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venerdì 20 novembre 2020

Come Superare la Paura: Strumenti e Metodi per Affrontarla


Come affrontare e superare le proprie paure

di Martina Truppo

Provare paura è profondamente umano: si tratta della più antica delle emozioni, e tutti noi la sperimentiamo più volte nella vita.

Le paure di ciascuno di noi possono essere più o meno intense, fino a sfociare in vere e proprie fobie, ma ciò che ci accomuna tutti è spesso la volontà di affrontarle e combatterle una volta per tutte.

Qui di seguito troverai numerosi consigli e informazioni utili per comprendere e affrontare le paure più disparate: ti spiegheremo cos’è la paura, come si manifesta e perché la proviamo, quali sono gli errori più comuni nel cercare di combatterla e i metodi più efficaci per vincerla e non farsene più condizionare.

Se vuoi cambiare la tua vita, o semplicemente smettere di rinunciare a vivere pienamente a causa della paura, troverai sicuramente utile questo articolo.

Cos’è la paura?

La paura interessa in misura variabile ogni essere umano. Il Galimberti la definisce: “Emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia”.

Sulla base di vari fattori l’essere umano effettua una “valutazione della minaccia“, che è del tutto personale e intersoggettiva. Ciò spiega come mai alcune persone cercano il pericolo attivamente, dandone una valutazione positiva. Basti pensare agli sport estremi, dove lo stesso esporsi al pericolo viene perseguito come una meta e diviene per chi pratica queste discipline uno dei moventi dichiarati all’azione, che origina piacere e non paura.

La valutazione della minaccia

La valutazione della minaccia è scandita da 5 momenti fondamentali:

Novità o prevedibilità: l’organismo si attiva di fronte a stimoli che siano nuovi, non categorizzati in altre precedenti esperienze, oppure improbabili rispetto al contesto in cui accadono;

Piacevolezza o spiacevolezza: l’organismo valuta il grado di piacere che trae dall’esperienza che sta vivendo;

Funzionalità rispetto ai bisogni: l’organismo valuta l’esperienza in base alla sua utilità o meno rispetto a quanto si sia prefisso di raggiungere, ai bisogni immediati che prova in quel momento;

Gestibilità della situazione: valutazione dell’impatto dello stimolo sugli scopi della persona e sulla sua facilità di gestirlo (coping);

Compatibilità con le norme sociali: l’organismo valuta quanto e se il nuovo elemento possa essere più o meno coerente e compatibile con i principi ed i valori dell’individuo.

Paura e cervello: cosa succede?

La risposta alla paura inizia in una regione cerebrale chiamata amigdala. Da qui, quando ci troviamo di fronte ad uno stimolo minaccioso parte una complessa reazione a catena: vengono rilasciati ormoni dello stress si attiva il sistema nervoso simpatico, coinvolto in quelle funzioni definite di «attacco o fuga».

Il cervello entra in uno stato di allerta, le pupille si dilatano, il respiroaccelera. Aumenta anche la frequenza cardiaca, la pressione e il flusso sanguigno. Viene mandato più glucosio ai muscoli, mentre organi non vitali, come il sistema gastrointestinale, vengono messi in uno stato di ridotta attività. La concentrazione è tutta sul pericolo che si sta vivendo in quel momento, tutto il corpo si prepara ad affrontarlo.

Le strategie di risposta alla paura

Quando parliamo di paura, esistono diverse tipologie di reazione che si esplicano in altrettante strategie comportamentali. La lotta e la fugasono i due opposti che esemplificano la scelta tra evitare e affrontare i problemi.

Vediamo insieme in che modo l’essere umano tenta di combattere la paura.

Immobilità: a volte la persona si blocca, come per essere meno visibile al suo aggressore;

Evitamento: nascondere l’elemento problematico o nascondersi ad esso, tapparsi gli occhi o le orecchie.

Diluizione e negazione: la prima determina un’esposizione graduale allo stimolo, la seconda un evitamento.

Frustrazione/collera: la reazione di rabbia e aggressività comporta una modificazione nell’aspetto e nel comportamento in senso negativo; divenire spaventosi serve per intimidire l’avversario. Da questo può scaturire la reazione di attacco.

Reazione di attacco: il segnale di pericolo trasforma il nostro organismo come se si trattasse di una macchina da combattimento. L’accrescimento della forza è dovuto a una combinazione di adrenalina, noradrenalina e di altri ormoni dello stress.

Sottomissione/pacificazione: si tratta del tentativo di scampare al pericolo arrendendosi e concedendo al “vincitore” tutte le facoltà di gestire ciò che verrà successivamente.

Riconversione: consiste nella ridefinizione della situazione, che viene “ristrutturata” secondo una nuova ottica più positiva o comunque differente da quella che spaventava.

Paura, ansia o fobia?

La fobia consiste in una paura sproporzionata, marcata e persistente e viene classificata come disturbo facente parte dei disturbi d’ansia (DSM-5; 2013). Al contrario, la paura è la risposta emotiva ad una minaccia imminente reale o percepita, mentre l’ansia è l’anticipazione di un’eventuale minaccia futura.

Secondo alcune teorie, le fobie sono una sorta di risposta appresa. Infatti, spesso, le persone fobiche sono cresciute in contesti di persone con paure simili, da cui le hanno assimilate.

Inoltre, la fobia si mantiene nel tempo per il processo mentale e comportamentale chiamato “evitamento”. Con questo termine intendiamo il comportamento volontario della persona, volto a evitare di affrontare la situazione o l’oggetto che causa la fobia.

Le paure più comuni

Ogni essere vivente ha paura di qualcosa. Vediamo insieme quali sono le paure più diffuse:

Acluofobiaquasi tutti, da piccoli, hanno provato questa paura, e quasi sicuramente anche tu! Questo nome complesso, infatti, cela la paura del buio e nasce per evitare di incorrere in pericoli nascosti.

Acrofobia: ossia la “paura delle altezze”, come ad esempio di trovarsi in luoghi quali grattacieli, torri, montagne ecc. È associata a sensazione di vertigini, stati di ansia e di insicurezza.

Aerofobia: la paura di volare. È molto più diffusa e può insorgere in seguito a particolari traumi. Può innescare un generale senso di inquietudine che si trasforma in fortissima paura al solo pensiero di volare.

Agorafobia: è il timore di trovarsi in spazi aperti e luoghi pubblici. Si tratta di una delle paure più invalidanti, può causare il sopraggiungere di veri e propri attacchi di panico.

Glossofobiaovvero la paura di parlare in pubblico. Questo stato di angoscia può provocare un aumento della sudorazione, alterazione della salivazione e risultare anche paralizzante.

Ofidiofobia: la paura dei serpenti, molto spesso temuti soprattutto dai bambini e dalle donne, che avvertono una sensazione di ribrezzo alla sola vista dei rettili;

Aracnofobia: un’altra fobia piuttosto comune, la paura dei ragni, sia di piccole sia di grandi dimensioni. Colpisce indistintamente sia gli uomini sia le donne, e chi ne è affetto evita spesso di frequentare luoghi dove potrebbero trovarsi ragni e ragnatele. In alcuni casi, anche solo l’immagine dei ragni può innescare la paura.

Belonefobia: la paura degli aghi e delle punture. Sono numerosissime le persone che impallidiscono di fronte all’immagine di un ago, avvertendo sudorazione fredda ed eccessiva, pallore e arrivando addirittura allo svenimento. Per tali soggetti, i prelievi ematici sono particolarmente difficili da affrontare.

La paura della paura

La paura della paura è un meccanismo psicologico molto frequente, e si tratta dello sviluppare un’intolleranza alla sola possibilità di poter provare paura, tanto da arrivare al punto di iniziare a pensarci in modo ossessivo.

Soprattutto quando una persona inizia a soffrire di attacchi di panico, ed inizia ad esperire profonda paura per le sensazioni ed emozioni ad esso connesse, comincia anche a provare la profonda paura di poter sentire nuovamente le stesse sensazioni ed emozioni.

A forza di pensarci, si finirà per ingigantire i propri pensieri connessi alla paura e ciò porterà a percepirla molto più spaventosa di quanto sarebbe realmente, tanto da arrivare a “farsela venire”.

Quando la paura si trasforma in panico

Si dice che sia proprio la “paura della paura” ad entrare in gioco quando parliamo di attacchi di panico. Diversamente dalla paura, il panico può bloccareparalizzare e, raramente, iperattivare fino a compiere azioni non ragionate.

L’attacco di panico, così come la paura, attiva tutti gli allarmi fisici: respirazione, cuore, senso di equilibrio fisico, sistema gastrointestinale, si attivano insieme in una sorta di ondata violenta.

Quando una persona soffre di attacchi di panico, non si sente fisicamente in forma, come se i sistemi del corpo non fossero perfettamente allineati e funzionanti e, quindi, il corpo e la mente rimangono sempre in allerta.

Combattere la paura: cosa fare e cosa non fare

Nei momenti di sconforto, quando abbiamo appena avuto un attacco di panico o ci siamo trovati di fronte ad un evento che ci ha impauriti, sembra impossibile pensare di combattere questa emozione.

Iniziamo a convincerci che non c’è via di scampo e che rimarremo per sempre bloccati. Spoiler: esiste una soluzione! Quantomeno, ci sono dei modi attraverso i quali tentare di affrontare la paura e vincerla. Vediamo intanto quali sono gli errori più comuni da evitare e le strategie che invece risultano efficaci.

I 4 errori più comuni nel combattere l’ansia e la paura

Iniziamo a vedere insieme quali sono gli errori più comuni messi in atto dalle persone per sconfiggere le paure. Premessa: non sentirti stupido se anche tu riconosci di esserci caduto, sono così comuni proprio perché apparentemente utiliad eliminare completamente la paura.

Provare a controllare la paurasforzarsi di controllare una paura è una battaglia persa perché la paura si manifesta attraverso dei circuiti che sono molto più primordiali di quelli del controllo consapevole. I centri cerebrali che percepiscono la paura e le danno vita leggono il tentativo di controllo come un altro pericolo, aumentando il livello di tensione.

Parlare costantemente della tua pauraparlare della tua paura è fondamentale in una fase iniziale. Condividere con qualcuno il proprio timore è utile a farlo “uscire” dalla testa, luogo in cui tende ad ingigantirsi. Tuttavia, parlare non basta se non è accompagnato da una reale motivazione ad affrontare la paura. Come un disco rotto ne citi le dinamiche, ne spieghi le evoluzioni, ma non arrivi ad affrontarla.

Evitare la pauraevitare di metterti in tutte quelle condizioni che potrebbero suscitare un certo grado di paura potrebbe farti sviluppare una “paura della paura”, data da un’assenza di esposizione.

Cercare la soluzione negli altricercare di superare la paura tramite la presenza dell’altro è qualcosa che inizialmente ci rassicura molto. Non è sbagliato chiedere aiuto, ma è controproducente pensare di poter vincere le proprie paure solo con il supporto esterno. Ad esempio, il bambino che supera la paura del buio chiedendo la presenza dei genitori finché non si addormenta o addirittura dormendo in stanza con i genitori, in realtà non sta superando la sua paura.

I passi per affrontare la paura

Affrontare le paure può paragonarsi ad un allenamentofaticoso, ma anche gratificante quando si raggiunge l’agognato traguardo.

E’ bene iniziare a piccoli passi, ponendosi obiettivi realistici volta per volta: non possiamo correre 10 km senza aver mai fatto jogging, arriveremmo stremati e con le gambe a pezzi! Vediamo insieme i passi per combattere le proprie paure.

1. La paura non si elimina, si combatte!

Iniziamo con smontare la teoria portante, e cioè che la paura non possa essere assolutamente provata. In genere la richiesta della persona è “non voglio provare mai più paura”.

Pensaci: se una cosa non la voglio assolutamente, sarò infatti costretto a temerla, a controllarla, ad ingigantire, ed evitare. Se invece la percepisco come possibile, accettabile, e gestibile, perché mai dovrei temerla, controllarla o evitarla?

2. Esposizione graduale

Hai paura di parlare in pubblico? Inizia a parlare davanti ad una persona, poi chiamane 2, poi 3 e mano a mano rafforzerai in te la credenza che in fondo non è un gran problema.

È possibile applicare questo metodo dell’esposizione graduale a ogni genere di paura. Nessuno ti chiede di buttarti da un aereo con il paracadute. Potresti però provare a vincere la paura delle vertigini tuffandoti da un trampolino in piscina. Sempre che il problema non abbia implicazioni mediche.

3. Chiediti “Di cosa ho davvero paura?”

Aiutati scrivendo tutte le risposte che ti passano per la testa, anche se ti sembrano assurde.

Ci sono paure ragionevoli tanto quanto quelle irrazionali, e nascono da ragioni che non conoscete. Avete paura del buio? Perché esattamente? Quand’è stata la prima volta che avete provato questa paura? Come reagite quando c’è un blackout?

4. Riconosci le tue risorse

La paura ti fa sentire incapace e inutile. Pensa a tutto quello che hai fatto giorno dopo giorno, e che esigeva forza e carattere.

A volte ci dimentichiamo che il semplice fatto di alzarsi la mattina e svolgere tutti gli impegni che abbiamo esige molte abilità e virtù. Pensa a tutte le cose positive che fai ogni giorno. Non essere avido nel riconoscere i tuoi valori.

5. Immagina la tua vita senza quella paura

Come sarebbe la tua vita senza questa/e paure che ti tormenta? Pensa a come cambierebbero le cose se non vivessi sotto l’ombra della paura. Stila una lista di tutto quello che potresti guadagnarci.

6. Agisci e, se necessario, chiedi aiuto

La cosa più importante non è superare la paura di colpo, ma mettersi in azione per riuscirci.

Datti una scadenza per affrontare ciò che ti fa paura. Se ti sembra impossibile esporti a ciò che ti fa paura, ti consigliamo di rivolgerti a un professionista.

Ricorda che, nella maggior parte dei casi, l’unica decisione davvero difficile da prendere è quella di affrontare la paura. Una volta che ci riuscirai, scoprirai che era tutto nella tua mente, e che la minaccia non era così grave come pensavi.

È possibile liberarsi dalla paura?

La risposta a questa domanda è No”, e per fortuna aggiungerei! La paura va vista come una reazione al pericolo, e pertanto positiva. Essa è tra le emozioni una delle più antiche, e riveste un valore adattivo enorme.

Il coraggio in realtà non andrebbe visto come la mancanza di una percezione di paura, ma semplicemente come un superamento della paura stessa, quindi la persona che viene definita coraggiosa non è necessariamente una persona che non ha paura, ma piuttosto una persona che fa in modo di imparare a gestire quella paura e a superarla.

Strumenti utili per combattere le proprie paure

Sono diversi gli strumenti che una persona può avere a disposizione per affrontare la paura. Te ne suggeriamo alcuni:

Mindfulness: grazie a tale pratica siamo in grado di connetterci con il presente, ridurre lo stato ansioso e sviluppare la capacità di osservare la paura per ciò che è. Meditare crea una zona di confort e sicurezza nella quale esplorare le nostre paure e imparare a gestire le emozioni che ci suscitano.


Yoga: l’allenamento, in particolare lo yoga unito alla meditazione, può trasformare la vita di chi li pratica e aiutare le persone a interpretare le proprie paure in modo diverso e ad affrontarle per sentirsi meglio, grazie alla tecnica delle visualizzazioni.

Psicoterapia: iniziare un percorso di psicoterapia non è facile, soprattutto quando questo esso comporta il venire a contatto con i propri timori. In particolare, la psicoterapia cognitivo-comportamentale rappresenta il trattamento più efficace per la cura della fobia specifica.

Libri per aiutarti a combattere la paura

La lettura è da sempre uno dei metodi di “terapia fai da te” più efficaci. Dunque, eccoti tre libri consigliati per provare a superare la paura:

Pronto soccorso per insicuri cronici” di Bärbel Wardetzki

Trasformare la sofferenza” di Thich Nhat Hanh

Amare senza paura” di Rhonda Britten

Ricorda sempre che nel momento in cui la paura prende il sopravvento su di te e sul quotidiano, inizia ad intaccare le tue relazioni e il tuo stile di vita, è probabile che l’aiuto di un esperto psicologo o psicoterapeuta sia la soluzione migliore.


Dal Sito: voglioviverecosi.com

giovedì 12 novembre 2020

Paura di guidare: cause, sintomi e come superare l'amaxofobia





Ogni persona ha le proprie paure. C'è chi teme l'altezza, chi il buiole malattie o addirittura la morte. Qualsiasi paura è scaturita da una causa ben precisa che, però, non sempre si conosce. Tuttavia, risalire a questa origine risulta molto spesso la chiave per affrontare una volta per tutte tale fobia. Per esempio, lo sapevi che esiste persino la paura di amare, chiamata, dai più esperti in termini tecnici, filofobia?

Oggi, invece, scopriremo meglio una fobia che si dà troppo per scontata, ovvero la paura di guidare. Non tutti coloro che ne soffrono lo fanno per gli stessi motivi: infatti, anche se i sintomi presentati sono quasi sempre gli stessi, ci possono essere molteplici cause dietro di essa. Fortunatamente, ci sono vari modi per vincere l'amaxofobia, a seconda della sua intensità, dei suoi sintomi e anche della sua origine.

Che cos'è l'amaxofobia?

Il termine amaxofobia deriva dal greco amaxos, ovvero carro, e da phobia, che significa, appunto, paura. Essa consiste nella paura di condurre un veicolo che, ai giorni d'oggi, si traduce con la paura di mettersi alla guida. Di solito si riscontra questa fobia in persone appartenenti a diverse fasce d'età, andando dai neo patentati agli adulti con più esperienza. Benché ne possano soffrire sia gli uomini che le donne, si sono constatati più casi tra la popolazione femminile.

Si può distinguere la leggera ansia tipica di chi ha appena preso la patente dall'amaxofobia vera e propria in vari modi. Innanzitutto, lo stress dei neopatentati si attenua dopo qualche mese, soprattutto esercitandosi continuamente nel guidare l'auto e perfezionando la guida nelle strade più "difficili", come le autostrade o quelle a scorrimento veloce. Poi, si riconosce la paura di guidare dal livello d'ansia sproporzionato rispetto alle circostanze. Infine, chi ha questa fobia tende a rinunciare sempre di più al mettersi al volante. Molto spesso, gli amaxofobici si precludono alcune occasioni, di svago o di lavoro, oppure affrontano un viaggio decisamente più complesso piuttosto che prendere la loro macchina e guidare.



I sintomi della paura di guidare

Quando si ha una forte paura di mettersi al volante, generalmente si riscontrano gli stessi sintomi psico-fisici di qualsiasi altra fobia. Innanzitutto, si può notare un'accelerazione del battito cardiacovertigini, brusco aumento della sudorazione e respiro affannato. Inoltre, il senso d'ansia che ci assale quando abbiamo molta paura di qualcosa si può ripercuotere sul tratto gastro-intestinale, scaturendo episodi di nausea, diarrea e altri disturbi gastrici.

Nei casi più gravi, l'amaxofobia porta le persone che ne soffrono a veri e propri attacchi di panico. Soprattutto in una situazione del genere, la paura di guidare non è da sottovalutare, a maggior ragione se il veicolo, macchina o moto che sia, è già in movimento, anche a una bassa velocità.


Le cause

Come abbiamo già accennato, conoscere le cause dietro all'amaxofobia è di grande aiuto per cercare di affrontare e vincere questo timore. Innanzitutto, è importante capire se tale paura sia legata anche a dei fattori esterni oppure al semplice fatto di stare alla guida.

Cause esterne alla guida

Per esempio, ci sono persone che hanno paura di guidare al buio e, quindi, in questo caso l'amaxofobia si unisce alla nictofobia, ovvero al timore delle tenebre. Altre volte, prevale la claustrofobia dovuta a tratti stradali al chiuso come le gallerie oppure al senso di sovraffollamento causato dal traffico dell'ora di punta. Infine, chi soffre di vertigini potrebbe avere paura di guidare sui ponti, sui cavalcavia e persino sui tornanti in montagna.

Cause interne alla guida

Poi, seguono tutti quei fattori che riguardano, invece, l'azione di stare dietro al volante. In tali circostanze, la paura di guidare è riconducibile molto spesso a un trauma. Aver subito un incidente come guidatore o come passeggero, averne visto uno mentre si passeggiava o si guidava o persino aver avuto un familiare o un amico coinvolto in una tragedia della strada è una delle cause principaliche portano una persona a temere la guida di una macchina o di qualsiasi mezzo in generale.

Qualora non si fosse vissuto nessun incidente o episodio traumatico di questo tipo, allora l'origine dell'amaxofobia è del tutto psicologica ed è legata all'aspetto simbolico dell'atto della guida. Gli esperti dicono che questi amaxofobici temono di prendere il controllo su qualcosa che, nella situazione presa in esame, è identificato con un'auto o una moto. In realtà, tale paura è più ampia e consiste nel timore di assumersi delle responsabilità nella vita ediventare indipendenti.

A tutto ciò si aggiunge anche la preoccupazione di fare incidenti, di sbagliare una manovra mentre si è al volante o di perdere il controllo del mezzo dovute magari a critiche che sono state fatte mentre si stava imparando. Infatti, non c'è cosa peggiore di un insegnante o un parente che critica costantemente il neo guidatore e che lo fa sentireinsicuro di sé e delle proprie capacità.

Come superare la paura di guidare

Abbiamo fatto notare come le cause dietro alla paura di guidare siano molteplici e, per questo, non si può indicare un solo modo per affrontare e vincere l'amaxofobia. Tuttavia, se ne soffri, noi ti consigliamo di seguire questi semplici suggerimenti che ti possono essere d'aiuto per riprendere confidenza con la macchina o un altro mezzo di trasporto che hai smesso da tempo di guidare. Qualora non ti sentissi ancora sicura, non rischiare: affronta l'argomento con uno psicologo o psicoterapeuta. Saprà appoggiarti nel superare questa fobia con calma e cercando di scoprire da che cosa sia stata scaturita.

1. Fai ricorso a delle tecniche di rilassamento

Anche nel caso di altre paure, le tecniche di rilassamento possono aiutare ad affrontare meglio l'ansia. Ce ne sono di vari tipi: si va dalla meditazione allo yoga al mindfulness. Tutte queste discipline coniugano l'esercizio fisico al controllo della respirazione e si rivelano perfette per la gestione di ansia e stress. Infatti, se fatte correttamente, aiutano a contrastare i pensieri negativi e a portare energie positive. Mentre si guida, bisogna essere ottimisti e non pensare in continuazione che si potrà causare o essere coinvolti in un incidente.

Se riuscirai ad allontanare le negatività grazie alle tecniche di rilassamento, potrai notare quanto sia piacevole stare al volante: una sensazione di libertà e indipendenza davvero unica.


2. Scegli un accompagnatore (ma solo per le prime volte!)

Se è da molto tempo che non guidi, puoi o rifare qualche lezione con il maestro di scuola guida oppure chiedere aiuto a un tuo parente o amico. L'importante è che questa sia solo una fase: non potrai sempre guidare in compagnia di qualcuno, altrimenti non lo farai mai in maniera autonoma. Ti consigliamo di far sedere per le prime volte l'accompagnatore accanto a te e, successivamente, di farlo passare sul sedile posteriore. Tutto ciò ti permetterà di assumere più confidenza nelle tue capacità.

3. Ricomincia a guidare poco alla volta

Quando ti rimetti alla guida, scegli un percorso semplice. Inizia con dei giri attorno all'isolato di casa tua. Poi, estendili di qualche chilometro, guidando nelle zone che conosci meglio, così da non avere ulteriore ansia nel controllare la strada. Solo quando avrai acquisito più dimestichezza, passa alle strade a scorrimento veloce, come tangenziali e autostrada, oppure a quelle con più traffico. Fai sempre tutto per gradi, senza esagerare e controllando il tuo livello d'ansia.

4. Crea un'atmosfera serena in macchina

Può sembrare strano, ma l'atmosfera in auto fa molto. Se si tiene il veicolo pulito e in ordine, si avrà più voglia di entrarci e di metterlo in moto. Per questo motivo gli esperti si raccomandano di "prendersi curadella propria macchina, così da creare un ambiente di comfort non solo in casa, ma anche nel nostro mezzo personale.

Ovviamente, puoi trovare questa sensazione di calma e serenità come preferisci. Potresti iniziare con mettere un diffusore per auto della tua fragranza preferita e a scegliere le playlist o i cd con le canzoni che ti piacciono di più. Tutto questo ti aiuterà a rilassarti e a sentirti a tuo agio.


5. Chiedi aiuto a un esperto

Come per tutte le altre fobie, quando si raggiungono dei livelli alti, con magari episodi di attacchi di panico, e quando non si riescono più a gestire gli effetti collaterali, allora la scelta migliore è quella di consultare un professionista. Lo stesso vale per la paura di guidare.

Nel caso in cui essa sia dovuta a untrauma e al conseguente disturbo post-traumatico da stress, è opportuno seguire un percorso di psicoterapia con lo scopo di modificare i pensieri negativi dovuti all'evento traumatico e riacquistare fiducia in te stessa e nelle tue capacità.

Se, invece, la tua amaxofobia è dettata da ansia non di natura traumatica, allora puoi ricorrere a una terapia cognitivo-comportamentalesempre seguita da uno psicologo o da uno psicoterapeuta. Attraverso delle tecniche di rilassamento e a un lavoro di desensibilizzazione della paura, è possibile ricreare gli scenari della guida e persino essere affiancati dallo specialista per i primi giri di prova.


Dal Sito: alfemminile.com




lunedì 3 agosto 2020

Nomofobia la malattia del nostro secolo, tutti ne soffriamo ma nessuno ne è consapevole: ecco di che si tratta

Al giorno d’oggi tutti possiedono uno o più cellulari: giovani, adulti e in alcuni casi anche anziani. Vuoi per necessità, per lavoro o per qualsiasi altra ragione. Al contempo, però, viviamo con l’esigenza di essere sempre reperibili, cercando l’operatore che “prenda” ovunque.

Immancabile, negli zaini e nelle borse, la presenza del powerbank – quasi come una sorta di “salvavita” per le emergenze, in modo da avere sempre la batteria carica, perché va bene tutto ma se lo smartphone si scarica, diventa un “problema”. Esiste, però, come ogni cosa, un discrimine ben preciso tra quella che consideriamo la “normalità” e quello che configura, invece, un vero e proprio disturbo che può portare a conseguenze ben peggiori.

Nello specifico, la dipendenza acuta da cellulare, con annessa paura di perderlo o non averlo a portata di mano e di disporre sempre di credito a sufficienza, è la cosiddetta nomofobia, considerata la “malattia” del nostro secolo. Ai microfoni di NewSicilia è intervenuta la psicologa Claudia Giusi Giuffrida, che si occupa proprio di disturbi d’ansia, dell’umore, panico, fobie, difficoltà comunicative, relazionali e problemi di autostima, per spiegarci di cosa si tratta: “La nomofobia o Sindrome da disconnessione è un termine che deriva dall’anglosassone ‘no-mobile phobia‘, utilizzato per indicare una condizione psicologica caratterizzata da malessere e sofferenza generata dal non avere con sé il proprio smartphone e soprattutto dalla preoccupazione di rimanere disconnessi dalla rete mobile e non essere rintracciabili“.



“Abitudini sempre più frequenti quali rimanere connessi gli uni con gli altri, aggiornare ripetutamente il proprio stato e/o controllare quello altrui per non perdere informazioni, fanno sì che si entri in un circolo vizioso pari a quello di una qualsiasi forma di dipendenza per cui, se per qualche motivo non è possibile procedere come di consueto, poiché la batteria è scarica, manca la connessione o si dimentica il dispositivo, il nomofobico si trova a sperimentare un forte stato d’ansia, fino a sfociare in vero e proprio panico“, ha aggiunto.

Ci sono degli atteggiamenti tipici da attenzionare per capire quando si è di fronte ad un caso del genere e quando no. La dottoressa, a tal proposito, ci ha illustrato tutti i possibili “campanelli d’allarme”: “I segnali principali sono rintracciabili in un’ampia gamma di comportamenti disfunzionali come ad esempio l’utilizzo prolungato del telefono o tablet; controllare continuamente cosa gli amici condividono nei diversi social network; commentare e condividere informazioni; non spegnere mai il proprio smartphone neanche nelle ore notturne e dormire con il dispositivo nel letto; svegliarsi di notte e controllare i vari aggiornamenti; utilizzare lo smartphone in posti e momenti poco pertinenti quali il bagno, il cinema, durante i pasti; monitorare costantemente lo schermo del dispositivo per verificare se sono presenti notifiche, chiamate o messaggi“.

Effetti negativi sia sulla salute mentale che fisica. La dipendenza da cellulare, infatti, come spiegato dalla psicologa Claudia Giusi Giuffrida, diventa problematica se si superano i limiti: “A differenza di una normale apprensione legata alla possibilità di rimanere senza il proprio telefono, si può parlare di nomofobia quando tali preoccupazioni appaiono sproporzionate ed esagerate e la persona presenta sintomi fisici quali battito cardiaco accelerato, alterazione della funzionalità respiratoria, disorientamento, dolore al torace, sensazioni di vertigini, tremori, sudorazione e agitazione, simili ad un attacco di panico”.

Ma non è tutto: “Il disturbo si caratterizza, inoltre, oltre che dalla presenza di comportamenti disfunzionali, anche da pensieri irrazionali quali la convinzione di poter perdere informazioni importanti se non si è connessi ad internet. Il soggetto non ha più il controllo, la modalità di un utilizzo sano e non riesce a fare a meno di una connessione dati e di un dispositivo tecnologico“.

Questa forma di dipendenza, come detto, comporta conseguenze importanti sia sul piano psicologico che emotivo e sociali. Il tutto ha forti ricadute sul soggetto e sulle relazioni sociali: “Lo stato di tensione, stress, nervosismo, ansia e paura incide sulle abitudini quotidiane e sul rapporto con gli altri, determinando isolamento, bassa autostima, instabilità emotiva, aggressività e difficoltà di concentrazione. Effetti negativi si riscontrano anche nell’alterazione sonno-veglia e nella compromissione delle funzioni cognitive quali ad esempio attenzione e memoria“.

Come ci ha spiegato la dottoressa, sebbene tali disturbi siano abbastanza diffusi in tutte le fasce d’età della popolazione, i soggetti maggiormente a rischio sono i giovani dai 18 ai 25 anni. Il perché è presto detto: “Alla base vi è un senso di insoddisfazione della propria vita e delle relazioni sociali e lo strumento tecnologico diventa inconsapevolmente un mezzo di difesa, protezione ed evasione da ciò che spaventa nella vita reale“.

Si compie, così, una sorta di “manipolazione inconsapevole” e si diventa assoggettati completamente a un semplice oggetto. Una dipendenza, quindi, da non sottovalutare, ricordando che èimportante riprendere il contatto con la realtà mettendo in atto alcuni accorgimenti, ma se da soli non si riesce è bene rivolgersi ad un professionista specializzato, tenendo a mente che non è una vergogna chiedere aiuto.

Una volta individuato il soggetto che soffre di nomofobia, pertanto, si deve intervenire. Ecco i consigli della nostra intervistata, esperta nel campo, per superare il problema e ritornare, in un certo senso, “a vivere”: “Dal momento che lo smartphone diventa spesso il principale strumento attraverso il quale ci si relaziona con gli altri, occorre innanzitutto ristabilire il contatto con il mondo circostante, cercando di godere e trovare soddisfazione nelle attività e rapporti interpersonali ‘reali’. Un’utile strategia è dedicarsi ad interessi e hobby che donano piacere, come ad esempio leggere un libro, trascorrere del tempo all’aria aperta, praticare sport o stare con gli altri”.

E ancora: “Occorre, inoltre, imporsi dei limiti in modo da separarsi gradualmente dal dispositivo, introducendo regole quali spegnere il telefono la notte o tenerlo lontano durante i pasti. Ancora, disattivare le notifiche o la suoneria può essere un accorgimento importante, in modo da impedire il richiamo continuo e la tentazione di utilizzare lo smartphone“.

Ebbene sì, la nomofobia è ufficialmente, quindi, la nuova “malattia” del XXI secolo. In parte tutti ne siamo affetti, chi più chi meno, ma ciò che conta è esserne consapevoli e frenare il più possibile gli effetti veramente dannosi. In passato, si era meno connessi ma più presenti, oggi – paradossalmente – la tecnologia ci ha uniti tutti, accorciando le distanze, e il risultato è che siamo sempre online ma “assenti”, poiché abbiamo alzato un “muro” ben più grande. Tutti con gli occhi sullo schermo del proprio smartphone, tutti col telefono tra le mani, sostituendo anche gli abbracci ai like. Si può essere vicini in un attimo ma, nello stesso tempo, abbiamo rinunciato a tanto altro che ha caratterizzato i secoli passati e di cui, oggettivamente, se ne sente la mancanza.

Dal Sito: newsicilia.it

mercoledì 13 maggio 2020

La fobia sociale, un disturbo diffuso


La paura di essere a contatto con gli altri compromette fortemente la qualità della vita

Che l’uomo è un animale sociale è un punto fermo degli studi di psicologia e sociologia. Questo fatto per le persone colpite da un disturbo d’ansia sociale diviene una vera e propria problematica. La fobia sociale è la paura di agire in pubblico così da essere giudicati negativamente, fare qualcosa di ridicolo o che ci porti a non essere accettati dagli altri. Nella vita umana ogni momento è “sociale”, dal lavoro agli acquisti al supermercato, per questo il senso di sofferenza che provano le persone affette da questo disturbo si traduce spesso in un loro ritiro dai contesti sociali, un evitamento di tutte quelle situazioni in cui possono venire a contatto con gli altri. La fobia sociale è un disturbo abbastanza diffuso tra la popolazione, pare che ne soffra tra il 3 e il 13% con maggior incidenza nelle donne. Il risultato di questo disagio è una condizione di sofferenza perenne in ogni situazione in cui si è a contatto con le altre persone. L’ansia provata, per giunta, spesso compromette la performance nelle attività del soggetto, cosa che lo porta ad aumentare la disistima verso se stesso e ad alimentare la fobia sociale in una sorta di circolo vizioso. Questo disturbo, se non trattato, tende a divenire cronico ed a determinare una condizione di sofferenza persistente che può sfociare nella depressione. I sintomi più ricorrenti legati alla patologia sono: palpitazioni, nausea, tensione muscolare, mal di testa, tremori, per arrivare, nei casi più gravi, a sperimentare veri e propri attacchi di panico. La psicoterapia è la via risolutiva della problematica; nei casi di maggior complessità il medico tenderà a proporre anche una parallela terapia farmacologica.


Dal Sito: fulldassi.it

martedì 3 marzo 2020

Esiste la paura di guidare? Sì e si chiama Amaxofobia, tutto ciò che c’è da sapere



Mettersi in auto e spostarsi tranquillamente senza dipendere da condizioni esterne è un elemento determinante che definisce la propria autonomia. Ma non per tutti è così semplice accendere il motore della macchina e mettersi in carreggiata! Esiste una condizione psicofisica che costringe il ‘guidatore’ a vivere una situazione di estrema ansia. In casi particolari, tale paura può esser così forte da spingere l’individuo ad escludere qualsiasi possibilità e condizione, pur di non mettersi dinnanzi al volante.
Si parla di Amaxofobia, una parola di origine greca che sintetizza, brevemente, la paura di guidare. Alcune persone cambiano la propria vita, ed escludono decisioni lavorative o quotidiane lasciandosi divorare dalla fobia. In Italia è molto diffusa; ne soffrono infatti il 64% le donne, mentre il 36% coinvolge prettamente gli uomini. Ma come nasce la paura di guidare? Ci sono rimedi e cure che contrastino l’Amaxofobia?

Innanzitutto l’Amaxofobia nasce da un forte timore causato dal senso di incapacità di mettersi alla guida. Questa ansia per alcune persone è paralizzante; anche solo l’idea di accendere il motore della macchina può portare l’individuo ad avere improvvisi attacchi di panico. Nella maggior parte dei casi, ciò avviene per traumi mai superati. Le persone che ne soffrono percepiscono l’impossibilità di fronteggiare l’eccessiva paura e finiscono di evitare totalmente o parzialmentel’esperienza di guida.

Cosa teme e cosa prova una persona che soffre di amaxofobia

La paura di guidare è un disturbo trasversale, ossia è presente sia nei giovani e sia negli adulti. In generale, se è la tendenza nel sviluppare la paura è forte, l’Amaxofobia aumenta con la crescita e dunque con l’avanzare dell’età. Ciò si verifica soprattutto se, nel corso della vita vi siano stati dei traumi molto profondi. Questa fobia si nasconde di solito, dietro le persone che hanno subito incidenti o che hanno comunque visto coinvolte persone a loro molto care.

Mentre, se un individuo prova molta paura di guidare senza aver vissuto nessun trauma personale, ciò significa che vi è probabilmente un problema di autostima. Chi soffre di Amaxofobia a volte ha semplicemente paura di prendere le redini della propria vita; esattamente come se, il volante di una qualsiasi macchina fosse lo strumento di guida del proprio percorso personale.

La fobia si manifesta in base a diversi sintomi psicofisici, come per esempio: improvvisi attacchi di panico, accelerazione del battito cardiaco, disturbi gastrici ed urinari, senso di vertigini e mancanza d’aria. Ma non solo, fra i sintomi vi è anche la sudorazione eccessiva, tremore e nausea. Evitare di guidare la macchina non è il modo migliore per gestire questa fobia. Vediamo dunque quali sono i migliori metodi per affrontare la fobia.

Come combattere l’Amaxofobia

Numerosi studi attestano che, il percorso terapeutico è essenziale per poter fronteggiare e superare la paura di guidare. La terapia cognitivo-comportamentale(CBT) è un percorso terapeutico dove le persone imparano a riconoscere la distorta percezione che hanno di sé. Il passo successivo sta invece nel ridurre la percezione alterata; l’ansia si abbassa e aumenta progressivamente il proprio controllo su di sé.

Un altro efficace percorso è la terapia di esposizione alla realtà virtuale. Le persone che hanno maturato tale fobia vengono esposte a situazioni analoghe prettamente controllate da terzi. Il terapeuta controlla e insegna a gestire l’ansia durante l’ipotetica realtà ansiogena.

Rendere confortevole la propria auto

Un modo per contrastare la paura può partire dalla cura della propria auto. Cercare di rendere il più confortevole possibile il luogo che genera ansia, è un efficiente passo avanti. Innanzitutto bisogna eseguire diverse sessioni di esercizio mentale; ossia: immaginarsi in macchina, accendere il motore e gestire i diversi comandi. Ciò sviluppa una sottile ma essenziale percezione mentale del controllo. In questo modo ci si proietta meglio nell’ambiente circoscritto e sarà più semplice entrare in macchina.

Prendere dunque confidenza con il luogo, è il secondo passaggio. Si inizia per esempio a toccare i tasti, a visualizzare le marce e a sentire soprattutto il rumore del motore acceso, stando serenamente fermi. Questo significa che, stabilire un rapporto con la macchina converte il senso di paura in legame d’appartenenza.

Un altro modo per ridimensionare la paura è l’estetica. Scegliere delle fragranze gradevoli e una buona musica per le proprie orecchie favorisce il bello ed il confort all’interno della propria macchina. Ma è importante inoltre capire che, la fobiasi affronta gradualmente e a piccoli passi finché non si avrà la netta percezione di sé in un ambiente non più ansiogeno.


Dal Sito: velvetgossip.it 

martedì 10 dicembre 2019

“FOMO” e “NOMO” fobia: di cosa stiamo parlando ?



“L’abuso dei social network può portare all’isolamento,  l’utilizzo smodato e improprio del cellulare può portare non solo divari enormi tra persone, ma anche a chiudersi in se stessi e a alimentare la paura del rifiuto” . Esistono due sindromi connesse all’uso eccessivo della tecnologia e alla dipendenza da smartphone. La prima si chiama “No.Mo.Fobia”: Sta per “no mobile fobia” oppure “Sindrome da Disconnessione”,la paura di rimanere senza connessione alla Rete da mobile,colpisce per lo più giovani tra i 18 e 25 anni. Chi ne è colpito può arrivare a sperimentare attacchi di panico con vertigini, tremore, mancanza di respiro e tachicardia in caso di assenza di Rete mobile o di cellulare fuori uso. La No.Mo.Fobia è connessa all’uso eccessivo dei social network. La seconda sindrome è nota come FOMO,(acronimo che sta per “fear of missing out”, “ansia di essere tagliati fuori” . Le persone temono di essere tagliati fuori da esperienze gratificanti che fanno altre persone e dal continuo desiderio di essere sempre connessi con l’esterno controllando compulsivamente un’eventuale nuova notifica dei social network. È una vera e propria forma di ansia sociale di venire esclusi da eventi piacevoli condivisi nei social, che in qualche modo implica il continuo confronto con gli altri. Per una persona insicura, insoddisfatta e con bassi livelli di autostima, vedere un “post” con tante persone, soprattuttocoetanei che si divertono, potrebbe diventare qualcosa di inaccettabile, provocare risentimento verso se stessi o gli altri, insoddisfazione, agitazione e senso di incapacità. Pur non essendo una patologia riconosciuta a livello clinico, la sua presenza può peggiorare una pregressa condizione di aspetti ansiosi/depressivi.

Il primo a studiare tale fenomeno è stato Andrew Przybylski, ricercatore della Oxford University che, insieme al suo team, mise in luce diversi fattori basilari della FOMO, come: la presenza di ansia ed irrequietezza in assenza del controllo delle notifiche; la maggiore diffusione della problematica tra i giovani, in particolare tra i maschi; la maggiore frequenza nelle persone con scarse capacità attentive; lo sviluppo della problematica tra coloro che utilizzano i social network nel contesto scolastico; la possibile comorbidità ad un basso livello di autostima. Si tratta di uno stato di ansia sociale, dato dal bisogno di essere sempre informati su tutto ciò che stanno facendo gli altri e dalla preoccupazione eccessiva e ossessiva che gli altri facciano esperienze gratificanti nelle quali non si è presenti o coinvolti direttamente (Przybylski et al., 2013). Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza  quasi 8 adolescenti su 10 hanno paura che si scarichi il cellulare o che non gli prenda quando sono fuori casa e tale condizione, nel 46% dei casi, genera ansia, rabbia e fastidio. Questo fenomeno è meno diffuso tra i ragazzi più piccoli, tra gli 11 e i 14 anni, che si fermano ancora al 60% e solo il 32% sperimenta alti livelli di ansia e preoccupazione.

La NOMOFOBIA sarebbe caratterizzata da “ansia, disagio, nervosismo e angoscia causati da essere fuori dal contatto con un telefono cellulare o un computer” ed il risultato sarebbe un incessante controllo del cellulare, che consente di avere la sensazione di monitorare qualsiasi situazione in modo costante. Questo processo potrebbe rischiare di trasformarsi in un vero e proprio meccanismo di dipendenza, completamente analogo ad un disturbo di dipendenza da sostanze. È importante, dunque, riconoscere quali sono i campanelli d’allarme che ci segnalano il rischio di essere affetti da questa patologia. Vediamo quali sono:

Non staccarsidal cellulare utilizzarlo di continuo

Il solo pensiero di essere senza smartphone genera malessere e angoscia;

Aumento repentino dell’ansia, della paura e dell’irritabilità nelle situazioni di sconnessione dello smartphone dalla rete;

Monitorare costantemente il livello di batteria del dispositivo e munirsi di eventuali batterie di riserva o di un caricatore portatile;

Sperimentare, in alcuni momenti, la sindrome da vibrazione fantasma, ossia la sensazione che il telefono stia vibrando o squillando, ma in realtà è solo frutto della propria immaginazione;

Portare sempre con sé il caricabatterie e appena possibile si ricaricare il telefono

Controllare di avere il credito sufficiente affinché non venga bloccato l’accesso a internet.

Connettersi, appena è possibile, alle reti Wi-Fi per evitare di consumare i Mb del proprio abbonamento o della ricaricabile;

Guardare di continuo lo schermo del telefono per vedere se sono stati ricevuti messaggi, chiamate o nuove notifiche sui social;

Non spegnere mai i dispositivi tecnologici nemmeno durante le ore notturne;

Come superare la Nomofobia?

1. Porsi dei piccoli obiettivi. Iniziare a spegnere gli strumenti tecnologici quando non è realmente necessario, ritagliandosi degli spazi offline, quando si mangia, si dorme e si va in bagno.

2. Organizzare il proprio tempo.Pianificare le ore giornaliereevitando di restare costantemente connessi. C’è un tempo per ogni cosa: uno per gli amici, uno per il pranzo, uno per guidare e, certamente, uno da dedicare esclusivamente al web.

3. Disattivare le notifiche. Decidere i momenti in cui guardare e controllare i messaggi ricevuti e le mail.

4. Imparare a rimandare. Non bisogna avere fretta di rispondere subito alle notifiche e ai messaggi e porsi la domanda “posso aspettare?” È importante iniziare a dilazionare il tempo, partendo anche da cinque minuti, per vedere così che è possibile resistere all’impulso.

5. Prendere le distanze. Non utilizzare lo smartphone come strumento indispensabile per addormentarsi o per iniziare la giornata, né tanto meno durante la notte. Bisogna trovare altre strategie in questi momenti, ad esempio leggere un libro per rilassarsi nelle ore serali e dilatare il tempo al mattino prima di mettersi davanti ad uno schermo.

6. Ritagliarsi dei momenti per se stessi. Bisogna cercare di dedicarsi ad attività nuove e diverse, magari all’aria aperta.

7. Parlarne. Se ci si rende conto di avere un disagio molto forte e di accusare i sintomi della dipendenza, è fondamentale poterne parlare con qualcuno.

8. Rivolgersi ad un professionista. Se si pensa che la disintossicazione sia un obiettivo difficile da raggiungere, è bene sapere che ci si può rivolgere ad un esperto, per cercare di comprendere quali siano le motivazioni profonde e le dinamiche sottostanti al bisogno di essere iperconnessi ad uno smartphone.

Impara a riprendere gradualmente il controllo su te stesso,gli strumenti tecnologici, i social, dovrebbero “facilitare” la tua vita non comandarla .

Dal Sito: ilgolfo24.it

giovedì 28 novembre 2019

Ansia, sudore, palpitazioni: come distinguere tra paura, fobia e attacchi di panico? Quali sono le fobie più comuni?

Come si fa a stabilire quando si tratta di "semplice" paura o se si tratta di fobia o attacchi di panico? Quali sono le fobie più comuni?
Avere paura di qualcosa è normale: si tratta di un’emozione strumento dell’evoluzione in grado di proteggerci e di tenerci lontano dalle situazioni pericolose. Detto questo, come si fa a stabilire quando si tratta di “semplice” paura o se si tratta di fobia? Humanitas Salute lo ha chiesto alla dottoressa Katia Rastelli, psicoterapeuta di Humanitas.

“Secondo uno studio condotto dall’American Psychiatric Association – spiegano gli esperti Humanitas in un approfondimento – le fobie si manifestano attraverso l’emozione della paura ma nulla hanno a che fare con la sana e naturale avversione per ciò che ci può danneggiare o addirittura uccidere. Se abbiamo una fobia, infatti, a poco o nulla serve pensare che quello che ci spaventa non può realmente metterci in pericolo, né ledere in alcun modo la nostra incolumità. Una fobia è una paura irrazionale, di solito rivolta ad alcuni oggetti o situazioni specifiche, che si manifesta con una sintomatologia piuttosto chiara. Ciò significa che la fobia, a differenza di quanto credono in molti, è una vera e propria patologia psichiatrica con cui solo negli Stati Uniti convivono approssimativamente 19,2 milioni di persone. Qualunque sia la causa che la scatena, la fobia si presenta di solito con sintomi ben definiti: stati d’ansia, battito cardiaco accelerato, sudore, palpitazioni, tremori, nausea, vertigini e una generale impossibilità di affrontare la situazione in maniera razionale. Al contrario della paura, quando è intensa, la fobia finisce quasi sempre per compromettere il normale corso della vita quotidiana.”

Come nasce una fobia? “Generalmente l’insorgenza di questa patologia psichiatrica è associata al periodo dell’adolescenza e spesso, soprattutto se non trattata o sottovalutata, rischia di accompagnare il soggetto per tutta la durata della sua vita. A soffrirne sono maggiormente le donne, mentre l’incidenza di questa patologia negli uomini è drasticamente ridotta del 50%. In genere la sintomatologia si presenta da sola, in assenza di un evento realmente traumatico, anche se può succedere che la storia personale di chi ne soffre presenti qualche elemento che porti a svilupparla più facilmente. Resta fermo il fatto che la fobia non nasce quasi mai come una reazione controllata e razionale a ciò che è realmente pericoloso, ma come una risposta incontrollata e sovradimensionata che impedisce a chi ne soffre di vivere serenamente anche situazioni quotidiane comuni. Specialmente se non vengono curate, le fobie possono anche manifestarsi con una sintomatologia progressivamente più grave che può sfociare in un disturbo da attacchi di panico.”

L’American Psychiatric Association ha identificato le dieci fobie più comuni: “Si va dalle ancestrali avversioni per gli animali che per i nostri antenati, privi di conoscenze mediche, rappresentavano un pericolo per la vita, alla volontà di evitare luoghi o particolari fenomeni atmosferici, fino alla paura incontrollata di contrarre malattie o, per contro, di sottoporsi a cure che comportino la vista del sangue.
Fra le dieci fobie più comuni citate dai ricercatori figurano l’aracnofobia, ovvero la paura dei ragni e degli aracnidi, l’ofidiofobia, ossia la paura dei rettili e la cinofobia, la paura dei cani. Le persone che soffrono l’altezza, gli spazi troppo vasti o affollati, non sopportano l’idea di volare e hanno paura di tuoni e fulmini, sviluppano rispettivamente l’acrofobia e l’agorafobia, l’aerofobia e l’astrofobia. Soffre invece di misofobia o di tripanofobia chi vive con terrore l’idea di entrare in contatto con germi e batteri e chi, al contrario, rifugge dottori e ospedali perché non riesce a sopportare l’idea di essere “bucato” con un ago. La decima fobia resta però la più insidiosa e indefinita di tutte. Si tratta della fobia sociale: estremamente diffusa quanto sottovalutata o, peggio, scambiata per una scarsa propensione sociale di chi ne è affetto. Chi soffre di fobia sociale evita il contatto con gli altri perché gli genera ansia, soffre terribilmente all’idea di doversi esporre e parlare in pubblico o di interagire in generale in un contesto più ampio.”

“E’importante distinguere un’ansia funzionale, che ci mette in allarme di fronte ad un pericolo reale, da una fobia, ossia una paura eccessiva per alcuni oggetti o situazioni che, nella vita comune, non dovrebbero procurarla – ha spiegato la dott.ssa Rastelli -. Per sua definizione la fobia è infatti irrazionale, perché il pericolo non è reale, tuttavia il malessere che porta con se’ lo è. Lo sa bene chi si trova limitato nella sua vita di tutti i giorni perché non riesce a prendere la metropolitana affollata per andare al lavoro o ad avere contatti con le altre persone perché il senso di disagio provato è troppo forte. Il problema delle fobie, che possono presentarsi con vari gradi di angoscia, è non solo quello di limitare le persone nella vita quotidiana (non guido più, non frequento più spazi aperti, fino al non uscire più di casa) ma anche quello, purtroppo, di sviluppare un’ansia anticipatoria, cioè la paura di trovarsi ancora in una situazione che si sente di non essere in grado di gestire”.

“La prima cosa da fare è comunque quella di valutare l’origine dell’ansia, ossia capire se si tratta di un pericolo reale o no e valutarne l’intensità – ha consigliato l’esperta -. Nel caso in cui il pericolo percepito fosse davvero eccessivo o tale da creare malessere, ci sono strade diverse per intervenire, e la scelta dipende strettamente dalla persona. Esiste una via farmacologica, con la prescrizione di ansiolitici oppure di antidepressivi in base al quadro clinico complessivo che può emergere solo nel corso di una visita da parte di uno specialista. Il farmaco riduce le risposte biologiche dell’ansia e agisce direttamente sul sintomo. L’altra strada è il percorso di psicoterapia che, se da una parte fa parlare il sintomo (da quando succede e perché? Cosa ti sta dicendo la tua fobia? C’è qualcosa che devi cambiare? Che significato ha nella tua storia di vita?), dall’altra lavora sulla capacità della persona di affrontare e gestire le paure e le situazioni che mettono in difficoltà. Questo può essere fatto, per esempio, sia attraverso esercizi di rilassamento, sia attraverso un lavoro sulle cause più profonde che possono aver portato a sviluppare proprio quel tipo specifico di fobia.”

“Nella psicoterapia psicodinamica, per esempio, ogni fobia è riconducibile ad un simbolo e ad un’area specifica dello sviluppo psichico della persona, e racconta molto delle difficoltà che la persona sta incontrando sul suo cammino e per le quali risulta essere, al momento,“poco equipaggiata” – ha precisato l’esperta -. A volte vengono consigliate entrambe le strade parallelamente, dipende dalla gravità del quadro ma anche e soprattutto dal desiderio della persona di mettersi in gioco nella conoscenza di sé”.

Dal Sito: meteoweb.eu

martedì 26 novembre 2019

ATELOFOBIA: LA PAURA DELL’IMPERFEZIONE O DI NON ESSERE MAI ABBASTANZA

L'atelofobia è la paura relativa all’ imperfezione o di non essere mai abbastanza. Le persone con questa paura cercano di raggiungere la perfezione in tutto: rispetto a se stesse, sia a livello fisico che prestazionale. 
Ricercano sempre il raggiungimento di uno standard elevatissimo nei risultati scolastici, nelle prestazioni sportive, al lavoro, nel rapporto con i familiari ed amici. Invece di cercare di vivere in modo spensierato e leggero accettando le situazioni cosi come si presentano spendono molte energie per controllare se stesse e l’ambiente. Il bisogno di controllo e le elevate richieste nascono dalla paura di commettere degli errori che porterebbe loro a dubitare delle proprie capacità.
Le persone con atelofobia mancano di fiducia in se stesse ed erroneamente ritengono che verranno accettate dagli altri solo nella misura in cui saranno ineccepibili, perfette e sempre disponibili nei confronti altrui. Pertanto, si sforzano di eccellere in ogni campo della vita, si mostrano esageratemente compiacenti, immaginando che questo atteggiamento è ciò gli altri si aspettano da loro. In realtà tali standard e la critica non sono richieste che provengono dall’esterno ma dalla persona stessa che tratta si tratta in modo esageratemente normativo.
Essi potrebbero avere avuto dei genitori, o altre figure significative, molto esigenti che li hanno spinti a perseguire obiettivi impraticabili pena l’essere sottoposti a severe critiche o punizioni.
I sintomi dell’atelofobia variano da sudorazione, nausea, attacchi di panico a seconda della situazione e dello stato mentale dell’individuo:
  • Battito cardiaco accelerato;
  • Secchezza delle fauci;
  • Confusione mentale;
  • Tensione muscolare;
  • Iperventilazione;
  • Sensazione di instabilità,
  • Forte angoscia;
  • Sensazione di perdita di controllo;
  • Sentimenti di inadeguatezza.
Per controllare la paura dell’imperfezione e del fallimento può essere utile fare una lista di cose, persone e situazioni temute per poi distruggerla in mille pezzi. Di solito questo semplice stratagemma aiuta la mente rifiutare l’idea di dover sempre essere perfetti, a rilassarsi, e accogliere con maggior disponibilità il rischio di sconfitte ed insuccessi. Anche se si tratta di una soluzione temporanea può risultare efficace anche di fronte al timore di commettere errori più grandi.
L’atelofobia può essere un problema serio quando le paure interferiscono con la vita personale, sociale e professionale. Un trattamento tempestivo è necessario per evitare gravi condizioni che possono ostacolare la capacità dell'individuo di svolgere i normali compiti di routine.
In tal caso è necessario parlarne con uno psicoterapeuta per elaborare l’origine di tali paure ed individuare modalità specifiche ed adeguate per controllare la paura. 
Si sono rivelate utili diverse forme di psicoterapia: l’ipnosi, le terapie di auto-controllo, le tecniche di rilassamento e, nei casi più gravi, anche il trattamento farmacologico con ansiolitici.

lunedì 25 marzo 2019

Fobofobia: i sintomi della paura di avere paura


Ecco cosa è la Fobofobia e come ritrovare il proprio benessere.

La fobofobia è auto-limitante e auto-replicante, in quanto l’individuo che ne soffre potrebbe già avere una o più fobie, e teme quindi di essere afflitto da altre. Può però verificarsi il caso contrario: una persona potrebbe non provare alcun fobia, ed essere terrorizzato all’idea che questa eventualità si presenti, cambiando e riducendo la sua capacità di portare a termine le attività quotidiane.

La fobofobia, come ogni altra fobia, trova origine nei disturbi d’ansia. Non esiste un vero e proprio fattore ambientale esterno scatenante. La fobofobia, come le fobie in genere, è un processo inconscio radicato nella mente delle persone, e i sintomi più comuni consistono nella sensazione di ansia, attacchi di panico, bocca asciutta, nausea, comportamenti isterici, battito cardiaco accelerato, respiro affannato. Il soggetto potrebbe avvertire il bisogno di scappare, e tali sintomi possono causare forte disagio nei soggetti afflitti.

Trovare un trattamento adeguato è dunque importante, in quanto i sintomi possono degenerare, portando la persona ad assumere comportamenti nocivi. Nel caso specifico della fobofobia è consigliato rivolgersi a un professionista, il quale potrebbe consigliare un percorso di terapia, o prescrivere dei farmaci calmanti o antidepressivi. Per evitare l’insorgere di spiacevoli effetti collaterali derivati dall’uso di questi ultimi, sarà fondamentale seguire attentamente le indicazioni del medico.

Dal Sito: benessereblog.it

lunedì 18 febbraio 2019

PERCHÉ LA FOBIA SOCIALE È IL MALE DEL NOSTRO TEMPO

La malattia mentale e i disturbi della personalità sono diventati in meno di un secolo la vera emergenza sanitaria del pianeta, soprattutto nei Paesi industrializzati. Secondo un report dell’Organizzazione mondiale della sanità, entro il 2030 la depressione sarà la malattia più diffusa a livello globale, davanti a cancro e patologie cardiocircolatorie. In Italia, terra diffidente e scettica, l’accettazione della malattia mentale risulta il più duro degli ostacoli, e spesso si tende a sottovalutare i campanelli d’allarme senza consultare uno specialista. Così i genitori possono scambiare la depressione del figlio adolescente per una banale malinconia tipica di un’”età difficile”, o un bipolare può pensare di essere semplicemente “un po’ lunatico” e in preda a sbalzi d’umore. In tanti pensano di essere solo molto timidi, e ignorano di essere vittima di un disturbo noto in psichiatria come fobia sociale. 

I tanti che si affidano all’autodiagnosi per via della paura di farsi visitare da un professionista contribuiscono a generare difficoltà nella raccolta di dati certi sul numero di persone alle prese con la fobia sociale. Secondo gli studi più attendibili, in Italia la percentuale di persone che ne soffre varia tra il 3% e il 13%, una forbice dovuta al sottobosco di patologie non rilevate, casi non analizzati e persone che ignorano il disturbo. Un sociofobico si sente a disagio nel relazionarsi con gli altri, nel parlare faccia a faccia, nel mangiare se osservato, nel fare qualcosa davanti a un pubblico che potrebbe giudicarlo. La patologia e i suoi sintomi sono influenzati dal giudizio che si ha di se stessi, in grado di provocare ansia, attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi e depressione.

Quando si parla di fobia sociale, il manifestarsi dei sintomi è anticipato da quella che viene chiamata ansia anticipatoria: il sociofobico cade in preda all’ansia o al panico ancora prima di uscire di casa. Se ha un appuntamento di lavoro, ad esempio, l’ansia anticipatoria può presentarsi giorni prima, ingigantendo le paure del sociofobico fino a portarlo in uno stato di blocco. Dopo l’evento traumatico scatta l’evitamento, un meccanismo messo in campo per evitare di doversi ritrovare nuovamente in una condizione di ansia ancicipatoria, che porta chi soffre di fobia sociale a procrastinare all’infinito, cercando un escamotage per scongiurare un’altra situazione percepita come pericolosa o dolorosa. Nei casi più gravi l’evitamento può portare alla chiusura sociale. Evitare di esporsi a determinate situazioni significa fuggire dall’incubo delle reazioni incontrollate, come arrossire, balbettare, tremare o sudare. Nascondendosi dalla società, il sociofobico si allontana da quel processo che lo porta a sentirsi continuamente sotto esame, permettendogli di raggiungere una sensazione di protezione assoluta. Questo però, lo porta a rinunciare ai rapporti sentimentali, lavorativi e di amicizia, sostituiti con un palliativo, spesso trovato nel mondo virtuale.  



L’illusione di creare una second life attraverso Internet e i social network non risolve il problema, ma ne allontana le conseguenze. Dietro uno schermo si annullano quelle condizioni che scatenano l’ansia del sociofobico: viene annullato il contatto visivo, c’è una latenza nel botta e rispostadella conversazione scritta che consente di valutare le parole da usare, e soprattutto le sue reazioni non vengono percepite dall’interlocutore. La barriera dello schermo del cellulare o del computer permette di instaurare rapporti con una sicurezza del tutto inedita rispetto alla vita reale, sviluppando un’immagine di sé stessi non vincolata ai propri limiti e alla realtà. È la simulazione di un’esistenza, la proiezione di quello che si vorrebbe essere e non si è, ma allo stesso tempo le conseguenze emotive sono reali: è possibile provare gioia ed empatia, innamorarsi, confrontarsi in rete con persone afflitte dallo stesso disturbo.

Per il sociofobico, abituarsi ai crismi della conversazione online è un modo per evitare i rapporti reali, ma finisce per ingigantire le difficoltà da cui vuole scappare. Chiudersi nel proprio guscio, rinunciando al contatto con il mondo, mettendosi al riparo dagli agenti esterni, è la condanna che si autoinfligge il sociofobico, spesso male interpretata da chi non conosce questa patologia. Un errore comune è il parallelismo tra sociofobico e sociopatico, due termini estremamente diversi ma spesso trattati come sinonimi. Un sociopatico nutre disprezzo per gli obblighi sociali, è insensibile ai sentimenti degli altri fino a rasentare la misantropia, incolpa il prossimo dei suoi problemi, vive in conflitto con il mondo esterno ed è refrattario a qualsiasi norma legata alla collettività. Un sociofobico, invece, conosce bene le norme sociali e ne è intimorito; non prova odio per gli altri ma per sé stesso in relazione alla sua incapacità di rapportarsi con loro. Entrambi i disturbi possono spingere all’autoesilio dalla società, ma le cause scatenanti sono diverse. Un sociofobico che scappa dalla società non è l’uomo che Ernst Jünger, nel suo Trattato del ribelle, chiama Der Waldgang, ovvero colui che si ritira nella selva per opporre una resistenza spirituale al cinismo del mondo. Semmai fugge dalle sue paure perché non è in grado di affrontarle, e quindi fugge da sé stesso.

La sociofobia potrebbe riguardare il 10% della popolazione italiana, ma gli studi sul disturbo sono ancora limitati e spesso contraddittori. Uno di questi, pubblicatodall’Università svedese di Uppsala su Jama Psychiatry, ribalta le teorie precedentemente elaborate. Si pensava infatti che la carenza di serotonina fosse una delle cause scatenanti della fobia sociale, innescata da un processo chimico molto simile a quello della depressione. La ricerca ha invece messo in luce come i malati di fobia sociale producano troppa serotonina nell’amigdala, la ghiandola del cervello collegata alle emozioni e alla paura. La scienza è alle prese con un disturbo relativamente giovane e sconosciuto, esploso con l’evoluzione tecnologica degli ultimi anni e il suo impatto sulla società. 

L’assenza di un protocollo medico ufficiale per la fobia sociale, si traduce in una scarsa uniformità nella diagnosi e nella tolleranza del disturbo. Nella cultura orientale, l’isolamento è accettato in diverse sue forme, tanto che il manuale Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (testo di riferimento della comunità psichiatrica mondiale) è stato aggiornato di recente per evidenziare come la fobia sociale venga diagnosticata con minor frequenza nei pazienti dell’Asia orientale. Alla base di questa distinzione c’è un una differenza tra le due culture: nel mondo occidentale l’imbarazzo o la vergogna sono percepiti in modo diverso rispetto a quello orientale, in cui vengono interpretati come segni di rispetto e dignità sociale. Nella cultura tradizionale orientale, isolarsi dal mondo non è considerato un’anomalia, anche se i numeri di questo fenomeno hanno messo le autorità in allarme, soprattutto in Giappone. Per queste ragioni, è sbagliato esportare nel mondo occidentale fenomeni che non ci appartengono: quando si parla di hikikomori, la sua immagine si riduce a una persona che vive davanti al computer, senza mai uscire dalla sua stanza. Una semplificazione evidente anche negli articoli sugli “hikikomoriitaliani”, in cui il fenomeno è descritto come un disturbo generazionale a livello globale. In realtà, il Giappone ha solo anticipato di alcuni anni le problematiche che ora hanno investito anche l’Occidente: una società iper-tecnologica (e in questo il Giappone non è secondo a nessuno), che isola l’individuo e trasforma l’universo virtuale in una gabbia mascherata da valvola di sfogo, creando un esercito di avatar senza nome e senza vita sociale.

Nascondersi dietro uno schermo è il risultato di una società che si autoesclude, di un virus che degenera nella parola social, allontanandosi dal suo significato per diventare anti-social, farmaco e veleno per il sociofobico. Kafka scriveva: “La mia paura è la mia essenza, e probabilmente la parte migliore di me stesso”. Per chi soffre di fobia sociale la paura è un limite. L’unico rimedio è affrontarla con il sostegno di uno specialista, per accettarla e imparare a conviverci senza doverla considerare una debolezza. Forse è la paura, la paura che ci fa tremare e arrossire, l’unica cosa che un giorno ci distinguerà dalle macchine.

DI MATTIA MADONIA

Dal Sito: thevision.com

giovedì 13 dicembre 2018

Cos’è la Nomofobia, la dipendenza che colpisce i giovani tra i 18 e i 25 anni


La società moderna ha permesso la diffusione di innumerevoli dipendenze ma quanti sono realmente consapevoli di esserne affetti? Esiste un confine labile tra uso ed abuso e ciò riguarda anche il nostro inseparabile cellulare.

Forse vi stupirà sapere che gli esperti hanno etichettato il timore ossessivo di non essere raggiungibili al cellulare come una vera patologia: è conosciuta come nomofobia o sindrome di disconnessione e caratterizza una percentuale sempre più alta della popolazione. Il soggetto che presenta questa sindrome non può far altro che ricercare il contatto continuo ed esasperato con l’apparecchio tecnologico, unico modo per percepire qualsiasi situazione come sotto controllo. Sembrerebbe trattarsi di una chiara conseguenza dell’uso compulsivo dei social network che provocano un uso improprio e pericoloso di un mezzo nato (paradossalmente) con lo scopo di stringere legami, conoscere, comunicare.

Ma chi sono le vittime della nomofobia? Si stima che tale patologia colpisca, in particolare, i giovani tra i 18 e i 25 anni con bassa autostima e problemi relazionali e si possono riconoscere per via di alcuni comportamenti, quali:

  • l’uso regolare del telefono cellulare ed il trascorrere molto tempo su di esso;
  • l’avere sempre con sé uno o più dispositivi ed il caricabatterie, per evitare di restare senza batteria;
  • il mantenere sempre il credito;
  • l’esperire vissuti di ansia e nervosismo al solo pensiero di perdere il proprio portatile o quando il telefono cellulare non è disponibile o non utilizzabile;
  • il monitoraggio costante dello schermo del telefono, per vedere se sono stati ricevuti messaggi o chiamate, o della batteria, per controllare se il telefono è scarico;
  • il mantenere il telefono cellulare acceso sempre (24 ore al giorno);
  • l’andare a dormire con cellulare o tablet a letto;
  • l’uso dello smartphone in posti poco pertinenti.

Tali soggetti, evidentemente fragili, in assenza di rete mobili o di cellulare fuori uso, possono manifestare veri e propri attacchi di panico, con vertigini, tremore, mancanza di respiro e tachicardia, o causare un principio di depressione. Oltre a pericoli per la salute, questo tipo di dipendenze provoca anche  gravi conseguenze sociali: chi viene colpito, infatti, manifesta progressive  difficoltà nel relazionarsi con gli altri, distaccandosene ed isolandosi da chiunque e qualsiasi cosa.

La fobia della disconnessione, con tanta determinazione ed un aiuto esterno può essere sconfitta. Basterà iniziare, seppur a piccoli passi, a distaccarsi dalla causa principale del malessere, lo smartphone e tornare ad interagire con chi ci sta accanto fisicamente.

Dal Sito: liveuniversity.it 

giovedì 6 dicembre 2018

Paura di guidare, cause e terapie



La paura di guidare può assumere forme diverse ed essere una manifestazione di vari disturbi psicologici o problemi relazionali

Tachicardia, sudorazione, tremore, mancanza d’aria, fino all’attacco di panico: sono i sintomi che possono accompagnare la paura di guidare. Paura e ansia alla guida, a diversi livelli di gravità, interessano quasi un terzo della popolazione. Quando i sintomi diventano così intensi da causare un disagio significativo o un’importante compromissione della qualità di vita, si parla di fobia.

La paura di guidare può assumere forme diverse: la persona può temere di guidare da sola, senza una persona di fiducia al suo fianco, o temere di guidare solo in autostrada o strade a scorrimento veloce; può aver paura delle situazioni di traffico intenso, o più specificamente di immettersi in una rotatoria; può temere di guidare in certe condizioni metereologiche, oppure oltre una certa distanza dalla propria casa.

La paura induce ad evitare di mettersi al volante o a ridurre il più possibile la guida, portando a limitazioni anche gravi dell’autonomia personale, alla rinuncia ad attività, a compromissione del funzionamento lavorativo e sociale.

La paura di guidare può avere cause diverse. Nel neopatentato può dipendere da insicurezza e scarsa esperienza e risolversi con una maggiore pratica. In altri casi la paura di guidare è solo una delle molteplici manifestazioni di un più ampio disturbo d’ansia generalizzato, in cui la persona è costantemente preoccupata per un gran numero di situazioni quotidiane. Altre volte, può essere parte di un disturbo da attacchi di panico, in cui la guida costituisce una delle occasioni in cui il panico si manifesta. In altri casi, la paura di guidare rientra in un disturbo claustrofobico, in cui l’ansia è legata al trovarsi in spazi chiusi, o in un disturbo agorafobico, in cui l’ansia è provocata dal trovarsi in luoghi da cui sarebbe difficile allontanarsi (autostrada, ponti, posti affollati).

La paura di guidare può anche essere conseguenza di eventi traumatici, come incidenti vissuti in prima persona o a cui si è assistito. In questi casi, potrebbe essere un elemento di un più ampio disturbo da stress, acuto o post-traumatico.

Ancora, la paura di guidare può essere sintomo di un problema relazionale, in particolare di una difficoltà a separarsi da casa e/o dalle figure significative. Limitando la possibilità di autonomia e rendendo materialmente impossibile allontanarsi più di tanto, consente di restare vicino alle figure significative e di mantenere una dipendenza da loro. Ciò può rispondere a un bisogno di controllo, sia da parte del soggetto che ha la fobia, sia dei suoi familiari, o all’esigenza di perpetuare dei ruoli nelle dinamiche familiari (il genitore che si assume il compito, ad esempio, di trasportare il figlio quarantenne che non riesce a guidare e mantiene così un senso della propria utilità o una qualche forma di potere). Non riuscire a guidare può anche limitare le possibilità lavorative ed essere così il tramite per cui una persona mantiene una dipendenza anche economica dalla famiglia, o dal partner nella coppia.

La paura di guidare può anche essere una manifestazione di ansia sociale, in cui si teme il giudizio degli altri: il timore di apparire incapaci alla guida, di bloccare il traffico ed essere oggetto di scherno dagli altri automobilisti, di non essere capaci di parcheggiare, di apparire goffi alla guida e perciò essere valutati negativamente.

Il trattamento dipende dal contesto in cui si inquadra la paura di guidare. Se è parte di un disturbo d’ansia, il trattamento che si è dimostrato più efficace è la psicoterapia cognitivo comportamentale, che aiuta la persona ad affrontare progressivamente le situazioni temute con un’esposizione graduale e attraverso la modificazione di pensieri e convinzioni distorte (ad esempio “Tutti mi guardano mentre guido”, “Devi essere scattante alla guida altrimenti ti giudicano male”).

Per la paura di guidare conseguente a traumi, il trattamento d’elezione è la terapia EMDR(Desensibilizzazione e Riprocessamento tramite Movimenti Oculari).

Quando invece il disturbo è attribuibile a motivi relazionali, la psicoterapia, sia in forma individuale che di coppia o familiare, mira a sostituire le modalità relazionali inadeguate con altre più adattive, in cui la persona possa individuarsi e funzionare autonomamente pur mantenendo un legame con le figure significative.


Dott.ssa Lucia Montesi
Psicologa Psicoterapeuta

Dal Sito: centropagina.it