mercoledì 10 aprile 2019

RESILIENZA E BENESSERE PSICOLOGICO: MI PIEGO MA NON MI SPEZZO!

“Non è forte colui che non cade mai , ma colui che cadendo si rialza” scriveva Goethe. Vediamo allora cos'è la resilienza e perché è un ingrediente fondamentale del nostro benessere psicologico!

Come funziona la resilienza e perché è così importante per il benessere psicologico?

Si chiama tecnica del Kintsugi è una particolare arte del restauro praticata in Giappone; quando i Giapponesi riparano un vaso rotto non nascondono i danni nel tentativo di ripristinarne l’aspetto iniziale, ma, al contrario, ricompongono i cocci con un particolare tipo di resina mista a oro che rende visibile ogni singola crepa.

Le cicatrici, i segni delle rotture precedenti non vengono cancellati, ma valorizzati nella convinzione che questi rendano il vaso più bello di come era origine.

È questa l’essenza fondamentale della resilienza: la capacità psicologica di attraversare le avversità e gli eventi negativi della vita non solo senza farsene travolgere ma, riuscendo anche a coglierli come opportunità di crescita e di evoluzione.

Resilienza e benessere: significato di un termine preso a prestito dalla Fisica

Come molti altri termini noti oggi in psicologia, anche quello di resilienza è mutuato da ambiti disciplinari estranei alle Scienze Umane.

Come la parla “stress” anche “resilienza” è un termine che deriva dalla Fisica a va ad indicare non la tensione di un materiale sottoposto ad un carico (lo “stress” appunto della fisica dei materiali), ma la capacità di suddetto materiale di resistere a tale carico e/o di ritornare alla conformazione precedente.

Originariamente dunque, il concetto di resilienza andrebbe a definire semplicemente la capacità dell’essere umano di “resistere”, non farsi danneggiare dall’urto degli eventi.

In realtà, come è stato accennato, questo concetto significa qualcosa di più e di diverso dal “non cedere mai”.

La resilienza infatti non significa essere invulnerabili alle avversità della vita, non consiste nel non farsi toccare dagli eventi negativi, non si tratta di restare uguali a sé stessi respingendo gli urti, ma farsi modellare da essi uscendone rafforzati e, dunque, cambiati.

 

Resilienza e benessere: fattori individuali e sociali

Molti sono i fattori, sia individuali che sociali che gli studi psicologici hanno riconosciuto implicati nella resilienza psicologica.

La resilienza infatti non è una qualità del tipo “tutto o nulla”, che è presente o assente nella mente delle persone.

Rappresenta piuttosto il risultato, sempre dinamico, dell’interazione dell’individuo con l’ambiente sociale e relazionale in cui è inserito.

Diversi ordini di fattori sono infatti coinvolti nella capacità di resilienza per il benessere psicologico (Vaillant, 1993; Cramer, 2000):

> Fattori prettamente individuali, come il senso dell’umorismo, lo sviluppo di capacità di gioco, di immaginazione e di pensiero che consentano di attingere ad un potenziale creativo per a soluzione dei problemi;

> la qualità dell’ambiente familiare e delle precoci relazioni di attaccamento;

> la possibilità di avere accesso ad una forma di supporto emotivo e sociale.

Queste e altre variabili modificheranno il tipo di impatto che le avversità possono avere sulla persona.

Non esiste infatti una misurazione oggettiva del carico di stressassociato ad un dato evento, se ad esempio esso verrà percepito come una rottura eccedente le propri capacità di fronteggiamento (distress) o, al contrario, come una sfida stimolante (eustress).

Dipende appunto dalla valutazione soggettiva che ognuno può fare di ciò che gli accade, alla luce delle risorse che riconosce di avere i sé stesso e nel proprio ambiente di riferimento.

Resilienza e benessere: l’esempio di Alex Zanardi

Un esempio vivente di cosa significhi la capacità di resilienza è quello di Alex Zanardi che ha definito il gravissimo incidente che lo colpì nel 2001 come “Una delle più grandi opportunità della mia vita” diventando di fatto uno dei più grandi campioni sportivi di tutti i tempi.

“Quando mi sono risvegliato senza gambe – racconta Zanardi - ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa”.


Dal Sito: crescita-personale.it

  

L’attività fisica aiuta la salute mentale e allevia lo stress

È ormai risaputo che l’attività fisica faccia più che bene al nostro corpo. Tuttavia, quando si tratta di alleviare lo stress, è importante non dimenticare che l’esercizio fisico è un buon toccasana per la mente.

La spiegazione degli esperti

Il Dott. Jill Bamberg ha spiegato che “Lo stress può essere causato da molte cose nelle nostre vite occupate, tra cui pressioni finanziarie, difficoltà di salute, scadenze lavorative e problemi di relazione. Può compromettere il nostro sonno e la nostra capacità di gestire le pressioni quotidiane della vita”.

Lo stress è la principale causa di ansia e di depressione. Esso in grado di compromettere i nostri processi decisionali e renderci irascibili. Ragion per cui le importante curare i nostri corpi ogni giorno.

Il dottore prosegue dicendo che “La maggior parte dei nostri lavori al giorno d’oggi e l’età sono sedentari. Alcuni di noi sono seduti per periodi fino a 8-10 ore al giorno. Questo può avere molti effetti dannosi sul nostro corpo e sulla nostra mente”.

Tra i metodi più validi per aiutare a migliorare lo stress è darsi da fare con l’attività fisica nelle nostre vite. Noi importa se siano attività accidentali (come prendere le scale anziché l’ascensore o parcheggiare più lontano dalla nostra destinazione) o attività agonistiche, l’importante è il benessere del nostro corpo.

Naturalmente, ci sono molte valide alternative di attività fisica strutturate, tra cui lezioni di danza, allenamento HIIT, sollevamento pesi. E ancora pilates, yoga, corsa, ciclismo, tennis e nuoto. Si tratta davvero di scegliere un’opzione che funzioni per noi, quindi ciò che preme fare è fare attività e tenere impegnata la nostra vita quotidiana.

I benefici dell’attività fisica

Gli adulti dovrebbero fare 150 minuti di attività fisica a intensità moderata a settimana. Questo può essere suddiviso in intervalli di tempo ridotti se è più facile da realizzare. I benefici fisici della regolare attività fisica sono numerosi e includono:

  • Miglioramento della circolazione sanguigna e del rilascio di ossigeno ai muscoli
  • Muscoli e ossa più forti
  • Diminuzione degli ormoni dello stress come il cortisolo
  • Pressione sanguigna bassa
  • Migliore controllo del peso
  • Meglio dormire di notte
  • Più energia
  • Migliore immagine di sé

I benefici psicologici della regolare attività fisica sono ricchi e vantaggiosi. Migliora la circolazione sanguigna e l’erogazione di ossigeno al cervello. Questo aiuta ad aumentare la produzione di endorfine, che sono neurotrasmettitori che elevano l’umore e controllano il dolore. Questo può dare un senso di benessere e persino euforia dopo l’esercizio.

La nostra forza e la nostra resistenza aumentano e questo migliora l’immagine di sé. In questo modo avremo un senso di padronanza e controllo sul tuo corpo che migliora l’autostima “.

Ad un livello più elementare, essere fisicamente attivi è anche solo una buona distrazione. Concentrarsi sul movimento del proprio corpo e sul compito fisico a portata di mano può darci un senso di calma, chiarezza e ottimismo. Questo può essere simile alla meditazione o alle pratiche basate sulla consapevolezza che sono spesso raccomandate per coloro che provano ansia e depressione. Sì di quei allo sport: non solo torneremo in forma fisicamente ma anche mentalmente.


Di

 Alessia D'anna

 

Dal Sito: corporesanomagazine.it

Ansia, panico e stress: i trucchi infallibili per gestirli

Ansia, panico e stress: i trucchi infallibili per gestirli. Ansia e stress sono un tormento? Niente paura , basta seguire questi semplici espedienti per ritornare a vivere bene. Scopriamoli insieme:

Al giorno d’oggi è sempre più facile cadere vittime di mostri quali ansia, panico e stress. Essere sempre di corsa e avere mille impegni può portare alla lunga ad avere a che fare con un malessere interno che piano piano si insinua fino a impedire di vivere tranquillamente le giornate e compiere dei passi falsi. Però è importante ricordare che non tutto è bianco o nero. Esiste una scala di grigi che ci permette di sbagliare e ricominciare da capo, quindi non lasciatevi dominare dallo stress.

Ansia, stress e panico: grandi nemici

L’ansia, lo stress e il panico sono i grandi nemici della nostra società e del nostro quieto vivere. Ma niente paura, per fare in modo che la nostra mente si rassereni abbiamo a disposizione una serie di semplici espedienti. Senza ombra di dubbio è sempre bene ricordare che bisogna sempre rivolgersi a uno specialista, il quale può aiutare a contrastare questi terribili stati d’animo. Se a questo prezioso aiuto aggiungiamo anche qualche trucco, beh è fatta! Si può ritornare a vivere più tranquilli. Vediamo allora quali sono questi espedienti semplici da seguire.

I trucchi infallibili

Ci aiutano a migliorare la vita di tutti i giorni e affrontare con più serenità le difficoltà e i problemi che ci tormentano. Ecco come combattere l’ansia, lo stress e la paura tramite questi trucchi infallibili:

Gestire in maniera positiva lo stress: Invece di adottare un atteggiamento di perenne lotta contro voi stessi o di fuga, è meglio praticare una respirazione attiva e profonda e assumere un atteggiamento positivo.

Attività fisica per calmare lo stress: Sapevate che l’esercizio fisico è uno dei modi migliori per rilassarsi? Genera endorfine e apporta calma. Inoltre, rafforza le difese immunitarie e innalza la temperatura corporea.

Riconoscere quello che facciamo bene: Può essere utile stilare una lista di cose che vi preoccupano e un’altra lista di cose che fate bene. Una volta compilate, confrontate le due liste. Questo vi dà modo di pensare non solo agli aspetti negativi di ciò che vi capita, ma anche a quelli positivi. Sarete forse sorpresi nel vedere che la lista “buona” è più lunga di quella “cattiva”.

Caffè come antistress: Secondo una ricerca, il caffè può essere un ottimo alleato in alcune situazioni stressanti. Per ottenere l’effetto desiderato, però, le quantità devono essere moderate.

Praticare la meditazione:Dobbiamo esercitare la nostra mente a concentrarsi e vivere il presente. Così facendo, evitiamo di stare in ansia per il futuro o di tormentarci per eventi passati. Con la pratica riusciremo a gestire bene la depressione, l’ansia e la sofferenza.

Prendere la vita come un gioco:Prendere la vita con umorismo è importante quanto considerare il lavoro come una specie di hobby. No si vive a lungo, quindi godete dei momenti più belli della vostra esistenza.

Dal Sito: sologossip.it 

lunedì 8 aprile 2019

Cambio di stagione e ansia: come gestire il malumore di primavera

Cambio di stagione e ansia vanno a braccetto perché il cambio stagionale può mettere a dura prova il nostro equilibrio psicofisico: ecco come risolvere 

Il cambio di stagione può causare una serie di sintomi e difficoltà legate a stati depressivi e ansiosi.

Succede perché l’aumento delle ore di luce e la variazione delle temperature provocano una serie di processi biochimici e psicofisiologici che possono incidere sull’umore e sul benessere dell'organismo.

I cambiamenti climatici infatti portano a una maggiore secrezione di cortisolo, l’ormone dello stress.

Di conseguenza possono verificarsi cambiamenti di umore, nervosismi e disturbi del sonno che incideranno anche sul livello d’ansia e sul malessere.

Se ne state risentendo, ecco come gestire l’ansia del cambio di stagione.

Perché proprio l’ansia

L’ansioso ha la caratteristica di voler tenere tutto sotto controllo.

La primavera e le sue modificazioni fanno in modo che l’ansioso senta vacillare la sua ricerca di equilibrio e stabilità.

Il corpo, il clima e le attività cambiano.

Queste variazioni portano l’ansioso a modificare le proprie abitudini e a riadattarsi ovvero a fare tutto ciò che cerca di evitare costantemente.

Di conseguenza, il livello d’ansia potrebbe aumentare notevolmente.

Colpa delle sensazioni fisiche

I frequenti sbalzi di temperatura causano sensazioni fisiche che possono far entrare in allerta.

In particolare si possono verificare giramenti di testa, sensazione di svenimento o vampate di calore che spaventano chi li vive e causano un conseguente aumento del livello di ansia.

Per prevenire questi momenti, vestitevi a strati ma senza appesantirvi eccessivamente.

È normale essere più stanchi

Durante il cambio stagione il corpo utilizza più energia e quindi è possibile sentirsi più stanchi.

Questa stanchezza fisica finirà nel momento in cui vi adatterete alla nuova stagione.

Nel frattempo, dovreste trovare momenti di assoluto riposo da utilizzare per ricaricare le pile e fare il pieno di energia.

Ne servirà più del solito, concedetevelo.

Cogliete l'opportunità di cambiamento

La primavera può portare a un’acutizzazione dei sintomi ansiosi o a una loro insorgenza ma non tutto il male viene per nuocere.

Se ci sono vissuti che si esprimono attraverso l’ansia è il momento di ascoltarli.

L’ascolto di quello che sentiamo può essere una possibilità di cambiamento e di comprensione profonda di quelle difficoltà che forse sono state messe da parte per troppo tempo.

Dal Sito: grazia.it 

venerdì 5 aprile 2019

Per essere felici basta essere gentili con gli altri

Un recente studio scientifico ha portato alla luce come i gesti gentili verso gli altri portino felicità.

Tante volte ci si interroga sulla felicità e i modi per raggiungerla e mantenerla. Nella maggior parte dei casi ci si concentra su se stessi, su ciò che si desidera e su come fare per ottenerlo. Eppure, da un recente studio scientifico sembra che la strada da perseguire per raggiungere l’agognata felicità sia un altro: la gentilezza. Pare che essere gentili verso gli altri per una decina di minuti al giorno porti ad un abbassamento dei livelli di stress e ad una condizione generale di felicità.

Come essere felici attraverso la gentilezza

La recente scoperta, come riportato dal sito GreenMe, è stata fatta in America dove dei ricercatori dell’Iowa State University di Ames hanno eseguito un esperimento socialeall’interno di uno studio volto a cercare un metodo per essere felici.
Lo studio in questione è stato condotto su un gruppo di studenti universitari ai quali, dopo la misurazione di parametri come livello di stress, ansia ed empatia, è stato chiesto di andare in giro per l’edificio per circa 12 minuti, mettendo in pratica una di queste strategie:

amore e rispetto: osservare gli altri, sperando per la loro felicità

interconnessione: pensare alle connessioni che legano le persone tra loro

confronto sociale verso il basso: pensare a come si potrebbe essere migliori di ogni persona incontrata

Per dare una valenza scientifica allo studio è stato istituito anche un gruppo di controllo al quale è stato chiesto di osservare gli altri solo per come apparivano. Ovvero per come erano vestiti, pettinati, etc…
Al termine dello studio, gli studenti che avevano eseguito i primi due tipi di esperimento hanno mostrato più empatia, maggior connessione e meno ansia. Quelli che hanno eseguito il controllo verso il basso ed il gruppo di controllo non hanno mostrato invece alcun cambiamento.
Si deduce quindi che essere gentili e amorevoli verso gli altri, preoccupandosi per loro e pensando a come farli stare bene, porta ad un senso di serenità che è alla base della felicità. Al contrario, paragonarsi con gli altri o osservarli solo per come appaiono non produce alcuna sensazione positiva aumentando lo stress per via del costante paragone e del bisogno di sentirsi migliori.

Una scoperta che secondo i ricercatori è molto utile in quest’epoca strettamente legata ai social che spesso portano proprio ad osservare la parte più superficiale delle persone e a fare un rapido calcolo di cosa manca per essere come loro. Imparare a cambiare atteggiamento, sarebbe un modo per procurarsi maggior benessere e per condurre una vita più rilassata, in modo da poter ottenere emozioni come la felicità.

Dal Sito: chedonna.it 

Esaurimento emotivo: obbligarsi a essere forti

L’esaurimento emotivo è uno stato che viene raggiunto in seguito a uno sforzo eccessivo. In questo caso non parliamo solo di eccessi lavorativi, ma di uno smodato farsi carico di conflitti, responsabilità o stimoli di tipo emotivo o cognitivo. 

Non si arriva all’esaurimento emotivo da un momento all’altro. Si tratta di un processo che si incuba lentamente, finché la persona non crolla. Questa rottura immerge il soggetto in uno stato di paralisi, di depressione profonda o di malattia cronica. Si produce un collasso nella vita del soggetto, perché letteralmente non ce la fa più.

Nonostante l’esaurimento emotivo si sperimenti come stanchezza mentale, di solito è accompagnato da un enorme affaticamento fisico. Quando sopravviene, subentra una sensazione di pesantezza, di impossibilità a procedere. Si cade, quindi, in un’inerzia dalla quale è difficile uscire.

Le cause dell’esaurimento emotivo

L’esaurimento emotivo si verifica poiché vi è uno sbilanciamento fra quello che si dà e quello che si riceve. Chi è vittima di questo meccanismo dà tutta se stessa al lavoro, in casa, nella relazione di coppia o in qualsiasi altro settore.

In linea generale, questo accade in ambiti dove vi è una grande esigenza che, a sua volta, sembra richiedere grandi sacrifici. Per esempio, un lavoro ad alto rischio di licenziamento oppure una famiglia piena di problemi e i cui membri richiedono molte attenzioni. Accade anche quando abbiamo un partner conflittuale o con gravi difficoltà.

La cosa normale è che la persona esaurita non abbia molto tempo per se stessa. E non riceve neanche il riconoscimento, l’affetto o la considerazione sufficienti. Da lei ci si aspetta solo un perenne “dare”. Come se non avesse bisogni, o come se fosse più forte degli altri e potesse sopportare tutto.

I primi sintomi dell’esaurimento emotivo

Prima che compaia l’esaurimento emotivo vero e proprio, si presentano alcuni indizi che lo annunciano. Si tratta di segnali ai quali, in linea di massima, non diamo molta importanza. Se gliela dessimo, potremmo prendere dei provvedimenti in tempo.

I sintomi iniziali dell’esaurimento emotivo sono:

Stanchezza fisica. La persona si sente spesso affaticata. Sin da quando apre gli occhi al mattino, è sopraffatta da tutto quello che la aspetta nel corso della giornata.

Insonnia. Una persona emotivamente esaurita non dorme bene. Pensa di continuo ai suoi problemi, il che le rende difficile conciliare il sonno.

Irritabilità. Si è di frequente infastiditi e si perde l’autocontrollo. La persona esaurita è di cattivo umore e troppo sensibile a qualsiasi critica o gesto di disapprovazione.

Mancanza di motivazione. Chi soffre di esaurimento emotivo comincia ad agire in modo meccanico. Come se fosse obbligato a fare quello che fa. Non prova entusiasmo, né interesse per le sue attività.

Distaccamento affettivo. Le emozioni cominciano a essere sempre più piatte. Come se, in realtà, non si provasse praticamente nulla.

Frequenti dimenticanze. La saturazione di informazioni e/o stimoli causa problemi di memoria. Si dimenticano con molta facilità le cose di minore importanza.

Difficoltà a pensare. La persona si sente facilmente confusa. Ogni attività le genera un maggiore spreco di tempo rispetto a prima. Ragiona lentamente.

Come uscire dall’esaurimento emotivo

Il miglior modo per superare l’esaurimento emotivo è, ovviamente, riposarsi. Occorre trovare del tempo libero per rilassarsi e stare tranquilli. Le persone che pretendono troppo da se stesse passano diversi anni senza andare in vacanza, per esempio. Questo non va fatto. Prima o poi, ciò causa solo stanchezza e sfinimento. Sarebbe una buona idea prendersi qualche giorno da dedicare al riposo.

Un’altra soluzione è lavorare per costruire un atteggiamento diverso nei confronti dei compiti quotidiani. Ogni giorno devono esserci momenti da dedicare agli impegni e altri per riposarsi e realizzare le attività che risultino gratificanti. Bisogna mettere da parte la perfezione o l’ottemperanza.

Infine, è molto importante sensibilizzarci nei confronti di noi stessi. Non c’è niente di meglio che dedicarci un poco di tempo ogni giorno. Respirare, riconnetterci con noi stessi e con quello che desideriamo. È fondamentale sviluppare un atteggiamento di comprensione e bontà con noi stessi. In caso contrario, prima o poi, ci risulterà impossibile andare avanti.

via La Mente Meravigliosa

Dal Sito: aprilamente.info 

giovedì 4 aprile 2019

Se l'umore dipende dal tempo

Il freddo pungente, il caldo intenso, il forte vento sono solo alcuni dei fenomeni atmosferici che possono incidere negativamente sulla psiche: come uscirne.

Meteoropatici per natura lo siamo un po’ tutti; appena ci svegliamo guardiamo fuori dalla finestra per sapere che tempoc’è, se c’è il sole o no. Così possiamo diventare malinconici dopo tre giornate uggiose consecutive, o irritabili dopo una settimana umida e afosa. Il clima è così importante per la psiche che ha influenzato usi, costumi, arte e carattere di tutti i popoli del mondo.


Esiste persino una “teoria del clima” (un po’ generica a dire il vero), secondo la quale i popoli del Nord del mondo, gli scandinavi ad esempio, si sono plasmatisui lunghi e freddi periodi senza sole: più depressione, maggior chiusura relazionale, più assunzione quotidiana di alcolici che “riscaldano” l’esistenza. I popoli del Sud sono invece più aperti e solari, quasi che la quantità e la qualità del sole in più diventi aspetto caratteriale, modo di essere.

Anche il cinema e la pittura a volte possono farci vedere come vive l’anima di chi sta poco al sole (il celebre Urlo del norvegese Munch) rispetto a quella di chi fa dei bagni di luce (i quadri di Gauguin). Noi italiani siamo a metà strada, abituati a un clima temperato con giornate però ultimamente anche molto diverse fra loro.

Quando il clima ci tiene “prigionieri”

Eppure molti fra noi hanno una sensibilità assai più spiccata di altri: sono i veri meteoropatici, quelli il cui umore e i cui pensieri si orientano  quasi totalmente sul tempo che fa. Anzi, si può dire che in loro è il tempo a “fare” l’umore. C’è chi soffre l’umido, chi il caldo, chi il vento freddo, l’afa, l’assenza di sole o l’eccesso di luce, ecc. Più che in sintonia sono in balia del clima, e ciò rende la loro vita un’altalena continua di pensieri e stati d’animo contrastanti che impediscono un fluire sereno dell’esistenza. Una vera schiavitù. Inoltre la persona, che assume dentro di sé il tempo che fa, trasporta poi “il tempoche fa” in famiglia: porta cioè il climanelle relazioni più strette, sul luogo di lavoro e ciò non giova né a lei né a chi le sta vicino, che deve adattarsi a cambiamenti incomprensibili.

Come “riconoscerti”

Puoi considerarti meteoropatico se senti tue almeno tre delle seguenti affermazioni.

- Presti particolare attenzione al tempoche fa. Fai commenti, ne parli con le persone, ti lamenti spesso.

- È raro che ci sia un clima che ti faccia sentire proprio bene: senti spesso che potrebbe essere meglio di ciò che è.

- Se fai una vacanza essa è fortemente influenzata dal clima del luogo (ad esempio troppo umidità al lago) e dal tempo durante il soggiorno (ad esempio qualche giorno di pioggia e freddo).

- In alcuni giorni di ogni mese ti senti debole e prostrato, anche psichicamente, senza riuscire a trovare un qualsiasi nesso casuale, e viceversa, hai giorni immotivati di super-energia.

- Le persone intorno a te manifestano spesso uno sconcerto per l’alternarsi frequente e immotivato dei tuoi stati d’animo e delle tue idee.

Clima e umore: quattro tipi

Benché l’ipersensibilità al clima sia dovuta soprattutto a fattori costituzionali, si può intuire un senso nell’insofferenza per un certo tipo di clima. Ci sono quattro tipi principali di meteoropatici, che modificano il proprio suo umore in rapporto a quattro diversi climi.

-   Caldo e umido: ansia, eccesso di responsabilità e claustrofobia

-   Troppa luce: difficoltà a vivere la pienezza delle emozioni

-   Pioggia o nuvoloso: disagio verso l’introspezione e il raccoglimento

-   Molto freddo: sensazioni di essere fragili e attaccabili


Cosa puoi fare

Stai in “sintonia attiva”

Non subire passivamente il tempo che fa. Cerca di capire qual è il clima che ti dà più energia e sfruttalo al meglio, mentre ripiegati e non osare troppo quando esso ti è ostile.

Non scaricare sugli altri

Non permettere che il tuo clima interiore negativo invada tute le relazioni con gli altri. Proteggi amici e familiari da questi “temporali dell’anima”. È più facile se impari a riconoscerli.

Tieni un diario

Se noti che vai a “periodi climatici”, dai sul calendario il “voto” all’umore della giornata. Se dopo sei mesi noti delle ciclicità costanti, consulta uno psicoterapeuta. Potrebbe trattarsi di un Disturbo dell’Umore.

Attrezza la tua casa

Disponi la tua casa in modo da mitigare la difficoltà climatica. Se soffri freddo e grigiore, ad esempio, usa luci e colori caldi, che possono limitare gli effetti del mondo esterno.


Dal Sito: riza.it 

mercoledì 3 aprile 2019

Sono forte e forse proprio per questo sono profondamente stanca

Sono forte e sono stanca.

A volte lo sono perché sempre protesa nello sforzo di superare, reagire, agire, affrontare.

Altre volte sono stanca di essere forte. Di dover esserlo sempre. Di non avere alternative.

La conoscete vero?
Quella forza di continuare a credere anche quando vediamo i nostri sogni crollare uno ad uno sotto il peso della realtà.

La forza di continuare a credere nell’amore anche dopo l’ennesimo tradimento, l’ennesima fallimento. L’ennesimo falso amore che nascondeva solo convenienza e poco altro.

La forza di ricacciare indietro le lacrime, di nasconderle dietro un sorriso stentato. Agli occhi dei curiosi. Alla malignità che aspettava solo di vederti crollare.

A chi ti dice e pensa: “Tu sei forte, non puoi piangere…”

E ancora … la forza di superare i propri limiti, le proprie paure, quei demoni interiori che vorrebbero vederti arrendere.

Sì. La conoscete questa forza.
Siete forti come me quando tendete la mano per sorreggere chiunque chieda il vostro aiuto. Quando la tendete anche se non viene chiesto.

Quando intenti ad aiutare, dimenticate anche voi stessi e i vostri bisogni.

Siete forti quando ignorate le offese, quando perdonate una volta e poi un’altra ancora.

Quando prendete la porta e andate via, perché non c’è più nulla da perdonare. Perché non c’è più nulla.

Siamo forti quando crediamo in noi stessi, quando arranchiamo sotto il peso delle responsabilità, quando ci facciamo carico anche di quelle altrui, perché qualcuno deve pur farlo e quel qualcuno siamo spesso noi.

Sono forte. Siete forti. Siamo forti. E siamo stanchi.

L’ingratitudine succhia energia, le offese stremano l’animo, le delusioni logorano, i tradimenti fanno ammalare il cuore.

Stanchi di essere forti. Di aspettare quel domani migliore che tarda ad arrivare e intanto mantenere intatte le speranze.

Di attendere quelle scuse che non arriveranno mai, di fare a pugni con un passato che non vuole lasciarci in pace e intanto andare avanti comunque.

Stanchi delle continue prove, degli ostacoli e di tutti quegli addii che non avevamo messo in conto.

Di ascoltare scuse inutili, di credere nelle promesse che puntualmente verranno infrante, di sostenere tutti, di incoraggiare tutti.

Di non poter piangere. Di non poterci appoggiare ad una spalla. Di non poter vacillare.

Perché siamo forti.
E non sappiamo essere diversi…

Non abbiamo alternative.
Non possiamo non essere forti e non possiamo evitare di sentirci stanchi. Ogni tanto almeno.

Quando le luci si spengono. La città si ferma. Tutti dormono. E possiamo finalmente abbracciare la nostra fragilità.

Dal Sito: ognigiornomagazine.com

martedì 2 aprile 2019

Ansia: Conoscerla per non temerla


L’ansia è un’emozione fondamentale per la nostra sopravvivenza, ma può diventare un ostacolo al nostro benessere. Per questo è importantissimo imparare a conoscerla e a gestirla nel modo migliore per poter vivere bene e serenamente.

Molte delle persone che si rivolgono ad uno psicologo si presentano con una richiesta ben precisa: “Dottore, non voglio più sentirmi ansioso, avere questa sensazione di ansia che mi prende, non voglio avere ansia. Mi aiuti ad eliminare definitivamente l’ansia dalla mia vita”. In realtà, sappiamo bene che questo è un obiettivo irrealistico.

L’ansia è un’emozione NORMALE. Tutti noi la proviamo, in alcuni momenti della nostra vita. Quando dobbiamo affrontare un esame o un colloquio di lavoro, per esempio, sentiamo ansia. Quando organizziamo un incontro a cena con la persona che ci piace, nell’attesa proveremo ansia.

L’ansia ci mette in guardia dal pericolo (di farci male, di fare una figuraccia, di fallire), è perciò un’emozione molto utile!

A differenza della paura, l’ansia si manifesta in assenza di un pericolo nell’immediato. Riguarda infatti l’anticipazione di un evento rischioso, per cui è un’emozione che ci aiuta a prepararci ad affrontare una situazione immaginata, considerata complicata o pericolosa.

Il problema nasce, però, quando l’ansia diventa eccessiva, irrazionale, pervasiva.

Possiamo paragonare l’ansia all’antifurto della nostra automobile. Vorreste che non funzionasse più? Certo che no. L’allarme deve avvisarci qualora un ladro tenti di rompere un finestrino o vi siano altre situazioni di rischio. Se però un giorno l’antifurto si rompesse ed iniziasse a suonare continuamente, per tutto il giorno, senza motivo, a quel punto credo che chiamereste un meccanico per risolvere il problema. Con l’ansia succede la stessa cosa: deve “funzionare”, ma solo quando è necessario.

E allora cosa può fare uno psicologo? Può insegnare a gestire l’ansia, e di conseguenza fare in modo che non si presenti più così frequentemente e/o intensamente. I parametri che il terapeuta osserva per valutare il miglioramento dell’ansia sono principalmente 3: frequenza (provo ansia ogni giorno vs provo ansia ogni tanto), durata (questa ansia si trascina per ore/giorni vs per qualche minuto), intensità (su una scala da 0 a 100 la mia ansia è molto bassa vs molto elevata).

Quando l’ansia è eccessiva, irrazionale e incide notevolmente sulla nostra vita di tutti i giorni, si parla di DISTURBO D’ANSIA.

Secondo il DSM 5 (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) esistono diversi disturbi d’ansia. I principali sono:

FOBIA SPECIFICA: paura eccessiva e irrazionale di un oggetto o una situazione specifici (es. animali, iniezioni, altezze, ecc.)

ANSIA SOCIALE: paura marcata relativa a una o più situazioni sociali, in cui è prevista l’interazione con gli altri o in cui si è sottoposti ad una valutazione (es. esame, colloquio di lavoro)

DISTURBO DI PANICO: riguarda episodi di ansia acuta e terrificante (in cui sembra che manchi il respiro, che stia arrivando un infarto, ecc.) che per lo più vanno a scemare nell’arco di 10-15 minuti, ma lasciano una preoccupazione costante di sperimentare altri attacchi e di subirne le conseguenze temute (impazzire, morire, avere un attacco cardiaco, ecc.). Può essere accompagnato da agorafobia (la paura di trovarsi in luoghi da cui può essere difficile fuggire in caso di attacco di panico, con relativo evitamento di tali luoghi).

DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATA: a differenza dell’attacco di panico, acuto e breve, il disturbo d’ansia generalizzata riguarda una preoccupazione costante relativa ad una quantità di eventi o attività (es. prestazioni lavorative, questioni economiche, possibili incidenti o malattie, ecc.). La persona non riesce a controllare la preoccupazione, che si manifesta anche attraverso uno stato di irrequietezza, tensione muscolare, alterazioni del sonno, facile affaticamento e/o difficoltà a concentrarsi.

In altre categorie del DSM 5, sono presenti altre problematiche legate all’ansia, tra cui:

ANSIA DI MALATTIA: la preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia. L’individuo è costantemente in allarme riguardo il suo stato di salute e si pone in ascolto di qualsiasi (normale) cambiamento corporeo, interpretandolo come sintomo di una brutta malattia.

DISTURBO DA SINTOMI SOMATICI: la persona presenta uno o più sintomi somatici che procurano disagio significativo e portano ad alterazioni della vita quotidiana. Pensieri, sentimenti e comportamenti correlati ai sintomi somatici o legati a preoccupazioni relative alla salute sono eccessivi e costanti.

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO: sono presenti ossessioni (pensieri, impulsi o immagini ricorrenti vissuti come intrusivi e indesiderati, per esempio timore di essere contaminati) e/o compulsioni (comportamenti ripetitivi che la persona si sente obbligata a mettere in atto per annullare l’ossessione, per esempio lavarsi continuamente le mani).

Molte persone si chiedono “perché proprio a me?”, “significa che non sono normale?”. E’ importante perciò normalizzare l’ansia, poiché anche quando si manifesta sotto forma di “disturbo” riguarda comunque un’esperienza frequente e comune. Non esiste una causa univoca nell’insorgenza di queste problematiche, si parla infatti di eziologia multifattoriale. Si considerano cioè la predisposizione genetica (se i miei genitori o i miei parenti stretti soffrono o hanno sofferto di un disturbo d’ansia io avrò una maggiore probabilità di svilupparne uno), i modelli familiari, gli eventi stressanti, le caratteristiche psicologiche della persona. Esistono quindi fattori predisponenti (es. la familiarità con un disturbo d’ansia), che però, affinché insorga un vero e proprio disturbo, devono incontrare dei fattori precipitanti (es. un evento stressante nel corso della vita) e dei fattori di mantenimento (che tengono in vita il problema).

L’ansia si manifesta attraverso 3 canali:

Fisiologico (sintomi fisici, manifestazioni corporee)

Cognitivo (i nostri pensieri)

Comportamentale (le azioni, ciò che facciamo)

Da un punto di vista fisiologico, le espressioni dell’ansia spaziano da quelle più comuni ad altre più bizzarre e inusuali. Si possono presentare sintomi a carico del sistema gastrointestinale (gastrite, reflusso esofageo, colite, ecc.), del sistema cardiovascolare (tachicardia, aritmie, extrasistole, ecc.), del sistema neuromuscolare (vertigini, tremori, rigidità, tensione muscolare, ecc.), sintomi dermatologici (es. orticaria, rossore, ecc.), respiratori (es. sensazione di mancanza d’aria, nodo in gola, ecc.), urinari (es. impulso continuo ad urinare, ecc.) Chiaramente l’ansia, riflettendosi sul corpo, mantiene ed aggrava ogni sindrome dolorosa. Per questo è importante lavorare per la riduzione dei livelli di ansia. L’ansia, tuttavia, non si esprime esclusivamente attraverso il corpo. Un ruolo fondamentale nell’insorgenza, nel mantenimento e nell’esacerbazione dell’ansia è giocato dai nostri pensieri.

Immaginate, per esempio, di dover partecipare ad un concerto affollato. La situazione può essere, per molti di voi, fonte di gioia ed entusiasmo. Per alcune persone, però, la situazione “concerto” causa emozioni sgradevoli, per esempio una forte ansia. Come mai? Se di fronte alla situazione “acquisto del biglietto per il concerto” la mia mente sarà attraversata da pensieri del tipo “finalmente vedrò il mio cantante preferito”, “che emozione ascoltare quella canzone dal vivo”, “passerò una bella giornata con i miei amici”, verosimilmente esperirò emozioni piacevoli. Ma se nella mia mente scorreranno pensieri come “oddio, potrei sentirmi male là in mezzo a tutta quella gente”, “e chi mi aiuterà se sverrò?” “avrei fatto meglio a non comprare i biglietti”, l’emozione che mi assalirà sarà principalmente l’ansia.

Le nostre emozioni, infatti, non derivano direttamente dalla situazione che viviamo, ma sono mediate dai nostri pensieri. Per esempio, se salissi su un aereo agitata e con il pensiero “mi sentirò male”, nel momento in cui iniziassi ad avvertire un’accelerazione dei miei battiti cardiaci (sono in ansia, per forza il mio cuore aumenterà il battito, lui fa il suo lavoro!), potrei interpretare tale accelerazione come la prova del fatto che davvero io mi stia sentendo male. Si innescherà cioè un circolo vizioso di questo tipo: mi agito perché temo di sentirmi male, l’ansia (come è normale che sia!) accelera il mio battito cardiaco, io ascolto l’aumento del battito e lo interpreto come prova che ciò che temo è reale, cioè che mi sto davvero sentendo male; questo pensiero certamente non potrà tranquillizzarmi, anzi! Mi agiterò di più e il mio cuore batterà più velocemente, innescando un processo in cui ansia e sintomi fisici si rafforzeranno a vicenda.

Per capire quanto i nostri pensieri determinino le nostre emozioni e i nostri comportamenti, vediamo un altro esempio. Se prima di un colloquio di lavoro penserò “farò una figuraccia” oppure “non mi assumeranno mai”, la mia ansia non potrà che aumentare, influenzando la prestazione secondo quella che si chiama “profezia che si auto-avvera”. Porrò attenzione solamente ai miei sbagli, mi demoralizzerò facilmente al primo errore, eviterò di riprovarci, e alla fine probabilmente farò in modo che si verifichi davvero ciò che temo. Non c’è nulla di magico in questo processo, vi è solo la presenza di quella che si chiama “attenzione selettiva”, che si rifletterà negativamente sulla prestazione. Se modificassi il mio pensiero, trasformandolo in “è una prova difficile, non sarà facile superare il colloquio, ma sono preparato, cercherò di fare del mio meglio”, probabilmente le mie emozioni e, soprattutto, il mio comportamento, sarebbero diversi, perché sarei in grado di porre attenzione anche a segnali di piccoli successi, che mi darebbero la forza di andare avanti con grinta nel colloquio, o comunque potrei affrontare gli errori con uno spirito più costruttivo.

Oltre a sentire l’ansia sul corpo e dentro la mente sotto forma di pensieri catastrofici, essa è presente nella nostra quotidianità anche sotto forma di azioni che svolgiamo (o, più spesso, che NON svolgiamo!).

Una delle armi utilizzate dall’ansia per renderci suoi schiavi è l’EVITAMENTO. Facciamo un esempio. Se l’idea di salire su un aereo mi getta nel panico, probabilmente, dopo una complicata lotta interna in cui mi chiederò se sia meglio comprare il biglietto oppure no, alla fine opterò per l’evitamento: non comprerò il biglietto. Nell’immediato mi sentirò decisamente meglio, davvero sollevato! Mi dirò che è stata la scelta giusta, e l’ansia svanirà. Ma. C’è un “ma” bello grosso. L’ansia se ne andrà solo per qualche giorno. Dopo di che, alla prima occasione in cui mi si ripresenterà una situazione simile, l’ansia busserà nuovamente alla mia porta, e lo farà con più forza di prima. Perché succede questo? Perché evitando una situazione che ci fa paura, non metteremo mai in discussione i nostri pensieri catastrofici a riguardo, che si rafforzeranno. Affrontando invece la situazione temuta, mi renderò conto che non solo ciò che temo molto probabilmente non si verificherà (o lo farà con intensità minore e conseguenze molto meno dannose), ma soprattutto che l’ansia, ad un certo punto, finirà, perché L’ANSIA FINISCE SEMPRE.

Molte persone non sanno che l’ansia ha un andamento “a campana”. Inizia, si intensifica, raggiunge un picco e poi (e questa è la buona notizia) finisce! In genere questo processo dura qualche minuto, in alcuni casi mezz’ora o poco più. Ma l’ansia finisce sempre. L’importante è lasciarsi attraversare dalla sua “onda”. Se la evitiamo, si ripresenterà sempre più forte.

A causa dell’ansia, inoltre, NON SI PUO’ SVENIRE, MORIRE, IMPAZZIRE. Non esistono casi in letteratura di persone morte o impazzite a causa dell’ansia. Lo svenimento, inoltre, è incompatibile con l’ansia. Per svenire infatti deve esserci un calo di pressione, mentre quando siamo in ansia la nostra pressione sanguigna aumenta, così come la tensione muscolare, in quella che si chiama “reazione di attacco-fuga” (l’insieme delle modificazioni fisiologiche che il nostro organismo mette in atto per prepararci ad affrontare un pericolo reale o percepito).

Ma come si può guarire da un disturbo d’ansia? Esistono farmaci che possono aiutare a gestire l’ansia con efficacia, ma una volta sospesa l’assunzione, in genere le difficoltà si ripresentano. Perciò, è bene associare anche una psicoterapia, che attraverso varie tecniche permette di aiutare il paziente ad individuare e  modificare i pensieri ansiosi e a controllare le reazioni fisiologiche tipiche dell’ansia.

 

Dr.ssa Cinzia D’Esposito 

Dal Sito: positanonews.it

lunedì 1 aprile 2019

Lutto: come affrontarlo e superarlo

Come superare e affrontare la perdita di una persona cara.

Perdere una persona cara è una delle prove più difficili alle quali ci sottopone la vita. Di colpo viene a mancare un punto di riferimento, si sente un grande senso di vuoto nel cuore e ci si trova a dover vivere per sempre con la consapevolezza di non poter rivedere quella persona.
Si tratta di un momento estremamente difficile, nel quale alla perdita si unisce un senso di impotenza nei confronti di uno dei fenomeni che si accetta con maggior difficoltà, ovvero la morte.
Certo, il dolore di un lutto varia a seconda di chi lo prova e del rapporto che c’era con la persona estinta. Ciò che è certo, però, è che lascia sempre una scia di dolore dal quale presto o tardi bisogna imparare a difendersi, perché come è usanza dire, per quanto sia brutto e doloroso da accettare, la vita va avanti.
Il problema, in questo caso, è il come farla procedere alla luce di una sofferenza che sembra impossibile da far passare e oggi, noi di chedonna.it cercheremo di portare alla luce alcune delle strategie consigliate da diversi psicologi.

Lutto, le cinque fasi che lo compongono

Quando si vive un lutto, si attraversano una serie di emozioni che possono variare da persona a persona sia per entità che per tempi. La prima cosa da prendere in considerazione è quindi quella di non fare paragoni né con gli altri né con se stessi per dei lutti precedenti. Ciò che più conta in questi casi è infatti il riuscire ad elaborare il lutto perché se ciò non avviene nel modo corretto, la ripresa non ci sarà mai ed il rischio è quello di venirne logorati in modo anche grave. Prima o poi chiunque ha sentito parlare di fasi del lutto. Si tratta di una teoria descritta dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kubler Ross che ha descritto in cinque step le emozioni che solitamente si provano dopo un lutto e che, sebbene non è detto che si presentino sempre allo stesso modo, possono essere utili per comprendere i processi mentali ed emotivi ai quali si va incontro in un simile momento.

Negazione. Si tratta della primissima fase. La morte di qualcuno a noi caro crea infatti un senso di destabilizzazione difficile da sopportare. Con la persona vengono a mancare improvvisamente dei gesti, delle abitudini e tutta una serie di ritualità ad essa legate. Si sente un senso di vuoto improvviso e difficile da spiegare e tutto ciò rende estremamente difficile accettare quanto accaduto. Come per una sorta di difesa, quindi, si tende a negare l’accaduto. Si continua a pensare di andare a far visita a quella persona, di chiamarla o si apparecchia anche per lei. Si tratta di uno scontro costante tra ragione e cuore. La prima cerca di capire, l’altro non ne vuole sapere e così l’unica cosa che si riesce a pensare è che non è possibile che ciò sia accaduto davvero e che non è giusto.

Patteggiamento. È una fase difficile da definire e del tutto irrazionale. Essa porta a vivere il dolore del lutto come fosse qualcosa di temporaneo. Come se terminato il dolore estremo si potesse tornare indietro, a quando cioè la persona era ancora in vita. Così ci si trova a pensare a cosa si sarebbe potuto fare o aosa si farebbe se il tempo scorresse al contrario facendo sparire il senso di perdita e facendo tornare la persona estinta. Si tratta di un modo per fare a patti con il dolore, dandogli dei tempi ben definiti in modo che non sia travolgente e che abbia delle piccole pause consolatorie nelle quali l’illusione riesce a lenire il senso di vuoto altrimenti incolmabile e insopportabile.

Rabbia. Ad un certo punto, quando il tempo è testimone del fatto che la perdita è definitiva, si inizia a provare rabbia per quanto accaduto. Patteggiare non serve più a nulla, la mente inizia a riconoscere che non ci sarà un ritorno e questo porta ad una rabbia estrema, per l’ingiustizia subita, per tutto ciò che poteva ancora essere e per l’inesorabilità della morte che ha creato un vuoto che non sarà mai più colmabile e che resterà per sempre lì a far male, come una ferita aperta.

Depressione. La rabbia richiede una serie di energie che alla lunga finiscono con lo svuotare dall’interno. Così, giunge la depressione. In questa fase ci si sente vuoti, soli, incapaci di intervenire in qualsiasi modo sul proprio dolore. Si piange e si resta apatici per un po’. Si pensa che nulla ha più senso, non si ha voglia di far nulla se non crogiolarsi in questa forma passiva di dolore che in qualche modo rappresenta però il punto più basso e quindi lo step finale di un dolore senza fine che d’ora in avanti, finito questo momento, potrà solo riportare alla risalita.

Accettazione. Ed è così che si giunge all’ultimo stadio, quello dell’accettazione. Il tempo dimostra che si può andare avanti. Dapprima trascinandosi tra lavoro e impegni, successivamente iniziando a respirare consapevolmente, ad apprezzare un buon pasto, a sorridere nel ripensare a dei momenti di puro amore che si sono condivisi con chi ora non c’è più. E così, seppur con dolore, si accetta quanto avvenuto, si fa spazio ai ricordi e ci si rende conto che quella persona è sparita fisicamente ma è sempre viva nel proprio cuore e nella propria mente. Che ci accompagnerà seppur in modo diverso e che da adesso si potrà vivere anche in sua memoria, per far si che viva ancora, seppur in modo diverso, attraverso le nuove azioni che si compiranno.

Lutto, come agire ed affrontarlo

Ma quali sono, quindi, i passi da compiere per affrontare e superare il dolore di un lutto?
Prima di tutto è bene ricordare che ogni persona è un caso a se e che in simili casi è indispensabile accogliere ogni sorta di emozione senza pensare che ce ne siano di giuste o di sbagliate. Qualsiasi cosa si provi andrà accolta ed elaborata perché solo così si potrà andare avanti, trasformando il dolore in accettazione ed imparando a vivere con la consapevolezza, seppur triste, che la perdita fa purtroppo parte della vita e che pertanto va accettata e compresa.
Detto ciò, ecco alcuni tra i consigli che gli psicologi tendono a dare più spesso.

Accettare le proprie emozioni. Prima abbiamo accennato alle fasi del lutto. È bene ricordare, però, che non siamo tutti uguali e che per alcuni, questi momenti potrebbero avere un ordine diverso o mancare di alcuni step. Si tratta di un viaggio personale in cui ciò che conta è saper accettare ciò che si prova senza respingere alcun tipo di emozione per quanto strana o dolorosa possa essere.

Saper riconoscere i segnali del dolore ed affrontarli. Quando si vive un lutto ci si lascia spesso andare. È importante però mantenersi vigili e riconoscere i segni del proprio dolore che possono essere sia fisici che emotivi e tra i quali i più frequenti sono:

mancanza di sonno

inappetenza

voglia di non fare nulla

desiderio di non provare più momenti di gioia

senso di colpa

attacchi di ansia o di panico

sollievo nel sapere che la persona amata ha smesso di soffrire e senso di colpa per questa emozione che, invece, è del tutto naturale

tendenza a chiudersi in se stessi e ad isolarsi dagli altri

dolori fisici

tachicardia, nausea, etc…

Si tratta di sintomi normali che vanno però affrontati. Perché solo obbligandosi a vivere, ci si ritroverà a farlo in modo sempre più naturale.

Non sforzarsi di essere forti. Spesso quando si vive un lutto ci si sente dire che bisogna essere forti. Se ciò da un lato è vero, spesso viene interpretato in modo sbagliato pensando di dover nascondere il proprio dolore. Affinché un lutto possa essere elaborato è invece indispensabile piangere e sfogarsi fin quando il dolore non diventerà più sopportabile, assumendo una forma diversa e più gestibile. Esprimere il dolore è infatti un modo per accettarlo e per arrivare ad una corretta elaborazione del lutto.

Condividere il dolore con qualcuno. Se si hanno parenti o amici che erano legati a quella persona, ricordarla insieme avrà un che di consolatorio. Altrimenti è importante scegliere un amico o una persona fidata alla quale esternare come ci si sente. Avere comprensione ed empatia, in questi casi, è un buon modo per sentirsi meno soli e per lenire seppur leggermente il dolore che si sta provando.

Trovare qualcosa di consolatorio. Per alcune persone può essere la fede nella propria religione e la certezza che un giorno si avrà modo di rivedere la persona cara. Per altre ci vuole qualcosa di più tangibile come il poterla salutare poco a poco. Ciò si può fare sistemando le sue vecchie foto o tenendone una in bella vista, in modo da potergli parlare quando ci si sente particolarmente giù. Un modo di fare in uso tra diverse culture. Basti pensare che in Giappone si usa avere una sorta di piccolo altare dedicato ai familiari dove si tiene la foto della persona che non c’è più, accendendogli ogni tanto dell’incenso o offrendogli dei dolci per rispettarne la memoria e tenerla in qualche modo sempre presente nella propria vita. Altri modi possono essere la scrittura di un diario e l’arte in generale. Qualsiasi cosa sia consolatoria andrà più che bene, specie se fa sentire più vicina la persona della quale si sente la mancanza.

Questi sono solo alcuni degli step indispensabili per affrontare il dolore di un lutto. In alcuni casi, però, da soli non bastano ed è necessario ricorrere all’aiuto di uno specialista.
Seguire corsi che aiutino ad accettare il lutto può essere utile così come può esserlo fissare alcune sedute di psicoterapia. Ciò che conta, infatti, è riuscire a superare le fasi del dolore perché restare per sempre arrabbiati o sconsolati rischia di rovinare la propria vita e ciò non riporterà in vita chi non c’è più ma renderà impossibile ricordarlo nel modo giusto, cioè con amore e con la gratitudine di aver avuto dei momenti preziosi da poter portare per sempre nel cuore.
È bene ricordare, infatti, che il senso di mancanza per chi non c’è più, se da un lato è come una cicatrice che ci si porta dentro per sempre, dall’altro è il segno indelebile della sua esistenza nel mondo e nelle vite di chi lo ha amato e continuerà ad amarlo per sempre. E questo, è ciò che rende la morte qualcosa di solo fisico, facendo si che l’essenza della persona resti viva per sempre.

Dal Sito: chedonna.it