martedì 9 giugno 2020

Come trovare la calma in mezzo al caos



Non è facile trovare la calma in mezzo al caos. Non è facile mantenere l’equilibrio quando si viene travolti, quando il vento scompiglia i capelli sussurrandoci all’orecchio messaggi di paura che sanno di incertezza.

Abbiamo la tendenza a giocare di anticipo, a rispondere al panico che ci assale in maniera precipitata, con la mente e con le emozioni. In queste situazioni, l’ideale è ritrovare la calma.

La parola “paura” ha radici molto più profonde di un malessere momentaneo. In sé contiene tutto il caleidoscopio di sensazioni che va dal fantasma del comportamento più irrazionale alle nostre risposte più integre. Perché riconoscere la paura e affrontarla in maniera proattiva, per trovare una soluzione al problema, è possibile.

Come segnalava lo psichiatra Karl Augustus Menninger, è possibile educare i mezzi per imparare a fare passi più fermi. Per quanto sia facile a dirsi, si tratta forse dell’atto più complesso e traumatico per un essere umano.

Perché quando il caos bussa alla porta e ci strappa via la calma, la mente rischia di perdere il controllo.E la cosa più grave, è che può contagiare le menti altrui rendendo la paura un nemico comune di dimensioni straordinarie.

In questi contesti, bisogna trovare la calma. Una dimensione che è possibile allenare per riuscire a contenere il mostro della paura, dell’ansia e dei comportamenti irrazionali.

In mezzo al caos dobbiamo adottare un approccio mentale basato sulla calma

Ci sono persone che si sono ammalate (metaforicamente) a causa dell’alluvione di cattive notizie trasmesse in televisione, in radio e sui social network. In parte perché i dati inquietanti, i fatti preoccupanti e i messaggi negativi sembrano offuscare quelli positivi.

In media, le notizie negative sono condivise sempre prima di quelle che infondono speranza. E lo facciamo spesso senza assicurarci a priori che le informazioni condivise siano veritiere o meno.

Ebbene, l’informazione è un mezzo di potere ed è diritto di tutti poterne disporre e restare in contatto con la realtà immediata. Ma ci sono momenti in cui le circostanze e determinati fatti appaiono opprimenti e risvegliano in noi un unico sentimento: quello dell’impotenza.

Non sapere cosa potrebbe accadere domani è senz’altro una delle sensazioni che più ci spaventa e limita. Siamo creature abituate ad avere il controllo sulla realtà immediata (o almeno a pensare che sia così). Sperimentare l’improvvisa sensazione di essere nel bel mezzo del caos, che quello che ieri davamo per scontato ora non lo è più, ci fa male e ci turba. Cosa possiamo fare in questi casi?

Per trovare la calma bisogna accettare che non si può avere il controllo su tutto

I contesti di incertezza fomentano l’ansia. A questa si aggiunge un altro fattore: il contesto, le informazioni che riceviamo, le persone che ci circondano contagiandoci con le loro emozioni e paure… Niente aumenta tanto l’angoscia come non sapere, come l’incertezza.

Un esempio: è molto peggio non sapere se perderemo il lavoro piuttosto che avere la certezza di averlo perduto. Il cervello reagisce in maniera inaspettata. Per questo, è fondamentale imparare a tollerare l’incertezza.

Dobbiamo accettare che anche se non abbiamo il controllo su determinate cose, potremo controllare sempre e comunque le nostre reazioni.

Agire con calma è l’ideale. Rappresenta l’approccio mentale mediante cui rispondere nel modo più giusto, ragionevole e sicuro dando il meglio di noi.

Eliminate i pensieri catastrofici per ripulire la mente e trovare la calma

In mezzo al caos, i pensieri catastrofici non fanno che affondarci. Travolti dalle difficoltà, in uno scenario colmo di dubbi e problemi, la mente deve essere la nostra alleata e non trasformarsi in un’avversaria che rallenti i nostri passi.

È assolutamente vitale imparare a spazzare via dal nostro approccio quotidiano i sentimenti che intorpidiscono, alimentano la paura e aumentano i problemi anziché avvicinarci alla soluzione.

Dobbiamo esserne consapevoli ed eliminare il dialogo interiore negativo.La calma deve essere un faro capace di guidarci nel buio.

In mezzo al caos… chi sceglie di essere?

In periodi difficili, rispondere alla domanda “chi vuoi essere” può aiutarci a uscire dal caos.L’eroe o la vittima? Chi è stato d’aiuto o chi ha peggiorato la situazione? Una persona di cui essere orgogliosi o una figura che ha scelto l’immobilità e il panico?

Noi scegliamo, noi decidiamo come sarà il segno che lasceremo in quei giorni in cui siamo obbligati a dare il meglio di noi stessi.

In uno scenario di crisi, la calma è una compagna capace di tracciare percorsi sereni e sicuri. Con essa al nostro fianco, vediamo le cose più nitide e ciò ci consente di reagire in maniera proattiva e responsabile.

È il momento di attivarla, è l’ora di agire insieme con serenità, intelligenza e disinvoltura in un presente di cambiamenti e incertezze.


Paura o desiderio di ri-uscire


Probabilmente le emozioni vissute durante e dopo la quarantena sono tante e contrastanti. Alla voglia di tornare ai propri ritmi si contrappone la paura di imbattersi in nuove problematiche. Al desiderio di socializzazione si alterna la necessità del distanziamento. Il bisogno di esprimersi si confronta con l’ansia derivata da ciò che non si conosce.

I dubbi sono tanti, le soluzioni sembrano poche. Si passa dall’eccessiva tutela ad atteggiamenti che rischiano di sconfinare nell’irresponsabilità. La propria salute e la tranquillità devono essere preservate, ma se per paura di essere avvelenati si smette di nutrirsi, vuol dire che si stanno iniziando a costruire difese talmente alte che diventano incompatibili con una sana ripresa.

Come ogni cambiamento, sarebbe meglio viverlo gradualmente senza fare salti nel vuoto che creerebbero solo ulteriore tensione. C’è chi è talmente abituato a togliere, a rinunciare ai propri desideri che considera meno difficoltoso adattarsi a situazioni di privazione, iniziando a percepirle come proprie scelte.

Tornare a scegliere

La difficoltà adesso consiste proprio in questo, riuscire a poter ascoltare i propri bisogni e tornare a fare le proprie scelte. Alcuni dovranno superare la paura per tornare a riprendersi le proprie abitudini, i propri spazi, altri hanno perso i loro riferimenti, si ritrovano ad aver messo tutto in discussione, per cui non è ancora chiaro da dove ripartiree in che modalità.

Si parla di ritorno alla normalità post quarantena, ma bisogna innanzitutto stabilire cosa si intende. Riguarda ciò che si viveva prima della pandemia? Veramente andava tutto così bene?Probabilmente no o almeno non per tutti.

Come tornare (o iniziare) a stare bene con se stessi e con gli altri?

Le distanze durante la quarantena sono cambiate, ci si è adattati a nuove modalità che in alcuni casi sono diventate talmente confortevoli da temere di allontanarsene. Ci si è costruiti un riparo, più o meno solido, più o meno ampio, in cui ci si può sentire protetti, tanto che lasciarlo non è poi così automatico come ci si aspettava (per un approfondimento, vedi: sindrome della capanna). Adesso non bisogna avere fretta, ognuno ha i suoi tempi, i suoi modi,ciò che conta è farne buon uso. Cogliere l’occasione per muovere i propri passi verso ciò che si vuole veramente.


Non è facile concedersi del tempo per conoscersi fino in fondo, per valutare se ciò che si sta facendo va bene o no, si è più abituati ad attendere valutazioni dall’esterno, ma i primi a cui dover dar conto siamo noi stessi, nonostante sembri più facile ignorarsi.

Eliminati i rumori di fondo si può dare ascolto a se stessi e questo può essere il momento della ripartenza, non sarà necessariamente semplice né rapido, ma basta iniziare a muoversi verso i propri obiettivi.

Il valore del tempo

L’occasione che ci è data oggi è quella di poter avviare un profondo cambiamento, quanto tempo dedichiamo alle persone e alle cose che amiamo? Quanti pensieri sono finalizzati alla corsa per il guadagno, per l’acquisto dell’ultimo status symbol del momento, per lottare contro il tempo?

Di solito il nemico più grande resta lui, non ne abbiamo mai abbastanza, passa in fretta e noi inermi non sappiamo contrastarlo. Spesso viene utilizzato come un alibi per non occuparsi di qualcosa che fa paura, lo si riempie di momenti e attività futili proprio per non sentire l’incedere del richiamo ad altro, per continuare a rimandare. Eppure dovremmo essere noi a decidere come impiegarlo. Magari adesso abbiamo l’occasione di ristabilire delle priorità. Il tempo deve tornare ad essere un nostro alleato.

Se si inizia a dare valore a ciò che conta davvero all’interno della propria vita forse si inizia a trovare il coraggio per portare avanti scelte che fino ad oggi non si è riusciti a prendere, responsabilità verso se stessi che si sono rimandate.

Lavoro, amore, passioni, tutto ciò che ci riguarda profondamente e che a volte si porta avanti più per abitudine che per convinzione. Non sto suggerendo una rivoluzione, ma probabilmente in ogni vita ci sono piccoli cambiamenti che vale la pena di prendere in considerazione. Pensare di non essere eterni non deve spaventare, ma deve far riflettere su ciò che si vuole realmente vivere senza continuare a rimandare. Adesso tornare a ri-uscire potrebbe avvicinare al farcela.

Dal Sito: psicoadvisor.com

Ansia e attacchi di panico: la quarantena di cui pochi parlano




Andrea, Martina, Sara, Simone... ragazzi che raccontano il senso di oppressione e di essere intrappolati in questi mesi. 

L’ansia e gli attacchi di panico sono qualcosa che, ormai, fanno parte della vita di tante persone – sempre di più giovani – e per questo è molto importante dar loro il giusto valore, la giusta importanza e cercare di capire come poterli superare.

È altrettanto importante sapere come gestirli e come poter aiutare qualcuno che li sta vivendo.

Questa reclusione forzata in casa ha influito moltissimo dal punto di vista psicologico sulla nostra quotidianità, le nostre abitudini sono state totalmente stravolte e il senso di oppressione e solitudine ci ha messo spalle al muro.

Molte persone, molti ragazzi, hanno dovuto fare i conti con quelli che vengono chiamati attacchi di panico. “Improvvisi episodi di paura o ansia intensa, accompagnati da sintomi fisici e causati dalla percezione di una minaccia, piuttosto che da un pericolo imminente”, così li descrive Google.

In realtà, per chi lo vive, l’attacco di panico – o d’ansia – è letteralmente una fame d’aria, “dispnea” come la chiamano i medici, una sensazione di soffocamento che parte dal tremore o forti scosse, accompagnato da un pianto intenso, vertigini e capogiri.

Riuscire a gestirlo e ad aiutare a gestirlo è la cosa più importante.

Può risultare molto difficile capire come comportarti e come riconoscerlo: l’individuo può sentire difficoltà a respirare bene, dolore al petto e il battito che accelera.

Stabilendo una parola o un gesto in codice con l’altra persona vi aiuterà a capire cosa sta succedendo e a reagire il più velocemente possibile.

Mantenete la calma ma senza dire frasi del tipo “stai tranquillo” o “respira”, perchè non faranno altro che peggiorare la situazione: la persona davanti a voi sta già cercando di respirare, fargli notare chiaramente che la situazione è fuori controllo non farà altro che peggiorare il suo stato d’animo e farlo preoccupare ancora di più.

Non c’è un reale pericolo, ma è bene che facciate sentire la vostra presenza alla persona in questione e la rassicuriate, magari aiutandola a respirare e facendolo insieme a lei.

La comunicazione è fondamentale: basterà anche solo tenerle la mano per aiutarla a regolarizzare il battito cardiaco e la respirazione, fatto ciò tornerà tutto lentamente alla normalità.

“Mi è sembrato di rivivere lo stesso giorno per quasi tre mesi. È stato devastante.” Ci racconta Andrea. “Passavo le giornate a fissare il muro che sembrava avanzare sempre di più verso di me e schiacciarmi.” Continua.

Martina, invece, ci svela: “Fissavo il libro, ma non sono riuscita a studiare una sola pagina. I miei pensieri confluivano costantemente verso il senso di oppressione che mi dava il non poter mettere la testa fuori dalla porta. Avevo bisogno di spazi ampi, di aria e del vento in faccia”.

“Mi svegliavo tutte le notti in preda al panico, senza riuscire a respirare. Non vedevo l’ora che tutto finisse, ma allo stesso tempo avevo paura anche al solo pensiero di uscire. Sentivo di potermi contagiare anche solo schiacciando il tasto dell’ascensore del mio condominio.” Si confida Sara. E ancora “Non sapevo se fosse peggio la sensazione di fame d’aria in quei momenti di crisi o la mancanza di una vita regolare e piena di abitudini”.

“Mi capita ancora adesso di sognare di trovarmi in un recinto, in un labirinto senza uscita o in una gabbia. Tutto ciò che mi ricorda il sentirsi intrappolato.” Sono le parole di Simone.

Questo evento tragico non sarà soltanto riportati sui libri di storia delle prossime generazioni, per noi, sarà un orribile incubo che porteremo sempre con noi.


Dal Sito: bergamonews.t

venerdì 5 giugno 2020

Quando cambi dentro, se c'è una vera volontà di essere felice, la tua realtà sarà piena felicità...



Quando attraversiamo una situazione difficile o dolorosa, la prima reazione che abbiamo è quella di chiuderci, di sminuirci per poter “godere” di questa sofferenza. Va bene. Finora, niente di anormale. 

Ma dopo due o tre giorni, dobbiamo reagire.

Molti potrebbero chiedersi: Come? E’ così facile? Impossibile! Non è colpa mia!

Sì, sappiamo e capiamo che all’inizio non è davvero facile.

Tuttavia, lo stato di tristezza, dolore, sofferenza o qualsiasi sentimento che ci porta dolore, più li affermiamo, più potere hanno dentro di noi.

Cerca di capire quale sia stata la dolorosa situazione che ti ha insegnato. Niente è sbagliato. Tutto devi imparare. Tutto è evoluzione. In modo efficace.

Le frasi più comuni nelle situazioni di sofferenza sono:

– Che cosa ho fatto per meritarmi questo? 

– Sono nato per soffrire 

– Non ci credo che sta succedendo 

– Voglio farla finita

– Non me lo merito 

– La mia vita è una lotta 

– Nessuno mi ama e non sarò mai felice

Fa male. Noi lo sappiamo, ma non devi soffrire per sempre!

E cosa dovremmo fare per fermare i sentimenti che insistono nell’aumentare? Cosa possiamo fare per non soffrire così tanto per qualcosa che ci sta facendo del male?

ACCETTA.

Tutte le situazioni, le chiediamo o le creiamo noi stessi. Qualunque cosa vibri o chiedi ti dà un modo per raggiungerti. Accetta la situazione, capisci, impara e vai avanti! Fare esercizi di auto-affermazione, meditare, respirare… e lascia andare, lasciando andare troverai qualcuno con parlare della situazione, con le persone che ti amano che ti fanno bene, ti alleggeriscono, e proveranno a farti sorridere, guardati allo specchio e chiediti: cosa posso fare per cambiare questa situazione? Se c’è qualcosa da fare, sicuramente la risposta arriverà. Se non arriva in tal caso, non c’è davvero nessuna risposta!

E così, basta guarire, bisogna avere FIDUCIA! Impegnati ad essere migliore ogni giorno, disciplina te stesso, desidera solo ciò che ti rende bene.

Quando cambi dentro, se c’è una vera volontà di essere felice, la tua realtà sarà piena felicità… Io ci credo! E tu?


Dal Sito: aprilamente.info 

giovedì 4 giugno 2020

Psicologo o Psicoterapeuta, Psichiatra o Neurologo, Counselor o Coach




Un bel giorno della nostra vita, può capitare che tutti gli sforzi fatti fino a quel momento per “stare bene”, non reggano più il peso di un disagio che si fa strada sempre più prepotentemente dentro di noi.

A volte si tratta di una reazione a qualcosa che è accaduto senza che noi potessimo farci niente, facendoci sentire impotenti, arrabbiati e tristi, come la perdita di una persona cara, una malattia, l’abbandono della persona amata, un licenziamento…

Altre volte, sentiamo solo che abbiamo perso la “voglia di vivere” e l’entusiasmo per le piccole cose, sostituiti da un senso di noia e di frustrazione.

Sentiamo, allora, la necessità di rivolgerci a qualcuno che abbia le giuste competenze per poterci dare una mano a superare questo malessere e a ritrovare la serenità perduta.

Ma qual è la persona giusta per noi?

Esistono molte figure di aiuto in ambito psicologico e di vita in generale e non sempre è chiara la distinzione tra una e l’altra.

Vediamole insieme una per una per capire meglio a chi rivolgersi per risolvere i propri disagi.



Chi è lo psicologo?

E’ una persona che utilizza le sue competenze professionali per accompagnarti nell’esplorazione e comprensione di te stesso e/o dei tuoi eventuali dubbi, difficoltà, disagi e preoccupazioni.

Lo psicologo non può prescrivere farmaci, ma può aiutarti attraverso colloqui di sostegno, consulenze, tecniche di rilassamento, ecc.

Il percorso di studi dello psicologo consiste in:

  • laurea in psicologia;
  • tirocinio pratico post laurea di almeno 1 anno;
  • superamento dell’esame di stato per l’abilitazione alla professione;
  • iscrizione all’albo professionale degli psicologi sezione A (nella sezione B si può iscrivere chi ha conseguito la laurea junior dopo 3 anni di studi, ma non può dirsi psicologo né esercitare la professione di psicologo).

Senza aver svolto tutte queste tappe non ci si può definire “psicologi” e per la legge è un “esercizio abusivo della professione”.

Chi è lo psicoterapeuta?

Lo psicoterapeuta è uno psicologo o un medico che si è specializzato in psicoterapia dopo essersi diplomato presso una scuola, riconosciuta dallo Stato, della durata di almeno 4 anni (più un tot. di ore di tirocinio pratico professionalizzante).

L’intervento dello psicoterapeuta è più profondo di quello dello psicologo e può durare molto più a lungo proprio perché va a lavorare su dinamiche più “antiche” ed utilizza tecniche specifiche.

Anche lo psicoterapeuta (ad esclusione dei medici specializzati in psicoterapia) non può somministrare farmaci.

Non tutte le psicoterapie sono uguali: esistono metodi, anche molto diversi tra loro, che hanno alla base tecniche specifiche che si riferiscono ad un particolare modello di riferimento.

Il percorso di studi dello psicoterapeuta consiste in:

  •  laurea in psicologia o medicina e chirurgia;
  • tirocinio pratico post laurea di almeno 1 anno;
  • superamento dell’esame di stato per l’abilitazione alla professione;
  • iscrizione all’albo professionale degli psicologi con aggiunta alla sezione degli psicoterapeuti;
  • tirocinio professionalizzante contestuale al corso di specializzazione;
  • diploma di specializzazione presso una scuola di psicoterapia di almeno 4 anni riconosciuta dallo Stato.

Senza aver svolto tutte queste tappe non ci si può definire “psicoterapeuti” e per la legge è un “esercizio abusivo della professione”.

Chi è lo psichiatra?

Lo psichiatra si occupa delle malattie mentali e, in quanto medico, può intervenire farmacologicamente sui disturbi psichici ponendo maggiore attenzione al sintomo e alla sua risoluzione.

A seconda dell’approccio che segue, lo psichiatra, può anche intervenire a livello psicologico o lavorare con altri professionisti della salute mentale.

Il percorso per diventare psichiatra consiste nel superare le seguenti tappe:

  •  laurea in medicina e chirurgia;
  •  tirocinio pratico post-laurea;
  • superamento dell’esame di stato per l’abilitazione alla professione;
  •  iscrizione all’albo professionale dei medici chirurghi;
  • specializzazione in psichiatria;
  • tirocinio professionalizzante.

Solitamente si rivolge allo psichiatra chi:

  • ha bisogno di un supporto farmacologico per superare un momento particolarmente difficile (meglio se contestualmente a una psicoterapia);
  • soffre di gravi disturbi mentali (psicosi, schizofrenia, disturbo bipolare, ecc);
  • soffre di disturbi mentali che richiedono una terapia farmacologica.

Chi è il neurologo?

Il neurologo è un medico specializzato in neurologia e si occupa delle patologia legate al Sistema Nervoso Centrale, al Sistema Nervoso Autonomo e al Sistema periferico somatico.

Fino agli anni ’70, la figura del neurologo e quella dello psichiatra, erano unite sotto il termine di “neuropsichiatra” ma, anche in seguito alla riforma inspirata da Franco Basaglia, vennero distinte in due specializzazioni con oggetti di studio differenti: “Neurologia” e “Psichiatria”.

Il percorso per diventare neurologo consiste nel superare le seguenti tappe:

  • laurea in medicina e chirurgia;
  • tirocinio pratico post-laurea;
  • superamento dell’esame di stato per l’abilitazione alla professione;
  • iscrizione all’albo professionale dei medici chirurghi;
  • specializzazione in neurologia;
  • tirocinio professionalizzante.

Si rivolge al neurologo chi soffre di patologie come le seguenti:

  • morbo di Parkinson;
  • morbo di Alzheimer;
  • sclerosi multipla;
  • ictus;
  • cefalee;
  • epilessia;
  • malattie neuromuscolari;
  • tumori e malattie cerebrovascolari;
  • paralisi;
  • distonie;
  • lesioni o malformazioni del sistema nervoso in genere.

Chi è il counselor?

Il counselor svolge attività di “counseling” che viene così definito da AssoCounseling: «[…] un intervento informativo, esplicativo e di supporto finalizzato non tanto a trovare soluzioni, ma a far sì che il cliente mobiliti le proprie risorse per convivere meno dolorosamente con la propria situazione di vita reale nel quotidiano».

Il TAR del Lazio, con la sentenza 13020/2015, ha disposto la cancellazione di Assocounselling dall’elenco delle attività non regolamentate di cui alla L. 4/2013 e afferma che i counselor non hanno alcuna competenza per gestire il disagio psichico che attiene alla sfera della salute.

La suddetta sentenza dispone che il disagio psichico, anche fuori da contesti clinici, rientra nelle competenze della professione sanitaria dello psicologo e che la gradazione del disagio psichico, dunque, presuppone una competenza diagnostica non riconosciuta ai counselors.

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Chi è il coach?

Il coach svolge attività di “coaching” ai propri clienti che vengono chiamati “cochee”.

Wikipedia definisce il coaching come “una strategia di formazione che, partendo dall’esperienza di ciascuno, si propone di operare un cambiamento, una trasformazione che possa migliorare e amplificare le proprie potenzialità per raggiungere obiettivi personali, di team e manageriali.”

Nel coaching, il presupposto è che ogni persona possieda delle potenzialità latenti che il coach tirerà fuori insegnando al cliente come utilizzarle per raggiungere i propri obiettivi.

A differenza del counselor, che è più una figura legata all’ascolto, il coach è più un allenatore sul campo della vita che offre al cliente gli strumenti che gli permetteranno di rafforzare la propria efficacia e la propria prestazione.

Il coaching non può essere utilizzato come terapia sostitutiva in caso di patologie psichiche particolari o legate a disturbi della personalità.

Attualmente, in Italia, il titolo di “coach” non ha valore legale e non vi sono albi professionali a cui iscriversi.

 


Dott.ssa Sarah Pederboni


Dal Sito: psicologiabenessere.it

Wow Therapy - Riscoprire il bello nelle piccole cose



Abbiamo perso la capacità di cogliere il bello nella vita di tutti i giorni, ma possiamo imparare di nuovo a farlo con la “wow therapy”, 

La vita di tutti i giorni è diventata troppo stressante per poterci concedere il lusso di notare il bello che c’è nel mondo. Siamo sempre di corsa e, quando ci fermiamo, tiriamo fuori lo smartphone, non osserviamo più quello che ci sta intorno, le altre persone, le cose che accadono.

Il bello ormai lo si trova su internet, non più nel mondo reale.

Questo isolamento mentale potrebbe essere paragonato all’uso di una sostanza stupefacente perché impegnando la mente in un’attività ripetitiva riusciamo a non concentrarci sulle cose importanti, fuggiamo dalla realtà e dalle responsabilità, ma il prezzo da pagare è molto alto.

Ogni giorno vengono da noi persone che lamentano disturbi d’ansia, depressione e insoddisfazione in tutto ciò che fanno; queste persone non riescono più a vedere la bellezza della vita e delle cose che hanno intorno dandole per scontate.

La mente funziona attraverso schemi che tendono a ripetersi quando ci si trova in situazioni che hanno caratteristiche simili tra loro e che si rinforzano attraverso la ripetizione costante. Se, per esempio, un genitore depresso ripete costantemente al figlio che il mondo è un posto pericoloso e triste, nella mente del bambino si formerà uno schema di pensieri e comportamenti guidati dalla credenza disfunzionale“non posso essere felice” e la cosa più triste è che la mente farà di tutto per filtrare gli eventi che accadono in modo da confermare queste credenze.

La bella notizia è che la felicità è una scelta!

Certo, ci vuole impegno e motivazione, ma è possibile cambiare le cose e imparare a cogliere il bello nel mondo e in ciò che accade.

È importante recuperare la capacità di meravigliarsi, vediamo perchè

L’emozione della meraviglia è importantissima in un’ottica di benessere perché ci permette di scoprire qualcosa di nuovo e di cogliere l’essenza di ciò che ci circonda.

Perdere la capacità di meravigliarsi significa vivere un’esistenza meno ricca, superficiale e in bianco e nero.

La meraviglia è un’emozione vitale perché spinge verso la ricerca e alimenta la curiosità.

Recuperare l’arte di meravigliarsi significa scardinare gli schemi che ci imprigionano e che ci fanno vivere sempre le stesse situazioni.

Avete mai notato che le situazioni tendono a ripetersi come se foste destinati a quel tipo di vita? Questi sono gli schemi di cui parlavamo prima che influenzano le nostre decisioni e creano la nostra realtà.

Per uscirne bisogna imparare a cambiare le cose, “uscire dagli schemi” in modo da fare nuove esperienze positive che, se ripetute, creeranno nuovi pattern adattivi in sostituzione di quelli disfunzionali.

Riconoscere la bellezza e meravigliarsi delle piccole cose è un ottimo modo per dare inizio al cambiamento.

Come possiamo imparare a stupirci di nuovo?

Il primo passo è diventare consapevoli, allenarsi alla “presenza mentale” portando l’attenzione su ciò che accade in questo preciso momento: sentire il nostro corpo che respira, riconoscere le emozioni che stiamo provando, notare la sensazione dei piedi che toccano il pavimento, osservare i movimenti che facciamo mentre svolgiamo un’azione e così via.

Solo se rimaniamo nel presente possiamo notare le cose che ci fanno ancora stupire.

I principi base delle filosofie orientali ci vengono in aiuto nel percorso verso la felicità: il passato è già successo e il futuro è ancora da costruire, solo il momento presente è quello in cui viviamo veramente la nostra vita.

Impariamo a lasciarci andare, a far accadere le cose su cui non abbiamo il controllo e a tornare un po’ bambini.

I bambini sono dei grandi maestri per noi adulti, possono insegnarci a stupirci ancora e a vedere il lato positivo. Non a caso i bambini vivono totalmente nel presente e usano la loro immaginazione per creare mondi fantastici ricchi di emozioni.

I bambini si meravigliano per cose che noi adulti non vediamo nemmeno più. Provate ad osservare dei bambini che giocano e cercate di imparare un po’ da loro come si fa a riscoprire lo stupore e la bellezza nelle piccole cose.

Esercizi e strategie per ritornare a vedere il bello in ciò che ci circonda

Ai nostri pazienti facciamo fare un semplice esercizio che chiamiamo “quaderno della bellezza”.

Consiste nel procurarsi un quadernocon la caratteristica di essere molto bello agli occhi della persona che lo userà; i più creativi possono anche crearselo da soli usando i materiali che preferiscono, l’importante è che sia fatto col cuore. Questo passaggio è molto importante perché rappresenta un atto di amore verso se stessi e, come dovremmo sapere tutti, amare se stessi è il primo passo verso la felicità. 

Dunque, il nostro quaderno deve essere bello perché conterrà le annotazioni, almeno tre, su ciò che ha colpito la nostra attenzione per la sua bellezza durante il giorno, cose semplici e talvolta date per scontate come un colore, un abbraccio tra due persone, una scena divertente e così via.

In questo modo alleneremo la nostra mente a rompere gli schemi cognitiviche esegue in automatico e che determinano le nostre azioni.

Si allena la mente a provare emozioni positive e ci stupiremo di quante cose possono ancora stupirci!

Per avere risultati ancora più sorprendenti, possiamo integrare con un altro esercizio, il “quaderno della gratitudine”, che consiste nell’annotare almeno tre cose della giornata passata per cui siamo grati. Il principio è sempre lo stesso e i risultati sono sorprendenti!

Abbiamo visto cambiamenti incredibili avvenire in persone con situazioni di vita difficili ed altissimi livelli di stress.

Il segreto è ritagliarsi un po’ di tempo da dedicare a se stessi, fermarsi un po’, sentire cosa accade dentro di noi.

Da anni insegniamo alle persone a rilassarsi e ad ascoltare il proprio corpo attraverso il training autogenoe ad ogni corso rimaniamo affascinate dalla meraviglia che provano le persone che scoprono di avere un enorme potere dentro di sé, il potere di decidere come vivere la propria vita.

Senza fermarsi ad ascoltare non si può raggiungere la consapevolezza che porta al cambiamento che permette di imparare a vedere il bicchiere mezzo pieno.

Dunque, il consiglio è di cercare il bello che esiste nel mondo e allenarci a cercare il lato positivo di ciò che ci accade anche quando sembra davvero difficile.

Provare per credere!

Dal Sito: psicologiabenessere.it 

martedì 2 giugno 2020

Ascoltiamo la nostra paura, sarà lei a guidarci lungo i nostri limiti





E’ proprio la PAURA a guidarci lungo i nostri LIMITI, ascoltiamola! I nostri limiti hanno a che fare con le nostre PAURE.

Se ci poniamo dei limiti troppo ristretti non cresciamo, non ci diamo la possibilità di guardare oltre. Tutto quello che sta oltre ci è sconosciuto e l’ignoto ci spaventa, sempre. Questo ci blocca, ci fa rimanere fermi e non ci fa evolvere.

 Se al contrario ci poniamo dei limiti troppo ampi rischiamo di non crescere ugualmente, perchè iniziamo a pretendere troppo da noi stessi e se un obiettivo non riusciamo a raggiungerlo, reagiamo a questo come una sconfitta o un fallimento. La sensazione di fallimento ci blocca perchè alimenta quella paura di sbagliare un’altra volta, di non farcela un’altra volta, accresce la paura di riprovarci ancora, di rimettersi in gioco.

Siamo abituati a credere che persuperare i nostri limiti occorre impegno, impegno, impegno, determinazione, determinazione, e ancora impegno, impegno… ma che gran fatica!

Non tutto si ottiene con impegno e determinazione!  Innanzitutto i nostri limiti non vanno superati ma vanno ampliati un pò per volta, un passo alla volta. Il primo passo è quello di conoscere i nostri limiti. Il nostro strumento e la nostra risorsa più efficace per conoscerli sai qual è? E’ proprio la paura.

La paura sa farci camminare lungo i nostri limiti, non prima, non oltre. Lungo i nostri limiti, proprio li, la zona appena prima dei nostri limiti. Proprio da li possiamo ampliare i nostri limiti. Proprio qui, in questo punto, possiamo imparare a crescere, evolvere, progredire.

Perciò non possiamo ampliare i nostri limiti se prima non sperimentiamo le nostre paure, il nostro coraggio, la nostra curiosità.
Attraverso la paura possiamo allargare la linea dei nostri limiti e trovare il coraggio di fare il primo passo e poi il prossimo passo ancora.

E’ la paura, proprio la paura a renderci coraggiosi. E’ proprio la paura che ci permette di guardare e conoscere i nostri limiti. E’ proprio la paura a guidarci lungo i nostri limiti. E’ proprio la paura che ci permette di sperimentare il nostro coraggio e grazie al coraggio possiamo ampliare i nostri limiti.

Perché abbiamo paura della nostra paura?

Quante risorse sa fornirci la paura, eppure abbiamo tutti paura della paura! Perchè? Perchè siamo abituati a considerare la paura come un’emozione negativa e quindi nociva per noi, un’emozione da evitarequindi. In realtà la paura è un’emozione e in quanto tale va accolta, riconosciuta, accettata, vissuta. Ascoltiamo la nostra paura e sicuramente da qualche parte ci porterà! Ascoltiamola, sarà lei, la paura, a guidarci!

La paura non va quindi assolutamente evitata perchè se evitiamo la paura perdiamo ogni preziosa occasione di andare oltre, di guardare oltre, di vivere oltre i nostri limiti. Se evitiamo la paura rischiamo di rimanere fermi, di non crescere, non evolvere, e soprattutto rischiamo di non conoscere le infinite possibilità del nostro Sè, del nostro Essere.

Riporto qui di seguito un bellissimo monologo di un film, che adoro, “Happy Family“, un monologo che ci fa capire che TUTTI abbiamo paura: il Monologo sulla Paura.


”Il problema è che abbiamo paura, basta guardarci.
Viviamo con l’incubo che da un momento all’altro tutto quello che abbiamo costruito possa distruggersi.
Con il terrore che il tram su cui siamo possa deragliare.
Paura dei bianchi, dei neri, della polizia e dei carabinieri;
con l’angoscia di perdere il lavoro ma anche di diventare calvi, grassi, gobbi, vecchi, ricchi.
Con la paura di perdere i treni e di arrivare tardi agli appuntamenti;
che scoppi una bomba, di rimanere invalidi;
di perdere un braccio, un occhio, un dente, un figlio, un foglio.
Un foglio su cui avevamo scritto una cosa importantissima.
Paura dei terremoti, paura dei virus;
paura di sbagliare, paura di dormire;
paura di morire prima di aver fatto tutto quello che dovevamo fare.
Paura che nostro figlio diventi omosessuale, di diventare omosessuali noi stessi.
Paura del vicino di casa, delle malattie, di non sapere cosa dire;
di avere le mutande sporche in un momento importante.
Paura delle donne, paura degli uomini;
paura dei germi dei ladri, dei topi e degli scarafaggi.
Paura di puzzare, paura di votare, di volare;
paura della folla, di fallire;
paura di cadere, di rubare, di cantare;
paura della gente;
Paura degli altri”.

Dal Sito: psicoadvisor.com

Cosa spinge certe persone a criticare gli altri? Le proiezioni psicologiche




“Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un’opera di teatro, ma non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca priva di applausi.” Lo diceva Charlie Chaplin. Questo pensiero offre molti spunti di riflessione.

Vi siete mai soffermati a pensare quante volte vi trovate a giudicare qualcuno ogni giorno?

Quante sono le critiche che sentiamo e quante quelle che facciamo da quando ci svegliamo a quando andiamo a letto? Sicuramente saranno molte o in ogni caso, un numero sempre troppo elevato per poter vivere con la serenità mentale di cui abbiamo bisogno.

Uno dei segreti che ci insegna la filosofia buddista per riscoprire la pace spirituale è di non criticare, mai. Tuttavia, questo è probabilmente uno dei principi più difficili da applicare dato che siamo portati a criticare per natura. Vediamo qualcosa che non ci piace o non soddisfa le nostre aspettative e valori, e lo critichiamo immediatamente.

Ci sono persone che sono veri e propri specialisti in questo campo, sono persone che vivono praticamente solo per criticare ciò che fanno gli altri. Ma vi siete mai chiesti cosa si cela dietro ad una critica?

Il meccanismo della proiezione

Innanzitutto che cos’è esattamente la proiezione? Si tratta di quel meccanismo di difesa attraverso cui il soggetto espelle da sé e localizza nell’altro (persona o cosa), sentimenti, desideri o qualità che sono suoi ma che egli non riconosce o rifiuta in sé.

In un’accezione prettamente psicanalitica questo meccanismo di difesa serve a fare economia mentale, dal momento in cui ci libera di sensazioni, emozioni, sentimenti, caratteristiche che sono percepiti come sgradevoli e non si vuole tenere per sé.

Il SE’ rinnegato

Ecco perché dobbiamo stare ben attenti ogni qualvolta ci troviamo a formulare giudizi rigidi e lapidari nei confronti degli altri.

Se guardassimo bene e attentamente dentro di noi ci accorgeremmo che quelle persone che noi critichiamo sono portatrici di caratteristiche che noi stessi non riconosciamo di avere: possiamo dire che quelle persone portano caratteristiche che risiedono, per dirla con Jung, nella nostra parte Ombra, o che fanno parte di quelli che chiamiamo i nostri sé rinnegati.

In ogni caso si tratta di quelle parti che noi non vogliamo accettare di avere: vuoi per motivi religiosi, etici, morali, educativi, familiari, si tratta di caratteristiche che se ammettessimo di avere, manderebbero in crisi un certo coerente sistema valoriale-personale sul quale per anni ci siamo costruiti.

Basterebbe comprendere che questa è una falsa individuazione: ci facciamo forti dell’essere persone moralmente rette, ma dentro una parte di noi vorrebbe essere smaliziata e priva di inibizioni; ci facciamo forti di essere abili risparmiatori come ci ha insegnato il papà, ma di fatto dentro di noi c’è una parte più spendacciona che vorrebbe emergere e trovare spazio; ci consideriamo fieramente riservati e attenti al buon comportarsi quando in realtà c’è la parte di noi più casinista e sfacciata che vorrebbe essere ascoltata. E così via.

In pratica, molte delle persone che si dedicano a criticare gli altri cercano semplicemente di distrarre la loro mente dal disagio esistenziale che stanno vivendo. Criticano gli altri per non essere costrette a criticare se stesse e non dover prendere delle misure per risolvere i loro problemi. Quindi, si limitano a guardare la pagliuzza nell’occhio altrui ignorando la trave che c’è nei loro occhi.

Ma, come avviene nel concreto questo meccanismo? Lo possiamo riconoscere in tantissime occasioni: ad esempio interroghiamoci quando chiamiamo “poco di buono” una donna solo perchè ha un fare molto espansivo con gli uomini; interroghiamoci quando critichiamo il vicino che compra sempre un cellulare nuovo ogni mese; interroghiamoci quando critichiamo l’amico buffone che fa l’idiota del villaggio.

Non vorremmo forse essere un pò smaliziate come quelle che chiamiamo “poco di buono”? Non vorremmo forse spendere più soldi come il vicino di casa ma non possiamo permettercelo?

Non vorremmo forse essere più espansivi come l’amico buffone? Se pensiamo che qualcuno stia con con noi per raggiungere degli scopi, per interesse, quegli obiettivi sono i nostri. Se pensiamo sempre che il nostro partner ci tradisca è perchè noi siamo dei potenziali traditori nelle medesime situazioni in cui lo immaginiamo tradirci.

Conoscete la storia dei tre setacci?

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza.

Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:
“Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?”

“Un momento“, rispose Socrate, “Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.”
“I tre setacci?”

“Sì“, continuò Socrate. “Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Io lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è VERO?”
“No… ne ho solo sentito parlare.”

“Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di BUONO?”
“Ah no, al contrario!”

“Dunque“, continuò Socrate, “vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. È UTILE che io sappia cosa avrebbe fatto questo amico?”
“No, davvero.”

“Allora“, concluse Socrate, “se ciò che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile, io preferisco non saperlo; e consiglio a te di dimenticarlo.“

La storia dei  tre setacci di Socrate è un grande insegnamento per portarci a riflettere prima di parlare male degli altri o ascoltare le maldicenze altrui.

Come uscire da questa trappola?

Impariamo a riconoscere quando e cosa stiamo proiettando sull’altro;

Impariamo ad accettare che quello che stiamo proiettando è un qualcosa che risiede dentro di noi da qualche parte del nostro sé

In effetti, si tratta di un cammino di consapevolezza che implica grande capacità e sforzo di mettersi in discussione. È un cammino non privo di sofferenze che spesso implica il sostegno di uno psicologo, che aiuti progressivamente ad accettare che non siamo fatti di poche parti rigide, ma di molte parti flessibili.

Concludo con una citazione di Osho che parla proprio della proiezione:

“Quando vedi rabbia negli altri,
va e scava profondamente dentro di te
e vedrai che quella rabbia
si trova anche lì.
Quando vedi troppo ego negli altri,
va semplicemente dentro di te
e vedrai quell’ego seduto lì dentro.
La dimensione interiore
opera come un proiettore:
gli altri diventano schermi
e tu inizi a vedere dei film su di loro,
che di fatto sono solo i nastri registrati
di ciò che tu sei”

lunedì 1 giugno 2020

Imparate a prendervi emotivamente cura di voi, imparate ad essere forti per voi stessi.


Anche la persona più forte si stanca di essere ferita, boicottata e manipolata, perché il cuore forte non è un cuore freddo né immune alla malvagità o all’affetto interessato. Tutti abbiamo dei limiti, ma le persone abituate a “resistere” sono quelle che soffrono di più, quelle che impiegano più tempo a reagire.

Una cosa che spesso viene concepita in maniera erronea è che la persona emotivamente forte sappia controllare i suoi sentimenti. Al giorno d’oggi, nonostante la facilità con cui maneggiamo termini ed espressioni associati alla cosiddetta “intelligenza emotiva”, crediamo ancora in concetti sbagliati, ad esempio siamo convinti che l’emozione sia l’opposto della ragione.

Quando immaginiamo un cuore forte, visualizziamo quasi subito una persona protetta da una pesante armatura, qualcuno che riesce a mantenere la mente lucida e lo sguardo fisso per controllare il mondo complesso degli affetti e dei sentimenti, a volte troppo doloroso ed esigente. Tuttavia, una persona forte non sempre possiede questo genere di architettura psicologica.

La resistenza, o forza emotiva, spesso risponde ad un compromesso personale che una persona raggiunge con gli altri. Significa mostrarsi solidi quando c’è da aiutare qualcuno in difficoltà, cercando di essere utili, vicini. Sono profili che si innalzano come l’albero di una nave in una notte di tempesta, sono il pilastro a cui tutti si appoggiano, la roccia che tutti calpestano per attraversare un fiume.

Sembrano forti, fino a che un giorno non si spezzano o semplicemente si stancano. Vi invitiamo a riflettere sull’argomento.

Molte volte, quando una persona va in terapia in cerca di aiuto, la prima cosa che svela è di essere stanca. Prova una stanchezza mai provata prima, è esasperata, esausta e con la chiara sensazione di aver raggiunto il limite delle proprie forze. Le analisi mediche non rivelano alcun problema di salute, tuttavia questa persona ha perso la sua vitalità.

Una cosa che dovremmo aver chiara riguardo all’aiuto psicologico o la psicoterapia è che non viene richiesta solo per personalità instabili, profili con bisogni clinici concreti o pazienti che mancano di strategie adeguate per gestire emozioni e problemi.

A volte la psicoterapia serve anche alle persone consapevoli di aver superato il loro livello di stress. Ogni giorno mettono in atto meccanismi per affrontare la situazione, conoscono la mindfulness ed altre tecniche che hanno provato a mettere in pratica senza alcun beneficio. Il loro impegno e la capacità di prendersi cura di sé sono ormai talmente diluiti dalla stanchezza che queste persone non si riconoscono più davanti allo specchio. Ma ero una persona così forte! Cosa mi è successo?

Il loro cervello ha detto basta. Se approfondiamo un po’ le loro realtà personali, ci rendiamo conto che hanno un gran carico di responsabilità sulle spalle, sul cuore. In realtà, più che persone forti sono personalità abituate a praticare una resistenza estrema e poco sana, dove non esiste l’auto-protezione.

Sono donne e uomini abituati a mettere a tacere le loro necessità per mostrare forza ed essere, quindi, quella luce costante ed eterna per gli altri. Tuttavia, spesso in cambio non ricevono altro che amarezza, egoismo e solitudine.

Immaginiamo per un momento un tapis-roulant. La persona che ha bisogno di essere forte è abituata ad un ritmo di velocità e di esigenza molto elevato. Si sente orgogliosa di sé, il suo è un cuore forte, pensa che riuscirà a mantenere questo ritmo per tutta la vita.

Tuttavia, prima o poi, arrivano i crampi, il dolore e la stanchezza. Il tapis-roulant continua a muoversi con la stessa intensità, gli altri che sono attorno continuano imperturbabili con le loro richieste ed esigenze, senza accorgersi del malessere della persona, che sia un familiare, il partner, un amico, un collega. Il nostro protagonista, però, è arrivato al limite e non sa come fermare quel tapis-roulant, quella spirale distruttiva.

Cosa dovremmo fare in questo caso? Diminuire il ritmo, ridurre l’intensità? Assolutamente no. La cosa migliore da fare in una situazione del genere è fermarsi: il cuore ha bisogno di riprendersi.

Non avete bisogno di prendere fiato. Avete bisogno di essere forti per voi stessi, e non solo per gli altri, e dunque dovete realizzare dei cambiamenti, imboccare il cammino della svolta in maniera armoniosa, consapevole e sana.

Valutate per qualche minuto le seguenti proposte:

  • Rinunciate ai conflitti, ai problemi o alle situazioni che non hanno soluzione. Avete già sprecato molto tempo ed energie in cose o persone per cui ne valeva la pena.
  • Non aspettatevi che le persone agiscano come fareste voi. È motivo di grande ed insopportabile frustrazione.
  • Iniziate a prendere coscienza dei vostri bisogni, ascoltateli ogni giorno e date essi la priorità.

Ricordate soprattutto una cosa: non siete degli eroi. La vostra funzione non è quella di rendere possibile l’impossibile, non siete maghi né architetti di ponti dove non esistono fiumi. Non potete nemmeno salvare l’insalvabile né donare felicità a chi non vuole saperne di allegria, rispetto o reciprocità.


Dal Sito: aprilamente.info 

La vita non è solo lavoro, pagare bollette e morire


Quello che sto cercando di dirti è che la vita non è solo lavorare e avere tutti questi impegni, la vita deve essere vissuta! Vuoi saperne di più? Resta fino alla fine e lasciati ispirare da noi oggi.

È vero che se il denaro non fa la felicità è difficile immaginare chi la possa realmente fare. Spero che ci siano persone che non sono ricche ma comunque molto più serene di molti ricchi.

Tutto dipende da quali sono le nostre priorità: se seguiamo i dettami del consumismo, siamo come dei criceti che corrono perennemente su una ruota sempre senza raggiungere la loro destinazione, ma penso proprio che non siamo nati per questo.

Nella nostra vita bisogna lavorare solo per ottenere ciò che è necessario, dovremmo passare la maggior parte del tempo con la nostra famiglia, gli amici, coltivando le nostre passioni, godendo di tutto ciò che la nostra terra offre, nutrendoci.

Nella vita ciò che conta va ben oltre ciò che realmente facciamo ogni giorno, come alzarci presto, vestirci, dirigerci al lavoro, tornare a casa stanchi, mangiare, fare una doccia e andare a dormire.

La vita è un soffio, va vissuta giorno per giorno, minuto per minuto… vivi più che puoi, fai ciò che hai sempre voluto fare, vai avanti, segui il tuo intuito, fatti guidare! E soprattutto non pentirti mai di nulla, vivi più che puoi, perché ricordati una cosa, oggi ci sei, domani non si sa!


Dal Sito: aprilamente.info