lunedì 31 dicembre 2018

A new life - Storie di Panico - La storia di Simona





"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Ciao ,sono Simona .

Ho sofferto d'ansia e attacchi di panico a 24 anni ora ne ho 39,nel giro di un'anno senza farmaci e psicoterapia avevo superato la cosa pensavo che mai più ne avrei sofferto in quel modo.

Una sera di fine maggio 2016 mentre ero al computer sentii una forte ansia ,pensavo che sarebbe passata perché ogni tanto avevo un po' di ansia, il giorno dopo di nuovo ansia forte e continuava tutti i giorni, le notti divennero insonni ,iniziarono gli attacchi di panico,ma mi dicevo passerà come era già successo ..passai mesi con ansia forte attacchi di panico frequenti e le notti dormivo poco..

Una notte di novembre stravolta mi son arresa , sembrava non respiravo più ,un fortissimo attacco di panico ,ho detto stò male e mi son fatta portare alla guardia medica ,mi hanno dato dell'ansiolitico dopo avermi visitato ed era tutto apposto  ,tornata a casa mi sentivo peggio via stavolta al pronto soccorso,mi hanno fatto una puntura di non ricordo cosa ,ho dormito tutta la notte dopo mesi che non dormivo così,ma il giorno dopo stavo male ,da lì è iniziato l'inferno. tutto ritornò in modo più violento . Ho lasciato il lavoro, non volevo più uscire , non volevo stare sola ,non guidavo più ,non ridevo e scherzavo più ,stavo male tutti i giorni, prendevo l'ansiolitico che non mi aiutava . Ho iniziato psicoterapia a gennaio 2017 ,prima a pagamento ma era costoso poi mi chiamarono dalla asl .

Non vedevo comprensione intorno a me, mi sentivo sola con qualcosa più grande di me , con una sofferenza troppo grande , la psicoterapia mi aiutava a capire , e a sentirmi meno sola e capita .

piano piano iniziai a scalare le gocce nonostante stavo male volevo così , iniziai a fare piccoli tragitti in macchina a lavorare ,avevo ripreso con un'ora al giorno di pulizie andavo sola ed è stata dura ..

Stavo di nuovo sola a casa con una paura enorme , avevo smesso di lamentarmi che stavo male ,tanto nessuno capiva , nei duri momenti stavo zitta ,cercando ogni volta cosa poteva calmarmi , a volte mi buttavo nel divano a volte ascoltavo musica, la notte mi mettevo sempre un film per stare concentrata su quello ,non agitarmi ,e prendere sonno.

A oggi non stò  come vorrei ,ma ho ripreso a fare piccole cose, ho momenti devastanti ,ma anche momenti in cui mi sento tranquilla , rido e scherzo come una volta anche se dentro me è un caos .

Stò  cercando di convivere con questo, quando  arriva l'ansia o il panico cerco di agitarmi il meno possibile ,

incoraggiandomi respirando e dicendomi tra poco passerà…

La psicoterapia mi ha salvata … ne avrei bisogno anche ora ma purtroppo non posso permettermi questa spesa…

Mai arrendersi ,lottare e non mollare e una cosa fondamentale….

Anche quando siamo soli ,disperati con il nostro dolore … MAI MOLLARE ..e farsi sempre aiutare da un professionista .. E AUGURO A TUTTI COLORO CHE SOFFRONO DI NON ESSERE MAI SOLI,E DI TROVARE SEMPRE UN POSTO  DOVE RIPOSARE L'ANIMA , E TROVARE SEMPRE SORRISI CHE SCALDANO IL CUORE …  E  DI AVERE SEMPRE LA FORZA DI NON MOLLARE….

Simona

Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" 

sabato 29 dicembre 2018

A new life - Storie di Panico - La storia di Eleonora 




"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Ciao a tutti, sono Eleonora, ho 27 anni (28 tra pochi giorni) e ho avuto i miei primi attacchi di panico a 17/18 anni. Ricordo ancora il primo come se fosse ieri: ero in macchina con amici che tornavamo da una fiera di paese, fuori pioveva tantissimo ed io ero seduta dietro spiaccicata tra altri due miei amici. La mia amica seduta davanti poi ha cominciato a litigare urlando al telefono con qualcuno, non ricordo bene chi, e da lí ho cominciato a sentire caldo, ad agitarmi, sensazione di scappare fuori dalla macchina e non poterlo fare, non avevo nemmeno il coraggio di dire “fermatevi che non mi sento bene”, ma i miei amici poi se ne accorsero e mi accompagnarono in Guardia Medica. Nel frattempo mi si erano informicolate le mani, le braccia..tutto, mi sentivo morire, non riuscivo a camminare e così uscì un volontario a prendermi in braccio e ricordo bene che mi disse “tranquilla non è niente, è un attacco di panico”. E nella mia testa iniziai a pensare “Cos’è? Non mi è mai successo”. Però da quell’episodio non mi tornarono più, non ci pensai più di tanto. Invece poi col passare degli anni, tornavano a periodi..e io mi spaventavo sempre di più cercando di capire i motivi. Me ne venne un altro molto forte una mattina dal dentista, anche lì tutta informicolata, cuore a mille e sensazione di morire, ma anche lì appena mi fecero alzare, me ne tornai a casa tranquilla a piedi, ma sempre cercando di capire come mai mi capitavano questi momenti bruttissimi. Gli anni più brutti furono il 2012 e 2013, quando ebbi una bruttissima delusione d’amore, venivo trattata male da questo ragazzo, mi prendeva in giro, ma io non accettavo tutto questo, volevo stare lo stesso con lui a tutti i costi. Ma il caro amico panico arrivó, e stava con me tutti i giorni per farmi capire che non potevo continuare così. Ogni giorno era bruttissimo, avevo paura di uscire, paura di andare in qualsiasi posto anche accompagnata, mi girava la testa e mi sentivo svenire quindi evitavo di allontanarmi da casa, la notte dormivo malissimo, sempre con attacchi d’ansia, piangevo sempre..era diciamo una specie di depressione. Un pomeriggio, precisamente il 21/10/2013, ero a casa con un’amica ed ebbi uno dei miei soliti attacchi giornalieri, le gambe tremavano e mi sentivo impazzire, non respiravo..così la mia amica decise di chiamare il mio medico, ma in quel momento era impegnato e non poteva venire e mi disse quindi di prendere delle gocce, ma in casa non avevo niente perché ero sempre stata contro a qualsiasi farmaco calmante. Così decise di chiamare l’ambulanza, ma io ne ero terrorizzata e non volevo andarci..la mia amica e un’altra mia vicina di casa riuscirono però a convincermi ad andare, che magari mi avrebbero aiutata molto, insomma era ora di fare qualcosa. Arrivata al pronto soccorso, mi fecero tutti gli esami ed era tutto a posto..mi diagnosticarono semplicemente dispnea ansiosa, e mi fecero una bella flebo di calmante. Poi mi fecero parlare con un bravissimo psichiatra che mi chiese un po’ la mia vita in generale e mi prescrisse dei farmaci, un antidepressivo e un ansiolitico. La mattina dopo andai all’Ausl del mio paese per parlare con uno psichiatra della cura prescrittami in ospedale, e lui  mi disse che andava bene, a parte che mi cambió solo l’ansiolitico, e gli dissi che volevo tornare la ragazza di prima..lui mi disse “tornerai a fare tutto”. Iniziai così la mia cura e fu la scelta migliore che potessi fare! Dopo mesi cominciai a vedere i risultati, ricominciai a uscire, a fare cose che non facevo da tempo..insomma, rimasi molto soddisfatta. Le medicine aiutano davvero tanto, ma è anche vero che una buona parte dobbiamo mettercela noi con la nostra volontá. Dopo un anno di antidepressivo, iniziai a scalarlo fino a toglierlo completamente. Oggi ho solo l’ansiolitico sempre con me nella borsa, ma non lo prendo da mesi..solo in caso di estremo bisogno, ma cerco sempre di farcela senza. L’anno scorso, a maggio 2017 ho iniziato un percorso di psicoterapia; avrei voluto iniziare anni fa, ma non avevo la possibilità. Inizialmente, nel 2013 ne trovai una vicino casa, ma non mi piaceva proprio, mi trovavo male..dopo due appuntamenti lasciai perdere, anche perché le sedute me le pagava mia madre, e diceva che spendevo soldi inutilmente. Così l’anno scorso, visto che lavoravo, decisi di trovarmene un’altra per conto mio, senza dirlo a nessuno e me la pagai da sola. Anche questa fu una delle scelte migliori che potessi fare. Ho fatto un anno di terapia con questa bravissima donna, che mi ha aiutata davvero tanto a capire tante cose di me e del mio carattere, a capire che sono fatta così e che l’ansia è un’emozione come tutte le altre e che si può ripresentare in vari momenti della mia vita. E infatti è così: spesso ritorna, e fa anche paura ogni tanto..ma non come prima, ora l’affronto, so che prima o poi se ne va, cerco di usare i miei metodi per affrontarla..e se dovessi averne un forte bisogno, perché no, ho il mio ansiolitico con me. Ora non vado dalla mia psicoterapeuta da giugno 2018, un po’ mi manca, ma non ne sento il bisogno..se dovessi averne necessità ci tornerò sicuramente in futuro. Scusate la lunghezza della mia storia ma volevo raccontarvela bene, e dirvi che con grande forza di volontà, tanta pazienza e coraggio e soprattutto facendovi aiutare dalle persone giuste, se ne può uscire e tornare a fare tante cose, o almeno..si puó imparare bene a gestirla. Non arrendetevi mai! 
Eleonora 
Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" 

A new life - Storie di Panico - La storia di Elisa




"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Sono Elisa e ho 29 anni. Ho iniziato a soffrire di Dap e agorafobia all'età di 18 anni, esattamente il giorno del mio compleanno, tornando dalla festa fatta in famiglia, ho avuto il mio primo attacco di panico.
Ero su un ponte e già da una decina di minuti sentivo il cuore che batteva forte, ma non ne capivo il motivo...ed esattamente al semaforo è iniziato un lungo e terribile attacco di panico. Non riuscivo più a respirare, tutto intorno a me sembrava strano e girava, la cosa peggiore era il senso di non sentirmi nella realtà.
Non ricordo quanto sia durato, ricordo quanto ho corso forte verso casa mia in cerca di comprensione..ma non si sapeva cosa fossero gli attacchi di panico a casa mia e in quegli anni.
I miei genitori mi hanno guardata, ancora come se fossi pazza. Dico "ancora" perché all'età di 15 anni ho avuto un disturbo ossessivo compulsivo e la psicoterapeuta che ci ha seguito ha impostato una terapia sistemica, ovvero dove era coinvolta tutta la mia famiglia. Non è stata molto gradita e ai primi segni di stabilità, ho dovuto smettere.
Ritornando al 15/11/2000, ricordo che i miei genitori allarmati dalla mia paura e i frequenti attacchi di panico che non mi davano tregua nei mesi a venire, richiamarono la psicoterapeuta da cui andavo per fare psicoterapia.
Ho avuto una diagnosi, che non capivo, ero piccola e nessuno mi spiegava cosa in realtà fosse e perché accadesse questo disturbo. Ero confusa, impaurita e l'ansia mi ha mangiata fino al punto di non farmi più uscire di casa perché avevo iniziato piano piano ad evitare tutte le situazioni in cui non stavo bene.
Sempre i miei genitori mi hanno portato da una psichiatra, li è successa la prima svolta positiva: la conferma della diagnosi e l'assunzione di farmaci affinché potessi almeno sostenere l'esame di maturità.
Così è stato. Mi sono ripresa, ho iniziato psicoterapia da un'altra psicoterapeuta e sembrava andare meglio.
Sono sincera, non ricordo bene quegli anni, in cui mi sono iscritta all'università e faticavo a capire chi fossi forse proprio a causa di questa confusione. Ricordo bene le cicliche ricadute, mesi e mesi di nuovo chiusa in casa. Ho perso quasi tutti gli amici. Ogni volta a dover ricominciare da capo senza capire come fare. Ho cambiato psichiatra ma purtroppo è stato colui che mi ha indotto una dipendenza da benzodiazepine, con la quale combatto ancora oggi con un altro specialista. L'attuale psichiatra è in gamba e davvero. Ho cambiato anche psicoterapeuta, non funzionava più e Lei ha avuto il coraggio di chiudere la psicoterapia al posto mio.
Il mio attuale psicoterapeuta, è molto valido..quasi la persona giusta al momento giusto.
Oggi posso finalmente dire di stare molto molto meglio e di condurre una vita sempre più libera..
Ho superato tanti paletti, tante paure. Ne ho ancora da superare, ma sono felice. Non è più il panico a decidere cosa devo fare, sono io ora a decidere cosa voglio fare...se ascoltare l'ansia e darmi tregua o ascoltarla ma chiederle di non tartassarmi troppo.
A volte le sono anche grata, perché spesso è un campanellino che suona per avvertirmi che non voglio fare davvero qualcosa.
Torno alle ricadute, argomento molto doloroso...Ci sono state, Lunghe e profonde, piano piano, iniziarono a perdere intensità e lunghezza, e grazie all'esperienza so esattamente cosa fare.
Spezzo una lancia a favore dei farmaci, preferisco vivere una vita prendendo una pastiglia al giorno, piuttosto che stare male.
E ora parlo della forza di volontà..ragazzi..ci vuole.
Capisco l'inutilità nei momenti peggiori, della frase tipica "non ti sforzi, non hai forza di volontà" e condanno tutto questo. Ma, c'è un ma. Se non siamo noi per primi a rassegnarci al fatto che dobbiamo sporcarci le mani di sudore e di tutto il fango che troviamo scavando dentro di noi, non si va da nessuna parte.
Ora Elisa, più o meno sa chi è, ed è stato grazie al faticosissimo lavoro fatto su me stessa. Continuo a farlo e ne sono felice nonostante sappia perfettamente quando male mi farò e dovrò sopportare.
Questa per ora è la mia storia..tutto è davvero possibile se lo vogliamo davvero, questa consapevolezza è arrivata dopo anni di speranza di non dover stare male per rinascere.. una lotta continua. Mi sono arresa e ringrazio quel giorno, che mi ha portato alla mia svolta.

Elisa

Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere"

P.S.: Nella foto ho voluto mettere il fiore di loto che per me ha un grosso significato. Lui riesce a nascere in condizioni difficili ed estreme, nelle paludi fangose...e l'ho tatuato sulla spalla sinistra. :)

venerdì 28 dicembre 2018

Attacchi di panico: 5 consigli di pronto soccorso


Fanno paura e condizionano la vita delle persone, ma uscirne è possibile. Ecco i consigli per aiutare chi soffre di attacchi di panico.

Gli attacchi di panico sono episodi di improvvisa e intensa paura che possono condizionare la vita delle persone. Arrivano quando non ce lo si aspetta, ecco perché fanno ancora più paura. Si ha la sensazione di perdere il controllo del proprio corpo e della propria mente, come se per qualche minuto ci si distaccasse dalla realtà. Il respiro corto, la sensazione di formicolio agli arti e il battito accelerato sono alcuni dei principali sintomi, spesso confusi con qualcosa di molto più grave.

Il disturbo è più frequente nelle donne e compare in genere per la prima volta fra i 18 e i 25 anni. Dieci milioni di italiani lo hanno vissuto almeno una volta nella vita.

Come aiutare chi ne soffre

Anche se è difficile aiutare una persona che sta vivendo un attacco di panico, intervenire nel modo giusto è possibile. A questo proposito, Giovanni Porta, psicologo e psicoterapeuta consiglia 5 modi per prestare soccorso a chi ci è vicino durante un attacco di panico:

1- Spiegare che finirà presto: la maggior parte degli attacchi di panico dura tra i 5 e i 20 minuti dalla comparsa, ma per chi li vive sembra trattarsi di un tempo infinito. E’ importante dunque spiegare che nel giro di pochi minuti quella sensazione svanirà.

2- Far fare lunghe espirazioni:spesso gli attacchi di panico sono accompagnati da iperventilazione, che porta la persona a immettere nei polmoni moltissima aria nella speranza di stare meglio. E’ importante fare consumare un po’ dell’ossigeno di troppo, ad esempio con delle lunghe espirazioni che calmano il ritmo respiratorio e dunque cardiaco.

3- Spiegare che non c’è pericolo:è fondamentale spiegare a chi è in preda ad una crisi di panico che non c’è assolutamente alcun pericolo per la sua vita. Di attacchi di panico non si muore

4- Distrarsi: la distrazione aiuta la persona che soffre di un attacco di panico perché sposta la sua attenzione dall’interno all’ambiente esterno. Questo può essere utile perché spesso una crisi insorge a causa dell’eccessiva attenzione che chi ne soffre dedica al controllo degli elementi del proprio corpo, come ad esempio respiro e battito cardiaco.

5- Muoversi un po’: un modo per distrarre la persona da se stessa è quello di farla camminare all’aria aperta, lasciando che prenda così contatto con il mondo che la circonda.

E tra un attacco e l’altro?

Quando si è vicini ad una persona che soffre di attacchi di panico, la si può aiutare non soltanto nel momento in cui si verifica ma anche nel periodo che passa tra uno e l’altro. Una delle cose davvero importanti da fare è incoraggiarla a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. L’aiuto di un esperto è fondamentale per affrontare le cause del disturbo. Il sostegno di un medico, unito alcune volte ad una cura farmacologica, è la strada giusta per uscirne.

Superare gli attacchi di panico è quindi possibile ma il primo passo da fare è chiedere aiuto. Con impegno e voglia di guarire, nel giro di poco tempo la vita tornerà ad essere quella di prima.

Dal Sito: silhouettedonna.it

mercoledì 19 dicembre 2018

Come gestire l’ansia con la mindfullness



La mindfullness è una pratica meditativa che sta riscontrando successo in Occidente. Consente di gestire al meglio lo stress e la frenesia quotidiana. Si basa sull’autoconsapevolezza e la gestione del respiro. Migliora la qualità della vita

Mariangela Cutrone

Negli ultimi tempi vi è una parola che sta andando tanto di moda tra i psicologi e i coach motivazionali: la mindfullness.

La mindfullness non è altro che una forma di meditazione di origine buddhista basata su una consapevolezza nuova su quello che facciamo e che soprattutto siamo. Questa pratica meditativa ci permette di smettere di giudicare, di stabilire record e tabelle di marcia, di contrastare l’ansia e la tensione quotidiana.

Tramite la pratica della mindfullness possiamo recuperare “la dimensione del qui e ora” che spesso e volentieri ci sfugge, difendendola da qualsiasi attacco o influenza esterna che a lungo andare può nuocere al nostro benessere. L’obiettivo della mindfullness è proprio quello di migliorare il nostro stato d’animo diffondendo stati di benessere, armonia e serenità interiori, chiarezza e lucidità mentale utili a vivere meglio.

L’ideatore di questo interessante metodo fu Jon Kabat- Zinn che nel 1979 fondò lascuola medica dell’Università del Massachussetts, la prima clinica che nella gestione dello stress utilizzò per la prima in Occidente questo metodo innovativo. Dal 1979 ad oggi, la mindfullness ha riscosso tanto successo perché permette di cambiare il modo di affrontare la vita. Utilizzata persino da manager e personaggi dello show business.

Non è una fuga dalla realtà e né tantomeno un cambiamento di vita. E’ un continuo allenamento di autoconsapevolezza che punta al miglioramento della qualità delle nostre esistenze in una società frenetica e caotica. Una sessione di mindfullness comincia con esercizi utili di respiro autogeno che consentono di imparare ad ascoltare e gestire la propria respirazione infondendo senso di rilassamento a tutto il corpo.

Tramite questo esercizio si osserva il ciclo del respiro che si attiva gradualmente dentro di noi e di cui acquisiamo sempre più consapevolezza. Ci si focalizza totalmente su quello che si sta facendo attivando tutti i nostri cinque sensi sviluppando al meglio la concentrazione. Solo così impariamo ad ascoltare a pieno le nostre sensazioni che esprimono tanto di noi. La mindfullness libera la mente dai pensieri opprimenti e negativi e ci cala in un silenzio inedito in cui siamo completamente vigili e presenti a noi stessi, momento dopo momento e respiro dopo respiro.

Dal Sito: ilgiornale.it

L'ansia? È tutta la vita che non viviamo

Quando arriva sembra sconvolgere l’esistenza, ma dietro il malessere profondo che procura c’è la vita che chiede di essere vissuta pienamente. Ci blocca e ci salva allo stesso tempo.

L’ansia è soprattutto un’emozione, uno stato che coinvolge tutta la nostra sfera emotiva. Tutti noi l’abbiamo sperimentata in molteplici occasioni. Si tratta di una reazione istintiva dell’organismo che produce uno stato di allerta, simile a quello dell’animale quando fiuta un pericolo e si prepara ad affrontarlo. Infatti, l’ansia e la paura sono emozioni del tutto normali: svolgono una funzione psicobiologica, ossia stimolano i comportamenti adattivi in risposta alle differenti situazioni. In tal caso, si parla di ansia funzionale. Quando invece l’ansia inizia ad essere eccessiva e frequente fino a diventare cronica e ad inficiare significativamente la vita in tutti i suoi aspetti, è detta disfunzionale o patologica. Il termine ansia deriva dal latino anxus e significa “stretto”. Si tratta, infatti, di una condizione psicofisica caratterizzata da sensazioni di costrizione, affanno e angoscia che induce le persone a bloccarsi di fronte a determinate circostanze e a provare forte impotenza, tensione, irrequietezza ed eccessiva preoccupazione per sé e per gli altri. Tra i sintomi somatici: palpitazioni, tremori, sudorazione, nausea, tachicardia, difficoltà respiratorie e variazioni della motilità gastrica e intestinale. L’ansia può essere definita inoltre una reazione fantasmatica, nel senso che si basa su vissuti, esperienze, convinzioni personali che non hanno, spesso, alcuna corrispondenza con la realtà. Quando siamo ansiosi, infatti, la nostra percezione delle cose è alterata: ciò che ci fa perdere il contatto con la realtà è la tendenza a proiettarci nel futuro. La persona ansiosa non sa stare nel presente, ma vive nell’attesa angosciosa di eventi, che immagina uguali agli eventi negativi del passato. Per questo, in psicoterapia, il primo e più importante intervento consiste nel riportare la persona nel presente. Ma qual è il significato dell’ansia? Dal punto di vista simbolico, l’ansia è tutta la vita che non viviamo. Quando l’ansia si affaccia, c’è qualcosa dentro di noi che cerca spazio per emergere, qualcosa che evidentemente non si può sopprimere senza ricadute: emozioni, sentimenti, desideri, libertà, energia, creatività e sessualità. Dentro ciascuno di noi ci sono infatti infinite possibilità, capacità e risorse che, se limitate, intaccano il nostro modo di essere. Quando vengono dunque bloccate? Quando vogliamo sempre sapere cosa fare e dove andare. Quando vogliamo programmare meticolosamente ogni cosa e tenere tutto sotto controllo. Quando viviamo nella dimensione della fatica, degli obblighi e dei doveri. Insomma, quando il nostro atteggiamento mentale trascura la nostra parte istintuale. Così l’ansia diventa il campanello per richiamare la nostra attenzione su questa energia vitale che viene sprecata e non vissuta e alla quale viene impedito di fluire liberamente. Ci blocca per salvarci. Ragionando in questo modo, l’ansia rappresenta l’unica via di espressione di un’esistenza sacrificata, che non richiede farmaci, bensì ascolto e profondo cambiamento. Siamo chiamati ad occuparcene, i farmaci da soli non bastano. Pertanto, diventa importante, se non ne vogliamo essere condizionati, che impariamo ad esprimere liberamente ciò che è dentro di noi. Non c’è niente di meglio che guardare i bambini per imparare a vivere senza farsi troppe domande e senza pensare eccessivamente. I bambini vivono, giocano, lasciano libere le loro energie di esprimersi, non si risparmiano e non cercano a tutti i costi di essere coerenti.

Tiziana Prencipe

Dal Sito: ilmattinodifoggia.it 

Come allenare il cervello a smettere di preoccuparsi



Problemi di ansia? Ecco come allenare il tuo cervello a smettere di preoccuparsi!

Secondo alcuni studi la preoccupazione o l’ansia è semplicemente una cattiva abitudine che può essere debellata allenando il cervello a smettere di preoccuparsi, secondo altri essa è importante per consentire alle persone che la provano ad imparare dalle esperienze passate. Ad ogni modo, che sia usuale o occasionale, l’ansia occupa il cervello costringendolo ad incentrarsi su un futuro incerto e incontrollabile

Come combattere l’ansia

L’ansia è una sensazione che fa parte della natura umana, una persona preoccupata ha spesso difficoltà a essere serafica. Questa sensazione può diventare malsana poichè si può trasformare in ansia paralizzante. Fortunatamente esistono modi efficaci per affrontare l’ansia eccessiva in modo che il cervello possa riuscire a calmarsi in modo autonomo.

Come allenare il cervello a smettere di preoccuparsi

1. Impedire al cervello di preoccuparsi scrivendo:

La tecnica di scrittura è considerata una delle più preziose perché permetterà al cervello di respirare segnalando cose che gli impediscono di dormire, su un foglio.

Gli scienziati di Anxiety, Stress & Coping hanno condotto una ricerca che ha coinvolto persone ansiose. A queste persone è stato chiesto di annotare tre possibili esiti riguardo la situazione che destava loro preoccupazione. Le loro risposte soo state successivamente analizzate.

La costante derivata dalla studio è stata: più la persona era preoccupata per un determinato argomento, meno soluzioni ha trovato, quindi la preoccupazione non è utile per risolvere i problemi. Le persone che sono preoccupate hanno spesso questa tendenza a fuggire dalle situazioni invece di cercare di trovare soluzioni.

Un altro obiettivo: scrivere ciò che preoccupa per poi rendersi conto che tra tutte le loro preoccupazioni, solo una minima percentuale accade realmente. Quando la persona si rende conto che questa percentuale è bassa, si renderanno conto anche del fatto che non è necessario preoccuparsi per le cose che non possono controllare.

2. Meditazione per un cervello senza problemi:

La meditazione può aiutare ad allenare il cervello a smettere di preoccuparsi. I ricercatori della medicina psicosomatica hanno studiato gli effetti della meditazione sul cervello e hanno scoperto che questa pratica è particolarmente efficace nel ridurre l’ansia cognitiva o l’ansia in genere. Sebbene alcune persone credano di non avere il tempo di meditare, la meditazione è facile come scegliere di chiudere gli occhi per 30 secondi o più. L’obiettivo è disconnettersi dal mondo per poter evacuare il cervello da qualsiasi fonte di stress.

Praticando la meditazione, capirai che questi pochi momenti che scegli di evitare di pensare alle cose che ti infastidiscono, ti permetteranno di concentrarti sulla tua vita presente.

Per ottenere i migliori risultati, prova a contare il respiro durante questo momento di meditazione. Se concentrarti sulla tua respirazione non è sufficiente per eliminare l’ansia, concentrati sull’ansia stessa mentre inspiri e poi espira per espellere tutta quell’energia negativa che ti sta divorando. Questa tecnica ti aiuterà ad alleviare tutto lo stress e a riossigenarti immettendo aria pulita nei polmoni.

3. Sport per allenare il corpo e il cervello:

L’ansia è anche il modo in cui il tuo cervello impara a sopravvivere decidendo di attivare la funzione di wrestling. Lo stesso studio sulla rivista Psychosomatic Medicine ha rilevato che l’esercizio fisico, tra lealtre cose, è un buon rimedio quando il corpo avverte i sintomi di ansia o nervosismo. Se il tuo corpo sente meno i sintomi fisici dello stress, la tua menteelaborerà il concetto che ha bisogno di meno preoccupazioni.
L’esercizio sembra dare al corpo una ragione secondaria per la frequenza cardiaca accelerata e la sudorazione che potremmo sperimentare su piccola scala quando ci preoccupiamo. L’esercizio fisico può aiutare ad abbassare la pressione sanguigna, che è un altro sintomo fisico di stress nel corpo.
Se ti senti ansioso, fai una passeggiata per 5 o 10 minuti all’esterno, prova ad apprezzare i panorami e i suoni della natura mentre ti concentri sul movimento delle tue membra e del tuo respiro.
Infine, avere una regolare attività fisica ha un ruolo chiave nel ridurre e prevenire gli effetti dello stress e dell’ansia.

Altri suggerimenti per combattere l’ansia:

  • Scegli una dieta equilibrata mangiando cibi che ti forniranno l’energia di cui hai bisogno durante il giorno.
  • Riduci l’assunzione di caffeina e zucchero che in eccesso causerà uno squilibrio di energia e umore.
  • Evita l’alcol, le sigarette perché sono sedativi temporanei le cui conseguenze possono essere fatali a medio e lungo termine.

Dal Sito: chedonna.it

Il Natale o si ama o si odia: ecco perché


Da cosa dipendono questi sentimenti così contrastanti nei confronti delle feste natalizie?

Da sempre il Natale suscita reazioni diverse nelle persone: c’è chi non vede l’ora che arrivi dicembre per addobbare l’albero e decorare la casa e chi invece non sopporta neanche il pensiero delle festività. Il Natale, insomma, o lo si ama o lo si odia, è difficile che ci siano vie di mezzo. Ma da cosa dipendono questi sentimenti così contrastanti nei confronti delle feste natalizie?

Per tutto questo c’è una spiegazione scientifica: una recente ricerca pubblicata sul British Medical Journal, infatti, rivela che lo spirito del Natale è localizzato in aree specifiche del cervello. Nelle persone che amano le festività perché le associano in maniera positiva a ricordi piacevoli risalenti all’infanzia, tali aree sarebbero più attive rispetto a quelle di chi, invece, non ha alle spalle esperienze felici. Il Natale, anche grazie al significato religioso della natività, è da sempre la festa della famiglia per eccellenza: ecco dunque che bisogna rintracciare nelle situazioni familiari vissute da bambini le ragioni per le quali si ama o si odia l’ultimo periodo dell’anno.

Il sentimento nei confronti delle festività dipende quindi dai ricordi e dalle sensazioni associate in passato a questa festa: le persone che dicono di odiarlo, in realtà, non sono consapevoli del perché, sentono semplicemente di non viverlo con serenità ma non sanno dare una spiegazione a questo loro stato d’animo. Di solito se durante l’infanzia una persona ha vissuto dei Natali felici con la propria famiglia e se i genitori sono riusciti a creare in queste occasioni una situazione gioiosa e piacevole, allora quella persona sarà ben disposta nei confronti delle festività; al contrario, chi ha vissuto esperienze tristi, ad esempio per situazioni familiari non positivedurante l’infanzia, allora tenderà a trascorrere il periodo natalizio con ansia e tensione. Questo può accadere anche a chi ha bei ricordi del Natale ma viene colto dalla nostalgia proprio perché le dinamiche familiari nel tempo potrebbero essere cambiate e dunque le feste potrebbero non essere più felici come un tempo.

In questi casi negativi, capita spesso che alcuni soggetti inizino a provare uno stato d’ansia non appena arriva dicembre e non è raro che questa tensione porti con sé anche disturbi psicosomatici, come insonnia, mal di testa e disturbi gastrointestinali. Questo insieme di tristezza e nostalgia viene chiamato Christmas Blue e definito proprio come l’incapacità di provare piacere dalle celebrazioni natalizie. Esiste una soluzione? Difficile a dirsi, in quanto si tratta di situazioni soggettive: tutto ciò che si può fare per cercare di stare meglio è concentrarsi sul presente e circondarsi dei propri affetti, per cercare di non pensare al passato.

Dal Sito: 105.net

Come gestire l'ansia in un bambino o ragazzo

Quando i bambini sono cronicamente ansiosi, anche i genitori più "forti" e "preparati" possono cadere in preda alle preoccupazioni e, non volendo far soffrire il proprio bambino, a volte ne l' ansia stessa.

Succede quando i genitori, anticipando le paure del piccolo, cercano di proteggerlo in maniera impropria ed esagerata da tutto quello che gli gravita intorno. Con questo articolo cerchiamo di dare dei suggerimenti ai genitori per allontanare l'ansia da bimbi e ragazzi.

L'obiettivo non è eliminare l'ansia, ma aiutare un bambino a gestirla

Nessuno di noi vuole vedere un bambino infelice, ma il modo migliore per aiutarlo a superare l'ansia è cercare di rimuovere gli stress che la innescano. Uno stato d'ansia è sempre scatenato da qualcosa, da una problematica che si portano magari dietro da anni. Cercate di trovarla, parlate con il vostro bambino, abbiate la pazienza di ascoltarlo anche se all'inizio le sue parole potrebbero non essere rivelatrici in modo diretto del problema alla base di tutto. Sottolinea la dottoressa CLAUDIA DE MASI psicologa a Roma specializzata in terapia breve strategica anche per i più piccoli.

Non evitare di fargli fare le cose solo perché lo rendono ansioso

Aiutare i bambini a evitare le cose di cui hanno paura li farà sentire meglio a breve termine, ma rafforza l'ansia a lungo termine. Se un bambino in una situazione di disagio si arrabbia, inizia a piangere - non per essere manipolativo, ma solo perché è così che si sente - e i suoi genitori lo portano fuori da quella situazione, o rimuovono la cosa di cui ha paura, quel ciclo di ansia e paura ha il potenziale per ripetersi.

Esprimere aspettative positive ma realistiche

Non puoi dire a un bambino che le sue paure sono irrealistiche, che non hanno modo di esistere, ad esempio che non fallirà un test, che si divertirà a giocare a pallone senza fare sbagli. Ma puoi esprimere la sicurezza che starà bene, che sarà in grado di gestire le problematiche e che, mentre affronta le sue paure, il livello di ansia diminuirà nel tempo. Questo gli darà fiducia , capirà che le tue aspettative sono realistiche e che non gli chiederai di fare qualcosa che non può gestire.

Rispetta i suoi sentimenti, ma non responsabilizzarli

È importante capire che la convalida delle sue paure non sempre significa essere d' accordo. Quindi, se un bambino è terrorizzato all'idea di andare dal dottore, non sminuirle, ma nemmeno amplificale. Puoi ascoltare ed essere empatico , aiutalo a capire ciò che scatena l' ansia e incoraggialo che può affrontare le sue paure. Il messaggio che vuoi inviare è: "So che sei spaventato, e va bene, io sono qui, e ti aiuterò a superare tutto questo".

Non porre domande importanti


Incoraggia il tuo bambino a parlare dei suoi sentimenti, ma cerca di non fare domande troppo importanti: "Sei ansioso per l interrogazione a scuola?". Per evitare di alimentare il ciclo di ansia, basta porre domande aperte:" Come ti senti per domani " ?

Non rinforzare le paure del bambino

Quello che non devi mai dire o far capire, con il tuo tono di voce o il linguaggio del corpo: "Forse è qualcosa di cui dovresti aver paura". Diciamo che un bambino ha avuto un'esperienza negativa con un cane. La prossima volta che è vicino ad un cane con te, potresti essere ansioso del suo comportamento, di come reagirà e potresti involontariamente inviare un messaggio d'ansia tu stessa. Insomma il piccolo percepisce le preoccupazioni del genitore, a volte piu' delle sue stesse paure.

Incoraggiare il bambino a tollerare la sua ansia

Fai sapere al tuo bambino che apprezzi il lavoro che sta facendo per affrontare le sue preoccupazioni. E 'davvero incoraggiante che ci si impegni nella vita, lascia che l'ansia prenda la sua curva naturale. La chiamiamo la "curva dell'abitudine", che cadrà nel tempo mentre continua ad avere contatti con il fattore di stress. Potrebbe non scendere a zero, potrebbe non cadere rapidamente quanto vorresti, ma è così che superiamo le nostre paure.

Cerca di mantenere il più corto possibile il periodo di anticipazione

Quando abbiamo paura di qualcosa, il momento più difficile è quello che c'è prima che accada qualcosa. Quindi un'altra regola empirica per i genitori è di cercare davvero di eliminare o ridurre il periodo di anticipazione. Se un bambino è nervoso all'idea di andare all'appuntamento con un medico , non avviate una discussione a riguardo due ore prima della partenza. Quindi cerca di abbreviare quel periodo al minimo.

Pensa alle cose con il bambino

A volte è un bene parlare di cosa succederebbe se la paura di un bambino diventasse realtà - come avrebbe potuto gestirla lui la cosa? Un bambino che è ansioso di separarsi dai suoi genitori potrebbe preoccuparsi di cosa succederebbe se non venissero a prenderlo. Quindi ne parliamo. Se tua madre non viene alla fine degli allenamenti di calcio, cosa faresti? "Beh, direi all'allenatore che mia madre non è qui." E cosa pensi che farebbe l'allenatore? "Beh, chiamerebbe mia madre. O aspetterebbe con me".

Cerca di modellare modi sani per gestire l'ansia

Ci sono molti modi in cui puoi aiutare i bambini a gestire l'ansia, permettendo loro di vedere come affronti te stesso lo stress . I bambini sono perspicaci e la accetteranno di meno se continui a lamentarti al telefono con un amico che non riesci a sopportare lo stress o l'ansia. Non sto dicendo di fingere che tu non abbia stress e ansia, ma lascia che i bambini ti sentano o ti vedano che la gestisci con calma, tollerandoli, sentendosi bene a superarla.


Dal Sito: lindiscreto.it

Sei un genitore ansioso? Come non trasferire la tua ansia ai Figli

Qualche pomeriggio fa una giovane mamma, Federica, stava cercando di portare le sue due piccole alla loro lezione di danza. Un piccolo contrattempo gli ha fatto fare tardi e quando Federica era finalmente pronta per uscire si è resa conto che le sue ragazze non avevano ancora i loro abiti da ballo. Cominciò a sentirsi sopraffatta e frustrata, e durante il viaggio in macchina verso la scuola di danza ha iniziato a gridare verso le sue figlie che “erano sempre in ritardo”, che “non si preparavano mai per tempo”. All’improvviso ha pensato, “Cosa sto facendo?”. Ha ricordato piena di ansia. “Non è colpa loro. Sono io la causa.”

Federica ha sempre sofferto di stati d’ ansia che è diventata più acuta dalla nascita della sua seconda figlia, quando ha iniziato a sperimentare la depressione postpartum . Sa che occasionalmente la sua ansia fa scoppiare grida verso le figlie, se la prende con loro per cose di poco conto.

Avere un genitore che soffre di stati d’ansia fa soffrire un bambino. I piccoli guardano ai loro genitori per avere informazioni e modelli su come interpretare situazioni ambigue; se un genitore sembra costantemente ansioso e pauroso, il bambino stabilirà che vari scenari non sono sicuri. E ci sono prove che i figli di genitori ansiosi hanno maggiori probabilità di manifestare ansia, una probabile combinazione di fattori di rischio genetici e comportamenti appresi.

Può essere doloroso pensare che, nonostante le tue migliori intenzioni, potresti trovarti a trasmettere il tuo stress a tuo figlio. Ma se hai a che fare con l’ansia e inizi a notare che tuo figlio mostra comportamenti ansiosi, la prima cosa importante è non impantanarsi per il senso di colpa. “Non c’è bisogno di punire te stesso”, afferma Claudia de Masi psicoterapeuta specialista in terapia breve strategica a Roma.

Ma la trasmissione dell’ansia da genitore a figlio non è inevitabile. La seconda cosa importante da fare è implementare strategie per aiutarti a non passare l’ansia ai tuoi figli. Ciò significa gestire il tuo stress nel modo più efficace possibile e aiutare i tuoi figli a gestire il loro.

Impara le tecniche di gestione dello stress

Può essere molto difficile comunicare un senso di calma a tuo figlio quando stai lottando per far fronte alla tua ansia. Un professionista della salute mentale, uno psicologo, può aiutarti a lavorare con metodi di gestione dello stress adatti alle tue esigenze specifiche. Mentre impari a tollerare lo stress, a turno dovrai insegnare a tuo figlio – che prende spunto dal tuo comportamento – come affrontare situazioni di incertezza o dubbio.

Una grande parte del trattamento dei bambini che soffrono d’ ansia, sta effettivamente nell’insegnare ai genitori la tolleranza allo stress. E’ un processo simultaneo, si lavora sull’ansia del genitore, sia sulla tolleranza allo stress del bambino. ”
Modello di tolleranza allo stress

Potresti ritrovarti ad apprendere strategie terapeutiche che puoi poi insegnare a tuo figlio quando si sente ansioso. Se, ad esempio, stai lavorando su un pensiero razionale durante i periodi di stress, puoi praticare le stesse abilità con il tuo bambino. Digli: “Capisco che tu abbia paura, ma quali sono le probabilità che qualcosa di veramente spaventoso accada?”

Cerca di mantenere un comportamento calmo e neutrale di fronte a tuo figlio, anche se stai lavorando per gestire la tua ansia. Sii consapevole delle tue espressioni facciali, delle parole che scegli e dell’intensità delle emozioni che esprimi, perché i bambini ti stanno leggendo. Sono piccole spugne e raccolgono tutto.

Spiega la tua ansia

Mentre tu non vuoi che tuo figlio sia testimone di ogni momento di ansia che provi, non devi sopprimere costantemente le tue emozioni. Va bene, ed è nche salutare, che i bambini vedano i loro genitori affrontare lo stress di tanto in tanto, ma devi spiegare perché hai reagito nel modo in cui l’hai fatto.

Diciamo, ad esempio, che hai perso la pazienza perché eri preoccupata di portare tuo figlio a scuola in tempo. Più tardi, quando le cose sono calme, digli: “Ti ricordi quando mi sono davvero arrabbiata la mattina? Mi sentivo in ansia perché eri in ritardo per la scuola, e il modo in cui gestivo la mia ansia era urlando. Ma ci sono altri modi in cui puoi gestirla anche tu. Forse riusciremo a trovare un modo migliore di uscire in anticipo di casa ogni mattina “.

Parlare di ansia in questo modo dà ai bambini il permesso di provare stress, spiega la dottoressa Claudia de Masi, e invia il messaggio che lo stress è gestibile. “Se sentiamo che dobbiamo costantemente proteggere i nostri figli dal vederci tristi, arrabbiati o ansiosi, stiamo sottilmente dando a loro il messaggio che non hanno il permesso di provare quei sentimenti, o di esprimerli o di gestirli loro “, aggiunge. “In un certo senso, inoltre, diamo loro l’indicazione che non c’è un modo per gestirli quando accadono”.

Fare un piano

Preparati con strategie anticipatorie per la gestione di situazioni specifiche che scatenano lo stress. Potresti anche coinvolgere tuo figlio. Se, ad esempio, ti senti ansiosa di preparare tuo figlio a letto entro un’ora ragionevole, parlagli di come puoi lavorare insieme a lui per gestire meglio questa transizione stressante in futuro. Forse puoi inventare un piano in cui si guadagnano punti verso un privilegio ogni volta che passa la sua routine serale senza protestare per l’ora di andare a letto.

Queste strategie dovrebbero essere usate con parsimonia: non devi trasferire la responsabilità della tua ansia sul bimbo . Ma vedendo implementare un piano per frenare specifici momenti ansiosi gli fai capire che lo stress può essere tollerato e gestito.

Trova un sistema di supporto

Cercare di essere un genitore mentre stai lottando con la tua stessa salute mentale può essere una sfida, ma non devi farlo da solo. Affidati alle persone della tua vita che entreranno in azione quando ti sentirai sopraffatto, o anche solo a offrire parole di sostegno. Queste persone possono essere terapeuti, compagni, genitori o amici.

Dal Sito: tgyou24.it 

venerdì 14 dicembre 2018

"Feste senza stress perché il Natale non è un esame da superare"


L’ansia da prestazione divora chi vive anche queste ricorrenze come un banco di prova. La psicologa suggerisce come uscirne.

LE CASE e le strade luccicano di addobbi, i bambini sono eccitati all’idea di Babbo Natale, i negozi ci invitano ad acquisti più o meno preziosi. Eppure, spesso tutto questo non basta a sedare quell’ansia che ci divora dentro e ci stupisce. Perché prima e spesso anche durante le feste natalizie siamo più stressati o più tristi? Non dovrebbe essere un periodo di relax con qualche giorno di ferie da goderci in famiglia? Cosa rovina l’atmosfera e soprattutto come uscirne per non guastare le feste? 

• ALLA RADICE DEL PROBLEMA
Secondo un sondaggio pubblicato dal network Cnbc, il mese di dicembre è ritenuto il più stressante dal 42% degli intervistati. Il fatto è che non si può essere felici o rilassati a comando. “Le feste tirano fuori da ognuno di noi ricordi, nostalgie in positivo ma anche quelle in negativo”, spiega Maria Malucelli, psicoterapeuta e docente in psicologia clinica per la Fondazione Fatebenefratelli. “I ricordi positivimotivano le persone a continuare la tradizione che hanno sempre vissuto, ma la festa fa riemergere anche le situazioni più brutte che abbiamo vissuto, come una perdita affettiva o un conflitto”. E’ quello che accade, ad esempio, agli adulti che stanno vivendo la separazione e devono dividersi i figli proprio durante le feste. “Se la separazione e i rapporti tra i coniugi hanno lasciato una traccia negativa – prosegue la psicologa – il Natale può diventare un grande amo a cui abboccano tutti i malesseri che ci portiamo dietro”.

• IL NATALE NON E’ UN ESAME DA SUPERARE A PIENI VOTI
La reazione che le feste scatena in noi dipende anche dalla personalità individuale. “C’è chi è sempre depresso ma vive lo stesso la sua vita e sopravvive alle feste aggrappandosi all’idea che tanto passeranno” spiega Malucelli. Poi c’è chi ha una personalità fobica e fa del pericolo e della paura il suo mestiere per cui essere costretto a fare regali o a stare troppo tempo a tavola potrebbe infastidirlo e irritarlo. Ma a soffrire in modo particolare durante questo periodo è chi ha una personalità ossessiva: “Sono quelli che io definisco soggetti alla ‘Edoardo De Filippo’, cioè quelli per i quali gli esami non finiscono mai ed il Natale rappresenta un altro banco di prova”, spiega l’esperta. Si tratta di persone che entrano in crisi perché sono dei perfezionisti, si impegnano in maniera ossessiva per fare in modo che tutto sia perfetto, dai regali alla cena per gli ospiti perché hanno bisogno di sentirsi dire che sono bravi. 

• RECITARE LA PARTE DELLA PERSONA FELICE
Assodato che lo stato d’animo di questi giorni dipende dalla nostra personalità e dai ricordi del passato, come uscirne? Meglio essere spontanei e lasciar sfogare la tristezza oppure isolarsi per non dover fingere? Lo psichiatra americano William James diceva: “Dì ad un depresso di sorridere per 20 minuti e poi chiedigli se è ancora depresso”. Come dire che a volte la finzione serve. “Il trucco psicologico - conferma Malucelli - sta nel recitare la parte del contento, ovvero ricorrere all’adattamento sociale. Anche se non si condivide l’atmosfera festosa, bisogna sforzarsi di partecipare perché magari a sorpresa ci sentiremo meglio e riusciremo a superare il momento”.
 
• SEI SOLO? SCEGLI IL COLORE DEL TUO UMORE E INDOSSALO
Le feste possono essere ancora più tristi se si è soli perché magari è finito un rapporto di coppia oppure c’è stato un lutto. E’ innegabile che nulla, neppure la gioia del Natale, può ‘contagiare’ positivamente chi vive una condizione di solitudine. Ma una via per trovare almeno un po’ di sollievo c’è: “Bisogna dare alla propria emozione un colore ed usarlo per vestirsi – suggerisce l’esperta. Quindi, se ci sente ‘grigi’ è bene assecondare questo stato d’animo ma scegliendo del grigio il pantalone e la maglietta più bella che abbiamo, la sciarpa o la cravatta più elegante”.
 
• USCIRE DI CASA E OSSERVARE GLI ALTRI
E poi bisogna uscire di casa: “Recarsi in un posto dove ci sono tante persone come una piazza o una galleria di negozi, sedersi e cominciare ad osservare le persone perché gli stimoli esterni fanno compagnia. Insomma, non bisogna utilizzare il ritiro come difesa personale perché è vero che fa bene prendere sotto braccio la propria solitudine ma in un momento in cui il rito prevede lo stare insieme bisogna sforzarsi almeno un po’ e anche solo passeggiando per strada ognuno ha fatto già il suo Natale”. Anche aiutare chi ne ha bisogno può servire per sentirsi meglio: recarsi in un centro sociale o presso un’associazione che fa volontariato per offrire il proprio contributo concreto può essere un modo per dare meno peso alla propria solitudine.
 
• LO STRESS DEI REGALI
Secondo i dati della Deloitte Xmas Survey che ha monitorato i comportamenti di spesa di 9mila europei, per festeggiare  quest’anno in Italia si spenderanno in media 541€ a famiglia, una cifra superiore rispetto a quella europea (456€) e anche rispetto ai 527€ di Natale 2017. Una grande fetta del budget viene riservata ai regali, 216€ per l’esattezza. Ma anche fare i regali è fonte di stress sia perché magari si vorrebbe avere una maggiore disponibilità economica sia perché non si ha tempo e non si hanno idee. Ma a volte ci complichiamo la vita da soli. Basterebbe anche solo chiedere quale regalo si preferisce oppure regalare una gift card o meglio ancora una ‘merce’ sempre più rara per tutti: il tempo. Per esempio, ci si può offrire di tenere i bambini dell’amica per un giorno intero così da lasciarle il tempo per fare quello che più le piace oppure ai propri genitori un pomeriggio per portarli a fare una passeggiata senza altre distrazioni.
  

Dal Sito: repubblica.it 


Gastrite nervosa, i rimedi naturali per curarla

La gastrite nervosa è una malattia psicosomatica. Per curarla si deve comprendere ed elaborare lo stato di tensione emotiva. Esistono, tuttavia, rimedi naturali per tenere a bada i sintomi 

Con il termine gastrite nervosa si intende una particolare infiammazione della parete interna dello stomaco, la cosiddetta mucosa gastrica, causata da uno stress molto intenso o da stati di ansia prolungati e severi. Questa patologia rientra nei disturbi psicosomatici, ovvero quelle malattie del corpo (sòma in greco) provocate da problematiche di tipo psicologico. La mente proietta esternamente le tensioni che non riesce ad elaborare.

La gastrite nervosa - nello specifico - non è una patologiagastr grave, tuttavia risulta essere fastidiosa e a lungo andare può pregiudicare in modo significativo la vita di chi ne è affetto. Essa presenta un andamento acuto o cronico, a seconda dell'entità e della durata dello stato di tensione. Ad ogni modo è bene rammentare che in caso di gastrite cronica, uno dei responsabili della stessa può essere un batterio denominato Helicobacter pylori, in grado questo di colonizzare e infettare lo stomaco. Varie sono le manifestazioni della gastrite nervosa:

- Bruciore di stomaco;

- Cattiva digestione;

- Calo o perdita dell'appetito;

- Malessere generale;

- Nausea;

- Pancia gonfia e movimento intestinale;

- Alitosi.

Molti studi hanno confermato che stress e ansia comportano un aumento della produzione dei succhi digestivi acidi. Sia dunque l'elevata acidità, sia l'indebolimento o la corrosione della mucosa gastrica ad opera dei succhi, provoca la comparsa della gastrite. Quest'ultima può dipendere anche da vissuti e stati d'animo particolari come:

- Depressione;

- Vita frenetica;

- Problemi relazionali e lavorativi.

Il disturbo viene diagnosticato dal gastroenterologo che si avvale di test quali: esami del sangue, esame delle feci, radiografia, gastroscopia, test del respiro. Curare la gastrite nervosa non è semplice. Innanzitutto si deve comprendere la sua natura psicosomatica e a tal fine intraprendere un percorso psicoterapeutico che può aiutare il paziente a gestire l'ansia e a interpretare i messaggi del suo inconscio. Esistono, però, dei rimedi naturali in grado di prevenire o di alleviare i sintomi:

Infuso di semi di finocchio

Rilassa i muscoli del tratto gastrointestinale e riduce l'infiammazione.

Frullato di pera e banana

Le fibre naturali e gli enzimi contenuti nella pera e nella banana, inibendo la produzione di acidi, alleviano l'irritazione della mucosa gastrica.

Acqua e miele

Gli enzimi del miele ottimizzano il processo di digestione, mentre i suoi zuccheri incrementano il livello di energia.

Gelatina

Una bevanda naturale preparata con gelatina neutra ammorbidisce il rivestimento dello stomaco e di conseguenza riduce l'infiammazione. Inoltre gli amminoacidi essenziali e gli antiossidanti in essa contenuti, regolano l'attività del sistema nervoso.

Dal Sito: m.ilgiornale.it 


Il Natale ti fa cadere in depressione? Non è colpa delle feste, fai attenzione ad ansia e stress

Il Natale è alle porte: più tempo libero per amici, famiglia e persone care, regali da offrire e ricevere, leccornie in quantità. L’atmosfera è di buona volontà e allegria. E allora cosa c’è che non va? 

Le vacanze dovrebbero essere un momento di gioia e celebrazione, ma per alcune persone sono tutt’altro. Nonostante l’idea che le festività natalizie siano piene di gioia, gli psichiatri sostengono che possa trattarsi di un periodo denso di stress, aspettative insoddisfatte, depressione e senso di solitudine.

STRESS E ANSIA ALL’ORIGINE DELLA DEPRESSIONE 
«La depressione può verificarsi in qualsiasi momento dell’anno, ma lo stress e l’ansia durante i mesi invernali possono colpire anche coloro che di solito riescono a convivere con il senso di mancata realizzazione e con la solitudine. 
«Tutti possiamo avere un calo di umore che sfocia in quella che si chiama depressione sotto soglia», commenta Bernardo Carpiniello presidente della Società Italiana di Psichiatria. Il punto è che d’inverno l’acme della patologia depressiva coincide proprio con le feste. 

IL MALESSERE AMPLIFICATO DALL’ARIA DI FESTA 
«Il Natale non scatena, ma amplifica ciò che già c’è. Le luci e i regali possono avere un effetto devastante su una persona depressa che non riesce a condividere il piacere che è scontato per altri. La depressione sotto soglia, causata da aspettative non realizzate, nella maggior parte dei casi è fortunatamente transitoria e non interferisce con il funzionamento psicobiologico di un individuo, a lungo termine».

«In questo periodo dell’anno io tengo il cellulare sempre acceso, perchè ricevo più telefonate dai miei pazienti con l’avvicinnarsi del Natale. E a coloro, per cui il Natale rappresenta una festa di gioia e condivisione, consiglio sempre di trovare il tempo di fare cinque telefonate a quelle persone che potrebbero essere più in difficoltà durante il blues natalizio - consiglia Renzo Rozzini primario di Geriatria, della Fondazione Poliambulanza - Istituto Ospedaliero di Brescia - poiché le persone con un disagio spesso evitano le interazioni sociali, ma in parallelo questo allontanamento peggiora le sensazioni di solitudine e i sintomi di depressione».

«Bisogna cercare di ricostruire nuovi rapporti, riattivare la vita sociale, ma allo stesso tempo cercare di far capire agli altri il proprio malessere» spiega Rozzini.

NON È VERO CHE I SUICIDI AUMENTANO NEL PERIODO NATALIZIO 
Nonostante il pensiero comune, nel corso degli anni gli studiosi hanno esaminato i tassi di suicidio e le visite al pronto soccorso psichiatrico, sfatando un mito perpetuato a lungo, ovvero che i suicidi raggiungano il culmine nel periodo natalizio.

Uno degli studi più completi mai svolti fino ad ora, pubblicato negli Archives of General Psychiatry negli anni Ottanta, già aveva rilevato che le visite psichiatriche tendevano a calare nelle settimane prima di Natale per poi risalire.

MOLTO PEGGIO IN PRIMAVERA 
Per quanto riguarda i suicidi, la maggior parte degli studi, incluso uno della Mayo Clinic che ha esaminato un periodo di trentacinque anni, ha rilevato che non c’è praticamente alcuna relazione tra le vacanze e i suicidi. In realtà, il tasso di suicidi culmina in primavera, e non in inverno. Questo probabilmente perché la rinascita che segna la primavera accentua i sentimenti di disperazione in coloro che già ne soffrono.

Al contrario, nel periodo natalizio la maggior parte delle persone con pensieri suicidi gode di un certo grado di protezione per la vicinanza, se pur percepita come subita, dei parenti. Quello che invece si verifica, secondo i dati del Center for Disease Control and Prevention, è un rialzo a gennaio: dal 1999 al 2013, la media giornaliera dei suicidi scende dal 90,2 per cento a novembre al 85,5 a dicembre, per poi risalire al 91,9 per cento a gennaio.

Questo trend è stato confermato anche da un recente studio svedese pubblicato all’inizio di questo anno, in cui ricercatori del Karolinska Institute di Stoccolma hanno analizzato dati dal 2006 al 2015.

Forse la depressione non aumenta prima di Natale perché le persone sfruttano le loro migliori strategie per affrontare le vacanze. E forse c’è una piccola magia natalizia, dopotutto.

Dal Sito: lastampa.it


giovedì 13 dicembre 2018

Depressione post partum: i sintomi che devono allarmare le neo mamme


Stati di agitazione, confusione, paranoia, allucinazioni, tendenze suicide o omicide nei confronti del bambino: questi sono alcuni dei sintomi più gravi della depressione post partum che devono allarmare la neo mamma e chi le è vicino. Ad elencarli è Paola Vinciguerra, presidente dell’Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico (Eurodap), dopo il caso della donna di 26 anni che a Catania ha ucciso il figlioletto di tre mesi gettandolo a terra.

In Italia ogni anno 100 mila donne sono colpite dalla depressione post-partum: “Oltre il 70% delle madri, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifesta sintomi leggeri di depressione in una forma definita baby blues, con riferimento allo stato di malinconia (blues) che caratterizza il fenomeno – spiega Vinciguerra -. Ben più gravi e duraturi sono i sintomi della depressione post-partum vera e propria, che possono perdurare anche molti mesi”.

I sintomi possono includere un forte abbassamento dell’umore con una tristezza intensa e costante, disperazione, sensazione di stanchezza estrema, perdita di interesse per il bambino appena nato o preoccupazioni ingiustificate per il benessere del neonato, difficoltà di concentrazione, facile irritabilità con aggressività, incapacità a far fronte alle necessità elementari. Questi sintomi, aggiunge l’esperta, “sono spesso accompagnati da cefalee persistenti, palpitazioni, insonnia, incubi notturni e attacchi di panico”.

Diversi possono essere i fattori che contribuiscono all’insorgere di questo disturbo: “problemi ormonali, età della mamma e variabili psico-sociali. E’ più a rischio – spiega Vinciguerra – una donna giovane, single, con gravidanza non desiderata o inaspettata, con problemi di relazione coniugale, con inadeguato supporto sociale e con precedenti aborti. Ovviamente una donna che ha già sofferto di depressione è molto a rischio”.

Ma delle cure sono possibili, conclude Vinciguerra: “Possono consistere nella psicoterapia e nella partecipazione a terapie di gruppo con donne che manifestano la stessa sintomatologia e nell’assunzione di ansiolitici e antidepressivi sotto controllo medico e sospendendo l’eventuale allattamento. E’ comunque consigliabile per tutte le neo mamme frequentare dei corsi post-partum”.

Dal Sito: ladyblitz.it 

Cos’è la Nomofobia, la dipendenza che colpisce i giovani tra i 18 e i 25 anni


La società moderna ha permesso la diffusione di innumerevoli dipendenze ma quanti sono realmente consapevoli di esserne affetti? Esiste un confine labile tra uso ed abuso e ciò riguarda anche il nostro inseparabile cellulare.

Forse vi stupirà sapere che gli esperti hanno etichettato il timore ossessivo di non essere raggiungibili al cellulare come una vera patologia: è conosciuta come nomofobia o sindrome di disconnessione e caratterizza una percentuale sempre più alta della popolazione. Il soggetto che presenta questa sindrome non può far altro che ricercare il contatto continuo ed esasperato con l’apparecchio tecnologico, unico modo per percepire qualsiasi situazione come sotto controllo. Sembrerebbe trattarsi di una chiara conseguenza dell’uso compulsivo dei social network che provocano un uso improprio e pericoloso di un mezzo nato (paradossalmente) con lo scopo di stringere legami, conoscere, comunicare.

Ma chi sono le vittime della nomofobia? Si stima che tale patologia colpisca, in particolare, i giovani tra i 18 e i 25 anni con bassa autostima e problemi relazionali e si possono riconoscere per via di alcuni comportamenti, quali:

  • l’uso regolare del telefono cellulare ed il trascorrere molto tempo su di esso;
  • l’avere sempre con sé uno o più dispositivi ed il caricabatterie, per evitare di restare senza batteria;
  • il mantenere sempre il credito;
  • l’esperire vissuti di ansia e nervosismo al solo pensiero di perdere il proprio portatile o quando il telefono cellulare non è disponibile o non utilizzabile;
  • il monitoraggio costante dello schermo del telefono, per vedere se sono stati ricevuti messaggi o chiamate, o della batteria, per controllare se il telefono è scarico;
  • il mantenere il telefono cellulare acceso sempre (24 ore al giorno);
  • l’andare a dormire con cellulare o tablet a letto;
  • l’uso dello smartphone in posti poco pertinenti.

Tali soggetti, evidentemente fragili, in assenza di rete mobili o di cellulare fuori uso, possono manifestare veri e propri attacchi di panico, con vertigini, tremore, mancanza di respiro e tachicardia, o causare un principio di depressione. Oltre a pericoli per la salute, questo tipo di dipendenze provoca anche  gravi conseguenze sociali: chi viene colpito, infatti, manifesta progressive  difficoltà nel relazionarsi con gli altri, distaccandosene ed isolandosi da chiunque e qualsiasi cosa.

La fobia della disconnessione, con tanta determinazione ed un aiuto esterno può essere sconfitta. Basterà iniziare, seppur a piccoli passi, a distaccarsi dalla causa principale del malessere, lo smartphone e tornare ad interagire con chi ci sta accanto fisicamente.

Dal Sito: liveuniversity.it