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sabato 13 aprile 2019

GLI ITALIANI SPENDONO 350 MLN ALL’ANNO IN ANSIOLITICI. MA NESSUNO VA DALLO PSICOLOGO.

Gli italiani hanno più paura della psicoterapia che degli psicofarmaci. In un Paese dove ammettere di essere in terapia da uno psicologo o uno psichiatra è ancora considerato un tabù, gli psicofarmaci sono diventati una scorciatoia per combattere i disturbi mentali. Secondo uno studio condotto dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr, circa sette milioni di italiani tra i 15 e i 74 anni – il 15,1% della popolazione – ne fanno uso almeno una volta nel corso dell’anno. Questa percentuale non tiene conto del consumo di psicofarmaci senza prescrizione, come quelli comprati sul mercato nero, soprattutto dagli adolescenti. Il boom del consumo, legale e illegale, va affrontato senza pregiudizi e disinformazione, considerando che anche tra i politici l’argomento è del tutto ignorato.

Il termine psicofarmaco comprende sottocategorie così distanti tra loro da rendere facili fraintendimenti e confusione. Le principali categorie di psicofarmaci sono cinque: antidepressivi, ansiolitici, antipsicotici, stabilizzanti dell’umore e stimolanti. Secondo l’ultima relazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco del maggio 2018 sono gli antidepressivi gli psicofarmaci più consumati in Italia, con il 6% della popolazione che ne ha fatto uso nel corso del 2017. Gli antidepressivi più comuni sono gli Ssri (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), una classe che comprende alcuni tra i farmaci più venduti al mondo, come fluoxetina (Prozac), paroxetina (Daparox) e sertralina (Zoloft), affiancati di recente dagli antidepressivi di seconda generazione, come gli Snr (Iinibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina) e le Imao (inibitori delle monoamino ossidasi). I dati sull’utilizzo di questa categoria di farmaci sono destinati ad aumentare, considerando che l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha affermato che la depressione nel 2030 sarà la patologia più diffusa nel mondo.

La relazione dell’Aifa ha messo in luce anche un aumento dell’8% nel consumo di ansiolitici, in particolare delle benzodiazepine, che da anni hanno superato i barbiturici nei trattamenti per l’ansia e gli attacchi di panico. I più comuni sono diazepam (Valium), alprazolam (Xanax), lorazepam (Tavor) e bromazepam (Lexotan). Secondo il rapportoOsmed dell’Aifa, gli italiani spendono circa 350 milioni di euro l’anno in ansiolitici, confermando un dato in crescita costante, soprattutto tra gli under 35 sempre più colpiti da ansia e senso di isolamento.

Gli psicofarmaci agiscono sul sintomo, non sulla paura o su altre componenti emotive. Nel caso di un disturbo da attacchi di panico, ad esempio, gli ansiolitici possono tamponare i sintomi della psicopatologia, ma non agiscono alla radice della psiche. Per la psichiatra Liliana Gandolfo gli psicofarmaci vanno sempre integrati con “Una psicoterapia mirata in relazione alla patologia, impostando un piano terapeutico dove è utile anche il confronto tra diversi operatori. Il farmaco può essere una stampella, è utile nel momento critico per non far cadere il soggetto, ma poi è necessario un tipo diverso di lavoro, per muovere gli arti e camminare con le proprie gambe. In tal senso negli ultimi decenni ci sono stati molti cambiamenti: un tempo alcune rigidità della psicanalisi non contemplavano l’assunzione del farmaco durante il trattamento, mentre adesso l’apertura è arrivata anche in quel campo”.

Nonostante gli ottimi risultati nella cura di gran parte delle patologie psichiatriche, per molti gli psicofarmaci restano placebo con l’aggravante degli effetti collaterali. Per smentire queste convinzioni, l’Università di Oxford ha realizzato il più imponente studio su questa tematica, durato sei anni. La ricerca ha coinvolto 116mila persone e alternato antidepressivi e placebo, mostrando come i primi siano molto più efficaci nel contrasto delle patologie depressive. Per i ricercatori, il dibattito sugli psicofarmaci e la loro efficacia è stato condizionato da questioni ideologiche, nutrite da un pregiudizio mai raggiunto da altre tipologie di farmaci. Giorgio Racagni, direttore del Dipartimento di Scienze farmacologiche dell’Università di Milano, ha spiegato che “Per la depressione – progressiva, cronica, ricorrente, con idee di suicidio – gli antidepressivi dimostrano un’efficacia del 70-80%, specie se integrati con la psicoterapia. A parte gli antibiotici, che raggiungono praticamente il 100% quando si assume quello giusto, le altre tipologie di farmaci hanno sempre un 20-30% di malati che non rispondono”.

I preconcetti sugli psicofarmaci si accompagnano a quelli sulla terapia psichiatrica che li utilizza. Lo psichiatra Giuseppe Minutolo spiega che sul disturbo psichiatrico ancora si fa fatica ad accettare determinate situazioni, soprattutto per un retaggio del passato: “Se prima il farmaco aveva un effetto contenitivo, adesso si è entrati in un livello curativo. Soltanto che alcuni trattamenti possono continuare a vita, come mantenimento, con alcune collateralità che preoccupano l’utenza, che all’inizio del trattamento non sa con certezza quando questo finirà. Abbiamo effetti collaterali che esistono, sta all’accortezza del medico che li prescrive bilanciare efficacia e tollerabilità, cercando con l’assunzione del farmaco di garantire equilibrio e una buona qualità della vita”. È fondamentale capire che non è il farmaco a essere prodigioso o dannoso, ma l’uso che se ne fa. Interrompere una terapia può portare ai sintomi dell’astinenza e a pesanti scompensi chimici, per questo è importante seguire un processo graduale sotto la supervisione di uno specialista. Secondo il dottor Minutolo, “Nel caso delle dipendenze esistono protocolli medici, si evitano gli effetti di rimbalzo sostituendo il farmaco con molecole più tollerate e poi scalando gradualmente. Bisogna però partire dall’inizio ad avere coscienza dell’assunzione, anche perché spesso alcuni farmaci sono erroneamente autoprescritti – come le benzodiazepine – e non c’è un percorso seguito dal medico. Questo causa scompensi e problemi equiparabili alle tossicodipendenze. Anche perché la ricerca è in continua evoluzione e tutto è studiato dettagliatamente. Una nuova molecola va analizzata e testata per anni prima di essere immessa sul mercato, ma se il soggetto si affida ad autodiagnosi e autoprescrizioni il rischio di incorrere in collateralità è elevato”.

Polarizzare il dibattito sugli psicofarmaci sminuisce il loro valore scientifico senza tenere in considerazione la loro continua evoluzione, soprattutto se pensiamo che il primo antidepressivo a essere messo in commercio fu l’iproniazide nel 1952. Secondo Paolo Girardi, che insegna psichiatria all’Università Sapienza di Roma, gli psicofarmaci sono sottoposti a stigma, quando si tratta invece di farmaci studiati ancor più a lungo rispetto alle altre medicine, con una sperimentazione media che oscilla tra i 12 e i 14 anni. Per Girardi, nella cura delle malattie della mente non si può rinunciare ai vantaggi derivati dall’azione farmacologica ed è necessario combattere i troppi pregiudizi che ancora li circondano. Pur con i loro pesanti effetti collaterali, gli psicofarmaci sono uno degli strumenti migliori per contrastare le malattie psichiche, destinati ad avere un ruolo preponderante per combatterne diffusione nel futuro prossimo. La priorità è intervenire sulla cultura che accompagna il loro utilizzo, rendendo le persone consapevoli che non si tratta di pillole miracolose, ma di una parte fondamentale di terapie organiche da portare avanti consultando degli specialisti.

Dal Sito: thevision.com 

venerdì 21 luglio 2017

Il rapporto tra psicofarmaci e psicoterapia



Quando è utile un percorso di psicoterapia e quando invece è meglio fare ricorso agli psicofarmaci?

Psicoterapia e cura psicofarmacologica sono approcci che utilizzano metodi d’intervento e teorie di base completamente diversi.

La psicoterapia (la cosiddetta “terapia della parola”) agisce sulle cause emotive e cognitive del disagio psicologico utilizzando il colloquio e il rapporto tra terapeuta e paziente.

La psicofarmacologia interviene sul piano fisiologico e materiale, mediante la somministrazione degli psicofarmaci, ossia dei farmaci che agiscono sul funzionamento del sistema nervoso centrale.

Questi due interventi sono generalmente forniti da due differenti tipi di specialisti della salute mentale: gli psicologi psicoterapeuti da un lato e i medici psichiatri dall’altro.

Gli psicoterapeuti sono in genere degli psicologi (ma vi è anche una minoranza di medici psicoterapeuti) e in quanto psicologi non sono autorizzati (né formati) a somministrare gli psicofarmaci. Il loro intervento riguarda piuttosto gli aspetti comportamentali, mentali, emotivi e di comprensione della persona.

Gli psichiatri sono invece innanzitutto dei medici che hanno ricevuto una formazione che si è focalizzata prevalentemente sugli aspetti fisici dell'essere umano e, di conseguenza, si occupano delle cure psicofarmacologiche (si veda anche il mio articolo sulla differenza tra lo Psicologo e lo Psichiatra).


Psicofarmaci e/o psicoterapia?
Il rapporto tra i due approcci è piuttosto complesso e – ad oggi – alcuni li ritengono metodologie di intervento inconciliabili e in antitesi.

In realtà vi sono numerosi punti di vista diversi, alcuni suffragati da ricerche scientifiche, altri basati sulla esperienza pratica e clinica degli psichiatri e degli psicoterapeuti che lavorano sul campo.

Alcuni specialisti sostengono che i due tipi di cura debbano essere utilizzati in alternativa: la psicoterapia quando il disturbo è leggero o mediamente grave, la psicofarmacologia quando il disturbo è molto grave.

Altri specialisti della salute mentale sostengono invece che la psicofarmacologia debba essere usata come strumento principale e prioritario nel maggior numero dei casi.

Ci sono poi quelli che invece utilizzerebbero sempre e solo la psicoterapia.

Infine vi sono gli specialisti che auspicano una diffusa integrazione delle due metodiche.

Per cercare di gettare luce sul rapporto tra queste due metodologie ho intervistato la Dott.ssa Nicoletta Borioni che, pur essendo un Medico specialista in Psichiatra ha conseguito anche una specializzazione in Psicoterapia e, avendo maturato una esperienza professionale in entrambi i campi, mi è sembrata la persona più adatta per trattare questo tema.


L’intervista alla Dott.ssa Nicoletta Borioni
Vorrei cominciare col chiederle qualcosa di personale: come ha deciso di diventare un Medico Psichiatra?
Sono sempre stata appassionata di medicina e in più ho sempre letto libri in tema di psicologia. Quando mi sono iscritta a medicina mi interessava molto anche l’approccio psicologico al paziente. Dopo la laurea in medicina ho scelto di specializzarmi in psichiatria perché si occupava degli aspetti psichici della cura del paziente e durante il corso di specializzazione in psichiatria ho studiato le malattie mentali e ho verificato anche l’utilità dell’uso degli psicofarmaci, specie nel caso di alcune malattie mentali, come ad esempio le psicosi.

Perché ha deciso di prendere una ulteriore specializzazione in Psicoterapia?
Studiando psichiatria mi sono resa conto che la psichiatria mi forniva le nozioni sulle patologie e sull’uso dei farmaci, però queste nozioni non mi erano sufficienti per gestire il rapporto col paziente e l’investimento emotivo personale con quel paziente. Poi sapevo che mi sarebbe piaciuto fare anche lo psicoterapeuta, che è una professione per cui serve una formazione specialistica.

La cura del rapporto con il paziente è una materia del corso di specializzazione in psichiatria?
Sì, durante la specializzazione in psichiatria vengono insegnate molte cose circa il rapporto col paziente: come accogliere il paziente, come gestire la prima visita ... Durante il mio corso in psichiatria, poi, mi sono stati insegnati anche molti concetti e autori dell’ambito psicologico. Però non mi sono state fornite le nozioni, le tecniche, la supervisione per esercitare la professione di psicoterapeuta. Perciò dopo la specializzazione in psichiatria, ho voluto affrontare un secondo corso di specializzazione in psicoterapia, per divenire capace di fornire anche la “cura della parola”.

Quando è opportuno intervenire sul disagio psicologico esclusivamente mediante l’uso degli psicofarmaci?
Si interviene esclusivamente con gli psicofarmaci quando il paziente non possiede quel livello di lucidità tale per entrare in relazione con un’altra persona. Questo ha luogo, ad esempio, quando il paziente è delirante, oppure ha delle allucinazioni, oppure è mutacico [N.d.r.: incapace di comunicare verbalmente].
Quando però il paziente ha recuperato la capacità di relazionarsi, è sempre bene utilizzare anche la psicoterapia.

E quando è opportuno intervenire esclusivamente mediante l’uso della psicoterapia?
Sono tanti i casi di disagio psichico in cui è opportuna solo la psicoterapia. Quando il disagio è reattivo a degli eventi e non è così grave da sovvertire la stabilità mentale del paziente. Cioè, quando la persona sta reagendo ad un trauma, più o meno lontano nel tempo.
O quando c’è un disagio relazionale, ad esempio quando un paziente ha un problema col proprio coniuge, oppure quando la persona ha bisogno di fare delle scelte, oppure quando sta attraversando dei momenti di vita normali ma difficoltosi, chessò, un lutto, una separazione, un trasloco, uno sfratto, un licenziamento …
O quando la persona ha una crisi esistenziale, ha bisogno di fare il punto sulla sua vita e non presenta sintomi così gravi da sconvolgere il suo equilibrio.
L’uso esclusivo della psicoterapia è auspicabile poi nel caso dei Disturbi di personalità, in cui gli psicofarmaci possono al più ridurre alcuni sintomi ma non sono indispensabili, mentre è essenziale la psicoterapia.

Quando invece è maggiormente auspicabile una integrazione dei due approcci?
Nei casi precedenti, quando il paziente sta reagendo ad un trauma, o ad un evento stressante, o si trova in un momento di crisi e il suo equilibrio è fortemente sconvolto. Quando, cioè, la persona perde la sua capacità di funzionare completamente nella propria vita quotidiana, allora può essere utile integrare la psicoterapia con l’uso degli psicofarmaci.
Ci sono poi dei disturbi per i quali le ricerche hanno mostrato che l’approccio integrato di psicoterapia e psicofarmacologia produce i maggiori effetti di cura.

Interessante. Ad esempio per quali disturbi è stato verificato che l’integrazione delle metodiche è la strategia più utile?
Per esempio, per gli Attacchi di panico, o per il Disturbo bipolare le ricerche hanno mostrato questo. In questi casi gli psicofarmaci contribuiscono ad attenuare i sintomi critici di cui soffre la persona, cosicché poi questa diviene maggiormente capace di entrare in relazione e di lavorare in psicoterapia sugli eventi stimolo che provocano il malessere. Con i pazienti bipolari, la farmacoterapia impedisce le grosse oscillazioni, ma è con la psicoterapia che la persona diviene consapevole di quando “vira” [N.d.r.: la brusca variazione dell'umore del paziente che improvvisamente comincia a mostrare una eccessiva eccitazione fisica, psichica e comportamentale], di perché “vira” e impara a prevenire le ricadute serie.

Quindi talvolta integrare psicofarmaci e psicoterapia può aiutare il paziente a beneficiare maggiormente del percorso di psicoterapia?
Sì, come ho appena detto per gli Attacchi di panico e i disturbi bipolari. Ma anche nel caso dei pazienti psicotici, i quali sono fortemente disequilibrati presentando deliri, allucinazioni e altri comportamenti fortemente disorganizzati. In questi casi se il paziente viene “compensato” [N.d.r.: stabilizzato] con una farmacoterapia, poi è possibile lavorare con la “terapia della parola” sul disagio e aiutare la persona a impegnarsi nel cercare di sviluppare le proprie competenze sociali, chessò, frequentando un centro diurno e lavorando sulle proprie difficoltà di relazione con gli altri.
Talvolta però è il paziente stesso che richiede l’integrazione di psicoterapia e psicofarmaci e questo può essere utile per alleviare i sintomi particolarmente disturbanti, come ad esempio l’insonnia che è fortemente debilitante, specie nel lungo periodo.

In questi casi è meglio che sia lo psichiatra stesso ad assumere anche il ruolo di psicoterapeuta, o è più opportuno che siano due persone differenti?
In generale è meglio che siano due persone diverse, magari che siano in contatto e collaborino tra loro. In questo modo il paziente quando si trova in psicoterapia si può concentrare sui temi psicologici, sulle sue difficoltà emotive e relazionali, invece di sottrarsi a questi temi parlando degli effetti del farmaco: “Questo farmaco mi crea sonnolenza, non dormo, eccetera”. In questo modo se il paziente tenta di “coprire” i temi psicologici con l’attenzione ai farmaci, lo psicoterapeuta può rifocalizzarlo dicendogli: “Bè di queste cose ne può parlare con lo psichiatra”, di fatto scindendo i due campi e facilitando il lavoro in psicoterapia.
In taluni casi però, ad esempio con i pazienti giovani o con i pazienti molto resistenti alla terapia, può essere utile invece che lo psichiatra e lo psicoterapeuta siano la stessa persona, nel senso che nei casi più complessi è più utile essere flessibili: lo stesso professionista può fare da psichiatra e psicoterapeuta e conquistarsi gradualmente la fiducia del paziente e convincerlo piano piano a cominciare una terapia farmacologica e nel frattempo parlarci conducendo il discorso sulle sue difficoltà psicologiche. Con i pazienti più resistenti non è utile essere troppo rigidi e dire “io faccio lo psichiatra e l’altra persona fa lo psicoterapeuta” perché è difficile anche solo che il paziente si fidi di un solo specialista.

E ora, una domanda che riflette alcune paure e luoghi comuni: è possibile che l’uso degli psicofarmaci impedisca o rallenti il percorso di psicoterapia?
Ci sono diverse scuole di pensiero, ma io direi, come si diceva all’inizio, che spesso trattare farmacologicamente i sintomi che impediscono di entrare in relazione, quali i deliri, le allucinazioni, le disorganizzazioni gravi, facilita e permette la psicoterapia.
Ci sono invece alcuni casi non gravi, come ad esempio l’Attacco di panico, laddove, se la persona non soffre più dei sintomi, allora perde la motivazione a fare un lavoro psicoterapeutico. Finché il paziente ha il sintomo, anche solo attenuato, va in psicoterapia e si mette a ragionare: “Cosa era successo il giorno prima dell’attacco di panico? Come stavo?” e fa delle connessioni tra gli eventi, le sue convinzioni, le sue emozioni e le sue sensazioni fisiche.
Ma se il paziente grazie agli psicofarmaci non ha più gli attacchi di panico, si dice: “Sto bene” e non va più a fare il lavoro di psicoterapia. In questo caso il paziente ha risolto la sintomatologia critica, ma non risolve le cause scatenanti e probabilmente non le affronterà mai, fintantoché continuerà ad utilizzare gli psicofarmaci.

La psicoterapia mira ad una conclusione allorché la persona che ha risolto i propri problemi e ha acquisito le risorse necessarie, non ha più bisogno di effettuare un lavoro psicoterapeutico. E’ la stessa cosa per gli psicofarmaci, ossia la somministrazione degli psicofarmaci ha come obiettivo l’interruzione degli stessi?
Dipende. Vi sono alcuni casi, le situazioni gravi, quali le psicosi e i disturbi bipolari, in cui se la persona sta meglio utilizzando degli psicofarmaci deve continuare a prenderli per continuare a stare bene. Magari dopo una prima fase in cui i dosaggi sono più alti, si effettua una riduzione progressiva per arrivare, dopo anni, ad una dose sempre più bassa, una dose minima di mantenimento che la persona deve continuare ad assumere. Comunque sono capitati dei casi in cui delle persone con disturbi importanti, magari un unico episodio, e subito trattato, piano piano sono arrivati a non assumere più nessun farmaco, in genere con l'aiuto di una buona psicoterapia…
La maggioranza degli studi soprattutto sulle psicosi ha mostrato che l'intervento precoce al primo episodio e la continuità di assunzione delle terapie farmacologiche già dal primo anno sono il fattore principale per un ritorno al funzionamento precedente l'episodio critico.
Ci sono invece molti casi in cui ci si pone dall’inizio l’obiettivo di interrompere gli psicofarmaci, ossia i farmaci vengono somministrati con l’idea di agire sui sintomi invalidanti e facilitare una psicoterapia per poi essere tolti.

Come ad esempio?
Bè, ad esempio gli Attacchi di Panico. Se insieme ai farmaci viene effettuato un buon percorso di psicoterapia, probabilmente si riuscirà a togliere gli psicofarmaci.
Stessa cosa vale per alcuni tipi di depressione, o per altri disturbi ansiosi: se l’intervento farmacologico viene abbinato con la psicoterapia vi sono buone possibilità di eliminare poi gli psicofarmaci.

La Dott.ssa Nicoletta Borioni è Medico Chirurgo specialista in Psichiatra, Psicoterapeuta, Dirigente medico in servizio presso il CSM (Centro di Salute Mentale) dell’ASL RM-C. Per ulteriori informazioni è possibile visionare la scheda di presentazione della Dott.ssa Nicoletta Borioni.

Conclusioni
I rapporti tra psicoterapia e psicofarmacologia sembrano essere complessi e influenzati dal tipo di patologia nonché dalle caratteristiche del singolo paziente.
Pur con le dovute eccezioni e differenze tra persona e persona, mi arrischio ad effettuare le seguenti sintesi e generalizzazioni:
Ci sono molti disturbi psicologici che hanno bisogno di essere affrontati unicamente con la psicoterapia. Quando i sintomi non sono molto pesanti, ad esempio quando l’ansia, l’umore depresso, la confusione mentale, gli accessi di rabbia non sono così intensi da impedire che la persona porti avanti la propria vita, è consigliabile intervenire unicamente con la psicoterapia.
Questo è il caso della maggioranza delle persone che generalmente si rivolgono ad uno psicologo.

Ci sono poi alcuni disturbi psicologici la cui cura è invece avvantaggiata dall’integrazione di psicofarmaci e psicoterapia, con l’obiettivo di arrivare a interrompere entrambe le metodiche di intervento. L’intervento farmacologico ha l’obiettivo di portare il livello dei sintomi sotto controllo e di permettere alla persona di trarre il massimo vantaggio da un percorso di psicoterapia. L’idea è comunque quella di lavorare in psicoterapia per giungere a interrompere l’intervento farmacologico. Rientrano in questa categoria disturbi con sintomi quali: gli attacchi di panico, le ossessioni e le compulsioni, l’umore depresso “grave”.

Infine, vi sono alcuni disturbi psicologici gravi, come le psicosi e i disturbi dell'umore unipolari o bipolari, laddove l’intervento farmacologico è indispensabile e ci si aspetta che continuerà per un lungo periodo, se non per tutta la vita del paziente. Anche in questi casi, la persona trae benefici da un percorso psicoterapeutico in integrazione con la terapia farmacologica.

Vale la pena di ricordare che è assolutamente sconsigliato effettuare da sé una diagnosi psichiatrica o determinare da sé il piano di intervento psicoterapeutico e psicofarmacologico. Particolarmente pericolosi sono gli interventi psicofarmacologici fai da te, come ad esempio quando la persona decide da sola di aumentare le dosi o di sospendere le assunzioni di uno psicofarmaco dopo un lungo periodo di assunzione.

Rispetto ai disturbi psicologici la miglior cosa è stabilire il piano di intervento insieme allo specialista di fiducia o, nei casi più complessi, con l’aiuto di una equipe di specialisti – composta da psichiatri e psicoterapeuti, ma anche da neurologi, fisioterapisti, dietologi, etc. – per individuare il miglior intervento integrato.


Adriano Stefani Psicologo


giovedì 22 giugno 2017

Paura degli psicofarmaci? Un tema controverso


La parola psicofarmaci genera di solito diffidenza e timore. In molti quando la si pronuncia storcono il naso e si spaventano rifiutando con forza.

L’immaginario che ruota attorno al mondo degli psicofarmaci è spesso costellato da false credenze, ma certamente anche verità indiscutibili. È necessario fare chiarezza tra queste verità e menzogne per non perdere di vista l’obiettivo finale, che in questo caso è e riguarda sempre ed esclusivamente il benessere della persona e il miglioramento della qualità della vita.

Nell’ambito della cura della mente ci sono diverse aree che solitamente entrano in gioco a seconda della gravità della situazione, della diagnosi, della storia della persona e della sua resilienza (capacità individuale della mente di reagire a situazioni complesse e critiche). Ci sono progetti di intervento che possono essere gestiti e risolti con un percorso di psicoterapia o una consulenza psicologica; altri quadri patologici invece non possono non includere cure psichiatriche ad hoc per tempi anche molto lunghi.

Nei casi più complessi (ma anche in situazioni meno gravi che si prestano), il più delle volte si ritiene necessario combinare cure psichiatriche, che sono farmacologiche, al sostegno psicoterapeutico. Non è inusuale quindi che psichiatra e psicoterapeuta collaborino assieme per consentire alla persona di giovare di un progetto completo che possa risolvere al meglio la sua situazione.

Gli psicofarmaci sono spesso accostati all’idea di pazzia e in genere per questo si rifiuta la loro assunzione. Si temono inoltre gli effetti collaterali (soprattutto la dipendenza da essi) che però il più delle volte sono amplificati da giudizi frettolosi, questioni politiche e culture avverse.

Come in tutte le cose, è necessario prima contestualizzare il problema.

A cosa serve lo psicofarmaco?

Lo psicofarmaco è uno strumento a disposizione del medico e del terapeuta che agisce per tamponare o arginare dei sintomi. Questo significa che agisce su quegli aspetti della malattia mentale o del semplice disagio mentale che sono manifesti e spesso invalidanti per la vita della persona.

Andiamo da situazioni gravi che rendono impossibile la non assunzione del farmaco: stati depressivi invalidanti per i quali prima è necessario correggere gli effetti originati dalla condizione depressiva e poi sarà possibile agire su un intervento dialogico, che rafforzerà le strutture interiori per uscire dal problema.

Così come situazioni assolutamente lievi: ad esempio dei semplici stati di ansia che impediscono il sonno, dove si può prevedere un aiuto che ristabilisca il risposo, fondamentale per il corretto funzionamento della mente.

Quando si supera il limite della sua utilità?

Un farmaco non è una panacea dei mali, tanto meno di quelli che affliggono la mente.

Se allo psicofarmaco viene data una centralità e importanza nell’intervento maggiore delle sue reali funzioni, il rischio che subentrino dei problemi nell’uso e quindi nell’abuso, diventa molto alto.

Tralasciando i casi di malattia mentale grave, quale la schizofrenia o la depressione bipolare per i quali vi è un discorso a parte, se al farmaco viene data la responsabilità della risoluzione del disagio che sta alle origini del malfunzionamento mentale, o problematica anche lieve che sia, allora si rischia non solo di non risolvere il problema, ma di sostituirne spesso uno con un altro.

Dunque alla base dell’uso improprio dello psicofarmaco di solito c’è un suo porlo come unica cura o perno centrale del problema presentato.

In questi casi (ad esempio dei quadri di ansia o depressione lieve) la prescrizione dovrebbe essere fatta per dare sollievo dai sintomi presentati, ma da sola non può certamente essere utile a risolvere il problema, che solitamente sta a monte e su cui è necessario lavorare.

Quando il farmaco diventa il solo mezzo utilizzato per tenersi in equilibrio, come si diceva, spesso si sostituisce un problema con un altro. Si allevia il sintomo, non si risolve il disagio sottostante e spesso si crea una dipendenza, poiché eliminando la “stampella” fornita dal farmaco, non si è più in grado di camminare.

Ad aggravare la situazione vi è poi la facilità con la quale spesso si prescrivono questi farmaci in alcuni contesti e l’autoprescrizione, ovvero la somministrazione auto indotta da parte della persona, senza il necessario controllo del medico psichiatra.

Gli psicofarmaci sono certamente dei farmaci complessi, dagli effetti collaterali spesso fastidiosi, ma tali effetti aumentano proprio quando vi è un atteggiamento di superficialità nella loro assunzione, quale appunto una somministrazione fai da te o un uso prolungato senza che di fatto si agisca realmente sulla fonte del disagio, ma solo sulla sua superficie.

Quindi come sempre, se si usa responsabilmente il farmaco, si somministra con un progetto che è volto a dare sostegno a breve durata e non a tempo indeterminato – con un progetto specifico e, nei casi che maggiormente si prestano, coadiuvato da un percorso psicoterapeutico parallelo utile a risolvere la fonte del problema – questo potrà rivelarsi un alleato valido in molte situazioni di disagio e non una indelebile etichetta di follia sull’individuo che ne fa uso.


Dott.ssa Sara Bakacs

Dal Sito: psicologo-romaeur.it

mercoledì 11 febbraio 2015

Giovanni ha sconfitto il male “invisibile”

“La gente non capisce, un po’ come se quello che succede nell'anima fosse sempre meno importante di ciò che accade nel corpo”. Il problema è che il corpo non è fatto a compartimenti stagni. Giovanni ne è la prova. E' stato in balìa delle somatizzazioni per tanti anni della sua vita. “Quando racconto questa storia tutti si aspettano che abbia avuto chissà quale passato per arrivare a soffrire tanto, ma non è così”. Giovanni non ha una backstory di chissà quali episodi, si definisce il risultato particolare di una famiglia normale, di relazioni sociali normali, di un passato normale. E’ un giorno come un altro quando mentre cammina per andare all’Università, si blocca improvvisamente: “Non riuscivo più a proseguire. Ho guardato indietro, non riuscivo neanche più a tornare indietro”. Descrive una serie di percezioni ovattate, le voci delle persone, che gli chiedevano come stesse, lontane, volti sfumati.
Il cuore che batte forte, la sensazione dello svenimento. Questi episodi hanno accompagnato la vita di Giovanni per anni. “Quando non svenivo, vomitavo, avevo nausea. Stavo proprio male fisicamente. Non so neanche io quanti esami mi sono stati fatti, ho una cartella clinica da far invidia a mio nonno”. Un paio di anni di analisi, ricoveri, visite e il pensiero costante di avere qualcosa di gravissimo che non veniva capito, la rabbia verso i medici che non sapevano dirgli cosa avesse perché la frase dopo ogni esame era sempre la stessa “non c'è nulla”. “Poi un giorno, un medico una diagnosi me l’ha fatta, attacchi di panico’. Mi ci sono voluti altri due anni per convincermi che aveva ragione. Avevo sintomi fisici”. E poi c’è un'altra ragione: “Sembra assurdo, ma le persone certe malattie le capiscono meglio”. Perché nel sentire comune c’è l’idea che alcune malattie psicologiche, e psicosomatiche dipendano sempre da una volontà personale.Non è così. “Non voglio dare agli attacchi di panico tanto potere da dire che hanno rovinato la mia vita, certo però che ne hanno condizionato buona parte. Le mie relazioni sociali, l’Università , lo sport. Alla fine quando ho fatto pace con l’idea che non avevo nulla di fisico, mi sono messo a sedere davanti ad uno psicologo e ho poco a poco ripreso una vita normale. Vorrei dire che è stato facile, vorrei raccontare che da un giorno all’altro si è tutto risolto, ma non è stato così”. La paura di sentirsi male per Giovanni è stata spesso peggio del sentirsi male stesso. Oggi può dire che ce l'ha fatta: “La psicoterapia mi ha aiutato non solo a uscire dagli attacchi di panico, ma a capire perché capitavano e a rivedere le relazioni che avevo col mondo, quali errori commettevo”. Giovanni oggi ha una compagna, è riuscito a laurearsi con un po’ di ritardo e ha tanti progetti. Un po’ come una vita che è ricominciata, come se quella sensazione di intorpidimento della paura lo avesse fatto vivere per anni in un mondo ovattato, dove tutto era lontano e sfumato:suoni, voci, colori, come se la vita stesse scorrendo mentre lui restava immobile. “Oggi la vita scorre anche per me. Come se dopo essere stato tanti anni in stand by, adesso qualcuno avesse premuto il tasto pla”." E quel qualcuno è stato proprio lui.

Corriere di Arezzo 

venerdì 6 febbraio 2015

Agorafobia: come liberarsene

Il solo pensiero di ritrovarvi bloccati in ascensore o in una fila d’attesa vi angoscia? Che sia accompagnata o meno da attacchi di panico, l’agorafobia si può curare grazie alla psicoterapia.


Spesso l’agorafobia è considerata come una forte paura della folla e degli spazi aperti. In realtà, si tratta di un disturbo ansioso caratterizzato dal fatto di evitare luoghi o situazioni da cui potrebbe essere difficile (o imbarazzante) scappare e/o in cui non sarebbe possibile essere soccorsi in caso di attacco di panico. Le paure agorafobiche comprendono un insieme di situazioni che includono il fatto di ritrovarsi soli fuori casa, l’essere “chiusi” in una folla compatta o in una fila d’attesa, che sia a piedi, in macchina o in treno.

Agorafobia e attacchi di panico

Gli agorafobici evitano tutte le situazioni che considerano a rischio oppure le subiscono volente o nolente, con enorme sofferenza. Alcuni ad esempio non possono entrare nei luoghi muniti di porte automatiche, nei luoghi sotterranei oppure negli spazi deserti.
A seconda dei casi, l’agorafobia può essere accompagnata da attacchi di panico. L’una e gli altri possono esistere indipendentemente ma spesso sono legati.
Gli attacchi di panico sono imprevedibili e, nel caso dell’agorafobia, possono prodursi in previsione di una situazione a rischio oppure durante la situazione stessa. Sono momenti di intenso terrore durante i quali la persona perde il controllo di sé. La crisi può durare dai 10 ai 20 minuti, che sembrano un’eternità, e raggiunge il suo apice in pochi minuti.

Accettare l’ansia

Che si tratti di un’agorafobia isolata oppure associata ad attacchi di panico, le strategie per riprendere il controllo di sé sono le stesse.  In un primo momento è necessario discuterne con il proprio medico curante per porre le basi della diagnosi. Il medico potrà indirizzarvi verso uno psicologo per affinare la diagnosi da un lato e per proporre soluzioni adeguate dall’altro.

Prima di tutto, occorre poter prendere coscienza dei vostri sintomi e distinguerli in modo preciso. Imparate a riconoscerli quando arrivano. Al contrario, è inutile obbligarsi ad affrontare le situazioni che creano angoscia fin da subito. Controllare le  proprie emozioni non è una cosa facile. Ma almeno riuscirete a superare l’ansia, senza tuttavia farla scomparire. Ad esempio, accetterete più serenamente le sensazioni fisiche e le situazioni angoscianti se imparerete a controllare le vostre angosce. A tale scopo gli esercizi di respirazione e di rilassamento possono risultare utili. Per le persone soggette ad attacchi di panico è necessario mettere in atto una vera e propria terapia per evitare che il problema si cronicizzi.

La psicoterapia

Per le forme meno gravi di agorafobia, il trattamento comprende di solito un percorso di psicoterapia, talvolta associata a medicinali. Il terapeuta aiuta il paziente a riconoscere le modalità di pensiero che lo inducono a interpretare in modo sbagliato le reazioni del proprio corpo, a diventare meno sensibile alle manifestazioni fisiche del terrore e ad affrontare le situazioni a rischio. 

Per le forme più gravi, la psicoterapia può essere accompagnata dalla somministrazione di antidepressivi allo scopo di prevenire attacchi di panico. A chi soffre di questo disturbo possono essere prescritti anche degli ansiolitici. Non esistono regole fisse: ecco perché è fondamentale rivolgersi a un medico per risolvere il problema.

Elena Bianchi
27/01/2015
Magazine Delle Donne 

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