venerdì 19 aprile 2019

Ballare può ridurre l’ansia

Quando nella tua giornata ti capita di provare ansia, tu cosa fai? Cerchi di evitare la situazione che ti crea disagio? Fai dei respiri profondi? Accendi la musica e balli?
L’ultima opzione può sembrare inverosimile ma secondo alcuni psicologi e terapeuti potrebbe essere un ottimo rimedio per combattere l’ansia. 

Questa ipotesi è talmente credibile che si sente sempre più parlare di danzaterapia.

Ma partiamo dall’inizio!
Per chi soffre d’ansia è molto più semplice capire quanto mente e corpo siano collegati.
Proprio come fare una corsa ti può distrarre dai tuoi pensieri negativi, la danza in qualche modo riesce a spostare i tuoi pensieri sul presente.
Questo è già un gran traguardo per chi soffre d’ansia o pensieri ossessivi.
A differenza della corsa però oltre al movimento del corpo entra in gioco anche il livello di espressività.
Questo processo di distrazione ci porta ad uno stato d’animo più primitivo, quasi più libero. Fa sì che i nostri pensieri si semplifichino, si concentrino sul nostro corpo e sui nostri movimenti rispetto alle varie vicissitudini della vita.

Ma chi potrebbe trarre beneficio della danzaterapia?
Generalmente potrebbe essere utile per le persone che hanno disturbi legati a traumi, sia negli adulti che nei bambini.
Un esempio su tutti è il disturbo post traumatico da stress (PTSD).
Secondo numerosi studi è possibile inserire tra i beneficiari anche le persone con un comportamento timido, creando in loro un miglioramento dell’espressione di sé e aumentando la capacità di sentirsi a proprio agio in ambienti che coinvolgono l’interazione con altre persone.
Ovviamente è bene specificare che non basta andare a ballare in mezzo alla gente per togliersi la timidezza o un trauma.
Anzi in questo caso per molte persone la situazione potrebbe anche aggravarsi.
Quando si parla di danzaterapia si parla appunto di una terapia, chiamata anche psicoterapia del movimento, dove il paziente è sotto il controllo di un terapeuta e attraverso dei movimenti del corpo è possibile raggiungere l’integrazione emotiva, cognitiva, fisica e sociale.
Ciò che è importante per il paziente, in questo caso, è il rapporto di fiducia con lo psicoterapeuta.

Ma quali benefici può portare nello specifico?
I benefici includono la riduzione dello stress e la gestione dell’umore.

Nell’ambito del recupero dei disturbi alimentari, può anche aiutare a migliorare l’immagine corporea e l’autostima.
Essendo fondata nell’idea che movimento ed emozione sono interconnessi, questa espressione creativa può anche aiutare a migliorare le capacità di comunicazione per migliorare le relazioni.
Ciò non esclude, che per persone con una situazione più regolare, anche il semplice andare a ballare non possa portare benefici, anzi.
Molte persone che amano ballare e che soffrono di particolari disturbi ansiosi, ovviamente non ansia sociale, ma ad esempio disturbi ossessivi compulsivi, proprio in quei momenti riescono a vivere il cosiddetto “qui ed ora”, senza preoccuparsi di situazioni esterne.

Dal Sito: mediterranews.org 

mercoledì 17 aprile 2019

Disturbo bipolare (bipolarismo): sintomi e cura

Cosa significa bipolarismo 

Il disturbo bipolare (o depressione bipolare o bipolarismo), pur non essendo particolarmente frequente, costituisce un problema serio e invalidante. Esso merita attenzione clinica e i soggetti che ne soffrono sono spesso inconsapevoli.

Chi ne è affetto tende ad alternare fasi depressive seguite da fasi ipomaniacali o maniacali(bipolarismo).

In genere le fasi depressive della depressione bipolare tendono a durare più a lungo di quelle maniacali o ipomaniacali. Di solito durano da qualche settimana a qualche mese, mentre le fasi maniacali o ipomaniacali durano una-due settimane.

A volte, nel disturbo bipolare, la transizione da una fase all’altra è rapida e immediata. Altre volte, invece, è intervallata da un periodo di umore normale (eutimico).

Talvolta il passaggio di fase nel bipolarismo è lento e subdolo, mentre altre volte può essere brusco e improvviso.

La fase depressiva

Le fasi depressive nel disturbo bipolare (o depressione bipolare) si caratterizzano per un umore molto basso, una sensazione che niente sia più in grado di dare piacere e una generale tristezza per la maggior parte del giorno.

In linea di massima, le fasi depressive non si differenziano dagli episodi depressivi della depressione maggiore unipolare. Durante queste fasi del bipolarismo, quindi, il sonno e l’appetito possono risultare facilmente alterati; la capacità di concentrazione e la memoria possono essere molto minori.

A volte, sempre durante le fasi depressive, le persone affette dal disturbo bipolare pensano ricorrentemente al suicidio.

La fase maniacale

Le fasi maniacali nel bipolarismo, in alcuni casi, vengono generalmente descritte come l’esatto contrario di quelle depressive. Ovvero, caratterizzate da un umore alquanto elevato, dalla sensazione di onnipotenza e da un eccessivo ottimismo.

In queste fasi, i pensieri si succedono molto rapidamente nella mente del paziente affetto da depressione bipolare o disturbo bipolare al punto da diventare così veloci che risulta difficile seguirli.

Il comportamento può essere iperattivo, caotico, fino al punto di rendere il paziente inconcludente. L’energia del paziente bipolare in fase maniacale (o ipomaniacale) è talmente tanta che spesso il soggetto non sente la necessità di mangiare o di dormire. Ritiene di poter fare qualsiasi cosa, al punto da mettere in atto comportamenti impulsivi, come spese eccessive o azioni pericolose, perdendo la capacità di valutare correttamente le loro conseguenze. Son frequenti veri e propri disturbi del controllo degli impulsi (dipendenza da gioco d’azzardo, shopping compulsivo, ecc.).

La fase disforica

In molti casi, tuttavia, la fase (ipo)maniacale del disturbo bipolare (bipolarismo) non si caratterizza per un eccesso di euforia e di grandiosità. Si evidenzia invece un umore disforico, caratterizzato primariamente da un senso costante di rabbiosità e ingiustizia subita. Questo si traduce in irritabilità e intolleranza e, spesso, in aggressività espressa, sempre senza valutare correttamente le conseguenze dei propri comportamenti.

I disturbi bipolari comprendono il Disturbo Bipolare di I tipo, il Disturbo Bipolare di II tipo, il Disturbo Ciclotimico e il cosiddetto Disturbo Bipolare Non Altrimenti Specificato, categoria diagnostica che raccoglie tutti quei soggetti con sintomi insufficienti per porre la diagnosi di uno dei disturbi sopra citati.

Disturbo bipolare sintomi

Vediamo i sintomi del bipolarismo. Per porre diagnosi sicura di mania, deve presentarsi un distinto periodo di anormale e persistente elevazione del tono dell’umore, con caratteristiche di espansività o irritabilità. I disturbi dell’umoredevono essere abbastanza gravi da compromettere le attività di studio, di lavoro o le capacità di relazione sociale.

Sintomi maniacali

Durante un episodio maniacale, diversi dei seguenti sintomi del disturbo bipolare sono presenti:

Aumento dell’autostima o grandiosità

Ridotto bisogno di sonno

Aumentata produzione verbale con difficoltà a frenarla

Volubilità nel cambiare opinione (il paziente non si accorge che i suoi pensieri cambiano facilmente)

Facile distraibilità (il paziente può porre attenzione a particolari insignificanti ignorando elementi importanti

Aumento delle attività finalizzate

Agitazione mentale o fisica

Aumentato coinvolgimento in attività che possono avere conseguenze pericolose (p.e. spendere molto denaro o intraprendere attività sessuali inusuali per la persona)

Sintomi depressivi

Per la diagnosi di depressione è necessario un periodo di almeno due settimane con perdita di interesse o di piacere in tutte o buona parte delle attività.

La depressione bipolare deve essere abbastanza grave da produrre una modificazione nell’appetito, nel peso corporeo, nel sonno o nella capacità di concentrarsi così come deve essere presente un sentimento di colpa, di inadeguatezza o disperazione. Possono anche essere presenti pensieri di morte o suicidio.

Durante un episodio depressivo, diversi dei seguenti sintomi del disturbo bipolare sono presenti:

Costante depressione del tono dell’umore o disperazione

Grave riduzione di interessi o di piacere in tutte o nella maggior parte delle attività

Perdita o incremento del peso corporeo o dell’appetito

Aumento o riduzione del sonno

Agitazione o rallentamento

Affaticamento o perdita di energia

Sentimenti di inadeguatezza, di colpa e/o perdita dell’autostima

Incapacità di concentrarsi e di prendere decisioni

Pensieri di morte o suicidio

Bipolarismo, instabilità umorale e altri disturbi

Talvolta una persona che soffre di depressione bipolare (o bipolarismo) può sperimentare solo episodi di mania o solo episodi di depressione alternati a periodi di normalità del tono dell’umore.

Quando è presente solo la mania la malattia prende comunque il nome di disturbo bipolare. Invece, se è presente solo la depressione, la malattia è in genere chiamata depressione maggiore.

Occorre tenere in considerazione, tuttavia, che l’instabilità del tono dell’umore tipica del bipolarismo può anche riscontrarsi in molti disturbi di personalità, soprattutto nel disturbo borderline.

La diagnosi differenziale è pertanto molto delicata e non basta riscontrare l’alternanza di fasi umorali per essere certi che si tratti di vero e proprio disturbo bipolare. Suggeriamo la lettura anche di questo articolo sulle differenze tra disturbo bipolare e disturbo borderline di personalità.

Disturbo bipolare cura

La cura del disturbo bipolare è centrata principalmente sulla farmacoterapia, a base di farmaci stabilizzanti dell’umore e antidepressivi (triciclici o SSRI), sotto attenta e continuativa supervisione medico-specialistica.

Tra gli stabilizzanti il litio è spesso usato nel trattamento della mania in fase acuta, ma la sua indicazione principale riguarda l’azione di prevenzione delle crisi sia maniacali che depressive. L’acido valproico e la carbamazepina sono ugualmente usati nella cura del disturbo bipolarein fase di mania acuta così come nella prevenzione delle ricadute.

Antipsicotici o neurolettici, sono usati nel trattamento della mania nella fase acuta e meno nella fase di mantenimento. Altri farmaci come le benzodiazepine sono anche usati nel trattamento acuto della mania.

Gli antidepressivi sono utilizzati nelle fasi depressive per la cura della depressione bipolare: è importante ricordare sempre che generalmente gli antidepressivi richiedono dalle 2 alle 6 settimane per risultare efficaci. In alcuni casi gli antidepressivi possono indurre un viraggio dalle fase depressiva alla fase maniacale e questa evenienza richiede naturalmente una attenzione particolare.

Sfortunatamente per alcuni pazienti può essere necessario del tempo prima di trovare la terapia efficace.

Importanza della psicoterapia del disturbo bipolare

Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che, per avere una maggiore stabilità dell’umore, è necessario associare ad un trattamento farmacologico (che rimane fondamentale), una psicoterapia, meglio se di orientamento cognitivo-comportamentale. Quest’ultima è poi indispensabile nella cura del bipolarismo qualora questo sia secondario a un disturbo di personalità.

I protocolli psicoterapeutici per il disturbo bipolare prevedono solitamente diversi punti di intervento e di azione:

aiutare la persona a seguire la terapia farmacologica; è infatti dimostrato che, se non sono seguite, le persone tendono a “dimenticare” di assumere la terapia. Occorre mantenere ed aumentare la motivazione della persona ad assumere la terapia;

aiutare la persona a riconoscere rapidamente i sintomi iniziali delle due fasi, in modo che sappia come comportarsi e come impedire il precipitare della situazione;

imparare a discutere e modificare i propri stili di pensiero irrazionali e disfunzionali;

imparare strategie più efficaci per affrontare le difficoltà quotidiane, come gestire la propria rabbia, o migliorare le proprie abilità comunicative;

lavorare specificatamente sulla fase depressiva, secondo le modalità tipiche della terapia cognitivo comportamentale

Dal Sito: ipsico.it 

lunedì 15 aprile 2019

Presentazione Libro


L'Associazione INSIEME Onlus, 
Ansia-Attacchi di Panico-Agorafobia
è lieta di invitarti alla presentazione del libro:
"La mia vita dentro al D.A.P. " Disturbi da Attacchi di Panico
di Elisabetta Guidotti - Racconti e Pensieri

27 Aprile 2019 ore 17.30
Teatro dell'Arancio
Piazza Peretti - Grottammare (AP) -

"Dopo aver dedicato anni ad aiutare chi, come lei, stava attraversando le tempeste del “Male di vivere”, fondando l’associazione Insieme Onlus, ha deciso di mettere la sua esperienza su carta e di condividere con chi soffre, ma anche solo con chi voglia semplicemente capire, il suo messaggio di amore e speranza."

Presenta: Americo Marconi
Voce Narrante: Marta Rosati

Per informazioni: info@insiemedap.it - 366/3623811
www.insiemedap.it

===INGRESSO LIBERO===

Con il patrocinio del Comune di Grottammare
In collaborazione con I Luoghi della Scrittura e
il CSV Marche

LINK EVENTO: Evento Facebook 

domenica 14 aprile 2019

Manipolazione e senso di colpa: La tecnica preferita dalle persone che si offendono per tutto

Da bambini ci è stato insegnato a scusarci. Ci hanno detto che era un segno di buona educazione, ed è probabile che in più di un’occasione, durante la nostra infanzia, ci siamo scusati senza essere pienamente consapevoli di cosa avevamo fatto di male. Di conseguenza, dentro di noi cominciò a crescere il seme della colpa.


Ma se scopri che spesso ti scusi senza sapere bene perché, semplicemente perché sai che in qualche modo le tue parole, atteggiamenti o azioni hanno infastidito qualcuno, è probabile che questa persona ti stia manipolando emotivamente, facendo leva sul tuo senso di colpa.

Se ti chiedi spesso: cosa avrò fatto di sbagliato? In che modo l’avrò offeso? O ti scusi sempre con la stessa persona usando frasi come: “scusa se qualcosa che ho detto o fatto ti ha offeso”, probabilmente sei vittima di manipolazione.

Ed è anche probabile che dietro questa situazione ci sia una persona molto sensibile, che si offende per tutto ma cerca di incolpare gli altri. Questa persona di solito non sa gestire la differenza di opinioni o le critiche costruttive, quindi reagirà mettendosi sulla difensiva e cercando di minare la tua sicurezza.

I sottili segnali della manipolazione emotiva basata sul senso di colpa

– Punti sensibili. Ci sono persone che si arrabbiano ogni volta che tocchiamo determinati argomenti, punti sensibili che, indipendentemente da come li affrontiamo, generano sempre un’intensa risposta emotiva. Naturalmente, ci sono momenti in cui la cosa più saggia da fare è non toccare questi tasti, ma se le conseguenze ci riguardano direttamente, allora non avremo altra scelta che affrontare il problema o correremo il rischio che si trasformi in un “elefante in una stanza” terminando per generare una situazione di tensione che colpisce tutti. In questi casi, dobbiamo essere consapevoli che non siamo stati noi a provocare l’ira, l’altra persona si è arrabbiata perché non è in grado di affrontare determinate situazioni.

– Farti sentire male. Le strategie per farti sentire male possono essere molto diverse. Ci sono quelli che possono smettere di parlarti come punizione, evitando la tua presenza e/o rispondendo con monosillabi. Altri possono attaccarti direttamente, sostenendo che li hai fatti sentire male con le tue parole o azioni. Non c’è dubbio che tutti siano liberi di esprimere le proprie opinioni e sentimenti. In realtà, non c’è niente di sbagliato nel ricevere un feedback, sempre che l’obiettivo non sia quello di manipolarti per farti scusare facendoti sentire una cattiva persona.

– Rifiutarsi di affrontare il problema. Alcune persone, quando si sentono ferite, rifiutano di affrontare il problema. In alcuni casi è conveniente lasciare loro lo spazio di cui hanno bisogno per elaborare l’accaduto, ma altre volte è semplicemente una strategia per farti sentire in colpa. In pratica, rifiutandosi di parlare del problema diventano la tua vittima. Quando chiudono le vie del dialogo e della soluzione si condannano al ruolo di martire, facendoti assumere il ruolo del boia così che ti senti perennemente colpevole. Queste persone pretendono una “resa totale” e alle loro condizioni, non smetteranno finché non ti assumerai tutte le responsabilità per quello che è successo, anche se non ti appartengono.

– Minare la fiducia in te stesso. A volte, quando una persona si sente sopraffatta, reagisce mettendosi sulla difensiva e attaccando. È una reazione normale. Ma se ti trovi spesso in questa situazione e qualcuno ti attacca per farti sentire colpevole o inferiore, nel fondo quella persona sta cercando di manipolarti per ottenere il controllo facendoti sentire male, minando la tua sicurezza e la tua autostima.

Per offendere qualcuno si deve essere in due

Diamo per scontato che quando qualcuno si sente offeso, la colpa è nostra. L’abbiamo offeso con le nostre parole, atteggiamenti e/o comportamenti. In realtà, è vero solo in parte. Ogni offesa implica l’esistenza di “punti sensibili” nell’altro. Pertanto, ciò che può essere un’offesa per alcune persone, per altri non lo è.

Questo non ci scusa. Non dobbiamo diventare dei kamikaze della verità, dicendo la prima cosa che ci viene in mente pensando che l’altro dovrebbe elaborarla nel migliore dei modi. In ogni conflitto ci sono sempre due parti, quindi non è giusto attribuire la responsabilità solo a una di esse per farla sentire colpevole.

Siamo responsabili delle nostre parole, ma non di quello che intendono gli altri. Dobbiamo sforzarci di trasmettere il nostro messaggio nel miglior modo possibile, ma non siamo responsabili dei “punti sensibili” degli altri e, soprattutto, non siamo obbligati a tacere quando qualcosa ci riguarda direttamente solo perché l’altra persona è molto suscettibile. Dopo tutto, chi “troppo ingoia alla fine si strozza”.

Certo, il problema si presenta quando chi cerca di manipolarti è qualcuno che ti sta vicino, qualcuno importante di cui ti fidi. È difficile cadere nella rete della manipolazione di uno sconosciuto, ma quando ci sono di mezzo i sentimenti è più facile cedere. Se vedi che le tue parole possono aver ferito una persona che ami, è probabile che il tuo primo impulso sia quello di scusarti, anche se non sai bene perché.

Tuttavia, in questo modo perdi un’opportunità preziosa perché la vostra relazione cresca e, invece, contribuisci alla manipolazione e ai comportamenti infantili che finiscono per logorare qualsiasi tipo di relazione.

Le scuse devono essere un atto consapevole di assunzione della nostra responsabilità, né più né meno

Ci saranno stati dei momenti in cui sicuramente avremo sbagliato e ferito qualcuno, e abbiamo dovuto scusarci assumendo la nostra parte di responsabilità. Ma ci sono anche delle situazioni in cui non dobbiamo assumerci la responsabilità per la suscettibilità degli altri, se siamo sicuri di essere fedeli alla nostra essenza e di esprimerci nel modo più assertivo possibile.

Khalil Gibran disse: “un uomo deve essere abbastanza grande da ammettere i suoi errori, abbastanza intelligente da approfittarne e abbastanza forte da correggerli”. Questo significa che chiedere scusa deve sempre essere un atto consapevole, l’espressione di un processo riflessivo sull’accaduto, non un atto automatico con il quale dare potere all’altro perché ci manipoli emotivamente.

Infatti, si è visto che le scuse non sono poi così efficaci come pensiamo e spesso non servono a riparare una relazione danneggiata. Gli psicologi della Ohio State University hanno isolato i tre ingredienti essenziali perché le scuse siano efficaci:

1. Riconoscimento della responsabilità. Si tratta di riconoscere che abbiamo commesso un errore, per il quale dobbiamo innanzitutto essere consapevoli di cosa abbiamo fatto di sbagliato, non valgono le scuse generiche.

2. Offrirsi di riparare il danno. Significa riconoscere che siamo disposti a fare qualcosa per correggere il nostro errore. In un certo senso, è una dichiarazione di buona volontà ma, ancora una volta, deve essere basata sulla convinzione che abbiamo commesso un errore.

3. Esprimere pentimento. Si tratta di esprimere un pentimento sincero, che permetta all’altra persona di vedere che siamo profondamente dispiaciuti per l’accaduto.

Come affrontare questi tentativi di manipolazione?

1. Non pensarci troppo. 

Ruminare quello che è successo è una delle cose peggiori che puoi fare. Non solo influenzerà il tuo umore, facendoti sentire più irritabile, frustrato e/o arrabbiato, ma è anche più probabile che termini assumendo una colpa che non ti appartiene o sviluppi un atteggiamento negativo nei confronti dell’altro. Pertanto, evita di pensare eccessivamente all’accaduto.

2. Chiedi chiarimenti. È utile chiedere dei chiarimenti su quello che è successo. Puoi dire all’altra persona: “vedo che sei arrabbiato. Puoi spiegarmi perché ti senti così?” Puoi anche scusarti così:“mi dispiace che le mie parole abbiano provocato questa tua reazione, però mi piacerebbe sapere il motivo.”

3. Difendi il tuo diritto di esprimerti. È conveniente che ti assuma la tua parte di responsabilità. Ad esempio, potrebbe essere che il modo di esprimere quella verità non fosse il più appropriato, o che hai generalizzato troppo esprimendo un’idea. Ma per fermare sul nascere qualsiasi tentativo di manipolazione è importante che all’altra persona sia chiaro che hai il diritto di esprimerti per difendere le tue esigenze e/o punti di vista.

Dal Sito: aprilamente.info 

CI SENTIAMO VUOTI PERCHE’ NON ASCOLTIAMO LA NOSTRA ANIMA

“Ma io la tv non la guardo, la tengo solo accesa perché mi fa compagnia”.

 Pensare.ascoltare.tenere costantemente il cervello impegnato, è diventato il solo modo per evitare di sentire. Chi si butta sul lavoro creandone un motivo di vita. Chi si concentra totalmente sullo studio. Chi si getta sui figli o sugli animali d’affezione. Chi sulla politica, sullo sport, creando reazioni ossessivo-compulsive.

Lo scopo è sempre quello di riempire un vuoto per non ascoltare la nostra anima.

Ascoltare, udire, non significa necessariamente capire, consapevolizzare. Sentire, percepire, è ciò che inconsciamente invece temiamo.

A volte, ascoltare percependo realmente i vari stimoli, interni od esterni, può essere più difficile di quanto si creda. Disabituati fin dall’infanzia, ormai, è una pratica talmente poco diffusa quella del sapersi ascoltare che, chi lo fa e ne trae degli spunti di consapevolezza, viene considerato una persona fuori dalla norma e spesso viene preso ad esempio diventando perfino una guida spirituale per chi sta, in un qualche modo, cercando di intraprendere un percorso di consapevolezza.

Noi nasciamo tutti con un dono,

una scatola vuota.

La scatola delle percezioni.

Questa scatola funziona ad una sola condizione, dev’essere vuota il più possibile. Più noi la riempiamo di convinzioni, dogmi, teorie, obblighi, falsi impegni, divertimenti fittizi, intrattenimenti cerebrali, più questa scatola smette, poco a poco, di esercitare la sua funzione. Il risultato è quello che siamo.

Esseri spesso incapaci di cogliere le sfumature della vita, le espressioni di gioia o di tristezza del nostro animo o delle persone che ci stanno intorno. Occupiamo, affannati, lo spazio a nostra disposizione perchè, quello che sentiremmo lasciando la scatola vuota, sarebbe la vera percezione della realtà. Un eco che ci descrive quello che siamo e quello che abbiamo intorno.

E quando la realtà risulta scomoda da accettare, più facile è dunque sommergerla sotto a decine di rumori ed impegni che non ci fanno ascoltare quella vocina che rimbomba dentro la scatola, raccontandoci quello che siamo e quello che potremmo essere.

Potremmo essere degli essere splendidi, dotati di sensibilità, di gioia e di amore da dispensare. Potremmo essere in grado di curare le nostre malattie, di comprenderne la reale causa e di risolvere i problemi che ci affliggono, siano essi spirituali, mentali o fisici. Potremmo diventare persone nuove, creature che non infliggono sofferenze ad altri esseri viventi.

Potremmo renderci capaci di amore puro, di donare senza pretendere nulla in cambio. Di godere del sole e della pioggia allo stesso modo. Di vivere la spiccata gioia e l’intensa tristezza, dandone il giusto peso e il giusto spazio. Senza lasciare che nessuna di queste due emozioni ci rapisca e ci renda illusoriamente schiavi.Lasciando la scatola vuota, possiamo percepire liberi da condizionamenti.


Cessare l’atteggiamento indotto da decine di fattori esterni ed essere, finalmente, persone vere…

Daniele Reale

Titolo originale dell’articolo  : Potremmo essere pura consapevolezza, ma invece preferiamo essere persone finte 

Fonte : http://ilnuovomondodanielereale.blogspot.it/2017/01/potremmo-essere-pura-consapevolezza-ma.html

Letto su : http://www.fisicaquantistica.it

via Cammina nel Sole

Dal Sito: aprilamente.info 

sabato 13 aprile 2019

Le ferite dell’anima

Nella vita esistono gli imprevisti. Nessuno rimane tutto intero. E quando ci “aggiustiamo” creiamo cicatrici che restano per sempre.
Anche se, le cicatrici sono il segno del cambiamento, solo se impareremo ad amarle, queste ci renderanno persone migliori. Più forti.
Ci renderanno persone nuove.
Gli imprevisti ci fanno ritrovare fermi, immobili. Quasi come impantanati nel dolore. Ci fanno sentire non all’altezza, spaventati. Vulnerabili a tal punto che nel sentire il dolore che ci assale, le cicatrici ricominciano a sanguinare.
Basta un semplice pretesto.
Questo accade perché la situazione che stiamo affrontando ci riporta ad un antico trauma.
Ad una ferita emotiva. Una ferita invisibile che ha bloccato i processi di autoguarigione e di crescita.
Ma che cosa è un trauma? In psicologia per trauma si intende qualsiasi evento che una persona recepisce come stressante.
Eventi dolorosi, traumi relazionali, minacce all’integrità fisica o all’identità psicologica.
Se non superati in modo adeguato, ci accompagnano per il resto della nostra vita.
Le emozioni e le sensazioni corporee si bloccano.
Anche in assenza di condizioni pericolose, può accadere che si vivano le stesse sensazioni o le emozioni sgradevoli provate nel momento del trauma. Per esempio, chi ha avuto un incidente d’auto può continuare a essere a disagio ogni qual volta sale in automobile. O ancora, chi è stato umiliato per uno sbaglio e ha impresso dentro di sé questo evento, avrà paura di essere giudicato. Tutti abbiamo subito traumi.
Essere umiliati, lasciati, bocciati, perdere il lavoro o una persona cara. I traumi psicologici possono riguardare esperienze di trascuratezza o mancanza di rispetto o accudimento. Possono influire sui valori dell’individuo, sulla sua sicurezza, sull’autostima e sul senso di efficacia personale.
Paura intensa, sentimento di impotenza.
Rivivere l’evento con immagini, pensieri o percezioni. Al contrario, evitamento dei pensieri e delle sensazioni, evitamento dei luoghi, di conversazioni o attività che evocano ricordi del trauma.
Riduzione dell’interesse o della partecipazione ad attività significative.
Sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri. Affettività ridotta, riduzione di prospettiva futura. Aumento dell’attivazione nervosa, difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno. Irritabilità o scoppi di collera. Difficoltà a concentrarsi. Ipervigilanza.
Senza rendercene conto, quasi automaticamente per difenderci dal dolore, tentiamo di non voler vedere le nostre ferite. Tentiamo ti non toccarle per paura che riprendano a sanguinare. Tentiamo di non affrontare le situazioni che le ricordano per la paura di soffrire. Ma il trauma rimane lì. Fermo dentro di noi. Può costituire uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo dei disturbi psicologici. Disturbi di ansia e disturbo post traumatico da stress. Può originare relazioni disfunzionali con sé stessi e con gli altri. Il lavoro terapeutico svolto con un esperto offre la possibilità di prendersi cura delle ferite invisibili che filtrano le emozioni e le sensazioni di paura, di ansia, di angoscia, di tristezza, di rabbia e i sensi di colpa.
Le nostre ferite fanno parte di noi, della nostra storia.
Affrontarle senza nasconderle aiuta a compensarle e trasformarle. Aiuta ad integrarle in noi. Aiuta a reinventare un modo personale per farci stare al mondo e magari osservare che da quelle cicatrici possono nascere parti nuove di noi. Possono nascere parti che ci rendono unici e speciali.

Dal Sito: senzalinea.it 

GLI ITALIANI SPENDONO 350 MLN ALL’ANNO IN ANSIOLITICI. MA NESSUNO VA DALLO PSICOLOGO.

Gli italiani hanno più paura della psicoterapia che degli psicofarmaci. In un Paese dove ammettere di essere in terapia da uno psicologo o uno psichiatra è ancora considerato un tabù, gli psicofarmaci sono diventati una scorciatoia per combattere i disturbi mentali. Secondo uno studio condotto dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr, circa sette milioni di italiani tra i 15 e i 74 anni – il 15,1% della popolazione – ne fanno uso almeno una volta nel corso dell’anno. Questa percentuale non tiene conto del consumo di psicofarmaci senza prescrizione, come quelli comprati sul mercato nero, soprattutto dagli adolescenti. Il boom del consumo, legale e illegale, va affrontato senza pregiudizi e disinformazione, considerando che anche tra i politici l’argomento è del tutto ignorato.

Il termine psicofarmaco comprende sottocategorie così distanti tra loro da rendere facili fraintendimenti e confusione. Le principali categorie di psicofarmaci sono cinque: antidepressivi, ansiolitici, antipsicotici, stabilizzanti dell’umore e stimolanti. Secondo l’ultima relazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco del maggio 2018 sono gli antidepressivi gli psicofarmaci più consumati in Italia, con il 6% della popolazione che ne ha fatto uso nel corso del 2017. Gli antidepressivi più comuni sono gli Ssri (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), una classe che comprende alcuni tra i farmaci più venduti al mondo, come fluoxetina (Prozac), paroxetina (Daparox) e sertralina (Zoloft), affiancati di recente dagli antidepressivi di seconda generazione, come gli Snr (Iinibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina) e le Imao (inibitori delle monoamino ossidasi). I dati sull’utilizzo di questa categoria di farmaci sono destinati ad aumentare, considerando che l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha affermato che la depressione nel 2030 sarà la patologia più diffusa nel mondo.

La relazione dell’Aifa ha messo in luce anche un aumento dell’8% nel consumo di ansiolitici, in particolare delle benzodiazepine, che da anni hanno superato i barbiturici nei trattamenti per l’ansia e gli attacchi di panico. I più comuni sono diazepam (Valium), alprazolam (Xanax), lorazepam (Tavor) e bromazepam (Lexotan). Secondo il rapportoOsmed dell’Aifa, gli italiani spendono circa 350 milioni di euro l’anno in ansiolitici, confermando un dato in crescita costante, soprattutto tra gli under 35 sempre più colpiti da ansia e senso di isolamento.

Gli psicofarmaci agiscono sul sintomo, non sulla paura o su altre componenti emotive. Nel caso di un disturbo da attacchi di panico, ad esempio, gli ansiolitici possono tamponare i sintomi della psicopatologia, ma non agiscono alla radice della psiche. Per la psichiatra Liliana Gandolfo gli psicofarmaci vanno sempre integrati con “Una psicoterapia mirata in relazione alla patologia, impostando un piano terapeutico dove è utile anche il confronto tra diversi operatori. Il farmaco può essere una stampella, è utile nel momento critico per non far cadere il soggetto, ma poi è necessario un tipo diverso di lavoro, per muovere gli arti e camminare con le proprie gambe. In tal senso negli ultimi decenni ci sono stati molti cambiamenti: un tempo alcune rigidità della psicanalisi non contemplavano l’assunzione del farmaco durante il trattamento, mentre adesso l’apertura è arrivata anche in quel campo”.

Nonostante gli ottimi risultati nella cura di gran parte delle patologie psichiatriche, per molti gli psicofarmaci restano placebo con l’aggravante degli effetti collaterali. Per smentire queste convinzioni, l’Università di Oxford ha realizzato il più imponente studio su questa tematica, durato sei anni. La ricerca ha coinvolto 116mila persone e alternato antidepressivi e placebo, mostrando come i primi siano molto più efficaci nel contrasto delle patologie depressive. Per i ricercatori, il dibattito sugli psicofarmaci e la loro efficacia è stato condizionato da questioni ideologiche, nutrite da un pregiudizio mai raggiunto da altre tipologie di farmaci. Giorgio Racagni, direttore del Dipartimento di Scienze farmacologiche dell’Università di Milano, ha spiegato che “Per la depressione – progressiva, cronica, ricorrente, con idee di suicidio – gli antidepressivi dimostrano un’efficacia del 70-80%, specie se integrati con la psicoterapia. A parte gli antibiotici, che raggiungono praticamente il 100% quando si assume quello giusto, le altre tipologie di farmaci hanno sempre un 20-30% di malati che non rispondono”.

I preconcetti sugli psicofarmaci si accompagnano a quelli sulla terapia psichiatrica che li utilizza. Lo psichiatra Giuseppe Minutolo spiega che sul disturbo psichiatrico ancora si fa fatica ad accettare determinate situazioni, soprattutto per un retaggio del passato: “Se prima il farmaco aveva un effetto contenitivo, adesso si è entrati in un livello curativo. Soltanto che alcuni trattamenti possono continuare a vita, come mantenimento, con alcune collateralità che preoccupano l’utenza, che all’inizio del trattamento non sa con certezza quando questo finirà. Abbiamo effetti collaterali che esistono, sta all’accortezza del medico che li prescrive bilanciare efficacia e tollerabilità, cercando con l’assunzione del farmaco di garantire equilibrio e una buona qualità della vita”. È fondamentale capire che non è il farmaco a essere prodigioso o dannoso, ma l’uso che se ne fa. Interrompere una terapia può portare ai sintomi dell’astinenza e a pesanti scompensi chimici, per questo è importante seguire un processo graduale sotto la supervisione di uno specialista. Secondo il dottor Minutolo, “Nel caso delle dipendenze esistono protocolli medici, si evitano gli effetti di rimbalzo sostituendo il farmaco con molecole più tollerate e poi scalando gradualmente. Bisogna però partire dall’inizio ad avere coscienza dell’assunzione, anche perché spesso alcuni farmaci sono erroneamente autoprescritti – come le benzodiazepine – e non c’è un percorso seguito dal medico. Questo causa scompensi e problemi equiparabili alle tossicodipendenze. Anche perché la ricerca è in continua evoluzione e tutto è studiato dettagliatamente. Una nuova molecola va analizzata e testata per anni prima di essere immessa sul mercato, ma se il soggetto si affida ad autodiagnosi e autoprescrizioni il rischio di incorrere in collateralità è elevato”.

Polarizzare il dibattito sugli psicofarmaci sminuisce il loro valore scientifico senza tenere in considerazione la loro continua evoluzione, soprattutto se pensiamo che il primo antidepressivo a essere messo in commercio fu l’iproniazide nel 1952. Secondo Paolo Girardi, che insegna psichiatria all’Università Sapienza di Roma, gli psicofarmaci sono sottoposti a stigma, quando si tratta invece di farmaci studiati ancor più a lungo rispetto alle altre medicine, con una sperimentazione media che oscilla tra i 12 e i 14 anni. Per Girardi, nella cura delle malattie della mente non si può rinunciare ai vantaggi derivati dall’azione farmacologica ed è necessario combattere i troppi pregiudizi che ancora li circondano. Pur con i loro pesanti effetti collaterali, gli psicofarmaci sono uno degli strumenti migliori per contrastare le malattie psichiche, destinati ad avere un ruolo preponderante per combatterne diffusione nel futuro prossimo. La priorità è intervenire sulla cultura che accompagna il loro utilizzo, rendendo le persone consapevoli che non si tratta di pillole miracolose, ma di una parte fondamentale di terapie organiche da portare avanti consultando degli specialisti.

Dal Sito: thevision.com 

giovedì 11 aprile 2019

Ansia: come calmarla in 5 mosse

Sono più di 2 milioni e mezzo gli italiani ansiosi. Colpa di un mondo competitivo, sempre connesso, in cui si fa fatica a gestire stimoli e informazioni. Un esperto ci insegna a ritrovare l'equilibrio

Il momento che stiamo vivendo è stato definito la nuova età dell’ansia. Una percezione che sembra trovare conferma anche nei dati statistici: nella sola Italia, 2,5 milioni di persone convivono con questo disturbo (ISTAT 2017) che colpisce in misura maggiore le donne e i giovani sotto i 35 anni. Il resto del mondo non sembra cavarsela molto meglio, almeno a giudicare dalla quantità di riflessioni sull’argomento. Siamo noi ad essere diventati troppo fragili o è il mondo che abitiamo a farci sentire così stressati?

L’aumento dell’ansia potrebbe essere il normale esito di una società basata sulla competizione costante, con una forte pressione individuale sul successo nonostante i limiti posti dalla crisi economica e un sovraccarico di informazioni che non abbiamo ancora imparato a gestire.

Gli effetti collaterali della tecnologia

Il poeta W.H. Auden aveva definito “età dell’ansia” il periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale, descrivendola come un’epoca di vuoto spirituale e terribile solitudine. Se gli americani del dopoguerra soffrivano di un senso di isolamento, il nostro problema è opposto: siamo costantemente interconnessi. La tecnologia si è evoluta molto velocemente, mettendo a dura prova i nostri tempi di reazione. Rischiamo di essere sopraffatti dalla quantità di notizie a nostra disposizione, che ci raccontano non solo tutto quello che succede ma anche quello che potrebbe succedere, non lasciandoci tempo a sufficienza per assimilare un evento o un’informazione.

Una percezione distorta delle distanze

Per di più, abbiamo la sensazione che il mondo si sia ristretto: non solo perché i tempi di viaggio si sono ridotti, ma anche perché la distanza fisica ai tempi di Internet è diventata quasi irrilevante. Le persone lavorano, chiacchierano, litigano e formano reti di sostegno a distanza di migliaia di chilometri.
Un cambiamento che può essere meraviglioso ma anche fare paura, soprattutto quando diventa faticoso distanziarsi emotivamente da tutto quello che succede là fuori.

Come facciamo a rallentare?

In Vita su un pianeta nervoso (Edizioni e/o), lo scrittore inglese Matt Haig racconta il suo percorso per imparare a gestire tutti questi stimoli senza esserne travolto. Le sue “idee semplici per un nuovo inizio” sono davvero alla portata di tutti.

Esercitare la consapevolezza. Diventare consapevoli del tempo che passiamo con in mano lo smartphone, o dell’effetto delle notizie sul nostro umore, è un primo passo per capire quando abbiamo bisogno di prenderci una pausa dal “sistema nervoso mondiale”.

Concentrarsi sulla completezza. Evitare i paragoni continui e smettere di pensare a ciò che ci manca per essere perfetti.

Ricordare che il mondo ha una realtà oggettiva, mentre il nostro mondo è soggettivo.

Tenere a mente che meno è meglio. Semplificarsi la vita eliminando il superfluo ci aiuta a dormire di più e a fare sonni più tranquilli.

Sapere cosa è importante. In realtà, ci spiega Haig, lo sappiamo già: è quello di cui sentiremmo la mancanza se non ci fosse più. “Persone, luoghi, libri, cibi, esperienze, quello che è”. E se per poterne godere dobbiamo liberarci di qualcos’altro, ci farà solo sentire più leggeri.

Dal sito: silhouettedonna.it

Una tecnica utile per affrontare l’ansia dei momenti difficili

Esiste una tecnica efficace che tutti possiamo apprendere e applicare. Si chiama proprio ABC, acronimo dei tre passaggi che la costituiscono e serve per imparare a connettere pensieri ed emozioni. Ecco"la cassetta degli attrezzi" della psicoterapia cognitivo-comportamentale. 

Tra le varie forme di psicoterapia a cui ci si può rivolgere per affrontare i momenti difficili della vita – dove ricevere un aiuto esterno professionale è essenziale per stimolare e potenziare le personali risorse di reazione – vi è l’approccio cognitivo-comportamentale, che si è rivelato particolarmente efficace per la cura del grande gruppo dei disturbi d’ansia. Quest’ultima, così diffusa oggi specialmente nel nostro mondo occidentale, non è di per sé uno stato negativo o addirittura patologico, ma più semplicemente un’attivazione del nostro organismo che si innesca quando una situazione viene soggettivamente percepita,spesso inconsapevolmente, come pericolosa. Pertanto non va considerata un difetto o un disturbo, ma una preziosa risorsa efficace in molti momenti della vita per proteggerci dai rischi, mantenere un ottimale livello di allerta e migliorare le nostre prestazioni. Quando però l’attivazione di questo sistema è ingiustificata o eccessivamente sproporzionata rispetto alla situazione in essere, si viene a manifestare uno dei vari disturbi d’ansia che possono complicare a tal punto la vita di una persona da renderla timorosa ed incapace di affrontare anche le situazioni più comuni, come ad esempio uscire di casa o usare un mezzo di trasporto.

Uno strumento utile

Un interessante articolo pubblicato su BenEssere, la salute con l’anima (Aprile 2019) a cura di Caterina Allegro in collaborazione con la dottoressa Miriam Miraldi, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, Scuola di psicoterapia cognitiva di Roma, ci parla di uno strumento essenziale della psicoterapia cognitivo-comportamentale, la cosiddetta “cassetta degli attrezzi”, che può essere rappresentato e sintetizzato con le prime tre lettere dell’alfabeto: A, B, C.

La psicoterapeuta Miriam Miraldi lo presenta così:

“In poche parole si tratta di uno schema che aiuta a gestire disturbi emotivi e momenti di sofferenza, mettendo in relazione pensieri, emozioni e comportamenti. Un modello teorico e concettuale, ma anche una tecnica e un mezzo pratico d’indagine e monitoraggio al servizio del terapeuta, che tuttavia, una volta appreso, può essere utilizzato anche dal paziente in autonomia”.

Il concetto fondamentale che sottende questo schema è che le reazioni emotive e comportamentali sono l’effetto di distorsioni cognitive (del pensiero): non sono tanto gli eventi in sé a crearci sofferenze ma il modo in cui li “leggiamo”, li interpretiamo, il significato che attribuiamo loro.

“Nella terapia cognitivo-comportamentale – continua la dottoressa Miraldi – l’ABC è spesso proposto dal terapeuta come metodo di analisi orale o scritta, ma anche proposto come all’assistito tra una seduta e l’altra. Inoltre, si rivela una grande risorsa anche dopo la fine del ciclo terapeutico, in cui rimane un valido strumento nelle mani della persona, da usarsi al bisogno”.

Come funziona?

Gli Antecedenti

Come funziona questo schema apparentemente molto semplice? Riempiendo di informazioni il più dettagliate possibile tre colonne verticali, dati di cui dispone solo il paziente più o meno confusamente. A, che sta perAntecedents (gli antecedenti), è la prima colonna che va riempita individuando l’evento o la situazione che ha determinato la reazione emotiva disturbante.Può trattarsi di un fatto concreto recente (sono stato redarguito dal mio capo), o di un evento che si è prodotto nella psiche come l’affioramento di una immagine mentale o un ricordo strutturato (il mio primo giorno di scuola). L’antecedente deve essere indicato in modo molto preciso ripercorrendo “alla moviola” l’evento esterno o interno, fotogramma per fotogramma, per cogliere quello responsabile del nostro malessere.

Le conseguenze

La seconda colonna da affrontare è la C che identifica le Consenquences (le conseguenze): gli stati emotivi (es. rabbia, vergogna, ecc…), le reazioni fisiologiche (es. sangue alla testa, crampi allo stomaco, ecc…) e le risposte comportamentali (es. stringere i pugni, serrare le mascelle, ecc…).

“Compilare con attenzione la colonna C è di grande aiuto – spiega la psicoterapeuta – perché spesso le persone non riescono a distinguere le emozioni nel momento del malessere, invece nominarle e focalizzarle è molto importante. Inoltre l’accento sulle reazioni del corpo permette di non concentrarsi soltanto sulla parte cerebrale, come spesso tendiamo a fare”.

Le convinzioni

La colonna B, che sta per Beliefs(convinzioni), riguarda le nostre valutazioni, i nostri pensieririguardo l’evento o la situazione attenzionati nella colonna A.

“Questa parte è da riempire per ultima, – spiega la dottoressa – perché è la più difficile da inquadrare. Secondo la psicologia cognitivo-comportamentale, infatti, i pensieri sono automatici, immediati e arrivano prima delle emozioni, spesso in forma di sentenze telegrafiche e lapidarie, di verità assolute: (…) Sono frutto di un apprendimento, quindi della storia di vita della persona che li ha imparati prima in famiglia e poi rafforzati facendo esperienza. Oltre ad essere molto rapidi ed involontari, essi hanno una propria logica interna che li rende assolutamente plausibili, e ogni persona ha i propri, che di solito tendono a ripetersi in maniera sempre uguale”.

Pertanto sono loro, questi pensieri, queste credenze, a causare le emozioni ed i comportamenti, non l’evento in sé che è solo un dato di realtà a cui ciascuno di noi conferisce un significato emotivo conformemente alle proprie convinzioni. Ma afferma Miraldi…

“È vero anche poi il contrario, che, in un secondo momento, le emozioni influenzano i pensieri, e questi di nuovo le emozioni in un circolo vizioso deleterio. Imparando a modificare i pensieri, tuttavia, si possono trasformare anche gli stati emotivi di disagio”.

Riuscendo a prendere consapevolezza dei pensieri, si può imparare a modificarli e, una volta cambiati, si trasformano consensualmente emozioni e comportamenti, che divenuti più favorevoli influenzano positivamente i pensieri, innescando così un circolo virtuoso.

Una tecnica utile che tutti possiamo imparare!

Dal sito: aleteia.org

Due segnali dell'arrivo di un attacco di panico

Gli attacchi di panico inaspettati avvengono spontaneamente?

Sembrerebbe di no dai risultati della ricerca condotta dalla dott.ssa Meuret e dal suo team di ricerca.

Quello che gli studiosi hanno scoperto è che un attacco di panico spontaneo, ovvero improvviso, in realtà è annunciato dalla presenza di due sintomi che compaiono anche un'ora prima.

I due segnali che annunciano un futuro attacco di panico sarebbero:  

  • 1) l'aumento della frequenza respiratoria 
  • 2) l'aumento della frequenza cardiaca.

Questi sintomi possono iniziare fino a un'ora prima dell'attacco di panico, anche se le persone di solito non se ne accorgono fino all'ultimo momento.

Diventa quindi fondamentale per prevenire un attacco di panico divenire più consapevoli dei cambiamenti della respirazione e del battito cardiaco e adottare delle tecniche che possano riequilibrare il ritmo respiratorio e rallentare il battito cardiaco.

Le tecniche di rilassamento, la respirazione diaframmatica, il training autogeno, un esercizio di mindfullness, sono solo alcuni dei rimedi che possono evitare l'insorgere di un attacco di panico.

Ad esempio, respirare più lentamente aiuta ad abbassare la frequenza cardiaca e a ridurre la sensazione di perdere il controllo e gli episodi di derealizzazione. 

Molto spesso le persone colpite dagli attacchi di panico riferiscono che sono sopraggiunti a "ciel sereno", all'improvviso, in situazioni di tranquillità. Questo studio, invece, mostra che due paramentri importanti come la respirazione ed il battito cardiaco cominciano a modificarsi a partire da un'ora prima dell'attacco di panico, che quindi non è affatto spontaneo. 

Lo studio ha monitorato 43 persone con disturbo di panico 24 ore su 24. I principali parametri misurati sono stati la frequenza cardiaca, la respirazione e la conduttanza cutanea. La dott.ssa Alicia E. Meuret, che ha guidato lo studio, ha spiegato:

"I risultati sono stati semplicemente sbalorditivi. Abbiamo scoperto che nel'ora precedente agli attacchi di panico c'era molta instabilità fisiologica. Questa instabilità fisiologica non era presente in altri momenti in cui il paziente non stava per avere un attacco di panico ".

Le persone hanno riferito che gli attacchi di panico erano spontanei, ma in realtà c'erano molti segnali premonitori del loro sopraggiungere.

La dott.ssa. Meuret ha continuato:

"I cambiamenti fisiologici non sembrano entrare nella consapevolezza del paziente. Ciò che i pazienti riportano è quello che accade alla fine dei 60 minuti - ovvero che stanno avendo un attacco di panico "a ciel sereno" percependo all'improvviso moltissine e intense nuove sensazioni fisiche. Ci aspettavamo, quindi, che la maggior parte dell'attivazione fisiologica si fosse verificata durante e dopo l'insorgenza dell'attacco di panico. Invece, quello che abbiamo effettivamente rilevato, nel momento dell'attacco, è stato soltanto un piccolo cambiamento fisiologico aggiuntivo".

I classici sintomi psicologici di un attacco di panico sono:

  • sensazione di irrealtà,
  • paura di perdere il controllo,
  • e paura di morire.

I sintomi fisici sono:

  • mancanza di respiro,
  • tachicardia,
  • vertigini,
  • dolore al petto,
  • sudorazione,
  • vampate di calore,
  • tremori,
  • senso di soffocamento,
  • nausea,
  • e intorpidimento

La dott.ssa Meuret ha concluso dicendoo:

"La maggior parte dei pazienti ovviamente sente che c'è qualcosa di fisico che non va e si preoccupa perchè pensa che sta per avere un infarto, sta soffocando o sta per svenire. Ma i nostri dati ndicano che non sta accadendo nulla di veramete perioloso per la loro salute, né quando sono a riposo né durante l'attacco di panico. Le fluttuazioni fisiologiche che abbiamo scoperto non sono estreme ma sono sottili e sembra che si accumulino nel tempo e questo potrebbe portare all'idea che qualcosa di catastrofico stia accadendo. "

I risultati di questo studio invitano a riconsiderare l'attuale distinzione diagnostica tra attacchi di panico spontanei e quelli situazionali e sottolineano l'importanza di far aumentare nel paziente la consapevolezza dei propri cambiamenti fisiologici e di fargli apprendere delle tecniche di rilassamentoper regolarizzare quei parametri fisiologi (come la respirazione) che già un'ora prima dell'attacco cominciano a modificarsi.

Dal sito: medicitalia.it