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sabato 25 gennaio 2020

GESTIONE DELL’ANSIA: PERCHÉ È IMPORTANTE RIVOLGERSI A UNO PSICOLOGO






L’ansia può essere considerata una risposta fisiologica del nostro organismo a degli stimoli ambientali. E’ normale soffrirne, ad esempio, quando ci viene richiesta una prestazione di elevata difficoltà, o comunque in tutte quelle situazioni che presuppongono un pericolo.

Il problema nasce nel momento in cui l’ansia risulta eccessiva rispetto allo stimolo esterno, o addirittura non correlata ad alcuno stimolo appropriato. In questi casi può essere necessario imparare a gestire l’ansia con l’aiuto dello psicologo, professionista che dovrebbe diventare la figura di riferimento per tutti coloro che soffrono di questi disturbi.

QUANDO PRENOTARE UNA SEDUTA CON LO PSICOLOGO

Non sempre l’ansia costituisce un problema, in molti casi essa è infatti limitata nel tempo e correlata ad uno stimolo appropriato.

Ci sono situazioni in cui però l’aiuto di uno psicologo potrebbe tornare utile. I pazienti dovrebbero rivolgersi a questo professionista nei casi in cui il disturbo dovesse protrarsi per settimane, magari anche peggiorando giorno dopo giorno. Il supporto psicologico costituisce un valido aiuto per coloro che si sentono sopraffatti dall’ansia e che non riescono più a svolgere con serenità le normali attività della vita quotidiana, il che comporta un peggioramento della qualità della vita.

I pazienti possono arrivare ad essere così sopraffatti dallo stato ansioso da sperimentare degli attacchi di panico. Anche questi ultimi hanno un impatto notevole sulla qualità della vita, dal momento che sono delle esperienze difficili da dimenticare e che possono far nascere anche il timore di provarne altre simili in futuro.

TERAPIA: COSA FARE A SECONDA DEL DISTURBO

La terapia proposta al paziente può essere diversa a seconda dello specifico disturbo. E’ fondamentale dunque uno studio del singolo paziente, al fine di scegliere una terapia personalizzata che possa davvero essere efficace nel contrastare gli stati ansiosi del soggetto.

Esistono numerosi disturbi d’ansia, ciascuno con delle caratteristiche specifiche. Lo psicologo è un professionista che ha studiato per inquadrare il disturbo dei pazienti a cui offre il suo aiuto, al fine di arrivare ad individuare il miglior approccio terapeutico.

Diversi studi scientifici hanno dimostrato che la psicoterapia cognitivo comportamentale svolge un reale effetto benefico nel trattamento dei disturbi d’ansia e che può essere sfruttata anche come unica terapia per la risoluzione del problema.

Affidandosi ad uno psicologico specializzato nella gestione di questi disturbi, si potranno notare dei miglioramenti già dopo le prime sedute, ricordando comunque che il percorso verso la guarigione non ha una durata predefinita ed uguale per tutti i pazienti, ma dipende dalla risposta della singola persona.

Se la situazione non si dovesse risolvere con la sola terapia cognitivo comportamentale, a questa potrebbe essere necessario affiancare anche una terapia farmacologica. Le molecole maggiormente utilizzate appartengono alle famiglie degli antidepressivi – in particolare gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina – degli ansiolitici e dei beta bloccanti. Questi ultimi sono sfruttati soprattutto per la gestione dei sintomi fisici che si possono associare a questo disturbo psicologico e che meritano di essere trattati perché possono incidere molto sulla salute del paziente.

domenica 22 dicembre 2019

Terapia cognitivo comportamentale


Nel corso degli anni, la psicologia ha adottato svariati approcci per comprendere e affrontare il funzionamento umano. Ciascuno di essi con i propri approcci teorici e applicazioni pratiche. Da più di tre decenni, la terapia cognitivo comportamentale si è confermata come l’orientamento psicoterapico con più prove della sua efficacia.

La terapia cognitivo comportamentale si applica, con ottimi risultati, alle problematiche più diverse. Si tratta, infatti, di un’opzione estremamente efficiente e flessibile. Garantisce cambiamenti significativi in ​​tempi limitati e la pluralità di tecniche che racchiude le conferisce la flessibilità necessaria ad adattarsi ai problemi specifici e all’individuo.

Origini della terapia cognitivo comportamentale

Nel corso degli anni sono state diverse le correnti psicologiche che hanno prevalso in un dato momentoper poi cedere il passo ad altri approcci.

Due di questi (comportamentismo e cognitivismo) sono all’origine della terapia di cui ci occupiamo oggi. In primo luogo, pertanto, è necessario capire in cosa consistono.

Comportamentismo

Il comportamentismo concentra il suo interesse sul comportamento visibile. Il suo oggetto di studio è costituito unicamente dai comportamenti che l’individuo produce e che possono essere osservati e misurati.

Secondo tale corrente, i comportamenti sono risposte a determinati stimoli e aumentano o diminuiscono la loro frequenza in base alle conseguenze. Possiamo dunque modificare il comportamento di una persona variando le relazioni tra stimolo, risposta e conseguenza.

Ad esempio: il soggetto con la fobia dei cani ha associato i cani alla paura, pertanto scappa in loro presenza. Se riusciamo a interrompere tale associazione, i cani cesseranno di essere uno stimolo avverso e il soggetto smetterà di scappare. D’altro canto, se vogliamo che un bambino mangi più verdure, dovremmo premiarlo ogni volta che lo fa.

Cognitivismo

Questo approccio psicologico si concentra sullo studio delle cognizioni, ovvero dei pensieri o processi mentali. È interessato a comprendere il meccanismo realizzato dall’essere umano dopo aver ricevuto delle informazioni: come le elabora e come le interpreta.

Il fondamento del cognitivismo è che non percepiamo la realtà così com’è, ma per come siamo. Ognuno di noi, con i propri processi interiori, dà un significato diverso alla realtà che percepisce.

Ad esempio: chiamate un amico e non vi risponde. Potereste pensare che non abbia sentito la chiamata o che non vi vuole parlare perché non ne ha piacere. La realtà è la stessa, ma il processo interiore è decisamente diverso.

Terapia cognitivo comportamentale

La terapia cognitivo comportamentale si presenta come una combinazione delle due correnti precedenti, mettendo in relazione pensieri e comportamenti. Essa afferma che esiste una relazione intrinseca tra pensiero, emozione e comportamento e che i cambiamenti in una qualsiasi di queste tre componenti si ripercuoteranno sulle altre.

In tal senso, impiega tecniche molto diverse tra loro, volte a modificare uno dei tre elementi, sapendo che in tal modo interesserà l’essere umano nella sua interezza.

Ad esempio:

La ristrutturazione cognitiva è una tecnica che consiste nell’aiutare il soggetto a modificare le proprie convinzioni o pensieri. A tale scopo, lo si invita a valutare la veridicità dei suoi pensieri e a cercare alternative più adattive. Dopo aver cambiato il modo in cui si interpreta la realtà, cambia anche il modo di sentire e agire.

L’esposizione è una tecnica volta a modificare il comportamento. Il soggetto viene incoraggiato a smettere di evitare o sfuggire ciò che teme e ad affrontarlo. Quando cambia il proprio comportamento e affronta la situazione, ne comprova l’innocuità; immediatamente cambiano le sue convinzioni ed emozioni al riguardo.

Le tecniche di rilassamento si concentrano sulle emozioni. In particolare, aiutano la persona a gestire autonomamente le proprie emozioni e il proprio livello di attivazione. Quando le emozioni cambiano, i pensieri diventano meno catastrofici e il comportamento passa dall’evitamento all’affrontamento.

La terapia cognitivo comportamentale è pertanto un approccio completo, flessibile ed efficace. Ottiene miglioramenti importanti in breve tempo e per un’ampia varietà di disturbi e problematiche. Si tratta, inoltre, dell’orientamento psicologico con più prove sperimentali che ne avvalorano l’efficacia. Tuttavia, quando si tratta di scegliere l’approccio terapeutico, è consigliabile informarsi sulle alternative disponibili e scegliere quello nel quale ci si riconosce maggiormente.



venerdì 21 settembre 2018

Vado in terapia. Voglio cambiare ma non ci riesco. Perché?


La resistenza al cambiamento è attribuibile a molteplici fattori, spesso non prevedibili. Alcuni fattori che possono ostacolare il cambiamento in un percorso di psicoterapia sono: il contributo del paziente, la personalità del terapeuta e l'alleanza terapeutica, la metodologia di intervento e altri fattori contestuali.
Un’iniziale resistenza al cambiamento in un percorso di psicoterapia è qualcosa di naturale, spesso i pazienti si dimostrano ambivalenti rispetto al loro desiderio di cambiare. Perché sia possibile avviare un reale processo di cambiamento, un buon terapeuta dovrà essere capace di comprendere e rispettare quest’ambivalenza ed accogliere con empatia e accettazione quanto portato dal paziente.

È nel momento in cui mi accetto così come sono che io divengo capace di cambiare.
(Carl Rogers)

Quando arriva questo fatidico momento, saremmo tutti pronti ad accoglierlo? Ad abbandonare vecchi schemi e buttarci in un abisso sconosciuto? Davvero richiediamo un cambiamento? O desideriamo sia l’altro a cambiare? E chi ci accompagnerà in questo, è in sempre in grado di poterci aiutare?
Rendere esaustivo il tema della resistenza al cambiamento in terapia psicologica appare alquanto illusorio. Ciò impone, in questa sede, il concentrarsi principalmente sul tema della resistenza ad esso, nel tentativo di porre un confine, seppur apparente, ad una trattazione tanto ampia.

Psicoterapia: quali fattori generano una resistenza al cambiamento?
Nel definire cosa si intende per resistenza al cambiamento, ci si imbatte in una definizione nella quale l’angoscia emotiva causata dalla possibilità di cambiamento assume il ruolo di cartina tornasole.
Come però sottolinea Bruno Bara (2007), la resistenza al cambiamento è attribuibile a molteplici fattori che non sono prevedibili. Alcuni fattori che potrebbero entrare in gioco in un percorso di psicoterapia e ostacolare il fluire del cambiamento sono: il contributo del paziente, la personalità del terapeuta e l’alleanza terapeutica, in aggiunta, la metodologia di intervento e altri fattori contestuali (eventi imminenti, cultura, rete sociale, etc.).
Prendendo in considerazione il contributo del paziente, Bara (2007) propone alcuni esempi di possibili impedimenti. Ad esempio, alcuni soggetti, pur essendo motivati al cambiamento, sembrano auto-boicottarsi, come avviene nella sindrome del sopravvissuto, non riconoscendosi il diritto né il permesso di poter cambiare. Altri tipi di difficoltà possono essere: le difficoltà cognitive, che portano la persona a non avere consapevolezza della necessità del cambiamento o di quanti già messi in atto; le difficoltà nel gestire la condivisione, nel definire i confini di sé e i problemi relazionali; la paura connessa al cambiamento che rende preferibile il persistere dello status quo; il non accogliere come evento possibile le ricadute, percependo come un fallimento il riproporsi di vecchi meccanismi e infine il dropout nel quale il paziente abbandona il trattamento per rifuggire nel suo passato.
Leiper (2001), distinguendo le diverse tipologie di crisi che possono avvenire in psicoterapia, sottolinea la presenza delle crisi intrinseche. Tali crisi si presenterebbero nel momento in cui il paziente percepisce una pressione emotiva suscitata dalla terapia; la sensazione di discontinuità nel senso di sé viene percepito come fonte minacciosa. Di conseguenza, nel tentativo di proteggere la propria identità, si potrebbero scatenare condizioni di agitazione, ansia, depressione o episodi psicotici.
Altri autori, come Hall e Duvan (2004), sottolineano che un ulteriore contributo apportato dal paziente potrebbe essere quello di percepire il cambiamento troppo difficile per le proprie risorse; di non avere conoscenze e strumenti adeguati a raggiungere il risultato prefissato, non essere sufficientemente motivato e spesso essere spaventato dal cambiamento stesso. Questi soggetti sembrerebbero avere una scarsa apertura al cambiamento.
Lorenzini e Sassaroli (2000) hanno sottolineato come l’essenza della patologia risieda nel blocco del processo di cambiamento, che solitamente si attiva al mancato raggiungimento di uno scopo a causa di una o più credenze che impediscono la modifica della strategia di perseguimento dello scopo e la rinuncia allo scopo stesso. Gli ostacoli consistono in credenze ben radicate che sembrano al paziente come immodificabili per scarsità di risorse personali, per abitudine o per mancanza di alternative alle credenze stesse.
Ulteriore fattore inerente al contributo apportato dal paziente potrebbe essere riconducibile alle teorie psicologiche naives (Lorenzini, Sassaroli, 2000) in quanto spesso contribuiscono a mantenere circoli viziosi che generano sofferenza e disagio. Attribuire ad esempio dei propri stati d’animo a fattori esterni deresponsabilizza il paziente, ed egli appare totalmente in balia degli altri.
Engle e Arkowitz (2006) evidenziano l’esistenza di schemi disadattivi frutto di strategie di coping messe in atto per raggirare la sofferenza data da essi. Tali stili di coping consistono sostanzialmente nell’evitamento (fuggire dalle situazioni attivanti) e la compensazione (tendenza ad assumere comportamenti tesi a ricercare ed ottenere approvazione). Evitamento e compensazione utilizzati in psicoterapia sarebbero fonte di resistenza. L’evitamento potrebbe tradursi in scarsa partecipazione e risposte dissociate, mentre la compensazione può definirsi con l’eccessivo legame e idealizzazione del terapeuta, come ad esempio spesso accade con il paziente dipendente.
Nel testo “Superare la resistenza: un approccio integrato della Teoria Razionale Emotiva Comportamentale” (2002), Ellis elenca le possibili cause della resistenza al cambiamento insite nella personalità dei pazienti. Egli evidenzia l’importanza del tenere in considerazione la gravità del disturbo, maggiore gravità corrisponderebbe ad una maggiore probabilità di resistenza. Ellis sottolinea come paura dello svelamento, bassa tolleranza alla frustrazione, autopunizione, sfiducia, pessimismo, mancanza di assunzione del rischio, perfezionismo, grandiosità, timore del cambiamento e spirito di ribellione si presentino nei diversi pazienti e siano elementi da tenere in considerazione come resistenza al cambiamento.

Le caratteristiche del terapeuta
Abbandonare credenze apprese in un contesto in cui esse risultavano adattive e funzionali, confermate da anni e anni di esperienza e volgersi in un mondo imprevedibile senza aver una credenza migliore, farebbe desistere molti di noi. Ed è qui che interviene la psicoterapia con il suo aspetto relazionale.
La relazione tra paziente e terapeuta gioca un ruolo fondamentale nel processo di cambiamento così come ovviamente nella sua resistenza.
Oltre ai fattori inerenti al paziente, quali le aspettative di aiuto, la gravità dei sintomi, la capacità di affidarsi agli altri e al terapeuta, le esperienze passate con le figure di riferimento, la motivazione al cambiamento e gli schemi cognitivi, nell’influenzare l’alleanza terapeutica e condurre al cambiamento in psicoterapia intercorrono le caratteristiche del terapeuta.
I terapeuti devono focalizzare meno sull’analizzare le resistenze del paziente e più sull’analizzare le proprie. Infatti, ogni volta che i terapeuti diventano consapevoli di una resistenza del paziente, dovrebbero cercare la controresistenza prima di cercare di interpretare la resistenza del paziente. Spesso, quando il terapeuta ha superato la controresistenza, la resistenza del paziente sarà facile da risolvere. (Schoenewolf, 1993, p. 18)
Il terapeuta deve essere in grado di sintonizzarsi emotivamente con il paziente, esprimere empatia, essere in grado di cogliere e accogliere le rotture e rendere la propria personalità compatibile con quella del paziente. Il terapeuta deve porre attenzione al controtransfert, sentimenti innescati nel terapeuta in terapia a fronte di tal paziente. Un terapeuta potrebbe sentirsi frustrato e affaticato dinnanzi la distanza emotiva e l’atteggiamento formale di un paziente con Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità. Il paziente potrebbe mostrare una diffidenza falsamente compiacente, inducendo noia e fatica nel terapeuta che non cogliendone gli aspetti di utilità può portare ad una chiusura prematura della terapia (Giusti, 2014).
L’eccessiva adesione ai protocolli, la rigidità, la mancanza di autenticità e di capacità empatiche assieme alle aspettative negative del terapeuta sono catalogabili come errori del terapeuta che non agevolano il cambiamento in psicoterapia.
Fondamentale risulta essere il non riconoscere i propri errori. A volte potrebbe capitare di proporsi eccessivamente accudenti nei confronti dei pazienti, non riconoscendo così di star contrastando la promozione di un atteggiamento collaborativo e una maggiore autonomia del paziente stesso. Ulteriore errore risulta essere quella della collusione con il tema del paziente. Tale atteggiamento non aiuta il paziente a superare il proprio scoglio e a mettere in discussione la propria credenza disfunzionale. Il terapeuta rischia di non cogliere aspetti fondamentali oscurati dalle proprie credenze, fattori personali, presenza di eventi stressanti, insicurezza di sé e molteplici altre variabili che caratterizzano la persona al di sotto del ruolo professionale. Affinché si possa avere un successo della terapia risulterebbe necessario che il terapeuta sappia riconoscere i propri meccanismi di funzionamento (Giusti, 2014).
Ulteriore ostacolo potrebbe risultare la sensazione di non essere abbastanza formato per affrontare un caso “grave” e la relativa sensazione di impotenza e fallimento. Ciò potrebbe portare al burnout del terapeuta o uno stallo in terapia. Pensieri catastrofici nel terapeuta non aiutano il paziente, risulta così necessario riprendere in mano la situazione chiedendo supervisione e ritrovando il giusto equilibrio.

La rottura dell’allenza terapeutica
Ulteriore variabile da considerare come resistenza al cambiamento ed ostacolo alla psicoterapia qualora non fosse sufficientemente buona, è l’alleanza terapeutica.
Per alleanza terapeutica si intende quella serie di scambi tra paziente e terapeuta organizzati dal sistema motivazionale cooperativo e caratterizzato dall’esperienza della pariteticità nell’impegno verso un obiettivo condiviso. Le crisi e le rotture dell’alleanza vanno considerate come una diminuzione di scambi regolati dal sistema cooperativo (Liotti, Monticelli, 2014).
Le possibili rotture dell’alleanza terapeutica costituiscono fattori di resitenza al cambiamento nel paziente. Le fratture dell’alleanza rappresentano disaccordi circa gli obiettivi della terapia, nei compiti o problematiche relative al legame terapeuta-paziente. La relazione e una minore incidenza di fattori interpersonali negativi rappresenta un fattore affidabile del risultato terapeutico. Perciò la gestione e il superamento dei processi interpersonali negativi e la risoluzione delle rotture relazionali rappresentano il fondamento del cambiamento in psicoterapia.
Le rotture che si presentano a fronte di un’attivazione di un sistema relazionale mal adattivo offrono un’opportunità per la comprensione delle credenze, aspettative e valutazioni sulla propria persona che il paziente utilizza mettendo in atto cicli disfunzionali. Fondamentale per il terapeuta e per permettere un cambiamento, accorgersi di essere coinvolto in un ciclo disfunzionale, comprenderne il proprio contributo e quali azioni scegliere che permettano di uscirne (Liotti, Monticello, 2014).
Tra le tipologie di frattura dell’alleanza che possono interferire con la terapia ci sono la frattura da ritiro e le fratture da confronto. Nelle fratture da ritiro il paziente non parla di sé, intellettualizza, racconta aneddoti o di altri, mentre le fratture da confronto vedono il paziente esprimere rabbia, risentimento nei confronti della terapia o del terapeuta stesso.
A volte potrebbe capitare di intercorrere nella rottura “proprio sulla strada presa per evitarla”, come citato per il destino nel film “Il mio nome è Nessuno”. Il terapeuta potrebbe falsare la propria condotta, sforzarsi in atteggiamenti volti a voler evitare a tutti i costi la rottura, caricandosi di una non tollerabilità dell’idea della rottura stessa, portando inevitabilmente in un clima non collaborativo e rilassato che indurrà a tal esito. Accanto al non tollerare la rottura, il terapeuta potrebbe non coglierla, ignorarla e/o negarla, portando inevitabilmente ad un atteggiamento di resistenza del paziente e alla fine della psicoterapia (Giusti, 2014).
Ulteriore variabile che potrebbe indurre alla rottura potrebbe essere attribuire al paziente la totale la colpa di un cattivo esito o colpevolizzare se stessi, questo non porta ad istaurare una sufficientemente buona alleanza.
Infine tra le cause di una rottura possono esserci il non ascolto del paziente, il non adattamento degli interventi alle esigenze del paziente e in particolare il non gestire come un’opportunità terapeutica la rottura (Giusti, 2014).

L’importanza del colloquio motivazionale
Nel colloquio motivazionale la resistenza al cambiamento viene considerata come aspetto inevitabile e ricco di informazioni.
L’ambivalenza dà indicazioni sui desideri del paziente/cliente e i relativi timori di fallire o assumersi nuove responsabilità. Il terapeuta dovrà comprendere e rispettare i lati dell’ambivalenza, accogliere con empatia e accettazione.
Essere ascoltati in modo comprensivo e acritico quando si esternano i vantaggi di un problema può essere per il paziente un’esperienza significativa. Così la resistenza al cambiamento tenderà a ridursi, invece di ampliarsi (Arkowitz, 2016).
Come afferma Giusti (1987) “Proprio la capacità di utilizzare le resistenze al cambiamento a vantaggio del cambiamento stesso, distingue la psicoterapia dalle altre forme di scambio umano”.

Per concludere
Come rispondere dunque alle domande che ci siamo posti all’inizio di questa analisi relativamente alla possibilità di cambiare? Saremmo tutti pronti ad accoglierlo? Ad abbandonare vecchi schemi e buttarci in un abisso sconosciuto? Davvero richiediamo un cambiamento? O desideriamo sia l’altro a cambiare? E chi ci accompagnerà in questo, è in sempre in grado di poterci aiutare?.
Ciò che ci sentiamo di dire è che no, quando arriva il cambiamento non siamo tutti ugualmente disposti a coglierlo e ad accoglierlo. “Non posso cambiare”, “non voglio cambiare”, “sono gli altri che devono cambiare”, ”vorrei cambiare, ma per me è impossibile”, “cambiare mi spaventa” sono frasi ricorrenti. Non tutti riusciamo a metterci in gioco, non tutti riusciamo ad affidarci, ad abbandonare quegli schemi che ci sono stati utili e funzionali fino a quel momento, non tutti abbiamo bisogno degli stessi tempi. Non tutti selezioniamo il professionista migliore e pronto anche lui a mettersi in gioco.
Ma in tutti ci dovrebbe essere la speranza che il cambiamento sia possibile, ad ognuno il suo.

Dal Sito: 
stateofmind.it

venerdì 22 giugno 2018

Quando è necessario chiedere aiuto allo psicoterapeuta?


Decidere di avvalersi dell’aiuto di uno psicoterapeuta è una decisione importante, che deve essere maturata dopo un’attenta riflessione del proprio stato d’animo. Spesso, infatti, le persone attendono mesi o addirittura anni prima di condividere i propri problemi con un terapeuta. Ciò avviene, nella maggior parte dei casi, per paura di essere giudicati “pazzi” dalla società o dai propri familiari, in quanto attorno alla figura dello psicoterapeuta aleggia ancora molta ignoranza e pregiudizio. Tuttavia, è importante sottolineare cheprendersi cura della propria salute psicologica è fondamentale tanto quanto prestare attenzione al proprio benessere fisico, per tale ragione è necessario superare le barriere create dagli stereotipi sociali, che portano a stati di imbarazzo, vergogna e diffidenza.

In che cosa può essere utile lo psicoterapeuta?

Lo psicoterapeuta può essere utile in caso di:

  • disturbi alimentari, come anoressia e bulimia, che negli ultimi anni sono notevolmente aumentati, non solo tra i giovani, ma anche tra gli adulti;
  • dipendenza effettiva, che porta la persona affetta ad essere totalmente dipendente da una relazione, compromettendo la propria esistenza ed assumendo, talvolta, verso il soggetto amoroso comportamenti ossessivi;
  • attacchi di panico, che sono dovuti ad una profonda fragilità di base, causata da situazioni passate e mai risolte, da esperienze presenti mal gestite o da una vulnerabilità genetica;
  • problemi di coppia, che possono essere causati da diversi fattori, come la nascita dei figli, l’intromissione di una terza persona, problemi lavorativi ed economici ed un errato modo di comunicare dei partner. In questi casi è bene seguire una  terapia di coppia, in grado di individuare i problemi che causano malessere ed infelicità, attraverso un confronto puntuale e significativo dei partner;
  • depressione, che consiste in un abbassamento generale della vitalità, che impedisce il compimento delle attività giornaliere anche più semplici, facendo prevalere alcuni atteggiamenti, come la rinuncia e l’inadeguatezza;
  • disturbi d’ansia, che possono manifestarsi con alcuni sintomi, come paura, tachicardia, vertigini, sudorazione eccessiva, mal di testa ed immotivata sensazione di pericolo;
  • ipnosi clinica, che è una tecnica terapeutica, che prevede l’impiego di sistemi di suggestione, atti a portare la persona verso uno stato di trance, utile per migliorare l’autostima, per ridurre stress, ansia, insonnia, e per affrontare eventuali dipendenze.

Come si fa a comprendere se l’aiuto fornito da uno psicoterapeuta è valido?

La prima cosa da sottolineare è che la valutazione dell’efficacia di un percorso terapeutico può essere effettuata solo in itinere, poiché ciò che si deve determinare è la qualità della relazione che intercorre tra terapista e paziente, nonché il tempo, che non deve essere inteso propriamente come durata della terapia, ma più che altro come formulazione di obiettivi realistici e raggiungibili all’interno di un determinato arco temporale. Ed è solo allo scadere di quel preciso momento, infatti, deve essere fatto il punto della situazione, valutando l’eventualità di un approfondimento o della fine del percorso terapeutico intrapreso. Di norma, prima di sottoporsi ad una terapia psicologica è utile conoscere la differenza tra psicologo e psicoterapeutica, ma anche informarsi sulle diverse metodologie di approccio di tali professionisti, in modo da rispettare le proprie inclinazioni personali e trovare il metodo più adatto alle proprie esigenze.


Dal Sito: positanonews.it

mercoledì 20 giugno 2018

Quando è bene rivolgersi ad uno psicologo?



Molte persone credono che rivolgersi allo psicologo sia un segno di debolezza e di incapacità di affrontare le difficoltà che la vita ci propone. In realtà, non si rendono conto che richiedere un aiuto professionale significa essere consapevoli dei propri limiti e decidere coraggiosamente di affrontarli. Del resto, le persone veramente forti non sono coloro che seppelliscono le proprie debolezze, ma che cercano di affrontarle e di risolverle. 

Inoltre, è importante sottolineare che non è necessario essere “pazzi”, come invece si tende a credere, per poter usufruire dell’aiuto dello psicologo, poiché ci sono alcune fasi o periodi dell’esistenza che possono risultare particolarmente difficili da gestire (come interrompere relazioni amorose forti, avere figli, sposarsi o venire a conoscenza di una patologia) e che possono dare origine ad ansia, depressioni, disturbi alimentari o psicosomatici. 

In tali circostanze spesso non si riesce a trovare una via d’uscita e si cominciano a svalutare le proprie risorse personali, arrivando a sperimentare paura, sofferenza, tristezza e stress, ovvero sentimenti che possono influenzare negativamente la capacità di attuare scelte e di interagire con gli altri. Quando il malessere è impossibile da gestire l’intervento dello psicologo è, dunque, necessario per ritrovare la serenità perduta. 

Situazioni che potrebbero richiedere l’intervento di uno psicologo

Di norma, ci si dovrebbe rivolgere ad uno psicologo:

per riuscire a convivere con una malattia cronica;

per superare eventi particolarmente traumatici (abusi) e lutti;

per mettere un punto a delle situazioni irrisolte;

per risolvere dinamiche malsane legate alla famiglia, all’ambiente lavorativo e scolastico;

per raggiungere una maggiore consapevolezza del proprio io interiore e di quello delle altre persone;

per porre un freno ai continui sbalzi d’umore;

per la crescita personale;

per uscire da uno stato di dipendenza (alcol, droghe, fumo, cibo, sesso);

per recuperare l’autostima;

per migliorare la propria qualità di vita;

per contrastare ansia, stress, attacchi di panico, depressione e pensieri negativi;

per porre fine a delle situazioni di stallo, che provocano dolore e che incidono negativamente sulla propria vita;

per lavorare sul proprio carattere e la propria personalità;

per superare una crisi temporanea di natura affettiva;

per delle esigenze di orientamento e di comprensione.

In che cosa consiste l’aiuto fornito dallo psicologo?

Lo psicologo, attraverso il dialogo e l’ascolto, garantisce sostegno alle persone colpite da disagio, dando loro gli strumenti necessari per superare eventuali stati d’ansia o di malessere. Inoltre, fornisce le informazioni necessarie relative al problema riscontrato e promuove una gestione dell’esistenza libera dalla sofferenza. 

Tale figura, crea uno spazio protetto entro il quale confidarsi e confrontarsi, senza alcun tipo di pregiudizio, in modo da sondare parti dell’Io ancora inesplorate, ma fondamentali per l’eliminazione o l’attenuazione di determinate circostanze dolorose, spesso percepite come insuperabili. 

Infine, lo psicologo aiuta le persone a vedere le problematiche che le affliggono con occhi diversi, in modo da fornire loro una diversa percezione delle cose e del mondo, meno limitata e rigida, e da permettere loro di ritrovare l’oggettività perduta. Il percorso attuato dallo psicologo richiede tempo e fiducia, ovvero deve crearsi un’intesa tra specialista e paziente, che non è sempre immediata. 

Di norma, cercare uno psicologo in città piuttosto grandi, può creare agitazione e può portare molte persone a desistere. Tuttavia, bisogna iniziare la terapia, sapendo che in caso di insoddisfazione sarà possibile cambiare professionista in qualsiasi momento.

Dal Sito: filodirettomonreale.it

martedì 27 marzo 2018

Psiche: 6 casi in cui è meglio andare in terapia


Ci sono situazioni della vita in cui la scelta migliore è quella di andare in terapia per parlare ed affrontare ciò che ci tormenta.

La scelta di andare in terapia, benché negli anni sia divenuta una cosa sempre più semplice, per molte persone risulta ancora molto ostica. Alcuni la considerano una perdita di tempo, altri una sorta di sconfitta per non essere riusciti a risolvere da soli i propri problemi ed infine ci sono quelli che, ancorati alle credenze del passato, ritengono ancora che la terapia sia qualcosa da destinare solo a chi soffre di gravi disturbi mentali.
Posto che il cervello è un organo come tutti gli altri e che, di conseguenza, non c’è nulla da vergognarsi se nella vita arriva il momento in cui necessita di un aiuto, andare in terapia è una cosa che torna utile a tutti. Farlo consente infatti di mettersi in discussione, sfogarsi ed avere un parere esterno esposto in modo molto più chiaro di come potrebbe fare un amico. Insomma, andare in terapia è qualcosa che di certo non fa male a nessuno e che spesso può rivelarsi utile per uscire da periodi nei quali ci si sente bloccati o si necessita di parlare con qualcuno avendo la certezza di essere ascoltati e capiti senza alcun giudizio. Se, la scelta finale spetta sempre a noi, è bene ricordare che ci sono però delle situazioni particolari in cui rivolgersi ad un terapeuta non dovrebbe essere più un opzione ma una scelta obbligata e alla quale dare l’assoluta priorità.

Quali sono i casi in cui è consigliabile andare in terapia

Le situazioni in cui la terapia si rivela necessaria per aiutare a dirimere i fili troppo spesso ingarbugliati dei nostri pensieri sono tante e difficili da riassumere. Un dato problema, infatti, può essere vissuto sotto una luce diversa da persona a persona e a volte anche in base al periodo che si sta attraversando. Nonostante sia difficile fare una stima dei problemi più importanti o di come riconoscerli, oggi proveremo ad analizzare alcuni tra i contesti più “comuni” nei quali ci si può trovare coinvolti. Contesti che, se riconosciuti per tempo, possono essere risolti con molta più semplicità.

La depressione. Sentirsi in ansia o depressi è spesso una situazione temporanea che può capitare a chiunque si trovi ad attraversare un momento particolarmente difficile della propria vita. Quando la situazione diventa permanente e sembra non aver fine, portando chi la vive ad una qualità della vita  pessima, la terapia diventa però indispensabile. A volte basta qualche seduta per riuscire a risolvere la causa che ha spinto verso la depressione, in altri casi il tempo richiesto può essere maggiore. In ogni caso, un terapeuta che sappia ascoltare, capire ed indirizzare verso un modo di pensare più propositivo si rivela spesso un arma vincente della quale sarebbe stupido non usufruire. Senza contare che a volte la depressione può nascondere squilibri ormonali o altri problemi di tipo medico che è sempre meglio approfondire in modo da trovare la giusta soluzione.

Incapacità di affrontare un lutto o una perdita. Perdere qualcuno al quale si è voluto bene è spesso uno scoglio enorme che può portare alla depressione o ad un senso di non accettazione della realtà. Ciò può avvenire per la perdita di un proprio caro, di un animale domestico e a volte, anche di qualcuno ancora in vita. Si, perché a detta degli psicologi, il lutto si prova anche per la fine di una storia importante, per la fine di un’amicizia e per tutte le situazioni in cui avviene una perdita importante. In questi casi, avere qualcuno che sappia indicare la via per accettare ed elaborare il tutto si rivela indispensabile per poter tornare a prendere in mano la propria vita, recuperando il sorriso ed imparando a gestire i propri ricordi.

Incapacità di superare un evento traumatico. Proprio come avviene per il lutto, anche uno shock improvviso o un avvenimento traumatico possono causare grossi problemi, rendendo difficile il tornare a vivere la vita di tutti i giorni. Spesso la mente umana necessita infatti di una sorta di reset, di un punto dal quale ricominciare per riacquistare la normale routine di tutti i giorni. A volte, il tempo si rivela il miglior antidoto per problemi di questo tipo. Quando, però, l’ansia rimane e la vita sembra non scorrere più come prima, allora è il caso di chiedere aiuto. Parlare, rivivere al fianco di un esperto quanto accaduto potrà infatti dare un senso a tutto, permettendo alla mente di sbloccarsi dal momento di shock, elaborare il tutto ed andare avanti.

Dipendenza da sostanze, cibo o alcol. Qui, è proprio il caso di dirlo, spesso il non rivolgersi a qualcuno dipende purtroppo dall’incapacità di capire che si ha effettivamente un problema. Si inizia con una piccola dose e si va aumentando senza quasi farci caso. Si ha l’errata convinzione di potersi fermare quando se ne ha voglia e, per questi motivi, si tende a non capire la situazione nella quale ci si trova. Purtroppo però, una dipendenza resta tale fin quando non viene curata e per farlo è indispensabile rivolgersi ad un esperto, in grado di comprendere il perché questa si è innescata (perché c’è sempre un motivo) e come risolvere il problema, andando a lavorare su dei punti che spesso possono essere dolorosi. Se è vero che riconoscere una dipendenza è difficile è altresì vero che ci sono dei campanelli d’allarme in grado di aprire gli occhi. L’ansia o il nervosismo nel sentirsi dire che si ha una dipendenza da qualcosa, l’effettiva incapacità (nonostante si pensi il contrario) di fermarsi per più di due o tre giorni. Reazioni violente, psicosi e attacchi d’ira immotivati sono i sintomi di chi è già molto avanti con il problema. Attraverso un’attenta analisi è però possibile imparare a riconoscerlo ed è proprio questo il momento giusto per chiedere aiuto.

Soffrire di un Dca. Si tratta di disturbi legati all’alimentazione. I più conosciuti sono l’anoressia e la bulimia ma in mezzo c’è tutto un mondo di varianti che la gente tende a non vedere o che, più semplicemente, non conosce. Molto spesso, infatti, chi soffre di questi problemi appare esteriormente come gli altri. Certo, nelle fasi estreme il problema è spesso sotto gli occhi di tutti per via dell’eccessiva magrezza. Prima di arrivare a ciò, però, può volerci diverso tempo così come potrebbe non accadere mai. In ogni caso va preso in considerazione che qualsiasi ossessione o dipendenza dal cibo rappresenta in qualche modo un problema che prima viene affrontato e risolto e prima consente a chi ne soffre di tornare a vivere serenamente.

Attacchi di panico incontrollabili. Spesso iniziano come crisi d’ansia, magari in una situazione così stressante che essere ansiosi è considerata una cosa normale. Poi, però, proseguono e si ripresentano con maggior frequenza sfociando magari in veri e propri attacchi di panico. In quei momenti ci si sente soffocare, si pensa di poter morire da un momento all’altro ed anche la più piccola cosa appare come un problema insormontabile. Ci si sveglia in piena notte con il cuore a mille oppure ci si sente improvvisamente sul punto di svenire proprio quando si è tra la gente e non si sa come chiedere aiuto o come risolvere il problema. Queste situazioni che, per chi le vive, sono più gravi di quanto si possa pensare, andrebbero sempre discusse con un terapeuta. Spesso, infatti, gli attacchi di panico possono sorgere per un problema che non si riesce ad affrontare e che, alle volte, non si sa neppure di avere. In questi casi solo un terapeuta può aiutare a trovare la giusta chiave di lettura, insegnando al contempo anche alcuni metodi di rilassamento che consentano di riappropriarsi pian piano della propria vita.

Ovviamente, queste sono solo alcune delle situazioni nelle quali rivolgersi ad un terapeuta potrebbe rendere la vita sicuramente migliore. Altre possono essere fobie immotivate, varie forme di autolesionismo, problemi in famiglia o con il proprio partner, mancanza di comunicazione con i figli, eccessiva mancanza di autostima, eccessiva timidezza, insonnia continua, eccessiva mancanza di autostima che non si riesce ad acquistare in nessun modo, paura di affrontare il domani, etc…
Una lista davvero infinita ed il cui comune denominatore è una qualità della vita che peggiora di giorno in giorno, rendendo sempre più impossibile anche la sola idea di riuscire ad essere nuovamente felici. È bene ricordare, quindi, che cercare un parere esterno anche alla prima avvisaglia di un problema come quelli elencati in questo articolo è solo segno di maturità e di carattere. Requisiti indispensabili se si desidera affrontare e superare al meglio ogni possibile futura calamità che la vita può porre sul nostro cammino.

Dal Sito: chedonna.it

giovedì 26 gennaio 2017

Perché iniziare una psicoterapia?

In Italia andare da uno psicologo vuol dire ancora essere etichettato come malato di mente? Perché spesso si preferisce assumere farmaci piuttosto che rivolgersi ad uno psicoterapeuta?



Attualmente nell'immaginario collettivo è ancora molto diffusa l'idea del ricorso allo psicologo come “ultima spiaggia”: spesso solo quando si avverte di aver esaurito tutti i tentativi di soluzione del problema e prevale la confusione mista all'incertezza, si affaccia nella nostra mente il pensiero di ricorrere all'aiuto di uno psicoterapeuta.

L'inizio di una psicoterapia, a volte viene erroneamente vissuto come la certificazione del passaggio da una condizione normale ad una condizione patologica, che necessita di una “cura”.

Questa convinzione fa riferimento ad un atteggiamento che tende ad assimilare la professionalità dello psicoterapeuta a quella del medico, circoscrivendo il suo ambito di competenza esclusivamente alla patologia.

Questo modo di pensare ha notevolmente favorito la difficoltà ad accettare gli aspetti della propria personalità che giudichiamo “anomali” solo perché non coincidono con la rappresentazione ideale alla quale cerchiamo di assomigliare, in altre parole, noi ci percepiamo diversi da come vorremmo essere e, da questa distanza tra il sé ideale e il sé reale, deriva una sensazione di inadeguatezza che spesso è alla base del disagio o della sofferenza.

Un'esperienza emozionale correttiva

Ad esempio, una persona che sta affrontando una separazione/divorzio, non necessariamente presenta disturbi psicopatologici, ma ciò non esclude che egli possa ugualmente aver bisogno di uno specialista che l'accompagni durante una fase significativa della sua storia personale, offrendogli l'opportunità di vivere “un'esperienza emozionale correttiva” (Alexander, 1946).

Vivere un'esperienza emozionale correttiva, significa avere uno spazio “protetto” (rapporto con il terapeuta), nel quale poter sperimentare modalità relazionali efficaci, che poi potranno essere utilizzate nell'affrontare le difficoltà che ciascuno di noi vive all'interno delle relazioni significative che accompagnano la propria storia.

Se è vero che si apprende dall'esperienza, perché il processo comunicativo possa dirsi terapeutico bisogna che il terapeuta si ponga per il cliente come opportunità di fare un'esperienza altra rispetto a quella (o quelle) che lo portarono ad imparare a stare al mondo ...male, troppo per potere,come si suol dire, andare avanti così.

Dire un'esperienza altra è come dire un'esperienza tale da permettere di imparare qualcos'altro rispetto a quello che è stato imparato fino ad oggi ai vari livelli sui quali ognuno di noi si dibatte per stare al mondo: quello cognitivo (io penso così perché...), quello emotivo (sento che ...provo questo perché...).

Ad esempio, un genitore che si rivolge allo psicologo non lo fa perché ha una psicopatologia, ma solo perché vive la frustrazione di un rapporto disfunzionale con il figlio e, desidera confrontasi con uno specialista che l'aiuti ad individuare quelle modalità che si sono rivelate inefficaci in una relazione così significativa come quella genitore/figlio.

Questi sono solo alcuni esempi della versatilità dell'intervento psicologico, che non ha alcuna relazione con una condizione psicopatologica, e quindi non va automaticamente associato alla presenza di un disturbo che necessita un intervento terapeutico.

La psicoterapia serve a diminuire la sofferenza?

Ci sono momenti nella nostra vita in cui sentiamo il bisogno di guardarci dentro e ristabilire un contatto con noi stessi, riprendere quel dialogo interiore che è stato interrotto dalla sofferenza.

Rivolgersi ad uno psicoterapeuta significa essere accompagnati in un viaggio di esplorazione nel nostro mondo interiore, incontrare la propria sofferenza che finalmente troverà uno spazio e un luogo in cui essere ascoltata, accettata, compresa e che,“illuminerà” quelle parti di noi di cui non siamo pienamente consapevoli e, grazie alle quali, è possibile trovare nuove chiavi di lettura della propria storia.

A volte durante la nostra vita ci sono delle “battute d'arresto”, momenti in cui avvertiamo una “dissonanza” tra la nostra esperienza interiore e le situazioni che ci troviamo ad affrontare nella vita. Ad esempio una persona pur credendo delle proprie capacità non si sente sufficientemente considerata dai familiari o dai colleghi sul luogo di lavoro e ciò, inevitabilmente, si ripercuote sulla sua autostima, generando un abbassamento del tono dell'umore associato ad una sensazione di inadeguatezza.

Perché chiedere aiuto ad uno psicologo?

Chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta non vuol dire ammettere la sconfitta definitiva, delegando all'altro il compito di risolvere il problema, ma al contrario, avere l'umiltà di mettersi in discussione, assumendosi la responsabilità di orientare consapevolmente il proprio processo di crescita personale.

Significa darsi l'opportunità di incontrare i propri limiti, riconoscerli e individuare le risorse necessarie ad affrontare in modo proattivo le situazioni che creano difficoltà e rendono faticosa l'espressione delle potenzialità individuali.

La psicoterapia è un percorso durante il quale, inevitabilmente, emergono le contraddizioni che appartengono ad ognuno di noi, ma che spesso non riusciamo ad decodificare chiaramente nel momento in cui le stiamo vivendo.

Ognuno di noi ha una rappresentazione mentale di sé più o meno definita, ma in realtà siamo in continua evoluzione, ed è per questo che anche in condizioni sfavorevoli, tendiamo alla naturale espressione della nostra individualità, non a caso sono proprio le condizioni peggiori a rendere le esperienze straordinarie.

Le leggende metropolitane sulla psicoterapia

Nell'immaginario collettivo esistono tuttavia delle “false credenze” che riguardano la decisione di rivolgersi ad uno psicoterapeuta per migliorare il proprio benessere interiore, una di queste è il timore di diventare dipendente da lui per il resto della nostra vita.

Al contrario, uno degli obiettivi principali della psicoterapia, è favorire il recupero della fiducia nelle risorse personali e nella capacità di utilizzarle per riconquistare la piena autonomia nell'affrontare situazioni stressanti in modo funzionale.

Psicoterapia: ma quanto mi costi?

Un altro pregiudizio molto diffuso è quello relativo ai costi elevati della psicoterapia, pregiudizio derivante dall'iniziale diffusione della psicoanalisi che prevedeva almeno tre sedute settimanali e si prolungava a volte anche per più di un decennio.

Attualmente, con il diffondersi di altri approcci psicoterapeutici e il proliferare di ricerche scientifiche che hanno individuato i fattori di efficacia dell'intervento psicoterapeutico, si è verificato un profondo cambiamento in questo scenario; infatti oramai da molti anni si è verificata un'inversione di tendenza che ha condotto ad un ridimensionamento generale sia della frequenza delle sedute (quasi sempre a cadenza settimanale), sia della durata complessiva della psicoterapia, che è prevedibile soltanto in alcuni orientamenti psicoterapeutici, ma non può certo prolungarsi per un decennio.

D'altro canto, bisogna rilevare il costo, non solo economico, dell'effetto dello stress e delle varie somatizzazioni (ad es. disturbi psicosomatici come alcune reazioni allergiche), determinate da piccoli o grandi “terremoti” emozionali e dalle conseguenti ripercussioni sulla salute fisica, sulla produttività e sulle nostre relazioni interpersonali.

Psicologo o amico?

Un altra convinzione molto diffusa è:”gli amici e i familiari sono gli unici che possono aiutarmi, perché loro mi vogliono bene”.

A tal proposito, non bisogna confondere il sostegno che può essere offerto da un amico che simpatizza identificandosi con noi, dal ruolo svolto da uno psicoterapeuta che entra in empatia con le nostre emozioni, in altri termini, egli è in grado di sentirle come se fossero le proprie, senza dimenticare che non appartengono a lui, quindi non cede alla tentazione di sostituirsi a noi, offrendo indicazioni e suggerimenti sul modo di risolvere i nostri problemi.

Al contrario, il compito del terapeuta è quello di facilitare un processo di autoconsapevolezza che ci consenta di riprenderci il nostro potere personale e di esercitarlo proprio in quelle situazioni in cui, in passato, abbiamo sperimentato un senso di inadeguatezza.

Non a caso, è proprio quando il coinvolgimento emotivo è molto intenso, abbiamo bisogno di qualcuno in grado di fare da “specchio” alla nostra sofferenza, tollerandone l'intensità e mantenendo la “giusta distanza”, accompagnandoci attraverso la qualità della sua presenza nel percorso di crescita personale che è alla base di qualsiasi processo di cambiamento.

Il timore di essere giudicati dal terapeuta

Ancora una volta la notevole diffusione della psicanalisi ha determinato una costante generalizzazione nell'immaginario collettivo che ha prodotto lo stereotipo di un rapporto “sbilanciato” tra terapeuta e cliente dove il potere sta tutto nelle “mani” del terapeuta e che si manifesta attraverso la sua interpretazione dell'esperienza del paziente.

Al contrario, la psicoterapia è un processo relazionale che si basa sulla collaborazione paritaria, il cui obiettivo non è la valutazione della personalità, lo specialista infatti, deve essere in grado di sospendere il giudizio nei confronti del cliente che, a sua volta, dovrebbe avvertire tale atteggiamento non giudicante e sentirsi dunque libero di esprimere il suo vissuto senza farsi condizionare dal timore di essere giudicato dal suo terapeuta.

Se la psicoterapia è efficace, promuove la fiducia in sé stessi, quindi rende inutili l'utilizzo di “maschere” per nascondere agli altri i nostri pensieri o sentimenti, l'autenticità diventa quindi una condizione indispensabile ad orientare le scelte e i comportamenti in sintonia con la propria personalità.

Che succede se provo sentimenti negativi verso il terapeuta?

Tali sentimenti sono una parte fondamentale del processo terapeutico e possono essere un utile “strumento” per la comprensione di sé stessi. E' importante che il cliente non reprima i sentimenti negativi dentro di sé, ma si senta libero di condividerli con il terapeuta, sicuro che egli sarà in grado di tollerarli, offrendogli l'opportunità di sperimentare modalità di gestione della conflittualità alternative e non distruttive.

E' fondamentale che la persona possa avvertire da parte del terapeuta la capacità di contenere tali vissuti negativi, in questo modo, l'alleanza terapeutica ne verrà inevitabilmente rinforzata.

La relazione terapeutica si costruisce a partire da una domanda di cambiamento, accettare l'incognita e la sfida del viaggio alla scoperta del nostro mondo interiore, implica un atto di fiducia verso chi ci accompagnerà e in seguito verso sé stessi.

L'Approccio centrato sulla Persona

Ed è stato proprio il desiderio di accettare l'incognita e la sfida di questo viaggio che mi ha indotto a scegliere l’Approccio Centrato sulla Persona in quanto più aderente alla mia concezione di psicoterapia, come progetto volto a restituire il potere personale del cliente ed a favorirne la piena autorealizzazione.

Questo orientamento psicoterapeutico nato negli anni '40 negli Stati Uniti dal lavoro di Carl Rogers, rientra nell'area della Psicologia Umanistica, è un orientamento nel quale non si utilizzano strategie e metodi, nel senso comune della parola, proprio perché si utilizza il modo di essere del terapeuta, la sua capacità di entrare in relazione con l'altro e di comprendere come viene percepito dal cliente, al fine di facilitare il cambiamento; solo se il terapeuta riesce ad instaurare un autentico clima di accettazione, consentirà alla persona di esplorare gli aspetti di sé che maggiormente lo spaventano, o di cui si vergogna, o che svaluta. L’accettazione positiva incondizionata del cliente da parte del terapeuta determina l’abbassamento delle difese che permette al cliente di rimettere in discussione alcuni aspetti di sé, promuovendo un processo di crescita personale.

Il primo colloquio

Solitamente offro alla persona la possibilità di fare un primo colloquio durante il quale ascolto il suo vissuto relativo al “qui ed ora” ovvero partendo da quella che è l'esperienza attuale e dalle difficoltà che la persona incontra, facendo emergere i suoi bisogni e le sue aspettative riguardo al percorso psicoterapeutico.

I primi colloqui sono molto importanti perché consentono ad entrambi (terapeuta e cliente) di valutare se esistono i presupposti per la costruzione di un'alleanza terapeutica, in fondo si tratta di una scelta reciproca che non si basa tanto sulla competenza del terapeuta riguardo al problema specifico del cliente, quanto piuttosto sulla capacità del terapeuta di promuovere un processo di cambiamento che coinvolga attivamente il cliente in un percorso di crescita personale.

Solitamente io consiglio al cliente di non decidere al termine del primo colloquio se proseguire o meno il rapporto professionale, poiché ritengo sia importante concedersi un tempo minimo per lasciar “sedimentare” dentro di sé le emozioni, a volte molto intense scaturite durante il colloquio e, lasciar affiorare eventuali sensazioni positive o negative legate alla propria esperienza.

La responsabilità della scelta

In questo modo già dalla prima seduta la persona viene invitata ad assumersi la responsabilità della propria scelta e a focalizzare la sua attenzione sul carattere di unicità che caratterizza la relazione tra “quel terapeuta” e “quella persona”.

Si tratta infatti di una scelta reciproca e significativa nella quale entrambi sono chiamati ad essere onesti: il terapeuta deve chiedersi “posso entrare in relazione con questa persona in modo autentico e non giudicante in modo da facilitare un processo di cambiamento?”, al tempo stesso il cliente potrà interrogarsi “questa persona è riuscita a facilitare la comprensione dei miei stati d'animo? Come mi sono sentito durante il colloquio? Sento che questa persona è entrata in relazione empatica con me?”.

Oltre al sollievo provato nel constatare che i propri vissuti personali sono compresi da qualcuno che li ascolta, il soggetto inizia a cambiare il suo modo di affrontare la vita. Una persona scopre nuovi aspetti della sua personalità, riesce ad individuare nuove chiavi di lettura della propria esperienza, sperimenta sulla “sua pelle” la capacità di accedere alle proprie risorse interiori e di utilizzarle per assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Decidere di dare ascolto al proprio malessere vuol dire affrontare la sofferenza in modo costruttivo, evitando che con il passare del tempo possa consolidarsi originando una patologia vera e propria.

Imparare ad essere se stessi

Concludo questo articolo con le parole di una cliente che descrive la sua esperienza durante la psicoterapia: “La fatica più grande: affidarmi ad un'altra persona (…) ma la salvezza è stata proprio quella. Abbandonarmi e scoprire il sollievo di non annegare (…) di non precipitare nel vuoto della pazzia, perché uno sguardo altro mi sosteneva (…) dare voce a tutte le parti di me, dare a tutte una dignità e diritto di esistere con la loro verità. Ho scoperto che non volevo perderne neppure una, in tutte mi sono riconosciuta” (Kopp, 1975, pp. 26)

La relazione terapeutica si costruisce all'interno di un processo comunicativo caratterizzato da una speciale mancanza: manca l'oggetto della comunicazione, quello di cui si parla, quello a cui si accenna, quello che si cerca di comprendere.

Attraverso il crearsi tra terapeuta e cliente di una dimensione relazionale tale da correggere gli effetti di altre esperienze disfunzionali avute nella sua vita. Si tratta dunque di un processo in cui la comprensione reciproca- il comprendersi – si pone come condizione indispensabile per comprendere il problema che motiva la domanda in terapia

E' un'esperienza che cura l'esperienza.


Dr.ssa Sabrina Camplone

dal sito: www.medicitalia.it


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Alexander F., French T. M.et al.(1946),Psychoanalytic Therapy: Principles and Application, Ronald Press, New York.
O'Leary C., (1999), Counseling alla coppia e alla famiglia, Erikson,Trento.
Kopp S. (1975),Se incontri il Budda per la strada uccidilo, Astrolabio, Roma.
Watzlawick P., Beavin e Jakson, (1971), Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma.

mercoledì 11 marzo 2015

Attacco di panico: che cos’è e come funziona?

L’Attacco di Panico è un periodo di paura o disagio intensi in assenza di vero pericolo e accompagnati da almeno sintomi cognitivi o somatici. L’attacco di panico raggiunge rapidamente l’apice e si manifeste con breve durata, solitamente non superiore ai 10 minuti.
Gli attacchi di panico possono essere
(1) inaspettati quando non è possibile associare l’attacco a un fattore specifico preciso,
(2) sensibili alla situazione se sono associati a contesti specifici (es: la guida in autostrada).

I sintomi che possono caratterizzare l’attacco di panico sono: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, sudorazione, tremori fini o a grandi scosse, sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento, derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi), paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio), brividi o vampate di calore.

Il circolo del panico si fonda sulla paura della paura, cioè il timore di tutti quei segnali fisici che corrispondono alla paura (es: affanno, tachicardia, brividi, pressione al petto ecc…). La paura è un emozione che si attiva quando l’individuo percepisce una minaccia. La paura prepara il corpo a reagire a questa minaccia. 

Cosa succede quando uno dei segnali corporei della paura viene esso stesso interpretato come una minaccia (paura della paura)? Il corpo reagisce aumentando i segnali della paura. Si innesca in questo modo un vortice di apprensione e la paura si trasforma in panico.
Il vortice del panico è favorito dal fatto che il cambiamento fisiologico iniziale è spesso improvviso e inspiegabile. Il panico può spaventare a tal punto da diventare oggetto di preoccupazione anticipatoria. Cioè la persona può iniziare a temere di avere nuovi attacchi di panico.
Il rischio è reagire evitando tutte le situazioni che possono attivare un attacco di panico oppure affrontare le situazioni solo se accompagnati da qualcuno. In questo modo si innesca un problema di agorafobia, intesa come la paura relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di un improvviso attacco di panico. Una delle conseguenze pericolose dell’agorafobia è quello di ridurre l’autonomia e rinunciare ad attività quotidiane piacevoli o utili per la soddisfazione personale.
Gabriele Caselli


State of Mind

giovedì 19 febbraio 2015

Boccetta, 20 gocce, buio..di Martino Corti (Cantante-Attore)

È facile fare il santone in India o in cima a un monte.
Qui a Milano li voglio vedere.
Portate quel santone indiano, quello che stanno studiando da anni per capire come possa sopravvivere senza mangiare né bere, con quell'espressione di pace e serenità stampate in faccia... Ecco, quello lì... Se lo portaste a vivere qui lo troverebbero dopo 10 giorni a un semaforo con una rosa in una mano, un Big Mac nell'altra mentre tira calci alle portiere isterico...
Qualcosa non va e il nostro corpo ce lo fa notare: tremori, mancanza di fiato, nausea, ogni pensiero si trasforma in tragedia.

Il dottore sorride: "Si tratta di attacchi di panico".
"Oh mio Dio dottore è grave???".
"Ma no basta prendere 20 gocce quando arrivano e via".
"Ah beh ma allora...".
Per un po' bastano le sue parole, basta sapere che esista una soluzione.
È tutto perfetto: non vi ha visto nessuno a parte chi vi vuole bene (sarà facile convincerla/o che sia stata una congestione, una reazione caldo-freddo).
Ahhhh perfetto, pronti a ripartire.

Eccolo... Eccolo, lo sapevo, sta tornando.
Sta tornando, torna, è arrivato.
Boccetta, 20 gocce, buio.

Vi svegliate dopo un'ora e siete incredibilmente convinti di aver trovato la soluzione.
Poi succedono due cose: la prima è che dopo due o tre mesi andate a vedere la partita con i soliti amici e a 10 minuti da fine primo tempo realizzate di aver lasciato a casa la boccetta. Da questo momento vi rendete conto, in meno di 5 minuti, di essere più dipendenti dalle gocce di quanto lo siete stati da vostra madre nei primi 3 mesi di vita.
Una volta "franati" in casa (sudati, occhi a palla etc.) maturate la convinzione - prima di "bere a canna" le gocce - di aver capito che qualcosa non va e che quindi cercherete altre soluzioni.
Una volta calmi vi giustificate dicendovi che si tratti solo di un momento. In realtà si tratta di un modo per prendere tempo.

Arrivati al sesto mese vi rendete conto che probabilmente prendere 20 gocce e svenire non è La Soluzione. E questa sensazione diventa ancora più forte dopo aver sentito casualmente il pezzo di Giusy Ferreri -Piccoli dettagli - nel passaggio in cui dice "perché un momento può durare un momento oppure non passerà" (lì ha un altro senso ovviamente ma voi pensate che il testo l'abbiano scritto per voi, proprio per voi).
Ecco a questo punto siete pronti per svegliarvi!
Un'amica di un'amica della sorella di vostra cugina viene a sapere che soffrite di attacchi di panico. Lascia passare un po' di tempo e poi vi fa arrivare voce che anche lei ci è passata. E vi racconta che anche lei non usciva più di casa finché non ha iniziato un percorso diverso... Non avete capito bene ma dev'essere qualcosa che ha a che fare con la meditazione.

Meditazione?
Meditazione = Wanna Marchi.
"Guarda grazie mille, non per giudicare, ognuno può fare quello che vuole, ma a me di sciogliere il sale nell'acqua mentre batto le mani a tempo e ripeto sale grosso via il rimorso... Io guarda con la meditazione proprio... Grazie mille è... Ciao, ciao!"
Dall'altra parte una risata, un "ok" e un "quando e se vorrai io sarò qui".
Mettete giù e capite perché quella persona fosse considerata "strana".

Va bene, ma adesso?
Proverete senza gocce.
Vi capiterà, magari in un'occasione del tutto diversa dalle altre in cui vi era venuto, che vi arrivi un altro attacco di panico. Quasi un treno in faccia.
Un attacco che nella scala "Ansier" (la scala Richter del panico) è molto vicino al primo. Una bomba.
A questo punto avete ancora più paura perché eravate convinti che se aveste evitato le "situazioni-detonanti" (per esempio tanta gente, oppure il bere alcol, l'ascensore etc.) l'avreste scampata.
Eravate pronti a barattare tutte le feste, da qui alla vostra morte, pur di non provare più quella paura.
Ma lei vi ha fregato.

Va bene, ma adesso??
Adesso siete pronti a provare tutto.
Se Wanna Marchi fosse ancora in televisione partireste da lì.
Fortunatamente però potete saltare quel passaggio quindi richiamerete l'amica dell'amica della sorella di vostra cugina - quella strana - per chiederle un incontro.

Da qui ragazzi la strada è in discesa. È tutto più semplice, tutto più chiaro e piano piano sarete pronti non solo ad accettare gli attacchi di panico ma anche la difficoltà di accettare voi stessi.
Vedrete tutto da un'altra prospettiva e potrete persino scrivere un post per sorridere insieme a chi, come voi, non soffre ma gode di attacchi di panico.
Un post per dire loro che va tutto bene... (E comunque dirlo, scriverlo, ripeterlo come un mantra, lo fa sembrare un po' più vero!).
Viva tutto!

L' Huffington Post 
Martino Corti 

venerdì 29 agosto 2014

Ansia e attacchi di panico Trascurarli è pericoloso


Finite le vacanze, con l'inizio di settembre termina l'ebbrezza e tornano i problemi. Le risorse finanziarie insufficienti, le incertezze legate al mondo del lavoro, le attività precarie dei giovani che non riescono a costruirsi un futuro, fanno crescere la paura di perdere il proprio equilibrio psico-fisico.
Troppi italiani avvertono la sfiducia e la quasi certezza di non riuscire a far fronte agli impegni. L'ansia si insinua dentro di noi, domina i nostri pensieri, ci rende fragili, pieni di dubbi, vittime di noi stessi, prima ancora che delle avversità della vita.
L'ansia non è un fenomeno anormale. È un'emozione di base, che comporta uno stato di attivazione dell'organismo quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa. Nella specie umana si traduce in una tendenza immediata all'esplorazione dell'ambiente, nella ricerca di spiegazioni, rassicurazioni e vie di fuga, nonché in una serie di fenomeni neurovegetativi come l'aumento della frequenza del respiro e del battito cardiaco. L'organismo in ansia ha bisogno della massima energia muscolare a disposizione, per poter scappare o attaccare in modo più efficace possibile, scongiurando il pericolo e garantendosi la sopravvivenza. Quando l'attivazione del sistema di ansia è eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alle situazioni, siamo di fronte a un disturbo d'ansia, che può complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni.
Tali disturbi sono tra i più frequenti nella popolazione, creano grossa invalidazione e spesso non rispondono bene ai trattamenti farmacologici. Si rende necessario agire efficacemente su di essi con mirati interventi psicoterapeutici brevi di orientamento cognitivo-comportamentale, che hanno dimostrato alta efficacia in centinaia di studi scientifici.
I disturbi d'ansia conosciuti e chiaramente diagnosticabili sono quelli relativi a fobie specifiche (aereo, spazi chiusi, ragni, cani, gatti, insetti), i disturbi di panico e agorafobia (paura di stare in situazioni da cui non vi sia una rapida via di fuga), quelli ossessivo-compulsivi, quelli post-traumatici da stress. Vi sono poi altri tipi di problemi legati all'ansia, quali la paura di guidare, il disturbo d'ansia da separazione, che spesso si associa a crisi di panico, oppure l'ansia da prestazione sessuale, presente nei giovani e nelle persone mature.
Molti italiani sono colpiti da episodi improvvisi e intensi di paura o di una rapida escalation dell'ansia normalmente presente. Sono accompagnati da sintomi somatici e cognitivi: dalle palpitazioni, ai tremori, dalle sensazioni di soffocamento, ai dolori al petto, alla paura di morire o di impazzire. Sono questi gli attacchi di panico.
Chi li ha provati li descrive come un'esperienza terribile, spesso improvvisa e inaspettata, almeno la prima volta. Il timore di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante. Il singolo episodio sfocia facilmente in un vero disturbo di panico, originato dalla «paura della paura». È un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro la cosiddetta «agorafobia», ovvero l'ansia relativa all'essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto. Queste persone non possono uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l'auto, stare in mezzo alla folla o in coda.
Tutte le situazioni potenzialmente ansiogene vengono evitate e la persona diventa schiava dei suoi attacchi di panico, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi e a non lasciarla mai solo. Cresce il senso di frustrazione che deriva dal dover dipendere dagli altri. Questa situazione conduce spesso a una depressione secondaria. Lo stato d'ansia non va mai trascurato.

Luigi Cucchi