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mercoledì 20 maggio 2020

Fase 2: come uscire dal lockdown senza farsi travolgere dall’ansia

I meccanismi che entrano in gioco quando il timore convive con il desiderio di ripartire

Fino a questo momento il fatto di stare chiusi in casa chi ha fatti sentire al sicuro, per quanto annoiati e un po’ depressi. Ora i blocchi si stanno aprendo e ci viene restituita la facoltà di muoverci, di lavorare e di incontrare i nostri cari. Eppure, le sensazioni di ansia e di affaticamento che ci hanno fatto compagnia in queste difficili settimane non sembrano allontanarsi: temiamo semplicemente cose diverse. Insomma, la Fase 2 si sta dimostrando complicata quanto quella dell’emergenza. Scopriamo perché.

IL MOMENTO DELLA RESPONSABILITÀ – Nelle settimane di lockdown in fondo la mission era elementare: restare chiusi in casa. Organizzarsi è stato ovviamente molto complicato, ma l’indicazione di per sé era semplice e non lasciava margini di interpretazione. Ora invece ci è chiesto di assumere un comportamento molto più attivo: possiamo uscire ed incontrare gli amici, ma conservando il distanziamento sociale; possiamo andare a prendere il caffè al bar, ma solo secondo certe modalità di comportamento; possiamo fare sport all’aperto, a patto di usare fastidiosi dispositivi di protezione. Insomma, conservare le giuste condizioni di sicurezza e applicarle secondo quanto richiesto dalle diverse situazioni dipende in gran parte da noi e richiede un impegno e una vigilanza momento per momento. 


GLI ASSEMBRAMENTI – Sono i nemici numero 1 delle nostre giornate, eppure sono difficilissimi da prevenire e contrastare. Secondo la psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e International Psychoanalytical Association (IPA), la tendenza ad avvicinarci ai nostri simili anche più del dovuto è anche una conseguenza della sindrome da deprivazione sensoriale di cui abbiamo sofferto durante il lockdown. Trascorrendo intere giornate chiusi in una stanza in smart working o, nel caso dei bambini e degli adolescenti, in cameretta a giocare, fare lezione online o in chat con gli amici, ha fatto sì che i nostri sensi (vista, udito, tatto) non siano stati stimolati come di consueto da luce, suoni, variazioni della temperatura. In queste condizioni, la nostra percezione dei confini corporei diminuisce e restare a lungo in queste condizioni può causare inconsueti stati di stanchezza anche nel fare le cose più semplici. Quando poi ci troviamo ad uscire finalmente dal nostro guscio, siamo aggrediti dagli stimoli esterni ai quali non siamo più abituati: diventiamo così facili prede dell’ansia e tendiamo a cercare rifugio in altri luoghi chiusi, accalcandoci insieme a un numero maggiore di persone rispetto a quanto sarebbe consigliabile, ma anche avvicinandoci inconsapevolmente agli altri più di quanto vorremmo. Ecco perché gli assembramenti non sono solo segnale di desiderio di socialità, ma anche un bisogno istintivo di vicinanza, difficile da contrastare. 


PAURA E ANSIA - Di per sé non sono un fatto negativo. La paura è un’emozione primaria, fondamentale per la nostra difesa e per la sopravvivenza, che ci spinge a stare alla larga dai pericoli. Entro certi limiti è un aiuto, ad esempio il timore del coronavirus ci può aiutare a ricordarci di lavare le mani, indossare la mascherina e attuare determinati comportamenti. Quando però l’ansia diventa eccessiva, ci porta a comportamenti poco lucidi e controproducenti. Va quindi gestita e contenuta, sulla base di dati reali, in modo da attivarci solo di fronte a una minaccia vera, concreta. 


RESILIENZA – La resilienza, in fisica, è la capacità dei materiali di resistere a un urto o a uno sforzo senza spezzarsi o incrinarsi. In psicologia è la flessibilità e la capacità umana di adattarsi alle diverse situazioni senza farsi travolgere dalle difficoltà, ma trasformandole in occasioni di crescita e in un nuovo inizio. E’ insomma la virtù che più può aiutarci in questo momento. La resilienza ci aiuta anche ad essere consapevoli che, qualunque siano le condizioni in cui ci troviamo a vivere, abbiamo sempre la facoltà di attribuire un significato alle nostre azioni, e che di questo significato siamo responsabili in prima persona.  


DIAMOCI TEMPO E CERCHIAMO I LATI POSITIVI DELLE SITUAZIONI – Facciamo appello a tutto il nostro ottimismo e sforziamoci di cogliere gli aspetti positivi delle diverse situazioni che ci troviamo a vivere: lo smart working ci lascia più tempo per gestire la casa e la famiglia, ci siamo goduti tanti momenti in compagnia dei bambini, abbiamo scoperto di essere bravi in cucina. Ora è il momento di essere generosi con noi stessi: prendiamo atto delle nostre sensazioni ed emozioni, comprese quelle negative, econcediamoci il tempo di superare tutto questo, riconquistando le nostre libertà, muovendoci con senso di responsabilità negli spazi che tornano ad aprirsi davanti a noi, oppure anche assecondando il nostro desiderio di cautela, se questo ci fa sentire più sereni.


Dal Sito: tgcom.24

venerdì 8 maggio 2020

Fase 2: l’ansia della nuova normalità e la paura di uscire (anche in vacanza)



Abbiamo tanto desiderato il ritorno a una vita normale. Ma la fine del lockdown in alcuni di noi sta generando ansia, e il timore di uscire e trovare un mondo cambiato.

I danni causati
da questo lungo isolamento si vedranno con il tempo. Gli esiti, dicono gli esperti, si vedranno soprattutto a lungo termine, ma cominciano a farsi sentire. 

Sindrome della capanna

Pur essendo ora nella Fase 2 e quindi in quella che ci dovrebbe proiettare, si spera, verso l’uscita dal tunnel, questi mesi di isolamento sociale forzato, hanno impattato in maniera molto forte sulle nostre vite da un punto di vista psicologico ed emotivo.

E quello che molte persone stanno sperimentando ha già un nome: gli psicologi la chiamano “sindrome della capanna” ossia lo stress eccessivo che assale alcune persone davanti alla prospettiva di lasciare la “sicurezza della propria casa” e tornare alla normalità di prima.

Paura di non farcela

Dopo mesi di quarantena, infatti, c’è chi vive con ansia la ripresa dei ritmi precedenti, per paura di non farcela o perché ormai ha sviluppato nuove abitudini. Le nostre case, con tutte le difficoltà, in questo periodo, sono diventate un rifugio, ci hanno tenuto al sicuro dal coronavirus. E ricominciare a uscire là fuori dove il mondo è cambiato, non è facile per tutti.

Inutile negare che siamo stati sottoposti a un evento eccezionalee decisamente molto stressante che, nel bene o nel male, ha modificato il nostro modo di comportarci. E il timore, più o meno accentuato, di uscire di casa, può essere una delle più comuni reazioni.

Diversi fattori entrano in gioco e alimentano la voglia di rimanere confinati. Primo fra tutti il rifiuto di vedere (e accettare) che i propri riferimenti sono mutati: uscire significa prendere atto di com’è cambiato il mondo che si conosceva: città semi deserte, negozi chiusi, persone con mascherina e guanti. La nuova realtà può disorientare.

Se a questo, si aggiunge che meno si esce di casa, meno voglia si avrà di uscire e che le certezze a livello sanitario non sono esattamente certezze, viene a crearsi un senso di inadeguatezza difficile da superare.

Ansia da mezzi pubblici

Una ricerca realizzata dalla società di consulenza strategica Nomismain collaborazione con CRIF rivela che l’idea di prendere i mezzi pubblici spaventa il 41% della popolazione, mentre il 39% ha paura di avere contatti ravvicinati(a meno di un metro) con altre persone. Solo l’8% è totalmente privo di timori riguardo le prime uscite post quarantena. 

Le vacanze vicino casa

Si raffredda addirittura la voglia di vacanza: secondo quanto rivela un’indagine di Confturismo-Confcommercio in collaborazione con Swg, solo il 20% degli italiani vorrebbe fare le valigie appena l’emergenza sanitaria sarà conclusa.

La maggior parte, invece, più che ferie estive immagina una stagione di gite di pochi giorni vicino alla propria città.

Più della metà degli intervistati, il 57%, dichiara che, anche dopo la fine dell’emergenza, non si muoverà per fare una vacanza, mentre il il 32% dichiara che farà vacanze, ma di 2 o 3 giorni e senza allontanarsi troppo dalla propria residenza.

L’indagine rivela anche che, dopo mesi di lockdown, la priorità per gli italiani è quella di stare all’aria aperta e frequentare le persone che si amano. 

“Fogo” vs “Fomo”

E se qui da noi, questo nuovo fenomeno viene chiamato “sindrome della capanna”, negli Usa il nome usato è “FOGO”ovvero Fear of going out, in contrapposizione al più famoso e forse decaduto “FOMO”, ovvero la paura di perdersi qualcosa e che gli altri stiano facendo qualcosa di più bello di noi.

E così, sostituendo una fobia all’altra, ricominceremo e andremo avanti. Non si preoccupi, quindi, il governo di sottolineare che la Fase 2 non è un “liberi tutti”. La nostra mente lo ha capito fin troppo bene.

Dal Sito: iodonna.it