giovedì 21 febbraio 2019

Si chiama stanchezza emotiva ed è la peggiore che esista

Viene chiamata stanchezza emotiva ed è la peggiore che esista, più pericolosa dell’esaurimento fisico.

È più facile riposare un corpo dolorante che calmare un’anima esausta.

La vita non è mai stata facile, ma sembra che le cose siano peggiorate di recente, almeno un decennio da quanto è possibile apprendere dalle statistiche.

È doverosa una premessa quando si parla di stanchezza o esaurimento emotivo legato alle numerose patologie che connotano questo stato.

Non bisogna confonderlo con il fenomeno chiamato ” Burnout” , ovvero quello stato di sovraccarico emotivo che lascia spazio a fenomeni di vuoto e vero e proprio distacco emozionale.

In questa casistica, sempre secondo le statistiche ufficiali, rientrano quelle persone che svolgono principalmente lavori di contatto in situazioni particolarmente critiche, come ad esempio vigili del fuoco, chirurghi in zone con continue emergenze, assistenti sociali, psichiatri in strutture con pazienti particolarmente difficili.

Professioni definite di aiuto e di contatto nelle quali, causa una prolungata e perdurante fase di stress, si genera quello che viene definito il burnout, cioè un distacco, repentino, del coinvolgimento emotivo che, per paradosso, in situazioni di assoluta emergenza, è un aiuto anche per l’operatore stesso.

Fuori da questi contesti il fenomeno, seppur in forme diverse e per cause che andremo ad esaminare, è comunque presente.

Una ricerca della Michigan State University ha addirittura esaminato le relazioni tra forme di esaurimento emotivo e atteggiamenti durante le ore di lavoro in normali uffici.

L’indagine ha coinvolto 125 impiegati di cinque compagnie operanti nel settore dell’informatica che sono stati seguiti per tre settimane con 4 monitoraggi quotidiani.

L’indagine aveva lo scopo di misurare i cali di concentrazione e di rendimento causati da problematiche esterne, sia di tipo familiare, ma anche di natura personale come spostamento dell’orario della palestra piuttosto che l’anticipo del massaggio pomeridiano.

Questioni cioè profondamente differenti dall’attivita di un vigile del fuoco che lotta contro il tempo per salvare vite umane.

Da quanto emerge, lo stress e le reazioni sembrano coincidere. Un segnale non solo preoccupante, ma indicatore anche della scala dei valori o delle gerarchie che oramai fanno parte del nostro stile di vita.

L’esigenza, diventata regola, di essere ricchi, belli, aitanti e sorridenti, sta producendo questo fenomeno con maggiore frequenza.

Correre come forsennati dall’ufficio alla palestra, dal parrucchiere alla festa di compleanno del figlio dove, non si deve essere semplicemente un genitore che festeggia, ma una sorta di star holliwoodiana in passerella, finisce per esaurire psiche e capacità emotiva.

Non solo diventiamo preoccupati e a volte ossessionati di ciò che è là fuori, ma dimentichiamo di ascoltare il ritmo della nostra anima, del nostro cuore.

Perché, e questo è il punto sul quale riflettere.
Pare che cuore e anima siano come passati di moda, vestigia medievali dove un sorriso ed un abbraccio valevano oro.

Occorre allora una pausa, soprattutto una riflessione. Non solo per dare tregua alla psiche ed al vortice di aspettative ed emozioni, ma soprattutto per capire se questo modo di vivere sia non solamente quello più sano ma, anche quello più giusto.

Più dignitoso, più umano.

Dal Sito: giornodopogiorno.org

Le persone altamente sensibili

Spesso hanno la difficoltà a lasciare scorrere via i pensieri e le emozioni negative, provano molto frequentemente stati di tensione o ansia; tendono ad essere eccessivamente critici con se stessi e temono il rifiuto.

Come spesso accade, scrivo i miei articoli su suggerimento e su richiesta specifiche. In questo caso mi è stato chiesto di porre l’attenzione su un argomento molto dibattuto, le persone altamente sensibili.

Prima di tutto, chi sono? “sono soggetti più introversi degli altri, amano stare da soli e grazie alla loro capacità di captare sfumature e sottigliezze che gli altri non avvertono, le persone altamente sensibili spesso apportano al loro lavoro e alle relazioni una visione ottimista e tanta umanità. Di solito sono coscienti, creativi e minuziosi, ma in una cultura aggressiva, i cui valori di base sono la durezza, l’estroversione e la repressione delle emozioni più delicate, possono sentirsi come cittadini di seconda classe. A volte si lasciano coinvolgere talmente tanto e captano con tale intensità il senso di ciò che succede attorno a loro, che hanno bisogno di staccare la spina e di isolarsi in misura maggiore rispetto alle altre persone “ ( definizione di Elaine Aron, studiosa dei soggetti altamente sensibili).

Le Persone Altamente Sensibili di solito sembrano rientrare in un determinato stereotipo, sono dotate di intuito e grande empatia. Sembrano godere della solitudine, ma allo stesso tempo mostrano una grande connessione emotiva con gli altri. Le Persone Altamente Sensibili mantengono una visione della realtà molto più sensata rispetto a tutte le altre persone, infatti interiorizzano aspetti a cui la gente sprovvista di grande sensibilità non presta la minima attenzione.

Quali sono le caratteristiche delle persone altamente sensibili?

Sono persone molto intuitive, hanno la capacità di leggere tra le righe ciò che sta succedendo, nonostante non ci sia di base nulla a sostenere tali ipotesi. Percepiscono i dettagli con facilità, sono emotivamente molto perspicaci. Sono molto empatici e possegono grande abilità nello stabilire relazioni con gli altri. Sono soggetti che sono capaci di trasmettere sentimenti facilmente, provano emozioni forti e le trasmettono. Stanno bene anche da soli, sono persone più introverse rispetto agli altri, perché a causa della loro ipersensibilità, è probabile che l’ambiente che li circonda venga percepito come più complicato e difficile da affrontare. Sono generosi, aiutano molto gli altri e spesso si trovano a porre gli altri prima di se stessi. Per la loro sensibilità, piangono e ridono con facilità, oltre che ad essere pensatori attenti, a volte fin troppo introspettivi, che si pongono dubbi e si mettono molto in discussione.

Sebbene ci siano molti aspetti positivi nell’essere una persona sensibile, ci sono anche tratti che influenzano negativamente la salute, la felicità, il successo, e che spesso complicano le relazioni interpersonali. Nello specifico, le persone altamente sensibili spesso hanno la difficoltà a lasciare scorrere via i pensieri e le emozioni negative, provano molto frequentemente stati di tensione o ansia; tendono ad essere eccessivamente critici con se stessi quando non si sentono all’altezza delle proprie aspettative; temono il rifiuto, anche in situazioni relativamente poco importanti; hanno la tendenza a confrontarsi con gli altri per essere rassicurati, provando spesso rabbia per le situazioni della vita che sembrano ingiuste, irritanti o fastidiose. Nei confronti dell’ ”altro” questi soggetti si preoccupano continuamente di ciò che gli altri stanno pensando e si sentono frequentemente feriti dagli altri. Per timore, nascondono spesso i propri sentimenti negativi, tenendo dentro di sé la gran parte delle emozioni negative. Fanno inoltre fatica a gestire i risconti negativi dati dagli altri, anche se tali potrebbero essere costruttivi, sentendosi spesso in difficoltà nelle relazioni, preoccupandosi eccessivamente dell' approvazione altrui.

In conclusione, sperando di aver risposto al quesito di chi sono le persone altamente sensibili concludo con una riflessione: per coloro che vivono, lavorano o hanno a che fare con individui altamente sensibili, sono necessarie attitudini comunicative efficaci per favorire relazioni positive e costruttive. Queste persone, uniche e irripetibili come ciascuno di noi, sono persone più fragili che necessitano di essere ascoltate, sentite nelle loro emozioni ed accudire.


D.ssa Ernestina Fiore Psicologa Psicoterapeuta

Dal Sito: targatocn.it 


Psicologia: paura di restare soli per 7 italiani su 10

Sette italiani su dieci hanno paura di rimanere soli. Ecco cosa emerge da un nuovo sondaggio.


Avete paura di rimanere soli? Purtroppo si tratta di una sensazione comune a sette italiani su 10. Per la maggior parte delle persone è molto importante avere una relazione, purché non sia a distanza, in quanto considerata “troppo difficile da gestire”. A renderlo noto è il nuovo sondaggio recentemente condotto da Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), che ha preso in esame un campione di circa 700 uomini e donne tra 18 e 60 anni di età.

Gli esperti spiegano che al giorno d’oggi le relazioni (in generale, e non solo quelle di coppia) sono sempre più dominate da un certo grado di “esasperazione per l'apparenza e l'esteriorità”. 

Le relazioni, anche quelle che dovrebbero essere profonde e radicate, stanno subendo dei cambiamenti e stanno diventando sempre più superficiali. Questo scenario spesso terrorizza le coppie, sempre più distanti e schiacciate da ritmi e pressioni insostenibili, con l'eventualità di una rottura. Il troppo lavoro, i rapporti a distanza, la cura dei figli, sono solo alcuni dei possibili pesi che possono mettere alla prova una relazione. Un rapporto che ha sempre meno tempo per sé. In più oggi lo stare soli spaventa più di ieri poiché, dominati dall'incertezza, avere qualcuno accanto assume un significato di maggiore stabilità.


Dal sondaggio è emerso dunque che il 76% dei partecipanti ha paura di restare solo, il 68% ha difficoltà a vivere un rapporto a distanza, il 74% ritiene molto importante avere una relazione e il 64% si sente molto a disagio durante la sera di San Valentino.

Dal Sito: benessereblog.it


lunedì 18 febbraio 2019

PERCHÉ LA FOBIA SOCIALE È IL MALE DEL NOSTRO TEMPO

La malattia mentale e i disturbi della personalità sono diventati in meno di un secolo la vera emergenza sanitaria del pianeta, soprattutto nei Paesi industrializzati. Secondo un report dell’Organizzazione mondiale della sanità, entro il 2030 la depressione sarà la malattia più diffusa a livello globale, davanti a cancro e patologie cardiocircolatorie. In Italia, terra diffidente e scettica, l’accettazione della malattia mentale risulta il più duro degli ostacoli, e spesso si tende a sottovalutare i campanelli d’allarme senza consultare uno specialista. Così i genitori possono scambiare la depressione del figlio adolescente per una banale malinconia tipica di un’”età difficile”, o un bipolare può pensare di essere semplicemente “un po’ lunatico” e in preda a sbalzi d’umore. In tanti pensano di essere solo molto timidi, e ignorano di essere vittima di un disturbo noto in psichiatria come fobia sociale. 

I tanti che si affidano all’autodiagnosi per via della paura di farsi visitare da un professionista contribuiscono a generare difficoltà nella raccolta di dati certi sul numero di persone alle prese con la fobia sociale. Secondo gli studi più attendibili, in Italia la percentuale di persone che ne soffre varia tra il 3% e il 13%, una forbice dovuta al sottobosco di patologie non rilevate, casi non analizzati e persone che ignorano il disturbo. Un sociofobico si sente a disagio nel relazionarsi con gli altri, nel parlare faccia a faccia, nel mangiare se osservato, nel fare qualcosa davanti a un pubblico che potrebbe giudicarlo. La patologia e i suoi sintomi sono influenzati dal giudizio che si ha di se stessi, in grado di provocare ansia, attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi e depressione.

Quando si parla di fobia sociale, il manifestarsi dei sintomi è anticipato da quella che viene chiamata ansia anticipatoria: il sociofobico cade in preda all’ansia o al panico ancora prima di uscire di casa. Se ha un appuntamento di lavoro, ad esempio, l’ansia anticipatoria può presentarsi giorni prima, ingigantendo le paure del sociofobico fino a portarlo in uno stato di blocco. Dopo l’evento traumatico scatta l’evitamento, un meccanismo messo in campo per evitare di doversi ritrovare nuovamente in una condizione di ansia ancicipatoria, che porta chi soffre di fobia sociale a procrastinare all’infinito, cercando un escamotage per scongiurare un’altra situazione percepita come pericolosa o dolorosa. Nei casi più gravi l’evitamento può portare alla chiusura sociale. Evitare di esporsi a determinate situazioni significa fuggire dall’incubo delle reazioni incontrollate, come arrossire, balbettare, tremare o sudare. Nascondendosi dalla società, il sociofobico si allontana da quel processo che lo porta a sentirsi continuamente sotto esame, permettendogli di raggiungere una sensazione di protezione assoluta. Questo però, lo porta a rinunciare ai rapporti sentimentali, lavorativi e di amicizia, sostituiti con un palliativo, spesso trovato nel mondo virtuale.  



L’illusione di creare una second life attraverso Internet e i social network non risolve il problema, ma ne allontana le conseguenze. Dietro uno schermo si annullano quelle condizioni che scatenano l’ansia del sociofobico: viene annullato il contatto visivo, c’è una latenza nel botta e rispostadella conversazione scritta che consente di valutare le parole da usare, e soprattutto le sue reazioni non vengono percepite dall’interlocutore. La barriera dello schermo del cellulare o del computer permette di instaurare rapporti con una sicurezza del tutto inedita rispetto alla vita reale, sviluppando un’immagine di sé stessi non vincolata ai propri limiti e alla realtà. È la simulazione di un’esistenza, la proiezione di quello che si vorrebbe essere e non si è, ma allo stesso tempo le conseguenze emotive sono reali: è possibile provare gioia ed empatia, innamorarsi, confrontarsi in rete con persone afflitte dallo stesso disturbo.

Per il sociofobico, abituarsi ai crismi della conversazione online è un modo per evitare i rapporti reali, ma finisce per ingigantire le difficoltà da cui vuole scappare. Chiudersi nel proprio guscio, rinunciando al contatto con il mondo, mettendosi al riparo dagli agenti esterni, è la condanna che si autoinfligge il sociofobico, spesso male interpretata da chi non conosce questa patologia. Un errore comune è il parallelismo tra sociofobico e sociopatico, due termini estremamente diversi ma spesso trattati come sinonimi. Un sociopatico nutre disprezzo per gli obblighi sociali, è insensibile ai sentimenti degli altri fino a rasentare la misantropia, incolpa il prossimo dei suoi problemi, vive in conflitto con il mondo esterno ed è refrattario a qualsiasi norma legata alla collettività. Un sociofobico, invece, conosce bene le norme sociali e ne è intimorito; non prova odio per gli altri ma per sé stesso in relazione alla sua incapacità di rapportarsi con loro. Entrambi i disturbi possono spingere all’autoesilio dalla società, ma le cause scatenanti sono diverse. Un sociofobico che scappa dalla società non è l’uomo che Ernst Jünger, nel suo Trattato del ribelle, chiama Der Waldgang, ovvero colui che si ritira nella selva per opporre una resistenza spirituale al cinismo del mondo. Semmai fugge dalle sue paure perché non è in grado di affrontarle, e quindi fugge da sé stesso.

La sociofobia potrebbe riguardare il 10% della popolazione italiana, ma gli studi sul disturbo sono ancora limitati e spesso contraddittori. Uno di questi, pubblicatodall’Università svedese di Uppsala su Jama Psychiatry, ribalta le teorie precedentemente elaborate. Si pensava infatti che la carenza di serotonina fosse una delle cause scatenanti della fobia sociale, innescata da un processo chimico molto simile a quello della depressione. La ricerca ha invece messo in luce come i malati di fobia sociale producano troppa serotonina nell’amigdala, la ghiandola del cervello collegata alle emozioni e alla paura. La scienza è alle prese con un disturbo relativamente giovane e sconosciuto, esploso con l’evoluzione tecnologica degli ultimi anni e il suo impatto sulla società. 

L’assenza di un protocollo medico ufficiale per la fobia sociale, si traduce in una scarsa uniformità nella diagnosi e nella tolleranza del disturbo. Nella cultura orientale, l’isolamento è accettato in diverse sue forme, tanto che il manuale Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (testo di riferimento della comunità psichiatrica mondiale) è stato aggiornato di recente per evidenziare come la fobia sociale venga diagnosticata con minor frequenza nei pazienti dell’Asia orientale. Alla base di questa distinzione c’è un una differenza tra le due culture: nel mondo occidentale l’imbarazzo o la vergogna sono percepiti in modo diverso rispetto a quello orientale, in cui vengono interpretati come segni di rispetto e dignità sociale. Nella cultura tradizionale orientale, isolarsi dal mondo non è considerato un’anomalia, anche se i numeri di questo fenomeno hanno messo le autorità in allarme, soprattutto in Giappone. Per queste ragioni, è sbagliato esportare nel mondo occidentale fenomeni che non ci appartengono: quando si parla di hikikomori, la sua immagine si riduce a una persona che vive davanti al computer, senza mai uscire dalla sua stanza. Una semplificazione evidente anche negli articoli sugli “hikikomoriitaliani”, in cui il fenomeno è descritto come un disturbo generazionale a livello globale. In realtà, il Giappone ha solo anticipato di alcuni anni le problematiche che ora hanno investito anche l’Occidente: una società iper-tecnologica (e in questo il Giappone non è secondo a nessuno), che isola l’individuo e trasforma l’universo virtuale in una gabbia mascherata da valvola di sfogo, creando un esercito di avatar senza nome e senza vita sociale.

Nascondersi dietro uno schermo è il risultato di una società che si autoesclude, di un virus che degenera nella parola social, allontanandosi dal suo significato per diventare anti-social, farmaco e veleno per il sociofobico. Kafka scriveva: “La mia paura è la mia essenza, e probabilmente la parte migliore di me stesso”. Per chi soffre di fobia sociale la paura è un limite. L’unico rimedio è affrontarla con il sostegno di uno specialista, per accettarla e imparare a conviverci senza doverla considerare una debolezza. Forse è la paura, la paura che ci fa tremare e arrossire, l’unica cosa che un giorno ci distinguerà dalle macchine.

DI MATTIA MADONIA

Dal Sito: thevision.com

Attacchi di panico e disturbi d’ansia. 8 frasi che chi ne soffre vorrebbe dire alle persone care

Molte persone hanno vissuto in prima persona l’esperienza dell’attacco di panico. Pochi secondi (o nei peggiori dei casi qualche minuto) possono essere in grado di sconvolgere una persona.

In una scala da 1 a 10 (dove 10 rappresenta le persone con il valore più alto di ansia), una persona con ansia generalizzata potrebbe posizionarsi tra il 5 e il 7, a seconda della sua attuale situazione di vita. Quando una persona supera questo valore fino a raggiungere un 8 o un 9, sperimenta quelli che sono noti come attacchi di panico.

Queste sono esperienze di ansia molto intense, che restano impresse nella memoria per molto tempo. La mente ed il corpo sono assaliti dalla percezione profonda delle paure umane più intense: la malattia, la follia, la morte. Questa esperienza così intensa e negativa raramente lascia le persone indifferenti anche a distanza di tempo. Molte settimane dopo ancora resta la “paura della paura“, che rende difficile la vita quotidiana, e quasi impossibili le attività che un tempo erano molto semplici.

L’attacco di panico inoltre arriva in modo improvviso e comporta non solo sintomi fisici ma anche sensazioni in grado di terrorizzare. Si tratta di sensazioni che le persone che non hanno mai provato un attacco di panico difficilmente possono capire.

Perchè la paura degli attacchi di panico aumenta l’intensità dei sintomi?

Gli attacchi di panico si auto-alimentano per colpa di pensiero di tipo catastrofico del tipo “Questa situazione potrebbe uccidermi” e generalmente includono alcune delle seguenti sensazioni o esperienze:

Dolori al petto

Nausea / crampi allo stomaco

Sensazione di vertigini o instabilità

Sensazione di irrealtà o di estraneità dal proprio corpo

Brividi o vampate di calore

Batticuore

Sensazione di respiro corto o asfissia

Parestesia (torpore o sensazione di formicolio)

Sudorazione

Tremore

Sensazione di soffocamento

Una volta che abbiamo avuto il nostro primo attacco di panico, immediatamente temiamo che capiti di nuovo e iniziamo a evitare le situazioni che potrebbero provocarne uno. La paura della paura entra in gioco, e il loop dell’ansia parte.

I pensieri più comuni tra chi soffre di attacchi di panico

Il noto sito Bored-Panda ha proposto a tutti i suoi lettori che soffrono di attacchi di panico di inviare le frasi che vorrebbero dire ai propri amici, partner e familiari per trasmettere i sentimenti più difficili da condividere. Ecco, tradotte in italiano, quelle più votate:

Non so mai quando verrà a prendermi, ma quando lo farà, per favore, supportami. (Dani H.)

Lo so che a te può apparire del tutto incomprensibile, ma per me è spaventosamente reale. (Page J.)

Lasciami il mio spazio ma, per favore, non dimenticarti di me. (Vickie B.)

Mi dispiace molto rifiutare un invito. Mi dispiace quando la mia ansia la paghi anche tu. (Melissa K.)

Quando non riesco a fare qualcosa nessuno ci soffre più di me, per favore cerca di capirlo. (Lindsey H.)

Soprattutto quando le cose vanno nella maniera migliore io sono sempre in attesa di qualcosa di orribile che potrebbe succedere. (Lindsay B.)

Per favore non dirmi che le cose che mi fanno paura sono sciocche. (Carla E.)

Non ti chiedo di risolvere il problema, ti chiedo di amarmi per come sono. (Carole O.)

La buona notizia però è che  esistono oggi delle strategie cognitivo-comportamentali che possono aiutare chi soffre a superare queste paure. Il primo passo importante verso la guarigione è quello di non sentirsi “strani” o “malati”.

DI ERNESTA-ZANOTTI 

Dal Sito: psicoterapista.it 

Ansia e iperventilazione: ecco cosa fare quando ti manca il respiro

Sei agitato e ti manca il respiro?  Accade perché le condizioni di tensione, stress o ansia influenzano la respirazione, accelerandola. E quando il respiro diventa “troppo rapido”, possono scatenarsi altri sintomi. Ecco i consigli pratici per riconoscerli e imparare a gestire la respirazione.

Sai di quanta aria hai bisogno?

La respirazione è una forma di alimentazione: respiriamo per alimentarci, per immagazzinare il carburante necessario per sopravvivere.

Ma quanta aria ti serve veramente?

In una situazione di normalità, in cui non si è sottoposti a particolari sforzi fisici o stress emotivi, i cicli respiratori sono compresi tra i 10 e i 12 al minuto e permettono di accumulare circa 4 – 6 litri d’aria nei polmoni.

Ansia, stress o panico possono causare un aumento del ritmo respiratorio anche in una condizione di riposo.

Quindi se sei in tensione, il numero dei cicli respiratori supera i 15 al minuto e la quantità di litri d’aria nei polmoni aumenta. Ecco che allora ti “manca il respiro”.

Quando ti manca il respiro: l’iperventilazione

L’aumento del ritmo respiratorio può arrivare fino all’iperventilazione.

È una condizione caratterizzata da un’importante riduzione della quantità di anidride carbonica nel sangue.

Può verificarsi occasionalmente come risposta a situazioni particolarmente ansiogene, oppure come fenomeno frequente scatenato da stress, ansia o depressione.

Quando sei in iperventilazione, indipendentemente dal fattore scatenante, non solo ti manca il respiro, ma provi una sensazione di malessere, simile a quella che sperimenti dopo aver gonfiato rapidamente un palloncino o un materassino da spiaggia.

Può capitare che con l’aumento della respirazione tipico dell’iperventilazione compaiano altri sintomi fisici come ad esempio:

dolori toracici

formicolio agli arti

giramento di testa

nausea

senso di svenimento e di vertigine.

E c’è di più. Spesso sono proprio questi sintomi ad aumentare l’ansia e la sensazione di panico.

Perché se manca il fiato aumenta la sensazione di ansia?

Perché il fiato corto tipico dell’iperventilazione coincide con una respirazione toracica, che sfrutta cioè soltanto la parte alta dei polmoni.

In questa situazione, la quantità di anidride carbonica nel sangue si riduce notevolmente con conseguenze negative sulla circolazione sanguigna e sull’ossigenazione del cervello.

Quando il cervello è poco ossigenatola capacità di concentrarsi e di memorizzare si riduce. Parallelamente, aumentano i livelli di alcuni ormoni specifici he hanno un effetto negativo sullo stato emotivo della persona.

Durante l’iperventilazione si crea un vero e proprio circolo vizioso: l’ansia e il panico aumentano la frequenza del respiro e questa, a sua volta, alimentare ulteriormente ansia e panico.

Allora, che fare?

Esistono delle semplici tecniche che permettono di risintonizzare il respiro e placare l’ansia.

Ti manca il respiro? Ecco cosa può aiutarti

Esiste una tecnica di respirazione semplice e utilizzabile in modo rapido in situazioni differente, che richiede solo l’uso della mani come sistema di rilevamento del modo corretto o scorretto di respirare.

Se ti trovi in una situazione di ansia o panico e ti accorgi di essere in affanno, fai così.

Siediti e appoggia i palmi delle mani uno all’altezza del petto, l’altro all’altezza della pancia.

Se la mano appoggiata sul petto si muove più rapidamente rispetto a quella che si trova sulla pancia, allora i tuoi cicli respiratori sono troppo rapidi.

Sposta il respiro dal torace alla pancia, rallentando il ritmo e monitorando la lunghezza dei cicli respiratori in modo che siano di circa 6 secondi.

Prosegui fino a che la mano sulla pancia si muove più rapidamente di quella sul petto. A questo punto, il respiro sarà tornato regolare.

Questa tecnica respiratoria così semplice e basilare può avere un effetto positivo sull’ansia e sugli altri sintomi associati all’iperventilazione.

Gestire la respirazione: ecco perché è importante

Sono molte, frequenti e inattese le situazioni emotivamente intense in cui il ritmo del nostro respiro si altera, accrescendo la sensazione di ansia.

Ecco perché imparare a concentrarsi sul respiro, ascoltandolo e sintonizzandolo, può avere un effetto importante nel placare il vissuto ansioso e i suoi sintomi fisiologici.

Sappi che non esiste un’unica tecnica respiratoria, ma molte strategie differenti che vengono incontro ai bisogni di ciascuno. Esse non hanno lo scopo di modificare totalmente la nostra respirazione, ma di migliorarla in base alle nostre esigenze.

Dal Sito: vivavoceinstitute.com

Lili Reinhart ha ripreso la terapia contro ansia e depressione con un messaggio di self-love per tutti

Lili Reinhart, sulle sue stories di Instagram ha rivelato di avere ripreso la sua terapia contro ansia e depressione e ha mandato un messaggio di self-love a tutti i suoi follower. God job, Lili.

Lili Reinhart, che nella serie tv Riverdale recita le parti della dolce e tenace Betty Cooper, l'altro giorno sulle stories di Instagram ha rivelato di avere ricominciato la terapia contro l'ansia e la depressione, e, soprattutto, ha ricordato a tutti quanto sia importante chiedere aiuto a qualsiasi età e senza vergognarsi di quello che gli altri potrebbero pensare.

L'attrice ha scritto:

"Promemoria amichevole per chiunque abbia bisogno di ascoltarlo: la terapia non è mai qualcosa di cui vergognarsi. Tutti possono trarre beneficio dal parlare con un terapeuta. Non importa quanti anni si hanno o se si pensa di essere troppo "orgogliosi" [NdR. per chiedere aiuto]".

E ha continuato:

"Siamo tutti umani e lottiamo. Non soffrite in silenzio".

Per concludere ha scritto:

"Non mi sento in imbarazzo a chiedere aiuto. Ho 22 anni, ho ansia e depressione e oggi ho ricominciato la terapia. Per me inizia il viaggio verso l'amore per me stessa".

Da qualche tempo le star stanno puntando i riflettori sui problemi di ansia e depressione che riguardano molte persone e che loro stessi hanno vissuto in prima persona. L'obiettivo per tutti è riuscire ad abbattere i tabù che ancora caratterizzano questi disturbi. Ryan Reynolds ha parlato della sua ansia e di come nel tempo sia cominciando a gestirla anche grazie all'ironia, la sua personale exit strategy. Emma Stone ha rivelato di avere cominciato a recitare per tenere a bada l'ansia. Ghemon, il rapper che si è esibito a Sanremo con Rose Viola, ha apertamente dichiarato di avere sofferto di depressione e di essersi sottoposto a terapia. Ha raccontato questa storia, e molte altre, nel suo libro.

Lili Reinhart ha aggiunto la sua esperienza a quella di altre celeb e ha voluto sottolineare come la terapia debba essere percepita come una normale strada per proseguire verso la ricerca della propria felicità e dell'amore verso se stesse che è il primo passo per stare bene.

Questa rivelazione su Instagram, che poi è anche un consiglio per i suoi follower, si aggiunge al fatto che la star, che da un po' di tempo fa coppia con Cole Sprouse, suo collega in Riverdale, ha sempre utilizzato i social per raccontare non solo la sua vita sul set o sul red carpet, ma anche quella da normaleragazza che vive giorno per giorno.

In un'intervista a ET Online aveva detto:

"Cerco di [essere sincera] perché non sto facendo uno show. Non sto cercando di apparire perfetta... la mia vita in generale non è estremamente affascinante. Faccio un sacco di cose davvero fantastiche e affascinanti, ma non è quello che accade giorno per giorno. Sui social mi piace farmi vedere nel mio habitat naturale: mentre sono nel mio letto o mangio".

Good job, Lili!

Dal Sito: cosmopolitan.it


Ansia adattiva e ansia patologica

Quando il segnale che ottimizza le nostre risorse diviene un ostacolo al nostro benessere

L’ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento ma non avanzi di un passo.
Jodi Picout

Io non ingrasso di un grammo perché la mia ansia funziona da aerobica.
Woody Allen

Secondo gli studiosi l’ansia è un’eredità dei nostri antenati preistorici ai quali era necessaria per prevenire eventuali pericoli di un mondo ostile.

È uno stato d’animo che comporta un’attivazione nell’organismo di fronte a una situazione che viene percepita soggettivamente come pericolosa. L’ansia coinvolge mente e corpo.
I nostri muscoli si contraggono per prepararci fisicamente all’attacco o alla fuga, il respiro si fa corto e veloce e la mente si concentra sulla situazione di pericolo da affrontare.

Dobbiamo distinguere tra un’ansia primaria, sintomatica, che ha un effetto disorganizzante e ci impedisce di affrontare le situazioni in maniera efficace e lucida; e un’ansia adattiva che ci mette in guardia rispetto a segnali di pericolo presenti o futuri e ci aiuta a concentrarci su difficoltà e compiti importanti senza, però, paralizzare la nostra capacità di pensare e prendere decisioni.

Una certa dose di ansia, quindi, può essere utile nell’affrontare la vita quotidiana e nel migliorare la nostra performance ad un compito. Si pensi, ad esempio, a quando si studia per un esame. Una certa quota di ansia permette un’attivazione psichica che ci aiuta a restare concentrati sul compito e a dare priorità allo studio. A volte, però, il meccanismo che sostiene l’ansia adattiva può bloccarsi, quindi può svilupparsi una reazione eccessiva, sintomatica, rispetto ad uno stimolo esterno o interno. Nell’esempio dell’esame da preparare potremmo avere uno studente talmente in ansia che sviluppa una difficoltà a concentrarsi o che, al momento dell’esame, di fronte all’insegnante non riesce a ricordare ciò che ha studiato.

L’ansia patologica si può strutturare in diverse organizzazioni cliniche che chiamiamo disturbi d’ansia. Essi sono: disturbo da attacchi di panico, fobie, disturbo ossessivo -compulsivo, disturbo post – traumatico da stress e disturbo d’ansia generalizzato.

Si parla di disturbi d’ansia quando il disagio diventa significativo per persistenza, intensità e frequenza. Gli stati d’ansia generano cambiamenti molto intensi nel corpo proprio perché l’ansia segnala un pericolo. In risposta a tale segnale o ad una situazione avvertita come critica, c’è un’intensa attivazione psicofisica e un surplus di lavoro per cuore, polmoni e rene. Quando si sperimenta ansia con molta frequenza e intensità c’è il rischio di alterare la normale funzionalità di questi organi.

I disturbi d’ansia danno luogo a sintomi di tipo cognitivo, fisici e comportamentali.
Tra i sintomi cognitivi abbiamo: sensazione di vuoto mentale; induzione di immagini, pensieri e ricordi negativi; sensazione di essere osservati e di stare al centro dell’attenzione.

Tra i sintomi comportamentali abbiamo: comportamenti evitanti, il paziente rifugge la situazione o lo stimolo che ritiene pericoloso; comportamenti di dipendenza dai familiari e dai farmaci, ansiolitici; comportamenti anassertivi e di sottomissione.

Tra i sintomi fisici abbiamo: tensione; tremore; sudore; palpitazione; nausea e disturbi gastrici; vertigini; formicolii; derealizzazione, sensazione di irrealtà; depersonalizzazione, sentirsi distaccati da se stessi.

Quando l’ansia è disadattiva e sfocia in uno di questi disturbi è necessario l’intervento psicoterapico che avrà la funzione non di cancellare l’ansia, perché in alcune situazioni è necessaria e adattiva, ma di aiutare a gestirla e a ricalibrare il meccanismo naturale che sta alla base della sua regolazione.


Dal Sito: expartibus.it

sabato 16 febbraio 2019

Annalisa Manduca: «Quattro anni di analisi per superare gli attacchi di panico»

«Dopo la scomparsa di mio padre sono piombata in un periodo di ansia quasi insostenibile: mi ha aiutato la terapia cognitiva»

La paura di aver paura. Che ti assale all’improvviso e ti paralizza bloccandoti la vita. È questo l’attacco di panico. Inspiegabile e incomprensibile, fino a quando non lo si prova.
Avevo trent’anni quando mio padre è venuto a mancare a causa di una grave malattia autoimmune che in poco tempo l’ha portato via. Ero legatissima a lui e, grazie al fatto che da tempo mi occupavo di salute per motivi di lavoro, ho fatto di tutto per cercare di aiutarlo con gli specialisti e le cure migliori. Ma non è bastato. Per questo ho vissuto la sua scomparsa non solo come un profondo trauma affettivo, ma anche come una sorta di fallimento personale, sprofondando nello sconforto e nel malessere.

Gli attacchi di panico arrivavano di notte

Inizialmente attribuivo questo mio stato d’animo alla sofferenza, allo stress e alla stanchezza. Fino a quando le mie notti hanno cominciato a trasformarsi in incubi: mi svegliavo all’improvviso urlando, mi mancava il respiro e mi  assalivano le palpitazioni, provocandomi uno stato di ansia quasi insostenibile. Una sensazione davvero spaventosa che non riuscivo a spiegarmi. Questi attacchi di panico mi assalivano solo la notte. Ma di giorno, naturalmente, mi portavo addosso tutti gli strascichi di una tale tensione, uniti alla paura costante che potessero ripresentarsi da un momento all’altro. La mia testa era sempre in allarme e mi rendeva difficilissimo fare qualunque cosa, anche la più banale, come salire in ascensore, prendere un treno o l’automobile, ed erano soprattutto i luoghi chiusi o affollati, come un cinema o una galleria, a turbarmi, trasmettendomi un senso di profonda oppressione.

Mio marito è stato di grandissimo aiuto

Riuscivo a frequentare quei posti solo assieme a mio marito, l’unico a cui avevo confidato tutto e che mi è sempre stato vicinissimo, ma sempre con precisi accorgimenti, come ad esempio uscire dal cinema prima che lo facessero tutti o quando ormai si era svuotato. Se ero sola, invece, mi sottraevo a molte cose, autoescludendomi sempre più dalla normalità quotidiana. Compreso il mio lavoro in tv, le cui emozioni forti adesso mi spaventavano.

Ci sono voluti 4 anni per superare tutto

Mi sono sottoposta a ogni tipo di analisi e di accertamenti, soprattutto riguardanti lo stato cardiaco. Che però, fortunatamente, non hanno rivelato nulla di anomalo: fisicamente ero sanissima. E allora ho cominciato a indagare senza sosta consultando diversi medici che mi aiutassero a fare luce su quanto mi stava accadendo: un percorso lento e difficile. Mi sono sottoposta a trattamenti farmacologici in grado di tenere a bada quello stato di inquietudine e di paura che non mi mollava mai. Finalmente, un terapista cognitivo esperto proprio in attacchi di panico mi ha aiutato a far emergere tutto il malessere che avevo dentro di me. Sono rimasta di stucco: ero sempre stata una ragazza forte e determinata, indipendente e molto sicura di me, a 23 anni avevo già raggiunto importanti traguardi professionali. Ma forse questo peso era stato eccessivo: ero più fragile di quanto pensassi, avevo spinto troppo sull’acceleratore e adesso non reggevo più, all’improvviso tutto mi sembrava più grande di me e mi faceva paura, perfino il mio lavoro che amavo tanto. Dovevo capirlo, accettarlo e ricominciare daccapo, alla luce di questa nuova consapevolezza di me. Ci sono voluti quattro anni per vivere e superare tutto.

Il disagio va condiviso

Le crisi violente sono sparite insieme con le paure, e ho ripreso a fare ogni cosa senza problemi, ma so che qualcosa dentro mi è rimasto, che quel disagio si potrebbe ancora riaccendere. Per questo adesso ho imparato ad accettare le mie debolezze, grazie anche a chi mi sta vicino e mi sostiene. Mia figlia Benedetta mi ha addirittura insegnato a fare ironia sulle mie ansie «fuori misura». Voglio dire a chi sta vivendo la mia stessa esperienza che è fondamentale riconoscerla, accettarla e affrontarla, perché solo così se ne può uscire. E, se possibile, condividerla con altri. Per questo, forse, un giorno riuscirò a tirare fuori dal cassetto quel libro che ho scritto nei tempi bui e a pubblicarlo. Mi piacerebbe che potesse servire ad aiutare qualcun altro.

Dal Sito: ok-salute.it 

venerdì 15 febbraio 2019

Ecco cosa vuole farti sapere chi soffre d’ansia

Sai cosa dire (e cosa non dire) quando qualcuno ha una crisi d’ansia o un attacco di panico? Le parole magiche non esistono ma… dicendo la cosa sbagliata, la situazione può peggiorare ulteriormente. 

Stando all’americano Istituto Nazionale per la Salute Mentale, l’ansia colpisce circa 40 milioni di persone, dai 18 ai 54 anni solo negli Stati Uniti. Anche in Italia le percentuali sono molto elevate, stando a un’indagine del Centro di coordinamento italiano dello studio ESEMeD-WMH, una persona su cinque, qui in Italia, soffre di ansia generalizzata, fobia sociale o depressione. In pratica, se non sei tu a soffrirne in prima persona, di certo avrai un amico o un parente che soffre di disturbi d’ansia. Ecco, in questo articolo cercherò di dirti cosa puoi fare e cosa non puoi fare, per aiutarlo.

Perché siamo vittime di ansia e attacchi di panico?

L’ansia insorge quando il soggetto non ha abbastanza mezzi a disposizione per gestire un’emozione e, per questo, finisce per non elaborarla, quasi come se la cancellasse. Il problema è che nessuna emozione viene cancellata e queste ritornano sotto forma di vari disturbi, tra cui, ansia e attacchi di panico.

Cosa fare (e cosa non fare) per aiutare una persona che soffre d’ansia e di attacchi di panico

In caso di attacco di panico, c’è davvero poco che tu possa fare. Chi è in preda a un attacco di panico non ha controllo sul momento, evita quindi di fargli domande che possano metterlo dinanzi a una scelta.

Per esempio, se sei alla guida e un tuo passeggero ha un attacco di panico, può sorgere naturale chiedere “Vuoi che mi fermi?”, chi sta vivendo un attacco di panico, non sempre ha la lucidità, la prontezza o la capacità di riuscire a prendere una decisione senza che questa vada a creare un ulteriore carico di ansia.

Allora cosa fare? Nel caso specifico puoi decelerare, abbassare i finestrini per consentire al passeggero di respirare (durante l’attacco di panico la sensazione di soffocare è tremenda!) e se ne hai la possibilità, in piena sicurezza, di sostare possibilmente in un luogo non affollato. Analogamente, se sei in casa, cerca sempre di arieggiare i locali, anche se secondo te (o il termometro) fuori fa freddo, spalanca la finestra! Fai passare aria.

Ricorda, non tutte le domande possono essere negative, solo quelle che lo mettono dinanzi a una scelta e solo quando poste in pieno attacco di panico. “C‘è qualcosa che posso fare per aiutarti adesso?“. Questa domanda, per esempio, non ha nulla di sbagliato, anzi. Mostrarsi disponibile può solo far bene: “sono qui, se vuoi parlarmi di ciò che ti turba e lavorarci un po’ su… possiamo provarci insieme se ti va“.

Qualsiasi cosa ti esca dalla bocca, dovrà essere di gioia, ispirare fiducia o felicità. Sì anche ad aneddoti divertenti (non sempre sono efficaci ma in alcuni casi possono distogliere l’attenzione dal malessere). Al contrario, non fare alcun riferimento alla morte, a situazioni imbarazzanti, a separazioni o fatti spiacevoli di alcun tipo…

Nel bel mezzo di un attacco di panico, scordati di dire qualcosa tipo “lo so, la separazione con Tizio ti fa star male, ma….”. Non è quello il momento di elaborare! Anche frasi catartiche tipo “Qualunque cosa accada, troveremo un modo…” non fanno altro che accrescere ansia.

Al bando le frasi indelicate tipo “ci sono persone con problemi ben più grandi del tuo…“ wow, se vuoi angosciare qualcuno, è l’approccio giusto ma per tirare su una persona in preda all’ansia, hai sbagliato strada! Una frase del genere potrebbe innescare anche sensi di colpa oltre che amplificare il picco d’ansia.

Altra frase da bandire “lo so come ti senti…“ perché molto probabilmente, non lo sai. Le crisi d’ansia o ancora peggio, gli attacchi di panico, sono esperienze molto soggettive.

Anche se molti ne sottovalutano l’importanza, il luogo è fondamentale soprattutto durante una forte sensazione di ansia protratta. Se ne hai la possibilità, puoi portare “l’ansioso” in una zona che possa invogliarlo al relax, in un luogo familiare che possa garantirgli serenità.

Cosa dire del contatto fisico?

Ogni situazione è diversa, ogni persona gestisce l’ansia e gli attacchi di panico in modo diverso. Se d’impulso ti viene da abbracciare chi ha una crisi d’ansia, evita di farlo proprio perché in quel momento ha difficoltà respiratorie.

Se sei in difficoltà e non sai cosa fare: porgi timidamente la tua mano senza forzare alcun contatto. Metti in bella mostra la tua mano, a sua disposizione, per farle capire che tu sei lì, che ti stai rendendo disponibile… per alcune persone, il contatto fisico può essere calmante e infondere coraggio, c’è poi chi rifiuta ogni tipo di contatto fisico, ecco perché non devi forzare le cose.

Cosa, il tuo amico ansioso vorrebbe che tu capissi

Il convivere con l’ansia porta a vivere la vita come se fosse intervallata da lunghe salite, ma l’ansia non si può controllare. Anzi, il bisogno di controllare l’ansia genera a sua volta l’ansia così… chi soffre d’ansia, si ritrova ad avere ansia per l’ansia! Una vera truffa!

So bene che essere amico di una persona ansiosa non è facile, tuttavia devi capire che anche per quella persona non è affatto semplice convivere con il suo disturbo, quindi sii compassionevole.  Qui di seguito, ti riporto alcune cose che sono certa, il tuo amico ansioso, vorrebbe che tu tenessi presente:

L’ansia non si può “spegnere” semplicemente come se fosse l’interruttore della luce.

Non giudicare e soprattutto non avere pregiudizi sugli ansiolitici (lo xanax è buon amico per molti ansiosi).

Ci si può “ammalare d’ansia” anche fisicamente. Quando eri piccolo, ti sarà capitato di avere mal di pancia prima di andare a scuola…? Bene, quel mal di pancia si chiamavaansia e come vedi, può manifestarsi con sintomi fisici… questi sintomi, a loro volta, possono generare ansia!

Chi soffre d’ansia, ama avere un piano, l’organizzazione lo fa sentire più sicuro, sii collaborativo e non far saltare improvvisamente i piani.

Gli episodi d’ansia possono arrivare e andare via anche molto rapidamente.

Scadenze, ritardi, cambi di programma, comunicazioni mancate, telefonate senza risposta… sono nemici di chi soffre d’ansia.

Anna De Simone

Dal Sito: psicoadvisor.it 

Nella testa di un depresso. Tutto ciò che ignoriamo sulla depressione


La depressione spesso passa inosservata, non viene riconosciuta né diagnosticata. Ma chi soffre di depressione deve affrontare i suoi demoni interiori senza nemmeno volere renderli visibili agli occhi degli altri. Sono persone che potrebbero aver nascosto il loro malessere anche agli amici più cari.

Siamo portati a pensare che le difficoltà che una persona deve sopportare siano sempre ben visibili, come una ferita di guerra

Purtroppo vi è la convinzione che, le difficoltà che una persona deve sopportare, siano sempre visibili, come una ferita.  La depressione è una malattia invisibile, subdola che spesso passa inosservata.  E’ una malattia vera e propria che presenta diversi livelli di gravità e, di conseguenza, diversi tempi di durata e diversi aspetti invalidanti

“Chi soffre di depressione, le ferite le ha dentro l’anima e  restano celate agli occhi di tutti coloro che sono meno attenti”

Per esempio, una figlia o un figlio può soffrire di depressione e il genitore può non accorgersene affatto. Dicasi la stessa cosa in ambito relazionale; una moglie o un marito può convivere con un partner depresso senza rendersene conto.

L’idea che chi soffre di depressione abbia una personalità cupa e triste è sbagliata

La depressione non è una disposizione dell’umore. Chi convive con questo disturbo ha imparato ad alterare il suo stato d’animo apparente, riuscendo a sembrare una delle persone più “felici” che conosciamo. Le personalità sono mutevoli.

Spesso, chi è affetto da depressione cerca di mostrare solo gli aspetti positivi e più socievoli del suo comportamento, a prescindere da quello che sta attraversando.

“Nessuno vuole deprimere gli altri, anche a costo di nascondere i propri sentimenti”

Nella testa di un depresso

“Sì, in effetti, lei soffre di depressione”. Questa diagnosi che qualcuno di noi avrà ricevuto dallo psicologo o dallo psichiatra conferma spesso un sospetto che si ha già, molto prima di ricorrere ad un aiuto.

La depressione va oltre il semplice sentimento di tristezza o malinconia; i sintomi coinvolgono la sfera mentale, emotiva e fisica. Chi decide di liberarsi dalle catene della depressione, non soltanto deve affrontare una grande sfida, ma anche la costante banalizzazione di cui sono oggetto i disturbi mentali.

Culturalmente siamo abituati a considerare malattie solo quelle tangibili con test di laboratorio. L’ipertensione e il diabete, per esempio, hanno un approccio curativo chiaro e condiviso da tutti. La questione cambia completamente quando parliamo di depressione, qui bisogna fare i conti con il proprio inferno personale e con una struttura sociale che vede ancora la depressione come una condizione facile da superare, magari assumendo una semplice pillola. Eppure, ci sarebbe tanto da chiarire.

1. Non mi sono lasciato “vincere”, non sono un debole

Un aspetto che molti ignorano è questo disturbo mentale non colpisce chi non sa affrontare la vita. La depressione non sempre sorge a causa di un comportamento poco consono rispetto alle pressioni ambientali; i fattori scatenanti della depressione sono multipli. La causa può essere anche di natura fisiologica, ad esempio per una predisposizione genetica.

Ipotesi genetica

Tale considerazione è dimostrata anche dal fatto che familiari di persone che hanno sofferto o soffrono di depressione sono maggiormente a rischio di sviluppare una sindrome depressiva. Ovviamente, si tratta di un rischio e, in quanto tale, non comporta la certezza di una trasmissione genetica.

L’ipotesi ormonale

E’ stato scientificamente dimostrato che  i livelli di estrogeni, testosterone e cortisolo di chi soffre di depressione sono notevolmente più bassi rispetto gli altri. Infatti, gli assi ormonali maggiormente interessati, (ghiandole ipofisarie, ipotalamiche, surrenali e tiroidee) sarebbero proprio quelli regolano l’umore, la reazione allo stress e il sistema immunitario.

L’ipotesi neurotrasmettitoriale

E’ ampiamente confermato che i livelli di serotonina, noradrenalina e dopamina, (i neurotrasmettitori preposti alla regolazione del tono dell’umore e della risposta agli stress) sono molto bassi nei soggetti che soffrono di depressione.

2. Non guarirò in un mese e i farmaci non sono la panacea

Un’altra idea sbagliata è dare per scontato che questi processi psicologici possano essere risolti con un semplice trattamento medico. Ebbene, i farmaci non risolvono da soli la radice del problema.

Non si tratta di una malattia che può sparire nel giro di uno o tre mesi. La depressione è, in genere, una malattia recidivante. Questo significa che richiede adeguate strategie psicologiche che diventino una costante nella propria vita, qualcosa a cui aggrapparsi per evitare di andare a fondo.

A tale scopo. abbiamo bisogno del sostegno dei nostri cari, ma offerto nel modo giusto. Se ci sentiamo ripetere tutti i giorni “come ti senti oggi?” oppure “non preoccuparti, tra un mese sarà tutto passato”, l’ansia non farà che aumentare.

3. Soffro di depressione e non l’ha provocata la tristezza

L’associazione “tristezza” -“depressione” è un classico. Invece, occorre chiarire che la tristezza è un’emozione primaria che proviamo a seguito di eventi negativi: perdita di una persona cara, aspettative deluse…La tristezza viene e va. Come la gioia, il dispiacere, la rabbia.

La depressione, invece, è una malattia, e in questa malattia sono presenti pensieri ricorrenti segnati dalla tristezza, ma anche apatia, fantasie di suicidio, paura, senso di colpa… È un labirinto personale molto complesso e la tristezza è solo l’ordito di questo velo scuro.

4.Voglio stare solo, ma non voglio che ti allontani da me

Un’altra dimensione vissuta da chi soffre di depressione – e sconosciuta a molti – è il seguente sentimento contraddittorio: “desidero l’isolamento e la solitudine, ma allo stesso tempo, ho bisogno del tuo aiuto”.

Questa realtà psicologica ed emotiva non è qualcosa che la persona depressa dirà in modo esplicito. È dunque essenziale che chi fa parte della sua cerchia di conoscenze sia intuitivo, reattivo, presente e in grado di fornire un sostegno non un giudizio.

5. Non è tutto nella mia mente

Molti non sanno che la stanchezza cronica, lo stress e l’insonnia ricorrente possono, gradualmente, trasformarsi in depressione. A volte la depressione è la reazione di un corpo esausto, di un cervello che soffre di uno squilibrio chimico o la conseguenza di un’altra patologia, come per esempio la fibromialgia. Quando il corpo soffre, anche la mente soffre: è un’evidenza che non possiamo negare. Solo in questo modo possiamo comprendere meglio le persone che vivono una condizione tanto dura come la depressione.

Ana Maria Sepe

Dal Sito: psicoadvisor.it 

martedì 12 febbraio 2019

Oggi scelgo me stessa e non è un atto di egoismo

Oggi scelgo me stessa e non è un atto di egoismo. Oggi scelgo me al di sopra di tutto e tutti, perché mi merito del tempo per me. Mi merito di liberarmi dalle corde degli impegni che ho preso con gli altri e dedicarmi alla mia cura, all’amore e al rispetto per me stessa.

Oggi scelgo di essere la regina del mio mondo senza che gli altri diventino mie preoccupazioni. Oggi sono tutto il mio mondo. Perché mi sono sempre presa cura degli altri e, anche se questo non fosse un obbligo per me, ho deciso che devo sempre essere la mia prima scelta.

Oggi sono libera di essere me stessa, perché mi sono stancata di dare parti del mio tempo, del mio amore e della mia vita a persone che non sanno apprezzarle. Quindi, per una volta, mettere me stessa davanti agli altri, scegliermi nonostante tutto e tutti non è un atto di egoismo, ma di onestà verso me stessa.

Oggi costruirò un nuovo Io in cui non c’è spazio per un “prima tu”, ma solo per un “noi” se stiamo condividendo un momento. Oggi ho deciso di spiegare le ali ed iniziare a volare verso ciò che desidero davvero, senza sensi di colpa o tormento. Perché io vengo prima di tutto il resto.

Scelgo me stessa per colorare il mio mondo

Sono felice a modo mio e non chiedo che tu faccia parte di questa gioia. Anzi, non chiedo nulla, a parte che mi lasci spazio, lo spazio di cui ho bisogno per poter essere me stessa, e non quella che tu vuoi che sia. Ora sento che mi manca qualcosa. Qualcosa, non qualcuno. È la libertà di movimento, è la possibilità di colorare tutto il mio mondo.

Per questo oggi scelgo me stessa per colorare il mio mondo, perché il mio sorriso non può apparire sui visi altrui. Perché io so che il cielo non è sempre azzurro, che è pieno di sfumature. E le sfumature le scelgo io, perché tutto è soggettivo, tutto cambia colore in funzione del modo in cui lo osservo.

Scelgo me prima di tutto perché, tra i mille modi di vivere la vita, scelgo quello che mi rende felice. Scelgo me perché mi merito di essere felice senza paura. Scelgo me perché in precedenza ci sono state persone che mi disprezzavano e che si credevano mie padrone.

Hanno cancellato i miei sogni e mi hanno fatta sentire in colpa quando non davo loro la priorità. E in quel momento io non ero importante per nessuno: ero un’opzione, potevo essere scartata. Ma adesso è arrivato il mio momento, perché ho preso il volo e ho deciso di essere come voglio io.

Ho deciso che il sorriso deve far parte del mio volto

Ho deciso che i sorrisi che cerco non devono apparire solo sui volti degli altri, ma anche e soprattutto sul mio. Non si tratta più di resistere o di sopravvivere: si tratta di vivere, di divertirsi e di essere felice. Oggi scelgo me perché sono l’unica che può ottenere ciò che voglio; nessuno può vivere al mio posto.

Oggi sono io a decidere il mio cammino. Sono io quella che, con passo fermo, guarda il futuro senza il timore che agli altri vada bene la mia scelta. Perché io sono io e non devo aspettare che agli altri piaccia ciò che faccio. Sono indipendente e, finché non mi intrometto nella vita degli altri facendo loro del male, loro devono rispettare la mia libertà.

Oggi scelgo me perché se mi disprezzo non troverò mai apprezzamento da parte degli altri. Oggi scelgo me, mi prendo cura di me e mi amo perché è quello che mi merito. Sono stata coraggiosa e ho deciso che valgo tanto quanto le altre persone a cui prima davo la priorità. Ho scelto me stessa e non mi sento in colpa. E voi, vi metterete mai al primo posto?


Dal Sito: lamentemeravigliosa.it

lunedì 11 febbraio 2019

L'attacco di panico: la più grande incomprensione sociale dei giorni nostri

Sei in metropolitana, nelle orecchie la tua musica preferita. Ti senti calmo, tranquillo, spensierato. D’un tratto un mostro nero ti assale, senti giramenti di testa, ti manca il respiro, non hai più il controllo della situazione e nessun pulsante per uscire da questo tormento.

In linea generale questo è un attacco di panico. Un problema conosciuto e, allo stesso tempo, sottovalutato. L'opinione pubblica, infatti, tende a sentenziare la questione con una semplice affermazione: è solo un modo come un altro per dire che stai male.

No, l’attacco di panico non è semplice un momento di frustrazione o di scoraggiamento. Al pari della depressione, questa condizione ha di sintomi molto chiari: sudorazione, vertigini, secchezza delle fauci, palpitazioni, nausea, mancanza di respiro. Avviene tutto all’improvviso,senza che tu abbia il tempo di realizzare cosa sta realmente accadendo. 

È un’entità silente, che non ti lascia scampo. Si nutre delle tue insicurezze, divora calma e serenità, ti fa totalmente perdere il controllo della situazione. Il tutto nasce dalla paura che, anche se ingiustificata, diventa leitmotiv costante il cui rimedio è complesso da trovare, in quanto dipende da persona a persona.

Per fortuna, esiste un’origine. E, sapendo questo, il mostro è più facile da combattere. L’attacco di panico, infatti, interessa una zona molto chiara nel nostro cervello, che gli scienziati chiamano “rete di paura”. Questo deve farci capire che non si tratta di una semplice condizione emotiva, bensì di una trappola nella quale il cervello viene indotto: si soffoca, ci si sente persi e soli. L’angoscia sale, e l’incomprensione generale non aiuta a realizzare quanto tale situazione sia tragica. Anche perché, nessuno sceglie di proposito di farsi colpire da un attacco di panico, nessuno sente il bisogno di inventarsi le paure che cingono la nostra realtà per cadere di proposito in un enorme buco nero.

L’attacco di panico è una cosa serie, e va affrontato nel migliore dei modi per non declassarla a una mera dimensione negativa.

Dal Sito: guardachevideo.it

sabato 9 febbraio 2019

Ecco come un dispiacere può concretizzarsi in malattia:

Il nostro corpo somatizza nella sua materia quello che lo spirito subisce in tutta la nostra anima, quello che il nostro inconscio tace, lo urlano le nostre malattie dolori e malesseri.La malattia è un conflitto tra la personalità e l’anima. Quando ti manca calore affettivo, basta una minima frescata di vento freddo e subito prendi un raffreddore. Il raffreddore “cola” quando il corpo non piange.

Forti mali di schiena (ovvio non causati da un peso caricato male) ti dicono che stai subendo un dolore, porti con te un peso un trauma una tristezza immensa.

Il mal di gola “tampona” ti assale sicuramente quando hai tanti dolori da sfogare ed afflizioni da dire e non hai con chi confidarti. Quando una persona non la sopporti, non la digerisci e la devi sopportare ti viene acidità allo stomaco, le coliche spesso sono rabbie accumulate che non riesci a sfogare. Il diabete “invade” quando la solitudine ti attanaglia.

Il cancro ti divora come l’odio che corrode l’amore mancato. Il corpo ingrassa quando sei insoddisfatto o dimagrisci quando ti senti logorato.

Dubbi preoccupazioni ansietà ti portano via il sonno e soffri di insonnia.

Se non trovi un senso alla tua vita la pressione del cuore rallenta o accelera quindi ipotensioni e pressioni alte al cuore sono sbalzi che ti condizionano l’umore e le forze.

Il nervosismo aumenta i respiri, come se ti mancasse l’aria, donde dolori al petto ed emicranie (molti fumatori prendono aria extra dal fumo fatidico ed effimero che li rilassa in maniera compensatoria ma illusoria).

La pressione “sale” quando la paura imprigiona.

Quando ti senti sopraffatto di un problema che sei ai limiti, allora la febbre ti assale, le frontiere dell’immunità sono all’erta.

Le ginocchia “dolgono”quando il tuo orgoglio non si piega.

Le artrosi vengono quando la tua mente non si apre, sei troppo rigido e i muscoli ti si contraggono.

I crampi indicano che stai subendo una situazione ai limiti della sopportazione.

La stitichezza ti indica che hai residui nel tuo inconscio, hai segreti che ti otturano (quanta merda ci teniamo dentro che non è utile) e non trovi chi ti comprenda senza giudicarti.

La diarrea è un atto di difesa dell’organismo che vuole eliminare ciò che percepisce come dannoso(come il vomito) vale per i virus ma anche per le situazioni, i sentimenti… forse chi ha diarrea non riesce a trattenere o assimilare.

La malattia non è cattiva, ti avvisa che stai sbagliando cammino. Ascolta il tuo corpo ed impara a guarire con il tuo spirito, non c’è altra medicina che la tua stessa natura non possa darti.

E’ ovvio che non generalizziamo, non è un catalogo farmacologico ma una linea guida… chi una preoccupazione la somatizza nella testa (emicrania) chi nello stomaco (indigestione). E i bambini? pur innocenti sono spugne emotive e recepiscono ogni energia negativa di chi li sta accanto, non per caso i bambini più sani sono quelli che crescono in famiglie unite ed amorose.

L’amore è vita, dunque qualsiasi mancanza d’amore produce in noi morte: psichica, mentale, emotiva e alla fine anche fisica.

Dal Sito:emozionifeed.it

martedì 5 febbraio 2019

Vittimismo cronico: persone che vivono nella "modalità lamentosa"


Questo non è raro, è parte dell'esperienza umana. Tuttavia, quando la vittimizzazione diventa uno stile di vita, le cose diventano più serie!

Alcune persone vivono in modalità "vittimizzazione cronica", cioè si vedono costantemente come vittime di tutto ciò che la vita mette sulla loro strada.

Consciamente o inconsciamente, sono costantemente alla ricerca di sensi di colpa per i loro atteggiamenti negativi, al fine di liberarsi dalle loro responsabilità.

Questo comportamento può superare il "sano" e portare a un disturbo paranoide, quando l'abitudine di incolpare l'altro per tutti i mali diventa uno stile di vita. Questo atteggiamento è dannoso per entrambe le parti.

Le persone che soffrono di vittimizzazione cronica, spesso attraggono sentimenti negativi nelle loro vite, e il risultato è la negatività che vive dentro di loro. In molti casi, adottano anche abitudini aggressive di vittimizzazione, attaccando e accusando coloro che li circondano, diffondendo intolleranza e mancanza di rispetto ovunque vadano.

Le principali caratteristiche delle vittime croniche:

Alcune caratteristiche e abitudini delle persone che eseguono la vittimizzazione cronica.

1. Distorsione della realtà

Per queste persone, tutto ciò che va storto nelle loro vite è sempre correlato a un'altra persona, e non è mai colpa loro. Vedono la realtà in modo distorto, dove subiscono solo le conseguenze degli atti di coloro che li circondano e delle circostanze esterne. Sono anche costantemente pessimisti e scelgono sempre di concentrarsi sulle cose cattive della loro vita, lasciando da parte tutte le benedizioni che li circondano.

2. I loro lamenti li confortano

Considerandosi vittime, non si sentono responsabili di tutto ciò che accade nella loro vita. Quindi l'unica cosa rimasta per loro è piangere. Tuttavia, vedono i rimpianti come una cosa positiva perché rinforza il loro ruolo di vittime e gli fa guadagnare l'attenzione e la considerazione delle persone che li circondano. Non vogliono risolvere i loro problemi, basta essere sotto i riflettori.

3. Non possono fare autocritiche sincere

Non credono che ci sia qualcosa di sbagliato nel loro comportamento. Al contrario, l'errore è sempre dell'altro. In questo modo, non accettano consigli, critiche e tanto meno prendono tempo per riflettere su se stessi e sui loro atteggiamenti.

Le strategie utilizzate dalle vittime croniche

Queste persone sanno che dal momento che sono le vittime, hanno bisogno di trovare qualcun altro da incolpare. In questo modo, usano alcune strategie per far funzionare i loro piani.

È importante conoscere alcune di queste strategie per proteggere noi stessi.

Conosci alcune di queste sotto:

1. Retorica vittimista

Queste persone usano le nostre parole contro noi stessi e senza rendercene conto, ci fanno assumere la posizione di attaccante, piuttosto che vittima.

Lo fanno assumendo il ruolo di vittima nella discussione, così da essere considerati intolleranti, aggressivi ed egoisti. Invece di discutere con noi, ci mettono semplicemente a tacere perché casuano l'impressione di essere attaccati, il che spesso funziona.

2. Vittimismo in lontananza

I vittimisti usano spesso le parole per schivare le responsabilità. Una delle strategie che usano in questa direzione è cercare di invalidare gli argomenti delle persone che stanno cercando di smascherarli.

Di nuovo si fanno vittime e manipolano i fatti per creare un ambiente di tensione e confusione, giocano con i dadi a loro piacimento e li manipolano a loro piacimento per seminare confusione.

Ad esempio, se una persona risponde alla vittima con un fatto provato, che nega la sua dichiarazione precedente, non riconoscerà mai di aver commesso un errore. Invece, dirà qualcosa come: "Questo fatto non nega quello che ho detto. Per favore non forzare le parole per creare più confusione" oppure "Ora mi stai incolpando? Non posso nemmeno parlarti perché non ascolti la ragione."

3. Manipolazione emotiva

La manipolazione emotiva è una strategia molto efficace e quindi è una delle più utilizzate da queste persone. Conoscono le persone con cui vivono e sono molto bravi nell'identificare le emozioni. Quindi, quando sentono di essere efficaci, non hanno alcun problema ad usare il ricatto emotivo per raggiungere i loro obiettivi.

Lo fanno scoprendo la debolezza dell'altra persona e esplorando l'empatia, la preoccupazione e l'attenzione che esiste nel loro cuore. In questo modo, per loro è più facile farli sentire colpevoli e tornare al loro ruolo di vittime.

Un esempio molto comune può essere trovato nelle nostre case o in relazione con gli amici. Quando una persona non vuole assumersi la responsabilità degli errori che compie, dice cose del tipo: "Guarda quanto faccio per te ed è così che mi ripaghi".

Come affrontare queste persone

La prima cosa che dobbiamo fare è riconoscere che abbiamo a che fare con un carnefice, che dirigerà i nostri atteggiamenti.

Dobbiamo resistere alle loro accuse e provocazioni e liberarci da questo ciclo di negatività. Possiamo dire che non abbiamo tempo per i comportamenti tossici ma che siamo disposti ad aiutarli a migliorare la loro vita in meglio.

Le persone possono farci del male solo quando gli diamo quel potere. Pertanto, prenditi sempre cura di te stesso e proteggi le tue energie da coloro che vogliono farti del male.

Dal Sito: emozionifeed.it


lunedì 4 febbraio 2019

L'ansia non è una scelta...

Il termine "ansia" significa letteralmente "paura". E' una delle emozioni piu' negative che un essere umano possa provare, spaventarsi e' una parte dei nostri meccanismi di difesa naturale. Senza "ansia", probabilmente rimarrai molto calmo durante una situazione molto spaventosa e non riusciresti a difenderti o ad uscire dalla situazione come faresti normalmente. L'ansia e' una parte molto importante del nostro essere e il nostro corpo ha bisogno di sapere come escludere la paura per salvarsi da essa.


Ma  al giono d'oggi, la gente parla di ansia in una luce diversa. In una luce piu' spaventosa. E' qui che differenziamo l'ansia ( la normale risposa umana alla paura) e il disturbo d'ansia (la malattia mentale in cui una persona e' governata dalle sue paure).

Qual'e il disturbo d'ansia

Gli pischiatri chiamano questo disturbo D.A.G. che sta per disturbo d'ansia genaralizzato. E' una delle malattie mentali piu' comuni e puo' rendere una persona "inutile" se non trattata adeguatamente. Quando qualcuno soffre di DAG, il suo corpo e' in uno stato costante di panico e paura.

Immagina di voler uscire e fare la  spesa non ci penseresti due volte di uscire da casa o salire in macchina, tutto sembra perfettamente normale, giusto? Ma non e' cosi che una persona con questo disturbo vedfe il mondo. Una persona con DAG potrebbe avere una paura molto seria di guidare, puo' avere paura delle strade, paura delle persone, paura degli animali, qualsiasi cosa e tutto puo' essere un fattore scatenante che puo' causare una quantita' inimmaginabile di paura nella sua mente e nel corpo rendendola immobile e indifesa.

Qualunque cosa puo' essere un disagio per una persona che soffre di disturbi d'ansia.

Per qualcuno che soffre di ansia qualsiasi cosa puo' causare panico. Quando una persona soffre d'ansia il suo cuore batte velocemente e inizia a sudare freddo. Alcune, per evitare queste sensazioni, non escono di casa e soffrono anche di attacchi di panico.

Attacchi di panico e come fermarli.

La parte spaventosa di questo disturbo sono gli attacchi di panico. Un attacco di panico puo' essere descritto come la sensazione che ogni cosa finisca, e' una sensazione molto spaventosa che sembra che durera' per sempre e non andra' mai via. Inizia con palpitazioni e porta a piu' sintomi fisici come dolore al petto, sudore abbondante, perdita di respiro, nodo alla gola, tremore alle mani e ai piedi, costante paura di morire. Tieni presente che gli attacchi di panico non sono fatali, il massimo che accadra' durante un attacco di panico e' che una persona potrebbe svenire.

Il modo migliore per affrontare un attacco di panico e' affrontarlo a testa alta, piu' ne scappi e piu' ne soffrirai.

Trattamenti e terapia.

Il disturbo d'ansia generalizzato viene trattato attraverso la terapia e gli antidepressivi. Il tuo psichiatra prescrivera' uin mix di antidepressivi e benzodiazepine, insieme e sessioni di terapia in cui cerchera' di capire la causa della tua ansia e le radici delle tue paure. Ricorda sempre, stiamo tutti combattendo le nostre battaglie. Tutti hanno problemi, tutti hanno demoni, ognuno si occupa di esso nel suo modo unico. Quindi perche' non dovresti affrontare il tuo? Non appena pensi di avere un problema, parlane, parla con i tuoi genitori, parla con i tuoi amici, parla con il tuo parter, fai sapere che stai soffrendo.


Dal Sito: emozionifeed.it

sabato 2 febbraio 2019

15 Migliori Libri Per Superare l’Ansia e Ridurre Lo Stress


Quali sono i migliori libri per superare l’ansia ? Che libri bisognerebbe leggere per controllare l’ansia e vivere una vita più felice e più piena?

L’ansia è un disturbo a cui molte persone devono far fronte nel loro quotidiano. Purtroppo ha un grande impatto sulla vita di molti individui. Anche dalle piacevoli letture possono crearsi delle soluzioni per curare l’ansia .

Tutto nasce da come ci si pone nei confronti dell’ansia. Si viene controllati da essa oppure si riesce a controllare? Ciò che bisogna tenere a mente è che tutto è completamente sotto il nostro controllo. La lista di questi 15 libri sull’ansia sono tra i migliori libri selezionati con le migliori recensioni.

Questi libri  trattano e affrontano ansia e stress in diversi modi. Alcuni libri sono tecnici, scritti da esperti che hanno speso la loro vita a fare ricerche sull’ansia. Altri libri contenuti in questo elenco, sono stati scritti da esperti con anni di esperienza e di consulenza nell’assistere persone con diversi stati di agitazione. Infine ci sono storie personali, racconti di esperienze degli autori nell’affrontare l’ansia.

Insomma io cerco di segnalarti del materiale buono. Se fai parte delle milioni di persone che soffrono di stati ansiosi, troverai di seguito i migliori libri per superare l’ansia . Informati. Lasciati ispirare. Prova a fare quei cambiamenti di abitudine per gestire al meglio lo stress.

L’ansia. Conoscerla e superarla

Autore: Erica Alisei

L’ansia, in qualche modo, la dobbiamo affrontare un po’ tutti, è un’esperienza normale e frequente. Purtroppo però, in molti casi, può diventare patologica. Il suo impatto sulla qualità della vita quotidiana può farsi molto forte. Conoscerla è il primo passo per affrontarla nel modo più adeguato.

Questo piccolo ma completo e agile manuale aiuta a dissipare la nebbia dei timori e delle incertezze. Fornisce una mappa e un percorso a tappe per imparare a proteggersi dall’ansia, a evitare le sue trappole, a trovare scelte alternative. Il manuale fa leva sulle risorse dell’individuo e sul lavoro quotidiano che si può compiere per allenarsi a far fronte all’ansia in modo diverso e più utile.

L’obiettivo è di aiutare chi ne soffre ad essere il protagonista del cambiamento dei suoi pensieri di ansia, non del suo modo generale di pensare. Acquisire pensieri e comportamenti alternativi a quelli rigidi e stereotipati dell’ansia significa avere più scelte e maggior libertà.

Dal percorso delineato nel manuale e dal rapporto stretto che Erica Elisei stabilisce con il lettore, traspare chiaramente la sua lunga e ricca esperienza clinica e di insegnamento. Così come la fiducia nelle possibilità di affrancamento dalla sofferenza da parte di chi è disponibile ad impegnarsi in questo tipo di lavoro quotidiano e personalizzato.

Il libro è infine un’utile guida di supporto per quegli operatori che, nell’ambito della loro formazione e specializzazione, vogliono avere un chiaro punto di riferimento nel loro rapporto terapeutico con gli utenti con disturbi d’ansia. Può inoltre essere utile agli utenti e ai caregiver*  per incentivare quell’alleanza terapeutica che è così essenziale per il buon esito degli interventi.

*indica “colui che si prende cura” e si riferisce naturalmente a tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile.

Il successo ha i tacchi alti. Scopri la verità.

Autrice: Dagmara Szymanska

È uno dei libri italiani più pratici per superare l’ansia, che trovi sul mercato! Perché spiega con parole semplici come funzionano i complicati meandri della mente inconscia.

Il tuo vantaggio: basta con i libri noiosi, pesanti, accademici scritti con linguaggio tecnico-scientifico. La mente fa parte di ogni essere umano. I suoi meccanismi devono essere spiegati nel modo più semplice possibile, così che siano comprensibili a tutti.

È zeppo di contenuti psicologici interessanti grazie ai quali conoscerai profondamente te stessa e il perché delle tue scelte, delle tue azioni e delle tue reazioni.

Il tuo vantaggio: Questi contenuti sono la base del più saggio lavoro su di te. Capirli meglio è la fonte dell’accettazione e di una profonda amicizia con te stessa.

Nel libro seguiremo insieme ogni passaggio secondo un filo logico preciso. Ti prenderò per mano accompagnandoti nell’avventuroso viaggio alla scoperta della vita dentro di te.

Il tuo vantaggio: Non solo esplorerai più profondamente te stessa, ma potrai capire e lavorare su ciò che ti ha bloccato fino a oggi.

Non è il solito libro sulla crescita personale. Non ti prometto che da oggi in poi sarai “Wonder Woman” né che il lavoro su se stessi sia una passeggiata.

Non parliamo di un manuale classico, un libro di coaching dalle sfumature psicologico/scientifiche. L’ho scritto per uno scopo diverso: condividere con te la mia storia perché ti incoraggi a trovare la tua pace interiore. In un certo senso si può dire che questo libro lo ha scritto la vita.

Chi ha paura della paura? Riconoscere e affrontare timori, angosce, fobie

Un adulto su due ha delle paure e secondo le statistiche, oltre il 10 per cento della popolazione soffre di vere e proprie fobie. La paura è un’emozione normale, se controllata e regolata. E’ anche un buon sistema di allarme per consentirci di fronteggiare il pericolo. Ma quando si trasforma in fobia occorre intervenire.

Non si sceglie di aver paura, figuriamoci di avere troppa paura. Si può invece scegliere di capirla meglio per predisporsi ad agire più efficacemente nei suoi confronti.

Attraverso racconti illuminanti, e talvolta sconcertanti, uno dei migliori specialisti francesi di paure e fobie ci porta con sé nei suoi incontri con i pazienti. alla luce della sua esperienza di medico e di psicoterapeuta, ci spiega come affrontare il problema.

Tra i libri per superare l’ansia e le fobie questo fornisce anche consigli pratici utili.

Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni
Autore: Joseph Ledoux

Cosa succede nel nostro cervello quando proviamo paura, amore, odio, rabbia, gioia? Gli animali provano emozioni? Le esperienze traumatiche nella prima infanzia possono influenzare il comportamento adulto, anche se non ne rimane traccia nella memoria?

“Il cervello emotivo” risponde a tutte queste domande. Ci spiega anche che le emozioniesistono come parte di un complesso sistema neurale che si è evoluto per permetterci di sopravvivere.

Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia
Autore: Adrian Wells

Il volume si propone come un testo di pratica clinica della terapia cognitiva nei disturbi d’ansia. Prende in considerazione non solo cosa fare nel trattamento, ma anche come fare.

Attraverso un’analisi dei problemi, si è mirato a sviluppare dei protocolli specifici di intervento per implementare l’ampia gamma di procedure di base o di modificazione cognitiva.

Il libro riporta numerosi esempi di situazioni e conversazioni cliniche; tutto il materiale riportato è attinto da reali situazioni terapeutiche.

Felicemente stressati. Vincere lo stress imparando a riderne
Autori: Terenzio Traisci, Iacopo Casadei

Avete tra le mani un utile strumento: vi invita a guardare in faccia alla realtà, ma con un occhio tollerante verso voi stessi. Allo stesso tempo con una serie di stimoli che sollecitano all’azione.

Pagine dense di idee, citazioni, consigli e indicazioni. Insomma, una guida ricca come uno scrigno.

Allora, benvenuto stress.

Riscoprirsi felicemente stressati per rendere unica la performance della vita.

Il libro tratta il tema dello stress da vari punti di vista, varie strategie per gestirlo e soprattutto con una vena umoristica che da nome al titolo del libro.

Si tratterà il tema della risata per vincere lo stress nocivo, soprattutto con lo “Yoga della Risata” del medico indiano Madan Kataria.

Stress e felicità sono due facce di una stessa medaglia. Tante volte la vita ci logora proprio perché non possediamo la capacità di essere felici, accettando serenamente ciò che ci affligge e valorizzando al massimo i momenti di serenità.

Questo testo ci fornisce, con uno stile nello stesso tempo semplice e divertente, con concetti complessi ma resi di facile lettura, importanti suggerimenti per aiutarci a comprendere le dinamiche associate allo stress, per trovare il buon umore nella vita di tutti i giorni!

Questo libro è uno di quelli che non puoi non leggere. Io lo inserisco tra i libri migliori per superare l’ansia, anche se non ti interessa l’argomento stress.

Fobie. Conoscerle e sconfiggerle per ritrovare la libertà perduta

Autore: Giampaolo Perna

Non riuscire a chiudere occhio tutta la notte pensando al ragno che potrebbe essere entrato nella stanza; dover limitare i propri viaggi o la propria carriera perché salire su un aeroplano è come smettere di respirare; essere costretti a rinunciare a concerti, shopping e cinema a causa dei disturbi creati dalla folla.

Sono solo alcuni esempi di come le fobie possano paralizzare e ingabbiare la nostra vita. Agorafobia, fobia sociale, fobia delle malattie, fobia del sangue, fobia del cibo. Le paure irrazionali che colpiscono, a oggi, oltre 10 milioni di Italiani sono le più disparate. Ma come nascono? In realtà non sono che versioni eccessive e sproporzionate di semplici reazioni di paura, ossia la più importante emozione difensiva dell’essere umano. In generale, di tutti gli esseri viventi.

La paura ci aiuta a reagire di fronte ai potenziali pericoli, attivando il corpo e la mente per rendere disponibili tutte le risorse necessarie ad affrontare gli ostacoli oppure evitarli. In questo modo si suscita la tipica reazione di “lotta o fuga” che è fondamentale per la nostra sopravvivenza. È dunque come un campanello d’allarme, che va ascoltato per individuare il pericolo che l’ha fatto scattare, superarlo e ritrovare la serenità perduta.

La paura ha anche una funzione preventiva, poiché attiva in noi una serie di comportamenti che allontanano o evitano le situazioni rischiose. Se eccessiva o male indirizzata, però, la paura si trasforma in fobia, un condizionamento potente.

Tra i libri per superare l’ansia e i momenti critici che bisognerebbe avere.

La Paura è una Sega Mentale
Autore: Giulio Cesare Giacobbe

La paura sistematica, che da disturbi anche gravi come ansia, attacchi di panico , depressione e somatizzazioni, è dovuta al mancato sviluppo della personalità adulta e quindi al permanere della personalità infantile. In questo nuovo libro Giulio Cesare Giacobbe mostra invece come sviluppare la personalità adulta e liberarsi finalmente dalla paura nevrotica con un training, un percorso di cura che chiunque può affrontare facilmente anche da solo. Questo è quindi il manuale ufficiale della psicoterapia evolutiva. Ma è anche, come tutti i libri di Giacobbe, un libro divertente e di semplice lettura. Niente paura.

Perché alle zebre non viene l’ulcera? La più istruttiva e divertente guida allo stress e alle malattie che produce. Con tutte le soluzioni per vincerlo
Autore: Robert M. Sapolsky

Vi siete mai chiesti perché alle zebre e, in genere, ai babbuini, alle iene piuttosto che ai roditori, non viene l’ulcera (ma nemmeno la depressione, la colite, l’infarto, il diabete e altre malattie croniche) mentre agli esseri umani si?

In un coinvolgente lavoro interamente dedicato allo stress e alle sue conseguenze sulla nostra salute, il neuroscienziato Robert M. Sapolsky risponde a questa domanda tutt’altro che oziosa, spiegando come, di fronte allo stress, il nostro organismo attivi le medesime risposte fisiologiche di quello animale, senza però essere in grado di disattivarle con rapidità allo stesso modo.

Grazie a trovate divertenti, notizie fuori dall’ordinario, aneddoti personali, uniti a un rigoroso impianto scientifico, l’autore vuole farci capire in che modo il nostro sistema nervoso e il nostro corpo reagiscono agli innumerevoli stimoli dello stress. Insegnandoci come imparare a gestirlo e a combatterlo.

La chimica della calma. Smettere di preoccuparsi e cominciare a vivere pienamente
Autore:Henry Emmons

Gli effetti debilitanti dello stress possono mettere a repentaglio benessere, salute, longevità, produttività e relazioni personali. In “La chimica della calma” il dottor Henry Emmons presenta il suo Programma di Resilienza : un trattamento creato per alleviare l’ansia e recuperare la salute fisica e mentale. Questo programma guida il lettore passo dopo passo verso la tranquillità mentale e la sicurezza emotiva. Si concentra sui metodi per creare la stabilità in grado di sconfiggere l’ansia nella vita di tutti i giorni. Usa le più recenti scoperte in fatto di: alimentazione, esercizio fisico, consapevolezza con tecniche di meditazione per donare calma al corpo e al cervello.

Fa parte dei libri per superare l’ansia, che offrono soluzioni concrete e valide per avere serenità.

Attacchi di panico. Che cosa sono, come affrontarli, come curarli

Autore: Roberto Pagnanelli

Insieme all’ansia, l’attacco di panico è una delle patologie psichiatriche emergenti più diffuse, soprattutto tra i giovani. Freud stesso la definiva:

Una pazza malattia: la più pazza che la più sbrigliata fantasia psichiatrica potesse inventare.

Un affermato psichiatra triestino analizza il problema in modo chiaro ed esauriente, offrendo al lettore un quadro conoscitivo completo e un ampio panorama di approcci terapeutici, naturali e non, con i quali affrontare serenamente ed efficacemente gli attacchi di panico in ogni occasione.

L’ansia. Come affrontarla, come curarla

Autore: Roberto Pagnanelli

Tra i libri per superare l’ansia questo è ben fatto.

Tachicardia, vertigini, senso di instabilità, angoscia giorno e notte, ipocondria ossessioni, panico… quante sfaciettature possiede l’ansia. Questo libro, spiega cosa è l’ansia, come si presenta, come si affronta e, soprattutto, come si cura. Un manuale ben congegnato che consente al lettore d’appassionarsi come un bambino di fronte a un giocattolo. Consigli, test psicologici, un pratico programma terapeutico per sostituire i farmaci chimici con rimedi naturali, per affrontare con sicurezza ogni tipo di disturbo.

Come vincere l’ansia sociale. Superare le difficoltà di relazione con gli altri e il senso di insicurezza
Autore: Signe A. Dayoff

Dopo depressione e alcolismo, ansia e fobia sociale sono i disturbi più diffusi nella società attuale. Proporsi nel mondo del lavoro, trovare un partner, allargare il proprio gruppo di amici, sapersi rapportare con gli altri, infatti, sono aspetti che, nella vita di tutti i giorni, provocano frequenti condizioni di malessere e insicurezza.

Pochi esperti di salute mentale conoscono bene questa condizione e il suo trattamento. Molto spesso questo problema non viene nemmeno diagnosticato. Molte persone non sanno né di essere affette da un disturbo curabile, credendo magari di essere solo timide, né di avere bisogno di aiuto.

Scritto da una persona che ha vissuto personalmente (e risolto) questi disturbi, questo volume si propone come manuale di autoaiuto per problemi di ansia sociale / fobia sociale. Può essere utilizzato come guida per una ripresa psicologica autonoma oppure in un intervento integrato con una psicoterapia.

Non c’è notte che non veda il giorno
Autore: Giorgio Nardone

I modi e i luoghi del panico sono i più diversi. Tutti li conosciamo e forse ne abbiamo avuto esperienza qualche volta: la paura dell’altezza, della folla, dei luoghi chiusi, la paura di volare, di perdere le persone care, degli ascensori, del proprio aspetto fisico. Il libro spiega l’innovato modello terapeutico di Giorgio Nardone e svela i meccanismi che portano a questo tipo di patologia. Il metodo si basa su un’idea semplice ma efficace: conoscere un problema partendo dalla sua soluzione.

Vincere lo stress quotidiano.
Autore: Roberto Gava

Oggi siamo tutti eccessivamente impegnati, con poco tempo libero, sempre di corsa, stanchi, nervosi… cioè stressati. Perché dobbiamo vivere così? È la domanda che mi pongo. Specialmente quando visito un paziente affetto da gravi patologie cronico-degenerative di tipo cardiovascolare, metabolico, autoimmunitario o neoplastico causate proprio da un forte e prolungato stress quotidiano.

Persone così ne incontro molte, troppe, e tutti i giorni! Da qui l’esigenza di questo volumetto che vuole far riflettere il Lettore su una fondamentale condizione di vita: lo stress prolungato causa gravi patologie.

È importante intervenire prima che si manifestino dei sintomi, perché a quel punto è più difficile guarire definitivamente. Il trattamento farmacologico svolge solo un’azione sintomatico-palliativa; è necessario reimpostare radicalmente la propria vita e percorrere altre strade, come alcune che questo volume descrive. È necessario quindi agire prima che la patologia si manifesti, cioè prevenire invece che curare… perché dallo stress patogeno si può guarire e in questo libro viene spiegato il modo.


Dal Sito: psicosocial.it