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martedì 9 febbraio 2021

La Crisi Fa Emergere Una Forza Che Non Pensavamo Di Avere





La crisi non è da allontanare ma da attraversare. E’ l’unico modo per sciogliere nodi, prendere decisioni, avviare cambiamenti.

E’ arrivato il momento di spogliarci da tutti i pregiudizi legati alla crisi: non è una sfortuna, una disgrazia fine a se stessa o un fallimento. Ma un’occasione di crescita, di arricchimento, di conoscenza di sé.

La crisi può essere una vera benedizione per ogni persona e per ogni nazione, perché è proprio la crisi a portare progresso. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
(Albert Einstein)

Attribuire colpe a se stessi o ad altri per aver fatto nascere una crisi è solo un modo per fuggire dai significati che ogni crisi porta con sé e che vuole portarci. Ciò che siamo chiamati a fare dinnanzi al dolore, al disorientamento e alla confusione è aprire finalmente i nostri occhi interiori. Per poterci scorgere l’occasione di cambiamento.

Non è facile destarci dalla nostra vita di sempre e cambiare prospettiva e modo di pensiero, ma la crisi giunge proprio per aiutarci in questo. Se riusciamo ad abbandonare scuse, pregiudizi, paure e difese siamo in grado di scorgere la via indicata dalla crisi stessa.

In una congiuntura negativa bisogna affidarsi alla creatività: fare della crisi un’opportunità per reinventarsi. Un’altra dote indispensabile è l’ubiquità: essere flessibili, non vincolati a vecchi schemi e a un’immagine rigida della propria persona.
(Jacques Attali)

Nel dolore, nella frantumazione delle nostre certezze e nella confusione che ogni crisi porta con sé possiamo assistere a due tipi di risposte: possiamo farci annientare dagli eventi oppure cavalcarli come un surfista con le onde. Nel primo caso diventiamo servitori delle nostre paure. Se invece decidiamo di sfruttare il maremoto che c’è dentro di noi emerge una forza interiore che non pensavamo di avere.

E’ una forza speciale che nasce solo nei momenti di forte crisi. E’ la nostra ricompensa al dolore che abbiamo scelto di vivere in modo costruttivo e non distruttivo. E’ un’energia così potente da renderci particolarmente vitali, svegli, determinati.

I momenti di crisi raddoppiano la vitalità negli uomini. O forse, più in soldoni: gli uomini cominciano a vivere appieno solo quando si trovano con le spalle al muro.
(Paul Auster)

Affrontare la crisi in questo modo vuol dire risvegliare il proprio intuito, avere fiducia nella vita, affidarsi alla creatività, credere che tutto è il dettato di un maestro divino.

Si comprende così che la crisi porta sempre con sé una ventata di aria nuova, invita a tagliare i rami ormai secchi, conduce a lasciar andare ciò che non ha più senso che resti. E’ il passo fondamentale che precede ogni cambiamento.

Sappiamo che l’inverno precede la primavera e che un bambino per poter iniziare a camminare dovrà specializzarsi nella caduta, ma non abbiamo bene in mente che la crisi è un momento indispensabile alla costruzione di un nuovo equilibro. Non è distruzione: è l’inizio di una nuova costruzione. Che può avvenire solo grazie ad una forza primordiale e generatrice, proprio come quella che sperimenta il neonato quando nasce: non sa a cosa va incontro ma sente che deve seguire quel richiamo di vita e si affida con tutto se stesso al suo intuito. La stessa forza che trova sua madre nel farlo nascere: non potrebbe sopportare un dolore fisico così grande in un momento di stasi.

La crisi ci risveglia, ci mette in moto, ci chiama a sé per mostrarci i nostri tesori interiori.

Non consideriamola più una seccatura.

E’ il nostro fuoco interiore che vuole emergere!

Elena Bernabè

Autrice del libro “Alla conquista delle stelle”


Dal Sito: eticamente.net

mercoledì 24 giugno 2020

Resilienza: affrontare le difficoltà e andare incontro al cambiamento


Il termine resilienza è un termine specifico che appartiene al campo della metallurgia e si riferisce alla capacità dei materiali che ne fanno parte, di resistere agli urti senza danneggiarsi, mantenendo le loro qualità adattive nonostante gli agenti esterni aggressivi.

In tal senso, potremmo pensare la resilienza in psicologia, sostanzialmente, come la capacità di saper trasformare un’esperienza dolorosa in un’esperienza positiva.

Il termine resilienza deriva dal verbo latino resilio, che significa rimbalzare, saltare indietro. Indica, in generale, l’essere resistenti e forti ai traumi, quindi la capacità di affrontare le avversità e superare le fratture che comportano.

Logicamente, il termine resiliente si estende sia ai singoli individui che ad un gruppo esteso di persone. Esso s’impiega spesso per indicare un soggetto in grado di dare uno slancio positivo alla propria vita, raggiungendo obbiettivi importanti, malgrado le circostanze; invece, se applichiamo il termine resilienza ad un gruppo di persone, esso indica la capacità di un gruppo sociale di far fronte collettivamente ad eventi traumatici o catastrofi naturali, adottando linee guida che consentano la sopravvivenza della comunità. In entrambi i casi, sicuramente, vengono utilizzate le abilità di ciascuno in una versione multi-tasking per poter dare un risultato ottimale alla situazione da affrontare.

L’uomo reagisce, in questi casi, attraverso una risposta adattativa, cioè lo stress, che consiste in un insieme di risposte sia psichiche che fisiche agli eventi.

Spesso, come sinonimo di resilienza, viene utilizzato il termine resistenza, ma in realtà viene impiegato in maniera impropria, poiché il primo si riferisce a una qualità aggiunta al proprio modo di vivere, ovvero trovare soluzioni agli squilibri, seppur non previsti, facendone una forza personale; invece si parla di resistenza, quando s’insiste su qualcosa che non ci porta ad un miglioramento, perciò ci arrochiamo a prendere le stesse strade per sentirsi rassicurati ma non per evolvere ed esplorare le proprie risorse. Proprio nel momento in cui attingiamo dalle risorse che non sapevamo di avere, si attivano le nostre capacità resilienti, tracciando un’alternativa a quella che si sarebbe rivelata il nostro unico dolore. In fin dei conti, nel corso del nostro ciclo di vita, gli eventi non sono sempre positivi, né essi sono compatibili con i nostri stati emotivi, né con le nostre situazioni di base.

I fattori che fanno parte delle persone resilienti, sono molteplici. Fra questi, potremo elencare:

l’ottimismo inteso come la capacità di prendere il lato buono di ogni cosa. Questa visione, favorisce il benessere individuale e difende dalla sofferenza perché dona lucidità;

l’autostima, indice di un’equilibrata considerazione del sé che consente di sopportare meglio le critiche, senza subirne gli effetti amari, riducendo la possibilità sviluppare sintomi depressivi;

l’inclinazione propositiva delle componenti quali il controllo, l’impegno e la sfida, ovvero la predisposizione a considerare i cambiamenti come opportunità piuttosto che come minacce;

le emozioni positive, ovvero la capacità di concentrarsi su ciò che si possiede anziché su quel che ci manca.

Allora, come possiamo fare per essere resilienti senza farci assorbire del tutto dalle avversità?

Dovremmo apprendere ogni giorno che questa abilità, pur essendo una capacità innata in alcune persone, va coltivata ogni giorno; si comprende che la quotidianità è un’arma a doppio taglio, la quale si rivela la nostra comfort zone ma, allo stesso tempo, un frame troppo rigido per far emergere le nostre vere competenze. Questa cornice è valida per tutti quegli eventi che comportano un trauma al soggetto, come i lutti e gli abbandoni, i quali richiedono un lavoro di elaborazione e di ristrutturazione del sé di enorme portata.

Migliorare la comunicazione, i nostri valori interpersonali e l’empatia può essere una risposta efficace per fronteggiare le situazioni ostili, perché la scelta è solo nostra, se apprendere una lezione definitiva, per allenare nuove strategie di coping o abbandonarci a noi stessi, per poi magari ritrovarci a fare le stesse domande. Per questo è importante avere una nostra guida, per non sprofondare in patologie più serie, come i disturbi d’ansia, il panico o la depressione.

Le angosce sono, in prima linea, delle spie che ci comunicano il senso d’inquietudine e la vita alternativa, forse più adatta alle nostre necessità in quel determinato momento. Questo segnale va ascoltato anche tramite l’educazione affettiva, il buon uso della lettura dei social media, che è possedere diverse chiavi di lettura, e non solamente leggere il punto di vista dello scrittore.

La resilienza va costruita proprio grazie alle diverse opportunità che ci offre la vita ma per impararla sulla nostra pelle ed insegnarla ai nostri figli, bisogna sempre che qualcuno ci dia il buon esempio.

 
Dal Sito: stateofmind.it 

sabato 13 giugno 2020

Nella vita si può fare di tutto, tranne arrendersi


Non importa quale percorso scegliamo, se quello più breve o più lungo. Non importa se la strada scelta attraversa una foresta, una montagna o se costeggia il mare. In tutte troveremo degli ostacoli, perché la vita è un percorso a zig-zag con periodi di calma, giornate di sole e bufere di neve. Nonostante ciò, non dovremo arrenderci, la nostra volontà è inflessibile e raramente ci tiriamo indietro. Perché nella vita si può fare di tutto, tranne arrendersi.

Diceva Shakespeare che siamo come giardini e che la volontà è il giardiniere che si prende cura di noi. E questa è una grande verità. La psicologia della motivazione ci ricorda che nessun motore è così potente come l’energia che unisce emozioni, pensieri e comportamenti rivolti a uno stesso scopo.

Non esistono ostacoli che ci bloccano se agiamo con fiducia, ricordando quello che meritiamo. Ma ammettiamolo, non è sempre facile adottare questo approccio mentale. Spesso ci dimentichiamo dei nostri punti di forza e delle nostre risorse psicologiche.

A volte il destino ci sorprende con improvvise svolte, quelle in cui sentiamo di non avere più il controllo sulla nostra vita, in cui affiorano una moltitudine di paure. Come gestire queste situazioni? Come onorare quel dovere vitale di non arrendersi mai? Ne parliamo in questo articolo, perché, come già detto, nella vita si può fare di tutto, tranne arrendersi.

Nella vita si può fare di tutto, tranne arrendersi

Nel corso della vita, abbiamo tempo e opportunità quasi per tutto. Per essere felici o tristi. Ridere o cadere nella disperazione. Per amare e odiare, ammirare o diffidare.

Il passo nomade e la mente curiosa ci hanno portato in diversi luoghi, in paesi nuovi dove provare sensazioni inattese. Impariamo e disimpariamo. Correggiamo i nostri errori e ne facciamo di nuovi.

In questo scorrere di cicli e fasi della vita c’è sempre un compagno di viaggio che ci fa da copilota: la forza di volontà. Essa ci spinge a non arrenderci, afferra il timone nelle situazioni più difficili per mantenerci a galla. Tuttavia, come afferma questo studio condotto presso l’Università di Maastricht nei Paesi Bassi, la forza di volontà tende a indebolirsi.

Questa dimensione psicologica è strettamente legata alle emozioni. E, come è facile immaginare, l’umore non sempre è dalla nostra parte. Ci sono giorni in cui l’ansia diventa un peso insostenibile, così come il groviglio della tristezza e il labirinto della frustrazione.

In quei momenti è facile arrendersi, ripetersi che nulla è importante e che è meglio restare fermi farsi travolgere dalla tempesta. Ma non è certo la cosa migliore da fare. Non bisogna arrendersi in (quasi) nessun momento della vita.

Alimentare la forza di volontà che impedisce di arrendersi

Come afferma la American Psychological Association (APA), gran parte dei ricercatori definisce la forza di volontà come segue:

Capacità di impegnarsi per se stessi e per il proprio benessere.

L’abilità di disinnescare i pensieri inutili (come l’idea del fallimento) per dare forza, invece, a quelli che ci permettono di concentrarci su un obiettivo.

Strumento per imparare a gestire le emozioni. Capire in che modo ci bloccano le paure quando cerchiamo di superare un ostacolo o un’avversità.

È una risorsa che si esaurisce. Non siamo sempre motivati. È nostra responsabilità risvegliare e coltivare ogni giorno questa dimensione psicologica.

Pensare di farcela: il segreto dell’autoefficacia

Ripeterci che ce la faremo è il mantra più utile da utilizzare nei momenti difficili. Abbiamo sufficienti risorse interiori per riuscirci, per agire, per risolvere, per gestire. È vero che nessuno ci ha insegnato a essere forti, ma ci sono momenti in cui non c’è altra scelta che rialzarsi e farsi strada da soli.

Albert Bandura è stato il primo a parlare dell’importanza di lavorare sull’autoefficacia, ovvero sulla fiducia nelle nostre capacità di ottenere qualcosa, di migliorare noi stessi e avere successo. Lo stesso Banduraci ha fornito un chiaro esempio di come questa dimensione psicologica può aiutarci.

Immaginiamo di essere in una stanza dove c’è una sola via d’uscita: una porta vecchia e arrugginita chiusa a chiave. Abbiamo a disposizione cento chiavi, anch’esse vecchie e arrugginite, e tra tutte c’è proprio quella che ci permetterà di uscire.

L’autoefficacia è la certezza che prima o poi troveremo quella chiave. Potrebbe volerci del tempo e potremmo anche doverne provare 99 prima di trovare quella giusta. Ma, nonostante tutto, non ci arrendiamo…

Nella vita si può fare di tutto e le persone che non si arrendono profumano di speranza

A volte è necessario accettare la realtà. Ci sono momenti in cui arrendersi, fare un passo indietro o ritirarsi da certe battaglie non è solo la cosa più giusta; ma anche la più sana. Non ci sono dubbi. Nonostante ciò, nel 99% dei casi siamo obbligati ad andare avanti, a risvegliare il coraggio e la speranza in noi per non arrenderci.

Come si suol dire, la battaglia dall’esito peggiore è quella che non combattiamo. La vita ci regala momenti indimenticabili, ma in certi casi si può passare dalla quiete alla tempesta in una manciata di secondi. E in quei momenti, non c’è altra scelta che aprire l’ombrello della speranza e ballare sotto la pioggia aspettando l’abbraccio del sole del mattino.

Perché ci aspetta sempre un domani quando decidiamo di non arrenderci, quando osiamo e risvegliamo in noi il coraggio. Ricordiamolo.

Dal Sito: lamenteemeravigliosa.it

venerdì 12 giugno 2020

Resilienza: accettare sfide e produrre soluzioni creative




Equilibrio non è sempre mantenere le cose come stanno. Del resto, anche il funambolo, per non cadere, oscilla l’asta di continuo.

La vita mi ha insegnato molte cose, ma la più importante è stata la resilienza. Ci si chiede sempre se la resilienza si possa apprendere e come, ma soprattutto come e cosa possiamo imparare dalle persone resilienti. Sì, ma chi sono le persone resilienti? Secondo me le persone con disabilità sono persone resilienti. Ma prima di spiegarvi il perché, la questione rimane sempre la stessa: cercare una nuova definizione di “resilienza”. 

«Giulia, ma come fai ad essere così resiliente? Qual è la tua forza, ti pieghi e non ti spezzi? Le persone resilienti sono quelle capaci di schivare i colpi della vita, quelle che in una corsa a ostacoli non li fanno cadere?». 

No, sbagliato. 

Le persone resilienti si spezzano, anche, si fanno livide e sbagliano anche loro una gara a ostacoli facendone cadere qualcuno… ma allora cosa fanno e cosa sanno fare?

«Giulia, come fai allora?».

Credo che si possa dire che la differenza è che, malgrado gli ostacoli caduti, esse arrivano sino alla fine della gara. Io credo che la resilienza sia un’arte, l’arte di saper accettare le sfide e produrre soluzione creative. La vita è una corsa a ostacoli, ma non come un gara, peggio! Gli ostacoli non sono messi su una pista in piano come nelle gare di atletica, ma sono collocati alle volte in salita e alla volte in discesa, e ogni tanto si presentano anche doppi. 

Ecco, questo accade per tutti. Nella mia vita, come nella vita di tutti, credo, c’è un momento nel quale questa corsa aumenta il suo livello di difficoltà. Quindi, ostacoli doppi e tripli, con doppia frequenza, tutta in salita e anche con un tempo serrato per vincere la corsa. A questo puntole opzioni sono duenon parteciparealla corsa o provare il tutto per tuttoe vincere questa gara. 

Io scelsi la seconda. Scelsi di provare a vincere. La mia gara? Nove mesi di ospedale, comprendere cosa mi fosse successo e rimettermi a vivere e riprendere la mia vita tra le mani e senza l’uso della gambe. Questa è stata una delle più grandi sfide che ho deciso di intraprendere nella mia vita, ma sono sicura che adesso chiunque stia leggendo abbia in mente la grande sfida della propria vita

Nonostante tali esempi, il grande mistero rimane come si può “allenare” la resilienza. Mettiamo subito una cosa nero su bianco: essere resilienti significa essere elastici. Significa essere dinamici. Significa abbracciare il cambiamento. Questa è la prima regola: anche se il cambiamento vi spaventa e vi fa paura, non congelatevi, non allarmatevi, non pensate che l’equilibrio sia mantenere l’equilibrio. Affrontare i cambiamenti, accoglierli e saperli gestire è davvero la base, a mio avviso, della resilienza. 

Ma come essere propositivi davanti a un cambiamento che spaventa? La risposta sta nella strategia: non bisogna visualizzare il cambiamento nella sua totalità e complessità, bensì dividerlo in tante piccole parti e comportamenti da effettuare. È importante iniziare anche solo da un piccolissimo gesto, ma farlo nel preciso momento in cui si sta vivendo, nel famoso qui e ora. 

Mio padre era un alpinista e credo che, senza volerlo, mi abbia insegnato di non pensare solo ad arrivare in cima; mi ripeteva: «Pensa solo al prossimo appiglio. Fattone uno, pensa e prendi tempo per decidere quale sarà quello dopo. Non guardare su, l’importante è l’appiglio che ti serve adesso, perché quello deve reggere tutto il peso per poter andare verso quello dopo». 

Nella vita è la stessa identica cosa: si deve fare un passo alla volta, un appiglio alla volta, perché se la presa, se l’appoggio non sono ben saldi, non riusciranno a reggere il passaggio successivo. E questo si impara con l’esperienza. Passo dopo passo, piccolo cambiamento dopo piccolo cambiamento, vedrete che a un certo punto avrete affrontato il cambiamento nella sua totalità, senza esservi congelati. 

Ora forse alcuni diranno: «Prima o poi arriverà un cambiamento ancora più grande da affrontare. Magari, in quello non riuscirò». Ecco, essere resilienti significa ricordarsi delle proprie capacità, significa essere consapevoli delle proprie risorse, di quelle attuali e di quelle passate. 

Quindi dovete guardare indietro e ricordarvi che quella esatta sensazione di non riuscire a farcela, di non essere abbastanza, di non essere bravi l’avete già provata e almeno una volta avete già sconfitto quella sensazione negativa. Magari vi ricorderete quel momento in particolare, quell’esame o un trasloco troppo impegnativo, un test di ammissione o di quanto eravate innamorati, di un colloquio di lavoro, un nuovo obiettivo più importante. 

La vita è fatta di sfidedove si alzano sempre di più il ritmo e gli ostacoli; le sensazioni e i compiti sembrano sempre più difficili. In realtà, però, cambiano le tematiche, non le nostre sensazioni: l’essere umano tende all’omeostasi ed è naturale quindi dire: «No, non cambio». Tuttavia, capirete che siete cambiati e che vi siete rinnovati mille volte, e che mille volte siete cresciuti e migliorati

Tutti abbiamo un po’ di resilienza, magari abbiamo bisogno solo di riflettere e di ricordare quella sensazione provata alla fine di una gara, quella frase che dice: «Ce l’ho fatta, hai visto?».


Dal Sito: psicologiacontemporanea.it


venerdì 8 maggio 2020

Dolore emotivo: Ciò che non ti uccide ti rende più forte



Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati”disse Ernest Hemingway. Sfortunatamente, ci sono persone che non si riprendono mai dai colpi che la vita dà loro, non sono in grado di permettere che le loro ferite guariscano, e queste terminano condizionando sia il loro presente che il loro futuro.

Il dolore emotivo può diventare molto più resistente e intenso del dolore fisico. Purtroppo, ci hanno educato a evitare il dolore, invece che affrontarlo e usarlo come trampolino di lancio per la crescita. Pertanto, non è strano che quando affrontiamo situazioni che ci causano sofferenza, attiviamo delle strategie che ci fanno sentire ancora peggio e ritardano la guarigione emotiva.

10 modi dannosi di affrontare il dolore emotivo

Il dolore emotivo genera di solito risposte diverse. Se non abbiamo sviluppato le nostre risorse psicologiche di coping, è probabile che agiremo automaticamente, ripetendo comportamenti che abbiamo imparato dai nostri genitori o da chi abbiamo vicino. In questi casi, è molto facile cadere in un ciclo di negatività in cui non troviamo l’uscita.

1. Fuga. Si traduce nel tentativo di allontanarsi con ogni mezzo dall’evento doloroso, dalla situazione che ci sta causando sofferenza. Ma dal momento che il dolore emotivo ha una grande componente soggettiva, non c’è posto al mondo in cui possiamo scappare da noi stessi, quindi questa strategia di evitamento di solito non è molto efficace.

2. Repressione. È un meccanismo di difesa che attiviamo quando crediamo di non essere in grado di affrontare il dolore emotivo. Consiste nel cercare di dimenticare gli eventi, in modo tale che non causino sofferenza. Il problema, ancora una volta, è che non possiamo semplicemente dimenticare perché quei contenuti rimarranno attivi, dal momento che non li abbiamo elaborati come parte della nostra narrativa di vita.

3. Negazione. Abbiamo scelto di ignorare la sofferenza, agendo come se non esistesse. Ogni volta che sentiamo una fitta di dolore diciamo a noi stessi che non sta succedendo nulla, che tutto sta andando bene. Ovviamente, negare la realtà non la farà scomparire.

4. Proiezione. In questo caso il dolore emotivo viene proiettato sugli altri. Quando mettiamo in azione questo meccanismo ci diciamo che noi stiamo bene, che sono gli altri a soffrire. Crediamo che non riconoscendo la sofferenza, questa scomparirà come per magia.

5. Regressione. Quando il dolore emotivo è molto forte, a volte ci rifugiamo in periodi precedenti della nostra vita, in cui ci sentiamo molto più a nostro agio e al sicuro. La nostalgia, e il bisogno di guardare indietro per sentirsi bene, indicano spesso che stiamo vivendo un presente che non ci piace. Tuttavia, per superare qualsiasi tipo di dolore emotivo è essenziale guardare avanti, non rimanere bloccati nel passato.

6. Isolamento. Più profonda è la ferita, più privato è il dolore. A volte non troviamo un modo per esprimere quella sofferenza, così finiamo per isolarci, viverlo in privato e permettergli di consumarci. Il problema è che l’isolamento genera solitudine e la solitudine innesca la depressione, introducendoci in un circolo vizioso che alimenta la sofferenza.

7. Razionalizzazione. Se crediamo di essere una persona profondamente razionale, che non può essere influenzata dalle emozioni, rifiuteremo il dolore emotivo e cercheremo delle cause razionali che possano confortarci. Il problema è che spesso questo processo porta all’autocolpevolizzazione, che genera problemi ancor maggiori a livello emotivo.

8. Spostamento. In questo caso cercheremo di trovare un colpevole fuori di noi, a cui possiamo attribuire la responsabilità del nostro dolore. Ma la verità è che la ricerca del capro espiatorio ci impedisce di assumere la nostra parte di responsabilità e imparare dall’esperienza. Pertanto, quel dolore sarà stato inutile.

9. Sostituzione. In questo caso, la strategia che scegliamo per affrontare il dolore emotivo è sostituire i pensieri che ci feriscono con altri, per evitare la sofferenza. All’inizio, non ci sarebbe nulla di sbagliato in questo, il problema si presenta quando la sostituzione dei pensieri viene fatta con l’obiettivo di negare l’evento o quando usiamo affermazioni ingenue come “stai molto bene, non succede assolutamente nulla”.

10. Ripetizione. È una delle peggiori strategie che possiamo usare per affrontare il dolore emotivo perché consiste nel ripassare, più e più volte, l’accaduto. La nostra mente si trasforma in un cinema in cui proiettiamo continuamente i fatti, cercando di ricostruire anche il più piccolo dettaglio nel tentativo di trovare consolazione o una spiegazione. Ovviamente, questa strategia non fa che alimentare il problema.

3 passi per superare il dolore emotivo

1. Il dolore non è tuo amico, ma neppure il tuo nemico

Il dolore è dentro di noi, non possiamo sfuggirgli, anche se è vero che in alcuni casi è conveniente allontanarsi dalla fonte che lo causa. Ma è sempre necessario fare un profondo lavoro interiore.

Negare il dolore non è il modo migliore per affrontare la sofferenza. Il dolore emotivo è un sintomo, il segno che qualcosa non va e dobbiamo “ripararlo”. Pertanto, il primo passo per superarlo è accettarne l’esistenza e imparare a conviverci finché poco a poco scomparirà.

Quando soffriamo un’esperienza traumatica le tracce dolorose rimangono impresse nel nostro cervello. I neuroscienziati dell’Università di Harvard chiesero a delle persone che avevano subito un trauma di ascoltare una descrizione dell’accaduto, nel frattempo veniva scannerizzato il loro cervello. Scoprirono così che quando le persone non erano in grado di voltare pagina, si attivavano soprattutto l’amigdala, il nucleo della paura e la corteccia visiva, il che significa che stavano rivivendo questi eventi in modo particolarmente intenso.

Al contrario, nelle persone che erano riuscite a superare il trauma, si attivò l’area di Broca, responsabile del linguaggio. Ciò significa che queste persone trasformarono l’evento doloroso in un’esperienza narrativa che incorporarono nella loro storia di vita, così da riuscire ad alleggerirlo, almeno in parte, del suo impatto emotivo.

All’inizio, l’idea è quella di prendere atto del dolore, come potremmo prendere atto del resto delle cose che ci circondano, ma cercando di non drammatizzare ancora di più. Per esempio: “provo dolore, ne sono consapevole ed è una risposta normale che svanirà con il passare dei giorni”. Certo, non si tratta di accettare solo quel dolore, ma anche tutti i sentimenti che porta con sé, dalla rabbia alla frustrazione.

2. Accettazione radicale: a mali estremi, rimedi estremi

Lo psicologo William James scrisse: “accettare ciò che è accaduto è il primo passo per superare le conseguenze di qualsiasi disgrazia”. Se continuiamo a rimuginare sull’accaduto, non potremo mai voltare pagina.

Tara Brach ci propone di praticare l’accettazione radicale, che consiste in “riconoscere chiaramente ciò che proviamo nel presente così da poter affrontare quell’esperienza con compassione”. Questo significa accettare tutto ciò che ci accade nella vita senza opporre resistenza. Non significa rassegnarsi, ma assumere che certe cose sono successe e non possiamo cambiarle, invece di emettere continuamente giudizi di valore che ci immergono in un ciclo di negatività, come ad esempio: “non doveva andare così”, “non è giusto” o “perché proprio a me?”

Quando accettiamo un evento, per quanto doloroso, riusciamo a capire che questo evento fa parte del passato e che ciò che condiziona il nostro presente sono i pensieri e le emozioni che stiamo alimentando. Certo, non è facile, l’accettazione non arriva in un colpo solo, è un processo che richiede un arduo lavoro psicologico.

Mentre accetti che l’accaduto appartiene al passato, il tuo cervello lo elaborerà finché non riuscirai a “sconnetterlo” dal tuo presente. Quando accetti che non puoi cambiare quello che è successo, il cervello smetterà di cercare soluzioni, il che significa che smetterai di rimuginare e rivivere l’esperienza dolorosa nella tua mente.

3. Ricomporre i pezzi rotti che il dolore lascia dietro di sé

L’avversità colpisce tutti, siamo noi che dobbiamo imparare non solo a sopravvivere, ma anche ad uscire rafforzati dall’esperienza. Essere dei sopravvissuti che trascinano con sé il dolore emotivo può diventare un vero incubo.

Ci sono persone che hanno la capacità innata di ricomporre i pezzi rotti, sono persone resilienti che dispongono di risorse straordinarie per il recupero emotivo. Altri devono sviluppare quelle abilità. Secondo lo psicologo Guy Winch, “la perdita e il trauma possono fare a pezzi la nostra vita, devastare le nostre relazioni e sovvertire la nostra stessa identità”, ma è necessario ricomporre quei pezzi.

In realtà, le esperienze traumatiche che lasciano dietro di sé una grande sofferenza sono così dolorose, tra le altre ragioni, perché fanno a pezzi le nostre convinzioni rispetto al mondo, facendoci notare che non è un posto così sicuro come pensavamo. Questa scoperta può essere piuttosto destabilizzante, perché non si tratta solo di riprendersi dal colpo subito, ma ci rende consapevoli che la vita può infliggerci colpi ancor più dolorosi.

Per curare la ferita abbiamo bisogno di tempo e di un profondo lavoro introspettivo. Infatti, molto spesso non si tratta di rimettere i pezzi rotti al loro posto, come faremmo con un vaso rotto, ma trovare nuovi modi di far combaciare quei pezzi. Questo significa che potresti trovare un nuovo significato della vita, capire in che modo questa esperienza ti ha reso più forte o addirittura sentirti incoraggiato a intraprendere nuovi progetti. Se usi il dolore come un’opportunità per crescere, invece di vederlo solo come una fastidiosa pietra sul tuo cammino, non sarà stato invano.

domenica 26 aprile 2020

La forza del cambiamento è dentro di voi



Alle volte il sentiero della vita che stiamo percorrendo non è fra i più positivi. Ci sentiamo frustrati, sfiduciati, niente va bene e non sappiamo come far cambiare le cose.

Quando ci si sente così persi, quando la depressione o problemi anche maggiori ci soffocano, rivolgersi a uno psicologo è un’opzione. Ma chi ci dà la garanzia che risolverà il nostro problema?

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“Nessuno può mettervi in una prigione psicologica, ci siete già.”

-Jiddu Krishnamurti-

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Andare dallo psicologo diventa una via di fuga, a volte anzi ci andiamo perché crediamo di essere incapaci di trovare una soluzione per noi stessi. Ma ne siete proprio sicuri?

Oggi scoprirete che spesso si va dallo psicologo per mera comodità. In realtà, la soluzione è dentro di noi. Scopritela! Imparate a conoscere lo psicologo che giace dentro di voi.

Voi vi conoscete meglio di chiunque altro

Quando andiamo dallo psicologo, questi cercherà innanzitutto di conoscervi. A meno che non sia un vostro conoscente o qualcuno della vostra stessa famiglia, lo psicologo non sa assolutamente nulla di voi.

A prescindere da quanto poco piacevole possa essere il dover raccontare tutto di se stessi ad uno sconosciuto seduto di fronte a noi, spesso questa situazione ha effetti terapeutici.

Parlare di noi stessi ci farà riflettere sulla nostra vita e ricordare momenti che credevamo di aver dimenticato.

Tutto questo sarà importante per risolvere i problemi che ci troviamo ad affrontare in quel momento. Nonostante tutto, però, lo psicologo non arriverà mai ad avere una conoscenza di voi uguale a quella che avete di voi stessi.

Anzi, forse avete intenzionalmente impedito che accada. Sono davvero poche le persone che possono dire di sapere tutto di noi, ed è anche facile che qualche informazione ci scappi.

Sentimenti, pensieri, sogni… sono tutte cose che viviamo da soli e che non possono essere condivise con nessuno. Se state passando un brutto momento, siete voi gli unici a sapere come reagirete e per quali motivi.

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“Solo chi si conosce è padrone di se stesso”

-Pierre de Ronsard-

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Ci sono cose che non vogliamo far sapere a nessuno. Forse il problema che ci affligge in questo momento è legato ad un sentimento di colpevolezza che ci imbarazza, magari proprio qualcosa che non vi sentireste di raccontare al vostro psicologo. Questo aspetto è molto importante ai fini della buona riuscita della terapia.

Essere totalmente sinceri è fondamentale, ma non c’è sincerità più grande di quella che professiamo a noi stessi.

Positività, cambiamento e sforzo

Chi ha detto che sarebbe stato facile? Tutto ciò per cui vale la pena lottare ha prezzo! Per prima cosa pensate sempre positivo.

Siamo di fronte ad una situazione negativa che ci sta rendendo la vita difficile e complicata. Qualcosa di inatteso, che ci sta sfuggendo di mano. Cosa fare di fronte a queste situazioni?

La nostra vita è cambiata, adesso bisogna cercare di superare e cambiare con positività anche la situazione di disagio che stiamo vivendo. Per questo è fondamentale essere pienamente coscienti di ciò che sta accandendo.

Lo psicologo può essere d’aiuto, ma siamo noi a dover credere nel problema e desiderare di superarlo.Altrimenti, lo psicologo non potrà fare nulla per noi.

Immaginiamoci questa situazione: un ragazzo o una ragazza che soffrono di anoressia. Questo disturbo spesso scaturisce da problemi più profondi; non mangiare non implica che lei o lui si vedano grassi, si tratta più che altro di un meccanismo di “autolesionismo” contro qualcosa che fa male.

La persona sa di essere magra, eppure cerca di diventarlo ancora di più. Si sta “distruggendo”, sta soffrendo per qualcosa di più complicato.

Questa persona può andare dallo psicologo, anzi potrebbe addirittura chiedere aiuto di sua spontanea volontà. Sa di avere un problema ed è intenzionata a superarlo. Ma si può lasciare l’intero problema nelle mani dello psicologo? No.

È la persona stessa che dovrà uscire dal problema. Lo psicologo può orientarla, è una figura che consiglia e consente di aprire gli occhi e di scegliere il cammino migliore.

Solo la persona affetta dal problema dovrà tirar fuori le forze necessarie per uscirne. È la sola e unica a poter prendere l’iniziativa per il cambiamento.

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“Un po’ di persistenza in più, ancora qualche sforzo, e ciò che sembrava un fallimento senza speranza può trasformarsi in un glorioso successo”

-Elbert Hubbard-

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Come avete potuto vedere, voi stessi potete diventare il vostro miglior psicologo. Essi possono orientarci, aprirci gli occhi, aiutarci… Ma non possono fare miracoli. La forza del cambiamento, lo sforzo, ricade solo su di voi.

È però importante tenere a mente che se siamo sopraffatti e disorientati, chiedere aiuto ad uno psicologo è fondamentale.

lunedì 23 settembre 2019

Non sai mai quanto sei forte, finché essere forte è l’unica possibilità che hai 



Bob Marley disse: “non sai mai quanto sei forte, finché essere forte è l’unica scelta che hai”. E non sbagliava, perché la verità è che non sappiamo mai fino a dove posiamo arrivare e quanto possiamo crescere, fino a quando non abbiamo la necessità di metterci alla prova.

Le avversità ti rafforzano

Uno studio condotto da psicologi del King’s College Hospital di Londra e ilRoyal Mardesen Hospital di Sutton ha analizzato come le donne con diagnosi di cancro al seno rispondevano alla malattia. Hanno così individuato cinque diverse attitudini: spirito combattivo, fatalismo, disperazione, preoccupazione ansiosa e negazione.

Questi psicologi hanno scoperto che quando le condizioni cliniche iniziali erano simili, le donne che affrontavano la malattia con un senso d’impotenza, disperazione e fatalismo avevano un decorso peggiore. Al contrario, chi aveva uno spirito combattivo e un atteggiamento resiliente aveva anche una prognosi migliore.

Hanno inoltre scoperto che chi aveva subito traumi importanti in passato e li aveva superati era più propensa a risolvere eventuali problemi che sorgessero in futuro. Questo non solo perché la sofferenza la aveva resa più forte, ma anche perché gli aveva insegnato ad avere fiducia nelle proprie capacità, gli diceva che poteva andare avanti.

A questo proposito Ernest Hemingway disse: “Il mondo spezza tutti e poi molti sono forti proprio nei punti spezzati”. Di fronte alle avversità, possiamo crollare e lamentarci di ciò che è successo o possiamo approffittare della situazione per uscirne rafforzarti.

Uno studio più recente realizzato dalle università di Buffalo e della California, conferma che ciò che non ci uccide ci rende più forti. Questi psicologi hanno analizzato come 2.398 persone di età compresa tra i 18 ei 101 anni affrontavano le situazioni di stress e gli eventi traumatici della loro vita.

Scoprirono così che coloro che avevano vissuto degli eventi negativi durante la vita avevano una migliore salute mentale e un maggiore benessere rispetto alle persone che avevano a che fare con i problemi attuali ma non avevano avuto problemi seri in passato.

Le persone che avevano vissuto gravi avversità in passato, mostravano meno angoscia, non avevano sintomi di stress post-traumatico e mostravano una maggiore soddisfazione nella vita. Inoltre gestivano anche meglio i problemi del presente.

Non v’è dubbio che le avversità rappresentano delle ottime lezioni di vita. Da un lato, ci permettono di testare le nostre risorse e, dall’altro, ci infondono fiducia. Quando abbiamo toccato il fondo, la fiducia che possiamo risalire è essenziale per continuare a lottare.

La regola del 40%

I Navy Seal (reparti speciali della marina statunitense) sono famosi per la loro preparazione fisica piuttosto impegnativa, che spesso li porta fino al limite della loro forza. Secondo loro, siamo in grado di sopportare molto di più di quanto pensiamo e andare oltre a ciò che ci proponiamo.

Questi soldati sostengono che quando la nostra mente dice “basta” in realtà abbiamo raggiunto solo il 40% della nostra capacità. Pertanto, quando crediamo che non possiamo più proseguire e siamo pronti a gettare la spugna, abbiamo ancora un ampio margine di possibilità: il 60% in più.

Naturalmente, queste cifre sono indicative, la cosa più importante è il messaggio alla base: in certe situazioni, quando stiamo per abbandonare tutto, ciò che ci ferma e demotiva non è la mancanza di energia, ma solo un blocco mentale.

La regola del 40% è uno strumento molto utile quando ci troviamo in situazioni difficili perché ci aiuta a superare i nostri limiti e cambiare prospettiva, ci dice che possiamo fare un passo in più, e poi un altro e un altro ancora…

Newt Gingrich, un politico americano, non poteva riassumerlo meglio: “la perseveranza è il duro lavoro che fai dopo esserti stancato del duro lavoro che hai già fatto”.

Naturalmente, questo non significa che dobbiamo cercare le avversità o resistere stoicamente contro venti e maree, ma quando i problemi bussano alla nostra porta, dobbiamo essere pronti ad imparare la lezione e, soprattutto, sapere che possiamo contare sulle nostre forze.

mercoledì 10 aprile 2019

RESILIENZA E BENESSERE PSICOLOGICO: MI PIEGO MA NON MI SPEZZO!

“Non è forte colui che non cade mai , ma colui che cadendo si rialza” scriveva Goethe. Vediamo allora cos'è la resilienza e perché è un ingrediente fondamentale del nostro benessere psicologico!

Come funziona la resilienza e perché è così importante per il benessere psicologico?

Si chiama tecnica del Kintsugi è una particolare arte del restauro praticata in Giappone; quando i Giapponesi riparano un vaso rotto non nascondono i danni nel tentativo di ripristinarne l’aspetto iniziale, ma, al contrario, ricompongono i cocci con un particolare tipo di resina mista a oro che rende visibile ogni singola crepa.

Le cicatrici, i segni delle rotture precedenti non vengono cancellati, ma valorizzati nella convinzione che questi rendano il vaso più bello di come era origine.

È questa l’essenza fondamentale della resilienza: la capacità psicologica di attraversare le avversità e gli eventi negativi della vita non solo senza farsene travolgere ma, riuscendo anche a coglierli come opportunità di crescita e di evoluzione.

Resilienza e benessere: significato di un termine preso a prestito dalla Fisica

Come molti altri termini noti oggi in psicologia, anche quello di resilienza è mutuato da ambiti disciplinari estranei alle Scienze Umane.

Come la parla “stress” anche “resilienza” è un termine che deriva dalla Fisica a va ad indicare non la tensione di un materiale sottoposto ad un carico (lo “stress” appunto della fisica dei materiali), ma la capacità di suddetto materiale di resistere a tale carico e/o di ritornare alla conformazione precedente.

Originariamente dunque, il concetto di resilienza andrebbe a definire semplicemente la capacità dell’essere umano di “resistere”, non farsi danneggiare dall’urto degli eventi.

In realtà, come è stato accennato, questo concetto significa qualcosa di più e di diverso dal “non cedere mai”.

La resilienza infatti non significa essere invulnerabili alle avversità della vita, non consiste nel non farsi toccare dagli eventi negativi, non si tratta di restare uguali a sé stessi respingendo gli urti, ma farsi modellare da essi uscendone rafforzati e, dunque, cambiati.

 

Resilienza e benessere: fattori individuali e sociali

Molti sono i fattori, sia individuali che sociali che gli studi psicologici hanno riconosciuto implicati nella resilienza psicologica.

La resilienza infatti non è una qualità del tipo “tutto o nulla”, che è presente o assente nella mente delle persone.

Rappresenta piuttosto il risultato, sempre dinamico, dell’interazione dell’individuo con l’ambiente sociale e relazionale in cui è inserito.

Diversi ordini di fattori sono infatti coinvolti nella capacità di resilienza per il benessere psicologico (Vaillant, 1993; Cramer, 2000):

> Fattori prettamente individuali, come il senso dell’umorismo, lo sviluppo di capacità di gioco, di immaginazione e di pensiero che consentano di attingere ad un potenziale creativo per a soluzione dei problemi;

> la qualità dell’ambiente familiare e delle precoci relazioni di attaccamento;

> la possibilità di avere accesso ad una forma di supporto emotivo e sociale.

Queste e altre variabili modificheranno il tipo di impatto che le avversità possono avere sulla persona.

Non esiste infatti una misurazione oggettiva del carico di stressassociato ad un dato evento, se ad esempio esso verrà percepito come una rottura eccedente le propri capacità di fronteggiamento (distress) o, al contrario, come una sfida stimolante (eustress).

Dipende appunto dalla valutazione soggettiva che ognuno può fare di ciò che gli accade, alla luce delle risorse che riconosce di avere i sé stesso e nel proprio ambiente di riferimento.

Resilienza e benessere: l’esempio di Alex Zanardi

Un esempio vivente di cosa significhi la capacità di resilienza è quello di Alex Zanardi che ha definito il gravissimo incidente che lo colpì nel 2001 come “Una delle più grandi opportunità della mia vita” diventando di fatto uno dei più grandi campioni sportivi di tutti i tempi.

“Quando mi sono risvegliato senza gambe – racconta Zanardi - ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa”.


Dal Sito: crescita-personale.it

  

martedì 27 agosto 2013

La storia di Vale.



La premessa che voglio fare è che questa é la mia storia, la mia esperienza, e che come tale va letta. Ognuno di noi può farcela a modo suo e con i mezzi che meglio gli si confanno, l'importante é che voglia guarire a tutti i costi, poi come ci riesca è del tutto soggettivo.


Sono entrata nel nero tunnel dell'ansia e degli attacchi di panico due anni fa, circa un anno dopo la morte improvvisa di mia madre nel settembre del 2010, evento che ha letteralmente strappato la mia vita in due.

Nell'estate del 2011 ho cominciato ad avere tachicardie e palpitazioni, nervosismo e sensazioni di inquietudine...dormivo male, piangevo spesso, ero intrattabile. Non sapevo quel che stava per succedere, ne ignoravo la portata, sapevo solo che stavo male.

Un pomeriggio, al cinema, arriva il primo attacco di panico. Stretta al petto, sensazione di soffocamento, di impazzimento, di morte imminente. Scappo dal cinema, comincio a piangere disperata, non so cosa mi succede, le mie amiche nemmeno, il mio pianto dura due giorni, la morsa al petto anche, poi il mostro si placa e io con lui.

Racconto tutto alla mia psicoterapeuta, da cui ero in cura già da tempo per il mio lutto. Da un po' mi aveva avvertita che secondo lei non stavo bene e che la psicoterapia da sola non ce l'avrebbe fatta. Ma io non l'avevo nemmeno ascoltata. Mi consiglia di rivolgermi ad uno psichiatra e io, di malavoglia, ci vado. Seduta breve, diagnosi di depressione secondaria e nevrosi fobica (per la precisione fobia di morire all'improvviso, come mia madre), prescrizione di farmaci, antidepressivi e stabilizzatori dell'umore.

La mia ansia travestita da orgoglio mi fa decidere, a quel punto, che io dei farmaci non ho bisogno e che posso farcela benissimo anche da sola.

Ci penso su, congedo la psichiatra, e comincio un percorso tutto mio, leggo libri, faccio meditazione, vado da un omeopata. Tengo a bada il mostro, certo ma é come combattere un drago con un frustino.

Il mio malessere striscia, mi ritrovo ogni sera a piangere sul letto, senza sapere perché, pensando ormai di essere impazzita. Ogni volta che esco di casa, ecco la morsa al petto. Ogni volta che entro in un supermercato, ecco lì quella sensazione di soffocamento. Deglutisco a fatica, ho gli occhi perennemente sbarrati, i muscoli tesi, il cervello in tilt. Non sono più io. Sono altro da me, sono impazzita dalla paura.

Il mio percorso 'fai da te' va avanti, io arranco ma non mi arrendo alla verità che sto male e devo curarmi.

Finché un giorno arriva l'attacco di panico più spaventoso...in ufficio, all'improvviso mi manca l'aria...capisco che devo calmarmi, ma non ci riesco, tutto è inutile, chiamo l'omeopata che mi dice di respirare, prendere i granuli omeopatici, ma non funziona niente, sono una nave alla deriva. Mentre mi ripeto come un disco rotto che sto morendo soffocata (senza rendermi conto che mentre lo ripeto sto respirando!!!), una collega mi porta di corsa al Pronto Soccorso del Sant'Eugenio di Roma, dove capiscono subito che sto avendo un attacco di panico, mi danno delle gocce e mi spediscono dal loro psichiatra che, dopo avermi fatta parlare due minuti, mi dice delle parole che non dimenticherò mai...mi dice "Lo sai che sei fobica, sì? E anche depressa? Trova uno psichiatra che ti va a genio e comincia una cura. Fai presto." Se quelle parole me le avesse dette in modo meno brusco forse non mi sarebbero entrate in testa così bene. Il giorno dopo, era il 16 dicembre del 2011, comincio le mie sedute dalla psichiatra, accompagnate sempre da quelle con la psicoterapeuta.

Mentre lavoro con loro, imparo a conoscere l'ansia, il panico e le cause che li scatenano, e man mano che li conosco li temo anche di meno, e quando arrivano li riconosco, e li fermo in tempo, specialmente gli attacchi di panico.

Sento quando gli attacchi di panico bussano forte alla mia porta, ma io non apro. Respiro, ragiono. Non mi fanno più paura. Ascolto il panico, cerco di capire cosa vuole dirmi.

L'ansia invece è per ora più strisciante, non entra a colpi d'ariete come il panico, si insinua nelle crepe, e pian pianino me la trovo dentro, e allora lì dipende molto da come sto, da che giornata è, se sto bene, se sono stanca e preoccupata per altro, se si conclude tutto con un pianto liberatorio, se suonando un po' la batteria o coccolando la mia adorata gatta, o se l'ansia deve esplodere per forza e poi scemare.

Di certo, comunque, quegli episodi orribili, improvvisi, devastanti non si sono più ripetuti.

Non ce l'avrei mai fatta senza l'aiuto di quelle specialiste. Ho concluso la terapia farmacologica, non ancora la psicoterapia ma manca poco.

Non tornerò più quella di prima, ma oggi sono più forte e più consapevole.

Il percorso é stato lungo ma dopo il superamento del primo ostacolo - accettare di aver bisogno di aiuto! - tutto il resto è stato relativamente facile.

L'amore delle persone che mi circondano, la competenza dei medici e soprattutto la mia caparbietà mi hanno portata alla guarigione. Ho sempre trattato il mio malessere come una cosa normale, non mi sono mai nascosta né vergognata di parlarne, e d'altronde perché avrei dovuto?

Non vi dico che sono certa di esserne uscita del tutto, d'altronde io sono sempre stata un soggetto ansioso...però so che il peggio é passato, so che è una battaglia infinita, ma adesso ho le armi per combatterla, a volte vince l'ansia, più spesso vinco io, magari un giorno arriveremo ad una tregua definitiva, chi lo sa. E' quello che spero e a cui miro.

Tutto questo solo per farvi capire che si guarisce, se ne esce, vogliatelo con tutta la forza che avete e la strada verso la guarigione vi si spalancherà davanti.

Il nostro nemico lo abbiamo creato noi, e come lo abbiamo creato possiamo distruggerlo.


Credo che spiegare un attacco di panico o di ansia a chi non ne ha mai provato uno sia un'impresa veramente ardua.

Sono sensazioni talmente impalpabili eppure così violente che io personalmente non sono mai riuscita a verbalizzarle andando oltre il solito "Ti sembra di soffocare, di impazzire, di morire"... Come se la gente sapesse come ci si sente quando si pensa di impazzire.

Quando stavo particolarmente male, c'erano giorni in cui avrei voluto solo stare sotto le coperte, con gli occhi chiusi, ad aspettare che la crisi passasse. C'erano poi giorni in cui, stremata, quasi imploravo la mia ansia di fare di me un solo boccone, portandomi definitivamente alla follia. Mi immaginavo imbottita di farmaci, con lo sguardo perso, la mente assente ma finalmente 'in pace'. Tutto pur di non sentire più quella sensazione di perdita totale di controllo, il dominio dei mostri su ogni mio pensiero, ogni mia azione, sul mio cuore, le mie mani, il mio respiro.

Qualcosa però, per fortuna, mi ha sempre impedito di arrendermi, e credo che quel qualcosa sia l'amore per la vita, che quelli come noi nutrono, nonostante le apparenze, molto più di tante persone che l'ansia e il panico non sanno nemmeno cosa siano.

Che sia per ipersensibilità, o perché abbiamo vissuto esperienze che ci hanno segnato, quale che sia la ragione, il nostro sarà sempre un cammino in salita, ma più saliremo, più belli saranno i panorami che vedremo quando arriveremo in cima.

Auguri a tutti noi naufraghi, di trovare presto e definitivamente la terraferma.

Vi abbraccio.

Vale F.