venerdì 30 agosto 2019

Quali scuse ci inventiamo per non andare dallo psicologo?


“Non ho bisogno di andare dallo psicologo, perché non sono matto”. Quante volte abbiamo sentito questa frase in una conversazione tra amici, tra una coppia, in una discussione tra più persone o in una trasmissione televisiva?Eppure è un’affermazione molto sbagliata!

Se andiamo da un avvocato per risolvere delle questioni legali o dal medico quando abbiamo la tosse, perché non andare dallo psicologo quando non sappiamo gestire certe situazioni, quando ci sentiamo stressati o quando abbiamo dei problemi familiari?

Non tutto si riduce a un’alienazione mentale. La psicologia oggigiorno può trattare e migliorare tutti i campi e i contesti della persona. Tuttavia, sebbene stia acquisendo un valore sempre più positivo, la scelta di consultare uno psicologo è ancora accompagnata da numerosi pregiudizi. Le persone inventano innumerevoli scuse per non andare dallo psicologo, ma quali sono le più usate?

Scuse più comuni per non andare dallo psicologo

“Mi piacerebbe, ma non ho tempo”

Per la salute c’è sempre tempo. E se non lo troviamo, significa che lo stiamo usando per altre cose che probabilmente non sono così importanti. Coltivare il tempo per la mente e il corpo è molto utile per mantenere il buon umore e migliorare il rendimento negli impegni da affrontare ogni giorno.

Per questo motivo, risulta molto vantaggioso organizzarsi. A maggior ragione se abbiamo anche dei bambini. Se siamo abituati ad andare a fare la spesa due volte a settimana, possiamo andare al supermercato solo uno dei due giorni e dedicare l’altro a noi stessi. Tale tempo “risparmiato” possiamo utilizzarlo, per esempio, per andare dallo psicologo, fare sport, rilassarci con un bagno caldo, leggere, passeggiare…

“Non voglio raccontare le mie cose intime a un estraneo”

Se raccontate i vostri problemi di coppia a un’ amica, sapete che vi darà un consiglio da un punto di vista soggettivo. Ma un amico non è uno psicologo, uno psicologo dal canto suo non è nemmeno un consulente. Sebbene la cerchia sociale di una persona sia utile per proteggerla da certi disturbi, a volte sfogarsi non è sufficiente.

È la relazione che si mantiene tra il paziente e lo psicologo a rendere il processo oggettivo e professionale. Il terapeuta non giudica né censura e mantiene una riservatezza assoluta riguardo a ciò che viene raccontato dal paziente. Ma l’aspetto più importante è che offre delle soluzioni.

“Non sto così male da dover andare dallo psicologo”

E meno male! Nessuno può sopportare un malessere costante per l’intera giornata,anche quando attraversiamo un periodo particolarmente difficile. Tuttavia, se un malessere non si manifesta, non vuol dire che non esiste, bensì si nasconde finché qualcosa non lo fa “svegliare”.

Per caso andiamo dal dottore solo quando avvertiamo dolori articolari talmente forti da non poterci alzare dal letto? Non sarà meglio sapere che abbiamo la fibromalgia il prima possibile e poter ricorrere a un rimedio, invece di usare delle scuse per non andare dallo psicologo? Se, ad esempio, non siamo capaci di controllare l’ansia dobbiamo imparare a farlo. In tal senso, meglio prima che dopo.

“Il tempo cura tutto”

L’avanzare del tempo allevia una reazione inizialmente impulsiva. Vale a dire, ci permette di osservare le difficoltà da diverse prospettive e/o occultare il dolore. Tuttavia, purtroppo il passare degli anni non ha proprietà terapeutiche.

Molte volte invece di calmarci, dilata il nostro problema. Un problema che avremmo potuto risolvere in pochi mesi ci mortifica per anni, perché non siamo stati capaci di trovare una soluzione in tempo e l’abbiamo nascosto sotto il tappeto.

“Non ho soldi per pagare uno psicologo”

È evidente che non disponiamo tutti delle stesse risorse economiche, ma ciascuno di noi indirizza i propri mezzi verso le cose che contano di più. Molte volte, spendiamo più di 1.000 euro per un telefono, ma quando si tratta di salute, di solito non siamo così ben disposti a spendere.

Se invece il problema economico risulta essere più grave, oggi esistono alcune fondazioni o ONG che offrono un supporto psicologico gratuito. La consulenza on-line, inoltre, è uno strumento economico sia per il paziente che per il professionista.

“Non voglio prendere pillole”

Il lavoro che fa lo psicologo non prevede la prescrizione di medicinale. Il suo lavoro è essenzialmente terapeutico. È lo psichiatra che si impegna a regolarizzare a livello farmacologico i pazienti, attraverso l’ingestione di certe pillole come gli psicofarmaci.

Tuttavia, l’assunzione di certi medicinali non deve essere motivo di stigmatizzazione,perché talvolta sono fondamentali per il trattamento e migliorano diversi disturbi. Se una delle nostre ghiandole non funziona adeguatamente, è necessario riequilibrarla altrimenti può alterare vari aspetti della nostra vita: le nostre emozioni, il nostro appetito, il sonno o il desiderio sessuale.

“La gente non cambia”

Se noi psicologi credessimo questo, la nostra professione smetterebbe di esistere: crederemmo che le persone non siano capaci di imparare né di evolvere. Ma la realtà è ben lontana da tutto ciò. Si può cambiare con l’impegno e la costanza. L’unico ostacolo che ci impedisce di continuare a migliorarci è quello che imponiamo a noi stessi.

Quando ciò che vogliamo modificare riguarda un tratto fondamentale della nostra personalità, come per esempio l’introversione, il cambiamento è più complesso, in quanto risulta essere più radicato nella vita della persona, ma non è impossibile.

“Un mio amico l’ha provato e non gli è servito”

Ciascuno di noi vive le proprie esperienze e ha i suoi punti di vista, idee, abitudini e sensazioni. E proprio come ci dicevano spesso le mamme e le nonne: molte volte i paragoni sono detestabili. Un’idea basata sulle brutte esperienze altrui non è una verità, ma un pregiudizio.

D’altro canto, come in tutte le professioni, non tutti gli psicologi sono bravi o hanno come priorità il bene del paziente. Questo non vuol dire che la maggior parte dei professionisti siano incompetenti.

Che cosa si nasconde dietro le scuse per non andare dallo psicologo?

Tutte queste scuse per non andare dallo psicologo celano un certo grado di vergogna e paura. Si prova vergogna, in quanto ancora oggi esistono molti pregiudizi riguardo alla decisione di consultare uno psicologo, gli altri penseranno che siamo strani. Vi sono anche la paura di stare male e soffrire.

Le persone non vogliono esporsi a livello emotivo. Abbiamo paura di rivivere le cose che ci hanno fatto soffrire tanto. Ma a volte non ci rendiamo conto che quel dolore dal quale stiamo cercando di fuggire è lo stesso che proviamo tutti i giorni quando vogliamo azzittirlo.

Non vi è mai successo di sentirvi meglio, più sollevati,  anche solo dopo aver pronunciato ad alta voce quello che vi faceva stare male? Immaginati come vi potrete sentire meglio neutralizzando ciò che vi ha paralizzato per tanti anni. Avverrà quando direte al vostro psicologo: perché non sono venuto prima!

 Dal sito: focus-psicologia.it 

L’importanza del respiro quando le emozioni esplodono


Le emozioni sono come bussole che ci guidano e che, nella maggior parte dei casi, ci spingono ad agire (anche se a volte possono essere paralizzanti, come nel caso della paura). Ma cosa succede quando lasciamo che le emozioni si approprino della nostra vita, con tutta la loro energia, e perdiamo il controllo su di esse? Prima di tutto, è molto probabile che ci facciano agire in modo esagerato, il che potrebbe influire negativamente sulla nostra autostima e sulla sicurezza in noi stessi che dimostriamo agli altri.

Raggiungere un equilibrio emotivo è un processo che richiede pratica ed esercizio. Immaginate di dover salire ogni giorno su una montagna russa per ottenere la giusta carica e motivazione. Anche se in quel momento l’intensità emotiva potrebbe sembrarvi positiva, a lungo termine quei continui picchi e crolli potrebbero esaurire le vostre energie. Anzi, la cosa più probabile è che finiate col sentirvi disorientati e col mettere in dubbio tutti i progetti che avete nella vita.

Perché le emozioni ci sopraffanno?

Abbiamo bisogno di esprimere le nostre emozioni in modo intenso per sentire di essere vivi? L’esplosione emotiva è spesso associata all’esagerazione e al comportamento melodrammatico.Ma non deve per forza essere sempre così. Può darsi che si abbia bisogno di vivere ed esprimere le proprie emozioni in modo molto intenso, che quello sia il proprio modo di mostrare ciò che si prova o che non si sappia farlo in maniera diversa.

L’intensità emotiva è stata relazionata anche alle persone altamente sensibili, che hanno una profonda empatia e capacità di mettersi nei panni degli altri. Chi vive tutto in modo molto intenso può provare senso di colpa o di auto-esigenza. Bisogna capire che non è facile gestire l’uragano prodotto da una continua esplosione di emozioni dentro di noi.

Le emozioni sono come onde, vanno e vengono

Tutte le emozioni sono importanti e necessarie per il nostro sviluppo, tutte hanno un ruolo di adattamento. Non ci sono emozioni buone o cattive, e nemmeno modi migliori o peggiori di provarle. È importante che vi permettiate di provare tutte le emozioni e che troviate un modo per renderle più leggere da sopportare.

Qualsiasi emozione, per quanto sia intensa, alla fine se ne andrà, se lasciate che se ne vada. Le emozioni sono come onde, vanno e vengono, ma è importante non lasciarsi trascinare dalla loro forza. Non permettiate che vi affoghino, cercate un modo sano per esprimerle.

La respirazione è il segreto per cambiare le proprie emozioni

Il respiro è la base su cui si fondano tutte le nostre emozioni. A seconda del modo in cui respiriamo, percepiremo una diversa intensità emotiva, e potremmo persino controllare il tipo di emozione che predomina dentro di noi. Per esempio, se respirate in modo veloce e agitato, probabilmente proverete subito una sensazione di ansia, angoscia o rabbia. Al contrario, se riuscite a calmare la vostra respirazione e ad aumentare l’aria che soffiate dalle narici rispetto a quella che entra, di sicuro vi sentirete più tranquilli.

L’ansia, la paura o lo stress che provate possono farvi sentire che vi manca l’aria o farvi respirare in modo più veloce e superficiale. D’altra parte, il respiro lento aiuta il corpo a rimanere in uno stato di maggiore rilassamento.

Quando le emozioni ci sopraffanno, impariamo a respirare

Per imparare a controllare le emozioni con il respiro, prima di tutto sarà necessario:

Identificare le proprie sensazioni fisiche.
Cercate di capire se state provando un nodo alla gola, un peso nello stomaco, una sensazione di pizzicore sulla schiena, ecc.

Identificare qual è l’emozione primaria che si cela dietro alla propria sensazione fisica.
Ci sono 4 emozioni primarie (rabbia, paura, dolore e piacere), alla base di qualsiasi sensazione fisica che proviamo. Dare un nome a ciò che vi succede vi aiuterà a dare senso alla vostra esperienza.

Respirare l’emozione ed esprimerla.
Date spazio all’emozione in tutta la sua intensità, non cercate di tenere sotto controllo quello che provate. Il controllo porta alla repressione emotiva. Se riuscirete semplicemente a respirare con calma, la starete già gestendo in modo diverso.

Se ci si imbatte nella rabbia, bisogna lasciarla sbollire o farla uscire senza farsi male.
Invece di accumulare e poi far esplodere la vostra rabbia, come se fosse una bomba ad orologeria, potete aspettare che l’emozione si plachi e poi cercare un modo più assertivo di esprimere quello che provate. Se anche così continuate ad avere bisogno di far uscire la vostra rabbia per non farvi sopraffare, potete, senza farvi male, cercare il modo di canalizzarla. Un cuscino da prendere a pugni, un asciugamano da rigirare, una bottiglia di plastica da schiacciare pensando a ciò che vi ha fatto arrabbiare sono buone soluzioni. Ricordate che l’ideale è essere il più concreti possibili nell’esprimere l’emozione. Dovete liberare l’energia fisica che racchiude dentro di sé.

Un esercizio pratico per lavorare sulle emozioni e la respirazione

L’esalazione (lasciar uscire l’aria lentamente) è il gesto associato al rilassamento. L’inalazione (far entrare aria), viceversa, è più associata allo stress o all’ansia. Imparare a respirare in modo tranquillo richiede un esercizio constante e quotidiano, che potremmo dividere in cinque fasi:

Respirate normalmente dal naso, con la bocca chiusa.

Lasciate uscire l’aria lentamente dal naso con la bocca chiusa.

Mentre lasciate uscire l’aria, ripetetevi mentalmente la parola “calma” o “rilassato” (o un’altra parola che trovate rilassante), in modo molto lento.

Contate lentamente fino a quattro e poi inalate di nuovo.

Fate questo esercizio diverse volte al giorno, realizzando tra le 10 e le 15 respirazioni ogni volta.

Più allenerete la vostra respirazione, più sarà facile riuscire a gestire le vostre emozioni, invece di lasciarvi inondare o sopraffare da esse. L’equilibrio emotivo è strettamente relazionato alla capacità di impiegare le proprie emozioni per comunicare con se stessi e con gli altri in modo sano.

mercoledì 28 agosto 2019

Ciao sono l Ansia… 



Questo è un estratto dal libro “Le streghe vanno a letto presto” di Carla Babudri

Ciao sono l’Ansia, non spaventarti… vengo in pace, perché ti spaventi così tanto davanti alla mia presenza?

So che ti senti male ogni volta che mi avvicino, che ti disperi e vorresti mandarmi via subito, so che se potessi… mi uccideresti, soprattutto perché credi che sia io quella che ti vuole fare del male, ma credimi, non è così.
Non sono qui per arrecarti dolore, tanto meno per farti impazzire, penso di avertelo dimostrato ogni volta che arrivo. E’ vero delle volte sono spaventosa ma è la mia natura.
Però come vedi alla fine della giornata, non ti ho ucciso e non sei impazzito.

La verità è che quando arrivo tu stai male, senti questa sensazione dolorosa nel petto.
Purtroppo non ho altro modo per farmi ascoltare.

Sei così impegnato a cercare successo, ad essere produttivo a dimostrare agli altri che sei degno di essere amato… e non ascolti i miei piccoli segnali.
Ricordi quella volta che hai sofferto di mal di testa?

O quando hai avuto l’insonnia per più di 2 ore e ti giravi nel letto?

O che ne dici di quella volta che senza un motivo apparente hai pianto?

O ancora, di quella volta che ti sei sentito oppresso dentro e ti mancava l’aria e non capivi il perché?

Beh, tutte quelle volte ero io, volevo solo che tu mi ascoltassi, ma non l’hai fatto.
Hai continuato a seguire il tuo ritmo frenetico di vita.
Allora ho provato qualcosa di più forte, ho provato a farti tremare l’occhio, fischiare l’orecchio, sudare le mani, ma anche in queste occasioni non mi hai voluto ascoltare.
Conosci bene la mia presenza, è per questo che quando sei tranquillo o sei da solo e in solitudine… o ti fermi, mi presento, semplicemente per parlarti.

Ti disperi sempre, perché con la mente non comprendi cosa ti succede, e ovviamente, con la mente razionale non mi comprenderai.

Ecco perché mi sono arresa e ho deciso di scriverti.
E mi congratulo con te se stai leggendo ciò che ho da dirti, perché significa che hai finalmente il coraggio di ascoltarmi, e credimi, nessuno meglio di me sa della tua grande capacità di evitarmi e scappare via, come scappare dal mostro nella foresta oscura.
Come quelle volte in cui mi eviti e ti distrai per ore davanti alla tv, vivendo la vita di altre persone che non conosci pur di non affrontare ciò che non ti piace.
O che ne dici di quelle volte che con un paio di pillole hai intorpidito i tuoi nervi e le tue preoccupazione; e cosa dire di quelle altre sostanze che ti inducono lo stordimento annebbiando ogni tipo di sentimento.

Spero che ora tu sia pronto.

Pronto ad affrontare la tua realtà, pronto ad affrontare la verità nella tua vita senza maschere, senza scorciatoie… senza pretese.
E’ così che deve essere.

L’ unica cosa che ho cercando di comunicarti per tutto questo tempo: che è ora di evolversi andare avanti.
Devi attuare cambiamenti molto profondi dentro di te, perché non ti stai godendo della vita e non ti senti appagato.

Per questo motivo che sono qui, per aiutarti a recuperare quella pienezza che vive dentro di te; per riuscirci dovrai liberarti da tutto ciò che ti ostacola.
Sono qui per aiutarti a capire cosa esattamente impedisce alla tua vita, alla tua passione di vivere la gioia.

Ogni volta che entro nella tua vita, ti ricordo che non è piena e felice, quindi se dovessi tornare, non spaventarti, ma ascoltami.
E se davvero mi ascolterai non ci metterai molto ad apportare i cambiamenti, li farai subito.
Se vuoi sentirti bene, tutto dipende solo da te.

So che lo desideri, ma allo stesso tempo so che vuoi rimanere nel tua zona comfort, nella comodità, pur di evitare ciò che ti fa male.

Preferisci continuare a cercare l’approvazione e l’accettazione degli altri, facendo l’impossibile per attirare attenzione; preferisci che gli altri siano responsabili della tua persona, meno che tu di te stesso
…e naturalmente ti capisco, tutti desideriamo fuggire dalle responsabilità.

Ma ho una notizia per te!

Solo entrando nel problema potrai avvicinarti a quell’esperienza di liberazione.

Tu sia responsabile di te stesso e quando mi ascolterai, credimi, me ne andrò.

Solo tu hai il dono di mandare via queste sensazioni spiacevoli.
C’è qualcosa di molto importante che voglio dirti, in realtà me ne andrò non appena intravedrò che stai facendo cambiamenti nella tua vita, quando vedrò che stai andando verso la tua evoluzione, pronto a crescere e a riprendere in mano la tua essenza.
Finché non lo farai, io ci sarò, sempre.

In conclusione, se oggi sono qui, perché hai bisogno di me.
Hai bisogno di me, per modificare il tuo modo di interpretare la tua realtà, lascia che ti dica che è un po’ ‘distorta’.

Devi liberarti di credenze che non ti aiutano e ti limitano; perdonare tutta la rabbia e riprenderti la tua libertà interiore.
Soprattutto, hai bisogno di me per riconquistare il piacere di vivere, per essere te stesso, perdere la paura di rifiuto o di abbandono.
Hai bisogno di me per mettere dei limiti alle persone che ti fanno del male, affinché tu possa impugnare coraggio e imparare a dire “no”.
Hai bisogno di me per allontanare chi non ti merita; per smettere di dipendere dall’esistenza del tuo partner per essere felice.

Una volta per tutte, bada alle sensazioni del tuo corpo.

In che altro modo avresti fatto attenzione al tuo corpo?

Probabilmente in molti altri modi, ma questa sta funzionando.
Dai al tuo corpo il cibo di cui hai bisogno, smetti di criticare il tuo fisico e ringraziarlo, per te fa tanto.
Corri, muoverti, passeggia riprendi i tuoi ritmi.
Perché esplodere sempre?

Perché la tristezza?

Perché pretendere così tanto?

Non capisco perché lo fai, hai tutto, sei tutto, hai le capacità di cui hai bisogno per creare la tua realtà, ma ti tratti come uno schiavo, sei troppo severo con te stesso.
Sono qui per dirti di smetterla di farlo.
Chiediti come mai non hai più equilibrio interiore.
Chiediti davvero come vuoi vivere e per cosa lottare: è la tua vita, hai solo questa!
L’ unico controllo che puoi pretendere è quello di te stesso, ma per conquistarlo, devi accettare che l’hai perso, e lasciare che finalmente mi esprima, dirti che quei sintomi così orribili che ho inventato era per sostenere tutto questo e se ancora non mi accetterai, sarò ancora più forte.

Quindi, la prossima volta che mi sentirai arrivare, chiudi gli occhi, spegni la mente razionale per un momento, lasciati andare… respira e cerca di comprendermi.
Poi inizia il cambiamento nella tua vita con azioni chiare e specifiche, vedrai che me ne andrò.

Spero di non dover entrare molte volte nella tua vita, ma se ritorno… ricordati che non voglio farti del male, voglio aiutarti a recuperare la tua strada, quella che ti renderà felice.

E per finire, spero che tu possa vedermi come sono: la Tua Essenza.
Sono te stesso che urlo disperatamente e imploro di ascoltarmi, ti parlo dal profondo del tuo cuore, che scoraggiato cerca di farsi notare.
Quello che senti non è ‘tachicardia’, sono io, la tua Essenza, che vuole semplicemente venir fuori e vivere.

Con affetto,

la tua Essenza mascherata da Ansia.

Carla Babudri

Dal Sito: naturagiusta.it

Le corazze si rompono accarezzando l anima


Le corazze sono il simbolo delle persone che hanno sofferto molto. La protezione che scelgono per fermare il proprio logoramento, evitare di soffrire di nuovo e finire per rompersi. Sono il loro meccanismo di sicurezza, il loro salvagente momentaneo e il loro modo di dire in silenzio al mondo “Basta”.

Vivere con una corazza non è affatto semplice perché dietro di essa si nasconde la paura di essere feriti. Una delle paure più paralizzanti che una persona possa provare e che può indurre a ergere muri, a detenere il proprio cuore. Ma a volte, la forza delle circostanze non lascia altre opzioni ai più sensibili e vulnerabili. La vita affatica e prosciuga fino a al punto di preferire di proteggersi o smettere di provare tutto quello che ci offre, invece di sperimentare il dolore delle sue ferite.

“Non ci sono dubbi, la tua corazza ti protegge dalle persone che vogliono distruggerti. Eppure, se non la togli mai, ti isolerà anche dall’unica persona che potrà mai amarti.”

-Richard Bach-

Il logoramento causato dalla sofferenza

La vita non è un percorso che ci garantisce la felicità. L’incertezza, l’instabilità e la sofferenza sono condizioni proprie del suo percorso e le affronteremo meglio se riusciremo ad anticiparle e a prepararci. Nessuno è immune alla sofferenza, per questo motivo è essenziale imparare a gestirla, altrimenti l’oscurità potrà divorarci.

Vivere vuol dire affrontare i rischi, accettare che non sempre tutto andrà come desideriamo, abbracciare i momenti di felicità, ma anche accettare che la sofferenza busserà alla nostra porta ogni tanto e ci metterà alla prova.

Gestire i colpi e cicatrizzare le ferite non è un compito facile, non possiamo sempre contare sul sostegno, sugli strumenti o sulle strategie migliore e, seppur così, a volte non sappiamo utilizzarli. Alcune persone affrontano meglio le delusioni o gli imprevisti; altre permettono che questi prendano il sopravvento sul proprio stato d’animo e, infine, c’è chi decide di proteggersi  per mettere un limite alla sofferenza. Il metodo utilizzato influirà in un modo o nell’altro sul loro quotidiano.

Tuttavia, indipendentemente dal nostro modo di affrontare la sofferenza, quando questa decide di rimanere al nostro fianco, genera una serie di conseguenze fisiche ed emotive. Da un lato, ci intrappola nella sua riluttanza, in questa mancanza assoluta di motivazione e piacere (anedonia), che se non teniamo sotto controllo può cambiare il nostro ritmo di vita fino a condurci alla depressione o all’ansia. Dall’altro, ci prosciuga a livello fisico, ci rende stanchi, ci fa esaurire tutta l’energia che abbiamo. Ad elevati livelli diminuisce la secrezione di serotonina e aumenta la quantità di cortisolo.

Le corazze e la loro falsa protezione

Ciascuno di noi ha la propria corazza, il proprio meccanismo di difesa, il proprio scudo personale per proteggersi dal dolore. È normale. In un modo o nell’altro, dobbiamo proteggere la nostra parte più delicata e farci forza di fronte alle possibili minacce e ai contrattempi.

Il problema sorge quando queste corazze vengono generate senza mai essere distrutte. Vale a dire, quando prendono il controllo delle nostre vite e finiscono per trasformarsi in un filtro conservatore attraverso il quale osservare il mondo. Muri che si alzano e ci isolano, non solo più dalla sofferenza e dall’incertezza, ma anche dall’affetto e da qualsiasi tipo di esperienza sociale.

Nel tentativo di proteggerci, finiamo per distruggerci in modo tale da bloccarci a livello emotivo. Non provare nulla per non soffrire è una strategia errata che ripetiamo perché in un determinato momento ha garantito la nostra sopravvivenza. Attenzione, dunque, perché quando la utilizziamo paghiamo un caro prezzo: rimanere vuoti dentro. È quella nota scritta in un carattere più piccolo nel contratto che non sempre leggiamo o che non sempre teniamo in considerazione prima di iniziare a costruire le barriere.

Questo vuoto si traduce nell’assenza di emozioni, di quella capacità di sentirsi vivi e connettere. Non è raro, pertanto, che in breve finiamo per essere sopraffatti da quello che tanto temevano: la sofferenza. Perché chi ha detto che non sentire nulla ci allontana dal rischio di vivere male?

Le corazze sono trappole incoscienti, travestite da sentimenti di protezione e sicurezza, che ci legano al malessere. Di conseguenza, è molto importante riconoscere e riflettere sui nostri meccanismi di difesa.

“Occorre più coraggio per affrontare la sofferenza che per morire.”

L’arte di accarezzare l’anima

Spesso chi si nasconde dietro le corazze di solito abusa così tanto del proprio atteggiamento difensivo che finisce per allontanare gli altri. La sua paura di essere ferito è così grande che, anche se non lo desidera, allontana tutti quelli che si avvicinano con la sola intenzione di conoscerlo e, in certi casi, di amarlo. Questo succede perché chi si protegge con tanta insistenza è anche vittima di una crepa nell’amore, generata da un’esperienza passata.

Per evitare di rivivere il dolore delle proprie ferite, si mostra furioso come certi animali quando proteggono il loro territorio. L’altro, qualsiasi altra persona si trasforma in un nemico. Di conseguenza, un minimo contatto con l’armatura di chi si protegge può causare dolore.

Qual è l’antidoto per invertire tanto danno? Qual è il rimedio per rompere le corazze di chi ha sopportato tanta sofferenza? Come possiamo aiutarli a sciogliere questo incantesimo? Prima di tutto, è importante dire che le corazze crollano poco per volta. È un processo che necessita di una dose di amore, di comprensione, di pazienza, di accettazione e naturalmente, di sforzo.

Come vediamo, non ci sono soluzioni magiche, ma una profonda connessione con un’altra persona e, naturalmente, con se stessi. Chi si relaziona con una persona protetta da una corazza deve capire che la maggior parte delle volte non è lei che parla, ma la sua paura, quel mostro immenso che ha il sopravvento su di lei e che le fa credere che isolarsi sia il miglior modo di affrontare la vita, arrivando così a soffrire. Di conseguenza, capire i suoi timori e dimostrarle affetto sono aspetti molto importanti della relazione, parallelamente si dovrebbero abbandonare i comportamenti relazionati all’esigenza di migliorarla. Vale a dire, bisogna imparare ad accarezzare la sua anima, toccare la sua sensibilità e farla sentire protetta.

“L’amore non ha un’altra logica. Non è con la forza, ma accarezzando, che si apre un’armatura.”

-Marwan-

Chi ha costruito l’armatura deve capire che evitare la sofferenza a medio e lungo termine genera più dolore e che, nonostante la vita non sia sempre facile, il dolore è un capitolo in più che bisogna integrare nella propria storia. Per questo motivo, bisogna liberarsi della colpa e dell’atteggiamento duro e rigido verso se stessa per abbracciarsi e aprire le porte all’amore. Perché non c’è niente di più sano del prendersi cura di se stessi e trattarsi bene quando si è feriti.

via La Mente Meravigliosa

Ascoltare le persone che si lamentano sempre porta via molta della tua energia : Lo affermano famosi neuroscienziati



Abbiamo tutti almeno un amico o un conoscente che si lamenta tutto il giorno. Il clima, la vita, il lavoro o il film che hai visto ieri possono essere una ragione per cui queste persone sono in profondo disaccordo con tutti e persino con se stessi. Mentre ci sono persone che riescono a non lamentarsi di tutto ciò e a godere anche di quelle cose negative dalla vita, ci sono altri che si lamentano continuamente e riempiono la loro giornata con parole di negatività e di odio.

E’ stato condotto uno studio da alcuni neuroscienziati, che hanno misurato l’attività cerebrale nelle situazioni un cui una persona si trova a dover affrontare degli stimoli specifici, come ascoltare parenti o amici che si lamentano costantemente. I risultati hanno evidenziato che stare sempre a contatto con persone negative fa sì che i neuroni del cervello si “disconnettano”, non permettendo di essere lucidi e di risolvere efficientemente i problemi.

 

Ebbene, quindi entrare in contatto con una persona negativa per più di 30 minuti causa una disconnessione dei neuroni dell’ippocampo del cervello ed è proprio questa parte del cervello necessaria per risolvere i problemi della giornata.

I seguenti suggerimenti possono aiutarti a sapere cosa fare se hai a che fare con una persona negativa:

1. Prendi le distanze

La prima cosa che dovresti fare è scappare da queste persone. Sì, proprio così. E’ necessario allontanare queste persone negative il più possibile. Perché queste persone hanno il dono di trasformare un giorno normale in una terribile giornata. Inoltre prendono tutta l’energia che potresti spendere facendo le tue cose o rilassandoti contemplando uno splendido paesaggio.

2. Imposta i limiti

Con calma, rispetto ed equilibrio è necessario porre dei limiti alle persone ed alcune delle loro affermazioni che causano negatività nel modo di pensare e vivere.

3. Richiedi una soluzione

Per ogni problema minimo, questa persona vedrà sempre il bicchiere mezzo vuoto. Pertanto, la cosa migliore che puoi fare è trovare una soluzione al riguardo. Dì loro che dovrebbero risolvere il problema invece di lamentarsi per tutto il tempo, in modo che possano trovare da soli un modo per risolvere ciò che li affligge così tanto.

4. Dimostragli che il problema è suo, non tuo

Dietro una persona negativa troverai sempre la sconfitta e il basso valore per goderti le cose positive della vita. Quando fa commenti negativi, inizia a sorridere e gli dice che, a volte, “solo le persone positive ottengono le cose e arrivano al traguardo”.

5. Respira

Ispira profondamente ed espira in modo da liberarti da tutto ciò che è tossico o negativo. Con l’ossigeno che circola nel tuo corpo inizierai a produrre endorfine e quindi felicità.

6. Usa le tecniche mentali

Nel primo punto ti raccomandiamo di evitare le persone negative, ma se in un momento ti distrai e non riesci a sfuggire a queste situazioni, devi solo usare le tecniche mentali per bloccarle e salvare così i tuoi neuroni.

7. Osserva i tuoi pensieri

Cerca di osservare il tuo comportamento e cosa pensi durante il giorno per rimanere positivo. Cercate di avvicinare le persone con queste caratteristiche e prendere il tempo per osservare le cose buone che vi circondano: leggere, ascoltare musica allegra e, in definitiva, come ho già detto in questo articolo, stare lontano da persone negative.

Non solo ti rendono la giornata cupa e negativa, ma portano via anche l’energia vitale.

Dal Sito: pianetadonne.blog

Il giardinaggio contro ansia e depressione


“Un’idea meravigliosamente efficace”. Un nuovo studio sul “più puro dei piaceri umani” e i suoi benefici

Conversazione silenziosa con il mondo che ci circonda, il giardinaggio è un duro lavoro che 'libera la testa', oppure porta a galla pensieri semplici, "sporchi di terra". Pensieri dal grande potere tranquillizzante. La natura è "riparativa" e fa bene alla salute. Non lo dicono solo i saggi o i romanzi che, nel tempo, hanno esaltato questa pratica. Lo dice l'ennesima sperimentazione sul tema, partita in Gran Bretagna dal Cornbrook Medical Practice, un ambulatorio per la medicina generale di Manchester

giardinaggio”
“Giardinaggio?”
“Sì. Non importa come, né dove. Può essere uno spazio enorme o un piccolo terrazzo di città, pieno di deliziose piante in vaso”.

Una conversazione di un romanzo? Potrebbe essere. Ma ora potremmo sentirla davvero, una prescrizione del genere, fatta dal medico a chi soffre di ansia o depressione. Conversazione silenziosa con il mondo che ci circonda, il giardinaggio è un duro lavoro che ‘libera la testa’, oppure porta a galla pensieri semplici, “sporchi di terra”. Pensieri dal grande potere tranquillizzante. La natura è “riparativa” e fa bene alla salute. Non lo dicono solo i saggi o i romanzi che, nel tempo, hanno esaltato questa pratica. Lo dice l’ennesima sperimentazione sul tema, partita in Gran Bretagna dal Cornbrook Medical Practice, un ambulatorio per la medicina generale di Manchester. Ecco perché potrebbe capitare di avere a che fare con prescrizioni con su scritto il nome di qualche farmaco, e di qualche pianta.

“Le piante in vaso che daremo ai nostri assistiti sono principalmente erbe, come la melissa o l’erba gatta, che si adattano a questo scopo – ha spiegato Augusta Ward dalla segreteria medica della struttura britannica – La pianta è in fondo un mezzo per tornare a impegnarsi e condividere la socialità”. E la letteratura conosce da tempo questo legame gentile ma sudato che si instaura tra benessere e giardinaggio: “Gustav Wallis, figlio di un procuratore di stato a Lüneburg, sordomuto fino all’età di sei anni e poi ancora mezzo sordo, divenuto cercatore di fiori quasi per risarcire almeno gli occhi di ciò che le sue orecchie non ebbero, è una figura commovente“, scrive Rudolf Borchardt ne Il Giardiniere Appassionato.

“Ho visto quanto i nostri pazienti si rilassano nel giardino – ha spiegato Philippa James, medico chirurgo del Cornbrook Medical Practice – Ci sono molte prove di come due ore alla settimana in uno spazio verde possano sollevare l’umore e quindi anche dare benefici fisici, mentali ed emotivi. Questo è qualcosa che dobbiamo sfruttare”. Qualcosa di cui dobbiamo approfittare, dicono i medici, si tratti del grande giardino di una casa in campagna o di uno spazio verde trovato in città. Perché “il tempo del giardino è quello della vita. Non ci sono scopi da ottenere, obiettivi da raggiungere. Perché la vita è un solo fine, se stessa”. Lo scrive Jorn de Précy, ne E il giardino creò l’uomo.

“Prescrivere giardinaggio” è “un’idea meravigliosamente efficace”, ha spiegato Ruth Bromley, medico di medicina generale e presidente del Manchester Health and Care Commissioning. Cara a Gide, in questo senso degno erede di Jean-Jacques Rousseau e di George Sand, l’arte del giardino (“il più puro dei piaceri umani”, dice Francis Bacon, e chi siamo noi per non dargli ascolto?) ha trovato spazio in decine di libri e romanzi. E soprattutto, trova spazio nella vita di molte persone: il legame tra spazi verdi e salute è già stato al centro di diversi studi, come quello condotto da un team di ricercatori svizzeri e pubblicato sulla rivista Alternative Therapies in Health & Medicine. Ortocultura terapeutica. Ricerche degli ultimi anni. Cose recenti, se si conta che già nell’Inghilterra del 1600 ai pazienti più poveri veniva proposto di pagare il letto in ospedale dandosi da fare nell’orto accanto alla struttura. E fu impossibile per i medici non notare come, frequentando le aree verdi, i pazienti guarivano più in fretta. Per dirla come Mário Quintana, quindi come meglio non si può, “il segreto non è correre dietro alle farfalle. È curare il giardino perché esse vengano da te“.

Dal Sito: ilfattoquotidiano.it

martedì 27 agosto 2019

Paura dell abbandono 



La paura dell’abbandono è una paura comune ed è possibile identificarne le origini nella nostra infanzia. È normale che un bambino piccolo sperimenti allarme se l’adulto che si prende cura di lui si allontana. Ed è altresì normale che il bambino, di conseguenza, agisca comportamenti orientati alla soddisfazione del bisogno di vicinanza con essa.

Ripetute esperienze di sintonizzazione all’interno della relazione tra bambino e adulto di riferimento avranno un impatto positivo sullo sviluppo di molte funzioni del bambino. Tra queste, anche quelle deputate alla capacità di poter tollerare, gradualmente, le separazioni.

Perché da adulti abbiamo paura di essere abbandonati?

Nella storia delle persone che sperimentano ricorrentemente il timore di essere abbandonati è possibile identificare esperienze di abbandono, instabilità e perdita durante l’infanzia.

Queste solitamente riguardano un genitore o comunque una persona affettivamente molto significativa per il bambino. Possono includere, ad esempio, una grave malattia, un grave incidente, la morte o altri eventi che abbiano implicato un importante allontanamento.

Tuttavia, non è detto che sia necessario sperimentare eventi di questo tipo per sviluppare un’intensa paura dell’abbandonoche permane anche in età adulta. È infatti noto come ripetute esperienze di non adeguata sintonizzazione delle figure che si prendono cura del bambino col bambino stesso possano predisporre a sperimentare ansia di separazione in età evolutiva e paura di essere abbandonati in età adulta.

Paura dell’abbandono: quali conseguenze?

Per alcune persone il timore di essere abbandonati si manifesta come una costante in tutte le relazioni intime o nella maggior parte di esse. Tale timore è di solito associato alla sensazione che le persone importanti siano instabili o non affidabili. Per questo motivo non continueranno nel tempo a offrire sostegno, supporto, presenza e affetto, abbandonando la persona o addirittura “sostituendola” con qualcun altro “migliore” di lei.

Tale vissuto è associato all’incapacità di poter prendere in considerazione la possibilità che le relazioni possano finire, che l’altro possa allontanarsi, o addirittura lasciarci. Così, ogni comportamento della persona sarà orientato al mantenimento della relazione, magari nella convinzione che questo significhi “amare”.

Tuttavia, quando questa paura abbandonica è molto intensa, diventa estremamente difficile riuscire a “vedere” davvero l’altro per quello che è nella realtà e poterne apprezzare così, ad esempio, le reali qualità o difetti. Viene così a mancare un importante requisito necessario al fine di poterlo scegliere (o meno) come partner e di provare amore autentico per lui. Quello che prevale in questi casi è, infatti, l’obiettivo di evitare l’evento separazione “in sé” che, vissuto come abbandono, genererebbe emozioni estremamente dolorose.

Le modalità di gestione del timore di essere abbandonati

Tutte queste dinamiche implicano il fatto che le relazioni intime siano associate a pensieri (vissuti talvolta come certezza) relativi al fatto che ogni relazione sarà comunque destinata inesorabilmente a finire. E questo può portare a essere terrorizzati all’idea di legarsi a qualcuno. Così, una prima conseguenza della presenza di intensa paura di abbandono può essere quella di non legarsi davvero agli altri, evitando ogni relazione intima.

Se invece una persona che sperimenta un forte timore dell’abbandono si lega a qualcuno solitamente è possibile riscontrare due differenti scenari.

Nel primo, il timore di essere abbandonati potrebbe condurre “paradossalmente” alla scelta di partner instabili, inaffidabili o comunque poco disponibili ad impegnarsi nella relazione, finendo così per confermare e alimentare il timore stesso.

Nel secondo scenario invece, la persona può sperimentare una relazione stabile. Tuttavia, la convinzione che le relazioni affettive importanti non dureranno, potrebbe comunque portarla a vivere costantemente con la sensazione e il timore che l’altro se ne andrà. Questo implica il poter sperimentare preoccupazioni costanti, associate a livelli di sofferenza soggettiva più o meno intensa. Questi generalmente aumentano esponenzialmente in intensità quando si verificano episodi che vengono interpretati come conferme del potenziale temuto abbandono.

Emozioni e comportamenti associati al timore abbandonico

Tali eventi possono essere reali (un ritardo del partner nel rientrare a casa), immaginati (immaginare il partner con un’amica), o riguardare l’interpretazione completamente distorta di eventi del tutto “normali”. Domina in genere la gelosia ossessiva. In tutti e tre i casi si potranno manifestare conseguenze come ansia, paura, angoscia, dolore intenso fino alla sensazione di andare in pezzi, incubi, rimuginio e ruminazione.

Inoltre, aumenta la probabilità di adottare comportamenti orientati a monitorare e mitigare la minaccia e prevenire il temuto abbandono (come ad esempio richieste di rassicurazioni continue al partner). Queste “paradossalmente” aumenteranno la probabilità che il partner si allontani davvero confermando e alimentando, ancora una volta, il timore iniziale abbandonico.

Cosa fare per gestire la paura dell’abbandono?

Primo suggerimento

Il primo passo necessario per poter fare qualcosa di utile e funzionale è la consapevolezza di come funzionino certi meccanismi. Occorre comprendere cosa sta succedendo nelle proprie relazioni e perché.

Secondo suggerimento

Il secondo passo include invece l’agire nel presente affinché certe modalità relazionali non si riattivino costantemente. Quindi, fare qualcosa per cambiare e modificare concretamente il nostro agire, soprattutto nelle relazioni. Questo implica il rendersi conto, nella quotidianità, delle dinamiche che si attivano. Serve fare un passo indietro per poter sperimentare, seppur con difficoltà, nuove modalità comportamentali. Qualcosa di alternativo a ciò che, automaticamente, avremmo la tendenza a mettere in atto.

Ad esempio, in una situazione nella quale il partner sta tardando senza avvisare, potrebbe essere utile allenarsi a riconoscere i propri pensieri e le proprie emozioni che ne derivano. Si può poi scegliere di adottare comportamenti che siano più funzionali per sé (e forse per la relazione stessa).

Terzo passo

Un altro passo da poter fare è quello di esporsi, gradualmente, alle situazioni e alle sensazioni maggiormente temute. Talvolta il timore dell’allontanamento dell’altro è legato anche al timore di non potercela cavare da soli. Può quindi essere utile fare esperienze da soli che ci permettano di farci sentire più competenti e autonomi. Che incrementino il nostro senso di efficacia personale.

Quarto suggerimento

Se nella nostra storia relazionale abbiamo avuto spesso la tendenza ad annullarci per allinearci a quelli che erano i desideri degli altri, è importante imparare a conoscersi davvero come individui. Serve riscoprirsi (chi sono io oggi? cosa mi piace davvero? di cosa ho bisogno? cosa non mi piace?).

Quinto suggerimento

Infine, è importante imparare a prendersi cura di sé, del proprio senso di vuoto e delle proprie vulnerabilità e a “nutrirsi”, a prescindere dall’altro.

Tutti questi processi, consentendoci di vedere meglio noi stessi (e l’altro) per quel che davvero si è, diventano importanti anche al fine di poter sperimentare una relazione che sia veramente appagante e soddisfacente.

Conclusioni

Se la paura dell’abbandono e le sensazioni ad essa associate sono intense difficilmente potranno scomparire del tutto. Così, diventa utile imparare a dare loro spazio, non sforzandosi di allontanarle. Questo diventa importante perché cercare di allontanare certe sensazioni espone al rischio di sentirle “di più”. È invece possibile imparare a “convivere” con esse ma agendo comunque, da adulti consapevoli e responsabili del nostro benessere, verso una vita che sia per noi piena e significativa, nonostante la loro presenza.

Essere consapevoli di certi meccanismi e impegnarsi in un percorso di cambiamento può condurre a modificazioni, anche molto rilevanti, nell’intensità con cui certe sensazioni ed emozioni si sperimentano. Non è facile sperimentarsi in modalità così diverse da quelle cui siamo abituati. E non è facile tollerare le emozioni che questo comporta. La psicoterapia può essere un utile mezzo per incrementare la consapevolezza di certe dinamiche, per dare loro un significato. Aiuta a contenere le esperienze emotive dolorose che le accompagnano e sperimentarsi in nuove modalità, nonostante la comprensibile paura.

Dal Sito: ipsico.it

È possibile superare gli attacchi di panico una volta per tutte?



Superare gli attacchi di panico è sicuramente possibile, specialmente se sin da subito vengono seguiti questi preziosissimi consigli…

Gli attacchi di panico rappresentano una patologia sempre più diffusa e lo dimostrano i dati rilasciati di recente: circa 10 milioni di italiani ne soffre e almeno una persona su tre vive almeno un attacco di panico nella sua vita. Superare gli attacchi di panico potrebbe non essere così semplice, specialmente perché a lungo andare il soggetto che ne soffre potrebbe iniziare a riscontrare varie problematiche. È una patologia da cui, però, si può guarire con l’aiuto di un esperto. Ma quali sono i consigli da conoscere assolutamente che potrebbero tornarci molto utili? Scopriamolo insieme!

Attacchi di panico: cosa fare? Sin dal primo momento in cui ci ritroviamo a vivere un attacco di panico dobbiamo assolutamente essere a conoscenza di alcuni fattori molto importanti.

Prima di tutto, è importante saper riconoscere un attacco di panico e, soprattutto, capire sin da subito che si tratterà solo di pochi istanti. Dobbiamo essere consapevoli sin da subito che da questo tipo di problema si può guarire e che non sarà, quindi, qualcosa che farà parte di noi per tutta la vita. Sin dal primo momento non dobbiamo avere timore di raccontarlo a chi di dovere e confrontarci con chi ne ha già avuti in passato. L’attacco di panico non è il problema in sé, poiché rappresenta un sintomo di qualcosa che non va a livello personale ed emotivo. Solo dopo aver valutato il problema possiamo provare a risolverlo liberandoci, quindi, del tutto dagli attacchi di panico… Chi è esperto di fitness può insegnarci alcune tecniche di rilassamento: se il nostro corpo sa come muoversi di fronte a situazioni del genere, molto probabilmente potremmo reagire diversamente facendoci trovare pronte! Durante la giornata, quindi, cerchiamo di dedicarci, ad esempio, allo yoga.

Uno dei metodi per liberarsi di questo problema è intraprendere attività creative: iscriviamoci ad un corso di nostro gradimento, proviamo una lezione di scrittura, di pittura o di teatro… ma, soprattutto, impariamo a condividere con gli altri ogni nostro pensiero, ogni nostra paura e impariamo a chiedere aiuto!

Dal Sito: donnaglamour.it

Ansia e Paura


La paura e l'ansia occupano un punto preciso del nostro cervello. Si tratta di un piccolo nucleo (10-12 mm di diametro) di colore grigio-rossastro che si nasconde nelle profondità del Sistema Nervoso Centrale, in una posizione cruciale, in collegamento con molte altre strutture cerebrali.

Per forma e dimensioni simili a quelle di una piccola mandorla, questo gruppo di cellule fu denominato amigdala, circa 200 anni fa, dall'anatomo-patologo Karl Burdach. Allora si pensava che per connessioni e funzioni l'amigdala appartenesse solo ai centri dell'olfatto. Recenti ricerche hanno invece messo in evidenza il suo ruolo determinante nel controllo di comportamenti complessi quali l'attenzione e la vigilanza, lo sviluppo dei rapporti sociali e soprattutto l'apprendimento e la memoria della paura e dell'ansia.

Si è scoperto come informazioni che arrivano da tutte le vie sensoriali convergano verso l'amigdala. Stimoli non solo cognitivi (di conoscenza) e affettivi (riguardanti l'emotività), ma anche neutrali che provengono da quasi tutte le aree del Sistema Nervoso e che sono integrati, elaborati e quindi rispediti al mittente  con una nuova connotazione, si potrebbe quasi dire con una loro "coscienza".

Si pensa che le connessioni tra l'amigdala e la corteccia cerebrale frontale siano la via anatomica della percezione cosciente della paura e dell'ansia, in pratica attraverso l'amigdala ci si rende conto di questi stati emotivi. Di quella connotazione così esclusivamente individuale che rende ognuno di noi in grado di vivere le sue ansie e le sue paure in modo assolutamente proprio, in relazione con le esperienze e i sentimenti collegati a ogni evento in cui la paura è stata provata per la prima e tutte le volte successive.

C'è di più. Infatti, la paura e l'ansia nel processo di evoluzione dell'uomo sono state conservate perché "utili": in una colonia di scimmie o negli ominidi primordiali di 100 mila anni fa, per esempio, gli "ansiosi e i paurosi" avevano il ruolo naturale di sentinelle. Le sentinelle non giocavano, non andavano a caccia, ne' litigavano per il dominio del territorio, ma proteggevano il branco. Circolando nervosamente, come un uomo ansioso fa ancora oggi, tra i loro simili, scrutavano l'orizzonte, annusavano l'aria alla ricerca di un qualche segnale che giustificasse quella sensazione di peso, di tensione che si sentivano addosso. 
Mentre i coraggiosi rientravano con le prede e scoprivano nuovi e più fecondi terreni di caccia, i pavidi curavano la prole e le proprie famiglie come nessun altro avrebbe saputo fare. Ancora una volta l'umanità ha avuto bisogno di entrambi i tipi di comportamento e, come vedremo nelle pagine seguenti, di molti altri.

In un caso i nuclei cerebrali della paura, tra cui l'amigdala, sono molto sensibili agli stimoli ambientali, nell'altro sono molto più resistenti. Quando questi stimoli raggiungono il livello di soglia, diverso tra una persona e un'altra, si scatena una reazione fisica ben precisa e conosciuta. La pressione arteriosa si alza, i battiti del cuore aumentano, le pupille si dilatano, la cute si fa pallida, il respiro diventa superficiale e rapido, l'attenzione aumenta, le espressioni della faccia si modificano e compare un pensiero chiarissimo: "Ho paura".

Lo scopo di questo "uragano" neurochimico è quello di fornire energie e abilità sufficienti per reagire a uno stimolo esterno che solitamente giustifica l'ansia. Questo accade di solito, ma non sempre. L'amigdala è un nucleo d'interazione, in grado cioè di mettere in relazione azioni e reazioni ma non di giudicarle; in pratica, non può distinguere quanto gli stimoli ansiogeni siano reali o immaginari. Per il cervello ovvero per la sua amigdala, come tutti sappiamo, un sogno è reale, un film è reale, un libro è reale e lo sono le loro memorie, indipendentemente dal fatto che siano realmente accaduti. La neurofisiologia della realtà virtuale e le sue applicazioni si basano proprio sulla capacità del Sistema Nervoso di abbinare stimoli artificiali e quindi "virtuali" con memorie ed esperienze reali.

Ecco quindi che l'ansia intesa come malattia e la paura ingiustificata nascono da un "errore" che si verifica nelle strutture anatomiche preposte all'analisi degli eventi. L'amigdala è una di queste strutture, forse la principale. I difetti di funzionamento di questa minuta, altrimenti insignificante, zona del cervello contribuiscono a provocare gli attacchi di panico in cui tutte le sensazioni che abbiamo descritto sono improvvise, non sembrano avere una causa apparente e sono molto amplificate. In questi casi la coscienza della paura, la paura di ciò che potrebbe accadere è molto più importante di ciò che sta realmente accadendo, e il pensiero anticipatorio della paura diventa più preciso e doloroso: "Ho paura di morire. Ho paura di impazzire".
 
Esiste anche la condizione opposta. Quando l'amigdala è poco sensibile agli stimoli che provengono dalle altre zone del cervello, l'individuo non prova alcuna paura, né riesce davvero a capire cosa sia l'ansia. E' un evento molto raro ma possibile. E' quanto riportato nel caso di una paziente che, nonostante fosse esposta a stimoli normalmente ansiogeni (facce minacciose, animali feroci, foto di sanguinosi delitti) rimaneva del tutto indifferente. 
La signora non aveva neppure la benché minima reazione, la sua pressione arteriosa non si alzava di mezzo punto ne' il suo cuore accelerava di un solo battito. Niente, neppure quel sussulto che capiterebbe anche al più controllato di noi se qualcuno d'improvviso gli facesse "Buh!" da dietro una porta. Eppure la paziente era in grado di riconoscere lo stimolo, cioè sapeva descriverlo perfettamente ed era cosciente di quello che vedeva, non sapeva però che cosa significasse. Non riusciva a dare un peso emotivo a quelle immagini. Sarebbe stato bello lavorare di fantasia per cercare una ragione psicologica che aveva reso quella donna così refrattaria alla paura, che aveva conferito solo a lei e a nessun altro dei suoi fratelli e sorelle tutti cresciuti ed educati nello stesso ambiente, quei poteri tanto rari e "magici".

Gli psichiatri richiesero invece una Risonanza Magnetica, il cervello della "Signora Coraggio" era perfettamente normale eccetto che per una piccola lesione nel corno posteriore dell'amigdala. Una perdita di pochi millimetri che alla luce di quanto abbiamo detto era tuttavia sufficiente per impedire l'integrazione degli stimoli tra loro e con le memorie che essi avrebbero potuto evocare. Una migliore comprensione dei sistemi del cervello che inibiscono fisicamente le funzioni dell'amigdala e che quindi ne riducono l'eccitabilità, potrà portarci allo sviluppo di strategie a base di farmaci più efficaci di quelle attuali nel trattamento dei disturbi della memoria, dell'ansia e degli attacchi di panico.

L'evoluzione della nostra razza è iniziata molto tempo or sono ed è stata molto lenta, tanto che per la divergenza tra noi ed i gorilla che è iniziata circa 5 milioni di anni fa esiste una variazione tra i patrimoni genetici di appena l'uno per cento. Una mutazione ogni 100 basi ci rende diversi dai primati più vicini a noi, mentre tra noi e gli uomini vissuti ad esempio 400 anni fa non vi è alcuna differenza genetica sostanziale, si tratta di differenze funzionali, dovute ad un miglior adattamento, ad una migliore qualità della vita, al miglioramento delle cure mediche. Il cervello è sostanzialmente lo stesso. Questa differenza tra le condizioni naturali in cui l'evoluzione è avvenuta e l'improvviso cambiamento di quelle in cui attualmente l'uomo vive, contribuisce a spiegare i costi psicologici, sociali e l'aumento della frequenza di certe malattie che osserviamo al giorno d'oggi.  Vi sono le condizioni in grado di interferire con il normale funzionamento del sistema dopaminergico e di causare nuovi episodi della malattia maniaco-depressiva. In fondo ogni condizione che può mandare il sistema in eccitamento è in grado di mandarlo in depressione e la soluzione sarebbe quella di non illuderci di una euforia troppo esagerata. Un concetto già espresso da William Shakespeare quasi quattro secoli or sono che vedremo nel prossimo paragrafo che introduce il nostro tentativo di interpretare i vizi capitali, ovvero dei tratti cognitivo-comportamentali, in chiave evoluzionistica.

Tratto da "Imperfezioni umane" -  di Luca Pani e Gilberto Corbellini (Rubbettino)


Dal Sito: dica33.it

venerdì 23 agosto 2019

La dipendenza affettiva è il mostro dagli occhi verdi che divora le storie d amore


Se quando il partner è lontano ci manca l'aria e quando è vicino stiamo sempre attenti a non contraddirlo, forse sta divorando anche la nostra (ma c'è rimedio).

Ti manca l’aria. Ti sembra che l’unica aria respirabile sia quella intorno a lui/lei, e tutto il resto è fumo tossico. Quando siete in due luoghi diversi non fai altro che contare i minuti che mancano prima di tornare insieme, e tutto il tempo fra la separazione e il ricongiungimento è solo un tunnel nell’ansia, pura ansia. Molte più persone di quanto si pensi soffrono di dipendenza affettiva. La dipendenza affettiva si manifesta soprattutto nelle le relazioni stabili, principalmente nel rapporto di una coppia, ma non solo. Per qualcuno è un segno di vero amore e di legame serio, in realtà le relazioni contaminate da dipendenza affettiva sono destinate a essere distruttive. In queste relazioni, il partner è posto al di sopra di qualsiasi cosa, anche di sé stessi, e la relazione genera disagio, invece che felicità, anche perché spesso è un’ossessione unilaterale. Il partner diventa il motore principale della vita, che ruota attorno alla coppia e alla relazione. Come capire se la stiamo vivendo

Dipendenza affettiva, come riconoscerla. I sintomi della dipendenza affettiva sono un mix di comportamentali psicologici ed emotivi, che si possono riassumere in un decalogo. Vediamolo insieme.

#1 Idealizzazione dell'altro: i "dipendenti affettivi" si creano un'immagine idealizzata della coppia. Vedono il partner come un essere eccezionale, speciale e perfetto. Può sembrare normale, in amore. Ma quando è una questione patologica, in questa immagine mentale che si crea, sovrastimano le virtù ed eliminano i difetti che l'altra persona può presentare.

#2 Panico al pensiero dell'abbandono o di un rifiuto del partner. L'idea di essere abbandonati o respinti dal partner genera molta ansia in tutti. Ma quando si tratta di dipendenza, si vive perennemente anticipando gli scenari anche quando non ci sono avvisaglie di rottura. E cominciando a soffrire d’anticipo per qualcosa che non si sa nemmeno se accadrà, finendo per scatenare anche attacchi di panico. Questa condizione può creare un forte squilibrio nella coppia perché la persona dipendente adotta la strategia della sottomissione, si adatta a tutto senza obiettare e cerca di soddisfare tutti i desideri e i bisogni dell'altro, convinti che facendo così, non verranno abbandonati mai. 

#3 Paura della solitudine. Stare un po’ da soli, è stato dimostrato dalla psicologia, fa bene. Ma le persone con dipendenza affettiva percepiscono la solitudine come uno stato d’angoscia. Quindi si aggrappano ossessivamente alla persona da cui dipendono.

#4 Bassa autostima. Il classico soggetto in preda alla dipendenza affettiva si porta dentro un problema di autostima condizionata dagli altri. Per queste persone, solo la relazione, il suo andamento, ciò che il partner gli comunica, è fonte di autostima. Tuttavia, sviluppando atteggiamenti di sottomissione, la loro autostima si deteriora inevitabilmente.

#5 Difficoltà nel processo decisionale. Chi soffre di dipendenza emotiva incontra reali difficoltà nel prendere decisioni che nelle situazioni di coppia. Tende tutte a delegare le decisioni al partner. 

#6 Bisogno di piacere: per raggiungere l'accettazione da parte del partner la persona ne adotta e assume le opinioni e i desideri, e non manifesta mai i propri, per paura che non coincidano con quelli dell’altro. Finendo a volte per non capire più cosa gli piace o gli interessa davvero.

#7 Necessità di star vicino all'altro in ogni momento. Come già accennato sopra, la persona dipendente soffre di ogni separazione sia definitiva che temporanea. Ad esempio, quando l'altro svolge normali attività individuali, come uscire con gli amici o recarsi al lavoro. In queste situazioni il dipendente ha bisogno di sapere che l'altro è vicino almeno col pensiero, e stabilisce contatti multipli e ossessivi per telefono o tramite messaggi, e-mail, WhatsApp e tutto ciò che la tecnologia mette a disposizione. 

#8 Rinunce. In ogni relazione si scende a compromessi e si sacrifica qualcosa per l’altro. Ma il dipendente emotivo rinuncia praticamente a tutto: alle amicizie, ai familiari, ai progetti, ai bisogni, perché inizia a contare solo ciò che è importante è l'altro. 

#9 Dipendenza affettiva e sensi di colpa. La persona che soffre si sente vuota e senza speranza se non è con il partner e nel contesto di una relazione, quindi la perdita della persona amata è una preoccupazione costante nella sua vita. D'altra parte, si sente in colpa per gli stati emotivi negativi del partner, credendosene responsabile anche quando non lo è. Come in un famoso messaggio virale humor che girava via email prima dell'avvento dei social, in cui lei si chiedeva tra sé e sé cosa avesse fatto per provocare il silenzioso malumore di lui e come porvi rimedio, mentre lui intanto pensava semplicemente alla squadra del cuore che aveva perso.

#10 Ansia da separazione e sindrome da astinenza. Una separazione momentanea genera una grande ansietà che la persona con dipendenza affettiva non riesce a gestire. Anche dopo che la relazione è finita, si cerca di mantenere i contatti, generando, nei casi estremi, situazioni di stalking. 

Dipendenza affettiva, come uscirne? Ora che abbiamo capito se siamo intrappolati anche noi in questa sorta di sindrome, possiamo provare a intraprendere quattro passi. Il primo, riguarda lo sviluppo dell'autonomia e dell'indipendenza. Si devono recuperare i gradi di autonomia e indipendenza che consentono l'equilibrio nella relazione. Poi, lavorare sullo sviluppo di un'autostima incondizionata e che dipenda da risorse interne, non da fattori esterni. Bisogna ragionare molto sulle aspettative irrazionali che riguardano la relazione, il legame e i ruoli dei membri della coppia per accettare convinzioni più adeguate e che consentano uno sviluppo all'interno della relazione. Infine, se da soli non ce la facciamo ad uscire da uno stato di disagio, non c’è mai da vergognarsi chiedendo aiuto ai terapeuti. In fondo, sono lì solo per aiutarci.

Dal Sito: Marieclaire.com

giovedì 22 agosto 2019

Colori e personalità


Scopri come la Terapia del Colore può migliorare la tua energia!

Spesso ci sentiamo stanchi, debilitati, poco concentrati, con la testa offuscata, instabili e poco coerenti, abbattuti o apatici e non ci riconosciamo nelle solite reazioni… e se il semplice utilizzo di un capo colorato, una luce particolare, o, perché no, un bagno di colore….facesse già la differenza?Scopriamolo assieme!

L’ENERGIA DEI COLORI

Si dice che il colore sia vibrazione… ed è vero! Esso infatti è in relazione alla luce che penetra la materia e in base alla lunghezza d’onda che essa riflette: pertanto anche noi “vibriamo” con i nostri sensi e interagiamo con l’ambiente circostante in un equilibrio dinamicoassorbendo e cedendo energia. Ogni cellula e ogni organo, infatti, riceve frequenze e ne emette di proprie: in questo modo si attraggono componenti per osmosi, selezionando ciò di cui ognuno di noi ha bisogno. Tuttavia, se il corpo umano è sottoposto ad un forte campo elettromagnetico esterno di polarità negativa ed entra in risonanza con questo, la cellula si nutrirà di sostanze nocive generando disordine funzionale e abbassamento del colore risuonato.

L’energia assorbita scorre attraverso di noi creando esperienze diverse che noi rielaboriamo come emozioni. Ma se il nostro sentire non fluisce liberamente si possono generare da semplici disturbi a malattie croniche: magari ti potrà sembrare strano o poco pragmatico, ma la cromoterapia è oramai riconosciuta ed utilizzata da molti medici e operatori del benessere per la cura di diversi problemi psicosomatici.

Colori e Personalità: andremo ora a capire quali sono i colori associati alle caratteristiche personali, di modo tu possa ottenere degli spunti utili per riconoscere le tue qualità e implementare le tue aree di miglioramento.

1. IL ROSSO e LA FISICITA’

Il colore rosso è collegato alla radice ed è sinonimo di salute: dona forza al cuore per essere coraggioso, favorisce l’attività fisica, l’energia e la praticità manuale. Caratterizza, inoltre, le persone altamente responsabili, che amano profondamente la vita e prendersi cura di sé stessi, che infondono solidità, sicurezza e fermezza. Se la radice viene meno, si noterà una forte stanchezza, perdita di costanza, testardaggine smisurata, attacchi di rabbia e aggressività, poco senso del dovere e pensieri di miseria e abbandono.

2. L’ARANCIONE e LA CREATIVITA’

L’arancione è collegato al piacere per la vita: quando quest’energia è in equilibrio si è socievoli, accoglienti, empatici con ottime relazioni sociali. Esso è sinonimo di propositività, abbondanza, calore e capacità di mettersi in gioco. Ma se l’energia cala avremmo a che fare con persone esibizioniste, disoneste, disordinate, dipendenti (da droga, cibo, fumo o gioco d’azzardo) ed interessate ad un mero aspetto economico.

3. IL GIALLO e L’APPRENDIMENTO

Il giallo si caratterizza per essere il colore dell’autostima, le persone “gialle” si riconoscono per la sete di conoscenza: curiose, concentrate, hanno capacità di rimanere sul pezzo, generalmente ottimiste. Le troveremo spesso a studiare, informarsi, approfondire e trasmettere conoscenza. Se si perde questa centratura, ci confronteremo con persone insensibili, sospettose, egocentriche e calcolatrici.

4. IL VERDE e L’EMPATIA

Il verde è un colore che racchiude la sintesi tra i toni caldi e freddi. L’energia verde è calmante, armoniosa, appassionata e felice, coinvolgente, comprende sempre il prossimo. Se in difetto è un’energia che crea ipersensibilità, gelosia, ansia, fragilità emotiva o durezza di cuore.

5. IL BLU e LA COMUNICAZIONE

Il blu è il colore dell’apertura mentale, della meritocrazia, del senso di rispetto e correttezza. La persona blu sa portare avanti le proprie idee, possiede ottime doti di leadership con senso di appartenenza. E’ un comunicatore a servizio degli altri, calmo, stabile e paziente e mantiene il giusto distacco dalle situazioni (non è passionale ne emotivo). Se, però, l’energia blu è cristallizzata la risultanza sarà una persona snobbista, sarcastica, cinica ed ambiziosa, con la capacità di “tagliarti a fette” con l’uso della parola.

6. L’INDACO e L’INTUITIVITA’

L’indaco è un idealista puro, ingenuo, telepatico, fortemente intuitivo e non ha sviluppato la percezione del pericolo, spesso i “bambini indaco” vengono definiti tali perché incompresi: sono in realtà soggetti che possiedono un’energia gentile e sottile, non convenzionale, avanguardista. Ma è anche colui che implode in depressione, avidità e assenza totale di volontà e disciplina se non correttamente sorretto.

7. IL VIOLA e LA SPIRITUALITA’

Definito “il profeta” per la sua forte spiritualità, la connessione con il divino, profonda umiltà, fiducia e rispetto della vita, la persona viola permette di sviluppare una grande forza mentale e carisma ispirando e trasformando gli altri e avendo a cuore il benessere dell’umanità. Attenzione però che per la sua forza di persuasione, può diventare manipolatore, fanatico, speculativo, ossessionato e superbo e perdere la propria centratura.

E ROSA e TURCHESE?

Ebbene sì….anche questi colori ci aiutano a riequilibrarci! Il rosa è sinonimo di amore incondizionato, guarisce le ferite ed i traumi emotivi e promuove il rinnovamento cellulare, mentre il turchese è orientato all’espressione di se stessi, migliora la comunicazioneattraverso il cuore, diminuendo le balbuzie.

Sicuramente ti sarai ritrovato in qualche descrizione e avrai riconosciuto caratteristiche positive e negative di amici e parenti: utilizza questo spunto per attuare piccoli gesti che possono aiutarti e aiutare le persone vicino a te a ripristinare la propria energia e il proprio benessere. Bastano davvero piccoli gesti: un foulard al collo, un accessorio colorato, un cristallo al polso o al dito, un complemento d’arredo e…buon riequilibrio!

Dal Sito: salugea.com

Quali sport fare per combattere l’ansia e ritrovare il sorriso


Lo sport è un mezzo molto efficace per combattere l’ansia: muoversi aiuta a rinfrescarsi le idee, a svuotare la mente e non solo!
Fare sport stimola la produzione di endorfine,  le molecole del benessere che ti assicurano serenità, ma anche buonumore e 
notti serene!

Le endorfine intervengono come co-fattori nella regolazione dell’umore,  quindi più il meccanismo naturale  del piacere è stimolato dallo sport e più diventi aperto alle esperienze delle vita e progressivamente affronti le situazioni con più distacco anche quando attraversi un momento “no”.

Praticando sport, il corpo si abitua ad un “sano stress” e diventa quindi più resistente al “vero stress” che ti  rende negativo, stanco e nervoso. 

I ricercatori dell’Università dell’Arizona hanno dimostrato che chi pratica regolarmente sportproduce meno adrenalina (ormone dello stress)  di una persona sedentaria. Ma quali sono gli sport più efficaci?

Sì agli sport outdoor nella natura!

Fare uno sport outdoor fa bene alla salute ma praticarlo in mezzo alla natura fa bene anche alla salute e  all’anima!

Dal punto di vista fisico, fare lunghe passeggiate nel bosco, pedalare, praticare  nordic walking o canoa ti aiuta a respirare aria pura e ad ottenere la massima ossigenazione e quindi a liberarti dall’ansia. 

Non solo, un’attività fisica nella natura può aumentare la tua autostima e farti sentire appagato dalla vita anche se vivi un periodo di stress. 

Uno studio giapponese ha dimostrato che chi pratica lo “shinriyoku” ( passeggiate nel bosco)  ha come beneficio immediato la riduzione del ritmo cardiaco e della pressione arteriosa.  

Quindi, appena puoi, scappa dalla città! In più, la luce solare esercita un effetto benefico sull’umore, stimolando la produzione dell’ormone della felicità, la serotonina, e favorendo, da parte del nostro organismo, la produzione della vitamina D, quindi sì a qualsiasi attività sportiva nella natura!
Consigli per fare sport e riuscire a smaltire l’ansia

Scegli uno sport che ti diverte: farsi piacere è il miglior modo per essere costante nella tua attività fisica.

Scegli uno sport senza competizione : l’obiettivo è di rilassarsi, coccolarsi e stare bene.

Impegnati: compra un diario dove scriverai il tuo programma e i tuoi appuntamenti sportivi. Se non riesci, imponiti un programma come la sfida dei 100 giorni.

Scopri quale sport è adatto a te!

1 – Gli sport cardio: una stanchezza che ti rilassa

Sport cardio: quali sono

  • Corsa moderata  
  • salto alla corda
  • aerobica
  • bicicletta
  • camminata veloce.

Sport cardio: i benefici per la mente

Fanno lavorare tutto il corpo e il tuo sistema cardiovascolare procurandoti una “sana stanchezza” muscolare.

In più provocano, se praticati ad andatura moderata, il rilascio di endorfine.  I ricercatori della Duke University hanno dimostrato che correre per 40 minuti aumenta la produzione di serotonina che regola l’umore.

Sport cardio: per chi

Per tutte le persone che pensano troppo o  che hanno bisogno di sfogarsi, quelle che hanno un carattere esplosivo o che hanno la tendenza ad essere negativi o depressi.

Raccomandazioni

Mentre corri o pedali, prova a cacciare i pensieri negativi e concentrati sul paesaggio o sulla tua play-list per evadere e sentire meglio i benefici.

Quante volte a settimana: 2 o 3 sedute di 30-40 minuti alla settimana

2 – Gli sport acquatici per rilassare il tuo corpo

Sport acquatici

  • Nuoto
  • acquagym
  • nuoto con le pinne
  • hydrobike.

Benefici

Piacevoli perché praticati in acqua tiepida, gli sport acquaticifavoriscono il rilassamento del corpo facendolo lavorare molto più intensamente di quello che sembra!

La resistenza dell’acqua aumenta il lavoro del cuore e dei muscoli e come premio effettua un massaggio corporeo. Risultato?Esci dall’acqua con i muscoli rilassati e la testa sgombra di pensieri grazie alla maggiore produzione di serotonina.

Per chi

Per le persone tese o agitate, per chi ha la tendenza a sgranocchiare tra un pasto e l’altro e che soffre di fame nervosa, per chi ha problemi di insonnia.

Raccomandazioni

La condizione sine qua non per praticare uno sport acquatico è amare l’acqua!

Se temi di annoiarti dopo qualche lunghezza, puoi alternare le attività acquatiche (fare per un esempio, un corso di acquagym + 10-15 lunghezze di rana o dorso per allungare i muscoli)

Quante volte a settimana: 2 sedute di 40-60 minuti alla settimana.

3 – Gli sport meditativi per calmare la tua mente


Sport meditativi

 yoga

tai-chi-chuan

arti marziali

Qi-gong.

Benefici

Queste discipline fanno lavorare sia il corpo che la mente.

Sono basate sulla respirazione  e la ricerca della precisione nell’eseguire la posizione.

Come la meditazione, procurano dei benefici legati ad una migliore  gestione dell’ansia grazie all’abbassamento dei livelli del cortisolo, del ritmo cardiaco e della pressione arteriosa.

Il corpo ritrova elasticità e mobilità  ma non solo: queste discipline procurano un senso  di pace interiore dando la possibilità di vedere con un altro occhio i problemi.

Sport meditativi: a chi sono adatti

Per chi odia la competizione, per chi ha problemi di costanza e di motivazione,  per chi sta per scoppiare, per chi soffre di crampi notturni o ha tensioni muscolari legate allo stress.

Raccomandazioni

Non c’è età per iniziare! All’inizio è meglio che ti faccia seguire da un maestro, poi puoi praticare questi sport da solo a casa appena hai qualche minuto per sentire i benefici.

Quante volte: 2-3 sedute di 1 ora alla settimana, poi 1 seduta di un’ora + 15-20 minuti quotidiani all’inizio o a fine giornata.

Dal Sito: melarossa.it