Bolg informativo sui disturbi legati all'Ansia e agli Attacchi di panico - Facebook https://it-it.facebook.com/insiemedap/
giovedì 22 giugno 2017
Paura degli psicofarmaci? Un tema controverso
La parola psicofarmaci genera di solito diffidenza e timore. In molti quando la si pronuncia storcono il naso e si spaventano rifiutando con forza.
L’immaginario che ruota attorno al mondo degli psicofarmaci è spesso costellato da false credenze, ma certamente anche verità indiscutibili. È necessario fare chiarezza tra queste verità e menzogne per non perdere di vista l’obiettivo finale, che in questo caso è e riguarda sempre ed esclusivamente il benessere della persona e il miglioramento della qualità della vita.
Nell’ambito della cura della mente ci sono diverse aree che solitamente entrano in gioco a seconda della gravità della situazione, della diagnosi, della storia della persona e della sua resilienza (capacità individuale della mente di reagire a situazioni complesse e critiche). Ci sono progetti di intervento che possono essere gestiti e risolti con un percorso di psicoterapia o una consulenza psicologica; altri quadri patologici invece non possono non includere cure psichiatriche ad hoc per tempi anche molto lunghi.
Nei casi più complessi (ma anche in situazioni meno gravi che si prestano), il più delle volte si ritiene necessario combinare cure psichiatriche, che sono farmacologiche, al sostegno psicoterapeutico. Non è inusuale quindi che psichiatra e psicoterapeuta collaborino assieme per consentire alla persona di giovare di un progetto completo che possa risolvere al meglio la sua situazione.
Gli psicofarmaci sono spesso accostati all’idea di pazzia e in genere per questo si rifiuta la loro assunzione. Si temono inoltre gli effetti collaterali (soprattutto la dipendenza da essi) che però il più delle volte sono amplificati da giudizi frettolosi, questioni politiche e culture avverse.
Come in tutte le cose, è necessario prima contestualizzare il problema.
A cosa serve lo psicofarmaco?
Lo psicofarmaco è uno strumento a disposizione del medico e del terapeuta che agisce per tamponare o arginare dei sintomi. Questo significa che agisce su quegli aspetti della malattia mentale o del semplice disagio mentale che sono manifesti e spesso invalidanti per la vita della persona.
Andiamo da situazioni gravi che rendono impossibile la non assunzione del farmaco: stati depressivi invalidanti per i quali prima è necessario correggere gli effetti originati dalla condizione depressiva e poi sarà possibile agire su un intervento dialogico, che rafforzerà le strutture interiori per uscire dal problema.
Così come situazioni assolutamente lievi: ad esempio dei semplici stati di ansia che impediscono il sonno, dove si può prevedere un aiuto che ristabilisca il risposo, fondamentale per il corretto funzionamento della mente.
Quando si supera il limite della sua utilità?
Un farmaco non è una panacea dei mali, tanto meno di quelli che affliggono la mente.
Se allo psicofarmaco viene data una centralità e importanza nell’intervento maggiore delle sue reali funzioni, il rischio che subentrino dei problemi nell’uso e quindi nell’abuso, diventa molto alto.
Tralasciando i casi di malattia mentale grave, quale la schizofrenia o la depressione bipolare per i quali vi è un discorso a parte, se al farmaco viene data la responsabilità della risoluzione del disagio che sta alle origini del malfunzionamento mentale, o problematica anche lieve che sia, allora si rischia non solo di non risolvere il problema, ma di sostituirne spesso uno con un altro.
Dunque alla base dell’uso improprio dello psicofarmaco di solito c’è un suo porlo come unica cura o perno centrale del problema presentato.
In questi casi (ad esempio dei quadri di ansia o depressione lieve) la prescrizione dovrebbe essere fatta per dare sollievo dai sintomi presentati, ma da sola non può certamente essere utile a risolvere il problema, che solitamente sta a monte e su cui è necessario lavorare.
Quando il farmaco diventa il solo mezzo utilizzato per tenersi in equilibrio, come si diceva, spesso si sostituisce un problema con un altro. Si allevia il sintomo, non si risolve il disagio sottostante e spesso si crea una dipendenza, poiché eliminando la “stampella” fornita dal farmaco, non si è più in grado di camminare.
Ad aggravare la situazione vi è poi la facilità con la quale spesso si prescrivono questi farmaci in alcuni contesti e l’autoprescrizione, ovvero la somministrazione auto indotta da parte della persona, senza il necessario controllo del medico psichiatra.
Gli psicofarmaci sono certamente dei farmaci complessi, dagli effetti collaterali spesso fastidiosi, ma tali effetti aumentano proprio quando vi è un atteggiamento di superficialità nella loro assunzione, quale appunto una somministrazione fai da te o un uso prolungato senza che di fatto si agisca realmente sulla fonte del disagio, ma solo sulla sua superficie.
Quindi come sempre, se si usa responsabilmente il farmaco, si somministra con un progetto che è volto a dare sostegno a breve durata e non a tempo indeterminato – con un progetto specifico e, nei casi che maggiormente si prestano, coadiuvato da un percorso psicoterapeutico parallelo utile a risolvere la fonte del problema – questo potrà rivelarsi un alleato valido in molte situazioni di disagio e non una indelebile etichetta di follia sull’individuo che ne fa uso.
Dott.ssa Sara Bakacs
Dal Sito: psicologo-romaeur.it
Estate, aumentano attacchi di panico e depressione ma l’ironia ci salverà
Ma il sole non dovrebbe farci stare meglio?
Certo, ma riflettiamo: durante l’inverno siamo occupati con il lavoro, si esce meno la sera e si può dire che la routine e il nido casalingo ci proteggono. Durante l’estate le difese e le nostre strutture si allentano, la gente esce di casa, ci sbatte in faccia la sua felicità e si gode le vacanze, siamo via dal lavoro e “costretti” a stare bene. È evidente che questi fattori possano influire negativamente su chi di colpo si trova a quattr’occhi con la sua sofferenza. Quando si vuol misurare la prosperità psichica di un bambino una delle prime cose da osservare è la sua capacità di giocare; questo vale anche per un adulto. Se sei capace di giocare, di godere del tempo libero, di stare da solo e vedere come un privilegio il tempo dedicato a te stesso, vuol dire che non devi fuggire da nulla, puoi concederti la presenza della tua persona e goderne.
Molte persone nascondono dietro un’iperattività la loro angoscia, e allora tutto è vissuto con ansia, con un’irrequietezza maniacale, una fretta che deve compensare il terrore di fermarsi e trovarsi faccia faccia con quello che non va. Alcuni credono che bastino poche ore a settimana da un terapeuta per scontare questo incontro con se stessi, non rendendosi conto che il vero lavoro analitico e di conoscenza di se stessi lo si fa stando da soli, elaborando, pensandosi.
L’estate diventa così un momento in cui investire la propria angoscia nella fretta: organizzare la vacanza come fosse un lavoro, decidere dove andare, cosa vedere, come fosse una tabella di marcia!
Uscire dal guscio fa paura, e come un bimbo che viene preso dal panico per l’allontanamento della mamma, così l’attacco di panico coglie chi si vede costretto alla libertà dal lavoro. L’estate ti denuda, ti scopre; e se si è pieni di coltri, si soffre.
Un depresso sa di non riuscire a divertirsi e questa consapevolezza aumenta nel vedere il divertimento altrui. I Disturbi d'Ansia possono peggiorare d'estate, probabilmente anche per via delle condizioni climatiche estreme che tendono a provocare sintomi simili all’ansia, e avviare un circolo vizioso a causa della suggestione.
Cosa fare? la risposta è in tre parole: umiltà, coraggio e autoironia. Umiltà nel chiedere aiuto: la nostra psiche è come un muscolo: non curarsi per anni, nascondere i disagi per vergogna o per superbia (“ce la faccio da solo”), porta il nostro muscolo psichico a invecchiare prima e i disagi a cronicizzarsi. Chiedere aiuto è un atto profondo di affetto verso noi stessi. Il nostro ideale dell’Io ci vuole perfetti e autonomi, ma togliamocelo dalla testa: siamo interdipendenti, legati agli altri e saremo autonomi solo nella nostra capacità di aiutare e chiedere aiuto. Questo è un primo passo ed è sano.
Coraggio: una psicoterapia o un farmaco non stravolgono la vita, non deleghiamo a questi rimedi la nostra serenità. Coraggio è uscire di casa anche se l’ansia ci occlude la mente: portiamo con noi una bottiglietta d’acqua, facciamo i primi passi. Arriva l’ansia dopo 10 passi? Beviamo un po’ d’acqua, accettiamo l’ansia e torniamo indietro: abbiamo fatto 10 passi. Il giorno dopo, come fossimo in palestra, prefiggiamoci di farne 20, poi di prendere un succo al bar e via via così. Ci vuol coraggio. Ma non ne moriremo.
Non apprezzo uno psicologo che dice: il tuo nemico è solo interno. Non è vero. Il mondo è pericoloso, pieno di gente volgare e anche un po’ stronza, diciamocelo. Questo non implica che dobbiamo spezzarci le gambe da soli. Ci sarà di certo chi lo vorrà fare al posto nostro e per evitarlo non basta non uscire per non incontrarla.
La vita è bella? Il film di Benigni lo è, la vita è una gran meretrice e distribuisce a tutti la sua dose di bellezza e di disgrazia, non siamo speciali, nessuno lo è in questo.
Umiltà: il nevrotico non sa che come lui ci sono mille persone bloccate, con assurdi rituali e ridicole ma terribili paranoie. Il nevrotico pecca di presunzione; con umiltà, si renda conto che mentre lui conta i passi prima di riscappare in casa, nel tram che gli passa accanto c’è di certo chi si laverà venti volte la mano sinistra e venti volte la destra, convinto di aver toccato chissà quali pericolosissimi germi.
E se hai un limite anche quello va accettato: se hai paura dell’altezza non sei costretto da nessuna prova con te stesso o con gli altri a fare Bungee Jumping; se temi di stare sotto terra puoi non prendere la metro con buona pace di chi ti dice che ti devi vergognare e superare i tuoi limiti a tutti i costi. Certi limiti sono come certi punti di forza, ti caratterizzano, e a meno che non inficino perniciosamente la tua vita quotidiana non c’è da vergognarsi né da diventare super uomini o super donne.
Coraggio: attacchi di panico, depressioni reattive, stagionali e ossessioni fanno parte della vita, non della vita di tutti certo, ma se Jung diceva “ Datemi un uomo normale ed io lo guarirò”, ci sarà un motivo, nevvero?
P.S Lavarsi le mani prima di portarle alla bocca dopo essere stati su un mezzo pubblico è una sana abitudine, se dovete farlo venti volte per mano usate un buon detergente che non secchi la pelle e che l’autoironia sia con noi, sempre.
di Barbara Collevecchio
Dal Sito: www.unonove.org
Sorridere induce il rilascio di ormoni del buon umore e promuove le relazioni sociali
Un nuovo studio ha rivelato come il rilascio di endorfine provocato dalla risata sociale giochi un ruolo importante nel promuovere relazioni interpersonali Irene Camilla Sicari
Anche nei momenti più difficili, la risata ha il potere di tenere vicine le persone. Un nuovo studio ha rivelato l’influenza che il sorriso ha sul cervello, aiutando a spiegare come anche una risata banale giochi un ruolo così importante nelle relazioni sociali.
Un gruppo di ricercatori dalla Finlandia e dal Regno Unito hanno scoperto che la risata sociale è un trigger per il rilascio di endorfine– spesso chiamate “ormoni del buon umore” – nelle regioni cerebrali responsabili di arousal e delle emozioni. Le endorfine sono peptidi che interagiscono con i recettori oppioidi nel cervello per aiutare ad alleviare il dolore e generare sensazioni di piacere.
Inoltre, lo studio ha rivelato che la maggior parte dei recettori oppioidi presenti nelle regioni cerebrali associati alle emozioni, sono quelli maggiormente coinvolti nella risata sociale.
I nostri risultati evidenziano che il rilascio di endorfina indotto da risate sociali potrebbe avere un ruolo importante nella formazione, nel rafforzamento e nel mantenimento dei legami sociali tra gli esseri umani – afferma il co-autore dello studio, Prof. Lauri Nummenmaa, del Centro PET di Turku dell’Università di Turku in Finlandia.
I ricercatori hanno recentemente riportato i loro risultati nel The Journal of Neuroscience.
La risata sociale ha incrementato il rilascio di endorfine
l Prof. Nummenmaa e colleghi hanno selezionato 12 uomini sani per il loro studio. Ai partecipanti è stato iniettato un composto radioattivo che aderiva ai recettori oppioidi nel cervello. Utilizzando la tomografia ad emissione di positroni (PET), i ricercatori sono stati quindi in grado di monitorare il rilascio di endorfine e di altri peptidi che si legano ai recettori degli oppioidi.
I partecipanti sono stati sottoposti a scansioni PET due volte. La prima scansione è stata condotta dopo che ciascun partecipante aveva trascorso 30 minuti da solo in una stanza; la seconda scansione dopo aver trascorso 30 minuti a guardare videoclip dei loro amici intimi.
I ricercatori hanno scoperto che la condizione di risata sociale ha portato ad un significativo aumento del rilascio di endorfina nel talamo, nel nucleo caudato e nelle regioni dell’insula anteriore, regioni cerebrali che svolgono un ruolo importante nell’arousal e nella sensibilizzazione emotiva.
Inoltre, il gruppo di ricercatori ha scoperto che i partecipanti con un maggior numero di recettori oppioidi nella corteccia del cingolo e in quella orbitofrontale del cervello, mostrano una più alta probabilità di ridere in risposta ai video clip degli amici.
La corteccia cingolare è coinvolta nella trasformazione e formazione di emozioni, mentre la corteccia orbitofrontale è coinvolta in un certo numero di processi legati all’emozione.
Le endorfine potrebbero promuovere sentimenti gruppali
I ricercatori affermano che i loro risultati indicano che il rilascio di endorfine scatenato dalla risata potrebbe svolgere un ruolo nel legame sociale.
Gli effetti piacevoli e calmanti del rilascio endorfinico potrebbero offrire senso di sicurezza e promuovere sentimenti gruppali – afferma il prof. Nummenmaa – Il rapporto tra la densità dei recettori oppioidi e il tasso di risate suggerisce anche che il sistema oppioidale possa essere alla base delle differenze individuali nella socialità.
Il co-autore dello studio Prof. Robin Dunbar, dell’Università di Oxford del Regno Unito, aggiunge che i risultati evidenziano l’importanza della comunicazione diretta a voce nel legame sociale.
Altri primati mantengono i contatti sociali attraverso la cura reciproca, che induce anche liberazione di endorfina, ma questo richiede tempi prolungati. Poiché la risata sociale porta a una risposta chimica simile nel cervello, ciò consente una significativa espansione delle reti sociali umane: la risata è altamente contagiosa e la risposta dell’endorfina può quindi facilmente diffondersi attraverso grandi gruppi che si trovano a ridere insieme.
Sicuramente ulteriori ricerche sugli effetti della risata sociale saranno necessarie per confermare questi risultati, ma lo studio suggerisce un buon consiglio: trascorrete un week-end di risate con gli amici!
Dal Sito: www.stateofmind.it
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/06/risata-sociale/
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/06/risata-sociale/
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/06/risata-sociale/
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/06/risata-sociale/
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/06/risata-sociale/
Maturità in vista, 11 consigli per affrontare l'ansia
La maturità è più di un semplice esame ed è normale essere in ansia, ma se impari a gestirla potrà diventare un'alleata preziosa
Non importa quanti esami si facciano nella vita, nessuno è paragonabile alla maturità, forse nemmeno la laurea. Il periodo che precede la maturità, poi, per alcuni è un periodo quasi magico, per altri è un incubo, ma praticamente per tutti è fonte di ansia. Ansia del che-cosa-mi-aspetta, ansia del che-materie-usciranno-alla-terza-prova, ansia del e-se-mi-bocciano?, ansia delle domande dell'orale e ansia del tema. Insomma... un sacco di tensione tutta insieme!
Eh sì, perché la maturità è «Qualcosa di più di un semplice esame», spiega Michele Cucchi, psichiatra e direttore sanitario del Centro Medico Santagostino. «È come se su quel giorno si caricasse la posta in palio di un'intera esistenza. La maturità è un evento, non è solo un esame. Segna un passaggio psicologico in cui i ragazzi sono chiamati a sentirsi pronti per un grande salto. Chiunque davanti agli esami, alle verifiche, alla maturità, vive l'emozione e l'ansia».
Ok, tutto normale quindi. Un po' d'ansia ci sta pure e, forse, non è nemmeno qualcosa di negativo. «Sfatiamo un falso mito: l'ansia non è solo un problema, davanti ad un esame è utile, ci aiuta a prepararci. C'è chi la prova perché ha studiato tanto e ci tiene a fare una bella figura, chi la prova perché è insicuro e ha sempre paura di non aver fatto abbastanza, chi la prova perché si è divertito un sacco ma non ha studiato nulla e non sa nulla. Tutti provano ansia, magari anche allo stesso modo a livello fisico, con il classico "nodo allo stomaco" e la sudorazione fredda alle mani, ma non tutti sanno che possono farla diventare una risorsa, imparando a gestirla», prosegue il dottor Cucchi.
Ma quali sono i trucchi per gestirla? Ecco 11 consigli per affrontare al meglio l'ansia da maturità, trasformandola in una risorsa.
1. Gestisci l'attesa. «Anche la maturità è una questione di punti di vista: se la guardiamo come la finale del mondiale è difficile stare calmi! L'esame è tutto sommato l'ultima tappa di un lungo percorso di valutazione, verrà premiata maggiormente la modalità con cui ti porrai all'interrogazione e alle prove, l'esito è influenzato anche da aspetti esterni, come l'andamento generale alle prove e la modalità valutativa della commissione. L'ansia in questo senso è una risorsa: ti prepara bene e ti mette nella prospettiva giusta, insomma: non dobbiamo temerla, anzi ci aiuta. Ci fa stare seduti dritti, ci fa reagire con prontezza agli stimoli, rende lucido il nostro sguardo. Essere in ansia non ci deve far vacillare, non ci deve far fare la riflessione "che quindi andrà male". Perché dovrebbe andare male?».
2. Riempi la testa. «Avere troppo spazio mentale per riflettere sulla maturità non va bene. Riempi i giorni e le ore prima dell'esame di cose da fare, non rimanere in attesa con le mani in mano. Vivere ogni istante intensamente ci distrae dall'ansia. Se la testa è vuota si riempirà di pensieri, anzi delle catastrofi più improbabili, ma che ad un certo punto sembrano certezze».
3. Dimentica il ripassone finale (anche se sembra impossibile). «Non cercare di ripassare tutto nelle ultime ore per verificare se "questo lo so, posso stare tranquillo", è uno scherzo che ci fa la nostra mente che viaggia nei punti più disparati e nascosti della nostra conoscenza per chiedere rassicurazioni che più che utili check sulla preparazione sono toccasana emotivi: sono però dei boomerang che ci tornano addosso, agitandoci e distraendoci. Può essere di particolare aiuto, per esempio, fare attività fisica».
4. Impara a relativizzare. «Pensare che sia fondamentale come andrà e catastrofizzare le possibili conseguenze, la figuraccia, il voto basso, la bocciatura: tutto questo ci mette emotivamente con le spalle al muro: ci fa sentire come se avessimo tutto da perdere. Sentiti libero anche di sbagliare, ti stai mettendo in gioco ed è normale non essere perfetto. Questo è un atteggiamento da maturando, questo è l'esame che veramente bisogna cercare di superare con noi stessi. Non dobbiamo pensare che chi ci valuterà abbia l'aspettativa di trovare una persona perfettamente adeguata; emozionarci è anche un segno di attenzione e rispetto per la situazione, non di debolezza. Non saremo perfetti, ma nel complesso abbiamo competenze, pregi e specifici punti di forza, perché dovrebbe andare male?».
5. Scegli l'outfit giusto. «Pensa che affronterai un contesto che richiede di mostrare professionalità, serietà, affidabilità. Cerca di studiare un outfit che ti aiuti in tal senso, ma che soprattutto ti metta a tuo agio. Non è la prima comunione ma non è nemmeno una delle tante interrogazioni con i Prof.! Non per questo devi snaturare il tuo modo di essere: il tuo carattere deve comunque emergere e, in parte il successo sarà anche legato alla capacità di saperti valorizzare in un luogo che ha regole ben precise».
6. Prova a darti un voto il giorno prima. «Davanti ad un'esperienza come la maturità sarebbe bello poter essere sicuro di quello che hai fatto e, il giorno prima, riuscire a darti un voto sulla base della tua soddisfazione in ciò che hai fatto per arrivare pronto: tanti sacrifici, tante emozioni, cinque e più anni a lottare con te stesso per crescere…».
7. Preparati anche a tavola. «Abituarsi ad una colazione adeguata, ci servirà per le lunghe ore di prova. per facilitare concentrazione, resistenza alla fatica e attenzione prepariamo una una colazione emotivamente intelligente: succo di mela, avocado, arance, yogurt, pane integrale dolce. Alla sera prima mangiare leggero, dormiremo bene e faremo il pieno di energia per la mente: trancio di tonno crudo all'aceto balsamico con semi di girasole, pane integrale».
8. Non pretendere di dormire bene. «Non pretendere di dormire tropo bene, le sere prima di una grande sfida, quando attendiamo qualcosa a cui teniamo tanto, il nostro sistema simpatico tende a non andare in stand by e il tono rimane elevato. È sano, non è un problema».
9. Impara a capire se rendi di più la sera o la mattina. «Non conformarti necessariamente con i tuoi compagni di classe che magari studiano alla sera: se sei un crono-tipo mattutino devi svegliarti prima per studiare e rilassarti dopo cena. Viceversa chi è serotino deve fare cene leggere a spuntino e sfruttare le ore per tarde per lo studio».
10. Studia "sconnessa". «Sconnetti gli smartphone quando studi, per facilitare l'attenzione sostenuta, altrimenti farai fatica nel processo di memorizzazione. Piuttosto, prenditi pause frequenti (ogni 45 min) per rispondere a sms e chiamare amici: ti rilasserai mantenendo sempre alta la qualità dello studio».
11. Usa come ansiolitico il ripasso collettivo. «Quello in cui ti confronti con gli altri ripetendo ad alta voce, ti aiuterà a raccogliere informazioni utili e nuove e a renderti conto di ciò che è veramente utile focalizzare e sapere».
di Michela Fiorentino Capoferri
Dal Sito: www.cosmopolitan.it
sabato 17 giugno 2017
Paolo Ruffini: «La mia eterna lotta contro l’ansia»
«Anni fa lo stress mi aveva provocato attacchi di panico. Ora faccio i conti con una tendenza all’ipocondria. Mi rivolgo agli psicologi e sto meglio»
A volte stress e ansia possono giocare brutti scherzi, mettendo in allarme più del dovuto. L’ho sperimentato sulla mia pelle qualche anno fa. E ho capito che mente e corpo sono strettamente collegati.
Il carico di responsabilità mi ha mandato in tilt
In quel periodo, infatti, mi si sovrapponevano molti impegni di lavoro. Anche se ne ero felice, giorno dopo giorno quel carico di responsabilità cominciava a procurarmi uno stato ansioso sempre maggiore. Quando al mattino appena sveglio accendevo il cellulare e trovavo già un’infinità di chiamate e di messaggi, mi assaliva l’ansia di dover rispondere a tutti il prima possibile, di mostrarmi sempre cortese e professionale, e soprattutto di arrivare a fine giornata mantenendo tutti gli impegni.
Le prime tensioni mi hanno provocato mal di testa forti
A poco a poco il mio corpo ha iniziato a reagire procurandomi tensioni a livello cervicale con mal di testa acuti e fitte che partivano dall’orecchio per scendere fino alle spalle.
Non ho collegato subito i miei malesseri allo stress
Al contrario, mi sono spaventato per quei dolori mai avuti prima e che ora stavano diventando piuttosto frequenti. Forse ho reagito con una preoccupazione eccessiva. Un giorno, terrorizzato da una forte emicrania, ho addirittura prenotato una , che poi non ha evidenziato niente di grave. Insomma, stavo diventando quasi ipocondriaco!
La creatività mi aiuta
Solo dopo un po’ di tempo ho cominciato a capire. Ho fatto tesoro del confronto con il mio psicologo, lo stesso al quale mi ero rivolto tempo prima per un problema di attacchi di panico. Sono guarito anche grazie alla creatività. Ho prodotto un documentario intitolato Peter Panico, e ho fatto diverse campagne di sensibilizzazione. Ma, soprattutto, ho capito che quando sei sempre teso nell’intento di comportarti bene con il resto del mondo, finisci per non farlo più con te stesso. E cadi inevitabilmente vittima dello stress.
Il segreto è amarsi di più
Insomma, visto che la maggior parte dei miei disturbi fisici aveva un’origine prettamente emotiva, per superarli dovevo semplicemente amarmi di più. Così ho cominciato a concedermi piccole e salutari coccole quotidiane. Dormire almeno sette ore per notte, bere ogni mattina un bicchiere di acqua tiepida con limone e zenzero, non tenermi dentro rabbia o preoccupazioni, adottare una sana alimentazione con la libertà, quando ne avevo voglia, di trasgredire, magari con qualche bicchiere di vino in più che mi piace tanto.
Piccoli cambiamenti anche nello stile di vita
Ho anche sostituito le bibite energizzanti che bevevo prima di affrontare uno spettacolo con il più sano ginseng, che mi ha dato modo di scoprire altri prodotti naturali come la papaya, il guaranà e la spirulina. E, naturalmente, considerato anche il lavoro che faccio, non ho mai smesso di dare valore a una bella risata. Insomma, ho imparato ad ascoltare le mie esigenze. Ho capito finalmente che stare in allerta è funzionale e costruttivo, mentre convivere con la paura di qualunque cosa non può che fare male.
Trasformo la fragilità in una risorsa
Beninteso, la mia ansia non è scomparsa del tutto e forse non accadrà mai. Sto sicuramente imparando a gestirla. Il segreto è pensare prima di tutto al mio bene e, in senso più stretto, al mio benessere. Soprattutto, ho deciso di prendermi il tempo utile alla serenità. Ad esempio, guidare in autostrada mi innervosisce. Non sopporto vedere le auto sfrecciare a tutta velocità sulla corsia di sorpasso quasi sempre senza motivo. E allora ho preso l’abitudine di tenermi sempre tranquillamente sulla corsia di destra. Arriverò anche a destinazione mezz’ora più tardi, ma almeno viaggio tranquillo e rilassato.
Faccio il check up ogni sei mesi
Adesso mi sottopongo un paio di volte all’anno a check up medici, mi avvalgo del supporto dello psicologo con la stessa frequenza con cui consulterei un altro specialista, come un dentista o un otorino. Il terapista non è sempre lo stesso. La mia interiorità è in continua evoluzione, e trovo che raccontarmi da capo ogni volta mi sia di grande aiuto a guardarmi dentro. Insomma, quando non si sta bene, quando si vive un malessere, non serve fare finta di niente, non ci si deve vergognare: è fondamentale chiedere l’aiuto degli esperti, che siano del corpo o dell’anima. Perché solo così si potrà trasformare la propria fragilità in una risorsa preziosa.
Paolo Ruffini (Testimonianza raccolta da Grazia Garlando per OK Salute e Benessere)
Dal Sito: www.ok-salute.it
giovedì 15 giugno 2017
Riconoscere le emozioni: il primo passo per regolarle.
Un aiuto per comprendere quali emozioni si stanno provando in un dato momento arriva dal correlato fisiologico che ciascuna emozione porta con sé.
Si può dire che le persone danno un significato al mondo basandosi sul proprio mondo interno, ma in che modo? In questo ci vengono in aiuto le emozioni.
Valentina Di Dodo – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena
Il mondo interno è formato da quello che più caratterizza la persona e ne fanno parte: il carattere e le strutture di personalità, le credenze e il sistema di valori propri di ciascuno. Il mondo interno è quella cosa per cui a fine giornata una persona può dire “oggi è stata una bella giornata” o il contrario. Per ogni persona una giornata può essere bella o brutta semplicemente per il significato che essa stessa dà a quella giornata: una giornata molto faticosa può essere ritenuta molto soddisfacente da alcuni e terribile da altri.
Dare significato al mondo: il ruolo delle emozioni
Si può dire quindi che le persone danno un significato al mondo basandosi sul proprio mondo interno. Ma in che modo diamo un significato? In questo ci vengono in aiuto le emozioni. Seconda alcune teorie, infatti, le emozioni sono degli stati mentali in grado di direzionare una persona nel proprio mondo, per fare questo le emozioni aiutano gli esseri umani cosa si frappone tre sé e il proprio scopo: se lo scopo è avere una giornata rilassante, avere un lavoro molto faticoso non ci permette di raggiungere lo scopo, per questo possiamo sentire o un fallimento oppure un’ingiustizia. Se lo scopo è quello di ottenere una promozione lavorativa, ma non siamo certi di riuscire a consegnare tutto il nostro lavoro a fine giornata, lo scopo non è ancora fallito, ma è minacciato.
Ma cosa succede esattamente quando definiamo una giornata “brutta”? Cos’è che ci fa dare questa definizione di una giornata? Come abbiamo appena visto i nostri pensieri, basati sul sistema di valori centrali, ci danno un’indicazione di come stanno andando le cose per noi, ma sono le emozioni che ci danno un indice percepibile di come abbiamo vissuto la nostra giornata, o di come la stiamo vivendo. Quando alla sera parlando con un amico sosteniamo di aver avuto una brutta giornata, l’indicazione di quanto è stata brutta difficilmente ci viene data in modo del tutto razionale. Spesso è quello che sentiamo a darci delle indicazioni più chiare: se sentiamo di stare un po’ male, probabilmente la giornata è stata un po’ brutta, se sentiamo di essere sconvolti dalle nostre emozioni negative probabilmente la giornata si è allontanata moltissimo dai nostri scopi, facendola diventare una giornata pessima.
Riconoscere le emozioni e i pensieri che le generano
A molti verrebbe da chiedersi il motivo per cui la giornata è andata così male: se è facilmente individuabile il motivo, è altrettanto semplice trovare una soluzione o una modalità alternativa a quella già provata. Il problema sorge quando ci si sente giù di morale, o in generale male senza avere un’idea precisa del perché. È proprio in queste situazioni che riconoscere le emozioni che stiamo provando e riconoscere i nostri pensieri diventa molto importante. Se è vero infatti che è possibile riconoscere le emozioni provate partendo dall’informazione che arriva dai pensieri, che tuttavia talvolta sono veloci e confusi nella testa delle persone, è altrettanto possibile arrivare a dare un significato al malessere che pervade la persona anche prendendo come informazione iniziale l’emozione che si sta provando. Le emozioni sono sicuramente più immediate rispetto al contenuto cognitivo, che in situazioni particolarmente attivanti e stressanti, tende a fluire velocemente saltando da un contenuto all’altro senza seguire un vero e proprio processo logico.
Ma cosa succede quando ci si dice che si sta semplicemente male? In questo caso a volte diventa molto difficile ricondurre il malessere soggettivo, il nostro mondo interno, con gli eventi che succedono nel mondo. Capire cosa si sta provando in una determinata situazione è molto importante per comprendere a che punto siamo rispetto ai nostri scopi: sono minacciati? Siamo in una situazione di ingiustizia? O piuttosto ci troviamo di fronte ad una perdita o ad un fallimento? Capire se si è in ansia, arrabbiati oppure tristi ci aiuta a capire cosa possiamo fare per regolare lo stato mentale spiacevole che stiamo provando.
Emozioni e correlati fisiologici
Un valido aiuto per comprendere quale emozione si sta provando in un dato momento arriva dal correlato fisiologico che ciascuna emozione porta con sé. Quando ci attiviamo in seguito ad una emozione sentiamo, di solito, qualcosa nel corpo.
Alcuni ricercatori finlandesi ci vengono in aiuto per riconosce quale emozione si sta provando, partendo dal tipo di attivazione corporea percepita. È stata infatti tracciata una mappa corporea di alcune emozioni.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Proceedings of The National Academy of Sciences nel 2013 da un team di ricercatori dell’università di Aalto.
Alla ricerca hanno partecipato 700 persone provenienti da Svezia, Finlandia e Taiwan; in questo modo è possibile dimostrare che il codice delle sensazioni corporee legate alle emozioni è universale e non legato a fattori culturali. I ricercatori hanno indotto diversi stati emotivi attraverso la visione di film o la lettura di storie, successivamente hanno fornito ai partecipanti alcune foto del corpo umano ed è stato loro chiesto di colorare, con colori diversi colori, le parti del corpo che sentivano attivarsi o disattivarsi in risposta all’emozione suscitata.
È emerso ad esempio che quando le persone provavano l’emozione rabbia le parti del corpo ad attivarsi maggiormente sono i pugni e la parte alta del tronco insieme alla testa; in caso di paura si percepisce maggiormente una sensazione fisica attivante in mezzo al petto, mentre nel caso in cui si provi ansia oltre all’attivazione nel petto i partecipanti percepivano anche una sensazione di torpore negli arti; in caso di tristezza o depressione il torpore sembra essere percepito in modo molto maggiore rispetto a quando sono provate altri tipi di emozioni; la vergogna sembra attivare il corpo principalmente all’altezza delle guance; mentre l’emozione che sembra attivare il nostro corpo in modo più omogeneo è la felicità, che insieme allo stato d’animo definito dai ricercatori come amore produce un’attivazione intensa ed omogenea.
Un valido aiuto per comprendere quale emozione si sta provando in un dato momento arriva dal correlato fisiologico che ciascuna emozione porta con sé. Quando ci attiviamo in seguito ad una emozione sentiamo, di solito, qualcosa nel corpo.
Alcuni ricercatori finlandesi ci vengono in aiuto per riconosce quale emozione si sta provando, partendo dal tipo di attivazione corporea percepita. È stata infatti tracciata una mappa corporea di alcune emozioni.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Proceedings of The National Academy of Sciences nel 2013 da un team di ricercatori dell’università di Aalto.
Alla ricerca hanno partecipato 700 persone provenienti da Svezia, Finlandia e Taiwan; in questo modo è possibile dimostrare che il codice delle sensazioni corporee legate alle emozioni è universale e non legato a fattori culturali. I ricercatori hanno indotto diversi stati emotivi attraverso la visione di film o la lettura di storie, successivamente hanno fornito ai partecipanti alcune foto del corpo umano ed è stato loro chiesto di colorare, con colori diversi colori, le parti del corpo che sentivano attivarsi o disattivarsi in risposta all’emozione suscitata.
È emerso ad esempio che quando le persone provavano l’emozione rabbia le parti del corpo ad attivarsi maggiormente sono i pugni e la parte alta del tronco insieme alla testa; in caso di paura si percepisce maggiormente una sensazione fisica attivante in mezzo al petto, mentre nel caso in cui si provi ansia oltre all’attivazione nel petto i partecipanti percepivano anche una sensazione di torpore negli arti; in caso di tristezza o depressione il torpore sembra essere percepito in modo molto maggiore rispetto a quando sono provate altri tipi di emozioni; la vergogna sembra attivare il corpo principalmente all’altezza delle guance; mentre l’emozione che sembra attivare il nostro corpo in modo più omogeneo è la felicità, che insieme allo stato d’animo definito dai ricercatori come amore produce un’attivazione intensa ed omogenea.
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/06/emozioni-riconoscimento/
Questo studio può essere di grande aiuto nella clinica, soprattutto a tutti quei pazienti che trovano difficoltà nel riconosce quale emozione sentono. La possibilità di avere strumenti come una mappa corporea delle emozioni potrebbe riuscire a facilitare queste persone, partendo dal proprio corpo, partendo da cosa sentono e dove. Avere dei risultati generalizzabili potrebbe essere utile per capire quindi cosa significa per ciascuno “ho avuto una pessima giornata”, semplicemente focalizzandoci su quale parte del corpo sento attivata, o in quale parte sento torpore.
Dal Sito: www.stateofmind.it
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/06/emozioni-riconoscimento/
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/06/emozioni-riconoscimento/
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/06/emozioni-riconoscimento/
Genitori ansiosi fanno figli ansiosi?
I genitori ansiosi sono ansiogeni per i loro figli? Un genitore affetto da ansia patologica rappresenta un modello negativo in quanto a comportamento, atteggiamento verso il mondo e gestione dei problemi: studi condotti in materia riconoscono non solo questo, ma che se mamma o papà soffrono di un disturbo d’ansia danneggiano i figli perché attuano involontariamente (e spesso inconsapevolmente) una serie di comportamenti che trasmettono al bambino incertezza e sfiducia nelle proprie capacità, rendendolo a sua volta insicuro e ansioso.
Uno studio del Johns Hopkins Children’s Center ha esaminato 66 diadi genitore-bambino, nelle quali i genitori avevano ricevuto una diagnosi relativa all’ansia (disturbo da ansia sociale, ansia generalizzata o da attacchi di panico), e ha riscontrato nei genitori (in particolare, in quelli che soffrono di fobia sociale) diversi comportamenti responsabili del manifestarsi dell’ansia nei loro bambini. In particolare è stata constatata da parte dei genitori ansiosi sociali una carenza di gesti affettuosi, la tendenza a ipercriticare i bambini e la sfiducia nelle loro capacità di farcela.
Tutti i genitori affetti da ansia patologica tendono a controllare eccessivamente i bambini , a iperproteggerli e a non lasciare loro spazio di autonomia nello svolgere un compito (come si è visto chiaramente osservando genitori e bambini all’opera assieme nel corso dell’esperimento).
Questi comportamenti svalutanti e freddi generano ansia nel bambino che non solo non gode del supporto affettuoso che gli servirebbe, ma soprattutto si convince a sua volta di sbagliare spesso e di non avere quindi possibilità di successo, esattamente come i genitori gli predicono con le proprie aspettative negative.
L’ansia sociale del genitore dovrebbe essere considerata come un fattore di rischio per insorgenza di ansia nel figlio, e come tale trattata per prevenire insorgenza di un disturbo d’ansia anche nel bambino.
E’ stato stimato che i figli di genitori ansiosi hanno fino a 7 volte la probabilità di soffrire a loro volta di ansia patologica rispetto ai figli di soggetti non ansiosi e che fino a 2/3 dei figli di pazienti ansiosi presentano i criteri per diagnosticare loro un disturbo d’ansia.
I ricercatori ricordano che il 20% dei bambini americani soffra di un disturbo d’ansia, diagnosi spesso sottostimata e non riconosciuta come tale, ma che non solo per questo motivo la prevenzione dell’ansia assume rilevanza: l’ansia non riconosciuta e non curata nel bambino conduce a depressione, uso di sostanze e fallimenti scolastici, tutti esiti negativi che bisogna scongiurare. Anche per questo è necessario che il genitore ansioso si faccia curare, per sé stesso e per i propri figli, e che presti attenzione a determinati comportamenti che danneggiano direttamente il figlio e il suo atteggiamento verso sé stesso e verso la vita.
E’ perciò importante che il genitore ansioso:
- non si vergogni del proprio problema, lo riconosca e tenga nella giusta considerazione gli effetti che questo può avere sui propri bambini
- impari a riconoscere ed evitare quei comportamenti (come ipercritica e iperprotezione) che danneggiano il bambino e che mette in atto non perché siano giustificati, ma perché derivano direttamente dal suo disturbo
- chieda aiuto e supporto sociale quando sente di non farcela a gestire il bambino.
Per riuscire a realizzare tutto questo è fondamentale che il genitore si sottoponga ad una psicoterapia, per affrontare seriamente e risolvere il problema per il proprio benessere e per quello di tutta la sua famiglia, e che parli con il proprio psicoterapeuta anche di come occuparsi e relazionarsi con i figli.
Fonti:
"Trickle-Down Anxiety: Study Examines Parental Behaviors that Create Anxious Children"
"Children of Adults with Anxiety Disorder May Need Help Too"
Dal Sito: www.medicitalia.it
Che caldo, che ansia!
Le temperature aumentano, l’afa non dà tregua, e gli ansiosi si sentono male al solo pensiero di affrontare la calura estiva.
Le condizioni climatiche di questo periodo possono rappresentare infatti una vera e propria fonte d’angoscia per chi soffre di disturbi d’ansia: tutto sembra concorrere a provocare fastidi molto simili ai più comuni sintomi d’ansia, e quando questi fastidi colpiscono chi d’ansia soffre davvero la situazione può diventare decisamente molto critica.
Per fare un esempio, l’aria calda, umida e inquinata può provocare la sensazione di respirare male, in maniera superficiale, esattamente come avviene durante un attacco di panico (che può essere scatenato anche dall’eccessiva concentrazione di CO2 nell’aria con qualunque temperatura).
Se questo accade ad una persona non particolarmente ansiosa il fastidio fisico sarà identificato come tale e non avrà conseguenze dannose, mentre quando accade ad una persona ansiosa può innescare un attacco di panico sulla base dell’errata percezione del fastidio come sintomo ansioso (e non come malessere fisico).
Chi soffre d'ansia in questo periodo può sentirsi davvero in crisi perché diversi fattori generano malesseri che possono essere interpretati e percepiti come effetto dell'ansia stessa:
- l’abbassamento della pressione sanguigna può provocare capogiri e sensazione di testa vuota o leggera
- l’aumento della sudorazione dovuto al caldo può essere scambiato per un effetto dell’agitazione
- alcuni disturbi gastrointestinali tipicamente estivi sono gli stessi che colpiscono una parte dei soggetti ansiosi in maniera più o meno frequente
- l’aria surriscaldata, umida e spesso inquinata, come detto sopra, può scatenare nei soggetti predisposti la stessa sensazione di soffocamento che si può accompagnare al panico
- il sonno disturbato a causa dell’afa può essere poco ristoratore fino allo sviluppo di una vera e propria insonnia, che provoca stanchezza e non contribuisce certo a combattere sintomi come il senso di sbandamento e l’impressione di essere sul punto di svenire che molti ansiosi sperimentano in tutte le stagioni.
Di conseguenza per le persone ansiose può essere molto difficile affrontare questo periodo e l’intervento di uno psicologo può aiutarle a recuperare la calma e ad iniziare ad occuparsi dei loro disturbi, magari applicando da subito alcune tecniche di rilassamento utili a contenere l’ansia.
In generale comunque il consiglio migliore resta sempre quello di non aspettare che l’ansia “passi da sola”, quando si presenta, ma di rivolgersi ad uno specialista senza lasciare che la situazione si cronicizzi e porti ad una sofferenza ancora più acuta quando intervengono fattori esterni ansiogeni e debilitanti come quelli legati al caldo e all’afa.
Dal Sito: www.medicitalia.it
Ansia e depressione: 5 cose da sapere per stare meglio in estate
Caldo, umidità e quantità di luce giocano un ruolo importante sull'andamento di questi disturbi. Ma non bastano. Determinante è anche il contesto ambientale che, cambiando, ci influenza. Parola di esperto
In questi giorni Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna, ha presentato a Milano i risultati di un’indagine sulla depressione, in generale e in relazione a malattie importanti, come tumori, malattie reumatiche e diabete. «La depressione, quando legata o conseguenza di altre malattie, è per lo più sottovalutata sia da chi ne soffre, sia dai medici, quasi considerata un effetto collaterale scontato», afferma Francesca Merzagora, Presidente di Onda.
Di scontato, però, c’è molto poco. «La depressione continua a crescere: in 10 anni è aumentata di quasi il 20%», sottolinea Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento Salute mentale e Neuroscienze ASST Fatebenefratelli Sacco, tra i relatori che hanno presentato l’indagine Onda. «Un campanello d’allarme per tutti… Fondamentale risulta investire in ricerca e innovazione per migliorare ulteriormente l’efficacia delle cure e comprendere più a fondo le interazioni con i diversi contesti ambientali».
Con lui abbiamo parlato proprio di come ansia e depressione siano influenzate dal contesto ambientale e, in particolare dall’estate, che ormai è alle porte.
Prima, però, occorre distinguere tra quel che è fisiologico e quel che non lo è. «A fare la differenza, sono l’intensità e la durata nell’arco della giornata. Provare un’ansia transitoria di fronte a situazioni di prestazione o adattamento, è normale, anzi migliora le funzioni cognitive. Ma se supera l’evento, si entra in un ambito patologico. Esistono forme acute, come i disturbi di tipo panico, e quelle con andamento continuativo, legate a fobie specifiche. L’ansia patologica riguarda il 14% della popolazione», precisa Claudio Mencacci.
Lo stesso per i disturbi depressivi: demoralizzazione o tristezza sono fisiologiche. Diverso è quando le modificazioni del tono dell’umore sono costanti e in crescita, per intensità e durata. Perdita di interesse, disturbi fisici, del sonno, dell’appetito, affaticabilità, difficoltà cognitive come indecisione e incapacità di concentrarsi… tutte manifestazioni tipiche della depressione (non bipolare), un disturbo che riguarda il 5/6% della popolazione.
Ed ora, ecco 5 cose da sapere su come i fattori ambientali possono influire in modo importante sull’andamento di questi disturbi.
1. Nel periodo estivo si ha la tendenza a consumare maggiori quantità di sostanze alcoliche, stimolanti, che aumentano le possibilità di nuovi incontri e contatti in un clima che si fa inevitabilmente più disinibito. Questo comporta variazioni dello stile di vita, del comportamento e delle relazioni sociali: un effetto legato al cambiamento ambientale che diventa, però, un comportamento sociale. Vantaggioso, magari, per chi ha disturbi del tono dell’umore, decisamente difficoltoso per gli ansiosi…
2. Diversi studi dimostrano che temperatura, umidità e quantità di luce producono effetti anche sul metabolismo, rallentandolo. La consueta dose di farmaci antidepressivi, quindi, può risultare eccessiva: meglio stabilire con il proprio medico come e quanto ridurla. Severamente vietato il fai-da-te perché potrebbe peggiorare i sintomi.
3. L’aumento del fotoperiodo (la quantità e la durata dell’illuminazione durante il giorno) stimola maggiormente alcuni neurotrasmettitori (tra cui la serotonina), migliorando il tono dell’umore in chi soffre di depressione. Non sempre, però. Ne esiste una forma, seppur rara, che si chiama Summer Affectiv Desorder ed è causata proprio dall’aumento della luce in estate. L’eccesso di luce può peggiorare anche la situazione degli ansiosi: aumentano le energie a disposizione e, se non vengono ben canalizzate, danno un senso di irrequietezza e, quindi, di ansietà.
4. Temperatura, umidità, quantità di luce, aumento dei rumori e degli stimoli possono disturbare in maniera significativa il sonno, che è il marker indicatore del nostro stato mentale. I disturbi del sonno possono fungere da promotori di disturbi d’ansia o anche depressione, innescando situazioni che erano in fase iniziale oppure originandone di nuove.
5. La scelta del luogo, invece, è principalmente questione di buon senso. Bisogna andare là dove si sente di poter portare, seppur transitoriamente, i propri bisogni: se servono uno stacco, un riposo di qualità, vada per lago o montagna. Se servono interazione, movimento, vita sociale, meglio il mare. Non sono le persone che fanno i viaggi, ma i viaggi che fanno le persone: piccolo, medio o grande che sia, il viaggio espone a una serie diversa di adattamenti. Questa è l’essenza del viaggio, quello che veramente ci dà. Spetta poi a noi stabilire quanto siamo disponibili ad adattarci.
Le vacanze non sono una gioia per tutti. Cambiare le proprie abitudini, i propri ritmi, allontanarsi dalle relazioni consolidate o da un amore, magari segreto… per molti il momento di partire è vissuto come uno stress e può gettare in una condizione emotiva di sconforto che, non solo porta a vivere male le vacanze, ma può aggravare sia i disturbi d’ansia sia quelli depressivi. Ognuno di noi si muove (e parte) con quello che si porta dentro.
di GIADA SALONIA
Dal sito : www.iodonna.it
L’autostima: pilastro basilare nella nostra vita
L’amore per se stessi è il punto di partenza della crescita di una persona che comprende l’importanza di rendersi responsabile della propria esistenza. (Viktor Frankl)
Cos’è l’autostima?
“Il modo in cui ci sentiamo riguardo a noi stessi influisce in maniera decisiva su tutti gli aspetti della nostra esistenza. Le risposte che emettiamo dinanzi agli avvenimenti dipendono da chi e da cosa pensiamo e siamo. I drammi della nostra vita sono i riflessi della visione intima che possediamo di noi stessi. L’autostima, pertanto, è la chiave del successo o del fallimento.
Di tutti i giudizi a cui ci sottoponiamo, nessuno è importante come il nostro. L’autostima positiva è il requisito fondamentale per una vita piena” (Nathaniel Branden)
L’autostima consiste nella valutazione che diamo a noi stessi. La capacità di amarci, volerci bene, rispettarci e valorizzarci, che comprende un insieme di condotte ed atteggiamenti, i quali costituiscono la base della nostra identità personale. Si tratta di una percezione valutativa di noi stessi, uno dei pilastri principali su cui ci appoggiamo.
L’autostima, inoltre, comprende due componenti importanti: il sentimento di capacità personale ed il sentimento di valore personale. Si tratta, quindi, della somma di fiducia e rispetto per noi stessi ed in questo modo condiziona la nostra qualità di vita.
Una buona autostima ci permette di accettare i nostri limiti e le nostre difficoltà. Significa, quindi, volerci bene per quello che siamo, sia per i nostri successi sia per i nostri sbagli ed errori. Dovremmo sentirci bene, amarci ed accettarci, apprezzarci e rispettarci, a prescindere dai risultati o da quelli che non siamo in grado di fare o che non ci piace.
Autostima ed opinione altrui
Quanto dobbiamo tenere in considerazione la parola degli altri? Quanto di quello che gli altri dicono sul nostro conto è vero?
La maggior parte dei problemi che nasce quando ci relazioniamo si basa sul convincimento che gli altri devono conoscerci, capirci ed accettarci. Tuttavia, se non impariamo a dare il giusto valore alle parole degli altri, la nostra autostima potrà distruggersi facilmente.
Ognuno di noi stabilisce dei vincoli con gli altri, ci relazioniamo con essi in modo diverso. Il vincolo che abbiamo stabilito con nostra madre, per esempio, non è lo stesso di quello stabilito con i nostri migliori amici o i nostri colleghi di lavoro. Nei rapporti che manteniamo, quindi, ci comportiamo in modo diverso in base al vincolo stabilito con le altre persone e dal ruolo che adottiamo. In questo modo, abbiamo peculiarità e limiti distinti in base alle persone che ci troviamo davanti. I rapporti che manteniamo con le persone, quindi, sono solo una parte di noi, una piccola porzione, non la nostra totalità. Alle persone è dato conoscere solo alcune manifestazioni della nostra personalità, non tutte le nostre reazioni e motivazioni intime, né la totalità della nostra storia né di quello che siamo. Le persone sono molto più che le relazioni che instaurano.
Le opinioni che gli altri possono avere su di noi derivano solo da quello che hanno potuto osservare, così come dal “colore” che ognuno ha potuto conferire a queste osservazioni in base alle proprie caratteristiche personali. Noi facciamo lo stesso con gli altri. È possibile, quindi, che quello che gli altri apprezzano di noi, e che noi apprezziamo di loro, non corrisponda davvero alla realtà. È sbagliato, infatti, pensare che quello che diciamo degli altri sia del tutto vero, così come quello che pensano gli altri di noi. L’opinione che hanno gli altri di noi costituisce una porzione di quello che siamo, non la nostra totalità.
Il tutto, inoltre, dipende anche dal vincolo stabilito, dalla frequenza, dal modo in cui ci comportiamo, etc. Gli altri possono conoscere più o meno aspetti di noi, ma non possiamo dimenticare che siamo noi gli unici a conoscerci del tutto. Siamo solo noi ad avere il panorama completo della nostra persona. Non aspettiamoci troppo dagli altri, poiché il nostro giudizio deve essere sostenuto da quello che pensiamo di noi stessi e non dalla visione parziale che hanno gli altri di noi.
Dal Sito: lamenteemeravigliosa.it
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