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sabato 19 dicembre 2020

Il dilemma della coperta corta, quando dobbiamo scegliere tra due opzioni negative





Probabilmente ti è successo in più di un’occasione. Hai freddo, quindi tiri la coperta per coprirti la testa, ma così facendo i piedi restano scoperti. Presto senti di nuovo freddo, quindi torni ad aggiustare la coperta, ma coprendoti i piedi, esponi la testa. È frustrante.

Il dilemma della coperta corta è una teoria intuitiva secondo cui è impossibile coprire contemporaneamente testa e piedi perché la coperta non è abbastanza lunga. Pertanto, siamo costretti a scegliere tra due possibilità, ma nessuna delle due ci soddisfa pienamente.

Il problema inizia quando applichiamo quel tipo di ragionamento ai conflitti più complessi della vita e presumiamo – o ci fanno credere – che abbiamo solo due opzioni e che dobbiamo decidere tra queste, anche se sono pessime o insoddisfacenti.

Una condanna permanente all’insoddisfazione e alla frustrazione

Nei dilemmi della coperta corta le due possibilità che abbiamo sono imposte; cioè, di solito derivano da limitazioni esterne. Il mondo ci pone degli ostacoli e ci presenta due soluzioni insoddisfacenti. Nessuna delle alternative è il risultato di una profonda riflessione, ma piuttosto di una limitazione. Pertanto, qualunque sia la soluzione che scegliamo, diventerà fonte di frustrazione.

Poiché nessuna delle due opzioni soddisfa davvero il bisogno di fondo, è comprensibile che la frustrazione continui a crescere. Limitarci a scegliere l’opzione meno negativa non ci lascia un buon sapore in bocca. Piuttosto, ci farà guardare continuamente indietro per riconsiderare i nostri passi.

Per questo motivo, molti problemi della coperta corta tendono a generare dubbi e rimpianti. Ci chiediamo cosa sarebbe successo se avessimo scelto l’altra possibilità. Saremmo stati altrettanto infelici? Quando questi dubbi si estendono agli aspetti importanti della nostra vita, è difficile che ci sentiamo soddisfatti e in pace con le nostre decisioni.

Il pensiero intrappolato nel circolo vizioso della dualità

Una delle principali trappole che ci tendono i dilemmi della coperta corta è rinchiudere il nostro pensiero in uno schema  in cui ci sono solo due soluzioni. Diventano un limite che ci impedisce di contemplare qualsiasi soluzione che vada oltre gli stretti limiti stabiliti.

Infatti, esporre i dilemmi della coperta corta è una strategia di manipolazione sociale abbastanza comune. È normale che ci vengano date solo due soluzioni tra cui scegliere. Destra o sinistra? Salute o economia? Sviluppo o minore contaminazione?

Il problema è che consumiamo così tante risorse cognitive per valutare i pro ei contro delle due soluzioni predeterminate che dimentichiamo di guardare oltre per trovare un percorso alternativo. Forse l’alternativa che troveremmo non sarebbe ideale, ma almeno potrebbe essere più pratica o soddisfacente delle due possibilità iniziali.

Altre volte siamo noi che creiamo e cadiamo in questo falso dilemma. A volte siamo così presi dal problema o accecati dalle emozioni che non siamo in grado di vedere oltre le possibilità evidenti. Questi tipi di situazioni possono indurci a considerare false dicotomie. Potremmo pensare, ad esempio, che possiamo solo decidere tra mantenere una relazione insoddisfacente o lasciarci e restare soli per sempre.

Quando le emozioni prendono il sopravvento, non pensiamo chiaramente e tendiamo a cercare soluzioni estreme e opposte. In pratica, i dilemmi della coperta corta rinchiudono il nostro pensiero in una scatola molto piccola. Alimentano un modo di pensare dicotomico in termini di buono o cattivo, nero o bianco, positivo o negativo. Ciechi di fronte ad altre possibilità, non siamo in grado di esplorare soluzioni alternative, quindi scegliamo di seguire il copione che altri hanno scritto per noi o che ci siamo imposti.

Rompere gli schemi

“A volte siamo eccessivamente disposti a credere che il presente sia l’unico stato di cose possibile”,scriveva Marcel Proust. Per sfuggire all’effetto della coperta corta, dobbiamo smettere di pensare che ci siano solo due soluzioni.

Invece è molto più costruttivo dirci che, finora, abbiamo visto solo le due soluzioni più ovvie o le due alternative che qualcuno ci ha proposto, ma ciò non significa che non ci siano altre strade da esplorare.

Per risolvere il problema della coperta corta dobbiamo cambiare il nostro approccio. Forse non siamo in grado di allungare la coperta, ma possiamo assumere una posizione fetale per coprirci meglio. Possiamo anche usare una seconda coperta. Oppure indossare dei calzini più spessi.

La chiave è essere consapevoli che il nostro problema può essere la lunghezza della coperta, ma il bisogno da soddisfare è proteggerci dal freddo. Cambiando l’obiettivo su cui concentrarci, usciamo dalla dicotomia apparentemente insormontabile per trovare una soluzione più soddisfacente al vero bisogno di fondo.

A volte dobbiamo solo guardare oltre il problema o conflitto. Quando ci concentriamo sul bisogno, senza risposte predeterminate – o superandole – possiamo scoprire una gamma più ampia di soluzioni che possono essere più soddisfacenti e appropriate alle nostre circostanze.


Dal Sito: angolopsicologia.com 

lunedì 14 dicembre 2020

Crescita personale: cos'è e a cosa serve?




Parlare di crescita personale vuol dire riferirsi a delle competenze specifiche quali la capacità di gestire le emozioni, la resilienza, l’empatia, l’adattabilità, la creatività.

Queste competenze vengono anche chiamate in gergo competenze trasversali o Soft Skills e sono utili non solo nella vita privata ma anche nella professione: la ricerca ha infatti dimostrato ampiamente che le conoscenze tecniche di settore e l’intelligenza personale costituiscono solo una parte delle qualità utili ad affermarsi nel proprio campo professionale. Vediamo allora che cosa intendiamo quando usiamo l’espressione gestire le emozioni. Per gestire qualcosa dobbiamo affinare una serie di abilità che possiamo allenare e migliorare nel tempo. Queste abilità dunque sono competenze che possono essere apprese da tutti, potenziate con l’esperienza nel corso della propria esistenza.

Gestire le emozioni vuol dire dunque: riconoscerle (dargli un nome), assumersene la responsabilità (cogliere le informazioni che contengono su noi stessi quando le esprimiamo) e legarle ai propri bisogni (utilizzarle per raggiungere i propri obiettivi nella vita). Imparare a gestirle in questo modo accresce il benessere perché permette di comprendere quello che ci accade intorno e di avere il potere di cambiare quegli aspetti che non portano nutrimento alla nostra vita. Inoltre poter dare un senso alle emozioni spiacevoli ci fornisce il vantaggio di non esserne travolti trovando la nostra personale modalità per affrontarle e farci qualcosa. Gestire le emozioni ci informa sul nostro modo di essere, sul nostro modo di guardare il mondo e sulla nostra modalità di rapportarci agli altri. Tutto questo aumenta la nostra crescita personale perché ci fornisce gli strumenti per guidare le nostre relazioni e per imparare a chiedere in maniera competente senza rischiare di ferire l’altro o di imbatterci cronicamente in situazioni che generano rifiuto e allontanamento da parte dell’altro.

Ragionare in quest’ottica significa da un lato sfruttare al meglio gli effettigenerati dall’espressione delle nostre emozioni nei diversi contesti e dall’altro imparare da questi feedback qualcosa in più su come è fatto l’altro e su quale sia il modo migliore di avvicinarsi a lui. Chiedere qualcosa all’altro utilizzando il potenziale insito nell’espressione competente delle emozioni lo dispone a darci quello che vorremmo e a comprendere il nostro punto di vista. In questo senso l’abilità di mettersi nei panni dell’altro che chiamiamo empatia smette di essere un concetto e diventa una concreta possibilità di costruire relazioni in cui c’è uno spazio reale per le persone che ne fanno parte.

Altra abilità importante è quella della resilienza che consiste nell’affrontare le avversità della vita attraversandole per uscirne trasformati traendo vantaggio da quello che ci accade. Essere resilienti non significa dunque essere intoccabili e invulnerabili alle emozioni, ma al contrario vuol dire avere la tenacia di viverle a pieno lasciandosi toccare da quello che hanno da dirci. Ogni emozione che sentiamo nel corpo comunica alla nostra mente e alla nostra anima cosa sarebbe più salutare per noi fare in quel determinato momento, imparare a farci caso e ad esserne consapevoli è uno strumento fondamentale per accrescere la resilienza.

Collegata alla resilienza è l’adattabilità che consiste nell’entrare in contatto con le situazioni della vita stando radicati nel qui e ora, un po’ come l’acqua che non essendo rigida nel suo essere, prende la forma del contenitore in cui la versiamo. L’utilità dell’adattabilità è presto detta: la vita stessa ci presenta situazioni dalle forme più diverse e affrontarle in base alla forma che assumono di volta in volta piuttosto che nella stessa rigida maniera porta benessere perché permette di utilizzare le proprie energie in modo mirato, senza disperderle trattenendo ciò che dobbiamo lasciar andare.

La creatività a questo proposito è l’abilità con cui possiamo trovare strade alternative al raggiungimento dei nostri obiettivi e dei nostri sogni. Quando un sogno non si realizza o ci blocchiamo sulla realizzazione di questo sogno con tutte le nostre forze perdendo di vista tutta una serie di altre possibilità, allora utilizzare la creatività e l’immaginazione può fare la differenza tra una vita piena di rancore e frustrazione e una vita in cui accanto alla porta principale dei sogni ci sono tante porticine cariche di altri desideri. Nel secondo caso la vita è più soddisfacente perché nel frattempo che un sogno non si realizza ci dedichiamo a un altro desiderio e dedicandoci a questo possiamo accumulare altra energia vitale che continuerà a muoverci nella direzione di progettare la nostra esistenza, anziché fermarla alla prima sconfitta.


Dal Sito: psicologionline.net

mercoledì 9 dicembre 2020

Il dono del dolore: quando cadere ti rende più forte


“Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.”
— Khalil Gibran

Il dolore è uno dei nostri più grandi maestri, ci accompagna in ogni fase della nostra vita; peccato che intorno a lui, abbiamo costruito un mito negativo che ci impedisce di capire quali doni e lezioni ci porta. Se ci pensi bene, la nostra vita comincia nel dolore, basta pensare al parto. Da lì, la nostra vita sarà costellata da grandi e piccole sofferenze, tra le quali le più insidiose saranno quelle che rimarranno invisibili agli occhi.

Si potrebbe vivere una vita priva di dolore? Forse, ma si rischierebbe di passare accanto al genere di esperienze che ci fanno crescereveramente.

Le lezioni della sofferenza: quando il dolore insegna

Quando avevo circa 4 anni, ero particolarmente attratta dal fuoco e non servivano a nulla le ammonizionidi mia madre che tentava a tutti i costi di allontanarmi da lui. Io volevo afferrare quella piccola meraviglia luminosa, volevo toccarla. Un giorno, mia madre fece qualcosa di discutibile che mi avrebbe comunque risparmiato nel futuro dei grossi guai: mi lasciò scottarmi il dito. Provai un dolore tale che me lo ricordo ancora oggi! Da quel giorno, sono rimasta molto attenta al fuoco. Mi sono ferita  ma ho anche imparato qualcosa di importante: bisogna stare attenti a ciò che crea dolore. È così che il dolore ci insegna a diventare prudenti e responsabili: quando sai che qualcosa ha il potere di ferirti e sai cosa significa soffrire,provi di evitarlo anche agli altri.

“Un’ora breve di dolore c’impressiona lungamente; un giorno sereno passa e non lascia traccia.”
— Luigi Pirandello

Il dono dietro ciò che fa male

Il dolore ha la particolarità di fissarsi bene nella nostra memoria, ricordandoci quando l’abbiamo provato e cosa lo ha provocato e questo costituisce un dono davvero prezioso per la nostra evoluzione.

L’intero percorso dell’essere umano, le sue ricerche, i suoi progressi tecnologici sono in qualche modo legati alla sofferenza: dal fuoco per tenere distanti i predatori alle case per proteggersi dalle intemperie, allo sviluppo della medicina per curare i malanni alle religioni per provare di capirne il senso, il dolore è un tema onnipresente nelle nostre esistenze; è quindi inutile demonizzarlo perché ci serve per crescere, per evolvere, per migliorare e portarci uno scalino più su, a condizione di riuscire a superarlo.

“Si tratta di una verità spaventosa: il dolore può renderci più profondi, può conferire un maggiore splendore ai nostri colori e una risonanza più ricca alle nostre parole. Questo avviene se non ci distrugge, se non annienta l’ottimismo e lo spirito, la capacità di avere visioni e il rispetto per le cose semplici e indispensabili.”
— Anne Rice

Per superarlo, devi imparare le sue lezioni

Il dolore è utile quando è di passaggio, altrimenti rischia di farci impazzire; ecco perché bisogna fare in modo che rimanga un maestro a tempo determinato e riuscire a superarlo. Per farlo ed evitare che lo stesso tipo di sofferenza si ripresenti, bisogna imparare bene le sue lezioni.

I suoi insegnamenti si focalizzano sul farci scoprire chi siamo dentro di noi. Portandoci nelle nostre profondità, ci mette in contatto con i nostri lati d’ombra, con il nostro buio interiore, per riemergere poi più consapevoli e maturi.

“Il dolore è il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime.”
— Marie von Ebner-Eschenbach

1. Impara a lasciare andare

Spesso ci aggrappiamo alla causa del nostro malessere e non riusciamo a lasciarla andare, che sia un evento del passato, una convinzione o una persona. In questo caso, la prima cosa che dobbiamo fare è accettare che ciò che ci fa soffrire deve essere rilasciato. Accettare che alcune cose hanno una fine e non possono essere trattenute all’infinito ci aiuterà ad andare avanti per la nostra strada e permetterà finalmente alle nostre ferite di cicatrizzarsi, rendendoci più forti e consapevoli dei nostri limiti.

Staccarsi da ciò che ci fa male ha anche un grande vantaggio: ci riporta a ciò che conta davvero nella nostra vita, all’essenziale. Possiamo approfittare dei momenti bui e difficile per tagliare i legami tossiciabbandonare una strada che non sentivamo nostra, lasciar andare alcune convinzioni limitanti, in poche parole, per ritrovare quel nocciolo interiore dove siamo nudi di fronte al mondo, spogli da fronzoli ma meravigliosamente autentici. 100% noi stessi.

“Un dolore ti insegna a viaggiare a marcia indietro. Da grande a piccolo. Da ricco a povero. Dal superfluo all’essenziale.”
— Fabrizio Caramagna

2. Non identificarti con ciò che ti lasci alle spalle


Sopratutto quando conviviamo per molto tempo con le nostre ferite, tendiamo a pensare che sono parte di noi e ci identifichiamo con esse. Occorrerà perciò evitare che il dolore si cronicizzi, col rischio di farci pure il callo e di anestetizzarsi emotivamente ‒ occhio al rischio di depressione! ‒; per fare ciò bisognerà affrontarlo, riconoscerlo e tagliare il cordone, capire che non siamo il nostro dolore.

Decidendo di separarci dal dolore e lasciandolo andare abbandoniamo anche un’idea che ci eravamo fatti di noi e di un futuro che non vivremo mai, e questo può spaventare; ma chiudendo quella porta fatta di sofferenza e decidendo di andare avanti, ci apriamo a nuove possibilità dove siamo noi, e non le nostre ferite, a decidere cosa fare della nostra vita.

3. Riscopri chi sei

Capita che ci risulti difficile riuscire a capire chi siamo senza la sofferenza, perché spesso ci abituiamo alla sua presenza e ci dimentichiamo di chi eravamo senza di lei. Chi siamo? Questa è la domanda principale da farci quando il dolore interiore bussa alla nostra porta. Quali sono le nostre passioni, cosa ci dà piacere, quali sono le nostre aspirazioni nella vita, quali sono i nostri talenti?

Il dolore serve a spogliarti di tutto ciò che non è tuo: sensi di colpa, vergogna, giudizi, maschere, illusioni.Con il dolore non puoi fingere, torni ad essere solo/a te stesso/a, con le tue paure, con la tua ombra.

Quando avrai toccato il cuore del dolore, quando sarai sommerso/a nella tua oscurità, capirai chi sei. Ti riconoscerai al di là dei pensieri illusoridei sogni infranti che gli altri hanno fatto pesare sulle tue spalle, dei legami che possono graffiare il tuo cuore ma non possono attaccare il nocciolo del tuo essere. Il dolore è la guida che ti porta dentro di te per farti incontrare la persona più importante della tua vita, e quella persona sei tu.

“Il dolore non è una sconfitta, le lacrime non sono una resa, ma solo il segnale di una trasformazione che sta avvenendo in te. Qualcosa che non serviva più alla tua crescita ti ha abbandonato, e qualcos’altro che ti accompagnerà nel tuo cammino sta invece nascendo. Questo ci insegna la vita. Ogni nuova nascita è preceduta da un grande dolore. Solo chi rifiuta la vita e ogni forma di crescita interiore rende sterile e infruttuoso il potere rigenerante del dolore.”
— Manuele Dalcesti

 

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e shamanic storyteller
www.risorsedellanima.it


Dal Sito: eticamente.net 


venerdì 20 novembre 2020

Come Superare la Paura: Strumenti e Metodi per Affrontarla


Come affrontare e superare le proprie paure

di Martina Truppo

Provare paura è profondamente umano: si tratta della più antica delle emozioni, e tutti noi la sperimentiamo più volte nella vita.

Le paure di ciascuno di noi possono essere più o meno intense, fino a sfociare in vere e proprie fobie, ma ciò che ci accomuna tutti è spesso la volontà di affrontarle e combatterle una volta per tutte.

Qui di seguito troverai numerosi consigli e informazioni utili per comprendere e affrontare le paure più disparate: ti spiegheremo cos’è la paura, come si manifesta e perché la proviamo, quali sono gli errori più comuni nel cercare di combatterla e i metodi più efficaci per vincerla e non farsene più condizionare.

Se vuoi cambiare la tua vita, o semplicemente smettere di rinunciare a vivere pienamente a causa della paura, troverai sicuramente utile questo articolo.

Cos’è la paura?

La paura interessa in misura variabile ogni essere umano. Il Galimberti la definisce: “Emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia”.

Sulla base di vari fattori l’essere umano effettua una “valutazione della minaccia“, che è del tutto personale e intersoggettiva. Ciò spiega come mai alcune persone cercano il pericolo attivamente, dandone una valutazione positiva. Basti pensare agli sport estremi, dove lo stesso esporsi al pericolo viene perseguito come una meta e diviene per chi pratica queste discipline uno dei moventi dichiarati all’azione, che origina piacere e non paura.

La valutazione della minaccia

La valutazione della minaccia è scandita da 5 momenti fondamentali:

Novità o prevedibilità: l’organismo si attiva di fronte a stimoli che siano nuovi, non categorizzati in altre precedenti esperienze, oppure improbabili rispetto al contesto in cui accadono;

Piacevolezza o spiacevolezza: l’organismo valuta il grado di piacere che trae dall’esperienza che sta vivendo;

Funzionalità rispetto ai bisogni: l’organismo valuta l’esperienza in base alla sua utilità o meno rispetto a quanto si sia prefisso di raggiungere, ai bisogni immediati che prova in quel momento;

Gestibilità della situazione: valutazione dell’impatto dello stimolo sugli scopi della persona e sulla sua facilità di gestirlo (coping);

Compatibilità con le norme sociali: l’organismo valuta quanto e se il nuovo elemento possa essere più o meno coerente e compatibile con i principi ed i valori dell’individuo.

Paura e cervello: cosa succede?

La risposta alla paura inizia in una regione cerebrale chiamata amigdala. Da qui, quando ci troviamo di fronte ad uno stimolo minaccioso parte una complessa reazione a catena: vengono rilasciati ormoni dello stress si attiva il sistema nervoso simpatico, coinvolto in quelle funzioni definite di «attacco o fuga».

Il cervello entra in uno stato di allerta, le pupille si dilatano, il respiroaccelera. Aumenta anche la frequenza cardiaca, la pressione e il flusso sanguigno. Viene mandato più glucosio ai muscoli, mentre organi non vitali, come il sistema gastrointestinale, vengono messi in uno stato di ridotta attività. La concentrazione è tutta sul pericolo che si sta vivendo in quel momento, tutto il corpo si prepara ad affrontarlo.

Le strategie di risposta alla paura

Quando parliamo di paura, esistono diverse tipologie di reazione che si esplicano in altrettante strategie comportamentali. La lotta e la fugasono i due opposti che esemplificano la scelta tra evitare e affrontare i problemi.

Vediamo insieme in che modo l’essere umano tenta di combattere la paura.

Immobilità: a volte la persona si blocca, come per essere meno visibile al suo aggressore;

Evitamento: nascondere l’elemento problematico o nascondersi ad esso, tapparsi gli occhi o le orecchie.

Diluizione e negazione: la prima determina un’esposizione graduale allo stimolo, la seconda un evitamento.

Frustrazione/collera: la reazione di rabbia e aggressività comporta una modificazione nell’aspetto e nel comportamento in senso negativo; divenire spaventosi serve per intimidire l’avversario. Da questo può scaturire la reazione di attacco.

Reazione di attacco: il segnale di pericolo trasforma il nostro organismo come se si trattasse di una macchina da combattimento. L’accrescimento della forza è dovuto a una combinazione di adrenalina, noradrenalina e di altri ormoni dello stress.

Sottomissione/pacificazione: si tratta del tentativo di scampare al pericolo arrendendosi e concedendo al “vincitore” tutte le facoltà di gestire ciò che verrà successivamente.

Riconversione: consiste nella ridefinizione della situazione, che viene “ristrutturata” secondo una nuova ottica più positiva o comunque differente da quella che spaventava.

Paura, ansia o fobia?

La fobia consiste in una paura sproporzionata, marcata e persistente e viene classificata come disturbo facente parte dei disturbi d’ansia (DSM-5; 2013). Al contrario, la paura è la risposta emotiva ad una minaccia imminente reale o percepita, mentre l’ansia è l’anticipazione di un’eventuale minaccia futura.

Secondo alcune teorie, le fobie sono una sorta di risposta appresa. Infatti, spesso, le persone fobiche sono cresciute in contesti di persone con paure simili, da cui le hanno assimilate.

Inoltre, la fobia si mantiene nel tempo per il processo mentale e comportamentale chiamato “evitamento”. Con questo termine intendiamo il comportamento volontario della persona, volto a evitare di affrontare la situazione o l’oggetto che causa la fobia.

Le paure più comuni

Ogni essere vivente ha paura di qualcosa. Vediamo insieme quali sono le paure più diffuse:

Acluofobiaquasi tutti, da piccoli, hanno provato questa paura, e quasi sicuramente anche tu! Questo nome complesso, infatti, cela la paura del buio e nasce per evitare di incorrere in pericoli nascosti.

Acrofobia: ossia la “paura delle altezze”, come ad esempio di trovarsi in luoghi quali grattacieli, torri, montagne ecc. È associata a sensazione di vertigini, stati di ansia e di insicurezza.

Aerofobia: la paura di volare. È molto più diffusa e può insorgere in seguito a particolari traumi. Può innescare un generale senso di inquietudine che si trasforma in fortissima paura al solo pensiero di volare.

Agorafobia: è il timore di trovarsi in spazi aperti e luoghi pubblici. Si tratta di una delle paure più invalidanti, può causare il sopraggiungere di veri e propri attacchi di panico.

Glossofobiaovvero la paura di parlare in pubblico. Questo stato di angoscia può provocare un aumento della sudorazione, alterazione della salivazione e risultare anche paralizzante.

Ofidiofobia: la paura dei serpenti, molto spesso temuti soprattutto dai bambini e dalle donne, che avvertono una sensazione di ribrezzo alla sola vista dei rettili;

Aracnofobia: un’altra fobia piuttosto comune, la paura dei ragni, sia di piccole sia di grandi dimensioni. Colpisce indistintamente sia gli uomini sia le donne, e chi ne è affetto evita spesso di frequentare luoghi dove potrebbero trovarsi ragni e ragnatele. In alcuni casi, anche solo l’immagine dei ragni può innescare la paura.

Belonefobia: la paura degli aghi e delle punture. Sono numerosissime le persone che impallidiscono di fronte all’immagine di un ago, avvertendo sudorazione fredda ed eccessiva, pallore e arrivando addirittura allo svenimento. Per tali soggetti, i prelievi ematici sono particolarmente difficili da affrontare.

La paura della paura

La paura della paura è un meccanismo psicologico molto frequente, e si tratta dello sviluppare un’intolleranza alla sola possibilità di poter provare paura, tanto da arrivare al punto di iniziare a pensarci in modo ossessivo.

Soprattutto quando una persona inizia a soffrire di attacchi di panico, ed inizia ad esperire profonda paura per le sensazioni ed emozioni ad esso connesse, comincia anche a provare la profonda paura di poter sentire nuovamente le stesse sensazioni ed emozioni.

A forza di pensarci, si finirà per ingigantire i propri pensieri connessi alla paura e ciò porterà a percepirla molto più spaventosa di quanto sarebbe realmente, tanto da arrivare a “farsela venire”.

Quando la paura si trasforma in panico

Si dice che sia proprio la “paura della paura” ad entrare in gioco quando parliamo di attacchi di panico. Diversamente dalla paura, il panico può bloccareparalizzare e, raramente, iperattivare fino a compiere azioni non ragionate.

L’attacco di panico, così come la paura, attiva tutti gli allarmi fisici: respirazione, cuore, senso di equilibrio fisico, sistema gastrointestinale, si attivano insieme in una sorta di ondata violenta.

Quando una persona soffre di attacchi di panico, non si sente fisicamente in forma, come se i sistemi del corpo non fossero perfettamente allineati e funzionanti e, quindi, il corpo e la mente rimangono sempre in allerta.

Combattere la paura: cosa fare e cosa non fare

Nei momenti di sconforto, quando abbiamo appena avuto un attacco di panico o ci siamo trovati di fronte ad un evento che ci ha impauriti, sembra impossibile pensare di combattere questa emozione.

Iniziamo a convincerci che non c’è via di scampo e che rimarremo per sempre bloccati. Spoiler: esiste una soluzione! Quantomeno, ci sono dei modi attraverso i quali tentare di affrontare la paura e vincerla. Vediamo intanto quali sono gli errori più comuni da evitare e le strategie che invece risultano efficaci.

I 4 errori più comuni nel combattere l’ansia e la paura

Iniziamo a vedere insieme quali sono gli errori più comuni messi in atto dalle persone per sconfiggere le paure. Premessa: non sentirti stupido se anche tu riconosci di esserci caduto, sono così comuni proprio perché apparentemente utiliad eliminare completamente la paura.

Provare a controllare la paurasforzarsi di controllare una paura è una battaglia persa perché la paura si manifesta attraverso dei circuiti che sono molto più primordiali di quelli del controllo consapevole. I centri cerebrali che percepiscono la paura e le danno vita leggono il tentativo di controllo come un altro pericolo, aumentando il livello di tensione.

Parlare costantemente della tua pauraparlare della tua paura è fondamentale in una fase iniziale. Condividere con qualcuno il proprio timore è utile a farlo “uscire” dalla testa, luogo in cui tende ad ingigantirsi. Tuttavia, parlare non basta se non è accompagnato da una reale motivazione ad affrontare la paura. Come un disco rotto ne citi le dinamiche, ne spieghi le evoluzioni, ma non arrivi ad affrontarla.

Evitare la pauraevitare di metterti in tutte quelle condizioni che potrebbero suscitare un certo grado di paura potrebbe farti sviluppare una “paura della paura”, data da un’assenza di esposizione.

Cercare la soluzione negli altricercare di superare la paura tramite la presenza dell’altro è qualcosa che inizialmente ci rassicura molto. Non è sbagliato chiedere aiuto, ma è controproducente pensare di poter vincere le proprie paure solo con il supporto esterno. Ad esempio, il bambino che supera la paura del buio chiedendo la presenza dei genitori finché non si addormenta o addirittura dormendo in stanza con i genitori, in realtà non sta superando la sua paura.

I passi per affrontare la paura

Affrontare le paure può paragonarsi ad un allenamentofaticoso, ma anche gratificante quando si raggiunge l’agognato traguardo.

E’ bene iniziare a piccoli passi, ponendosi obiettivi realistici volta per volta: non possiamo correre 10 km senza aver mai fatto jogging, arriveremmo stremati e con le gambe a pezzi! Vediamo insieme i passi per combattere le proprie paure.

1. La paura non si elimina, si combatte!

Iniziamo con smontare la teoria portante, e cioè che la paura non possa essere assolutamente provata. In genere la richiesta della persona è “non voglio provare mai più paura”.

Pensaci: se una cosa non la voglio assolutamente, sarò infatti costretto a temerla, a controllarla, ad ingigantire, ed evitare. Se invece la percepisco come possibile, accettabile, e gestibile, perché mai dovrei temerla, controllarla o evitarla?

2. Esposizione graduale

Hai paura di parlare in pubblico? Inizia a parlare davanti ad una persona, poi chiamane 2, poi 3 e mano a mano rafforzerai in te la credenza che in fondo non è un gran problema.

È possibile applicare questo metodo dell’esposizione graduale a ogni genere di paura. Nessuno ti chiede di buttarti da un aereo con il paracadute. Potresti però provare a vincere la paura delle vertigini tuffandoti da un trampolino in piscina. Sempre che il problema non abbia implicazioni mediche.

3. Chiediti “Di cosa ho davvero paura?”

Aiutati scrivendo tutte le risposte che ti passano per la testa, anche se ti sembrano assurde.

Ci sono paure ragionevoli tanto quanto quelle irrazionali, e nascono da ragioni che non conoscete. Avete paura del buio? Perché esattamente? Quand’è stata la prima volta che avete provato questa paura? Come reagite quando c’è un blackout?

4. Riconosci le tue risorse

La paura ti fa sentire incapace e inutile. Pensa a tutto quello che hai fatto giorno dopo giorno, e che esigeva forza e carattere.

A volte ci dimentichiamo che il semplice fatto di alzarsi la mattina e svolgere tutti gli impegni che abbiamo esige molte abilità e virtù. Pensa a tutte le cose positive che fai ogni giorno. Non essere avido nel riconoscere i tuoi valori.

5. Immagina la tua vita senza quella paura

Come sarebbe la tua vita senza questa/e paure che ti tormenta? Pensa a come cambierebbero le cose se non vivessi sotto l’ombra della paura. Stila una lista di tutto quello che potresti guadagnarci.

6. Agisci e, se necessario, chiedi aiuto

La cosa più importante non è superare la paura di colpo, ma mettersi in azione per riuscirci.

Datti una scadenza per affrontare ciò che ti fa paura. Se ti sembra impossibile esporti a ciò che ti fa paura, ti consigliamo di rivolgerti a un professionista.

Ricorda che, nella maggior parte dei casi, l’unica decisione davvero difficile da prendere è quella di affrontare la paura. Una volta che ci riuscirai, scoprirai che era tutto nella tua mente, e che la minaccia non era così grave come pensavi.

È possibile liberarsi dalla paura?

La risposta a questa domanda è No”, e per fortuna aggiungerei! La paura va vista come una reazione al pericolo, e pertanto positiva. Essa è tra le emozioni una delle più antiche, e riveste un valore adattivo enorme.

Il coraggio in realtà non andrebbe visto come la mancanza di una percezione di paura, ma semplicemente come un superamento della paura stessa, quindi la persona che viene definita coraggiosa non è necessariamente una persona che non ha paura, ma piuttosto una persona che fa in modo di imparare a gestire quella paura e a superarla.

Strumenti utili per combattere le proprie paure

Sono diversi gli strumenti che una persona può avere a disposizione per affrontare la paura. Te ne suggeriamo alcuni:

Mindfulness: grazie a tale pratica siamo in grado di connetterci con il presente, ridurre lo stato ansioso e sviluppare la capacità di osservare la paura per ciò che è. Meditare crea una zona di confort e sicurezza nella quale esplorare le nostre paure e imparare a gestire le emozioni che ci suscitano.


Yoga: l’allenamento, in particolare lo yoga unito alla meditazione, può trasformare la vita di chi li pratica e aiutare le persone a interpretare le proprie paure in modo diverso e ad affrontarle per sentirsi meglio, grazie alla tecnica delle visualizzazioni.

Psicoterapia: iniziare un percorso di psicoterapia non è facile, soprattutto quando questo esso comporta il venire a contatto con i propri timori. In particolare, la psicoterapia cognitivo-comportamentale rappresenta il trattamento più efficace per la cura della fobia specifica.

Libri per aiutarti a combattere la paura

La lettura è da sempre uno dei metodi di “terapia fai da te” più efficaci. Dunque, eccoti tre libri consigliati per provare a superare la paura:

Pronto soccorso per insicuri cronici” di Bärbel Wardetzki

Trasformare la sofferenza” di Thich Nhat Hanh

Amare senza paura” di Rhonda Britten

Ricorda sempre che nel momento in cui la paura prende il sopravvento su di te e sul quotidiano, inizia ad intaccare le tue relazioni e il tuo stile di vita, è probabile che l’aiuto di un esperto psicologo o psicoterapeuta sia la soluzione migliore.


Dal Sito: voglioviverecosi.com

giovedì 12 novembre 2020

 I pericoli di diventare una "spugna emotiva"





Se sei una persona altamente sensibile, è probabile che quando entri in uno spazio nulla sfugga al tuo radar. Senti gli odori più sottili, noti i dettagli quasi impercettibili della stanza e, naturalmente, percepisci le sfumature emotive. Sei in grado di percepire l’energia che c’è nell’ambiente.

Di conseguenza, puoi arrivare a notare nel tuo corpo la tensione generata da ambienti carichi di stress, frustrazione o rabbia repressa. Quella sensibilità speciale, tuttavia, ha un lato oscuro perché non solo può finire per schiacciarti, ma ti rende anche una persona più vulnerabile alle dinamiche tossiche che possono essere stabilite nei tuoi circoli della fiducia più intimi e quotidiani, come la casa o il lavoro.

Le persone ipersensibili spesso diventano “spugne emotive”

Le persone che sono molto sensibili dal punto di vista emotivo possono percepire con grande chiarezza le continue ondate di tensione, preoccupazione, frustrazione, tristezza o rabbia che gli altri emanano. Quella speciale sensibilità li rende più vulnerabili agli stati emotivi di coloro che li circondano, diventando una sorta di “spugna emotiva” che assorbe la negatività che c’è intorno a loro.

Se sei una persona iperempatica, non è strano che finisca per essere il serbatoio delle tensioni passive-aggressive degli altri. Senza rendertene conto, diventerai una sorta di “assistente emotivo” per gli altri. O, nel peggiore dei casi, nel loro capro espiatorio o nel sacco da boxe.

Poiché l’ipersensibilità emotiva si manifesta dai primi anni di vita, è probabile che fin dalla tenera età sei diventato l’assistente emotivo dei tuoi genitori e da adulto hai assunto il ruolo di assistente emotivo del tuo partner. Questa estrema sensibilità è ciò che ti porta ad assumere il ruolo di assistente di tutte quelle persone che non sono cresciute emotivamente e non sanno come gestire i loro stati affettivi.

Certo, è naturale che le esperienze emotive degli altri ci influenzino. Se notiamo che qualcuno è triste, avremo la tendenza a offrirgli conforto e sostegno. Se qualcuno è arrabbiato, proveremo a calmarlo. Regoliamo le nostre emozioni e comportamenti in base a ciò che provano gli altri per rispondere in modo assertivo.

Ogni volta che proviamo ad aiutare qualcun altro a regolare le sue emozioni, incoraggiandolo o rassicurandolo, mettiamo in pratica ciò che viene detta “regolazione emotiva estrinseca”. In altre parole, prendiamo il “controllo” delle sue emozioni e proviamo a dargli un orientamento più positivo. Non è una cosa negativa.

In effetti, se sei molto sensibile, probabilmente ti sentirai costretto a migliorare le cose, anche se a volte non ne sei pienamente consapevole. Se percepisci che l’energia emotiva di una persona è bassa, farai una battuta per rallegrarla. Quando percepisci dello stress, metti da parte la tua ansia e diventi l’ancora sicura a cui gli altri possono aggrapparsi. Se prevedi un’esplosione di rabbia, rimani in silenzio e provi a calmare la tempesta.

Ma in alcuni casi, l’impulso di “prendersi cura” degli altri può diventare così intenso che ti togli potere o assumi un ruolo da incompetente per soddisfare il bisogno dell’altro di sentirsi forte o di credere che ti protegga, quando in realtà accade il contrario. Senza rendertene conto, finisci per diventare il “regolatore emotivo” degli altri, a costo delle tue stesse emozioni, mettendo da parte i tuoi bisogni e relegandoli ad un secondo o terzo piano. E questo non è positivo. Soprattutto se diventa uno schema comportamentale che si mantiene nel tempo.



Identificazione proiettiva: la caduta delle ombre

Molte persone, quando hanno una carica emotiva che non sono in grado di accettare e gestire, semplicemente la proiettano verso l’esterno. È ciò che Melanie Klein chiamava “identificazione proiettiva”.

L’identificazione proiettiva è un meccanismo di difesa che funziona a livello inconscio in cui una persona scarica sugli altri i sentimenti e/o qualità che rifiuta in se stesso. In questo modo, la persona finisce per proiettare la propria impotenza, rabbia, frustrazione o persino invidia sugli altri semplicemente perché ripudia quei sentimenti e non li accetta come propri.

Le persone emotivamente ipersensibili sono a rischio di diventare delle “spugne emotive” che assorbono tutta la rabbia, la vergogna, la tristezza o l’ansia che gli altri non sono in grado di gestire. Sono più propensi a percepire questi sentimenti proiettati e, senza accorgersene, finiscono per “digerirli” al posto degli altri.

Il problema è che nei casi di identificazione proiettiva, la persona che proietta quelle emozioni o qualità rifiutate desidera che chiunque le assuma, senta e si comporti secondo quella fantasia proiettiva. Ciò significa che questo meccanismo ha sia un lato “attributivo” che uno “acquisitivo”, in modo che chiunque agisca da spugna emotiva possa finire per assumere i sentimenti e le qualità altrui come propri.

Nelle famiglie, ad esempio, l’identificazione proiettiva può acquisire un carattere cronico ed essere particolarmente problematica poiché erode il senso d’identità della persona che assume queste proiezioni come proprie. Attraverso una manipolazione diretta o sottile, può finire per credere di essere debole o insensibile, quando in realtà è esattamente il contrario. In pratica, assume il ruolo che gli altri gli hanno assegnato. E questo finirà per erodere la sua identità.

Come affrontare l’identificazione proiettiva se si è emotivamente sensibili?

Comprendere che la tua sensibilità ti ha reso il serbatoio delle proiezioni delle ombre degli altri può essere doloroso, ma ricorda che trascinare quella relazione tossica per anni è ancor più dannoso.

Essere consapevoli di ciò che sta accadendo è il primo passo per liberarsi e smettere di comportarsi come una spugna emotiva. Questa dinamica di rilascio può essere complicata poiché la tua parte protettiva e sensibile può sentirsi in colpa ed è probabile che tu voglia continuare a negare ciò che accade.

Tuttavia, non si tratta di cercare dei colpevoli, ma di riconquistare la tua libertà. Devi capire che, anche se sei una persona emotivamente sensibile, non hai l’obbligo di gestire sempre le emozioni degli altri.

In effetti, assumere le emozioni che gli altri non vogliono gestire non le aiuta, ma impedisce loro di crescere. Impedisce loro di riconoscere le loro ombre e assumere le loro responsabilità. Invece, devi imparare a fissare dei limiti, dire di no e, soprattutto, rifiutare di integrare quelle proiezioni tossiche perché non fanno davvero parte di te.

Fonti:

Nozaki, Y. & Mikolajczak, M. (2019) Extrinsic Emotion Regulation. Emotion; 20(1): 10-15.

Klein, M. (1996) Notes on some schizoid mechanisms. J Psychother Pract Res; 5(2): 160–179.


giovedì 5 novembre 2020

5 emozioni tossiche che accumuliamo frequentemente





Tutti sappiamo cosa vuol dire disintossicare o depurare il corpo. Probabilmente vi è già capitato di fare esercizi, bere o mangiare alimenti che aiutano ad eliminare le tossine. Sappiamo anche che è utile farlo, perché quando il nostro corpo è troppo intossicato finisce per ammalarsi.

Non tutti sanno, invece, che l’intossicazione può riguardare non soltanto il piano fisico, ma anche quello mentale. Ogni giorno accumuliamo tensione, stress, ansia, rabbia, tristezza e altre emozioni negative. Vale a dire, spesso nutriamo la nostra mente con emozioni negative, sviluppando pensieri e reazioni che ci impediscono una sana crescita personale.

Per questa ragione è importante, di tanto in tanto, preoccuparci anche di disintossicare la mente e farlo nella piena convinzione che non possiamo sempre chiudere gli occhi e ignorare ciò che succede dentro di noi.

5 emozioni tossiche che accumuliamo frequentemente

Non tutte le emozioni negative sono insane. Ad esempio, la tristezza e la rabbia svolgono una loro funzione. Tuttavia, non riuscire a controllare qualsiasi tra le nostre emozioni, inclusa l’allegria, può essere negativo per il nostro benessere emotivo.

Riuscire a controllare le nostre emozioni ci aiuta ad evitare che diventino patologiche e che ci facciano del male. Ad esempio, arrabbiarsi può essere una reazione positiva, ma non deve cedere il posto all’ira incontrollata; allo stesso modo, la tristezza fa parte della vita, ma non deve convertirsi in depressione.

Non dobbiamo lasciare che il risentimento, il senso di colpa o l’insoddisfazione diventino stati emotivi cronici, perché il loro effetto cumulativo finisce per intossicare la nostra mente. Vediamo nel dettaglio:

La rabbia
È un meccanismo di autodifesa, ma ha un limite che non deve essere oltrepassato. Oltretutto, lasciarla sempre a piede libero, aumenta del 75% il rischio di infarto e mantiene il nostro organismo in un continuo ed inutile stato di eccitazione.

Il risentimento
Non essere capaci di voltare pagina e di perdonare ci intrappola nella dimensione del passato, condizionando la nostra vita presente e futura e sottoponendola ad un dolore emotivo continuo.

L’insoddisfazione
Sentirci insoddisfatti può essere uno stimolo al miglioramento. Ma quando diventa uno stato emotivo costante, perdiamo la gioia di vivere e ci blocchiamo, condizione che, oltre a sottrarre energia, alimenta il nostro malessere.

Il senso di colpa
Riempie la nostra mente di rimproveri, lamentele e preoccupazioni continue. Di conseguenza, sentiremo di valere poco o nulla e ci precluderemo la possibilità di sentirci realizzati.

La paura
È utile quando ci mette in guardia di fronte ad un pericolo imminente. Tuttavia, se perde la sua funzione normale, diventa un inutile ostacolo alla nostra crescita, un limite che distrugge la nostra capacità di reagire in modo sano.

Che cos’è la disintossicazione emotiva?

Innanzitutto, deve essere chiaro che la disintossicazione richiede il suo tempo e che, proprio come succede quando abbiamo bevuto troppo, soffriremo dei postumi della sbornia. I postumi, in questo caso, sono i sensi di colpa, un senso di rabbia continuo, difficoltà a prendere sonno, una tristezza incontrollabile.

Non preoccupatevi, se riuscite ad identificare le vostre emozioni e le vostre reazioni, significa che avete già imboccato la strada del recupero. Potete cominciare a smettere di “bere emozioni negative” e dare inizio al programma di pulizia emotiva. Presto i sintomi scompariranno e le vostre emozioni ritorneranno ad essere fedeli alla realtà.

Diventate osservatori consapevoli delle vostre emozioni
Quando siamo in balia delle emozioni e delle nostre insicurezze, ci logoriamo internamente. Non riusciamo ad interpretare la realtà con lucidità e tendiamo a dire o fare cose di cui ci potremmo pentire in seguito.

Al contrario, riconoscere di essere “ubriachi” di emozioni significa aver fatto un primo passo verso la guarigione. Provate troppo spesso insoddisfazione, rabbia, senso di colpa? Reagite in modo sproporzionato quando le cose non vanno come sperate?

Se volete, potete cominciare a scrivere un diario delle emozioni su cui appunterete ciò che provate ogni giorno e quanto intensamente. Date un nome alle vostre reazioni e poi sfogliate le pagine del diario: resterete sorpresi.

Imparare ad identificare velocemente queste cinque emozioni negative, ci permette di capire qual è il nostro grado di intossicazione emotiva e di poter rimediare in tempo.

Concedetevi di vivere pienamente le vostre emozioni
A volte è difficile accettare e vivere pienamente le nostre emozioni, quando per tutta la vita abbiamo cercato di negarle o nasconderle. Dobbiamo imparare a non averne paura e ad essere sinceri con noi stessi: è l’unico modo per gestire le emozioni e impedire che siano esse a gestire noi.

Mettetevi a dieta emotiva
Smettete di cibarvi di emozioni negative, se notate che vi fanno male. Per quanto difficile, dimenticate il vittimismo, il piacere di lamentarsi, la rabbia, il risentimento, il senso di colpa, la paura e tutte quelle sensazioni che boicottano la nostra crescita o il raggiungimento dei nostri obiettivi.

L’unico modo per superare questa tendenza al “suicidio personale” è diventare coscienti che una parte di noi ha il timore di raggiungere i nostri obiettivi. Temere di avere successo nella vita, in qualsiasi campo, è legato, in buona parte, alla nostra incapacità di sopportare l’incertezza. Siamo dipendenti dalle certezze quando non abbiamo fiducia nella nostra capacità di far fronte alle situazioni che via via ci si presentano.

Per questa ragione, è consigliabile, ogni tanto, intraprendere un percorso di pulizia emotiva e non lasciarsi sopraffare dal malessere generato dalla nostra intossicazione.

Viviamo dipendenti dalle certezze, abbiamo bisogno di avere tutto sotto controllo, tutto pianificato e questo causa in noi un accumulo di tossine che distrugge il nostro equilibrio e ci impedisce di vivere in pace con noi stessi. Se pensate di essere intossicati dalle vostre emozioni, ricordate che a questo mondo c’è solo una persona che vi impedisce di arrivare lontano, voi stessi. Scacciate i vostri demoni personali!


Dal Sito: tecnologia-ambiente.it

lunedì 2 novembre 2020

Rap, trap e adolescenza: la musica nell'espressione della rabbia






Sappiamo che la musica rappresenta la colonna sonora di un’epoca, il linguaggio attraverso cui le nuove generazioni definiscono la propria appartenenza collettiva e la propria identità personale. Che funzione hanno Rap e Trap nel far esprimere la rabbia ai giovani?

Una musica può fare… salvarti sull’orlo del precipizio… 

Così canta Max Gazzè.

Ma cos’è che la musica può realmente fare?

Messaggio pubblicitario Il seguitissimo Psicologo del Rock in un articolo della sua pagina Facebook afferma che la musica ha sempre avuto la capacità di alleggerire lo spirito favorendo la comunicazione tra mente, corpo e anima, aiutando la persona a esprimere correttamente i sentimentie a relazionarsi con gli altri, l’ambiente, il proprio Io interiore (Lippi 2017). E’ stato infatti dimostrato che la musica può avere un effetto molto potente sulle nostre emozioni: può rendere felici o aiutare a superare le proprie paure, scatenando sensazioni e ormoni che hanno un effetto diretto e immediato sul nostro umore. Partendo da questo presupposto Spotify dal 2014 sceglie una canzone per ogni emozione. Questo servizio musicale digitale, grazie a Jacob Jolij, professore di psicologia cognitiva e neuroscienze all’università di Groningen, ha potuto individuare le canzoni che suscitano una risposta emotiva più immediata. La playlist contiene le tracce più efficaci per passare dalla tristezza alla felicità o dalla rabbia all’ottimismo (La Stampa 2014).

Questi sono solo degli esempi moderni e contemporanei di successo che trattano i benefici che le canzoni hanno nell’espressione delle emozioni, ma per rendercene conto possiamo pensare a tutte quelle volte che abbiamo cercato di aiutare un amico regalandogli un album musicale o consigliandogli di ascoltare una canzone su Youtube.

Date queste premesse possiamo immaginare che la musica potrebbe essere uno strumento molto utile da utilizzare anche nel setting terapeutico.

Ci concentreremo, in particolar modo, sulla funzione che Rap e Trap potrebbero avere nell’espressione della rabbia. Per farlo però, dobbiamo prima comprendere a cosa ci riferiamo quando parliamo di questi due generi musicali.

Il Rap si basa sulla ricerca di rime, assonanze, metafore e figure retoriche cantate o parlate su basi musicali contraddistinte da ritmi uniformi. Le prime forme di questo genere musicale possono essere rintracciate già verso gli anni ’50 e ‘60 nella cultura afroamericana statunitense, ma la vera musica Rap si sviluppa intorno agli anni ’70 e ‘80 nel clima urbano del South Bronx, un quartiere di New York contraddistinto dalla presenza di differenti etnie e da un contesto socio-economico particolarmente difficile. Le diverse etnie utilizzavano quindi questa forma musicale come strumento di denuncia di discriminazioni e di ingiustizie, identificandosi con il suo messaggio di fondo, con lo stile e con l’intera cultura Hip-Hop. Inizia così a delinearsi un vero e proprio movimento anticonformista capace di esprimersi attraverso uno strumento molto potente: l’arte(Rose, 1994). I rapper, provenienti quasi sempre da contesti sociali disagiati, esibiscono un’immagine particolarmente virilizzata, ribelle e aggressiva; infatti, si mostrano con un abbigliamento e un atteggiamento simile ai gangster degli anni ’20 e con un’ostentazione della ricchezza ottenuta attraverso la musica, sfoggiando gioielli e beni di lusso sia per le strade, che nei loro concerti e video musicali.

Nel suo passaggio in Europa, la musica Rap perde solo una parte di questa immagine violenta e rimane comunque un genere musicale che esprime soprattutto rabbia e denuncia da parte dei più deboli (Miscioscia, 2019).

La Trap, invece, prende il nome dalle trap house: edifici abbandonati di Atlanta in cui i tossicodipendenti, negli anni ’90, andavano a comprare le sostanze stupefacenti. Questi erano luoghi di perdizione, segnati dal degrado, che però hanno contribuito a influenzare l’immaginario di molti giovanissimi degli anni Duemila. Iniziava l’epoca dei Millennials, ragazzi che amavano il rap, ma che hanno deciso di rompere con quella tradizione– pur essendone figli – e che hanno quindi inventato un nuovo genere musicale, la Trap. Questa non nasce tra le mura delle trap house di Atlanta, ma da esse riprende i suoi temi: osanna la droga e una vita fatta di agi e ricchezze, non combatte il degrado e non è antisistema. (Dall’hip hop alla trap: la metamorfosi del “rapping” nella storia, 2018).

A nostro avviso, uno degli elementi che accomuna le canzoni Trap e Rap è la voglia di riscatto sociale e personale manifestati spesso attraverso parole cariche di rabbia. Entrambi i generi hanno qualcosa da raccontare, nascono dal cemento delle strade e spesso dalla sofferenza.

Messaggio pubblicitario Poiché eccedere è la parola d’ordine dei due generi musicali, che raccontano la vita di strada tra criminalità e disagio, la bella vita e le belle cose, la violenza, lo spaccio di sostanze stupefacenti e le dure esperienze che gli artisti hanno affrontato nelle città, sono spesso generi demonizzati dai genitori. Ma se andassimo oltre la superficie? Sappiamo che la musica rappresenta la colonna sonora di un’epoca, ovvero il primo più importante linguaggio attraverso cui le nuove generazioni definiscono la propria appartenenza collettiva e la propria identità (Miscioscia, 2019) personale e che, più in generale, l’adolescenza è un periodo in cui la rabbia è spesso la risposta ad un conflitto (con se stessi, con i genitori e con il mondo). Con questa consapevolezza potremmo entrare in relazione con loro, come genitori o terapeuti, utilizzando proprio la musica che ascoltano? A nostro parere in terapia potrebbe essere uno strumento prezioso, poiché per i ragazzi rappresenterebbe un modo più funzionale per esprimere e contenere la rabbia e allo stesso tempo la modalità con la quale poter entrare in contatto e comunicare i propri conflitti e tutto ciò che sta accadendo nel loro mondo interno. In parole povere un mezzo attraverso il quale i giovani riescano a riconoscersi, condividere, interpretare ed elaborare la propria vita.

Un esempio dell’utilizzo della musica Rap in terapia è riportato dai colleghi Arianna Ferretti e Luca Pelusi (2017) su State of Mind. Scrivono dell’utilizzo della Group Rap Therapy, ovvero una pratica di intervento creata in America che utilizza la musica Rap come strumento terapeutico per adolescenti residenti in contesti a rischio e caratterizzati da un elevato tasso di violenza. Riportano che alcuni studi che hanno approfondito la relazione tra musica Rap e comportamento criminale hanno riscontrato che i testi Rap vanno ad influenzare le emozioni e i sentimenti delle persone senza, tuttavia, portare a condotte problematiche (Gardstrom, 1999).

Riteniamo che sarebbe interessante l’utilizzo del Rap e della Trap anche in setting individuali con adolescenti e giovani adulti con disregolazione emotiva. Se è vero che questi generi musicali possono essere utili a pazienti impulsivi, che spesso utilizzano agiti violenti in risposta all’emozione della rabbia, per switchare da una modalità disfunzionale ad una più funzionale; da essi possono trarre giovamento anche giovani, che al contrario, non si autorizzano ad esprimerla permettendo loro di sentirsi liberi di iniziare a familiarizzare con essa in una modalità protetta.

Con fantasia il terapeuta potrebbe rintracciare tantissimi modi in cui utilizzare questi generi musicali attuali sia in seduta che attraverso l’uso di homework. Al ragazzo, ad esempio, potrebbe essere richiesto di associare una determinata canzone a lui emozionalmente vicina ad ogni ABC avente come emozione sottostante la rabbia così da incanalarla positivamente; o ancora, di comporre un testo in cui racconta le situazioni per lui problematiche in rima, rappando o trappando, così da avere una giusta distanza emotiva, dando sfogo alle frustrazioni e sperimentando esperienze di creatività, fiducia e controllo. Attraverso i testi e gli atteggiamenti dei rapper e dei trapper possiamo entrare in contatto con le caratteristiche e le difficoltà che i giovani incontrano lungo la strada della propria nascita sociale come dolore, rabbia, voglia di ribellarsi, disperazione e impotenza e capire così, come aiutarli a canalizzare tali forze.

In generale in adolescenza le emozioni sono intensissime e possono prendere il controllo: con conseguente impulsività, sbalzi d’umore, irritabilità improvvisa ed è utile che questa energia, quindi, possa essere raccolta e racchiusa in attività a forte impatto emozionale, ma a basso rischio come la musica. In questa ottica, potrebbe essere utile ai genitori abbassare i pregiudizi e le difese, per iniziare ad utilizzare questi generi musicali in voga come strumento per comprendere a pieno i figli ed avere con loro un condiviso canale di comunicazione.

Quindi, per dirlo con le parole dello Psicologo del Rock, armiamoci di pazienza e di una playlist Rap (o Trap) per entrare in contatto con i ragazzi di oggi: invece di essere disgustati dalle loro scelte, cerchiamo di comprenderle per creare un dialogo costruttivo.

Dal Sito: stateofmind.it  

mercoledì 28 ottobre 2020

Reprimere le emozioni aumenta l'ansia




In più di un’occasione reprimere le emozioni diventa un vero calvario. Perché le emozioni sono fatte per essere espresse, per venire alla luce. Non per essere tenute nascoste.

I disturbi d’ansia si presentano quando vi è un problema di natura emotiva. Non sappiamo gestire bene le emozioni e, soprattutto, abbiamo seri problemi a esprimerle.

Trovate ridicolo piangere perfino quando siete soli? Non riuscite a urlare smorzando il suono con un cuscino? Se vi è successo, potreste avere un problema nell’esprimere le vostre emozioni.

Quali convinzioni agiscono su di voi?


Quando soffriamo di un problema emotivo, è importante individuare le convinzioni che forse ci spingono a reprimere le emozioni.

Quali possono essere queste convinzioni?

Piangere è da deboli.

Mostrare le mie emozioni è una cosa da bambini.

Devo controllarmi, sono un adulto.

Io sono forte, devo sopportare.

Più in Home

Ci sono molti pensieri che crediamo essere veri, ma che in realtà promuovono alcune azioni che vanno contro di noi.

Da piccoli esprimiamo le nostre emozioni senza vergogna. Ma a poco a poco, i nostri genitori cercano di frenarci.

Con frasi come “comportati bene”, “non fare questo o quello”, “smetti di piangere”, provocano inconsapevolmente una leggera repressione che gradualmente crescerà sempre di più.

Così, quando raggiungiamo l’età adulta, ci sentiamo come imprigionati in noi stessi. Non siamo in grado nemmeno di piangere quando siamo soli. E a quel punto arriviamo a reprimere le emozioni!

Tuttavia, anche se tutto sembra andare bene, quando appare l’ansia è un chiaro segnale di avvertimento che dobbiamo dare sfogo alle nostre emozioni.

Reprimere le emozioni causa ansia

L’ansia può sorgere in modo molto graduale. Tuttavia, si tratta di un avvertimento e, se non vi prestiamo la dovuta attenzione, alla fine diventerà aumenterà sempre di più.

Quando appare l’ansia, dobbiamo guardare noi stessi e cominciare a gestire meglio le nostre emozioni.

Questo non significa che dobbiamo reprimerle o controllarle ancora di più, bensì che permetterci di esprimerle.

Se siamo arrabbiati, perché non dirlo? Non c’è bisogno di gridare o di trasformarsi in una persona che fa ricadere la sua ira sugli altri. Si deve imparare ad ascoltarsi e a farsi valere. Con le parole giuste, è possibile far presente la propria rabbia e, dunque, non doverla tenere dentro di sé.

Se si desidera, è anche possibile non esprimerla in pubblico, ma manifestarla una volta tornati a casa prendendo a pugni un cuscino o gridandogli contro. La cosa importante è esprimerla, farla uscire e non tenerla dentro.

Non importa se in un primo momento vi vergognate, nessuno vi sta guardando! Si tratta di un processo graduale e sarà molto liberatorio per voi.

Se reprimiamo le emozioni, alla fine l’ansia comincerà a controllare la vostra vita.

Guardare la fonte del problema


A volte per smettere di reprimere le emozioni e sapere quali convinzioni stanno agendo su di noi, è necessario guardare dentro noi stessi per vedere cosa sta succedendo.

Ma perché ci risulta così difficile farlo? Perché fa male. Perché nella maggior parte dei casi abbiamo una ferita non cicatrizzata che ci causa ancora dolore.

Tuttavia, sopportare il dolore e sforzarsi di scoprire l’origine di ciò che sta causando la nostra ansia, ci assicurerà un grande successo.

Solo agendo in questo modo possiamo capire il problema e risolverlo. Essere consapevoli di quello che ci accade, renderà tutto molto più facile.

Avete problemi di ansia? Vi capita spesso di reprimere le emozioni? Porre fine a tutto questo è un processo lungo, fastidioso e faticoso, ma avrà un esito molto positivo.

Tirare fuori tutto quello vi tormenta dentro e non nascondete nulla, vi aiuterà a evitare di esplodere all’improvviso a causa dell’accumulo delle emozioni.

Non lasciamo che reprimere le emozioni ci induca in uno stato di ansia insopportabile.

giovedì 15 ottobre 2020

Crisi di pianto: quali sono le cause e come si possono risolvere



Il pianto può essere provocato da diverse emozioni. Si può piangere per un dolore fisico, per una brutta notizia ricevuta, per lo stress, per unmalessere mentale, ma anche di gioia, felicità e commozione. A volte, però, succede che ci si senta sull'orlo delle lacrime senza un apparente motivo. Si parla allora di crisi di pianto, che non hanno nessuna funzione "catartica", ma che ci fanno sentire come se avessimo un "peso" sulle spalle e non riuscissimo a togliercelo.

Che cosa sono le crisi di pianto?

Non tutti vivono allo stesso modo il pianto. La concezione attorno a esso deve molto al rapporto che si è avuto con questa azione sin dall'infanzia. Infatti, si possono riconoscere ancora oggi famiglie dove il pianto viene considerato con un certo "imbarazzo" e come una dimostrazione emotiva da non condividere con gli altri. In altre situazioni, invece, l'atto del piangere è ben accetto perché rappresenta uno sfogo delle proprie emozioni e/o preoccupazioni. Soprattutto in queste realtà, passa sempre più spesso il messaggio che piangere non rende deboli, anzi ci rafforza. 

Tuttavia, esistono dei casi in cui si nota che si piange troppo di frequente e senza che se ne capisca subito il motivo. Così, può capitare di essere da soli circondati da altre persone e di sentire all'improvviso di non potere più trattenere le lacrime. Quello che si libera è un pianto incontrollato che porta solo a un sollievo temporaneo quando finalmente si conclude. Questo perché le crisi di pianto tendono a ripetersi nel tempo a distanza abbastanza ravvicinata.

Le cause

Non bisogna dimenticare che le crisi di pianto non sono un "disturbo", bensì dei sintomi. Infatti, anche se sul momento si può non risconoscerle, dietro a ogni crisi si nasconde una causa ben precisa. Questa dipende da diversi fattori, in primis dallo stato emotivo della persona che la sperimenta. Così, si è notato come un periodo particolarmente turbolento possa portare a sbalzi d'umore e a un'impellente necessità di piangere ripetuta per diverso tempo. Abbiamo riassunto i motivi principali da cui possono derivare le crisi di pianto.

1. Stress e ansia

Come già accennato, una delle cause principali delle crisi di pianto è un alto accumulo di tensione, ansia e stress. Tutto ciò trova conferma negli studi della Università di Pittsburgh, dove si mette in evidenza che le situazioni di conflitto tendono a essere uno dei fattori cardine dello scatenarsi delle lacrime. A volte, proprio il pianto può diventare il mezzo con cui si trova un riavvicinamento dopo il contrasto, soprattutto nelle relazioni interpersonali.

Tuttavia, sempre i ricercatori statunitensi hanno dimostrato come molto spesso le crisi di pianto dovute all'ansia, vissute in modo "autonomo", non portano nessuna di sensazione di sollievo, anzi, andrebbero ad aumentare il senso di malessere. Parrebbe, infatti, che piangere per una situazione di tensione e stressante porterebbe l'organismo a discernere ulteriori ormoni dello stress.

2. Stanchezza

Questa motivazione la si riscontra soprattutto con i bambini. A chi non è capitato di vedere un bambino di 4 o 5 anni a cena, magari al mare, lamentarsi senza una plausibile spiegazione e iniziare a piangere? Questo tipo di crisi di pianto sono legate, appunto, alla stanchezza. Nel caso preso in esame, può essere successo che il bambino non ha riposato in modo adeguato nel pomeriggio e/o che si è stancato eccessivamente durante tutta la giornata. Arrivato alla sera, sente di non avere più forze e questa sensazione provoca lo scatenarsi delle lacrime. 

Tutto ciò, però, non vale solo per i bambini. Anche gli adulti, quando hanno sonno, possono essere preda di un pianto inaspettato e indesiderato. Alcuni studi hanno dimostrato che, quando non si dorme abbastanza durante la notte, si è facilmente soggetti a sbalzi d'umore, tristezza, irritabilità e, appunto, allo sfogo delle lacrime. A lungo andare, il non dormire a sufficienza può avere delle conseguenze anche sulla salute.

3. Depressione

Rispetto alle altre due cause, quest'ultima è da trattare con ancora più delicatezza. In generale, non si può parlare semplicemente di depressione perché esistono diversi disturbi depressivi, ognuno dei quali ha un'origine e dei sintomi differenti. Per esempio, si può andare dalla depressione post partum e dal disturbo depressivo con ansia con frequenti attacchi di panico alla depressione agitata. Senza addentrarci nei vari tipi di questo malessere della salute mentale, è bene sapere che molti di essi presentano delle crisi di pianto, più o meno frequenti.

Quando le crisi di pianto sono legate alla depressione

Quando si soffre di uno dei disturbi depressivi, ce ne si può accorgere perché le crisi di pianto non sono l'unico segnale di questo malessere. Normalmente, chi è depresso vive in un costante stato di tristezza o percepisce come un senso di vuoto, un qualcosa che non si sa "riempire". In generale, agli sbalzi d'umore si sostituisce una mancanza e un assopimento a livello emotivo. Inoltre, ci possono essere problemicon il cibo, con la cura di sé e persino con il sonno.

Che cosa si può fare in caso di crisi di pianto?

I rimedi per le crisi di pianto dipendono da che cosa le ha scatenate. Per esempio, nel caso di quelle dovute alla stanchezza, il nostro consiglio è di cercare di dormire abbastanza ogni notte. Il numero di ore di sonno necessarie varia da persona a persona, ma di norma si raccomandano dalle 7 alle 9 ore agli adulti e almeno 10 ai bambini, con delle modifiche in base agli anni.

Per quanto riguarda quelle legate all'ansia e allo stress, si dovrebbe cercare una vera valvola di sfogoperché, come abbiamo visto, piangere rischia solo di peggiorare la situazione. Prova qualche sport per scaricare la tensione, come la boxe o la corsa, o alcune discipline di meditazione come lo yoga per esternare le energie negative e introiettare quelle positive. Allo stesso modo, trova o dedicati a un tuo hobby che ti faccia staccare "la mente", per esempio la pittura o suonare uno strumento. D'altra parte, se queste strategie da sole non funzionano, allora è meglio rivolgersi a uno psicologo, onde evitare che si arrivi a un estremo carico d'ansia che potrebbe portare ad attacchi di panico o all'esaurimento nervoso.

Infine per le crisi di pianto legate alla depressione, che sia post partum o di altro genere, l'unico rimedio è quello di intraprendere un percorso con uno psicologo o psicoterapeutache sia in grado di offrirti tutto l'aiuto di cui hai bisogno.


Dal Sito: alfemminile.com


Clinica delle Emozioni Seminario Esperienziale Gratuito






Seminari esperienziali gratuiti promossi dall'Associazione di volontariato Insieme Onlus, con il patrocinio del Comune di Grottammare (AP).

Lo scopo e l’obiettivo principale del seminario è di informare gli utenti sul come nascono le emozioni e come si sono evolute dalla nascita dell’uomo ad oggi, inoltre formare gli stessi sulla sperimentazione delle proprie e altrui emozioni, attraverso un lavoro relazionale di integrazione tra aspetti cognitivi, metacognitivi e corporei. Il fine è quello di imparare a riconoscere e gestire le varie emozioni di base, nei contesti educativi, di cura, nelle relazioni di coppia, con i propri figli, in famiglia e negli ambienti di lavoro, in modo da migliorare la qualità psicologica della propria vita. Il presupposto fondamentale è che ogni esperienza emozionale umana merita attenzione e rispetto, e solo in quanto riconosciuta, accolta e accettata potrà essere poi espressa in modi appropriati, nel rispetto dell’integrità del proprio sé e nel rispetto della relazione con l’altro.

14 NOVEMBRE 2020 ore 15.00/19.00
“RABBIA E TRISTEZZA”
RELATORI Prima Giornata:
DR. FELICE VECCHIONE– Psicologo, Psicoterapeuta 
DR. ILARIO MAMMONE - Psicoterapeuta Presidente Società Italiana di Psicologia e Psichiatria


28 NOVEMBRE 2020 ore 15.00/19.00
 “PAURA E VERGOGNA” 
RELATORI Seconda Giornata:
DR.SSA ROBERTA CASSETTI Psicologo, Psicoterapeuta
DR.SSA VALENTINA CAPODANNO Psicoterapeuta cognitivo comportamentale, 
Analista Bioenergetica, Terapeuta Emdr


Ingresso gratuito su prenotazione obbligatoria fino all'esaurimento dei posti consentiti in ottemperanza delle normative vigenti per la prevenzione Covid-19

Prenotazione obbligatoria su: www.insiemedap.it

Associazione Insieme Onlus – Ansia –Attacchi di Panico – Agorafobia 
info@insiemedap.it -  www.insiemedap.it 


Alla fine degli incontri verrà rilasciato un attestato di partecipazione. (Bando Formazione 2018 - Progetto Finanziato dal CSV MARCHE Centro Servizi per il volontariato) 


Con la Partecipazione di: