venerdì 26 giugno 2020

Hai bisogno sempre di compagnia? Potresti soffrire di un disturbo dipendente di personalità

Ci sono vari disturbi di cui si può soffrire. Alcune persone necessita sempre di una persona accanto: ecco cos’è il disturbo di personalità dipendente.


Il disturbo di personalità dipendente (DDP) è un disturbo di personalità ansioso caratterizzato dall’incapacità di essere solo. Le persone con DDP sviluppano sintomi di ansia quando non sono in compagnia di altre persone. Si affidano ad altre persone per comodità, rassicurazione, consulenza e supporto.
Le persone che non hanno questa condizione a volte affrontano sentimenti di insicurezza. La differenza è che le persone con DDp hanno bisogno di rassicurazioni dagli altri per poter andare avanti. Secondo la Cleveland Clinic, le persone con questa condizione normalmente mostrano segni all’inizio della metà dell’età adulta.

Cause e sintomi di DDP

Una condizione deve rientrare in uno dei seguenti cluster per essere classificata come disturbo di personalità:

Cluster A: comportamento strano o eccentrico;
Cluster B: comportamento emotivo o irregolare;
Cluster C: comportamento ansioso e nervoso;

DDP appartiene al cluster C. I segni di questo disturbo includono:
• comportarsi in modo sottomesso;
• basarsi su amici o familiari per il processo decisionale;
• necessitare di rassicurazioni ripetute;
• essere facilmente ferito dalla disapprovazione;
• sentirsi isolato e nervoso da solo;
• temere il rifiuto;
• essere eccessivamente sensibile alle critiche;
• non riuscire a stare da solo;
• avere la tendenza ad essere ingenui;
• temere l’abbandono.

Le persone con DDP possono richiedere una costante rassicurazione. Possono rimanere devastati quando le relazioni e le amicizie vengono interrotte.

Quando è sola, una persona con DPD può sperimentare:
• nervosismo;
• ansia;
• attacchi di panico;
• paura;
• mancanza di speranza.
Alcuni di questi sintomi sono gli stessi per le persone con disturbi d’ansia. Anche le persone con condizioni mediche come la depressione o la menopausa possono manifestare alcuni di questi sintomi. Bisogna rivolgersi al proprio medico per ricevere una diagnosi specifica se si verifica uno dei suddetti sintomi.
Non è noto cosa induca le persone a sviluppare il DDP. Tuttavia, gli esperti citano entrambi i fattori biologici e di sviluppo.

Quali sono i fattori di rischio?

Alcuni fattori di rischio che potrebbero contribuire allo sviluppo di questo disturbo e includono:

• avere una storia di abbandono;
• avere un’educazione abusiva;
• essere in una relazione abusiva a lungo termine;
• avere genitori iperprotettivi o autoritari;
• avere una storia familiare di disturbi d’ansia.

Come viene diagnosticata il DDP?
Il medico ti sottoporrà a un esame fisico per vedere se una malattia fisica potrebbe essere la fonte dei sintomi, in particolare l’ansia.
Ciò può includere esami del sangue per verificare la presenza di squilibri ormonali. Se i test non sono conclusivi, è probabile che il medico ti manderà da uno specialista in salute mentale.
Uno psichiatra o uno psicologo – di solito – diagnostica il DDP. Prenderanno in considerazione i sintomi, la storia e lo stato mentale durante la diagnosi.
La diagnosi inizia con una storia dettagliata dei sintomi. Ciò include da quanto tempo li vivi e come sono avvenuti. Il medico può anche porre domande sulla tua infanzia e sulla tua vita attuale.

Come viene trattato il DDP?

Il trattamento si concentra sull’alleviamento dei sintomi. La psicoterapia è spesso il primo corso d’azione. La terapia può aiutarti a capire meglio la tua condizione. Può anche insegnarti nuovi modi per costruire relazioni sane con gli altri e migliorare la tua autostima.
La psicoterapia viene generalmente utilizzata a breve termine. La terapia a lungo termine potrebbe farti diventare dipendente dal tuo terapista.
I farmaci possono aiutare ad alleviare l’ansia e la depressione, ma sono generalmente usati come ultima risorsa.
Il tuo terapista o medico può prescriverti un farmaco per curare gli attacchi di panico derivanti da un’ansia estrema, ma è tutto da valutare in maniera scrupolosa.


Dal Sito: lettoquotidiano.it 

Cherofobia. Paura di essere felici: come gestirla e superarla

Esiste la paura di essere felici? Si può superare? La paura di essere felici si trasmette e può essere considerata contagiosa? Esiste un lato positivo nella paura di essere felici?

Conosciuta anche come Cherofobia, questa forma di ansia nasce dalla paura che la serenità possa in qualche modo essere vulnerabile. La dott.sa Rossella Valdré di Guidapsicologi.it racconta quali sono le origini della paura di essere felici e in che modo è possibile imparare ad arginarla, gestirla e superarla.

Perché abbiamo paura di essere felici?
«Esiste un paradosso nell’essere umano, che non si trova in nessun altro animale: la paura del benessere, del piacere, come si dice oggi con un termine più in voga della “felicità”.

Come mai accade questo, se è vero, come la psicoanalisi ci ha insegnato, che l’organismo è retto dal principio di piacere? Freud scoprì nel 1916 un tipo di personalità che chiamò “Coloro che soccombono al successo”: tutte quelle persone che sembrano avviate al fallimento, che ripetono relazioni o amicizie frustranti, che iniziano cose che già sanno non porteranno a termine… e via dicendo. Tutti noi ne conosciamo, e forse tutti noi qualche volta siamo stati tentati di scegliere la via dell’insuccesso. Freud diede la spiegazione, tuttora valida, che in questi casi la persona soccombe per il senso di colpa inconscio.

Badiamo bene, inconscio. Non ce ne rendiamo conto, ma è come se la nostra felicità e successo in qualcosa ci facesse sentire un insopportabile senso di colpa ad esempio verso i genitori, fratelli, paura di superarli, in fantasia, quindi, di ucciderli. Clinicamente è un assetto personologico che si trova frequentemente ed è difficile da trattare.»

Si può superare questa paura?
«L’unico modo è diventarne consapevoli, attraverso un percorso di conoscenza, psicoanalisi o psicoterapia. Occorre andare a fondo e scoprire le ragioni recondite, di cui sopra ne ho menzionato una tra le più note e importanti, ma possono essercene altre.

Ad esempio è frequente negli adolescenti ma non solo, la paura che se si ottiene un successo (ad esempio laurearsi, iniziare una relazione) dopo occorre assumersene la responsabilità. In questi casi non è tanto in gioco il senso di colpa inconscio quando la fuga dalla responsabilità.»

Esistono persone predisposte alla paura di essere felici?
I tipi menzionati sopra, persone gravate da un senso di colpa inconscio, spesso i depressi, anche in forme non gravi di depressione, o personalità narcisistiche e immature che, appunto, rifuggendo la responsabilità paradossalmente sfuggono anche al benessere.»

Di solito che tipo di soggetti tendono a soffrire di questa paura?
«Non esiste un tipo specifico. Nella mia pratica clinica ho visto il problema come trasversale ad uomini, donne, ricchi, poveri, giovani e no. Direi che è una problematica profonda, che si annida nel profondo dell’essere umano che nasce, ce lo dice anche la religione, colpevole “di facto”.
Siamo molto portati a sentirci in colpa, soprattutto le personalità depressive, o a non sentirci all’altezza, in questo caso le personalità narcisistiche.»

La paura di essere felici può considerarsi un ostacolo alla felicità?
«Certamente. Se è episodica,e la persona, con aiuto terapeutico o meno, ne individua le cause e la risolve, può affrontarla. Diversamente, se si radica nell’inconscio, diventa un “carattere”, come ha scoperto Freud, un modo di essere, e ora un serio impedimento alla serenità, termine che preferisco a quello di felicità. Perché la felicità è data da attimi, momenti, mentre la pace e la serenità possono essere stati d’animo duraturi.»

La paura di essere felici si trasmette e può considerarsi contagiosa?
«Contagiosa non certo in senso genetico ma sul piano psichico, poiché il bambino si identifica con i genitori, se un genitore soffre delle situazioni patologiche che abbiamo detto, il bambino può inconsciamente identificarsi e, in seguito, ripeterle lui stesso senza rendersene conto. Quindi direi di sì, all’interno di certe costellazioni familiari questo è possibile.»

Esiste un lato positivo della paura di essere felice? Ad esempio non farsi false illusioni, mantenere un atteggiamento razionale.
«Se vogliamo, vista da quest’ottica, sì. Non la chiamerei allora paura della felicità, ma un sano evitamento della maniacalità. Con questo termine si intende uno stato d’animo opposto alla depressione, dove si sente che tutto è possibile, ed è in realtà molto patologico. Quindi entro certi limiti, non lasciarsi troppo andare a facili illusioni, non sentirsi onnipotenti, ci aiuta a vivere nella realtà.»

Gli esperti di Guidapsicologi hanno stilato una lista di suggerimenti per affrontare la paura di essere felici.

1. Scrivere un diario personale: dove annotare ogni giorno come ci si sente, in che occasioni abbiamo provato paura e cosa invece ci fa stare bene. È importante essere costanti e rileggerlo. In questo modo si possono individuare i comportamenti e le abitudini distruttive e lavorare per eliminarle o trasformarle.
2. Frequentare persone positive: meglio evitare persone tossiche o negative. Per coltivare la felicità bisogna circondarsi di persone che permettono di mantenere scambi interessanti e con cui sentirsi bene.
3. Fare cose che ci fanno stare bene, senza uno scopo preciso: a volte basta fare delle cose fini a se stesse, per esempio uscire con gli amici, andare a ballare, fare sport, farsi un regalo. Rompere la routine e vivere appieno il momento e le proprie emozioni ci permette di credere nella felicità e di godere della bellezza dei singoli istanti della vita. Questo consiglio è molto utile per le persone che pensano troppo e che si fanno prendere dall’ansia prima che le cose succedano.
4. Parlare delle proprie emozioni: comunicare ciò che si sente, imparando a descrivere i propri stati è utile sia in termini di confronto con l’altro che per una maggiore chiarezza e quindi conoscenza di noi stessi.
5. Fare yoga o qualsiasi attività meditativa: aiuta a imparare a respirare, ossigenare la mente e calmare il corpo. Una corretta respirazione è fondamentale per mantenere uno stato di tranquillità e consapevolezza.


Dal Sito: reportageonline.it

Tenere allenata la mente: perché è importante e piccoli trucchi



“La mente è come un paracadute, funziona solo se si apre” recita una citazione attribuita ad Albert Einstein. E per far funzionare la mente occorre tenerla allenata. Il cervello, infatti, funziona come un muscolo e tanto più viene utilizzato, quanto più riesce a sviluppare connessioni e abilità a volte sorprendenti. È stato ampiamente dimostrato come esista una reale connessione tra stato di salute cerebrale e invecchiamento: dagli anni ’70, infatti, grazie all’introduzione delle nuove metodologie delle neuroscienze, il cervello è stato definito come un organo plastico. Siamo dunque in grado di portare cambiamenti alla struttura fisica del cervello, alle sue funzioni cognitive e all’organizzazione dei neuroni semplicemente allenandolo nel modo giusto. Uno dei segreti è essere curiosi di imparare nuove cose. Si può essere curiosi di imparare a dipingere, oppure di capire come si gioca a poker o qualsiasi altro gioco di carte. C’è chi vuole imparare a cucinare e chi vuole imparare una nuova lingua. Ecco, questi stimoli possono essere molto utili per tener allenata la mente.

 

La struttura del nostro cervello

Il nostro cervello funziona attraverso il sistema nervoso che riceve stimoli sia dall’ambiente esterno che da quello interno e li “analizza” in modo da produrre nei vari organi risposte appropriate e coordinate. Questo organo è considerato il più complesso e misterioso del nostro organismo, in grado di controllare molteplici funzioni molto diverse tra loro e alla base della vita di tutti noi, quali la memoria, il linguaggio, i movimenti di braccia e gambe e il funzionamento in genere di tutti gli organi presenti nel corpo con conseguente regolazione ad esempio del respiro e del battito cardiaco.



Consigli per allenare la mente

Sapevate che per allenare la mente dobbiamo fare attività fisica? Ebbene sì, studi dimostrano che eseguire esercizi fisici permette di riorganizzare il cervello in modo che sia più resistente alle sollecitazioni. L’esercizio fisico regola il rilascio della noradrenalina nel cervello, che è coinvolta nelle risposte a stress e riduce gli attacchi panico. Viene interessata quindi la parte del cervello chiamata ippocampo ventrale.

 

Gli esercizi fisici hanno un effetto protettivo relativamente di lunga durata contro l’ansia. Sia che l’esercizio venga eseguito a bassa o media intensità, ha dimostrato di ridurre l’ansia. Tuttavia, chi fa esercizio fisico ad alta intensità è più propenso a sperimentare una riduzione di ansia maggiore, soprattutto tra le donne.

 

Anche attraverso la corretta alimentazione è possibile allenare la mente. Il primo passo è quello di concedersi una colazione sostanziosa. Saltare il primo pasto della giornata contribuirebbe ad incrementare quel senso di sonnolenza che costituisce di certo un ostacolo alla concentrazione.

 

Il nostro cervello, per rendere al massimo delle proprie potenzialità, ha bisogno di nutrirsi di glucosio. Oltre al glucosio, il “cibo” di cui la nostra mente si nutre, esistono altre sostanze che, se assunte con regolarità, possono aiutare a migliorare la nostra memoria e che quindi sarebbe meglio aggiungere alla nostra dieta. Alcuni esempi? Le Vitamine del gruppo B (come la B6, la B12 e la B9, l’acido folico) che proteggono le funzioni cerebrali e aiutano ad incrementare la memoria. Alcuni alimenti che le contengono sono: cereali integrali, semi oleosi, frutta secca, legumi, ortaggi (cavoli, radicchio, asparagi, spinaci), fegato, pesce, uova e latticini.

 

Omega 3 e DHA, fondamentali per il buon funzionamento del cervello, capaci di incrementare le capacità cognitive. Alcuni alimenti che le contengono sono: tutti i pesci, in particolare salmone, pesce azzurro, aringhe, sardine, sgombro, tonno.

 

Esistono inoltre alcuni rimedi molto semplici da utilizzare. Come ad esempio guardare gli oggetti al contrario. Prendiamo oggetti di uso comune e osserviamoli dopo averli messi al contrario; il nostro cervello certamente riconoscerà l’oggetto in questione, cioè il consueto pattern di forme e colori che lo identificano, ma noterà anche una serie di relazioni diverse dell’oggetto con l’ambiente circostante, così come dettagli nuovi e interessanti che ha già visto, ma sui quali non si è mai soffermato prima.

 

Allenare il tatto, poi, aiuta il nostro cervello a fare tantissime comparazioni e analogie con esperienze precedenti, molto diverse da quelle che fa utilizzando la vista.

 

Inoltre, l’incertezza rispetto a cosa si sta toccando ed il carattere giocoso del compito, danno a questo esercizio un contenuto emotivo che influisce positivamente sull’attivazione cerebrale

 

Altro consiglio degli esperti è quello di fare la doccia con gli occhi chiusi. Questo perché la vista è un senso potentissimo, di fatto il più potente quando si tratta di utilizzare la memoria; tuttavia, la usiamo così tanto che alla fine “spegne” un po’ tutti gli altri sensi.

 

E poiché ciascuno dei nostri sensi rimanda a delle aree cerebrali specifiche, se un senso viene utilizzato poco anche la sua area cerebrale di riferimento si attiva poco.

 
Dal Sito: tgvercelli.it

giovedì 25 giugno 2020

5 modi per liberarti dai sensi di colpa



Come puoi sbarazzarti dei sensi di colpa che spesso frenano o impediscono di farti raggiungere la tanto desiderata felicità?

Esistono 5 modi che possono aiutarti a lasciar andare i tuoi sensi di colpa.

1 – Eliminate le autocritiche distruttive

Per prima cosa dovete eliminare le autocritiche distruttive dai vostri pensieri e dalle vostre conversazioni. Dovere rifiutare in modo categorico ogni tipo di disapprovazione nei vostri confronti.

Allo stesso tempo non permettete agi altri di parlarvi in modo negativo. Se qualcuno vi critica, voi rispondete con molta calma: “Ti sarei grato se evitassi di parlarmi in questo modo, perché ciò che dici non è affatto vero”.

Il vostro subconscio assorbe di continuo informazioni le interiorizza trasformandole in vostre convinzioni. Se permettere a qualcuno di criticarvi e dire cose negative su di voi, il vostro subconscio finirà per accettarle come una valida informazione, rafforzando la vostra convinzione di inferiorità e il vostro senso di colpa.

2 – Rifiutatevi di biasimare gli altri

Dovete accettare la completa responsabilità della vostra vita di tutto quello su cui potete fare qualcosa.

Criticare e biasimare gli altri non fa altro che abbassare la vostra autostima e rafforzare il vostro senso di colpa.

3 – Impedite di farvi manipolare

Rifiutatevi di farvi manipolare dal comportamento degli altri che fa leva sul vostro senso di colpa.

Ogni volta che qualcuno fa o dice qualcosa per farvi sentire in colpa, e non vi opponete alle sue richieste, rafforzate il vostro senso di colpa e date il permesso a quella di persona di tornare a manipolarvi in futuro.

Dovete avere rispetto per i sentimenti e i bisogni degli altri, ma non dovete assolutamente sacrificare la vostra integrità emotiva.

4 – Rifiutatevi di discutere sulla colpa degli altri

Evitate sempre di spettegolare e parlare male degli altri. E, soprattutto, evitate di farvi coinvolgere da altri in questo tipo di discussioni.

Eliminate totalmente le dicerie e i pettegolezzi dalle vostre conversazioni. Dovete sempre tenere a mente che ogni cosa di cui parlate e a cui pensate, influenza il vostro subconscio e il vostro atteggiamento.

5 – Usate il Perdono per eliminare i sensi di colpa

Questo rappresenta il modo più potente ed efficace in assoluto. La pratica del perdono è, probabilmente, la tecnica più potente per costruire felicità, salute, abbondanza e relazioni perfette.

L’incapacità di perdonare si trova alla base della colpa, del risentimento e della maggior parte delle emozioni negative.

Essere arrabbiati con chi pensate vi abbia ferito è una delle cause principali delle malattie psicosomatiche.

Per la vostra massima realizzazione e liberare le vostre energie emotive, dovete assolutamente perdonare tutti coloro che vi hanno ferito in qualche modo. Dovete imparare a lasciar correre e allontanare la rabbia e il risentimento.

La paura è quasi sempre frutto della tua immaginazione



Nella vita spesso ti sei trovato e ti troverai a dover affrontare e sperimentare la paura. La paura è naturale.

Purtroppo la maggior parte delle persone quando si trova dinanzi alla paura si blocca.

Le persone di successo, invece, sono abituati ad affrontare la paura, a sentirla e ad allontanarla, proseguendo verso la strada per raggiungere i propri obiettivi.

Milioni di anni fa la paura era uno dei modi con cui il corpo segnalava un pericolo. Ci allertava di un imminente pericolo e alimentava la scarica di adrenalina necessaria per scappare e mettersi in salvo.

Tutto ciò, all’epoca, era giustificabile, in quanto esistevano pericoli che potevano seriamente mettere in pericolo la vita umana.

Oggi, invece, la paura è quasi sempre un segnale per indicarci di essere più vigili e cauti. In pratica, possiamo provare e sperimentare la paura, ma questo non ci impedisce di andare avanti per la nostra strada.

È giusto riconoscere che la paura esiste, è giusto sperimentarla ma non devi permettere ad essa dai bloccarti e di impedirti di svolgere le tue attività.

La realtà è che siamo noi a creare le nostre paure.
Al 99% sono frutto della nostra immaginazione. Infatti, ci spaventiamo da soli, immaginando di fare male qualcosa o di aspettarci risultati negativi da qualunque attività potremmo intraprendere.

Questa, in realtà, è una buona notizia.

Visto che siamo quasi sempre noi, con la nostra immaginazione, a creare le nostre paure, possiamo anche eliminarle, sostituendo le nostre immagini mentali negative con delle nuove immagini mentali positive.

Per comprendere quanto le nostre paure siano auto-elaborate dalla nostra immaginazione, puoi fare questo semplice esercizio:

Scrivi una lista delle cose che hai paura di fare. Non una lista delle cose di cui hai paura, come i serpenti, ma delle cose che hai paura di fare, come aver paura di toccare un serpente con le mani.

Ad esempio, potresti scrivere che hai paura di:

  • chiedere un aumento al lavoro
  • chiedere a Carla o a Carlo di uscire a cena
  • lasciare il tuo odioso lavoro
  • delegare una parte del tuo lavoro
  • e così via

A questo punto, riavvolgi il nastro e riscrivi ogni paura in questo modo:

“Voglio __________________ e mi spavento da solo immaginando __________________.

Le parole chiave sono mi spavento da solo immaginando.
Siamo noi a creare le nostre paure immaginando un risultato negativo futuro. Usando gli esempi precedenti, il nuovo format sarebbe:

  • Voglio chiedere un aumento al mio datore di lavoro, e mi spavento da solo immaginandoche dica no e si arrabbi se glielo chiedo.
  • Voglio chiedere a Carla/Carlo di uscire a cena con me, e mi spavento da solo immaginandoche dica no e che io mi senta in imbarazzo.
  • Voglio lasciare questo posto di lavoro che odio per seguire il mio sogno, e mi spavento da solo immaginando di fallire e perdere ciò che ho.
  • Voglio delegare parte del mio lavoro agli altri, e mi spavento da solo immaginando che non lo svolgano bene quanto me.

Ora riesci a comprendere che sei tu a creare le paure che hai?

Quindi il modo più semplice per sbarazzarsi davvero della paura è chiedere a te stesso cosa stai immaginando di spaventoso e poi sostituire tale immagine con il suo contrario positivo.

Prova a farlo con i risultati dell’esercizio precedente…


Dal Sito: aprilamente.info 

Comunica in modo positivo con te stesso e aspettati sempre il meglio



Il tuo modo di comunicare può determinare in larga misura la qualità della tua vita. Non intendiamo solo la comunicazione con le altre persone ma anche quella che hai con te stesso.

Le tue emozioni sono determinate al 95% dal tuo stile esplicativo, ovvero dal tuo dialogo interiore. Infatti:

  • Quando spieghi le cose a te stesso e agli altri in modo positivo, resti sempre calmo, lucido e completamente padrone della situazione.
  • Se spieghi o interpreti le cose in modo negativo, diventi immediatamente irascibile, negativo e poco concentrato.

Nel tuo modo di comunicare devi sempre dare la preferenza alle parole positive in luogo di quelle negative.

Ad esempio, invece di usare la parola problema, che innesca emozioni negative, usa la parola situazione, che è neutra.

Ancora meglio usare la parola sfida, oppure meglio ancora la parola opportunità. Infatti spesso accade, nella vita e nel lavoro, che le migliori opportunità nascono proprio dai problemi che ci troviamo ad affrontare.

Parla sempre in termini positivi a te stesso. Non dire mai qualcosa di negativo sul tuo conto, non criticarti mai e, soprattutto, non automortificarti mai. Se commetti un errore lasciatelo alle spalle e ripeti a te stesso che la prossima volta farai meglio.

Quando parli a te stesso in modo positivo, le parole positive che usi vengono recepite dal tuo subconscio come un comando, che lo indurrà a generare sentimenti positivi e, di conseguenza, comportamenti positivi.

Usa le aspettative positive

Una delle tecniche motivazionali più efficaci in assoluto è mantenere sempre delle aspettative positive, nei confronti di te stesso e degli altri. Devi sempre cercare il buono nelle persone e nelle situazioni.

Le tue aspettative hanno un effetto notevole sulle persone che ti circondano. Dì loro che ti aspetti sempre il massimo in tutto quello che fanno.

Le aspettative su te stesso sono le più importanti.

  • Se ti aspetti di fare del bene, farai del bene
  • Se ti aspetti di avere successo, avrai successo
  • Se ti aspetti di rispettare la dieta, la rispetterai
  • e così via

Aspettati sempre grandi cose da te stesso e dagli altri.

Segui il consiglio del grande W. Clement Stone, ai suoi tempi uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti, che invitava ad essere un “Paranoico Inverso”.

Il paranoico è convinto che il mondo cospiri contro di lui e diffidano di tutti gli altri, convinti che sia sempre qualcuno che voglia fargli le scarpe.

Il paranoico inverso, invece, è convinto che il mondo cospiri per fare del bene e per far avere successo alle persone. Vedono tutte le persone e tutte le situazioni come parte di una grande cospirazione organizzata per aiutarli a progredire verso la grandezza.

In conclusione, comunica sempre in modo positivo con te stesso e con gli altri e aspettati sempre il meglio da ogni situazione.


Dal Sito: aprilamente.info 

mercoledì 24 giugno 2020

Autostima "fragile": cosa posso fare?



Per autostima intendiamo la valutazione che ognuno di noi dà di se stesso. All’interno di questa valutazione ritroviamo: la soddisfazione per noi stessi, la consapevolezza del nostro valore e la fiducia nella capacità di poter svolgere un determinato compito.

Quando stimiamo noi stessi non mettiamo in discussione la nostra importanza e le nostre capacità, non proviamo eccessivi timori nell’intraprendere attività nuove e difficili, siamo tendenzialmente ottimisti e sicuri di poter attingere alle nostre risorse. Le situazioni difficili non sono percepite come barriere, ma come sfide stimolanti che generano energia e voglia di fare.

Per chi ha una bassa autostima la situazione invece è opposta. Ogni piccola prova può generare ansie e paure che spingono alla fugapiuttosto che ad un maggiore impegno. I dubbi sulle proprie capacità di riuscita influenzano la performance e diminuiscono la spinta motivazionale. Questo stato di tensione favorisce un fallimento(causato dallo scarso impegno e dall’atteggiamento) che rinforza ulteriormente le convinzioni della persona creando un circolo vizioso.

L’autostima ovviamente non è un riflesso reale delle nostre competenze, ma riguarda esclusivamente le convinzioni che noi abbiamo sul nostro sė, che poi influiscono sull’atteggiamentogenerale nei confronti della vita. In particolare l’autostima è strettamente connessa al rapporto che costruiamo con gli altri: solo se abbiamo rispetto per noi stessi, i nostri bisogni e le nostre potenzialità possiamo costruire un rapporto costruttivo con le altre persone. Quando invece l’autostima è lesa allora anche il rapporto con gli altri ne è profondamente condizionato.

Ecco quindi, in questi casi, che proiettiamo la mancanza di auto-accettazione all’esterno, in una forma di paura di essere rifiutati dagli altri e ci sentiamo non piaciuti, non cercati, non capiti.

Nelle forme più estreme la mancanza di auto-accettazione si manifesta in una sensazione profonda e sottile: il desiderio di “non essere visti”. Non sempre riusciamo a riconoscere in noi stessi questo aspetto: semplicemente facciamo fatica ad uscire di casa, ad accettare inviti, a stare con gli altri. Il desiderio di non essere visti è l’impulso di nascondersi al contatto con gli altri. Ma in fondo parliamo di un desiderio che ha radici profonde e primitive, pensiamo semplicemente alle metafore celate dietro ad alcuni giochi dei bambini come il “nascondino” o le numerose favole dove il protagonista “si perde”. Questo istinto a nascondersi è nutrito dalla sensazione di non essere capaci, di non essere all’altezza.

I principali sintomi che si avvertono quando una persona ha un’autostima “bassa” sono i seguenti:

  • Ansia cronica: si manifesta quando l’individuo non ha fiducia nelle proprie capacità e vive quindi uno stato di ansia che aumenta sempre di più nel momento in cui ci si trova di fronte a svariate prove.
  • Senso di autocritica: la persona non si sente all’altezza delle situazioni circostanti e molto spesso tende ad essere ossessionato dal giudizio degli altri. In questo modo le scelte della sua vita sono condizionate più dall’idea di compiacere gli altri anziché perseguire i propri desideri e propensioni.
  • Invidia verso gli altri: le persone che hanno una bassa autostima tendono ad invidiare gli altri per i loro successi lavorativi e personali (“perché gli altri ce la fanno e io no?”).
  • Sintomi fisici: a volte possono insorgere delle manifestazioni fisiche quali tachicardia, tremori, balbuzie, rossore e sudorazione.

Per tale motivo è fondamentale trovare le giuste strategie per risolvere/alleviare questo problema e ricercare uno stato di maggior benessere e qualità di vita.

Il primo passaggio è quello di accettare i propri fallimenti e le proprie delusioni pensando che sono soltanto dei momenti passeggeri, ciclici e spesso normali della vita e non un destino ineludibile a cui non possiamo sfuggire. Questo passaggio richiede uno sforzo di uscita dai propri schemi mentali e dal modo che abbiamo di dare significato al mondo e alla vita.

Il secondo passaggio è quello di “imparare” ad esprimere il proprio punto di vista, ritenendolo legittimo e meritevole di essere espresso, anche quando non coincide con quello degli altri. Un passaggio di questo tipo riguarda il sentire, comprendere e accettare che “anche io ci sono e valgo come tutti gli altri”.

Infine, in un’ottica evolutiva, è necessario porre chiarezza dentro se stessi, rispetto a quelli che sono i propri desideri e obiettivi: “Cosa voglio veramente per me? Cosa desidero raggiungere?”. Iniziare a comprendere chi siamo e cosa vogliamo davvero è un passaggio complesso, che pochi di noi sono abituati a fare con consapevolezza, ma che diventa un esercizio di basilare importanza soprattutto per chi ha bisogno di vedere espresse le sue capacità e la propria identità.

È certamente molto difficile questo lavoro, soprattutto per chi vive da sempre questo tipo di disagio interiore e magari ha accumulato una serie di situazioni spiacevoli o “fallimentari” - nella vita personale o professionale - che determinano una biografia di vita spesso dolorosa.

Partendo dal presupposto che non è mai troppo tardi per rimettersi in gioco e cambiare, se non si riesce a farcela da soli, allora il consiglio è quello di rivolgersi ad uno specialista che sarà in grado di accompagnarci in una riflessione più profonda, permettendoci soprattutto di vedere tutte le nostre risorse nascoste a cui poter attingere; quelle risorse che non ci eravamo mai accorti di avere: per riconoscerle, valorizzarle e metterle in campo facendole davvero nostre.

"Il compito principale nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso."(Erich Fromm)


Dal Sito: psicologionline.net


Come vedere l'ansia con nuovi occhi

L'ansia, nemica o alleata?



Ti è mai accaduto di essere colto all’improvviso da un attacco d’ansia e di non sapere come gestirlo?

Capita nei momenti in cui meno te lo aspetti, magari durante una serata tra amici, quando dalla tranquillità che regnava fino ad un minuto prima ti senti travolto da una forte inquietudine, i muscoli si contraggono, il respiro si fa affannoso e senti uno stato di allerta che ti impedisce di concentrati su qualsiasi altra cosa. Hai la sensazione di morire, di essere in pericolo di vita, dell’imminenza di una catastrofe.

E accade nei momenti più imprevedibili, quando ti stai rilassando dopo una giornata di lavoro, mentre guidi, quando stai lavorando. A volte l’ansia ti tiene compagnia fin dal mattino quando apri gli occhi e ti prepari ad affrontare una nuova giornata, altre volte ti assale quando stai per addormentarti, impedendoti di riposare adeguatamente e facendoti svegliare con la sensazione di non essere riposato.

Come reagisci in questi casi?

La prima reazione spontanea di fronte al presentarsi dell’ansia è quella di cercare di allontanarla, attuando strategie che il più delle volte si rivelano efficaci per poco tempo o addirittura non fanno che peggiorare questa brutta sensazione.

Cercare di non pensarci distraendosi con altre attività può funzionare nel breve periodo ma dopo poco l’ansia fa nuovamente capolino. Assumere dei farmaci è uno dei possibili rimedi relativamente rapidi a cui si può ricorrere, spesso con una semplice visita dal medico di base. Ma gli ansiolitici in realtà non curano, non risolvono il problema. Agiscono dal punto di vista chimico soffocando i sintomi fisici e rendendoli meno disturbanti ma non vanno ad agire sul perché ti senti cosí.

Un’altra reazione che spesso viene adottata è quella di negare l’ansia, rifiutarla, vederla come un qualcosa che non ci appartiene e dunque comportarci come se non ci fosse. Ma più si nega un qualcosa che vuole affiorare più gli si dà potere. Ansia e paura infatti sono strettamente collegate e più si cerca di non pensare a qualcosa che si vuole evitare più questo pensiero si fa presente e prepotente.

Siamo sempre stati abituati ad allontanare il malessere nel modo più rapido possibile ma non siamo invece avvezzi a chiederci il perché accadano certe cose.

L’ansia ci dice qualcosa, ce lo dice in una lingua che spesso è difficile da decifrare e dunque, non capendone il senso, si cerca solo di allontanarla per tornare ad avere una buona qualità di vita. Ma l’unico modo per liberarci definitivamente dell’ansia è quello di ascoltarla, sentire il messaggio cifrato che nasconde, accoglierlo. Altrimenti si rischia di rimanere incastrati in un circolo vizioso che non fa che peggiorare i sintomi.

Nella sua funzione evolutiva l’ansia è un’emozione fondamentale che ha la funzione di metterci in guardia su eventuali situazioni di pericolo ed è una risposta primaria allo stress.

Entrare in contatto con la propria ansia, ascoltarla, sentire questo messaggio in una lingua straniera che ha da dirci è quindi l’unico modo per renderla innocua, per smettere di considerarla un mostro contro cui combattere e iniziare a vederla come un’alleata che può aiutarci a scoprire parti di sé ancora poco esplorate che chiedono di essere guardate.

Il primo passo è dunque accettare l’ansia quando si presenta. Accettare significa ricevere, accogliere. Quando l’ansia si presenta lasciala fluire, ascolta quello che sta cercando di dirti, le sensazioni che ti comunica. Opporsi non farà che rafforzare i suoi effetti negativi, accoglierla ti permetterà di capire come si manifesta e perché lo fa.

Nel momento in cui la accogli prova ad osservarla, senza giudizio.

Osserva dove si manifesta maggiormente, in quali parti del corpo si fa sentire.

C’è chi la sente nella pancia, chi nel petto, chi alle gambe, che d’improvviso si fanno deboli e tremolanti. La sensazione è quella di un malessere generalizzato, diffuso in tutto il corpo a cui è difficile dare una forma.

Osservarla da vicino, senza cercare di agire e di reagire ti permetterà invece di capire in quale zona del corpo si concentra. Nel momento stesso in cui farai questo l’ansia tenderà a ridursi perché la stai guardando con distacco, quel distacco che ti separa da lei, con la quale invece tendi a sentirti fuso. Localizzarla in una parte del corpo, sentire le sensazioni che ti fa provare ti permetterà di vederla come un’emozione di passaggio, non più come una parte strutturale di te.

Nell’istante in cui si manifesta, l’ansia tende a paralizzarti, ad impedirti di pensare in maniera lucida, ti fa restare ingabbiato in un circolo vizioso di pensieri catastrofici dove la costante è cercare di liberarsene. Provare a non lasciarsi paralizzare dall’ansia ma cercare di continuare a fare ciò che stavi facendo può essere un modo per ridurre il suo potere, altrimenti “vince” lei.

Finchè non decifrerai il suo messaggio l’ansia continuerà a farti visita, cercando di rovinare la tua vita. È fondamentale riuscire ad ascoltare questo messaggio in una lingua straniera altrimenti, se rimaniamo concentrati e in ascolto solo del brusio del mondo esterno non riusciremo a liberarcene.

Sentirsi dire di ascoltare l’ansia, di accoglierla, di osservarla può risultare molto difficile da concepire e da attuare, soprattutto quando ci si sente in balía della paura. Proprio per questo può essere di fondamentale importanza chiedere aiuto ad una persona esperta e che sappia aiutarti a comprendere il linguaggio dell’ansia, per decifrare insieme il suo linguaggio misterioso e ascoltare il messaggio che sta cercando di comunicarti. Chiedere l’aiuto di uno psicologo non significa aver fallito o essere deboli, ma è il primo passo per liberarsi da un fardello pesante e insidioso quale è l’ansia.


Dal Sito: psicologionline.net


Perché è così difficile parlare di un evento traumatico?


Un evento traumatico è un evento che sconvolge l'equilibrio psico-fisico della persona che lo subisce. Di fronte ad un trauma, che può essere un incidente, un'aggressione, un abuso sessuale o qualsiasi altro evento che va al di là della capacità della persona di farvi fronte dal punto di vista emotivo, le persone reagiscono in modi diversi, ma spesso la reazione comune è il silenzio.

 

Emozione senza voce

Immobilizzarsi, restare ammutoliti, mantenere lo sguardo fisso nel vuoto, rifiutarsi di parlare. Queste sono le reazioni comuni di fronte al trauma. Emozioni così intense che non hanno voce.

Non ci sono parole per descrivere quanto è accaduto, non si può raccontare. Manca la voce. E' difficile trasmettere l'essenza di quello che abbiamo vissuto.

Per coloro che hanno subito un trauma, parlare del terrore, della rabbia, dell'impotenza che hanno sperimentato durante quell'evento e che continuano a vivere ogni giorno nei ricordi, nei pensieri, nel sonno, nei flashback, è quasi impossibile.

Quello che riescono a fare è raccontare una “storia adattata” della tragedia che è accaduta loro, comprensibile al pubblico, ma non ciò che realmente e intimamente vivono nel profondo.

 

Cosa accade fisiologicamente nel cervello che impedisce il racconto del trauma?

Studi scientifici condotti attraverso scansioni del cervello mostrano che durante il trauma e durante i flashback alcune aree del cervello sono attivate, mentre altre sono spente.

  • La zona destra più bassa del cervello, l'area limbica o cervello emotivo, mostra un'elevata attivazione. In particolare, l'amigdala (che fa parte del sistema limbico) reagisce con l'attivazione di uno stato di allarme che ci prepara all'attacco o alla fuga per affrontare la minaccia. La parte destra del cervello è la parte emotiva, visiva, intuitiva, tattile e riguarda l'esperienza. Parla il linguaggio dei sensi, delle emozioni e si esprime attraverso il corpo. Questo spiega perché durante il trauma e durante i ricordi vissuti sottoforma di flashback , immagini intrusive e incubi, l'attivazione emotiva e fisiologica sono estremamente intense.

  • La corteccia visiva mostra anch'essa un'elevata attivazione. Questo spiega perché, durante i flashback è tutto così vivido come se il trauma stesse accadendo di nuovo.

  • Il lobo frontale sinistro della corteccia, ovvero l'area di Broca(o cervello razionale) deputata al linguaggio e spesso coinvolta durante gli ictus quando è bloccato l'afflusso di sangue in quella regione, appare disattivata. La parte sinistra del cervello è la parte linguistica, razionale. Parla il linguaggio della narrazione, dà una sequenza logica agli avvenimenti e si esprime attraverso la verbalizzazione.

 

Cervello destro e sinistro: due linguaggi differenti

L'emisfero destro (emotivo) e l'emisfero sinistro (razionale e verbale) parlano due linguaggi differenti. Nel trauma questi due emisferi non riescono a comunicareperché la zona del linguaggio (situata nell'emisfero sinistro) è disattivata e rende impossibile tradurre in parole pensieri ed emozioni.

Quando non è possibile parlare di quello che stiamo vivendo, la nostra esperienza traumatica si fa viva attraverso incubi e flashback, in modo intrusivo e fuori controllo. Il cervello destro reagisce come se stesse accadendo tutto nel presente e, poiché il cervello sinistro non funziona bene, non c'è consapevolezza che questo appartiene al passato. Le emozioni di terrore, impotenza, e vergogna sono esattamente intense e le immagini sono vivide come al momento dell'evento traumatico.

 

Come si può intervenire per facilitare la narrazione?

Affinché la persona che ha subito un trauma possa esprimere le emozioni e i pensieri relativi all'evento traumatico e raccontare quanto ha vissuto è necessario facilitare la comunicazione tra i due emisferi cerebrali ( sinistro/razionale e linguistico e destro/emotivo).

La connessione della mente e del corpo facilita l'elaborazione delle memorie traumatiche.

Alcune tecniche psicoterapiche basate sul corpo (come la terapia sensomotoria e la terapia EMDR) sono molto utili ai fini dell'elaborazione del trauma.

Quando non è possibile accedere alla parola, è il corpo che ci guida e ci fornisce la chiave per entrare.


Dal Sito: psicologionline.net

Resilienza: affrontare le difficoltà e andare incontro al cambiamento


Il termine resilienza è un termine specifico che appartiene al campo della metallurgia e si riferisce alla capacità dei materiali che ne fanno parte, di resistere agli urti senza danneggiarsi, mantenendo le loro qualità adattive nonostante gli agenti esterni aggressivi.

In tal senso, potremmo pensare la resilienza in psicologia, sostanzialmente, come la capacità di saper trasformare un’esperienza dolorosa in un’esperienza positiva.

Il termine resilienza deriva dal verbo latino resilio, che significa rimbalzare, saltare indietro. Indica, in generale, l’essere resistenti e forti ai traumi, quindi la capacità di affrontare le avversità e superare le fratture che comportano.

Logicamente, il termine resiliente si estende sia ai singoli individui che ad un gruppo esteso di persone. Esso s’impiega spesso per indicare un soggetto in grado di dare uno slancio positivo alla propria vita, raggiungendo obbiettivi importanti, malgrado le circostanze; invece, se applichiamo il termine resilienza ad un gruppo di persone, esso indica la capacità di un gruppo sociale di far fronte collettivamente ad eventi traumatici o catastrofi naturali, adottando linee guida che consentano la sopravvivenza della comunità. In entrambi i casi, sicuramente, vengono utilizzate le abilità di ciascuno in una versione multi-tasking per poter dare un risultato ottimale alla situazione da affrontare.

L’uomo reagisce, in questi casi, attraverso una risposta adattativa, cioè lo stress, che consiste in un insieme di risposte sia psichiche che fisiche agli eventi.

Spesso, come sinonimo di resilienza, viene utilizzato il termine resistenza, ma in realtà viene impiegato in maniera impropria, poiché il primo si riferisce a una qualità aggiunta al proprio modo di vivere, ovvero trovare soluzioni agli squilibri, seppur non previsti, facendone una forza personale; invece si parla di resistenza, quando s’insiste su qualcosa che non ci porta ad un miglioramento, perciò ci arrochiamo a prendere le stesse strade per sentirsi rassicurati ma non per evolvere ed esplorare le proprie risorse. Proprio nel momento in cui attingiamo dalle risorse che non sapevamo di avere, si attivano le nostre capacità resilienti, tracciando un’alternativa a quella che si sarebbe rivelata il nostro unico dolore. In fin dei conti, nel corso del nostro ciclo di vita, gli eventi non sono sempre positivi, né essi sono compatibili con i nostri stati emotivi, né con le nostre situazioni di base.

I fattori che fanno parte delle persone resilienti, sono molteplici. Fra questi, potremo elencare:

l’ottimismo inteso come la capacità di prendere il lato buono di ogni cosa. Questa visione, favorisce il benessere individuale e difende dalla sofferenza perché dona lucidità;

l’autostima, indice di un’equilibrata considerazione del sé che consente di sopportare meglio le critiche, senza subirne gli effetti amari, riducendo la possibilità sviluppare sintomi depressivi;

l’inclinazione propositiva delle componenti quali il controllo, l’impegno e la sfida, ovvero la predisposizione a considerare i cambiamenti come opportunità piuttosto che come minacce;

le emozioni positive, ovvero la capacità di concentrarsi su ciò che si possiede anziché su quel che ci manca.

Allora, come possiamo fare per essere resilienti senza farci assorbire del tutto dalle avversità?

Dovremmo apprendere ogni giorno che questa abilità, pur essendo una capacità innata in alcune persone, va coltivata ogni giorno; si comprende che la quotidianità è un’arma a doppio taglio, la quale si rivela la nostra comfort zone ma, allo stesso tempo, un frame troppo rigido per far emergere le nostre vere competenze. Questa cornice è valida per tutti quegli eventi che comportano un trauma al soggetto, come i lutti e gli abbandoni, i quali richiedono un lavoro di elaborazione e di ristrutturazione del sé di enorme portata.

Migliorare la comunicazione, i nostri valori interpersonali e l’empatia può essere una risposta efficace per fronteggiare le situazioni ostili, perché la scelta è solo nostra, se apprendere una lezione definitiva, per allenare nuove strategie di coping o abbandonarci a noi stessi, per poi magari ritrovarci a fare le stesse domande. Per questo è importante avere una nostra guida, per non sprofondare in patologie più serie, come i disturbi d’ansia, il panico o la depressione.

Le angosce sono, in prima linea, delle spie che ci comunicano il senso d’inquietudine e la vita alternativa, forse più adatta alle nostre necessità in quel determinato momento. Questo segnale va ascoltato anche tramite l’educazione affettiva, il buon uso della lettura dei social media, che è possedere diverse chiavi di lettura, e non solamente leggere il punto di vista dello scrittore.

La resilienza va costruita proprio grazie alle diverse opportunità che ci offre la vita ma per impararla sulla nostra pelle ed insegnarla ai nostri figli, bisogna sempre che qualcuno ci dia il buon esempio.

 
Dal Sito: stateofmind.it 

giovedì 18 giugno 2020

Ansia e stress da lavoro


Nella nostra società, in cui tutto viene vissuto in modo frenetico e sempre di corsa, è molto facile incorrere nel tipico stress da lavoro, condizione dalla quale sembra impossibile sfuggire: le crescenti richieste di rapidità, produttività ed efficienza, unite alla precarietà generalizzata, rendono difficile affrontare le giornate con quella serenità che permette di vivere bene e rendere al meglio.

Ansia e stress da lavoro: come si declinano

Ci sono due forme tipiche di stress:

Eustress: consiste nell’attivazione fisiologica e psichica che permette di dare il meglio dal punto vista della concentrazione e dell’attenzione, sfruttando al massimo le risorse personali per raggiungere un obiettivo prefissato.

Distress: consiste in una forma di stress costante e prolungato, che comporta molta sofferenza a livello psicofisico e che si manifesta con sintomi quali ansia, insicurezza, paura e timore di perdere il controllo.

Sindrome da burnout: si tratta di un collasso energetico ed emotivo, che può essere devastante a livello personale e pericoloso per la salute, in quanto chi ne è colpito viene prosciugato dal carico di obblighi e impegni da svolgere. È un disturbo che si manifesta in occupazioni che implicano un forte coinvolgimento emotivo e, soprattutto, quando si riscontra difficoltà di adattamento ai cambiamenti, diventando più vulnerabili e negativi. Il burnout si manifesta con segnali importanti da non sottovalutare, a livello fisico, con l’insorgenza di disturbi della pelle, intestinali, inappetenza, insonnia e cefalea e a livello psichico con la comparsa di disinteresse e insoddisfazione, senso di impotenza e frustrazione, isolamento, ansia, attacchi di panico, depressione, chiusura e riduzione dell’efficienza del proprio lavoro.

Ansia e stress da lavoro: consigli e rimedi

Per combattere ansia e stress sul lavoro è utile mettere in pratica alcuni semplici accorgimenti:

Individuare le possibili cause. Travolti dai numerosi impegni e scadenze da rispettare, è possibile trovarsi sempre in affanno e con il timore di non concludere in tempo il compito assegnato: per questo è molto importante darsi delle priorità, stabilendo gli obiettivi da raggiungere e trovando il giusto ordine tra le attività da svolgere nell’arco della giornata.

Avere maggiore flessibilità. Per contrastare ansia e stress è consigliabile adottare un atteggiamento flessibile, imparando a riorganizzare in modo rapido il lavoro, qualora le richieste subiscano delle modifiche. Essere mentalmente rigidi non aiuta, ma genera solo stress e nervosismo.

Fare esercizio fisico e adottare una sana alimentazione. Nel tempo libero bisogna cercare di rilassarsi, sfruttando ogni occasione per dedicarsi alle attività preferite, per esempio praticando sport abbinato a tecniche di rilassamento come la meditazione o lo yoga. All’esercizio fisico è utile accostare una corretta alimentazione, prediligendo carboidrati complessi e ricchi di vitamine, per avere la giusta dose di energia per svolgere il proprio lavoro.

Dormire il giusto numero di ore.Secondo gli esperti un adulto dovrebbe dormire in media 7-8 ore per notte, soprattutto se bisogna affrontare giornate dense di impegni. Mantenere una certa routine, ridurre le fonti luminose e di disturbo, dimenticare i pensieri e le preoccupazioni sono gli ingredienti giusti per rilassarsi e riposare correttamente.

Dimostrare positività e consapevolezza delle proprie capacità. Quando ci si trova ad affrontare un compito particolarmente impegnativo non bisogna scoraggiarsi ma essere consapevoli delle proprie competenze e capacità: assumere un atteggiamento positivo e fiducioso, facendosi forza con le sfide difficili già superate, permette di mantenere alta l’autostima ed eseguire al meglio il lavoro.

Parlare con i colleghi. Condividere le proprie preoccupazioni e difficoltà con i colleghi con i quali c’è un rapporto di confidenza può essere di grande aiuto, in quanto permette di vedere le situazioni da un’altra prospettiva, sentendosi meno soli e individuando soluzioni alternative.

Dire »no» quando è necessario. In situazioni in cui ci si trova pieni di lavoro, molto stressati e non si è in grado di dare il proprio contributo a un progetto o a un’attività, è giusto saper dire di no. Non è il caso di sentirsi in colpa, perché saper riconoscere i propri limiti è un passo importante per la propria autostima e per avere rapporti corretti e sinceri con le altre persone.

Consultare il medico se lo si ritiene opportuno.  Se ansia e stress sul lavoro diventano ingestibili, compromettendo la propria qualità della vita, è giusto consultare il medico di fiducia, per ottenere un approccio terapeutico mirato.



Dal Sito: salute.ilgiornale.it

Disturbo di panico e coronavirus



Il Disturbo di Panico o Attacco di Panico è caratterizzato da un’acuta e intensa reazione d’ansia, che coinvolge mente e corpo attraverso una rapidissima sequenza di reazioni fisiche ed emotive.

Le crisi di panico iniziano in modo brusco e giungono alla loro massima espressione rapidamente.

Gli individui che le sperimentano, si trovano al cospetto di una paura intensa e sperimentano condizioni quali: “avere un infarto”;  “perdere il controllo”; “impazzire” o addirittura “essere sul punto di morire”.

Tutto ciò genera, in chi ne è colpito, un desiderio molto forte di abbandonare il luogo in cui si sta manifestando l’attacco.

Le sensazioni sperimentate durante un attacco di panico sono così spiacevoli, da indurre nel soggetto il timore di riprovarle, per cui si sviluppa la “paura della paura”.

E così si viene trascinati all’interno di un circolo vizioso, in cui la paura diventa patologica e si nutre di sé stessa.

In alcuni individui gli attacchi di panico sono così frequenti, che tendono a compromettere gravemente la qualità della vita.

La persona tenderà quindi a mettere in atto comportamenti di evitamento delle situazioni o ancor più comportamenti protettivi, fino a richiedere la presenza rassicurante di un’altra persona.

Proprio per i suoi aspetti legati al bisogno di avere delle persone o dei luoghi “rassicuranti”, il disturbo di attacchi di panico si può correlare all’attaccamento.

Secondo la Teoria dell’Attaccamento, infatti, ogni individuo che si trova in una situazione di pericolo tende a ricercare la vicinanza protettiva di un altro membro del proprio gruppo di appartenenza.

Questa condizione di sofferenza, generata dall’insorgere di questi stati, quasi sempre contribuisce a compromettere i rapporti interpersonali e, con la tendenza ad un ritiro dalla vita sociale, genera stati depressivi.

Nella situazione che stiamo vivendo attualmente, dove non tutti stanno rispondendo allo stesso modo al superamento dell’infezione da Covid-19, una delle espressioni comportamentali diffuse, potrebbe essere proprio lo sviluppo di una eccessiva preoccupazione, fino a sconfinare in panico da Coronavirus.

Avere paura ed essere preoccupati a causa di questa emergenza è comprensibile, ma è importante che la paura sia solo un campanello d’allarme e non la causa principale delle nostre ansie. Al fine di aiutarci a reagire in modo razionale e non a farci adottare comportamenti dettati dal panico.

Per cercare di reagire in modo appropriato rispetto a questa situazione attuale, sarebbe opportuno evitare una informazione eccessiva, ma privilegiare un aggiornamento equilibrato fornito da fonti ufficiali. E, di conseguenza, cercare di condurre una vita normale, caratterizzata se possibile da attività rilassanti e che possano stimolare il nostro interesse, pur nel rispetto delle indicazioni e delle precauzioni consigliate.

La Terapia Cognitivo Comportamentale rappresenta l’intervento che ha dimostrato maggiore efficacia nel trattamento del Disturbo da Attacchi di Panico e potrebbe essere impiegata verso la psicosi di massa creata dal Coronavirus.

Infatti, nella condizione attuale sono diversi i meccanismi di pensiero che alterano la percezione della minaccia del virus.

Il modello cognitivo afferma che non è la situazione in sé a spaventare le persone coinvolte, ma il modo in cui esse interpretano quella determinata situazione.

Solitamente il trattamento comprende:

  • Una prima fase di informazione sulle cause del problema e su tutti i fattori che lo mantengono (evitamento e comportamenti protettivi).
  • Una seconda fase in cui vengono insegnate tecniche di respirazione diaframmatica e rilassamento muscolare progressivo, per gestire i sintomi del panico.
  • Una terza fase che comprende interventi di esposizione graduale alle situazioni temute.

Successivamente vengono apprese tecniche per individuare e modificare i pensieri negativi responsabili dello scatenarsi dell’attacco.


Dal Sito: ulisseonline.it


mercoledì 17 giugno 2020

L'identikit dell’attacco di panico



L’attacco di panico non uccide. Vuole solo annientare, per pochi, interminabili minuti, tutta la persona. Irrompe all’improvviso, è una belva feroce ed invisibile, che attacca senza pietà e avidamente divora qualsiasi pensiero, consapevolezza, certezza.

Ecco quel che accade, un giorno di novembre, a Gianna (nome di fantasia):

“Ero in macchina, all’improvviso mi sono sentita afferrare e lanciare in aria, ho perso il contatto con il suolo e con la realtà. Ma il mondo sembrava continuare odiosamente a girare intorno indifferente: perché la gente per strada continuava a camminare, a sorridere, a parlare? Io ero inseguita, ero preda, di un terrore senza origine, che si materializzava in qualsiasi organo. Niente aveva più forma, niente esisteva più, se non la terribile certezza che la morte stesse arrivando, e prima della morte la follia. Aiuto…aiuto…. nessuno mi vede nessuno mi guarda…scendo apro lo sportello scendo e corro, vengo inseguita e corro, con la coscienza annientata corro….aiuto….Entro senza saperlo in un bar, la voce con cui chiedo aiuto mi risuona nelle orecchie, qualcuno mi viene incontro, mi guarda e chiede cosa succede, ma io non so cosa mi insegue, perché sto morendo….Mi fanno sedere, mi accorgo che qualcuno mi massaggia le mani, che le dita sono rigide, le mani paralizzate, le gambe non stanno ferme. Chiamano l’ambulanza”

Gianna viene trasportata al posto di Pronto Soccorso più vicino, dove viene sottoposta ad un elettrocardiogramma, che risulta negativo. Il cuore è a posto. La sgridano, ha dato un allarme ingiustificato, l’ambulanza non serviva, insinuano che abbia simulato un malessere.

Solo un’infermiera la raggiunge, mentre lei sta per salire in macchina con il marito nel frattempo giunto in ospedale; l’infermiera la accarezza guardandola con dolcezza; le raccomanda di rivolgersi ad uno specialista, a soli 24 anni non può vivere così, non è giusto che sopporti tanto. Quell’infermiera ha compreso che Gianna ha bisogno di un sostegno psicologico.

Lei è stremata, è passata circa un’ora, sembra tutto passato, ma resta la paura; la paura che l’attacco di panico ritorni.

Gianna ha vissuto l’incontro con l’attacco di panico, sintomo nucleare del disturbo d’ansia. Si tratta un episodio che insorge improvvisamente e che fa della persona una vittima inconsapevole di sintomi somatici e cognitivi:

  • Palpitazioni
  • Sudorazione
  • Tremore
  • Sensazione di soffocamento
  • Dolore al petto (viene scambiato per un attacco cardiaco)
  • Vertigini
  • Paura di impazzire e di morire
  • Rigidità degli arti
  • Brividi e vampate di calore

La durata è breve, l’episodio si risolve in mezz’ora al massimo; il terrore passa, ma lascia il posto ad un gran mal di testa e ad una eredità difficile da gestire: la paura che ritorni, all’improvviso, come la prima volta, la cosiddetta ansia anticipatoria. La persona non si sente più libera, la sua vita non è più quella di prima: non può decidere di andare a fare la spesa, potrebbe essere aggredita all’interno del supermercato; non può andare a cena fuori, si profilerebbe una figura terribile davanti a tutti, men che mai si può organizzare un viaggio, non con l’aggressore ignoto pronto a sferrare l’attacco.

Nell’eredità lasciata dall’attacco di panico, infatti, è presente l’agorafobia, l’ansia che induce la persona a temere luoghi o situazioni in cui sarebbe imbarazzante subire quel terrore che l’ha divorata senza pietà, o nei quali sarebbe difficile ricevere aiuto. Soprattutto la persona si sente rassicurata dalla certezza di potersi garantire una via di fuga qualora sia necessarioè lavergogna, è un altro aspetto dell’eredità che l’attacco di panico garantisce,  si preferisce soffrire quel terribile senso di inadeguatezza da soli.

La persona diviene dipendente dagli altri, spesso i propri familiari, a cui viene richiesta una presenza costante. Il paziente sente comunque di essere un peso per coloro che lo circondano, vive un forte senso di frustrazione, e in genere cade in uno stato depressivoancor più devastante. Al contempo coloro che potrebbero essere di conforto al paziente si allontanano e la rete amicale tende a ridursi. Lo stato in cui versa la persona viene giudicato incomprensibile, non essendo presente un disturbo organico sottostante; il lungo periodo di malessere e disagio rende le figure amiche e parentali insofferenti e stanche.

Cosa si può fare? La paura che l’attacco si ripresenti ha un valore adattivo importante, poiché fa sì che la persona impari a non lasciarsi cogliere di sorpresa. E’ possibile prestare attenzione ai segnali inviati dal corpo :

  • Aumentato senso di calore
  • Aumentata sudorazione
  • Estremità (mani e piedi) fredde
  • Senso di fastidio allo stomaco
  • Ansia crescente ed ingiustificata rispetto alla situazione che si sta vivendo.

Tali segnali comunicano che l’ansia può crescere e trasformarsi in attacco di panico. Può essere molto utile ad esempio occuparsi del proprio respiro, effettuando una respirazione adeguata con cadenza ritmica: inspirare profondamente (a bocca chiusa) ed espirare lentamente (a bocca aperta).m

Un’altra indicazioni è quella di muovere le dita dei piedi dentro le scarpe, cercando di portare il focus sul movimento del dito alluce in particolare, spingendolo verso il basso fino a percepire l’aderenza al suolo, o anche muovere le dita delle mani, aprendo e chiudendo lentamente il pugno.

Seppur molto faticoso da affrontare, non bisogna mai dimenticare che è necessario non abbandonarsi all’idea che si sia malati: l’attacco di panico è un segnale che il corpo invia per affermare la presenza di un disagio, che cela una necessità inascoltata.

Gianna racconta:

“avevo bisogno di essere accompagnata in un percorso di comprensione di me stessa, per poi uscire allo scoperto. Durante il percorso psicologico ho capito che l’attacco di panico non era giunto per caso. Io stessa avevo aggredito me stessa per anni, non mi ero data il permesso di provare a fare ciò che volevo, di ascoltare i miei pensieri e le mie sensazioni, di cercare il piacere nella mia vita. Avevo voluto il controllo su tutto e su tutti, e il panico mi ha assalito quando mi è sfuggita di mano la possibilità di controllare il mondo. E avevo perso di vista me stessa”.

L’attacco di panico è un mostro di creta; sembra forte, ma è fragile, e si nutre della fragilità interiore di coloro che lo subiscono. La persona che vede messe in dubbio le proprie certezze a causa della paura ha bisogno di:

  • intraprendere un percorso di sostegno psicologico con un professionista che accompagni il paziente nel momento di fragilità che sta vivendo;
  • indagare e riscoprire quali risorse interiori possiede, ad esempio caparbietà, perseveranza, senso del dovere
  • riattivare tali risorse in una modalità diversa, indirizzare ad esempio il senso del dovere rivolgendolo a se stessi, per lavorare a favore di un incremento del proprio benessere personale;
  • lavorare per comprendere ed accettare i propri limiti e debolezze, che sono parte di un uomo e di una donna imperfetti, ma capaci di migliorare e di migliorarsi per sempre;
  • iniziare ad agire in maniera autonoma per mettersi alla prova (ad esempio uscire per sbrigare piccole commissioni, per poi gradualmente aumentare il numero delle attività quotidiane);
  • indagare il proprio livello di autostima e senso di autoefficacia, mentre i successi delle attività quotidiane diventano via via più concreti ed evidenti.

Dal Sito: benessere4u.it