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venerdì 2 febbraio 2018

Attacchi di panico: cosa fare


Gli attacchi di panico sono un disturbo piuttosto frequente che si manifesta con disagio fisico e psichico, dalla durata limitata nel tempo ma con effetti di elevata gravità. I sintomi degli attacchi di panico si presentano in maniera improvvisa.

La sindrome può essere distinta in due gruppi:

l’attacco di panico vero e proprio, che consiste appunto nella comparsa di intensa ansia, disagio e paura;
il disturbo di panico, che consiste nella ripetuta comparsa di singoli attacchi e di cambiamenti del comportamento, per evitare di trovarsi di nuovo nella situazione che ha scatenato il malessere.

Il disturbo è piuttosto frequente: secondo i dati degli studi epidemiologici, l’11% della popolazione soffre di un attacco di panico una volta all’anno. Nella maggior parte dei casi, la problematica scompare in modo naturale e potrebbe anche non manifestarsi più nel resto della vita. In alcune manifestazioni, tuttavia, gli attacchi si ripetono e insorge il vero e proprio disturbo, che interessa il 2-3% della popolazione generale ogni anno.

A soffrire di attacchi di panico singoli o ripetuti sono, nella maggioranza degli episodi, le donne. Vediamo quali sono i sintomi di questo disturbo e che cosa fare.
Attacchi di panico: i sintomi

I sintomi di questo disturbo possono essere raccolti in un gruppo di tredici. Dal punto di vista medico, si parla di attacco di panico quando il paziente soffre di una improvvisa paura o ansia, oppure di un malessere generale, almeno 4 dei 13 segnali di seguito riportati:
paura di essere sul punto di morte;
sensazione e paura di perdita del controllo o di impazzire
distacco dalla realtà;
dolore al petto;
sensazione di vertigine o di svenimento, in altre parole il “sentirsi mancare”;
senso di mancanza d’aria o di vero e proprio soffocamento;
eccesso di caldo o, al contrario, brividi di freddo;
mal di pancia e senso di vomito;
formicolio a gambe e braccia o anche mani e piedi;
battito del cuore accelerato;
respiro corto;
alterazione della sudorazione;
tremore muscolare.

In alcuni casi, l’attacco si manifesta in pazienti che già soffrono di disturbi psichici, ma molto spesso si verifica e non si ripete, senza alcun motivo noto.
Che cosa fare

L’intervento del medico è necessario nel caso di disturbo da panico. Le possibilità sono molte e dipendono dallo stato del paziente, nonché dalle eventuali motivazioni che possono scatenare gli attacchi di panico.

Il medico dovrà anche escludere la presenza di malattie che possono causare l’insorgenza di uno stato di ansia intenso. In alcuni casi, potrebbe essere prescritta la terapia con alcuni farmaci come gli antidepressivi o gli ansiolitici quali le benzodiazepine, o anche entrambi. A supporto della terapia con queste medicine è anche indicata la psicoterapia.

L’intervento del medico è sempre necessario quando l’attacco di panico si ripete nel tempo, mentre un singolo evento di solito non è causa di preoccupazione, ma andrebbe in ogni caso riferito allo specialista di medicina generale.
Durante l’attacco di panico

Nel corso di un attacco di panico può essere utile:
respirare profondamente;
riconoscere l’attacco di panico;
cercare di rilassare i muscoli;
parlare e chiedere aiuto – eventualmente anche telefonicamente al medico o al servizio di soccorso – in genere aiuta a tornare alla realtà.

lunedì 20 novembre 2017

6 cose da fare subito quando hai un attacco di panico



Il cuore sembra impazzito e l'aria all'improvviso comincia a mancare: c'è un modo per stare meglio?

Gli attacchi di panico sanno davvero metterti al tappeto. Stai benissimo e, tutto d'un tratto, ti senti sopraffatta dalla paura. Ognuna reagisce a modo proprio, c'è chi ha bisogno d'aria, chi del contatto fisico e chi ha bisogno di ricordarsi di fare respiri profondi. Per quanto fastidiosi siano, gli attacchi di panico non sono assolutamente da condannare e sottovalutare. Tu vai bene così come sei, devi però impegnarti per sconfiggerli.

Essere te stessa è un importante passo avanti e il percorso da fare è lungo e necessario: ecco delle cose che puoi fare immediatamente, così da essere più tranquilla.


1. Inspira dal naso ed espira dalla bocca

Immagina che l'aria che immetti dentro sia bianca, pura, buona, e quella che butti fuori nera, cattiva, da scacciare. Quest'ultima è esattamente la paura che esce da te. In effetti, gli attacchi di panico sono la manifestazione di qualche spettro che, volente o nolente, ci portiamo dentro. Il nostro corpo ci fa capire che qualcosa non funziona e, per farlo, rende il nostro cuore un velocista, ci appanna la vista, ci fa fluttuare in un universo distante dal nostro.
Può darsi che tu riesca a controllarli però, se dovessero persistere, non prenderli sotto gamba: rivolgiti ad uno specialista.

2. Parla

Con chi ti sta accanto in quel momento, con un passante, con un negoziante. Parlare ti farà prendere contatto con la situazione che realmente ti circonda. Questo perché spesso succedono cose che non ti piacciono, tieni tutto dentro e rimane lì intrappolato. Avere questo atteggiamento, purtroppo, non è un gran punto di partenza, soprattutto se sei una persona naturalmente ansiosa.
Se il tuo ragazzo si presenta con 40 minuti di ritardo e non ha nemmeno l'accortezza di avvisare, non sei tu che sei paranoica, è lui che potrebbe applicarsi di più. In generale, dì ad alta voce quello che non ti piace. Magari non stravolgerà le cose ma, di certo, ti sentirai meglio.

3. Scrivi, canta e disegna

Vedere fuori di te quello che ti sta tormentando può essere davvero d'aiuto. Scrivi come ti senti, dipingi sogni e paura, canta per scaricare la tensione. Sembrerà una follia, soprattutto se pensi a quei momenti durissimi, ma è un modo efficace per portare la mente altrove.

4. Conosci te stessa e immagina quel che accadrà dopo

Questo è il motto scritto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi e non esiste al mondo niente di più vero. Il trucco sta nel conoscere quello che sta per succedere perché, come noto, troviamo conforto nelle cose che sono per noi familiari. Sai cosa accadrà e sai che per qualche minuto sembrerà la fine del mondo ma sai anche che, effettivamente, non sarà così. Prenditi il tuo tempo e immagina. Ti mancherà il fiato, forse ti girerà la testa ma, in men che non si dica, tornerai ad essere te stessa. Forse una versione un po' traballante, ma starai bene e sarai tu.

5. "Resta con te"

Ci sono persone che si affidano ad un mantra da ripetere nei momenti di bisogno, frasi semplici su cui concentrarsi e da ripetere (quasi) all'infinito, finché tu e la situazione non sembrate calmarvi. Altre invece si sentono meglio recitando una vecchia poesia imparata da bambine. Trova delle parole a cui vale la pena aggrapparsi e cerca di essere la tua àncora di salvataggio. Parlarne con qualcuno fa bene però purtroppo, durante un attacco di panico, non sempre abbiamo la fortuna di non essere sole.

6. Gioca a "se fosse..."

Ormai l'hai capito, durante un attacco di panico è importante tenere la mente occupata.
"Se fosse" è un gioco semplicissimo che spesso i genitori fanno in macchina con i bambini e che, al trentaduesimo "quanto manca" devono necessariamente inventarsi qualcosa. Pensa a qualcuno, a te, ad un'amica, a tua madre, e immaginala in vesti diverse. Chi sarebbe se fosse una cantante, quale sarebbe se fosse un colore, che gusto avrebbe se fosse un dolce... ti aiuterà a superare il peggio!

Gli attacchi di panico sono fastidiosi e difficili da spiegare ma non lasciare che loro ti definiscano: sei circondata da persone pronte ad aiutarti, devi solo chiedere.
Prova a rilassarti e... cerca di essere felice. Te lo meriti!




Dal Sito: www.alfemminile.com

lunedì 23 ottobre 2017

Ansia ed attacchi di panico: cosa sono e come affrontarli


Intervenire in questi casi è possibile e la terapia cognitivo comportamentale risulta secondo molti studi di settore tra gli interventi più efficaci

Ogni emozione, piacevole o spiacevole, consiste in cambiamenti (rispetto allo stato precedente) che avvengono a tre livelli:

- Al livello del corpo: quando ci emozioniamo possono presentarsi aumento del battito cardiaco e della sudorazione, contrazione dei muscoli o altri cambiamenti somatici;
- Al livello della comunicazione: ogni volta che ci emozioniamo lo comunichiamo agli altri mediante le espressioni facciali, la gestualità, la postura e/o il nostro modo di muoverci;
- Al livello cognitivo: ad ogni emozione è associato un pensiero.

Tutte le emozioni sono importanti, perché ci permettono di comprendere e quindi poter comunicare agli altri ciò che per noi è importante e ciò che vogliamo: si tratta di “campanelli d’allarme” utili in quanto ci permettono di fare qualcosa per ristabilire un equilibrio: agire ad esempio sulla situazione per cambiarla o sui nostri pensieri per modificare o rendere meno intensa e quindi più tollerabile un’emozione spiacevole.
Ogni emozione ha una funzione specifica, quella della paura consiste nel segnalarci la presenza di un pericolo e spingerci a fare qualcosa per metterci in salvo. L’ansia è un’emozione simile alla paura, che presenta delle differenze rispetto alle circostanze in cui si manifesta e alle caratteristiche della minaccia. In particolare si possono identificare tre variabili in relazione alle quali si manifesta un’emozione piuttosto che l’altra:

- Consistenza della minaccia: quanto più la minaccia è definita, più si ha paura, più è indefinita, più si prova ansia;
- Evidenza di ciò che è minacciato (solitamente un nostro scopo): nella paura lo scopo minacciato è assolutamente evidente (ad es. è minacciata la sopravvivenza), quando si presenta l’ansia invece lo scopo minacciato non è chiaramente evidente (ad esempio potrebbe essere minacciato lo scopo di essere un valido impiegato e quindi “valere” come individuo);
- Immediatezza dell’evento: la paura è legata a situazioni evidenti, a pericoli in corso, mentre l’ansia compare in relazione ad eventi futuri.

Quando ci accorgiamo della presenza di un pericolo avvengono nel nostro corpo automaticamente numerosi cambiamenti, ad esempio può aumentare la frequenza del respiro, la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa e la sudorazione, mentre la digestione rallenta in quanto il sangue viene deviato in larga parte verso i muscoli, che diventano così pronti all’azione. In questo modo la paura predispone il corpo ad una reazione immediata: la reazione di attacco/fuga. Questa reazione, che ci permette di lottare contro il pericolo o scappare il più velocemente possibile era molto utile soprattutto per i nostri “antenati”, che trovandosi ad esempio di fronte ad animali pericolosi dovevano essere in grado di fuggire velocemente o “combattere”.
La reazione di attacco fuga, tranne in poche occasioni (ad. esempio se ci sta per investire un’automobile) oggi è poco utile, in quanto la maggior parte delle situazioni che classifichiamo come “pericolose”, non mettono in pericolo la nostra sopravvivenza fisica, ma i nostri scopi e le rappresentazioni di noi stessi e delle nostre relazioni: è poco utile ad esempio scappare velocemente se siamo di fronte al computer e abbiamo paura di redigere un documento che possa mettere a rischio il nostro scopo di essere “bravi impiegati”. Alla risposta di attacco fuga, di conseguenza, non segue un’attività fisica intensa che porterebbe alla graduale riduzione delle sensazioni fisiche tipiche della risposta di attacco fuga (alta frequenza cardiaca e di respirazione, sudorazione, ecc). Le sensazioni fisiche associate alla risposta di attacco fuga permangono e possono essere mal interpretate (ad esempio si può pensare di avere un problema cardiaco). Questa interpretazione porta quindi all’identificazione di un nuovo pericolo che va ad attivare nuovamente la reazione di attacco fuga, determinando un circolo vizioso che può esitare nel panico. In caso di attacco di panico la persona sperimenterà nel giro di dieci minuti quattro o più dei seguenti sintomi:

· Palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia;
· Sudorazione;
· Tremori fini o a grandi scosse;
· Dispnea o sensazione di soffocamento;
· Sensazione di asfissia;
· Dolore o fastidio al petto;
· Nausea o disturbi addominali;
· Sensazioni di sbandamento, instabilità, testa leggera o svenimento;
· Derealizzazione o depersonalizzazione (sentire di non essere reali o che le cose intorno a sé non lo siano);
· Paura di perdere il controllo o di impazzire;
· Paura di morire;
· Parestesie;
· Brividi o vampate di calore.

Gli attacchi di panico spaventano molto la persona che li sperimenta, che inizia a temere di poter averne altri in situazioni simili, di conseguenza può sperimentare ansia in attesa di eventi particolari o quotidiani (ansia anticipatoria) e ad evitare una serie di attività e luoghi che prima affrontava normalmente, con una conseguente e drastica riduzione della qualità della vita.
Intervenire in questi casi è possibile e la terapia cognitivo comportamentale risulta secondo molti studi di settore tra gli interventi più efficaci. In fase iniziale della terapia sarà necessaria un’accurata valutazione che permetta di ricostruire la storia di vita della persona che soffre di ansia ed attacchi di panico per individuare il percorso di apprendimento delle credenze su se stesso, gli altri e il mondoche predispongono ai disturbi d’ansia. In seguito insieme alla persona si individueranno degli obiettivi terapeutici. Molto spesso in caso di ansia ed attacchi di panico il primo obiettivo consiste proprio nell’apprendimento di modalità per riconoscere le emozioni e i loro correlati fisiologici, nonché nell’acquisizione della capacità di riconoscere e comprendere il meccanismo del circolo vizioso che porta al panico, per imparare gradualmente a riconoscere i primi segnali di ansia e gestirli diversamente, in modo tale che non portino a nuovi attacchi di panico.

DOTT.SSA FIAMMETTA MONTE - Ascoli Piceno (AP)

giovedì 14 settembre 2017

Comportamenti di sicurezza tra i pazienti con disturbo di panico: una nuova lista per identificarli con maggior precisione


I comportamenti di sicurezza sono poco riconoscibili poiché usati da chiunque, è il processo cognitivo che li rende modi disfunzionali per evitare il panico

I comportamenti di sicurezza sono quei comportamenti agiti in una situazione ansiogena, senza cui l’ ansia aumenterebbe in maniera sostanziale. Pertanto, sebbene si resti nella situazione temuta, in realtà la si sta ancora evitando.

Ansia: tra evitamento ed esposizione

La relazione tra ansia ed evitamento fobicoha ricevuto considerevole attenzione negli ultimi quarant’anni. L’evitamento e la fuga possono presentarsi in risposta a pericoli e paura, e a loro volta, tali risposte possono mantenere le credenze fobiche. Per contro, la teoria dell’apprendimento ci insegna che l’esposizione a stimoli fobici comporta la riduzione dell’ ansia. Questo processo è meglio noto come “abituazione”. L’esposizione viene ritenuta un trattamento altamente efficace per i disturbi di panico e fobia sociale.

Tuttavia, in alcuni pazienti fobici, i miglioramenti ottenuti con la sola esposizione sembrano relativamente modesti. Ad esempio, sebbene i soggetti con fobia sociale si trovino ripetutamente esposti a situazioni sociali durante la vita quotidiana, essi non sembrano mostrare una forte riduzione dell’ ansia. Si ipotizza che il fattore di mantenimento dell’ ansia siano i comportamenti di sicurezza, agiti all’interno della situazione ansiogena (Clark et al.2006).

I comportamenti di sicurezza sono quei comportamenti agiti in una situazione ansiogena, senza cui l’ ansia aumenterebbe in maniera sostanziale. Pertanto, sebbene si resti nella situazione temuta, in realtà la si sta ancora evitando. Questi comportamenti di sicurezza funzionano come un amuleto. I comportamenti di sicurezza utilizzati spesso dalle persone con attacchi di panico includono: evitare di andare in giro senza i farmaci in borsa (anche se non li prendono mai o raramente); assicurarsi di avere il cellulare con sé quando ci si allontana da casa; stare vicino all’uscita quando si prende un autobus o il treno (Nakano et al.2008).

Salkovskis e colleghi (1991) ritengono che i comportamenti di sicurezza agiti nellesituazioni ansiogene giochino un ruolo importante nel mantenere l’ ansia, nonostante l’esposizione, poiché essi impediscono alle persone di confrontarsi direttamente con la disconferma delle loro credenze catastrofiche ed irrazionali. Per esempio, un soggetto con fobia sociale che evita lo sguardo dell’altro per timore di essere notato e deriso, probabilmente pensa “sono riuscito ad evitare di essere notato e di essere considerato strano, perché ho evitato lo sguardo altrui”. Impegnarsi in comportamenti di sicurezzamette al riparo le persone dalle loro minacce percepite, compromettendo però la possibilità di scoprire quanto siano in realtà improbabili le catastrofi immaginate. Se i pazienti continuano ad usare comportamenti di sicurezza per “prevenire” il danno, il nesso logico con la minaccia percepita si rafforza e l’esposizione agli stimoli fobici finisce per distorcere ulteriormente la credenza.

Comportamenti di sicurezza e disturbo di panico

Poche ricerche si sono occupate di esaminare i comportamenti di sicurezza nel disturbo di panico. Nel caso del panico, l’attacco si manifesta come risultato dell’errata interpretazione delle sensazioni corporee che si accompagnano normalmente all’ansia, che vengono identificate come pericolose.

Salkovskis e colleghi (1996) elencarono 10 tipici comportamenti di sicurezza e chiesero a più di 100 soggetti con disturbo di panico quanto spesso ricorressero a tali comportamenti quando si sentivano ansiosi. Successivamente, correlando l’uso dei comportamenti di sicurezza con le cognizioni catastrofiche, identificarono diverse ipotetiche associazioni teoriche. Ad esempio, una persona che teme di svenire è probabile che si aggrappi a qualcosa, mentre una persona che teme un attacco di cuore si asterrà dall’esercizio fisico.

I comportamenti di sicurezza possono essere molto subdoli e idiosincratici. Ad esempio, mentre alcuni soggetti che temono le palpitazioni evitano di bere alcolici, altri possono bere per ridurre la loro ansia in pubblico. Per i primi soggetti, evitare l’alcool è un comportamento di sicurezza, mentre per i secondi il consumo di alcool è un comportamento di sicurezza. La personale visione di ciò che è catastrofico determina quale azione sia un comportamento di sicurezza. In maniera simile, alcuni soggetti preferiscono fare shopping in posti affollati, sentendosi più sicuri quando vi sono attorno molte persone disponibili, mentre altre entrano nei negozi soltanto quando vi sono pochissime persone presenti, ad esempio la mattina presto o la sera tardi, poiché possono evitare di essere visti qualora avessero un attacco di panico.

Molti comportamenti di sicurezza non sono immediatamente riconoscibili (si parla di comportamenti “covert”), come l’avere nel portafoglio abbastanza soldi per assicurarsi che siano pronti qualora succeda qualcosa, assicurarsi di portare il telefono cellulare o che qualcun’ altro sia a casa mentre il soggetto è fuori.

Tutti questi comportamenti sono normali nel senso che possono verificarsi quotidianamente nella vita di chiunque, ma è il processo cognitivo del paziente che rende queste azioni dei comportamenti di sicurezza. Per identificare correttamente i comportamenti di sicurezza “covert”sembrano essere necessari ben più di 10 elementi elencati da Salkovskis e colleghi.

Una recente ricerca, svolta da Funayama e colleghi presso l’università di Kyoto, pubblicata nel 2013, ha individuato una lista di 25 comportamenti di sicurezza più frequentemente riportati dai soggetti con disturbo di panico, e li ha correlati con i sintomi ansiosi, le situazioni agorafobiche e le risposte al trattamento di tali soggetti.

A 46 pazienti, partecipanti ad un trattamento cognitivo comportamentale di gruppo per il disturbo di panico, fu consegnata la lista di comportamenti di sicurezzasviluppata dagli autori in base alle esperienze con pazienti con disturbo di panico. La lista conteneva 25 item, a cui i pazienti potevano aggiungere ulteriori comportamenti agiti e non presenti in elenco. La lista comprendeva: portarsi dietro i farmaci, distrazione dell’attenzione, portarsi dietro una bottiglia di plastica, bere acqua, focalizzare l’attenzione su qualcosa, portarsi dietro il cellulare, assicurarsi della posizione delle uscite, cercare di stare assieme a qualcuno, cercare una via di fuga, sedersi vicino alla porta sul treno o in autobus, rimanere fermi, portare soldi extra, aggrapparsi a qualcosa, accovacciarsi, aprire la finestra, muoversi lentamente, chiudere gli occhi, leggere un libro o una rivista, spingere il carrello mentre si fa shopping, muoversi, ascoltare musica dalle cuffie, chiedere aiuto, prendere le medicine prima di uscire, tenersi a qualcuno, controllare i movimenti di braccia e gambe.

Altri comportamenti aggiunti dai soggetti furono: canticchiare a bassa voce, portarsi dietro asciugamani e salviette per le mani, portare dietro carta d’identità e patente, esporsi al vento, incrociare le gambe, bere alcol, evitare alcol, fumare, prendere più vestiti, evitare di mangiare prima di uscire, studiare la via del ritorno e controllare il calendario, guidare da soli, camminare veloci, portarsi dietro un ventaglio, portarsi dietro un piccolo snack, cercare un lavandino, incrociare le braccia, dormire, fare una doccia, evitare gli angoli della stanza, dormire a pancia in giù, guardare la tv, controllare l’agenda del partner, giocare sul cellulare, portarsi dietro un paio di slip, camminare con lo sguardo basso.

Aver dietro i medicinali (n=29), distrarre l’attenzione (n=27), portare una bottiglia di plastica (n=24) e bere acqua (n=23) furono riportati da più della metà dei pazienti. Le più forti correlazioni tra sintomi del panico e comportamenti di sicurezza furono rilevate tra l’evitare i sintomi di derealizzazione ascoltando musica con le cuffie, prevenire le parestesie spingendo il carrello durante lo shopping, evitare il senso di nausea accovacciandosi o restando fermi. L’associazione più forte tra situazioni agorafobiche e comportamenti di sicurezza fu rilevata tra la paura di prendere un autobus o un treno da soli e il bisogno di muoversi. Riuscire a rimanere fermi è indice di risposta positiva al programma di CBT, mentre il cercare di concentrarsi su altro predice una scarsa risposta al trattamento (Funayama et al. 2013).

La ricerca, sebbene limitata, ha posto le basi per lo sviluppo di linee guida nell’identificazione dei comportamenti di sicurezza tra soggetti con disturbo di panico, e potrebbe essere uno strumento d’aiuto ai clinici per fornire trattamenti CBT ancor più individualizzati ed efficaci.

Dal Sito: www.stateofmind.it


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/09/comportamenti-di-sicurezza-panico/


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/09/comportamenti-di-sicurezza-panico/

giovedì 29 giugno 2017

ANSIA E ATTACCHI DI PANICO: COME FUNZIONANO E PERCHÉ LI PROVIAMO


L'ansia, sembra quasi scontato dirlo, è un'emozione, come la rabbia, la gioia, la tristezza, la paura, ecc. Come tutte le emozioni non possiamo eliminarla, anche se spesso è spiacevole, dobbiamo imparare ad accettarla, conviverci e cercare di tenerla sotto controllo quando possibile.

L'ansia spesso spaventa perché si manifesta con sintomi fisici anche intensi (tachicardia, senso di soffocamento, nausea, vomito, diarrea, tremori, vertigini, testa vuota, capogiri, sensazione di assenza, ecc). Se ci riflettiamo un attimo, tutte le emozioni, anche la gioia o la rabbia, si esprimono sul piano fisico, solo che di queste non ce ne preoccupiamo.

Ecco che quindi, nel mantenimento dell'ansia gioca un ruolo fondamentale il nostro pensiero, le nostre interpretazioni catastrofiche di questi sintomi (sto impazzendo, è un infarto, sto svenendo, farò una figuraccia, mi sta venendo un ictus, ecc) spesso spaventosi, e i comportamenti che mettiamo in atto per proteggerci o rassicurarci (assumere farmaci, non andare più in certi posti, non uscire da soli, non prendere il bus, ecc).

Spesso poi ci mettiamo in ascolto del nostro corpo, controlliamo se è tutto a posto, se il cuore batte bene, se la testa gira, se abbiamo la nausea, ecc. Purtroppo, quanto più ci concentriamo sui sintomi o sui segnali del nostro corpo, tanto più essi si amplificano. Alla lunga, tutto questo rafforza la paura e l'ansia si cronicizza, crediamo di proteggere noi stessi ma in realtà rafforziamo l'ansia. Così facendo poi togliamo fiducia a noi stessi e alle nostre capacità autonome di reagire.

L'ansia è un'emozione che anticamente serviva ai nostri antenati preistorici a proteggerli dai pericoli, a stare attenti ogni volta che uscivano dalla grotta ed eventualmente prepararsi a combattere o a scappare se attaccati da nemici o predatori. E' regolata da una zona del cervello molto antica, il sistema limbico (l'amigdala in particolare ne è la principale responsabile), mentre invece, solo successivamente si è evoluta la corteccia cerebrale, è questa che oggi ci dice che il pericolo in realtà non è così temibile come lo era per i nostri antenati.

Insomma, è come se oggi avessimo un sistema di allarme dentro di noi sempre attivo che scatta spesso ma senza un motivo preciso, non abbiamo più predatori, non abbiamo più tribù rivali, ma questo, il nostro cervello più antico non lo sa. Alcune persone, in seguito a periodi di forte stress, per temperamento, per altri motivi legati ad esperienze di vita o di apprendimento, hanno un allarme molto sensibile, che scatta facilmente anche senza un motivo apparente (in realtà c'è sempre un motivo che scatena una crisi d'ansia o un attacco di panico anche se la persona non se ne rende conto).

Queste reazioni molto intense coinvolgono il corpo perché il messaggio che arriva dal cervello più antico è quello di SCAPPARE o COMBATTERE, il cervello ci dice di proteggerci. Quindi, ecco arrivare i sintomi fisici: i muscoli si tendono, il cuore pompa più forte per fare arrivare più ossigeno ai muscoli degli arti, anche il respiro si velocizza per questo, vampate di calore sono causate dall'attivazione di tutto il corpo per utilizzare tutte le energie disponibili per scappare o combattere, il formicolio è causato dal fatto che in quelle zone c'è meno afflusso di sangue il quale è convogliato negli arti necessari all'azione, il senso di stordimento è causato da una parte di noi che vorrebbe scappare in conflitto con l'altra che invece dice che non c'è un pericolo reale, inoltre spesso senza accorgersene si inizia a respirare in modo irregolare, questo crea un lieve calo del flusso di ossigeno verso il cervello e uno squilibrio tra ossigeno e anidride carbonica che può portare a sensazioni di stordimento, testa vuota, vertigini, vista confusa o giramenti di testa, tutto ovviamente dura pochi istanti ma noi in quel momento crediamo che stiamo impazzendo o svenendo.

Ancora, la nausea è causata dal fatto che la digestione si blocca perché l'organismo ha bisogno di utilizzare le energie per scappare o combattere, i muscoli si sono tesi improvvisamente e possono essere indolenziti e far male, la gola secca è causata dal fatto che senza accorgersene, si respira molto intensamente a bocca aperta e non usando i filtri nasali. Il cervello invia messaggi anche all'apparato digerente, per scappare o combattere la digestione si deve fermare, quindi possono comparire anche fenomeni come diarrea o vomito, era più facile per l'uomo primitivo scappare con una zavorra in meno. Se ci fate caso, spesso si vede anche nei documentari, quando la gazzella è inseguita dal leone per velocizzare la fuga "si libera", capita lo stesso anche a noi.

Quindi, in effetti accade quanto segue: ci troviamo in una situazione o pensiamo qualcosa che ci appare come minaccioso, proviamo ansia, arrivano i sintomi fisici, li interpretiamo come qualcosa di preoccupante (invece sono perfettamente normali), li vediamo come un problema di salute serio, questo ci provoca ansia maggiore che ovviamente fa accrescere i sintomi fisici e così via.

Il circolo vizioso si alimenta e spesso sfocia in un vero e proprio attacco di panico. L'amigdala ci dice che quella situazione iniziale era pericolosa (ad esempio un cane) poi, qualche millisecondo dopo, la corteccia ci dice che non vi è nulla da temere (ci dice che il cane scodinzola e affettuoso) ma tuttavia i sintomi non se ne vanno subito, perché l'allarme è già suonato, la risposta SCAPPA o COMBATTI è innescata e quindi il corpo è tutto attivato con i sintomi che ho descritto sopra. E infatti, dopo, noi ci preoccupiamo dei sintomi, ci chiediamo: cosa sta succedendo? Perché non se ne vanno? Non è che sto impazzendo? Ecc.

Purtroppo una volta che il corpo si è attivato necessita di qualche minuto per acquietarsi, quei minuti però possono diventare ore se continuiamo ad agitarci e a preoccuparci. Spesso si corre al Pronto Soccorso, e solo quando il medico ci rassicura e ci dice che non è un infarto si ritrova la calma. Tutto questo per degli errori automatici di valutazione.

A questo proposito è utile sapere quanto segue:

L'ANSIA NON PROVOCA L'INFARTO (a meno che non si abbiano dei seri problemi cardiaci).

L'ansia provoca un intenso rilascio di adrenalina, durante l'infarto invece l'adrenalina viene meno, e infatti in ospedale una delle prime cose che fanno è proprio somministrare adrenalina agli infartuati. Il dolore che si può avvertire al torace è causato dalla tensione muscolare.

DI ANSIA NON SI PUO' SOFFOCARE, la respirazione è un processo automatico, si respira anche sott'acqua, annegando purtroppo.

DI ANSIA NON SI PUO' SVENIRE perché la pressione si innalza, lo svenimento è causato invece da un abbassamento di pressione, si può svenire solo alla vista del sangue, questo per altri motivi che magari spiegherò in un'altra sede.

DI ANSIA NON SI PUO' IMPAZZIRE, chi impazzisce non se ne accorge, chi si dice "sto impazzendo", anche se in preda al terrore, comunque sta ragionando, è consapevole di cosa sta accadendo, il "pazzo" no.

L'ANSIA NON PROVOCA L'ICTUS, l'ictus è causato da un embolo non dall'ansia, inoltre ha sintomi diversi anche se spesso simili.

DI ANSIA NON SI MUORE, non è mai successo, mai!!! Molte persone purtroppo hanno così paura di morire da non riuscire a vivere.

Un trattamento per l'ansia e gli attacchi di panico, secondo l'approccio Cognitivo Comportamentale dura più o meno 6 mesi, a meno che non ci siano tratti di personalità disfunzionali sottostanti che possono contribuire ad allungare i tempi.

Si lavora su cinque aspetti (almeno questo è il mo iter):

1) Le emozioni, imparando a viversele anche se spiacevoli. "Guarda in faccia la paura e questa cesserà di turbarti" (Sri Yukteswar).

2) I pensieri e le interpretazioni catastrofiche, riconoscerle e modificarle, allenandosi a fare questo.

3) Il riconoscimento e la familiarizzazione con i sintomi fisiologici.

4) La modifica di comportamenti evitanti e protettivi non utili, sostituendoli con comportamenti funzionali e rafforzativi.

5) L'apprendimento di tecniche di respirazione e di rilassamento che contribuisco a ridurre l'attivazione eccessiva dell'organismo.

Prima di tutto questo è necessaria però un'attentissima valutazione, che inquadri le caratteristiche del problema ma che tenga conto della specificità della singola persona. Ogni soggetto ha una sua struttura di personalità unica, le proprie esperienze e i propri vissuti, è indispensabile tenere conto di questo per poter agire in modo proficuo. Sono necessarie inoltre tanta pazienza, motivazione e fiducia, sia nel clinico ma soprattutto in se stessi.

Dal Sito: www.psicologionline.net

mercoledì 5 aprile 2017

“L’inizio”




Un giorno ti alzi e vedi il mondo intorno a te girare.
Nella testa solo una gran confusione;
ti manca il respiro...
paura, una grande paura...
la tua vista sembra appannarsi...
hai la sensazione di trovarti in un altro posto...
il cuore che batte forte... Sensazioni orrende!

Tachicardia forte, (anche 200 battiti al minuto), extrasistole, vertigini, nausea, giramenti di testa, contrazioni muscolari, crampi, rigidità, dolori, formicolio...
(il tutto alla massima intensità ), caldo e freddo, impossibilità a vedere ed a mettere a fuoco, difficoltà a respirare, senso di soffocamento.

Succedeva all’improvviso, mentre ero a casa; mentre guidavo, oppure quando non stavo facendo niente; mentre ero in fila al supermercato, o ero a cena; al cinema; oppure al lavoro.

Senso d’irrealtà, crisi di pianto, paura e terrore di morire d’ infarto o di ictus, paura di svenire, d’ impazzire...

ansia estrema, tensione, confusione, sensazione di essere posseduti, scosse alla testa, al cervello...

Ti arriva tutto così, all’improvviso.

Gli attacchi di panico sono così sconvolgenti, che spesso possono far perdere l’equilibrio psicologico di chi li subisce, tanto da non riuscire più a valutare in modo equilibrato e realistico ciò che sta succedendo.

Da quel momento, la mia vita è cambiata;
da quel momento io non ero più io.
Il mio modo di essere, di pensare, di vivere; tutto ciò che avevo imparato, pensato, sentito, vissuto
e quella che io stessa ero, tutto è stato spazzato via.

Così, all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, a causa di un forte periodo di stress.

In seguito, queste sensazioni diaboliche si manifestarono qualsiasi cosa io facessi.
Il mio corpo cominciava a debilitarsi ed a rifiutare qualsiasi forma di nutrimento.
Mi davano fastidio immagini, voci, parole scritte in movimento, i luoghi affollati...
Il mio cervello non accettava più nessuna informazione.

Non guidavo più; non uscivo più; non frequentavo più nessuno; restavo a casa e non ero una bella compagnia, neanche per chi mi comprendeva.

Una guerra con un nemico che non riuscivo a stanare.

Non avevo più personalità, forze, ricordi... non avevo più il controllo del mio corpo né, soprattutto, dei miei pensieri.
Tutto ciò mi portava sempre più alla deriva.

Cerchi di uscire, di scappare via da quella situazione… ma la paura di morire aumenta all’impazzata.

E dentro di te dici: “ io non ce la faccio!” Dici: “ sono stanca di star male.” “Vorrei piangere, senza fingere che tutto questo sia facile per me”.

Quando pensi che nessuno ti possa consolare ed arrivi a toccare il fondo, ecco che, puntualmente, inaspettata, arriva “questa inarrestabile voglia di vivere”.

È sempre lì, da qualche parte, nell’ombra, e, quando ti dimentichi della sua esistenza, eccola che arriva, ma in un modo arrogante! Decisa e prevaricatrice!

Ti denigra per i tuoi non-pensieri, ti umilia per averla scordata e ti si avvinghia stretta.

E poi, eccola inebriarti delle cose più semplici e dolci che spuntano d’incanto attorno a te.

Non sei sola e mai lo sarai.

Tante persone ti saranno vicine e ti aiuteranno ad andare avanti.

“Sono la principessa di me stessa; la regina del mio cuore”.

Amate quando potete, non nascondete mai i vostri sentimenti, soprattutto se amate con tutto il cuore.

È la ragione per cambiare ed io l’ho fatto.

Ora sono una persona nuova, diversa.

Eli ღ ღ ღ

(2 Novembre 2009)


                                   






martedì 30 luglio 2013

Sensibilità...

La sensibilità ci può rendere impressionabili, non cerchiamo su internet la spiegazione di sintomi che l'ansia ci fa vivere... la nostra compagna di viaggio ha molta fantasia e in certi momenti siamo talmente fragili che immaginiamo tutte le malattie del mondo.... ogni essere umano è unico come lo sono il suo vissuto e gli stati d'animo che vive... un percorso terapeutico deve tenere conto anche di questo...INSIEME ONLUS è gestita da persone che non sono medici, ma che vivono, o hanno vissuto il disagio sulla propria pelle, non facciamo paragoni con farmaci , ma confrontiamoci tra noi con fiducia e senza pensare di essere sbagliati..




INSIEME... TUTTO E' POSSIBILE!





giovedì 18 luglio 2013

Che cos'è il disturbo di panico.


Il disturbo di panico è un disturbo d’ansia, caratterizzato da frequenti ed inaspettati attacchi di panico.
L’ansia e la paura sono emozioni normali, che provano tutti. Hanno la funzione di segnalare situazioni pericolose o spiacevoli, mediante le modificazioni fisiologiche prodotte dall'adrenalina che entra in circolo nel sangue. Entro certi livelli, dunque, l’ansia e la paura sono necessarie a ciascuno di noi in quanto ci consentono di affrontare le situazioni temute ricorrendo alle risorse mentali e fisiche più adeguate (es. se attraversiamo la strada e una macchina suona il clacson per avvertirci che potrebbe investirci, possiamo spaventarci e, in preda alla paura, metterci in salvo).

Si ha un attacco di panico quando l’ansia o la paura provate sono così intense da produrre alcuni dei seguenti sintomi mentali e fisici:


  • palpitazioni o tachicardia;
  • sensazione di asfissia o di soffocamento;
  • dolore o fastidio al petto (es. senso di oppressione toracica);
  • sensazioni di sbandamento o di svenimento (es. debolezza alle gambe,   vertigini, visione annebbiata);
  • disturbi addominali o nausea;
  • sensazioni di torpore o di formicolio;
  • brividi di freddo o vampate di calore;
  • tremori o scosse;
  • bocca secca o nodo alla gola;
  • sudorazione accentuata;
  • sensazione di irrealtà (derealizzazione) o sensazione di essere staccati  da se stessi (depersonalizzazione);
  • confusione mentale;
  • paura di perdere il controllo o di impazzire;
  • paura di morire.


L’attacco di panico, dunque, è la forma più acuta e intensa dell’ansia ed ha le caratteristiche di una crisi che si consuma in circa dieci minuti.
Nel corso della vita, in periodi di stress emotivo, può accadere di avere qualche sporadico attacco di panico, ma ciò non significa che si soffre di disturbo di panico.
Il soggetto affetto da disturbo di panico, infatti, ha attacchi di panico inaspettati e ripetuti. Inoltre, nel periodo di tempo successivo ad essi (almeno un mese), si preoccupa sia dell’eventuale ripresentarsi di questi, che delle loro implicazioni (es. gravi malattie come cardiopatia ed epilessia, totale perdita di controllo della propria vita, totale perdita di controllo della propria mente o pazzia).
Il disturbo di panico è una patologia piuttosto diffusa, ingravescente e fortemente invalidante. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne soffre tra l’1,5% e il 3,5% della popolazione mondiale, soprattutto donne.
Solitamente il decorso del disturbo è cronico, ma mentre alcune persone ne soffrono in modo continuativo, altre presentano intervalli di anni senza attacchi di panico. 

Come si manifesta il disturbo di panico

Si ha un attacco di panico quando una persona è molto spaventata da situazioni (es. stare in un autobus a porte chiuse) o da stimoli interni (es. l’accelerazione del battito cardiaco) innocui che percepisce come minacciosi. In quei momenti il soggetto di solito non riesce bene a capire che cosa gli stia accadendo; nel tentativo di darsi una spiegazione può

 iniziare a pensare che la causa sia dentro di sé e ad avere pensieri del tipo: “Sto per svenire!”, “Sto per avere un infarto!”, “Perderò il controllo di me!”, “Impazzirò!”, “Oddio, sto per morire!”. Queste interpretazioni ovviamente spaventano ancora di più la persona: chi non si impaurirebbe all'idea di avere un infarto? Nell'arco di pochi minuti, l’ansia raggiunge il picco più alto di intensità e inizia gradualmente a decrescere, fino a quando il soggetto sperimenta uno stato di sfinimento fisico e mentale.


Le sensazioni provate durante il primo attacco di panico sono così spiacevoli da indurre nel soggetto il timore di riprovarle, per cui si sviluppa una “paura della paura” (ansia anticipatoria). La persona può cercare, quindi, di mettere in atto dei comportamenti volti a prevenire il verificarsi di altri attacchi di panico: tenderà ad evitare le situazioni che teme possano provocarli (comportamenti di evitamento) o le affronterà soltanto dopo aver preso delle precauzioni (comportamenti protettivi).

Tra i comportamenti di evitamento più diffusi si riscontrano:


  • non utilizzare automobile, autobus, metropolitana, treno o aereo;
  • non frequentare luoghi chiusi (es. cinema);
  • non allontanarsi da zone considerate sicure (es. casa);
  • non compiere sforzi fisici.


I comportamenti protettivi più diffusi risultano essere:


  • portare con sé farmaci per l’ansia;
  • muoversi solo in zone in cui sono presenti strutture mediche;
  • allontanarsi da casa solo se accompagnati da persone di fiducia;
  • tenere sempre sotto controllo le uscite di sicurezza.


Non tutti i soggetti, tuttavia, sviluppano dei comportamenti di evitamento. Il disturbo di panico, infatti, può essere con o senza agorafobia (dal greco agorà, che significa “piazza del mercato”, e fobia, che significa “paura”), che è l’ansia che si prova quando, in determinati luoghi o situazioni (es. spazi aperti, spazi chiusi, luoghi affollati, mezzi di trasporto), si ritiene difficile o imbarazzante allontanarsi o ricevere aiuto in caso di attacco di panico. 

Come sapere se si soffre di disturbo di panico


Come accennato, avere qualche sporadico attacco di panico nel corso della vita non significa soffrire di disturbo di panico.
Gli attacchi di panico, infatti, sono presenti in una varietà di disturbi. Ciò che li rende caratteristici del disturbo di panico è la loro manifestazione, che il più delle volte non è associata a stimoli o situazioni specifiche, ossia è inaspettata, “a ciel sereno”.
Gli attacchi di panico che si sperimentano solo venendo a contatto con oggetti o situazioni specifiche, invece, sono manifestazioni di altri disturbi d’ansia, in particolare della fobia sociale, della fobia specifica e del disturbo post-traumatico da stress.

Nella fobia sociale, gli attacchi di panico sono provocati da situazioni sociali, nelle quali il soggetto teme di essere umiliato o di sentirsi imbarazzato.
Gli attacchi di panico che si manifestano, invece, quando si viene a contatto con oggetti o situazioni specifiche temute (es. toccare animali, prendere l’ascensore, attraversare ponti, vedere il sangue) sono manifestazioni della fobia specifica.
Nel disturbo post-traumatico da stress, infine, il panico può essere indotto da stimoli che riportano alla memoria l’evento traumatico all’'origine del disturbo stesso.

Gli attacchi di panico possono anche essere una conseguenza fisiologica di determinate condizioni mediche (es. ipertiroidismo, disfunzioni vestibolari, disturbi convulsivi e condizioni cardiache) o dell’uso di sostanze stupefacenti (es. caffeina, cannabis, cocaina).

Cause del disturbo di panico

L’età in cui tale disturbo si manifesta per la prima volta varia notevolmente da soggetto a soggetto, ma tipicamente si colloca tra la tarda adolescenza e i 35 anni.

In base agli studi empirici finora realizzati, i fattori di rischio per l’insorgenza del disturbo di panico risultano essere:


  • situazioni stressanti fisiche (es. malattie, mancanza di sonno, iperlavoro, uso di sostanze stupefacenti) e psicologiche (es. stress lavorativo, problemi finanziari, cambi di ruolo, conflitti interpersonali, malattie di familiari, lutti);
  • iperventilazione, che consiste in una respirazione più rapida e profonda rispetto al fabbisogno d’ossigeno dell’organismo in un determinato momento;
  • predisposizione genetica e familiarità, per cui i consanguinei di primo grado si trasmetterebbero la tendenza a rispondere con l’ansia a determinati stimoli;
  • caratteristiche di personalità, consistenti essenzialmente in una sensibilità agli stimoli ansiogeni, che si manifesta in particolare con lo stile di pensiero catastrofico.


Conseguenze del disturbo di panico

Il disturbo di panico può essere particolarmente invalidante in quanto ha ripercussioni sulla vita lavorativa (es. rinuncia ad un lavoro per le difficoltà di spostamento),familiare (es. tensioni interpersonali causate dalle frequenti richieste di essere accompagnati) e sociale (es. riduzione delle relazioni a causa della difficoltà a frequentare luoghi pubblici) della persona che ne soffre.

La riduzione dell’'autonomia, conseguente all’'attuazione dei comportamenti protettivi e di evitamento, danneggia, a breve termine, la qualità della vita di chi ha il disturbo e dei suoi congiunti, e, a lungo termine, il senso di efficacia personale e la stima di sé.
Il decremento dell’efficacia personale e dell’autostima, inoltre, a lungo andare possono produrre una depressione secondaria.
Altra frequente conseguenza del disturbo di panico è l’abuso di sostanze stupefacenti (in particolare l’alcool), a cui la persona può ricorrere come tentativo disperato di gestire il disturbo stesso o la depressione che ad esso può seguire.

Differenti tipi di trattamento

I trattamenti per la cura del disturbo di panico riconosciuti come più efficaci sono la farmacoterapia e la psicoterapia. 
La terapia farmacologica è a base di benzodiazepine ed antidepressivi di nuova generazione.Talvolta questo trattamento risulta risolutivo, ma frequentemente, all'’interruzione della farmacoterapia, la sintomatologia si ripresenta. I farmaci, infatti, in tempi relativamente brevi riducono l’intensità dei sintomi che caratterizzano il disturbo, ma sembra lascino inalterate le sue cause. Curare il disturbo di panico coi soli farmaci potrebbe essere come curare un forte mal di schiena facendo uso esclusivo di antidolorifici: è probabile che, dopo qualche tempo, il dolore si ripresenti, se non si agisce anche su ciò che lo ha provocato.

D’altra parte i farmaci, abbassando i livelli di sofferenza soggettiva e d’ansia di chi ha un disturbo di panico, creano le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico efficace.
Per tali motivi spesso si consiglia al paziente di seguire sia un trattamento farmacologico, che uno psicoterapeutico.
Come attestato da diversi studi empirici, attualmente la psicoterapia
più efficace per il disturbo di panico è quella cognitivo-comportamentale, applicata individualmente o in gruppo.


Dal sito : 
Terzocentro di psicoterapia cognitiva, Roma

lunedì 8 luglio 2013

Perché.....

Perché  proprio  a  me?


Sì,   anch'io mi sono posta questa domanda nel 2007,  quando ho scoperto di soffrire di “attacchi  di  panico”.

In  quanti  ci  facciamo  questa  domanda?

Ancora  oggi,  alle volte,   faccio  fatica  a capire.  
Ma  da  tutto questo dolore, 
con  fatica e  con  tanta sofferenza, 
sono  riemersa,   con  la voglia  e  la  forza  di  andare  avanti,  sempre e  comunque,  sempre  per  vincere.

Darò sempre coraggio a tutti quelli che soffrono di questi terribili disagi.
Per  far  sì  che  non  si  arrendano  mai, 
per andare avanti nella loro battaglia.

Quando mi sentivo dire:
“Elisabetta,   sei forte,   ce la farai!”
Dentro di me pensavo:
"come   sembra  facile  parlare  e  dare forza agli altri!  Difficile  diventa  trovare la forza dentro  di  noi!".

Ma  poi,    IO,   CE  L’HO  FATTA!
 Con  una  grandissima forza  di  urlare  al mondo  che  non  siamo  soli.
Che  tutti  possiamo  trovare  la  via  giusta
per  uscirne.
Non  domandatevi  troppi  "perché".
A  volte,  la vita  ci  mette  davanti  dei  muri  insormontabili.
Dobbiamo 
affrontarli  a  testa  alta,   sempre.
 MAI  MOLLARE!    ♥ ♥ ♥