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sabato 8 agosto 2020

La psicoterapia spiegata nel modo più semplice possibile


Premesse teoriche

Il modello psicoterapeutico adottato per organizzare le prassi d’intervento clinico per le varie problematiche umane di cui la psicoterapia si occupa ha un indirizzo teorico costruttivista ed interazionista che potremmo riassumere in tre punti fondamentali:

gli esseri umani agiscono nei confronti delle “cose” (oggetti fisici, esseri umani, istituzioni, idee…) in base al significato che attribuiscono ad esse;
il significato attribuito a tali oggetti nasce dall’interazione tra gli individui ed è quindi condiviso da questi (il significato è un prodotto sociale);
tali significati sono costruiti e ricostruiti attraverso un “processo interpretativo messo in atto da una persona nell’affrontare le cose in cui si imbatte.

Questo processo interpretativo è costruito da processi psicologici e “I processi psicologici sono canalizzati dall’anticipazione degli eventi”. L’attenzione è qui focalizzata sulla persona, intesa nel suo insieme come sistema complesso, nonché sulla natura processuale della sua vita psicologica. Ogni atto “interpretativo” avviene attraverso un sistema di costrutti personali. “Un costrutto, come la stessa radice semantica lascia intuire, è l’unità elementare di discriminazione attraverso la quale si attua il processo di costruzione. È una dimensione di senso, “un asse di riferimento, un criterio fondamentale di valutazione” che può essere “esplicitamente formulato o implicitamente agito, verbalmente espresso o totalmente inarticolato, intellettivamente ragionato o vegetativamente sentito ma che, in ogni caso, permette di riconoscere due cose come simili e, allo stesso tempo, differenti da una terza. I costrutti sono le chiavi di lettura che rendono il mondo intelligibile: se non disponessimo di tali criteri di discriminazione, il fluire degli eventi ci apparirebbe indifferenziato e di conseguenza privo di significato.
Per formare un costrutto sono necessari almeno tre elementi: due elementi devono essere percepiti come simili l’uno all’altro, il terzo come differente dagli altri due. I primi due formano quello che è inteso come polo di somiglianza del costrutto. Il terzo rappresenta il polo di contrasto del costrutto ed è dato dalla differenza nel confronto con agli altri due elementi.
L’uomo osserva il mondo attraverso lenti o schemi che egli stesso crea e che cerca di adattare alle diverse realtà. I costrutti sono dimensioni di significato, modalità per costruire la realtà, strade sulle quali percorriamo la nostra vita o i canali lungo i quali scegliamo di orientare la nostra esistenza.

Psicologia delle differenze

Le persone differiscono fra loro nel modo in cui costruiscono la realtà dei loro eventi. Le differenze tra le persone non dipendono (sol)tanto dall’avere esperito eventi diversi, ma dal modo con cui hanno costruito tali eventi. Il riferimento alla dimensione “interna” di interpretazione spiega come mai due persone sottoposte ai medesimi stimoli ambientali, (re)agiscano in modi del tutto differenti. Il sistema costruttivo di una persona varia a seconda di come, di volta in volta, essa costruisce la replica degli eventi medesimi, mentre i processi psicologici di una persona sono simili a quelli di un’altra persona, nella misura in cui la prima costruisce l’esperienza in modo simile alla seconda. In tal senso è possibile poter parlare di corrispondenze, ma mai di correlazione causa-effetto. Per la psicologia costruttivo-interazionista i medesimi contenuti (sintomi) possono avere processi di costruzione differente. Al contrario, processi dissimili (eziologia) possono avere contenuti (sintomi) abbastanza uguali.

Il problema è sempre la migliore soluzione

L’aspetto che più dovrebbe interessare l’occhio del clinico non è tanto l’inquadramento diagnostico del disagio riportato, quanto il saper cogliere le implicazioni collegate alla vita di quelle specifiche persone sia rispetto ai modi con cui tale disagio si esprime, sia rispetto alla remissione di quel “sintomo” manifestato. Per la psicologia interattivo-costuttivista il disturbo della persona non può essere separato dalla sua identità. Il modo in cui una persona si deprime, manifesta una disfunzione erettile o un vaginismo, accuserà uno stato d’ansia o un disturbo psicosomatico, sarà diverso da quello di un’altra: possono esserci degli aspetti in comune, come ad esempio i pensieri negativi, le preoccupazioni, ecc.., ma il contenuto dei pensieri sarà sempre particolare. La teoria costruttivo-interazionista definisce un disturbo psicologico come qualsiasi costruzione personale che venga usata ripetutamente nonostante una continua invalidazione. Una persona è in difficoltà quando il sistema di costrutti che usa la tradisce, quando non può dare un senso a ciò che le accade. E’ allora che può sviluppare quelli che sono noti come ‘sintomi’.
La psicoterapia dovrebbe far sentire alla persona che sta tornando a vivere”
“Scopo della psicoterapia costruttivista è quello di aiutare una persona a ri-costruire la propria vita senza che essa rimanga vittima del proprio passato” (George  Kelly)
“Proprio come lo studente ricercatore che non sa organizzare un progetto di ricerca in una domanda adeguata, il paziente spesso è così vicino al problema da non saper distinguere la foresta dagli alberi. La psicoterapia deve cominciare non fornendo risposte, ma generando domande migliori a mano a mano che vengono prese in considerazione costruzioni alternative. Il modo in cui il problema è formulato è di solito parte del problema stesso” (Trevor Butt)

Quale Diagnosi?

Il primo scopo di una misura psicologica, in situazione clinica, è cercare di vedere i sentieri lungo i quali la persona è libera di muoversi e il primo scopo di una diagnosi clinica è fare una mappa della direzione di movimento che è attualmente disponibile. (G.Kelly)
L’approccio costruttivista considera la persona come un sistema di conoscenze impegnato in una continua attività costruttiva della propria realtà. Nel suo continuo divenire, il sistema tende verso livelli di maggiore complessità e di ordine interno, cercando di mantenere un adattamento dinamico con l’ambiente (e con l’ambiente sociale in particolare) e di conservare il proprio senso di identità personale.
Partendo da tali presupposti, la cosiddetta “malattia” viene concettualizzata come un disturbo nel processo di elaborazione del sistema stesso e non come un’entità indipendente dal paziente, definibile secondo criteri esterni al sistema personale del soggetto. Si tratta, quindi, della scelta da parte del sistema di costrutti personali di non modificarsi in relazione alle modificazioni che percepisce nell’ambiente da esso definito al fine di mantenere un adattamento.
La cosiddetta “guarigione” è, invece, rappresentata dalla acquisita possibilità da parte del sistema di operare nuove elaborazioni. In sede di terapia è possibile individuare le caratteristiche strutturali del sistema responsabili dell’arresto del suo sviluppo e, attraverso opportune tecniche – scelte in base delle dimensioni diagnostiche ritenute implicate nel disturbo – favorire la modificazione di tali caratteristiche al fine di permettere al paziente la ripresa del movimento elaborativo.
“Nessuno abbandona alla leggera il suo attuale contatto con la realtà: è una scelta costellata di minacce e difficoltà. L’incoraggiamento di nuove costruzioni è un esercizio creativo che rappresenta chiaramente la forma più radicale che la psicoterapia può prendere” (Trevor Butt)
Le persone richiedono un aiuto terapeutico quando sentono di non poter affrontare la vita o uno specifico evento della loro vita.
Pertanto, nella relazione di consulenza clinica così intesa, la persona è l’esperta di se stessa, della sua storia; ha un’intima e profonda conoscenza del contenuto del problema. Il terapeuta, invece, è un esperto delle tecniche conversazionali utili a indagare e elaborare il materiale della persona, metterla in reazione con ciò che, fondamentalmente, è impegnata a fare: organizzare l’esperienza in un modo che le permetta di poter mantenere e giocare un ruolo nella relazione con il mondo”.

Cambiamento

La teoria dei costrutti personali guarda al cambiamento come al modo di interpretare le cose, non come al comportamento: “l’attenzione è sulla filosofia generale della persona piuttosto che sul condizionamento di specifici comportamenti” . Il cambiamento è possibile solo nella misura in cui la persona percepisce come significativo il movimento che sta realizzando nella sua vita.
Nella sua esposizione dei progetti psicoterapeutici, Kelly descrive otto livelli di cambiamento, distinguendoli l’uno dall’altro sulla base del diverso e sempre maggiore grado di creatività ed elaborazione del sistema.
1. Il primo livello di cambiamento è quello per contrasto. Tale cambiamento è piuttosto superficiale, poiché la dimensione di significato rimane la medesima, semplicemente il sé si sposta da un polo all’altro di uno stesso costrutto. Esso è spesso improvviso, ma poco duraturo, poiché la persona può andare incontro ad invalidazioni non anticipate. Il cambiamento per contrasto è abbastanza semplice da realizzare, tuttavia è importante prestare attenzione alle implicazioni, spesso complesse, che esso può avere per altri aspetti della visione del mondo generale della persona.
2. Il secondo livello di cambiamento consiste nella scelta di un altro costrutto, già presente all’interno del repertorio di costruzioni a disposizione della persona. Anche se lo spostamento può apparire superficiale e leggero, tuttavia esso può implicare un cambiamento più vasto all’interno del sistema di costrutti: la persona, per esempio, può raggiungere una miglior capacità di discriminazione ed un maggior potere predittivo.
3. Il terzo livello di cambiamento ha a che vedere con l’aumento del livello di consapevolezza cognitiva: alcuni costrutti non verbali, pre-verbali o verbali poco definiti diventano via via più espliciti e la persona comprende maggiormente il perché di alcuni suoi comportamenti ed è in grado di spiegarli anche attraverso le parole
4. Il quarto livello di cambiamento concerne la verifica della coerenza interna del sistema di costrutti personali: gli apparenti contrasti vengono risolti, i dilemmi vengono superordinati, le incoerenze vengono riconosciute e ad esse viene attribuito un significato. Ciò che accade è che l’organizzazione gerarchica del sistema viene ristrutturata, riuscendo ad individuare un costrutto superordinato che possa risultare comprensivo rispetto alla contraddizione prima esistente.
5. Il quinto livello di cambiamento riguarda la verifica della validità predittiva dei costrutti, il che per la persona implica divenire un buon osservatore e raccogliere prove per validare o invalidare le proprie convinzioni. Tale atteggiamento di apertura nei confronti della rielaborazione ha a che fare con la proposizionalità della persona stessa e ne migliora la capacità di anticipazione, riducendo inoltre la sua ansia.
6. Il sesto livello di cambiamento consiste nell’aumento o nella riduzione del campo di pertinenza di un costrutto, il quale viene applicato in modo più esteso per comprendere un maggior numero di eventi o, viceversa, viene reso obsoleto attraverso una costrizione a pochi eventi. Tale cambiamento ha spesso a che fare con i ruoli che le persone rivestono nella loro vita (es. figlio, padre).
7. Il settimo livello di cambiamento riguarda la rotazione degli assi di riferimento di un costrutto. Questo implica che il significato del costrutto in oggetto viene modificato, come anche le sue relazioni con il resto del sistema. Ciò comporta un cambiamento piuttosto profondo all’interno del sistema di costrutti della persona ed un grande atteggiamento creativo: gli elementi appartenenti al campo di pertinenza di un certo costrutto possono passare da un suo polo al polo opposto.
8. L’ottavo e ultimo livello di cambiamento descritto da Kelly concerne la creazione di nuovi costrutti. Questa è la massima espressione di creatività: attraverso tale processo la persona acquisisce nuovi significati. Le vecchie dimensioni non vengono solo sostituite da nuove costruzioni, ma vengono anche abbandonate, sospese. Grazie a questo tipo di cambiamento, la persona vede il mondo da una prospettiva completamente nuova e ciò le fornisce dei vantaggi prima inesistenti.


Dal Sito:interattivamente.org

mercoledì 30 ottobre 2019

Perché è importante andare da uno psicologo: eliminiamo gli stereotipi


Siamo tutti consapevoli di quanto sia importante mantenere una buona salute fisica. Eppure, spesso dimentichiamo una parte di noi altrettanto importante: la mente. Come saprete bene, anche la salute mentale influisce sul benessere fisico generale. Avrete sentito dire spesso che lo stato di ansia o le preoccupazioni, per esempio, possono essere somatizzate nel corpo. Non vi sembra, dunque, necessario prestare la dovuta attenzione anche alla nostra igiene mentale?

Per godere di un cervello in salute, prima di tutto è importante fare attenzione ad alcuni fattori che, spesso, passano inosservati. In realtà, identificarli è molto facile, ma per qualche motivo continuiamo comunque a non tenerli in considerazione. Prima o poi, però, questa specie di complice noncuranza ci costerà molto cara. Per questo motivo bisogna iniziare a prendersi cura della propria igiene mentale, mettendo in pratica i consigli che vi illustreremo a seguire.

Una buona igiene mentale si traduce in un maggior benessere

Quanto tempo occupano nella vostra mente le preoccupazioni legate al passato e al futuro? E così, spesso nella nostra testa non rimane quasi posto per il presente. All’improvviso ci accorgiamo di aver inserito il pilota automatico. Giornate senza senso si susseguono una dietro l’altra allo stesso modo, e smettiamo persino di goderci i piccoli piaceri della vita.

È importante imparare a mettere in pratica un’attenzione totalizzante, a concentrarci sul qui e adesso per fuggire da tutti quei pensieri che possono trasformarsi in ossessioni. Se vi è capitato di provare stress per un motivo simile, saprete bene di cosa stiamo parlando. Ma lo ieri non importa, e non importa nemmeno il domani. Spalancate gli occhi sull’oggi e godetevelo.

Oltre a questo primo aspetto, ce n’è un altro importante nelle nostre vite a cui forse non avrete ancora prestato la dovuta attenzione. I rapporti che avete con gli altri vi danno qualcosa o vi privano di qualcosa? Perché date così tanta importanza a qualcuno che non vi corrisponde? Cercate di essere brave persone e di fare contenti tutti, per poi venire ricompensati a suon di manipolazione e sofferenza.

Vi proponiamo questa riflessione: se date tutto per persone che non vi danno niente, forse non vi rimarrà più tempo da dedicare alle persone che, invece, meriterebbero di più. Riflettete sulle relazioni che intrattenete. A volte abbiamo paura di prendere una decisione, di dire “la nostra amicizia/relazione finisce qui”, perché abbiamo paura di perdere tutto quello su cui abbiamo investito tanto. Ma la verità è che non ne è valsa la pena. Se riuscissimo a chiudere quelle relazioni, la nostra igiene mentale ne uscirebbe sollevata e favorita.

Allontanatevi dalla visione pessimista della realtà

È facile optare per una visione pessimista della realtà quando tutto va male. Ma questo è sintomo di una bassa resilienza e comporta grossi rischi: la vostra felicità e la vostra igiene mentale potrebbero essere in pericolo. Dovete rendervi conto che non tutto può essere letto soltanto in un modo. Un licenziamento o la rottura di una relazione possono essere considerate delle disgrazie oppure delle opportunità di crescita. Siete voi a scegliere a quale strada volete ricondurre quel fatto.

Inoltre, vi date ciò di cui avete bisogno? Prendervi cura di voi stessi, coccolarvi, alimentarvi in modo sano, fare attenzione a come state… sono di certo azioni che qualche volta (o molte volte) avrete sottovalutato. Forse perché siete così concentrati sugli altri da dimenticarvi di pensare a voi stessi o forse perché a volte lasciate che la vostra felicità dipenda dagli altri. Si tratta di un terribile errore, che può portarvi a vedere la vita in modo molto negativo. Voi venite prima degli altri, e non si tratta di egoismo. Si tratta di amarvi e di valorizzarvi, senza aspettare che gli altri lo facciano per voi.

Di sicuro in qualche momento della vostra vita vi sarà capitato anche di sentirvi bloccati, perché non riuscivate a raggiungere un obiettivo. Tuttavia, avete controllato che fosse davvero raggiungibile? Spesso ci riproponiamo di raggiungere delle mete che, per quanto lo desideriamo, non sono realizzabili. Ogni obiettivo che ci poniamo dev’essere realistico. Liberatevi dai sogni impossibili che generano solo frustrazione, ansia e una sensazione di inutilità. Sarà una decisione molto positiva per la vostra igiene mentale.

Vi siete resi conto di quanto può essere importante una buona igiene mentale? E ci sono molti altri comportamenti che possono farvi bene, come eliminare le aspettative, smetterla di lambiccarvi il cervello su questioni che non portano da nessuna parte, evitare di voler cambiare le persone a tutti i costi e imparare a gestire le vostre emozioni.

Tendiamo a complicarci la vita o a dare essa la colpa di tutto ciò che ci succede quando, in realtà, renderla molto più semplice e più piacevole è nelle nostre mani. Non tutto è terribile come sembra, non tutto è brutto come crediamo. Ripulire la nostra mente da tanti pensieri sopravvalutati e che ci impediscono di vedere con chiarezza ci permetterà di raggiungere il vero benessere. Qui si colloca la figura dello psicologo, come professionista ed esperto del benessere in generale, non abbiatene paura.

sabato 19 gennaio 2019

Perché andare dallo psicologo è ancora una vergogna in Italia?


Secondo un sondaggio dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico) il 70% degli italiani considera inutile andare dallo psicologo.

Permane la resistenza granitica del “bisogna farcela da soli”, l’errata convinzione che parlarne con amici e familiari sia lo stesso, o addirittura lo stereotipo dello psicologo-strizzacervelli utile solo per i “pazzi”.

In Italia, la psicologia ha storicamente fatto fatica a prendere piede. Basti pensare che i primi due corsi di laurea, a Roma e a Padova, vennero inaugurati soltanto nel 1971, e bisognò attendere il 1989 per l’istituzione di un Ordine, nonostante l’incoraggiante fermento di inizio secolo, quando Roma nel 1905 ospitò il V Congresso Internazionale di Psicologia, che riunì i luminari di tutto il mondo.

Per capire la ritrosia degli italiani nei confronti della figura dello psicologo è innanzitutto necessario analizzare le statistiche che riguardano chi ha invece intrapreso una terapia.

Da un’indagine fatta dall’Enpap (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Psicologi) sulle prestazioni psicologiche, è interessare notare come la propensione a rivolgersi a uno psicologo aumenti con il crescere del titolo di studio: il 14,8% dei laureati contro il 7,4% dei diplomati alla scuola media superiore, e solo l’1,2% di coloro che hanno la licenza elementare.

L’analisi di questi dati comunque non è di facile interpretazione. Inizialmente verrebbe spontaneo concentrarsi sulla questione economica.

Eppure andare dallo psicologo non vuol dire per forza sborsare cifre esorbitanti a ogni seduta: ci sono diverse alternative allo studio privato, come recarsi alla Asl, in ospedale o in un consultorio, ottenendo servizi di qualità alla portata di tutti.

L’errore di fondo è la considerazione che si ha dello psicologo, da un lato visto come una figura inutile, dall’altro come una sorta di stregone. Lo psicologo cammina con il paziente, ma non lo porta sulle spalle e nemmeno si sostituisce a lui. Non ha dunque la bacchetta magica, né la pretesa di prevedere il futuro e dispensare soluzioni immediate o una guarigione passiva. Allo stesso tempo, non è una figura che sostituisce quella di un amico o di un semplice confidente, ma è un professionista, e come tale indirizza il paziente in un percorso ragionato che tocca nel profondo l’individuo. Sfogarsi con una persona a noi cara implica un coinvolgimento emotivo, mentre lo psicologo offre strumenti e strategie per imbastire un lavoro vero e proprio su noi stessi, mantenendo le giuste distanze, mentre un amico tenderà sempre a prendere le nostre parti, a giustificarci solo per consolarci e vederci felici, oppure in caso contrario a metterci in crisi in modo non sempre costruttivo, rischiando di ferirci. Nell’ambiente della psicologia gira da tempo un paragone azzeccato: lo psicologo è come un contagocce. Il nome stesso può trarre in inganno, perché le gocce in realtà le contiamo noi, però facilita a separare una goccia dall’altra e ci aiuta a dosarle nel modo più utile possibile.

Quando un essere umano ha un problema fisico gli viene naturale rivolgersi a un medico. Quando il problema è psicologico, invece, non avviene lo stesso: un po’ perché permane l’istinto di non aprirsi e non mostrare le proprie debolezze, l’autodifesa che non consente di parlarne con uno specialista; un po’ per i falsi miti che ammantano la professione dello psicologo. Jean Piaget, uno dei più importanti studiosi di psicologia infantile nel Novecento, diceva: “Sfortunatamente per la psicologia, tutti pensano di essere psicologi”; chi supporta pensieri del genere, però, di solito non conosce il vero ruolo dello psicologo ed è rimasto al cliché della chaise longue. Se in Italia una percentuale così estesa di persone considera lo psicologo alla stregua di un ciarlatano che intende soltanto rubare i soldi ad alcuni disperati creduloni in difficoltà, è perché domina un’ignoranza diffusa sul mondo della psicologia e della psicanalisi che nutre una forte presunzione di base, figlia di tutti i pregiudizi.

Per prima cosa esistono diverse branche che si occupano della psiche degli individui, come la psicologia applicata, la psicologia clinica, la psicoterapia e il counseling. La psicologia applicata si occupa dei problemi che sorgono nella vita pratica, valutando i tratti della personalità del paziente e intervenendo su una riabilitazione e risocializzazione. La psicologia clinica, come suggerisce il nome, è legata invece al lavoro dello psicologo in ambito clinico, principalmente ospedali e ambulatori. La psicoterapia, ovvero la “cura dell’anima”, è il percorso teso a rimuovere i disagi emotivi e comportamentali attraverso l’individuazione e la limatura di un disturbo strutturale della personalità. Il counseling è invece più simile a un atto di orientamento per sviluppare le potenzialità del paziente attraverso un lavoro motivazionale.

Inoltre, non per forza la scelta di intraprendere un percorso su se stessi è collegata a un trauma da superare o a una condizione emotiva in frantumi: spesso chi va dallo psicologo lo fa per una crescita personale, per la ricerca personale e di un proprio equilibrio, decidendo di affidarsi a una persona competente. Chi vuole diventare psicologo deve infatti completare un percorso molto lungo e impegnativo: i cinque anni del percorso di laurea, il tirocinio obbligatorio (che va dalle 500 alle 1000 ore), l’esame di Stato, l’iscrizione all’Albo e infine la specializzazione attraverso vari corsi di formazione. Se qualcuno ipotizza un guadagno facile e smisurato, deve ricredersi davanti ai numeri dell’Enpap: in Italia, su 55mila professionisti attivi, soltanto un terzo raggiunge i 20mila euro annui, mentre più di quindicimila psicologi non raggiungono i 5mila euro annui – che vuol dire circa 400 euro al mese, quando va bene.

Nonostante le prospettive economiche non siano molto allettanti, facendo un confronto con il resto d’Europa, è possibile notare la crescita del numero degli psicologi (e non dei pazienti) in Italia. Secondo un report della Commissione europea, nel nostro Paese ci sono 156 psicologi ogni 100mila abitanti. Una cifra elevata, considerando che in Francia sono soltanto 84 e in Germania 109. Il problema però è che in Italia, anche se i professionisti sono tanti, le prestazioni psicologiche sono in numero ridotto rispetto a questi Paesi. Una ricerca della Società Italiana di Psichiatria parla di 17 milioni di italiani con problemi di salute mentale. Tra questi, solo una percentuale che va dall’8 al 16% decide di incontrare un professionista, e si riduce alla forbice 2-9% il numero di chi segue un trattamento che comprende sia psicoterapia che farmaci (che comunque non possono essere prescritti dallo psicologo, ma solo dallo psichiatra). Allargando il discorso all’Europa, secondo l’Oms i casi di problemi psicologici riguardano 165 milioni di persone. Se sono ancora relativamente pochi gli italiani che si affidano a uno psicologo, i francesi non si fanno scrupoli e il 33% si è rivolto almeno una volta a una figura di questo tipo.

Il problema del sovraffollamento di psicologi in Italia è così urgente da aver spinto Mario Sellini, segretario generale Aupi (Associazione unitaria psicologi italiani), a lanciare un vero e proprio appello ai maturandi. Ha infatti dichiarato: “Non vogliamo una società di illusi. Evitiamo il lungo calvario che molti affrontano per iniziare questa professione, raggiungendo comunque risultati scarsissimi e rischiando un futuro di disoccupazione. Non vi è dubbio che la società odierna abbia fame di psicologia, ma non di uno psicologo ogni 600 abitanti”. I dati Aupi sono chiari: soltanto la metà degli psicologi italiani è iscritta all’Enpap – la cassa di previdenza della categoria. Quindi l’altra metà naviga nel mare dei lavori discontinui, se non della vera e propria disoccupazione.

Il blocco che sta alla base della scelta di andare dallo psicologo, di iniziare questo percorso interiore, è forse da ricondursi al timore di conoscere davvero se stessi. Non è tanto il giudizio di un estraneo a rappresentare l’argine – anche perché uno psicologo non dà giudizi – piuttosto è la paura di un giudizio personale, nostro e di nessun altro, ad attivare i freni di difesa. Scoprire nuove parti di sé, non sempre positive, può apparire come un grande ostacolo che non tutti hanno la voglia di affrontare. Fare i conti con la propria vera natura può essere destabilizzante, ma il cambiamento nasce solo da lì.

Dobbiamo farci la ragione che non c’è niente di cui vergognarsi nel rivolgersi a una figura specializzata per migliorarci e liberarci da pattern psicologici ed emotivi che spesso ci impediscono di trovare una nostra serena realizzazione e di vivere in sintonia con l’ambiente che ci circonda. Dovrebbe sembrarci strano il contrario. Ma in questo periodo sembra che il nostro Paese abbia la tendenza a ragionare al contrario. Quella che la diffusa opinione comune collega alle donne sul punto di una crisi di nervi o a individui traumatizzati con la personalità in frantumi, è una scelta che richiede invece grande coraggio, e che non tutti, una volta esternato l’opinionismo aggressivo e poco informato, sono pronti a compiere. Mettere in crisi le proprie certezze non è facile, ma è l’unico modo per evolversi e contribuire a cambiare l’ambiente che ci circonda con più consapevolezza. Non si può cambiare la società senza aver prima cambiato noi stessi.

DI MATTIA MADONIA 

Dal Sito: thevision.com




mercoledì 23 luglio 2014

Storie di Panico - Lorella




Ormai è  un anno che non ho  un attacco di panico a questo punto mi sento di dire che la guarigione non è un miraggio e che ognuno deve trovare la sua strada dentro di se perché la cura sta dentro di noi.
Secondo me molti non riescono a riconoscere i miglioramenti e moltissimi  non si fanno aiutare. Nessuna medicina, nessuna cura alternativa ha successo se non lavoriamo su noi stessi, sul nostro passato, questo è quello che per esperienza ho potuto constatare. 
 
I primi segnali d'ansia risalgono al 2000, il primo attacco verso la fine dello stesso anno, me lo ricordo benissimo.
Ricordare comunque a noi non serve, io non riuscivo più a deglutire nulla se non accompagnato da delle bevande,  mi sentivo la gola completamente secca, avevo forti formicolii agli arti specialmente inferiori, mal di stomaco, dolori al petto, il mio cuore sembrava sempre in fibrillazione, mi sentivo svenire e così è iniziata la paura.
 
Quando guidavo avevo sempre degli attacchi, dopo pensavo di avere dei mali incurabili, di morire soffocata, avevo paura di muovermi da casa e anche di stare da sola. Avevo attacchi continui di giorno, di notte, per mesi sono stata male ogni ora del giorno...ora? tutta un'altra vita, vado sempre avanti  e questo nonostante la paura di stare male è sempre presente.
 
Non ho più paura di me, di ciò  che penso, che vivo, guido, vado in giro anche se con fatica, ma ci provo sempre, sono mamma
ho una casa, un compagno,  un lavoro che mi da tante soddisfazioni e ho preso consapevolezza di essere una bella persona.
 
Sono  cose di cui ho preso consapevolezza crescendo, giorno dopo giorno, in questi 11 anni ho imparato molte cose  nuove di me e soprattutto ho imparato ad accettarmi per come sono.
 
 

Io dico di noi  che il percorso è tortuoso, duro e faticoso.  Perdersi è facile e che la speranza a volte viene a mancare, ma che la vita è bella e che bisogna imparare a conoscersi.
Dico che i sintomi fanno paura, che i sentimenti contrastanti che proviamo non devono deconcentrarci dal nostro obbiettivo di stare meglio. Qualsiasi sia il nostro percorso di guarigione dobbiamo cambiare modo di pensare e credere in noi stessi.
Dico di noi che occorre accettare il passato, chi siamo, come siamo, questo secondo me è l'inizio della nostra nuova vita.
Dico di noi che non dobbiamo vergognarci di raccontare agli altri i nostri problemi.
 

URLO A TUTTI NOI CHE LA NOSTRA VITA PUO' MIGLIORARE....CREDERCI SEMPRE E ANDARE COMUNQUE AVANTI
Lorella