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giovedì 9 luglio 2020

Depressione post Covid-19: come guarire




L’emergenza sanitaria in atto e i fattori di rischio ad essa associati hanno incrementato il numero di persone che soffrono di depressione. Giulia Parise, Psicologa Clinica, ci spiega come sia importante richiedere un aiuto professionale per guarire.

A seguito dell’emergenza sanitaria in atto e di tutto ciò che ha comportato, in pochi mesi sono aumentati notevolmente i casi di depressione (anche post-partum) a livello globale, i disturbi ansiosi ed i problemi legati al sonno. Sono diversi, infatti, i fattori di rischio concomitanti che hanno inciso sul fenomeno quali, ad esempio: la comunicazione (spesso allarmista) da parte dei media che ha alimentato la paura relativa al contagio, la preoccupazione economica, il distanziamento sociale e l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Inoltre, la convivenza forzata da una parte e l’isolamento dall’altra, hanno impattato fortemente sul modo di vivere le relazioni interpersonali e la vita quotidiana. La pandemia, dunque, si è ripercossa anche sulla salute mentale, col rischio che gli effetti nocivi si possano vedere non solo nel breve, ma anche nel lungo termine.

Le principali cause di depressione post Covid-19

In generale, sull'insorgenza di una forma depressiva (o sull'aggravarsi di una patologia già in atto) possono incidere diversi fattori. Nei mesi scorsi, ad esempio, a causa del virus molte persone hanno subito gravi lutti o hanno perso il lavoro.

Ma non è tutto. La recente pandemia, infatti, ha comportato un inevitabile isolamento forzato che ha incrementato la solitudine di molte persone.

“Sono molti gli aspetti da non sottovalutare- sottolinea la Psicologa Clinica Giulia Parise - come scarsi contatti con le persone care o, al contrario, come la convivenza forzata con i propri familiari. Ma non solo: altri fattori di rischio, infatti, sono legati anche all'impossibilità di condividere il dolore per un lutto e non poter salutare il proprio caro, alla paura di essere contagiati o di contagiare, alla difficoltà di gestire il lavoro e i figli a casa, alla difficoltà di potersi curare nel caso in cui si abbia una patologia in corso o all'impossibilità di venire assistiti in ospedale. E così via”.
Crisi economica

La crisi economica in atto ha determinato un abbassamento di alcune fasce di reddito e un aumento del tasso di disoccupazione complessivo. Secondo diversi studi, dunque, questi fattori stanno determinando un rischio concretamente superiore di ammalarsi di depressione. Malattia ritenuta la prima causa di disabilità a livello mondiale dall’Oms e che in Italia colpisce circa 3milioni di persone, di cui circa 150.000 in Lombardia (stando alle stime Istat).
Fobie

Una diretta conseguenza dell’emergenza in atto è anche l’incremento dei soggetti affetti da attacchi di panico, agorafobia (paura degli spazi aperti), disturbo bipolare e d’ansia generalizzato (cioè un’ansia non legata ad uno stimolo preciso, ma ad una preoccupazione generale), fobie sociali e specifiche (soprattutto legate alla contaminazione).

“Per diversi mesi - spiega la Psicologa - le persone sono state sottoposte ad un continuo “terrorismo mediatico” relativamente al contagio e alle misure igieniche da adottare. E tutto questo ha comportato un crescente sentimento di scarsa protezione individuale e una necessità forte di controllo sulla situazione circostante. Inoltre, è passato anche il messaggio di “diffidare” delle persone vicine, in quanto potenzialmente asintomatiche, ma ugualmente contagiose”.

Tutto questo, dunque, ha impattato negativamente sulle persone che già presentavano delle sintomatologie ansiose o fobiche, portando all'estremo i sintomi preesistenti. Col rischio di diventare disturbi invalidanti, con pesanti ripercussioni sulla sfera privata, sociale e lavorativa.
Sindrome della capanna

La sindrome della capanna (o del prigioniero) è un disturbo che può manifestarsi in seguito a lunghi periodi di distacco dalla realtà, isolamento o distanziamento sociale. Chi ne soffre, infatti, tende a manifestare paura, ansia, smarrimento ed insicurezza davanti alla ritrovata libertà. La propria capanna viene percepita come un luogo sicuro e una possibile riapertura verso il mondo esterno può comportare tristezza, angoscia, irritabilità, demotivazione e -nei casi più seri- depressione.
Come curare la depressione post Coronavirus

La depressione è una malattia fortemente invalidante e chi ne soffre necessita di cure specifiche per uscirne e per poter guarire.

“I criteri riportati dal DSM 5 (manuale diagnostico di riferimento) - spiega la Psicologa Parise - includono un umore depresso per la maggior parte del giorno e marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività. Ma anche significativi (> 5%) aumento o perdita di peso, oppure al contrario diminuzione o aumento dell'appetito, insonnia o ipersonnia, agitazione, astenia o rallentamento psicomotorio”.

Altri sintomi da non sottovalutare, inoltre, sono i sentimenti di autovalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati, la diminuita capacità di pensare o concentrarsi, unitamente a pensieri ricorrenti di morte o di suicidio. Ma non solo: in questa fase, infatti, è importante non sottovalutare anche altre manifestazioni anomale quali attacchi di panico, ansia o fobie. Se è vero che in forma lieve questi disturbi si possono risolvere anche da soli, qualora tendano a peggiorare è sempre bene chiedere un aiuto qualificato.

“Davanti ad una sintomatologia depressiva o ad altri sintomi di origine ansiosa o fobica - suggerisce la psicologa - è importante non sottovalutare la situazione e rivolgersi ad un professionista. Un primo passo può anche essere quello di parlare con il proprio medico curante, che potrà eventualmente suggerire una visita specialistica da uno psicologo o da uno psichiatra per eseguire dei test specifici e impostare una terapia più mirata. Evitare, in ogni caso, di curarsi con rimedi “fai-da-te” e di assumere farmaci acquistati online e non prescritti da un professionista”.

Dal Sito: deabyday.tv

giovedì 2 luglio 2020

Forse non hai la sindrome della capanna, semplicemente non ti va di tornare alla vita frenetica di prima




Ultimamente si sente parlare spesso della cosiddetta “sindrome della capanna” o “del prigioniero“, che avrebbe colpito moltissime persone nella fase due della pandemia. A caratterizzarla sono senso di demotivazione, malinconia, ansia, affaticamento, o semplicemente voglia di rinchiudersi in casa e di non uscire.

Questa sindrome viene interpretata come la paura di abbandonare la certezza di un luogo sicuro per l’incertezza di un mondo insicuro o come una vera e propria reazione fobica al virus, determinata appunto dall’evento traumatico ma destinata a scomparire pian piano. Sicuramente si tratta di una spiegazione valida per una fetta di persone, come sottolineano vari terapisti, ma siamo certi che valga per tutti?

Prima del coronavirus ci lamentavamo continuamente delle nostre vite troppo frenetiche, di quanto fosse difficile conciliare famiglia, lavoro, hobby e amicizie per mancanza di tempo, poi improvvisamente ci siamo ritrovati fermi, con tutto il tempo che ci era sempre mancato a completa disposizione. E in quei giorni, anche se inizialmente provavamo nostalgia per i bei tempi di prima, abbiamo riscoperto la lentezza.

Molte persone hanno dedicato più tempo ai propri figli, al proprio partner, alla casa, c’è anche chi ha finalmente potuto dedicarsi a un hobby dimenticato e chi ha iniziato, moltissimi, a coltivare un giardino. Tutte cose che prima venivano continuamente rimandate.

E quando finalmente i contagi sono calati e si è parlato di ritorno alla normalità, tanto agognato da mesi, ecco che molte persone si sono accorte che in fondo non era poi così male quella vita rallentata e hanno iniziato a sentirne nostalgia, provando ansia all’idea di ricominciare. Consapevoli che la frenesia li avrebbe nuovamente risucchiati costringendoli a rinunciare a se stessi e a una vita diversa.

Che non sia proprio questa nuova consapevolezza, e non la sindrome della capanna, a far sentire molte persone a disagio? Le nostre vite frenetiche, ansiose, stressate, iper-produttive sono davvero quello che desideriamo?

Forse la chiusura forzata, costringendoci a stare fermi, ha risvegliato in tanti di noi la voglia di una vita più a misura d’uomo, desiderio a cui avevamo rinunciato per rassegnazione, risucchiati da meccanismi iper-produttivi che non ci lasciavano nemmeno il tempo di pensare.

E se fosse così, da cosa dovremmo mai guarire? Dall’aver scoperto che non ci piace quel tipo di normalità? Senz’altro no, questa consapevolezza è importantissima e può stimolarci ad andare in una nuova direzione.

Dal Sito: greenme.it

sabato 16 maggio 2020

La sindrome della capanna: cos'è e come affrontarla


Ultimamente si è sentito parlare di sindrome della capanna, ma di cosa si tratta? Secondo gli esperti, è la paura di uscire dopo l’attuale lockdown. È una sensazione che accomuna paura, insicurezza, tristezza e ansia causato dal periodo attuale. E pare siano circa un milione gli italiani che soffrono di questo disturbo, cifra stimata dalla Società Italiana di Psichiatria (SIP). Inoltre sembra sia stato segnalato da un team di ricercatori spagnoli che a soffrirne siano un numero inimmaginabile in tutto il mondo.

Sono molti coloro che si sono sforzati a rimanere tra le mura domestiche, ma altri si sono invece abituati, hanno sperimentato una quotidianità diversa e sono riusciti a stabilire un certo equilibrio. Equilibrio che potrebbe essere “compromesso” nuovamente. La propria dimora, in cui abbiamo vissuto questo lungo periodo di clausura a causa di questa emergenza pandemica, ci fa sentire al sicuro, lontani da qualsiasi minaccia esterna; e questo implica la voglia di rimanerci.

Tale sindrome non è classificabile come un vero e proprio disturbo mentale, in quanto è una sindrome che tende a scomparire col tempo. Una prospettiva di circa un paio di settimane, il tempo necessario perché l’individuo si riabitui alla routine.

Quali sono i soggetti più a rischio?

Secondo il parere di alcuni psicologi, le persone che sono maggiormente a rischio di soffrire della sindrome della capanna sono quelle con poca capacità di adattamento ai cambiamenti e le persone ipocondriache che, probabilmente, già dai primi giorni di lockdown si sono sentite a loro agio e ora sono spaventate.

Inoltre tale sindrome può colpire anche tutte quelle persone che soffrono già di ansia, fobie o di gravi problemi psichiatrici. Ma non solo, molte persone che non hanno avuto problemi precedenti di ansia potrebbero trovarsi ad affrontare situazioni sconosciute, problemi economici e repentini cambi di stile di vita. Insomma, per molti abbandonare la propria dimora vorrà dire passare dal timore alla concreta certezza di una realtà difficile da affrontare.

Qual è il consiglio degli esperti per contrastare questo disturbo?

Per uscire da questa situazione, alcuni psicologi consigliano di prepararsi al cambiamento; quindi abituare il nostro cervello alle novità – come ad esempio cambiare un’abitudine che si era consolidata nel tempo – e imparare a cambiare il proprio punto di vista cercando di eliminare pensieri negativi e catastrofici, in modo da vivere in maniera più serena possibile questa nuova fase. Quindi è suggerito fare spazio a pensieri positivi che ci aiutino ad affrontare al meglio quello che succede, tutto pur di affrontare al meglio questo periodo così delicato.

Vi è inoltre da ricordare che restare chiusi in casa potrebbe contribuire ad ingigantire le nostre paure e portarci via via a disturbi peggiori, ad esempio l’agorafobia (una vera e propria fobia che nasce in seguito a circostanze personali particolari e che richiede un accompagnamento terapeutico specifico per questo disturbo). Sarebbe quindi buona cosa riabituarsi gradualmente al mondo esterno, seguendo le precauzioni dettate dal Governo; a piccoli passi si potrà giungere alla conclusione che il mondo non è sempre una minaccia.

Conclusioni

Com’è quindi possibile tornare alla normalità? Sarebbe di grande aiuto trasformare i problemi in opportunità. Per superarla servono piccoli cambiamenti quotidiani. La clausura, l’isolamento sociale forzato di queste ultime settimane, ci ha donato una sensazione di protezione e sicurezza a cui, per molti, è difficile rinunciare. Tutto dipenderà dalla capacità di ciascuno di far fronte in maniera positiva all’emergenza.

Sarebbe d’aiuto poter uscire gradualmente, quando è necessario e con le dovute precauzioni; inoltre non sarebbe sbagliato informarsi sulle notizie riguardanti il Covid-19 ma senza farla diventare un’ossessione e dedicarsi anche ad altro: hobby, interessi, attività fisica, giardinaggio, lettura, attività che ci fanno sentire bene.

È altresì importante non sottovalutare il problema, quindi qualora ci si sentisse fragili e debilitati psicologicamente è necessario accettare e superare le proprie paure e chiedere aiuto a chi ci sta vicino, ad una persona fidata o ad uno psicoterapeuta. Per chi non ne fosse a conoscenza, in questo periodo di lockdown molte persone si stanno appoggiando ad una terapia psicologica online, attualmente forma alternativa altrettanto valida e funzionale alla terapia tradizionale, che può essere attuata a distanza.


Dal Sito: ilvaloreitaliano.it