prendermi in braccio e ricordo bene che mi disse “tranquilla non è niente, è un attacco di panico”. E nella mia testa iniziai a pensare “Cos’è? Non mi è mai successo”. Però da quell’episodio non mi tornarono più, non ci pensai più di tanto. Invece poi col passare degli anni, tornavano a periodi..e io mi spaventavo sempre di più cercando di capire i motivi. Me ne venne un altro molto forte una mattina dal dentista, anche lì tutta informicolata, cuore a mille e sensazione di morire, ma anche lì appena mi fecero alzare, me ne tornai a casa tranquilla a piedi, ma sempre cercando di capire come mai mi capitavano questi momenti bruttissimi. Gli anni più brutti furono il 2012 e 2013, quando ebbi una bruttissima delusione d’amore, venivo trattata male da questo ragazzo, mi prendeva in giro, ma io non accettavo tutto questo, volevo stare lo stesso con lui a tutti i costi. Ma il caro amico panico arrivó, e stava con me tutti i giorni per farmi capire che non potevo continuare così. Ogni giorno era bruttissimo, avevo paura di uscire, paura di andare in qualsiasi posto anche accompagnata, mi girava la testa e mi sentivo svenire quindi evitavo di allontanarmi da casa, la notte dormivo malissimo, sempre con attacchi d’ansia, piangevo sempre..era diciamo una specie di depressione. Un pomeriggio, precisamente il 21/10/2013, ero a casa con un’amica ed ebbi uno dei miei soliti attacchi giornalieri, le gambe tremavano e mi sentivo impazzire, non respiravo..così la mia amica decise di chiamare il mio medico, ma in quel momento era impegnato e non poteva venire e mi disse quindi di prendere delle gocce, ma in casa non avevo niente perché ero sempre stata contro a qualsiasi farmaco calmante. Così decise di chiamare l’ambulanza, ma io ne ero terrorizzata e non volevo andarci..la mia amica e un’altra mia vicina di casa riuscirono però a convincermi ad andare, che magari mi avrebbero aiutata molto, insomma era ora di fare qualcosa. Arrivata al pronto soccorso, mi fecero tutti gli esami ed era tutto a posto..mi diagnosticarono semplicemente dispnea ansiosa, e mi fecero una bella flebo di calmante. Poi mi fecero parlare con un bravissimo psichiatra che mi chiese un po’ la mia vita in generale e mi prescrisse dei farmaci, un antidepressivo e un ansiolitico. La mattina dopo andai all’Ausl del mio paese per parlare con uno psichiatra della cura prescrittami in ospedale, e lui  mi disse che andava bene, a parte che mi cambió solo l’ansiolitico, e gli dissi che volevo tornare la ragazza di prima..lui mi disse “tornerai a fare tutto”. Iniziai così la mia cura e fu la scelta migliore che potessi fare! Dopo mesi cominciai a vedere i risultati, ricominciai a uscire, a fare cose che non facevo da tempo..insomma, rimasi molto soddisfatta. Le medicine aiutano davvero tanto, ma è anche vero che una buona parte dobbiamo mettercela noi con la nostra volontá. Dopo un anno di antidepressivo, iniziai a scalarlo fino a toglierlo completamente. Oggi ho solo l’ansiolitico sempre con me nella borsa, ma non lo prendo da mesi..solo in caso di estremo bisogno, ma cerco sempre di farcela senza. L’anno scorso, a maggio 2017 ho iniziato un percorso di psicoterapia; avrei voluto iniziare anni fa, ma non avevo la possibilità. Inizialmente, nel 2013 ne trovai una vicino casa, ma non mi piaceva proprio, mi trovavo male..dopo due appuntamenti lasciai perdere, anche perché le sedute me le pagava mia madre, e diceva che spendevo soldi inutilmente. Così l’anno scorso, visto che lavoravo, decisi di trovarmene un’altra per conto mio, senza dirlo a nessuno e me la pagai da sola. Anche questa fu una delle scelte migliori che potessi fare. Ho fatto un anno di terapia con questa bravissima donna, che mi ha aiutata davvero tanto a capire tante cose di me e del mio carattere, a capire che sono fatta così e che l’ansia è un’emozione come tutte le altre e che si può ripresentare in vari momenti della mia vita. E infatti è così: spesso ritorna, e fa anche paura ogni tanto..ma non come prima, ora l’affronto, so che prima o poi se ne va, cerco di usare i miei metodi per affrontarla..e se dovessi averne un forte bisogno, perché no, ho il mio ansiolitico con me. Ora non vado dalla mia psicoterapeuta da giugno 2018, un po’ mi manca, ma non ne sento il bisogno..se dovessi averne necessità ci tornerò sicuramente in futuro. Scusate la lunghezza della mia storia ma volevo raccontarvela bene, e dirvi che con grande forza di volontà, tanta pazienza e coraggio e soprattutto facendovi aiutare dalle persone giuste, se ne può uscire e tornare a fare tante cose, o almeno..si puó imparare bene a gestirla. Non arrendetevi mai! 
Eleonora 
Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" 

venerdì 31 agosto 2018

Kevin Love: 'Problemi come la depressione e gli attacchi d'ansia non dovrebbero essere un taboo'




In una intervista con ESPN Love ha parlato delle sue difficoltà

Kevin Love, stella dei Cleveland Cavaliers, è stato uno dei primi giocatori NBA ad aprirsi e parlare delle sue difficoltà. Il giocatore, infatti, soffre di attacchi d'ansia e da diversi mesi vede un terapeuta che lo aiuta a gestire questo problema. Negli ultimi tempi il tema della salute mentale in NBA sta diventando sempre più centrale, con diversi giocatori che hanno deciso di uscire 'allo scoperto' e hanno parlato apertamente delle loro difficoltà legate a depressione e altri disturbi mentali.

"Questi problemi non dovrebbero essere un taboo," ha dichiarato Love in un'intervista ad ESPN. "Ma purtroppo nel nostro mondo lo sono ancora. Penso a mio padre (ex giocatore, ndr), nella sua generazione nessuno parlava di quelle difficoltà."

Love è tornato sull'attacco di panico che lo ha colpito durante la gara contro gli Atlanta Hawks della scorsa stagione. Una situazione che, inizialmente, aveva creato confusione anche tra i suoi compagni di squadra, che pensavano che Love avesse 'finto' un infortunio e abbandonato la squadra nel momento del bisogno: "Era come se il cuore cercasse di uscirmi dal petto, non riuscivo a respirare e i miei polmoni sembravano non riuscire a trovare aria da nessuna parte. E' stato un momento terrificante, ho avuto paura che mi stesse venendo un infarto. Ho avuto moltissima paura, pensavo di morire."

Dopo essersi aggirato negli spogliatoi in preda al panico, Love, alla fine, cadde sul pavimento e venne ritrovato dal trainer della squadra, che lo stava cercando dappertutto: "Lui cercava di calmarmi ma non riusciva a capire che cosa avessi che non andava, mi diceva 'come posso aiutarti?'

John Lucas, assistant coach dei Rockets ed ex giocatore NBA, adesso gestisce un programma dell'associazione giocatori NBA per aiutare i giocatori che soffrono di questo tipo di disturbi. In passato Lucas ha avuto problemi relativi all'abuso di alcool e le sue parole ad ESPN fanno riflettere: "Più del 40% dei giocatori NBA soffrono di disturbi legati alla salute mentale ma solo il 5% di loro cerca un aiuto terapeutico a questi problemi. All'interno della nostra lega c'è un'epidemia, parlo di problemi che vanno da disturbi dell'attenzione alla sindrome bipolare, dall'ansia alla depressione"

Un coach di una squadra di Eastern Conference ha dichiarato ad ESPN: 'Nella mia squadra ci sono tre giocatori con questo tipo di problemi, due di loro stanno ricevendo un aiuto terapeutico. Alcuni giorni stanno bene, in altri decisamente no. Io cerco di essere molto comprensivo con loro, ma non sono un dottore o uno psicologo e in alcuni momenti mi viene richiesto di esserlo"
Fonte ESPN

Dal Sito: 

sportando.basketball.it

martedì 24 luglio 2018

La mia lotta


Ricordo che la primissima volta che ne sentii parlare ero sul balcone di casa 
"non riesco a finire il respiro" dissi a chi stava con me. Poi venne la sensazione di soffocamento, quella di cadere nel vuoto da seduta, le vertigini e il blocco in gola così forte da farti venire paura di mangiare.  
È ansia mi continuavano a ripetere...ma ansia di cosa? Non ho nulla per cui essere in ansia...con la psicoterapeuta imparai un po' di cose, ora la sentivo arrivare. Poi all' improvviso più niente. Tutto a posto: mangiavo, dormivo, guidavo, viaggiavo ...finché lei non è tornata e non riesco a liberarmene, credo che dovrò solo capire come tenerla a bada, farmela amica perché lei è qui sempre, la sento sempre. Arriva quando devo mangiare, guidare, viaggiare, dormire ...e come fai vivere? Esatto non vivo, boh vado avanti capita che magari per pranzo mi lasci stare ma poi per cena arriva e io mi sento soffocare e ho fame ma mi strozzo, guido ma solo in città, niente tangenziali autostrade ne viaggi lunghi, e se sono il passeggero beh va a momenti. Ho fatto voli da 12 ore con le ginocchia in gola senza fiatare, oggi scelgo tratte brevi un paio d'ore, se mi va bene riesco a distrarmi se no combatto tra la nausea le vertigini le gambe che mi scattano e 
l'idea di essere in un affare chiuso dal quale non posso uscire. Ma io amo viaggiare voglio vedere quanto più posso, voglio muovermi. 
Mi dicono che lei non va assecondata, che se la assecondi non vivi più perché lei si prenderà tutte le tue abitudini normali e tu per paura cercherai di evitarle, ma tanto non servirebbe lo stesso perché si prenderebbe anche quello che resta. Non voglio vivere col pensiero di aspettarla, aspettare con ansia l'arrivo dell'ansia è faticoso già solo scriverlo. Lei mi cammina affianco e si nutre dei momenti in cui sono più debole, più stanca, un po' agitata, anche se quelli che adora sono i momenti di pace, di relax, quelli in cui dici "ok ora stacco il cervello, mi riposo sto bene nulla può andare storto perche voglio e posso stare bene" eccola lì...non aspettava altro le gambe si fanno molli il respiro si affatica la gola si stringe il sudore si alterna ai brividi e hai completamente perso il controllo del tuo corpo, la vista è annebbiata e ti vedi come se stessi guardando te stessa in TV, ti vedi ma non puoi aiutarti. Inizi la respirazione, poi l' autoipnosi, poi pensieri positivi, training autogeno a volte preghi anche perché quando vedi che qualunque cosa non sembra funzionare allora preghi di addormentarti e svegliarti il giorno dopo quando è tutto passato, preghi che quel peso al petto si dissolva, preghi che qualcuno o qualcosa ti aiuti perché sei sfinita . Quando il giorno dopo ti svegli sei debole, ti senti stupida perché in fondo volevi solo passare una serata tranquilla, fare un viaggio,una gita... respirare, mangiare, guardare un film. Oppure, se hai avuto la fortuna di non essere sola ti senti in colpa per lui/lei, perché gli hai rovinato la serata, perché ha visto la parte più vulnerabile di te, perché lo hai fatto morire da paura o sentire disarmato.

Oggi è il 24 luglio, sono a Creta, in vacanza, dopo un periodo un po' tormentato ho pensato "una vacanza non potrà farmi che bene, così resetto, ricarico le batterie e quando torno sono pronta a ripartire".
Ho fatto le mie lotte in pullman, in aereo, e ce l'ho fatta, ieri sera ero al ristorante con il mio ragazzo,il mare, affamata, senza nessun motivo apparente che potesse farmi pensare all'incubo che poi ho /abbiamo vissuto. Prima il caldo asfissiante, la debolezza, il corpo ti abbandona, la testa vuole fare una cosa ma il risultato è pressoché l'opposto. Sono andata in camera "al sicuro" mi sono lasciata andare, lui non mi ha mai lasciata, mi ha detto le cose giuste, mi ha aiutata a respirare, mi ha guardata senza parlare, ha cercato di farmi mangiare e mi ha fatta piangere fino a sentirmi scarica...non mi ha mai fatta sentire in colpa, inadatta, malata...pazza. Stanotte ho di nuovo capito che ho bisogno di aiuto e che da sola è troppo difficile, sono combattiva, non ho intenzione di lasciarla vincere, anche se a volte non la penso così. Sono fortunata ho una famiglia, un fidanzato, degli amici che sanno e che capiscono che con curiosità e con l'intento di aiutarmi hanno accettato di entrare in questo mondo. 
Questo è per chi non ha questa stessa fortuna, per chi affronta tutto sentendosi dire" è solo stress" "è un po' di ansia stai tranquilla", non è cattiveria, non sempre almeno, ma se non provi non puoi capire e non vi auguro di provare ma almeno di cercare di capire, magari affianco a voi c'è chi  vive apparentemente una vita normale ma in realtà vive una lotta continua contro di lei.


Sara

sabato 26 maggio 2018

Emetofobia, la battaglia di Elena contro il male che viene da dentro


Ciao, mi chiamo Elena*, Yume in arte. Molti di voi non mi conosceranno molto probabilmente, ma il messaggio che voglio trasmettere è indirizzato a tutti, poiché si tratta di crescita personale mia e vostra. È molto importante per me che tutti siano al corrente di ciò, non tanto per egocentrismo quanto perché quel che ho vissuto io in questi mesi non debba viverlo più nessun altro.

Partiamo però dall’inizio, dal problema di fondo, che ha messo le radici all’interno del mio corpo e ha lasciato crescere quella pianta velenosa nel mio cuore che mi ha portato ad assentarmi per gran parte dell’anno scolastico di quarta liceo: fin da quando ho memoria ho sofferto di emetofobia (ossia, la fobia di vomitare o di vedere altri che vomitano), anche se sono riuscita a dare un nome a questa fobia solamente da poche settimane. Da piccola non sapevo cosa avessi, ma ogni giorno piangevo per la paura di vomitare. Nessuno sapeva che fosse qualcosa di simile anche per colpa mia, che da bambina quale ero mi esprimevo solo con un “mi fa male lo stomaco”, senza dire altro, piangendo e basta divorata dalla paura. Crescendo, in famiglia mi hanno aiutato a capire che non era lo stomaco a “fare male”, ma che era la mia testa che, a causa della mia paura, mi metteva in agitazione, e così per diversi anni ho imparato a controllare questa fobia, che ancora pensavo fosse una cosa da “bambini”, che crescendo sarebbe scomparsa. Ma, ahimé, mi sbagliavo.

Nell’aprile 2017, nell’ultimo giorno di gita scolastica, ebbi il primo attacco di panico a causa dell’emetofobia, che fortunatamente passò nel giro della mattinata anche grazie all’aiuto di una mia compagna di classe e di stanza che mi è stata vicina in quei momenti, dei professori e del supporto di mia madre al telefono, e di tanto, tanto autocontrollo. Pensavo che fosse un caso, che sarebbe finita lì, ma non è stato affatto così.

I mesi restanti di scuola li feci serenamente, l’estate fu fantastica, ma a settembre ebbi un nuovo attacco di panico, durante la notte passata a casa di una cara amica, prima che iniziasse la scuola. Anche quella volta, con l’aiuto suo, della persona che adesso è il mio ragazzo, e di mia madre (che mi sgridò per averla svegliata nel cuore della notte per qualcosa di simile, e nei suoi panni al tempo le avrei dato anche ragione), ma soprattutto con l’aiuto di me stessa e di tanto autocontrollo, di una ripetizione continua di “sto bene, sto bene, sto bene…” riuscii a calmarmi.
Per un altro mese la situazione fu tranquilla, ma nulla fu più lo stesso…

La sera iniziai ad aver paura di andare a dormire, perché spesso mi svegliavo la notte agitata o molto tesa, alcune di queste notti avevo anche degli attacchi di panico senza però ancora sapere che fossero realmente quelli. La situazione non fece altro che peggiorare, ogni giorno che passava, e dall’inizio del 2018 in particolar modo questa fobia iniziò a condizionare in maniera pesante la mia vita.

Mi resi conto che, per la mia fobia di vomitare, oltre alla già presente paura di dormire iniziò a venirmi la paura di mangiare, perché nella mia testa si era innescato un meccanismo: “Se io non mangio non posso vomitare”, e la sensazione di fame iniziò quasi a essere qualcosa che cercavo più spesso, perché ero consapevole di non avere nulla in corpo che avrei potuto buttar fuori. In quel momento, quando confessai di avere paura di mangiare, mia mamma mi portò dallo psicologo; feci la prima seduta a fine gennaio, prenotando la successiva a distanza di un mese. Ma era già troppo tardi: gli attacchi di panico, che prima era qualcosa che accadeva qualche volta la notte, erano diventati un appuntamento giornaliero, potevano capitare a qualunque ora, che fosse la mattina appena sveglia, in pieno pomeriggio o nel cuore della notte. Svolgere ciò che faceva una persona normale era diventato estremamente difficile, come il semplice frequentare la scuola: iniziai a fare più assenze e a uscire prima.

Nella seconda settimana di febbraio, quando il mio ragazzo scese da Torino per stare con me qualche giorno, ci fu un altro episodio che mi ha segnato profondamente, ma prima di raccontarlo facciamo un passo indietro, tornando agli inizi del 2018.

Ho avuto l’immenso piacere di incontrare il mio ragazzo, di vederlo per la prima volta fuori da uno schermo, la persona che mi è stata più accanto in tutto questo tempo, anche nel cuore della notte, durante le ore scolastiche, ogni volta che avevo bisogno di lui. L’ultima sera che restava siamo tutti insieme andati a cena al ristorante giapponese, essendo amanti del sushi. La serata si concluse nel peggiore dei modi: quando andai in bagno sentii chiaramente qualcuno vomitare nella porta affianco. Da quel momento fino a tarda notte ebbi attacchi di panico, che mi portarono ad avere la paura di mangiare fuori.

Torniamo ora al mese di febbraio, il mio ragazzo torna e proviamo ad avere il nostro primo appuntamento da soli, sempre nello stesso ristorante: mi bastava il pensiero di andare lì per agitarmi, e anche quella serata fu un disastro. Ebbi un nuovo attacco di panico, il primo di una lunga serie che avrei avuto quella sera per cinque ore consecutive, e il mio primo attacco di rabbia. È da quel giorno che non mangio sushi, e da quel giorno non solo iniziai ad avere paura del cibo, ma iniziai a odiarlo proprio, a ridurne drasticamente le porzioni fino a mangiare il minimo indispensabile, a saltare pasti, continuando a cercare quella sensazione di fame che sembrava placare per un po’ le mie ansie.
Alla fine di febbraio cambiai psicologo, perché un appuntamento mensile non avrebbe risolto niente, e iniziai a essere seguita da una privata, con appuntamenti settimanali.

Andiamo adesso al mese di marzo, precisamente al giorno 10: facevo parte di un progetto teatrale, il Festival Dantesco, e quel giorno vi erano le prove generali che non riuscii a fare per colpa di diversi attacchi di panico avuti nella giornata. Cedetti così le mie parti a due ragazze che facevano il progetto insieme a me e lasciai loro un mio dipinto per aiutarle, e per me quella fu un’enorme sconfitta: avevo permesso alla mia fobia di portarmi via un qualcosa che amavo fare.

Ma la cosa peggiore accadde quella notte, tra il 10 e l’11 marzo. Tornare a casa fu devastante la sera, continuai ad avere attacchi di panico sempre più violenti, urlai fino a sentire la gola bruciare e non riuscii neanche ad arrivare a casa: mi fermai fuori sulla strada, in preda ai brividi del freddo e della paura, e a urlare come una disperata nel tentativo di calmarmi, finché non mi venne somministrato un ansiolitico che, nel giro di qualche minuto fece effetto, riuscendo a farmi tornare a casa. In seguito a quanto successo quella notte, iniziai ad avere paura della macchina, di viaggiare e di stare fuori casa. Il giorno seguente, preoccupato per me, il mio ragazzo scese da Torino per qualche giorno, riuscendo per un po’ a placare quell’inferno che stavo vivendo.

Passiamo adesso ad aprile, fine vacanze di Pasqua. Il primo giorno di rientro a scuola feci solamente un’ora e mezza, che passai fuori dalla classe con un attacco di panico, e da quel giorno ho smesso di andare a scuola, iniziando a temerla come temevo qualsiasi altra cosa. Inoltre smisi di fare il laboratorio teatrale che portavo avanti da tre anni con le scuole dei comuni a causa di un altro attacco di panico avvenuto durante una giornata di prove.

Ero stanca, stavo rinunciando a tutto, non riuscivo più a fare niente, mi sembrava quasi di impazzire.
Un’altra notte, con diversi attacchi di panico violenti dalla sera fino a tarda notte fu messa a tacere solo dopo aver chiamato il 118 e dopo avermi somministrato un calmante per endovena, che mi lasciò stordita per tutto il giorno seguente. A me sembrò quasi il paradiso. Da quel giorno, mi misi nelle mani di un neurologo che ritenne necessario prescrivermi calmanti e antidepressivi. I medicinali che prendevo per stare tranquilla continuavano ad aumentare, da chimici a naturali a omeopatici, e ancora la situazione non sembrava migliorare, nonostante tutto il supporto psicologico e farmacologico.

Una mattina mi rifiutai sia di bere che di mangiare, mi portarono al pronto soccorso per cercare di risolvere anche stavolta il mio problema, e dopo un paio di flebo di calmante e due fisiologiche per ciò che non avevo bevuto e mangiato potei tornare a casa.
Poco a poco tentavo di continuare a mangiare, di riprendere in mano la mia vita, ma non riuscivo.
Finché, un giorno, qualcosa non scattò: 7 maggio a mezzanotte e mezza.
Premetto che nei momenti dei peggiori attacchi di panico il pensiero che avevo più spesso era quello del suicidio, perché ero stanca della situazione che stavo vivendo e avrei preferito la morte a una vita in quelle condizioni.

Pochi giorni prima, iniziai a guardare la serie tv “13”, sapendo che forse mi sarebbe stata d’aiuto per cambiare la mia visione del suicidio, e questo riuscì a farmi fare, dopo mesi, il primo passo. Alla fine di quella serie tv, i pensieri suicidi non mi sfiorarono più. Il 6 maggio inoltre, vidi in televisione una testimonianza di una giovane ragazza di 23 anni, emetofobica come me a cui era stata diagnosticata l’anoressia perché, con lo schema del “se non mangio non vomito” era arrivata a pesare 37 chili. Mi arrabbiai, i medici non avevano capito affatto che l’anoressia era solo una conseguenza del vero problema che ha molte sfaccettature. Lei, per esempio, non aveva ansia o attacchi di panico, evitava semplicemente il problema non mangiando. Durante l’estate passò il tempo con la borsa dell’acqua calda sulla pancia, perché le avevano detto che aiutava a digerire, e ciò le portò ad avere ustioni su tutto l’addome. La sua situazione mi fece fare il secondo passo, che fu un semplice pensiero, ma che cambiò completamente la mia vita da quel momento: “Non voglio arrivare a quelle condizioni. Voglio smettere di stare male. Voglio tornare a vivere”.

Il giorno dopo, tornai a scuola a salutare la mia classe, a raccontare loro quanto successo, e fu un altro passo in quel buio tunnel. Fu come svegliarsi da un incubo, sentivo che qualcosa era cambiato. L’ansia iniziò a diminuire poco a poco, gli attacchi di panico pure, i calmanti da prendere al bisogno passarono da due/tre al giorno a uno ogni tanto. Iniziai a programmare le interrogazioni finali con studio individuale a casa per non perdere l’anno, stamattina (22 maggio) ho fatto la terza, e il mio calendario di interrogazioni terminerà il 5 giugno, continuando a lottare in modo attivo ogni giorno, cercando di fare ciò che amo.

Un altro traguardo fu andare a salutare il gruppo di teatro e raccontare anche a loro la mia storia, per trasmettere un messaggio importante che sto cercando di trasmettere anche qui.

Bisogna che sia chiara una cosa: non fate i miei stessi errori, non aspettate, non lasciate crescere quella pianta velenosa dentro di voi, estirpate le radici non appena queste si scavano il loro spazio all’interno del vostro corpo. Al primo attacco di panico toglietevi subito dalla testa il pensiero “è stato solo per stavolta, non accadrà di nuovo” perché potreste sbagliarvi. Accadrà di nuovo, finché non imparerete la lezione, accadrà ancora e ancora, sempre con più frequenza. Al primo attacco di panico rivolgetevi da subito a uno psicologo, con una mente lucida risolverete molto prima i problemi e riuscirete a maneggiare meglio le armi che vi forniranno.

Voglio poi assicurarvi che da questa situazione si esce, ma solo se siete voi a volerne davvero uscire, finché vi crogiolate nel dolore e non agite di vostra volontà la situazione non si risolverà. Ognuno ha bisogno degli stimoli giusti, e prima o poi questi arrivano, bisogna resistere fino ad allora, ma sempre con l’aiuto psicoterapeutico al primo segnale, dal primo attacco di panico, anche se sembra una sciocchezza o qualcosa che non possa accadere di nuovo, fatelo. Rivolgetevi da subito a uno specialista.
Voglio poi dirvi un’ultima cosa, che per me è molto importante e per cui avrò bisogno dell’aiuto di tutti voi: l’emetofobia non è un caso raro che accade a qualcuno e basta, si tratta di un problema che hanno molte più persone di quanto si creda, ma non è diagnosticato come lo sono problemi come l’anoressia o la bulimia.

Ho bisogno che venga sparsa la voce il più possibile affinché venga riconosciuto come un vero disturbo con tante sfaccettature, che può manifestarsi con attacchi di panico e ansia continua, o con il rifiuto di mangiare e sfociare poi in un’anoressia o magari anche in altri modi che fortunatamente non ho avuto modo di sperimentare. Ho bisogno che la mia storia venga ascoltata, per proteggere le persone che soffrono di questo problema ma non sanno di cosa si tratta, per le persone che sanno di soffrirne ma non sanno come uscirne, e per far sì che venga riconosciuto come un disturbo. L’anoressia può portare alla morte come la può portare l’emetofobia… il giorno in cui mi rifiutavo di mangiare e di bere, soprattutto di bere, avevo le ore contate.

Si tratta di un problema più grave di quanto possa sembrare se questo prende una brutta piega, per questo voglio che tutti sappiano quanto accaduto così che nessuno commetta i miei stessi errori.
Vi prego, chiedete da subito aiuto, non aspettate, perché ogni giorno in più che passa senza fare niente è un giorno in più che lasciate al vostro nemico.
E vi assicuro che da questo problema ne uscirete: il vostro obiettivo iniziale non deve essere guarire dall’emetofobia, a cui potrete pensare poi successivamente, la cosa più importante è imparare a controllarla, a non lasciare che la fobia condizioni la vostra vita, non dovete permettere alla fobia di privarvi di ciò che più amate, come ha fatto con me in questi mesi passati. Non abbiate paura di parlarne con uno psicologo, non abbiate paura di dover prendere dei farmaci, non vergognatevene, perché sono le armi giuste per vincere le battaglie e la guerra.
Io mi sto rialzando poco a poco, con l’aiuto del mio ragazzo, della mia famiglia, dei miei amici. Tutti possono rialzarsi e imparare di nuovo a camminare, a vivere.

Vi prego di condividere e raccontare la mia storia, parlatene, fate in modo che si sappia, che questo problema venga riconosciuto.
Ma soprattutto, vi prego di non smettere mai di lottare, qualsiasi sia il vostro problema o la difficoltà che state affrontando.
Non limitatevi a sopravvivere, il tempo perso non tornerà indietro, la vita deve essere vissuta a pieno, fate ciò che amate, non permettete a niente e a nessuno di portarvi via la vostra felicità, non permettetelo neanche a voi stessi. Combattete. So che vincerete.

(Sono Elena*, una ragazza di quasi 18 anni. Mi ritengo una persona creativa poiché amo scrivere, disegnare e suonare; un grande progetto che sto portando avanti adesso è infatti un romanzo illustrato scritto a quattro mani con il mio ragazzo, è la storia che ci ha uniti fin dall’inizio e che mi ha permesso di non mollare mai nei mesi passati, estremamente importante per me e per lui).

Il disegno che illustra questo articolo è stato realizzato da Elena.

di Elena "Yume"

Dal Sito: ilgiunco.net