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venerdì 4 settembre 2020

Attacchi d’ansia: quelle crisi che non vorremmo



Le crisi di ansia sono sempre più diffuse e sempre più numerose sono le persone affette da disturbi d’ansia.

Eppure chi ha crisi di ansia spesso, ne soffre in silenzio.

Diffuso infatti, è il pregiudizio che le crisi d’ansia siano dovute a poca voglia di reagire, ad una fragilità del carattere, ad una fissazione inesistente. Chi soffre d’ansia finisce spesso per non sentirsi compreso, ricorrendo ai metodi più veloci per placare le sue crisi d’ansia:

  • uso di ansiolitici;
  • comportamenti di evitamento e fuga dalle situazioni temute.

L’ansioso cercherà ansiosamente una risposta per placare la sua ansia!

“Uno degli aspetti paradossali dello stato di ansia acuta è che la persona sembra produrre inconsapevolmente quelle situazioni che maggiormente teme o detesta.”

(Beck e Emery)

Le risposte cui potrà ricorrere per alleviare la sua ansia, seppur efficaci in un primo momento per ridurre lo stato di tensione, porteranno ad avere a che fare nuovamente con l’ansia. Le persone che hanno avuto un attacco di panico, infatti, tendono ad evitare le situazioni per loro pericolose per paura di avere nuovamente un attacco di ansia acuta. Tuttavia, evitare le situazioni che creano ansia, non farà altro che renderle più spaventose e aumentare l’ansia. Il rischio è di evitare sempre più situazioni percepite come pericolose e rinunciare anche a cose piacevoli: una vacanza, un lavoro tanto desiderato… finendo con il limitare la propria vita!

Inoltre, per placare la propria ansia si può arrivare anche a mangiare smodatamente o bere alcolici e fare uso di sostanze stupefacenti, che possono trasformarsi in nuovi problemi.

Quali le caratteristiche di chi ha attacchi d’ansia?

Chi soffre di ansia può:

  • tendere a rimandare una decisione o un impegno per lui importante fino a quando non si sente perfettamente preparato;
  • rimuginare sui suoi problemi, sulle sue paure e difficoltà, sentendosi un incapace se non riesce;
  • sentirsi costantemente in tensione e rispondere in modo ansioso e spropositato anche per stimoli di lieve entità: come se avesse una soglia di allarme più bassa rispetto alla media!

Durante un attacco di ansia, poi, molte persone tendono a focalizzarsi sui sintomi, cercando di controllarli e spesso interpretandoli in maniera catastrofica, ritenendo che stia succedendo qualcosa di terribile. Quando, ad esempio, si ha una crisi di ansia acuta, come in un attacco di panico, la persona può pensare di avere un infarto, di impazzire, di perdere il controllo di se stessa.

Molto spesso chi soffre di ansia ha la tendenza ad essere spaventata da tutte le manifestazioni emotive.

Una delle più grandi aspettative delle persone ansiose è di poter controllare le situazioni e le emozioni! Essendo impossibile riuscirci, ne seguirà un ulteriore aumento di ansia, dato dalla perdita di controllo, che sarà percepito come un pericolo.

La persona può considerare la crisi d’ansia come una conferma della propria debolezza e inadeguatezza, considerarsi incapace di trovare una soluzione e di conseguenza ritenere di dover controllare ogni propria manifestazione fisica e/o emotiva in modo da poter prevenire ogni difficoltà.

In realtà, per quanto ci si possa impegnare, nessuno di noi può riuscire a controllare le proprie emozioni, né riuscire a prevenire ogni imprevisto!

Cosa può essere utile?

1)    Innanzitutto riconoscere che si è in ansia.

Non capire cosa ci succede può fa star male. Darsi una spiegazione, invece, riconoscendo, ad esempio, le reazioni fisiche che si stanno vivendo, può aiutare a non spaventarsi e attenuare rapidamente la crisi d’ansia.

Di seguito i principali sintomi somatici:

  • Cardiovascolari: tachicardia, palpitazioni, variazione della pressione toracica…
  • Respiratori: affanno, senso di soffocamento, “nodo alla gola”…
  • Neuromuscolari: rigidità, movimenti impacciati, tensione, irrequietezza, tremori…
  • Gastrointestinali: nausea, vomito, disturbi intestinali, colite, dolori addominali, mancanza o eccessivo appetito…
  • Urinari: frequente stimolo a urinare
  • Neurovegetativi: vampate di caldo o freddo, rossore o pallore del volto, ipersudorazione, senso di svenimento…

2)    Accettare l’ansia!

L’ansia è un’emozione che tutti possiamo provare e che è utile, quando non è spropositata, perché determina uno stato di tensione necessario per affrontare un momento difficile, aiutandoci a superarlo con il giusto livello di attenzione.

Resistere, combattere l’ansia non fa altro che prolungare gli aspetti spiacevoli. Gli attacchi d’ansia di per sé sono limitati nel tempo, sono i pensieri negativi, le previsioni catastrofiche sulla situazione che fanno aumentare gli effetti spiacevoli, instaurando un vero e proprio circolo vizioso: “Che sta succedendo?”, “ Mi sento male?”, “Sto avendo un infarto?”.

3)    Pensando all’ultimo attacco d’ansia o addirittura di panico, può essere utile chiedersi:

  • Dov’ero?
  • Cosa avevo appena fatto? O cosa stavo facendo o stavo per fare?
  • Cosa stavo provando in quel momento?
  • Cosa mi sta indicando quest’attacco d’ansia?
  • Cosa non va in questo momento della mia vita?

Può sembrare assurdo fare questo, soprattutto perché a volte l’unica cosa che si avverte è un’ansia forte, immotivata e si sono provate tutte senza ottenere risultati. Tuttavia, è importante sapere che l’ansia è sempre legata ad un contesto o una situazione di vita.

Dal punto di vista psicologico, quando l’ansia è presente in maniera forte, indica che la persona non è in armonia con se stessa, con i suoi bisogni e desideri.

In alcune situazioni può essere necessario rivolgersi ad un esperto, per un lavoro su stessi, utile non solo per placare la propria ansia, ma anche a riscoprirsi e conoscere le parti di sé che hanno bisogno di essere ascoltate e venire espresse.

Dare all’ansia il giusto valore e ascolto aiuterà a trasformarla da nemica da combattere ad alleata della propria vita!


Dal Sito: benessere4u.it 

mercoledì 2 settembre 2020

Che cosa è l'effetto "freezing"? Come può colpire in silenzio...




L’effetto freezing si attiva nel nostro cervello di fronte ad una minaccia improvvisa. È una forma di difesa psicologica e fisiologica che ci blocca e non ci consente di ragionare

L’effetto freezing è una reazione emotiva inaspettata.

Ci fa sentire incapaci di reagire di fronte ad un evento traumatico o a una minaccia improvvisa.

Ci paralizza letteralmente. Come suggerisce il termine inglese utilizzato per definire questo stato emotivo, sono le nostre emozioni che si congelano di fronte ad una minaccia.


“Esistono situazioni in cui la paralisi risulta essere la scelta migliore, se non addirittura l’unica possibile”: sostiene la Dott.ssa Pamela Busonero, esperta in Psicologia e Psicoterapia e specializzata in disturbi psicosomatici e attacchi di panico. “Che la paura sia in grado di paralizzare una persona è infatti un dato risaputo e riconosciuto da diversi studi scientifici e non è raro che in situazioni di imminente pericolo ci si blocchi completamente, anche quando sarebbe più opportuno avere una reazione diversa”.

Secondo lo psicologo John Leach, docente dell’Università di Portsmouth, circa il 75% delle persone dinanzi a una situazione di emergenza improvvisa si blocca e smette di ragionare invece di elaborare un piano di fuga. Sempre secondo Leach, del restante 25% solamente il 15% è in grado di rimanere sufficientemente razionale di fronte a situazioni improvvise di pericolo e di prendere decisioni che non mettano a rischio la propria vita. Il 10% perde completamente la capacità di ragionare, entrando nel panico e causando danni a se stessi e agli altri.

A livello fisiologico dinanzi ad una minaccia improvvisa, la sostanza grigia periacqueduttale (situata nel mesencefalo, una delle parti meno evolute del cervello) attiva una parte del cervelletto chiamata “piramide". Essa tende ad immobilizzare il corpo. Infatti, quando viviamo un evento improvviso e sfavorevole, come un’aggressione o una violenza, subiamo un forte stress emotivo.

Come risposta ad esso il cervello libera le endorfine che sono in grado di ridurre la forte agitazione e dare origine al cosiddetto effetto “freezing”. Esse sono gli stessi ormoni che l’ipofisi secerne quando proviamo gioia o amore. Quando è sotto stress il sistema nervoso simpatico mette in circolo anche un altro ormone, l’adrenalina. Quest’ultima è grado di potenziare la muscolatura ed aumentare le pulsazioni cardiache. La reazione di fuga, tipica dell’effetto freezing, avviene quando la minaccia appare fin da subito irrisolvibile.


“L’effetto freezing si può definire una reazione fisica ma determinata dalla mente. Si innesca quando bloccarsi sembra essere l’unica opzione possibile, quando si è di fronte ad una situazione in cui non si riesce ad affrontare la minaccia né a fuggire da essa. Allo stesso modo, può verificarsi quando l’evento si evolve così rapidamente da non essere in grado di riflettere ed adeguarsi, oppure come meccanismo di negazione che rende l’evento meno penoso” - precisa l’esperta. Il freezing sembra una risposta normale di una persona normale ad un evento anormale. Serve per difenderci da un trauma emotivo che sarebbe troppo forte da superare. La paralisi e le sostanze rilasciate ci impediscono di renderci conto di cosa stia succedendo e di recepire il trauma con una minore intensità. In caso di aggressione, potrebbe anche scoraggiare l’aggressore a proseguire.

A volte può succedere che il corpo, a seguito di un evento traumatico con una reazione di freezing, apprenda questo meccanismo e lo applichi involontariamente a molteplici situazioni della vita. Anche se il reale pericolo è ormai superato il rischio è che il soggetto continui a provare stati di allerta ingiustificati per gran parte della giornata. Ciò non gli consente di condurre una vita serena. In questi casi, è necessario riuscire ad elaborare l’evento traumatico.

La Dott. Busonero suggerisce trattamenti particolarmente indicati, chiamati “trattamenti psicoterapeutici evidence-based”. La terapia Emdr è un metodo psicoterapeutico ideato nel 1987 da Francine Shapiro, attualmente validato per questa problematica. Il terapeuta Emdr chiederà alla persona di focalizzare la propria attenzione su diversi aspetti che costituiscono il trauma. Questo tipo di terapia ha un’elevata percentuale di successo e permette la remissione parziale o totale dei sintomi. L’obiettivo è migliorare la qualità della vita del paziente.

Dal Sito: ilgiornale.it

mercoledì 9 ottobre 2019

Ansia in aumento: perché?


Aumentano gli italiani con l'ansia, disturbo che colpisce a tutte le età (e non solo le donne). Le cause possibili e come curarla

Siamo tutti ansiosi? Stando ai dati si direbbe di sì, ma le ricerche indicano soprattutto che l'ansia è in aumento e non risparmia nessuna fascia d’età. Secondo Psicoadvisor, che ha preso in considerazione le indicazioni di alcuni motori di ricerca, la parola “ansia” è una delle più ricercate sul web (27.200 volte al mese in Italia) e dal 2014 ha superato la “depressione”, che invece in passato risultava oggetto di maggiori indagini su internet. Ad oggi questo stato di malessere sembra essere il più diffuso, declinato in vari ambiti: secondo Google Trends le domande più frequenti sul web riguardano “ansia da lavoro”, “ansia sociale”, curare l’ansia”, “ansia sintomi, “ansia da prestazione” e “attacchi d’ansia”.

“Fino a qualche tempo fa si usavano espressioni come "sono esaurita" o "sono depressa". Oggi si parla di ansia, e con questo termine si vuole indicare uno stato d’animo che non si riesce a classificare. In pratica c’è una generale difficoltà a decifrare le proprie emozioni e questo vale per ogni fase della vita” spiega Barbara Volpi, psicologa e psicoterapeuta, collaboratrice dell’Università La Sapienza di Roma.

Ansia indotta dalla competitività

Secondo l’Istat (dati 2018) l’ansia interessa il 7% della popolazione, anche associata a depressione, e riguarda 3,7 milioni di italiani. La regione più interessata è la Basilicata, seguita da Campania e Molise, Abruzzo, Calabria, Sicilia, Sardegna, Puglia, Piemonte, Marche e Lazio. I meno ansiosi si troverebbero invece in Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta. Ma è il sommerso a preoccupare: in molti si vergognano a confessare di provare questo malessere. Eppure secondo Eurodap, si tratta di un problema che riguarda il 79% degli europei, compresi giovanissimi e anziani.

“Credo che sia il risultato di una società altamente competitiva, in cui diventa a volte difficile integrare il mondo virtuale con quello reale: siamo tutti impegnati a produrre, a competere con l’altro, a essere influenti sui social e a cercare il consenso, ma senza una base di valori che ci supporti nei momenti difficili e che rappresentano gli elementi per orientarci. L’ansia, infatti, non è altro che il senso di panico che si crea quando si perde la bussola”.

Ogni età ha la sua ansia

L’ansia non risparmia alcuna età e si declina in modi differenti.

“Gli adolescenti sono i più a rischio, perché vivono lo stato ansiogeno per eccellenza, quello del volere tutto e subito. Spesso, però, lo nascondono. È tipico di questa età distaccarsi dai genitori e contrapporsi a loro” spiega l’esperta, autrice anche del libro Genitori digitali (Il Mulino). “È importante aver costruito le basi per una comunicazione con i ragazzi, perché spesso l’ansia non si manifesta solo come agitazione e iperattività, ma anche come chiusura: gli adolescenti cercano di celarla e vivono un tormento interiore che può sfociare nella frequentazione di amicizie "sbagliate", nelle droghe o in disturbi psicosomatici come l’anoressia, il tentativo di cancellare l’ansia cancellando il proprio corpo, controllandolo in modo ossessivo” spiega Barbara Volpi.

Nel caso degli adulti i motivi di ansia possono essere legati agli snodi della vita: la formazione della coppia, quando ci si sposa o si va a vivere insieme, oppure la nascita del primo figlio: "Sono i momenti di grande trasformazione, nei quali occorre adeguarsi ai cambiamenti. Anche le separazioni o i problemi di lavoro possono essere fonte di malessere” dice la psicoterapeuta. Questo malessere si può manifestare, oltre che con attacchi di panico e agitazione, anche con l'ipocrondia, la paura di ammalarsi".

E quando si è anziani? In questa fascia d'età in genere cresce la consapevolezza di sé, si diventa più stabili e meno ansiosi. "Ma quell’agitazione che si provava per i propri stati d’animo, può diventare preoccupazione per gli altri, per i propri cari, i figli o i nipoti. In alcuni casi, invece, può sorgere l’ansia per la paura della morte. E può anche presentarsi una forma di regressioneinfantile, come succede agli adolescenti, che si esprime nel voler negare ciò che è fonte di agitazione, per esempio le malattie” spiega Volpi.

soffrono di ansia?

Neppure i bambini sono esenti da stati di ansia: “A volte i bambini a scuola dicono di essere agitati o stressati: è la prova dell’effetto della società in cui viviamo, in cui siamo sempre sottoposti a pressioni. I bambini possono provare emozioni a cui non sanno che nome dare: il primo giorno di scuola, una festa a cui sono stati invitati o la vigilia di una gara sportiva. E possono manifestare questo stato con sintomi fisici: mal di testa, mal di pancia o sensazione di tristezza. Sono tutte richieste di aiuto ai genitori, che possono rassicurarli semplicemente ascoltandoli, parlando con loro e aiutandoli a classificare il motivo per cui si sentono agitati. Anche la lettura delle fiabe alla sera, oltre che essere un momento di vicinanza, aiuta ad avere consapevolezza delle proprie paure, attribuendole a un personaggio esterno” consiglia l’esperta.

Come si “cura” l’ansia?

All’ansia si può porre rimedio: “Occorre avere più consapevolezza di noi stessi e dell’altro, fare una riflessione interna che fermi per qualche istante la frenesia quotidiana, creando momenti di stacco per capire dove stiamo andando e cosa stiamo vivendo. Non a caso ultimamente si assiste a un proliferare di corsi di mindfullness e meditazione, perché più si ha consapevolezza di sé, meno ansia si prova. Occorre, insomma, capire qual è il motivo per cui ci sentiamo in ansia, dargli un nome e in questo modo si impara a gestire lo stato di malessere che altrimenti si prova” spiega la psicoterapeuta. “Nel caso dei bambini il consiglio è quello di alimentare la stessa consapevolezza con il dialogo e il legame tra generazioni, nonni compresi: a loro dico sempre di parlare coi nipoti o di cucinare, perché è un modo per passare forme di cultura e creare dialogo, tramite un incontro di sguardi e una condivisione di esperienze reali”.

Dal Sito: donnamoderna.com

martedì 24 settembre 2019

L’alcolismo e il suo utilizzo per aggirare timori


L’alcolismo, diffuso non di meno nel nostro Paese, spesso costituisce una cattiva risposta a talune situazioni che generano ansia, angoscia. Ma notoriamente esistono diverse tipologie di disturbi d’ansia: qual è quella più influente nell’uso o abuso di alcol?
È l’ansia sociale a risultare quella con un effetto più diretto sul rischio di sviluppare una dipendenza da alcol. Lo indica una nuova ricerca norvegese. Il perenne stato di allarme vissuto dalle persone fobiche può essere quindi il fattore scatenante dell’abuso di bevande alcoliche. La classica sbronza, il bere fino allo stordimento, serve alle persone che soffrono di fobia sociale a trovare un palliativo alle proprie paure.
Per quanto riguarda lo studio, attraverso la somministrazione di interviste semi-strutturate a un campione di quasi tremila adulti, i ricercatori hanno valutato la correlazione tra alcolismo e disturbo d’ansia generalizzata, disturbo di ansia sociale, disturbo da attacchi di panico, agorafobia e fobie specifiche. Ciò che è emerso è proprio che il disturbo di ansia sociale è quello che aveva una più forte correlazione con l’alcolismo, nello studio ha infatti predetto la presenza di sintomi collegabili in maniera nettamente superiore, sorprendentemente, rispetto agli altri stati ansiosi.
Questi risultati suggeriscono che gli interventi tesi all’evitamento o al trattamento dell’ansia sociale potrebbero avere un ulteriore effetto benefico preventivo nella cura dell’alcolismo. 
Secondo i ricercatori, è fondamentale riconoscere che molti individui che soffrono di questa tipologia di disturbo non sono in trattamento, questo vuol dire che si ha un potenziale sottoutilizzato, non solo per la riduzione dell’enorme quantità di diagnosi di ansia sociale, ma anche per la prevenzione di problemi relativi all’alcolismo in comorbilità con tale problema. 
A tal proposito, la terapia cognitivo-comportamentale e le sue esposizioni controllate alle situazioni temute dai soggetti, ha mostrato ottimi risultati.

mercoledì 15 maggio 2019

Disturbi d'ansia: i sintomi per riconoscerli e le cure per superarli

I disturbi d’ansia sono tra i disturbi mentali i più frequenti, colpiscono infatti circa 2,5 milioni di italiani. Attualmente l’ansia ed i disturbi ad essa collegati non sono più un tabù e chi ne soffre ha maggiori possibilità di affrontarli e soprattutto di risolverli. Dai disturbi d’ansia si può infatti guarire con la giusta terapia. Come sostiene lo psicologo Alessandro Lobello la cosa più importante da fare è rivolgersi ad uno specialista con il quale intraprendere un percorso psicoterapeutico che abbia un duplice obiettivo: comprendere le cause che provocano i disturbi d’ansia e trasferire un metodo per gestirli e/o eliminarli del tutto.

Disturbi d’ansia: cosa sono e quali sono i sintomi?

Bisogna fare una precisazione: tutti proviamo l’ansia, ma non tutti soffriamo di disturbi ad essa collegati. Vi sono infatti due tipologie di ansia: fisiologica e patologica. La prima prepara il soggetto ad affrontare una minaccia o un pericolo imminente. In questi casi l’ansia è utile perché mette in allerta e permette di reagire tempestivamente oltre a produrre un aumento dello stato di vigilanza che migliora le performance in situazioni impegnative, come un colloquio di lavoro o un esame da sostenere. Si tratta di un’ansia che possiamo definire positiva, che “tiene sulle spine” e spinge l’individuo a sfruttare tutte le sue potenzialità per superare una prova. La seconda invece si manifesta in modo persistente ed intenso, anche in situazioni in cui non vi sono reali pericoli. L’ansia è dunque disfunzionale, invalidante e compromette seriamente la normale funzionalità del soggetto che ne soffre. La difficoltà nel gestire i ripetuti attacchi di ansia, genera inoltre un forte senso di frustrazione che riduce la stima in se stessi e che spesso conduce a diverse forme di depressione.

sintomi dei disturbi d’ansia sono suddivisi in 3 categorie:

●      cognitivi: vuoto mentale, percezione crescente di allarme/pericolo, sentirsi fortemente osservati

●      comportamentali: paura di restare o uscire da soli, necessità di assumere ansiolitici, evitamento di tutte le possibili situazioni che possono provocare paura, timore, preoccupazione

●      fisici: palpitazione, tachicardia, tremori, contratture muscolari, ipersudorazione, vertigini, nausea, senso di soffocamento e respiro corto

Secondo il DMS-5 (Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali) il soggetto è affetto da disturbi d’ansia quando quest’ultima è eccessiva e persistente, si manifesta in situazioni neutre, nelle quali minacce e pericoli sono del tutto improbabili, e persiste almeno da 6 mesi. I sintomi non devono essere attribuibili agli effetti fisiologici di una sostanza (droga, alcol) o di un farmaco, ad una condizione medica o essere meglio riconducibili ad altri disturbi mentali.

Tra i disturbi d’ansia più frequenti vi sono:

●      disturbo da panico (attacchi di panico) con/senza agorafobia

●      disturbo d’ansia generalizzato

●      fobia sociale

●      fobie specifiche

Come curare i disturbi d’ansia? 

Curare i disturbi d’ansia vuol dire riappropriarsi della propria vita. A tal proposito è interessante quanto afferma l’OMS (organizzazione mondiale della sanità) in merito all’importanza della salute mentale, inteso come “stato di benessere che permette ad ogni individuo di realizzare il suo potenziale, affrontare il normale stress della vita, lavorare in maniera produttiva e apportare un contributo alla propria comunità”. In queste poche righe è racchiusa la motivazione per affrontare i disturbi d’ansia. La terapia che ha riscontrato maggiori percentuali di successo è quella cognitiva-comportamentale. Quest’ultima fornisce una serie di tecniche e di strumenti grazie ai quali il terapeuta riesce ad identificaresconfiggere le cause che scatenano il disturbo, a ridurre il livello d’ansia e a migliorare la capacità dei pazienti di affrontare e accettare la normale incertezza che caratterizza la vita. Si impara a conoscere l’ansia, a riconoscere quella patologica ed i suoi sintomi e soprattutto ad interrompere il circolo vizioso di tensione scatenato dai pensieri ansiosi. Per far ciò si ricorre all’analisi dei pensieri disfunzionali, ai cosiddetti training di consapevolezza degli stati ansiosi, all’esposizione in vivo o immaginate, ad esercizi di problem-solving. Durante il percorso terapeutico si impara anche a controllare e a ridurre i sintomi fisici dell’ansia mediante tecniche di rilassamento ed esercizi di respirazione. Nei casi più gravi potrebbe essere necessaria una terapia farmacologica a base di ansiolitici e/o antidepressivi. Quest’ultimi devono essere prescritti soltanto da psichiatri ed è importante che siano associati ad un percorso di psicoterapia. Da soli infatti non sono capaci di curare i disturbi d’ansia. Hanno efficacia nel breve periodo, non appena viene sospesa l’assunzione, il disturbo si ripresenta. La psicoterapia al contrario, nella maggior parte dei casi, è la soluzione definitiva ai disturbi d’ansia.

Dal Sito: newsbiella.it