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lunedì 3 agosto 2020

Nomofobia la malattia del nostro secolo, tutti ne soffriamo ma nessuno ne è consapevole: ecco di che si tratta

Al giorno d’oggi tutti possiedono uno o più cellulari: giovani, adulti e in alcuni casi anche anziani. Vuoi per necessità, per lavoro o per qualsiasi altra ragione. Al contempo, però, viviamo con l’esigenza di essere sempre reperibili, cercando l’operatore che “prenda” ovunque.

Immancabile, negli zaini e nelle borse, la presenza del powerbank – quasi come una sorta di “salvavita” per le emergenze, in modo da avere sempre la batteria carica, perché va bene tutto ma se lo smartphone si scarica, diventa un “problema”. Esiste, però, come ogni cosa, un discrimine ben preciso tra quella che consideriamo la “normalità” e quello che configura, invece, un vero e proprio disturbo che può portare a conseguenze ben peggiori.

Nello specifico, la dipendenza acuta da cellulare, con annessa paura di perderlo o non averlo a portata di mano e di disporre sempre di credito a sufficienza, è la cosiddetta nomofobia, considerata la “malattia” del nostro secolo. Ai microfoni di NewSicilia è intervenuta la psicologa Claudia Giusi Giuffrida, che si occupa proprio di disturbi d’ansia, dell’umore, panico, fobie, difficoltà comunicative, relazionali e problemi di autostima, per spiegarci di cosa si tratta: “La nomofobia o Sindrome da disconnessione è un termine che deriva dall’anglosassone ‘no-mobile phobia‘, utilizzato per indicare una condizione psicologica caratterizzata da malessere e sofferenza generata dal non avere con sé il proprio smartphone e soprattutto dalla preoccupazione di rimanere disconnessi dalla rete mobile e non essere rintracciabili“.



“Abitudini sempre più frequenti quali rimanere connessi gli uni con gli altri, aggiornare ripetutamente il proprio stato e/o controllare quello altrui per non perdere informazioni, fanno sì che si entri in un circolo vizioso pari a quello di una qualsiasi forma di dipendenza per cui, se per qualche motivo non è possibile procedere come di consueto, poiché la batteria è scarica, manca la connessione o si dimentica il dispositivo, il nomofobico si trova a sperimentare un forte stato d’ansia, fino a sfociare in vero e proprio panico“, ha aggiunto.

Ci sono degli atteggiamenti tipici da attenzionare per capire quando si è di fronte ad un caso del genere e quando no. La dottoressa, a tal proposito, ci ha illustrato tutti i possibili “campanelli d’allarme”: “I segnali principali sono rintracciabili in un’ampia gamma di comportamenti disfunzionali come ad esempio l’utilizzo prolungato del telefono o tablet; controllare continuamente cosa gli amici condividono nei diversi social network; commentare e condividere informazioni; non spegnere mai il proprio smartphone neanche nelle ore notturne e dormire con il dispositivo nel letto; svegliarsi di notte e controllare i vari aggiornamenti; utilizzare lo smartphone in posti e momenti poco pertinenti quali il bagno, il cinema, durante i pasti; monitorare costantemente lo schermo del dispositivo per verificare se sono presenti notifiche, chiamate o messaggi“.

Effetti negativi sia sulla salute mentale che fisica. La dipendenza da cellulare, infatti, come spiegato dalla psicologa Claudia Giusi Giuffrida, diventa problematica se si superano i limiti: “A differenza di una normale apprensione legata alla possibilità di rimanere senza il proprio telefono, si può parlare di nomofobia quando tali preoccupazioni appaiono sproporzionate ed esagerate e la persona presenta sintomi fisici quali battito cardiaco accelerato, alterazione della funzionalità respiratoria, disorientamento, dolore al torace, sensazioni di vertigini, tremori, sudorazione e agitazione, simili ad un attacco di panico”.

Ma non è tutto: “Il disturbo si caratterizza, inoltre, oltre che dalla presenza di comportamenti disfunzionali, anche da pensieri irrazionali quali la convinzione di poter perdere informazioni importanti se non si è connessi ad internet. Il soggetto non ha più il controllo, la modalità di un utilizzo sano e non riesce a fare a meno di una connessione dati e di un dispositivo tecnologico“.

Questa forma di dipendenza, come detto, comporta conseguenze importanti sia sul piano psicologico che emotivo e sociali. Il tutto ha forti ricadute sul soggetto e sulle relazioni sociali: “Lo stato di tensione, stress, nervosismo, ansia e paura incide sulle abitudini quotidiane e sul rapporto con gli altri, determinando isolamento, bassa autostima, instabilità emotiva, aggressività e difficoltà di concentrazione. Effetti negativi si riscontrano anche nell’alterazione sonno-veglia e nella compromissione delle funzioni cognitive quali ad esempio attenzione e memoria“.

Come ci ha spiegato la dottoressa, sebbene tali disturbi siano abbastanza diffusi in tutte le fasce d’età della popolazione, i soggetti maggiormente a rischio sono i giovani dai 18 ai 25 anni. Il perché è presto detto: “Alla base vi è un senso di insoddisfazione della propria vita e delle relazioni sociali e lo strumento tecnologico diventa inconsapevolmente un mezzo di difesa, protezione ed evasione da ciò che spaventa nella vita reale“.

Si compie, così, una sorta di “manipolazione inconsapevole” e si diventa assoggettati completamente a un semplice oggetto. Una dipendenza, quindi, da non sottovalutare, ricordando che èimportante riprendere il contatto con la realtà mettendo in atto alcuni accorgimenti, ma se da soli non si riesce è bene rivolgersi ad un professionista specializzato, tenendo a mente che non è una vergogna chiedere aiuto.

Una volta individuato il soggetto che soffre di nomofobia, pertanto, si deve intervenire. Ecco i consigli della nostra intervistata, esperta nel campo, per superare il problema e ritornare, in un certo senso, “a vivere”: “Dal momento che lo smartphone diventa spesso il principale strumento attraverso il quale ci si relaziona con gli altri, occorre innanzitutto ristabilire il contatto con il mondo circostante, cercando di godere e trovare soddisfazione nelle attività e rapporti interpersonali ‘reali’. Un’utile strategia è dedicarsi ad interessi e hobby che donano piacere, come ad esempio leggere un libro, trascorrere del tempo all’aria aperta, praticare sport o stare con gli altri”.

E ancora: “Occorre, inoltre, imporsi dei limiti in modo da separarsi gradualmente dal dispositivo, introducendo regole quali spegnere il telefono la notte o tenerlo lontano durante i pasti. Ancora, disattivare le notifiche o la suoneria può essere un accorgimento importante, in modo da impedire il richiamo continuo e la tentazione di utilizzare lo smartphone“.

Ebbene sì, la nomofobia è ufficialmente, quindi, la nuova “malattia” del XXI secolo. In parte tutti ne siamo affetti, chi più chi meno, ma ciò che conta è esserne consapevoli e frenare il più possibile gli effetti veramente dannosi. In passato, si era meno connessi ma più presenti, oggi – paradossalmente – la tecnologia ci ha uniti tutti, accorciando le distanze, e il risultato è che siamo sempre online ma “assenti”, poiché abbiamo alzato un “muro” ben più grande. Tutti con gli occhi sullo schermo del proprio smartphone, tutti col telefono tra le mani, sostituendo anche gli abbracci ai like. Si può essere vicini in un attimo ma, nello stesso tempo, abbiamo rinunciato a tanto altro che ha caratterizzato i secoli passati e di cui, oggettivamente, se ne sente la mancanza.

Dal Sito: newsicilia.it

martedì 10 dicembre 2019

“FOMO” e “NOMO” fobia: di cosa stiamo parlando ?



“L’abuso dei social network può portare all’isolamento,  l’utilizzo smodato e improprio del cellulare può portare non solo divari enormi tra persone, ma anche a chiudersi in se stessi e a alimentare la paura del rifiuto” . Esistono due sindromi connesse all’uso eccessivo della tecnologia e alla dipendenza da smartphone. La prima si chiama “No.Mo.Fobia”: Sta per “no mobile fobia” oppure “Sindrome da Disconnessione”,la paura di rimanere senza connessione alla Rete da mobile,colpisce per lo più giovani tra i 18 e 25 anni. Chi ne è colpito può arrivare a sperimentare attacchi di panico con vertigini, tremore, mancanza di respiro e tachicardia in caso di assenza di Rete mobile o di cellulare fuori uso. La No.Mo.Fobia è connessa all’uso eccessivo dei social network. La seconda sindrome è nota come FOMO,(acronimo che sta per “fear of missing out”, “ansia di essere tagliati fuori” . Le persone temono di essere tagliati fuori da esperienze gratificanti che fanno altre persone e dal continuo desiderio di essere sempre connessi con l’esterno controllando compulsivamente un’eventuale nuova notifica dei social network. È una vera e propria forma di ansia sociale di venire esclusi da eventi piacevoli condivisi nei social, che in qualche modo implica il continuo confronto con gli altri. Per una persona insicura, insoddisfatta e con bassi livelli di autostima, vedere un “post” con tante persone, soprattuttocoetanei che si divertono, potrebbe diventare qualcosa di inaccettabile, provocare risentimento verso se stessi o gli altri, insoddisfazione, agitazione e senso di incapacità. Pur non essendo una patologia riconosciuta a livello clinico, la sua presenza può peggiorare una pregressa condizione di aspetti ansiosi/depressivi.

Il primo a studiare tale fenomeno è stato Andrew Przybylski, ricercatore della Oxford University che, insieme al suo team, mise in luce diversi fattori basilari della FOMO, come: la presenza di ansia ed irrequietezza in assenza del controllo delle notifiche; la maggiore diffusione della problematica tra i giovani, in particolare tra i maschi; la maggiore frequenza nelle persone con scarse capacità attentive; lo sviluppo della problematica tra coloro che utilizzano i social network nel contesto scolastico; la possibile comorbidità ad un basso livello di autostima. Si tratta di uno stato di ansia sociale, dato dal bisogno di essere sempre informati su tutto ciò che stanno facendo gli altri e dalla preoccupazione eccessiva e ossessiva che gli altri facciano esperienze gratificanti nelle quali non si è presenti o coinvolti direttamente (Przybylski et al., 2013). Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza  quasi 8 adolescenti su 10 hanno paura che si scarichi il cellulare o che non gli prenda quando sono fuori casa e tale condizione, nel 46% dei casi, genera ansia, rabbia e fastidio. Questo fenomeno è meno diffuso tra i ragazzi più piccoli, tra gli 11 e i 14 anni, che si fermano ancora al 60% e solo il 32% sperimenta alti livelli di ansia e preoccupazione.

La NOMOFOBIA sarebbe caratterizzata da “ansia, disagio, nervosismo e angoscia causati da essere fuori dal contatto con un telefono cellulare o un computer” ed il risultato sarebbe un incessante controllo del cellulare, che consente di avere la sensazione di monitorare qualsiasi situazione in modo costante. Questo processo potrebbe rischiare di trasformarsi in un vero e proprio meccanismo di dipendenza, completamente analogo ad un disturbo di dipendenza da sostanze. È importante, dunque, riconoscere quali sono i campanelli d’allarme che ci segnalano il rischio di essere affetti da questa patologia. Vediamo quali sono:

Non staccarsidal cellulare utilizzarlo di continuo

Il solo pensiero di essere senza smartphone genera malessere e angoscia;

Aumento repentino dell’ansia, della paura e dell’irritabilità nelle situazioni di sconnessione dello smartphone dalla rete;

Monitorare costantemente il livello di batteria del dispositivo e munirsi di eventuali batterie di riserva o di un caricatore portatile;

Sperimentare, in alcuni momenti, la sindrome da vibrazione fantasma, ossia la sensazione che il telefono stia vibrando o squillando, ma in realtà è solo frutto della propria immaginazione;

Portare sempre con sé il caricabatterie e appena possibile si ricaricare il telefono

Controllare di avere il credito sufficiente affinché non venga bloccato l’accesso a internet.

Connettersi, appena è possibile, alle reti Wi-Fi per evitare di consumare i Mb del proprio abbonamento o della ricaricabile;

Guardare di continuo lo schermo del telefono per vedere se sono stati ricevuti messaggi, chiamate o nuove notifiche sui social;

Non spegnere mai i dispositivi tecnologici nemmeno durante le ore notturne;

Come superare la Nomofobia?

1. Porsi dei piccoli obiettivi. Iniziare a spegnere gli strumenti tecnologici quando non è realmente necessario, ritagliandosi degli spazi offline, quando si mangia, si dorme e si va in bagno.

2. Organizzare il proprio tempo.Pianificare le ore giornaliereevitando di restare costantemente connessi. C’è un tempo per ogni cosa: uno per gli amici, uno per il pranzo, uno per guidare e, certamente, uno da dedicare esclusivamente al web.

3. Disattivare le notifiche. Decidere i momenti in cui guardare e controllare i messaggi ricevuti e le mail.

4. Imparare a rimandare. Non bisogna avere fretta di rispondere subito alle notifiche e ai messaggi e porsi la domanda “posso aspettare?” È importante iniziare a dilazionare il tempo, partendo anche da cinque minuti, per vedere così che è possibile resistere all’impulso.

5. Prendere le distanze. Non utilizzare lo smartphone come strumento indispensabile per addormentarsi o per iniziare la giornata, né tanto meno durante la notte. Bisogna trovare altre strategie in questi momenti, ad esempio leggere un libro per rilassarsi nelle ore serali e dilatare il tempo al mattino prima di mettersi davanti ad uno schermo.

6. Ritagliarsi dei momenti per se stessi. Bisogna cercare di dedicarsi ad attività nuove e diverse, magari all’aria aperta.

7. Parlarne. Se ci si rende conto di avere un disagio molto forte e di accusare i sintomi della dipendenza, è fondamentale poterne parlare con qualcuno.

8. Rivolgersi ad un professionista. Se si pensa che la disintossicazione sia un obiettivo difficile da raggiungere, è bene sapere che ci si può rivolgere ad un esperto, per cercare di comprendere quali siano le motivazioni profonde e le dinamiche sottostanti al bisogno di essere iperconnessi ad uno smartphone.

Impara a riprendere gradualmente il controllo su te stesso,gli strumenti tecnologici, i social, dovrebbero “facilitare” la tua vita non comandarla .

Dal Sito: ilgolfo24.it

giovedì 13 dicembre 2018

Cos’è la Nomofobia, la dipendenza che colpisce i giovani tra i 18 e i 25 anni


La società moderna ha permesso la diffusione di innumerevoli dipendenze ma quanti sono realmente consapevoli di esserne affetti? Esiste un confine labile tra uso ed abuso e ciò riguarda anche il nostro inseparabile cellulare.

Forse vi stupirà sapere che gli esperti hanno etichettato il timore ossessivo di non essere raggiungibili al cellulare come una vera patologia: è conosciuta come nomofobia o sindrome di disconnessione e caratterizza una percentuale sempre più alta della popolazione. Il soggetto che presenta questa sindrome non può far altro che ricercare il contatto continuo ed esasperato con l’apparecchio tecnologico, unico modo per percepire qualsiasi situazione come sotto controllo. Sembrerebbe trattarsi di una chiara conseguenza dell’uso compulsivo dei social network che provocano un uso improprio e pericoloso di un mezzo nato (paradossalmente) con lo scopo di stringere legami, conoscere, comunicare.

Ma chi sono le vittime della nomofobia? Si stima che tale patologia colpisca, in particolare, i giovani tra i 18 e i 25 anni con bassa autostima e problemi relazionali e si possono riconoscere per via di alcuni comportamenti, quali:

  • l’uso regolare del telefono cellulare ed il trascorrere molto tempo su di esso;
  • l’avere sempre con sé uno o più dispositivi ed il caricabatterie, per evitare di restare senza batteria;
  • il mantenere sempre il credito;
  • l’esperire vissuti di ansia e nervosismo al solo pensiero di perdere il proprio portatile o quando il telefono cellulare non è disponibile o non utilizzabile;
  • il monitoraggio costante dello schermo del telefono, per vedere se sono stati ricevuti messaggi o chiamate, o della batteria, per controllare se il telefono è scarico;
  • il mantenere il telefono cellulare acceso sempre (24 ore al giorno);
  • l’andare a dormire con cellulare o tablet a letto;
  • l’uso dello smartphone in posti poco pertinenti.

Tali soggetti, evidentemente fragili, in assenza di rete mobili o di cellulare fuori uso, possono manifestare veri e propri attacchi di panico, con vertigini, tremore, mancanza di respiro e tachicardia, o causare un principio di depressione. Oltre a pericoli per la salute, questo tipo di dipendenze provoca anche  gravi conseguenze sociali: chi viene colpito, infatti, manifesta progressive  difficoltà nel relazionarsi con gli altri, distaccandosene ed isolandosi da chiunque e qualsiasi cosa.

La fobia della disconnessione, con tanta determinazione ed un aiuto esterno può essere sconfitta. Basterà iniziare, seppur a piccoli passi, a distaccarsi dalla causa principale del malessere, lo smartphone e tornare ad interagire con chi ci sta accanto fisicamente.

Dal Sito: liveuniversity.it 

martedì 17 aprile 2018

Nomofobia e dipendenza da smartphone


I cellulari sono diventati quasi indispensabili nella nostra vita quotidiana. Sono utilizzati per postare sui social media, scattare foto, registrare video, come agenda, to do list, calendario, ecc. oltre che per ricevere indicazioni stradali, sentire musica, giocare, telefonare. Lo smartphone è ormai una finestra sul resto del mondo, e, per molti di noi, il principale mezzo di interazione. Sicuramente un oggetto utile, efficiente, che fornisce supporto, con il quale spesso si tende a sviluppare un legame che risulta chiaro quando, per quanto folle possa sembrare, percepiamo la paura di restare senza. Accade spesso di provare ansia nel non trovare il proprio smartphone nella borsa, o di essere preoccupati quando a metà della giornata compare la notifica di batteria in esaurimento. Per quanto utile sia lo smartphonepuò essere comprensibile la preoccupazione per il doverne fare a meno, ma se non si tratta di paura o dipendenza le cose si complicano. Il termine scientifico per indicare la paura incontrollata di rimanere sconnessi dal contatto con la rete mobile è Nomofobia (no-mobile-phone-phobia), termine di recente introduzione nel vocabolario della lingua italiana Zingarelli. Una persona soffre di Nomofobia quando prova una paura sproporzionata di rimanere fuori dal contatto con la rete mobile, a tal punto da sperimentare sensazioni fisiche simili all’attacco di panico: mancanza di respiro, vertigini, tremori, sudorazione, battito cardiaco accelerato, dolore toracico e nausea. Le persone affette da Nomofobia avvertono stati d’ansia quando rimangono a corto di batteria o di credito, o senza copertura di rete oppure senza il cellulare. Per evitare gli stati di ansia il soggetto mette in atto una serie di comportamenti protettivi come controllare frequentemente il credito, portare un caricabatterie di emergenza, dare ai familiari un numero alternativo. Inoltre chi soffre di nomofobiageneralmente manifesta un utilizzo dello smartphone in posti generalmente inappropriati. E’ molto importante valutare che dietro questa moderna paura si nasconde, talvolta, una vera e propria forma di dipendenza dalle nuove tecnologie. Secondo gli studi di David Greenfield, professore di psichiatria all’Univeristà del Connecticut, l’attaccamento allo smartphone è molto simile a tutte le altre forme di dipendenze, perché causa delle interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettirore che regola il circuito celebrale della ricompensa, incoraggiando le persone a svolgere attività che credono daranno loro piacere. La dipendenza da smartphonecrea inoltre conseguenze psicologiche più significativi e profonde rispetto alla paura di rinunciare a Twitter o di non ricevere un testo. La ricerca sulla memoria transattiva sottolinea infatti che, quando abbiamo fonti esterne affidabili di informazioni su specifici argomenti a nostra disposizione, si riduce la motivazione e la capacità di acquisire e mantenere in memoria determinate informazioni. In altre parole, quando abbiamo a disposizione una fonte affidabile di informazioni, come i nostri smartphone, nel tempo perdiamo il desiderio di ricordare le cose o di imparare qualcosa al di fuori di ciò che è visibile nei il nostri schermi.

Alessandra Carrozza

Dal Sito: ipsico.it

mercoledì 26 agosto 2015

Stanchezza e panico: il 45% dei lavoratori digitali soffre di tecnostress

I sintomi vanno dalla mal di testa alle difficoltà di concentrazione, dagli sbalzi d’umore tendenti al nero alla stanchezza e possono sfociare in ansia, attacchi di panico e anche gastrite. Ne soffre, secondo una ricerca di Netdipendenza Onlus a cui ha collaborato l’Associazione italiana formatori salute e sicurezza sul lavoro (Aifos) e che è stata anticipata dall’Adnkronos Salute, il 45% degli italiani che usano per lavoro dispositivi elettronici. Il fenomeno va sotto il nome di tecnostress, riconosciuto dal 2007 come malattia professionale dalla magistratura di Torino.
La dittatura di notebook, spartphone e tablet
Lo studio ha riguardano 1.005 lavoratori mobili che, ogni giorno, hanno a che fare con computer portatili, ma soprattutto con smartphone e tablet. Di questi, il 18,4% li utilizza per 8 ore al giorno, il 9,8 per 10 ore e il 6% arriva anche a 12-16 ore. Il 64,1% trascorre 30 ore al mese (week end compresi) conversando tramite lo smartphone, e tra questi c’è chi tocca picchi di “6 ore al giorno, con pause di 30 minuti”. Meno diffuso, per il momento, invece l’uso dei tablet, considerando che il 36,9% degli intervistati ha dichiarato di utilizzarlo per un’ora al giorno mentre i picchi non superano le 4 ore.
Il 90% dei lavoratori non stacca nei week end
Gli effetti? Intanto non riuscire mai a staccare davvero con il lavoro, dato che i dispositivi mobili seguono i loro utenti anche a letto, la sera, nel 66,5% dei casi mentre si sale al 90% se si considera chi vede invasi anche i propri sabati e domeniche. Che non sia una pratica di vita salutare dal punto di vista dell’inquinamento elettromagnetico lo sa il 65,5% dei lavoratori digitali e l’87% delle persone denuncia stanchezza mentale a causa della non stop professionale.
La diffusione dei sintomi della malattia
C’è però chi sta peggio. Nell’indagine – che sarà presentata domani, 15 maggio, presso la sede dell’Inps di Anagni (Frosinone), nell’ambito del convegno “TecnoStress lavoro correlato, la nuova frontiera della malattia professionale” – il 44,5% dichiara di essere bersagliato dal mal di testa, il 35,4% dal calo della concentrazione, il 33,8 da nervosismo e alterazioni dell’umore e il 28,5 da tensioni neuromuscolari. Tra i disturbi seguono stanchezza cronica (23,3%), insonnia (22,9%), ansia (20,4%), disturbi gastro-intestinali (15,8%) e dermatite da stress (6,9%). Non mancano infine problemi come alterazioni comportamentali (7,1%), attacchi di panico (2,6%) e depressione (2,1%).
“Valutare impatto di sovraccarico informativo ed elettrosmog”
A commento di questi dati, dice Enzo Di Frenna, presidente di Netdipendenza Onlus: “Molti sintomi dell’elettrosmog sono simili a quelli del tecnostress, come ad esempio il mal di testa, il calo della concentrazione, l’insonnia. Bisogna approfondire l’impatto di questi due rischi e valutare correttamente il sovraccarico informativo cognitivo e i livelli di emissioni di campi elettromagnetici. È questa la nuova sfida da affrontare per difendere la salute dei lavoratori digitali”.

Consumatrici.it