mercoledì 28 agosto 2013

Guardiamoci allo specchio ...

Chi vive questi disagi, rischia di chiudersi in se stesso, sia per difendersi, sia perché ci si sente isolati; non si ha vita facile e i pensieri negativi rafforzano la paura. Guardiamoci allo specchio e parliamo a quell'immagine riflessa, come se fosse un amico in difficoltà da incoraggiare. Non è facile ma, solo noi possiamo incoraggiarci ad uscire dal guscio, sono convinta che la serenità sia a portata di tutti, non significa adeguarsi e neanche vivere in un mondo fatato ma, sentirsi soddisfatti e contenti di ciò che siamo.


Tiziana


martedì 27 agosto 2013

La storia di Zaira




Sono giovane! Ora ho ventotto anni e ho, con amarezza, confesso di aver
vissuto una marea di situazioni intense e spiacevoli dall'età di undici
anni in poi.
La mia vita sembra migliorare al mio primo anno di
università: nuova città, un amore meravigliosamente speciale, una
carriera universitaria brillante, mille amici, io nel pieno della mia
energia fisica e psichica, possibilità di lavoro e guadagno. Non
chiedevo altro. Ma proprio da lì è iniziato il mio declino! Dapprima, un
senso di amarezza ogni giorno pian piano mi pervadeva, seguita sempre
più da paure che non riuscivo ad identificare. Cosi da ragazza solare e
felice...diventavo una donna nervosa, sempre agitata, pronta a scattare
per ogni cosa e con la voglia di non uscire più di casa. Una sera, la
più brutta della mia vita finora....il mio primo, terribile attacco di
panico. Mi sentivo una pazza, pensavo di essere posseduta da non so
quale dei demoni peggiori. Cosi continua la mia vita, estate 2008.
ancora oggi piango pensando a quanto ho sofferto, cosa è successo nella
mia vita. Ricordo che pregavo, pregavo, pregavo. Giorni interi passati
a vegetare nel mio letto, continui attacchi di panico, debolezza,
tremori, paure, persino di guardarmi allo specchio. Poi col tempo,
capisco di vivere sulla mia pelle quello che in medicina è conosciuta
come "sindrome ansioso-depressiva". avevo toccato il fondo, tutto mi
sembrava perduto. Poi la cura. Dio e psicofarmaci la mia salvezza.
Ritrovo pian piano la serenità...Dieci kg in più, da donna vanitosa e
bella mi trasformai in una persona segnata da tanto dolore e
complessata, ma fu allora che capii che i miei dieci kg in più non
erano più importanti del mio benessere interiore. Insomma...sapete com'è
finita? Due anni fa ho sospeso i farmaci, sto ancora dimagrendo, mi
sono laureata e anche specializzata. Ora so che non si scherza con la
vita, che ogni giorno è un dono di Dio...che quello che è scontato per
gli altri, per me è un grande traguardo. Non tornerò mai più la ragazza
spensierata di un tempo, questo è certo. Ma so che devo esternare di
più quello che non mi va giù e che la vita è mia e non intendo soffrire
a causa delle scelte errate degli altri. 
Chiedo venia se mi sono
dilungata!! 
Ma credetemi se ne esce….si rinasce, è come avere tante
vite a disposizione!
Confidate in Dio sempre!

Zaira





La storia di Vale.



La premessa che voglio fare è che questa é la mia storia, la mia esperienza, e che come tale va letta. Ognuno di noi può farcela a modo suo e con i mezzi che meglio gli si confanno, l'importante é che voglia guarire a tutti i costi, poi come ci riesca è del tutto soggettivo.


Sono entrata nel nero tunnel dell'ansia e degli attacchi di panico due anni fa, circa un anno dopo la morte improvvisa di mia madre nel settembre del 2010, evento che ha letteralmente strappato la mia vita in due.

Nell'estate del 2011 ho cominciato ad avere tachicardie e palpitazioni, nervosismo e sensazioni di inquietudine...dormivo male, piangevo spesso, ero intrattabile. Non sapevo quel che stava per succedere, ne ignoravo la portata, sapevo solo che stavo male.

Un pomeriggio, al cinema, arriva il primo attacco di panico. Stretta al petto, sensazione di soffocamento, di impazzimento, di morte imminente. Scappo dal cinema, comincio a piangere disperata, non so cosa mi succede, le mie amiche nemmeno, il mio pianto dura due giorni, la morsa al petto anche, poi il mostro si placa e io con lui.

Racconto tutto alla mia psicoterapeuta, da cui ero in cura già da tempo per il mio lutto. Da un po' mi aveva avvertita che secondo lei non stavo bene e che la psicoterapia da sola non ce l'avrebbe fatta. Ma io non l'avevo nemmeno ascoltata. Mi consiglia di rivolgermi ad uno psichiatra e io, di malavoglia, ci vado. Seduta breve, diagnosi di depressione secondaria e nevrosi fobica (per la precisione fobia di morire all'improvviso, come mia madre), prescrizione di farmaci, antidepressivi e stabilizzatori dell'umore.

La mia ansia travestita da orgoglio mi fa decidere, a quel punto, che io dei farmaci non ho bisogno e che posso farcela benissimo anche da sola.

Ci penso su, congedo la psichiatra, e comincio un percorso tutto mio, leggo libri, faccio meditazione, vado da un omeopata. Tengo a bada il mostro, certo ma é come combattere un drago con un frustino.

Il mio malessere striscia, mi ritrovo ogni sera a piangere sul letto, senza sapere perché, pensando ormai di essere impazzita. Ogni volta che esco di casa, ecco la morsa al petto. Ogni volta che entro in un supermercato, ecco lì quella sensazione di soffocamento. Deglutisco a fatica, ho gli occhi perennemente sbarrati, i muscoli tesi, il cervello in tilt. Non sono più io. Sono altro da me, sono impazzita dalla paura.

Il mio percorso 'fai da te' va avanti, io arranco ma non mi arrendo alla verità che sto male e devo curarmi.

Finché un giorno arriva l'attacco di panico più spaventoso...in ufficio, all'improvviso mi manca l'aria...capisco che devo calmarmi, ma non ci riesco, tutto è inutile, chiamo l'omeopata che mi dice di respirare, prendere i granuli omeopatici, ma non funziona niente, sono una nave alla deriva. Mentre mi ripeto come un disco rotto che sto morendo soffocata (senza rendermi conto che mentre lo ripeto sto respirando!!!), una collega mi porta di corsa al Pronto Soccorso del Sant'Eugenio di Roma, dove capiscono subito che sto avendo un attacco di panico, mi danno delle gocce e mi spediscono dal loro psichiatra che, dopo avermi fatta parlare due minuti, mi dice delle parole che non dimenticherò mai...mi dice "Lo sai che sei fobica, sì? E anche depressa? Trova uno psichiatra che ti va a genio e comincia una cura. Fai presto." Se quelle parole me le avesse dette in modo meno brusco forse non mi sarebbero entrate in testa così bene. Il giorno dopo, era il 16 dicembre del 2011, comincio le mie sedute dalla psichiatra, accompagnate sempre da quelle con la psicoterapeuta.

Mentre lavoro con loro, imparo a conoscere l'ansia, il panico e le cause che li scatenano, e man mano che li conosco li temo anche di meno, e quando arrivano li riconosco, e li fermo in tempo, specialmente gli attacchi di panico.

Sento quando gli attacchi di panico bussano forte alla mia porta, ma io non apro. Respiro, ragiono. Non mi fanno più paura. Ascolto il panico, cerco di capire cosa vuole dirmi.

L'ansia invece è per ora più strisciante, non entra a colpi d'ariete come il panico, si insinua nelle crepe, e pian pianino me la trovo dentro, e allora lì dipende molto da come sto, da che giornata è, se sto bene, se sono stanca e preoccupata per altro, se si conclude tutto con un pianto liberatorio, se suonando un po' la batteria o coccolando la mia adorata gatta, o se l'ansia deve esplodere per forza e poi scemare.

Di certo, comunque, quegli episodi orribili, improvvisi, devastanti non si sono più ripetuti.

Non ce l'avrei mai fatta senza l'aiuto di quelle specialiste. Ho concluso la terapia farmacologica, non ancora la psicoterapia ma manca poco.

Non tornerò più quella di prima, ma oggi sono più forte e più consapevole.

Il percorso é stato lungo ma dopo il superamento del primo ostacolo - accettare di aver bisogno di aiuto! - tutto il resto è stato relativamente facile.

L'amore delle persone che mi circondano, la competenza dei medici e soprattutto la mia caparbietà mi hanno portata alla guarigione. Ho sempre trattato il mio malessere come una cosa normale, non mi sono mai nascosta né vergognata di parlarne, e d'altronde perché avrei dovuto?

Non vi dico che sono certa di esserne uscita del tutto, d'altronde io sono sempre stata un soggetto ansioso...però so che il peggio é passato, so che è una battaglia infinita, ma adesso ho le armi per combatterla, a volte vince l'ansia, più spesso vinco io, magari un giorno arriveremo ad una tregua definitiva, chi lo sa. E' quello che spero e a cui miro.

Tutto questo solo per farvi capire che si guarisce, se ne esce, vogliatelo con tutta la forza che avete e la strada verso la guarigione vi si spalancherà davanti.

Il nostro nemico lo abbiamo creato noi, e come lo abbiamo creato possiamo distruggerlo.


Credo che spiegare un attacco di panico o di ansia a chi non ne ha mai provato uno sia un'impresa veramente ardua.

Sono sensazioni talmente impalpabili eppure così violente che io personalmente non sono mai riuscita a verbalizzarle andando oltre il solito "Ti sembra di soffocare, di impazzire, di morire"... Come se la gente sapesse come ci si sente quando si pensa di impazzire.

Quando stavo particolarmente male, c'erano giorni in cui avrei voluto solo stare sotto le coperte, con gli occhi chiusi, ad aspettare che la crisi passasse. C'erano poi giorni in cui, stremata, quasi imploravo la mia ansia di fare di me un solo boccone, portandomi definitivamente alla follia. Mi immaginavo imbottita di farmaci, con lo sguardo perso, la mente assente ma finalmente 'in pace'. Tutto pur di non sentire più quella sensazione di perdita totale di controllo, il dominio dei mostri su ogni mio pensiero, ogni mia azione, sul mio cuore, le mie mani, il mio respiro.

Qualcosa però, per fortuna, mi ha sempre impedito di arrendermi, e credo che quel qualcosa sia l'amore per la vita, che quelli come noi nutrono, nonostante le apparenze, molto più di tante persone che l'ansia e il panico non sanno nemmeno cosa siano.

Che sia per ipersensibilità, o perché abbiamo vissuto esperienze che ci hanno segnato, quale che sia la ragione, il nostro sarà sempre un cammino in salita, ma più saliremo, più belli saranno i panorami che vedremo quando arriveremo in cima.

Auguri a tutti noi naufraghi, di trovare presto e definitivamente la terraferma.

Vi abbraccio.

Vale F.

mercoledì 31 luglio 2013

Le nostre ricadute.

Quando dopo un periodo di benessere, in cui ti sembra di essere fuori dal tunnel hai una ricaduta, il mondo ti cade addosso e la sicurezza conquistata  se ne va ... E' importante sapere, ed essere certi che non si torna indietro ma, il cammino fatto con fatica ci ha rinforzato; solo che non abbiamo compreso del tutto le cause delle nostre reazioni, non abbiamo ancora imparato a volerci bene sul serio....Quando capita dobbiamo prendere per mano noi stessi e amare la fragilità che viviamo...

Con affetto ...Tiziana




martedì 30 luglio 2013

La nostra paura più profonda.

La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati. La nostra paura più profonda, è di essere potenti oltre ogni limite. E’ la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più. Ci domandiamo: ” Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso? “ In realtà chi sei tu per NON esserlo? Siamo figli di Dio. Il nostro giocare in piccolo, non serve al mondo. Non c’è nulla di illuminato nello sminuire se stessi cosicché gli altri non si sentano insicuri intorno a noi. Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini. Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi. Non solo in alcuni di noi: è in ognuno di noi. E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso. E quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.

Poesia di Marianne Williamson. 
Citata da Nelson Mandela in un discorso del 1994






Il panico ... questo sconosciuto?

Se una persona è diabetica si cura e ne parla tranquillamente.. per una gamba rotta si fa tutto il percorso riabilitativo per guarire... ma ditemi una malattia che si vede e si può dimostrare ha più valore .. di un disagio che fa vivere malissimo? .. testa alta e chiediamo aiuto e non permettiamo alla vergogna di vincere...di PANICO non si MUORE, di PANICO non si ESCE di TESTA, DI PANICO SI GUARISCE... non si torna come prima ma si diventa una PERSONA MIGLIORE..
Tiziana De Francesco




Sensibilità...

La sensibilità ci può rendere impressionabili, non cerchiamo su internet la spiegazione di sintomi che l'ansia ci fa vivere... la nostra compagna di viaggio ha molta fantasia e in certi momenti siamo talmente fragili che immaginiamo tutte le malattie del mondo.... ogni essere umano è unico come lo sono il suo vissuto e gli stati d'animo che vive... un percorso terapeutico deve tenere conto anche di questo...INSIEME ONLUS è gestita da persone che non sono medici, ma che vivono, o hanno vissuto il disagio sulla propria pelle, non facciamo paragoni con farmaci , ma confrontiamoci tra noi con fiducia e senza pensare di essere sbagliati..




INSIEME... TUTTO E' POSSIBILE!





lunedì 29 luglio 2013

La percezione di se stessi - Un video per riflettere



Questo video è preso da uno spot pubblicitario.
Io invito davvero tutti coloro che hanno poca autostima di se a sprecare 3 minuti del loro tempo
 per guardarlo 
è veramente toccante e fa capire tante cose...

Due parole sul mito della Normalità

Quanti di noi passano gran parte della vita cercando di comportarsi in modo “normale”, per essere accettati in società, non sentirsi da meno degli altri ed avere la sensazione di essere “dalla parte giusta”, forte dell’appoggio e del sostegno altrui? Non solo: il concetto di normalità ci aiuta a prevedere il comportamento della gente, cosa aspettarci da loro; è in qualche modo “rassicurante”. Persino chi ama trasgredire, per poterlo fare ha ben in mente un’idea di normalità da prendere a sberleffi, sfidare ed a cui contrapporsi. Ma cos'è la normalità? E soprattutto, chi stabilisce cosa è normale? Bisognerebbe chiederselo, dato che fin troppo spesso si finisce per travisare questo concetto, o dargli un’importanza che non merita. 
“Lo fanno tutti, è normale”. Questa frase, comune e banale, in realtà è magica: racchiude tutte le molteplici sfumature che impregnano il concetto di normalità. Lo fanno tutti....la normalità è quindi innanzitutto una dimensione statistica. E' normale ciò che è più frequente, sono normali le caratteristiche e i comportamenti della maggior parte delle persone. In effetti, gli stessi Disturbi Psicopatologici sono statisticamente infrequenti. Tuttavia, nel farsi un'idea della “normalità” si tende a guardare troppo la propria realtà sociale, pensando ingenuamente che ciò che conosciamo della natura umana sia universalmente valido. In più, i comportamenti più diffusi non è detto siano necessariamente positivi: la mediocrità può spesso essere la norma, mentre, ad esempio, un’intelligenza particolarmente elevata o uno stato di felicità ed autorealizzazione notevoli sono condizioni “infrequenti” e non di meno preferibili al normale...considerazione solo apparentemente scontata, dato che “lo fanno tutti” è spesso usato come giustificazione o forma di pressione, quasi a dire che ciò che è normale è anche giusto (e ciò che devia, sbagliato). La normalità, quindi, tende ad inglobare anche una dimensione etico-normativa, ponendosi come una spinta a conformarsi, divenendo terreno per scontri di potere, e rivelando ampiamente la sua natura di costruzione storica e culturale. 
Parlare di comportamento normale in senso assoluto è quindi molto difficile, ma ciò non deve scoraggiare. Piuttosto chiediamoci: abbiamo davvero bisogno di definire la normalità? E se si, ci serve per capire qualcosa, o per rassicurarci da qualcosa?

dal sito : dal sito : http://psicologicamente.altervista.org/psicopatologia.htm


In principio fu Patch Adams

E' considerato il padre della comicoterapia. Oggi ha superato la soglia dei cinquanta e va in giro per il mondo a fare visita ai bambini negli ospedali.
Hunter Patch Adams esiste davvero, non solo sullo schermo cinematografico che l'ha reso famoso grazie all'interpretazione di Robin Williams.
La sua storia reale comincia proprio da un ospedale psichiatrico, dove Patch, ancora adolescente, viene ricoverato dopo aver tentato il suicidio. Anche su di lui si è abbattuto il male oscuro della depressione. Qui aiuta un malato, suo compagno di stanza, a superare le fobie ricorrendo a un gioco divertente. Improvvisamente capisce di avere un dono: sa aiutare chi soffre creando un rapporto fatto di allegria e complicità. 
Decide allora di studiare medicina al Medical College in Virginia, da cui esce diplomato nel 1971. Sono anni difficili epr lui quelli universitari, perché il mondo accademico non accetta il modo rivoluzionario con cui Patch Adams intende curare i pazienti.

"La medicina è uno scambio d'amore, non un business. L'antidoto a tutti i mali è l'umorismo" ha dichiarato in un'intervista. 
Animato dalla volontà di mettere in pratica questo suo ideale, Patch Adams dopo la laurea trasforma la casa dove vive in una clinica aperta a chi soffre. Assieme a un gruppo di volontari riesce, in dieci anni, a prestare cure gratuite a circa 15000 malati e nel '77 compra un terreno nel North Carolina, dove progetta di costruire una clinica vera e propria.

Vista dall'alto la costruzione, nelle intenzioni di Patch Adams, deve riprodurre la sagoma di un clown. A questo scopo fonda l'associazione Gesundheit1(in tedesco significa salute) Institute, che raccoglie fondi destinati alla realizzazione della clinica. Si tratta di un progetto ambizioso, anche dal punto di vista economico, 15 milioni di dollari il costo previsto. Progetto che non ha mancato di sollevare polemiche. I suoi detrattori, infatti, lo accusano di essere inconcludente, perché pare che dal 1983 Patch Adams non abbia più visitato un paziente per dedicarsi anima e corpo a cercare i finanziamenti(mancherebbero ancora 7 milioni di dollari).


Lui però si sente investito di una missione da compiere, viaggia in tutto il mondo per far conoscere la teoria sul potere terapeutico del sorriso e il suo progetto di un ospedale che di essa sia veicolo concreto.
Tra i suoi obiettivi, ha fatto sapere, c'è anche "Clown One", un aereo pronto ad atterrare laddove ci sia un'emergenza umanitaria. (dal web)