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mercoledì 17 giugno 2020

Ansia, depressione, rabbia: epidemie post lockdown?



Una notizia che rimbalza molto in queste ultime settimane, e che sta mettendo in allarme gli studiosi della salute mentale, è l’aumento dei disagi psicologici, a seguito del lockdown attuato per gestire l’emergenza sanitaria creatasi con il diffondersi del Covid 19.

Il Covid 19 ci ha messo tutti in contatto con le nostre vulnerabilità individuali, relazionali, familiari, economiche, di salute, tra queste:

  • la paura del contagio
  • la separazione dai propri cari
  • la perdita della libertà
  • l’incertezza rispetto al futuro
  • la noia
  • la convivenza forzata.

Se per alcune persone, entrare a contatto con le proprie vulnerabilità, è stata un’occasione per fortificarsi, cambiare qualche aspetto della propria vita precedente, rivedere le proprie abitudini individuali, relazionali e/o familiari, diventare più saggi; molti studi rilevano come per tante persone l’emergenza che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo può avere diversi effetti psicologici negativi, tra cui confusione, ansia, depressione, irritabilità, rabbia, sintomi da stress post traumatico.

Il Covid 19 potrebbe favorire il diffondersi di un’altra epidemia, non medica, ma psicologica.

Per alcuni il periodo della quarantena è stato un tempo ritrovato. Un’occasione per liberarsi dalla frenesia della vita quotidiana e ritrovarsi, per ritrovare hobby dimenticati da tempo, riscoprire nuove risorse interiori, dedicarsi alla realizzazione di quel progetto tanto desiderato, curare le relazioni con i propri cari. E’ stato un momento arricchente per se stessi, un’occasione, come ho detto sopra, per fortificarsi e affrontare il post quarantena con una vitalità nuova.

Per molti, tuttavia, ritornare alla normalità, non è facile.

La crisi che ci ha coinvolto interferisce con la nostra comprensione del mondo, facendo vacillare le certezze precedenti e la fiducia nei sistemi sanitari, economici, educativi. Il coronavirus ha coinvolto tutti e ha portato a confrontarsi con il senso di impotenza sulle nostre vite e sul mondo. La fase 2 di questa emergenza sanitaria, inoltre, ha come caratteristica l’incertezza sul futuro e ci rende difficile programmare la nostra vita. Tutti questi aspetti generano angoscia.

In questo periodo, molte persone sono costrette ad affrontare il tema della perdita. La perdita dei propri cari, avvenuta in momento storico particolare che a causa delle restrizioni non ha permesso di dare l’ultimo saluto alla persona cara o di radunarsi con gli altri per condividere il proprio dolore. Aspetti essenziali nel lutto e possono rendere difficoltosa la sua elaborazione.

Il lento ritorno alla normalità, tanto desiderata durata il lockdown, non è così semplice.

Il coronavirus ci ha portato a fare i conti anche con la perdita di occupazione, la perdita dovuta al calo lavorativo. In alcuni casi bisogna fare i conti con lo sconvolgimento finanziario e con la ripresa di un’attività lavorativa molto compromessa, e questo genera inevitabilmente ansie, preoccupazioni, maggiore irritabilità.

Se la vita di prima era improntata più sul senso del dovere, era caratterizza da stress, difficoltà relazionali, il lockdown può aver rappresentato uno stacco benefico che ha aumentato i momenti di piacere quotidiani. In questi casi riprendere i ritmi di vita di prima, può generare un senso di insoddisfazione, di malessere, se non addirittura di ansia o rabbia, dovuto al doversi riadattare ad una realtà che si tollera poco, nella quale ci si sente “stretti”, incastrati.

Per altri, invece, il periodo del lockdown è stato un periodo pesante, che non ha permesso di contattare le proprie risorse, tutt’altro, li ha messi di fronte ad aspetti di sé e della propria vita che tendevano ad evitare, grazie anche allo stile di vita che conducevano prima che non li portava mai a fermarsi, a riflettere e ad ascoltarsi. Possono essersi “scoperchiate” paure, rabbia, difficoltà, rancori, solo apparentemente dimenticati.

Cosa possiamo fare?

“La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti”. (John Lennon)

Questa espressione di John Lennon rappresenta un po’ quello che è accaduto a tutti noi a seguito dall’emergenza del COVID 19: ognuno intento nel realizzare il proprio progetto di vita, i propri obiettivi, i propri sogni si è ritrovato a vivere in una realtà surreale in un tempo sospeso, in cui ci si deve confrontare con le proprie fragilità e il proprio senso di impotenza di fronte gli imprevisti che possono accadere.

Soltanto ripartendo da noi, dall’ascolto e dall’accettazione delle nostre emozioni, anche quelle spiacevoli, normali da vivere in questa situazione, soltanto ripartendo dai nostri obiettivi, riadattandoli in maniera concreta alla situazione attuale, potremmo riacquistare un nuovo equilibrio in una situazione dagli esiti ancora incerti.

Nei casi, tuttavia, in cui si è travolti dalle emozioni, non si riesce a stabilire nuovi obiettivi, né a riadattarli alla situazione, è opportuno chiedere aiuto, se necessario anche un supporto psicologico, prima che la situazione si comprometta ulteriormente.


Dal Sito: benessere4u.it

martedì 2 giugno 2020

Ascoltiamo la nostra paura, sarà lei a guidarci lungo i nostri limiti





E’ proprio la PAURA a guidarci lungo i nostri LIMITI, ascoltiamola! I nostri limiti hanno a che fare con le nostre PAURE.

Se ci poniamo dei limiti troppo ristretti non cresciamo, non ci diamo la possibilità di guardare oltre. Tutto quello che sta oltre ci è sconosciuto e l’ignoto ci spaventa, sempre. Questo ci blocca, ci fa rimanere fermi e non ci fa evolvere.

 Se al contrario ci poniamo dei limiti troppo ampi rischiamo di non crescere ugualmente, perchè iniziamo a pretendere troppo da noi stessi e se un obiettivo non riusciamo a raggiungerlo, reagiamo a questo come una sconfitta o un fallimento. La sensazione di fallimento ci blocca perchè alimenta quella paura di sbagliare un’altra volta, di non farcela un’altra volta, accresce la paura di riprovarci ancora, di rimettersi in gioco.

Siamo abituati a credere che persuperare i nostri limiti occorre impegno, impegno, impegno, determinazione, determinazione, e ancora impegno, impegno… ma che gran fatica!

Non tutto si ottiene con impegno e determinazione!  Innanzitutto i nostri limiti non vanno superati ma vanno ampliati un pò per volta, un passo alla volta. Il primo passo è quello di conoscere i nostri limiti. Il nostro strumento e la nostra risorsa più efficace per conoscerli sai qual è? E’ proprio la paura.

La paura sa farci camminare lungo i nostri limiti, non prima, non oltre. Lungo i nostri limiti, proprio li, la zona appena prima dei nostri limiti. Proprio da li possiamo ampliare i nostri limiti. Proprio qui, in questo punto, possiamo imparare a crescere, evolvere, progredire.

Perciò non possiamo ampliare i nostri limiti se prima non sperimentiamo le nostre paure, il nostro coraggio, la nostra curiosità.
Attraverso la paura possiamo allargare la linea dei nostri limiti e trovare il coraggio di fare il primo passo e poi il prossimo passo ancora.

E’ la paura, proprio la paura a renderci coraggiosi. E’ proprio la paura che ci permette di guardare e conoscere i nostri limiti. E’ proprio la paura a guidarci lungo i nostri limiti. E’ proprio la paura che ci permette di sperimentare il nostro coraggio e grazie al coraggio possiamo ampliare i nostri limiti.

Perché abbiamo paura della nostra paura?

Quante risorse sa fornirci la paura, eppure abbiamo tutti paura della paura! Perchè? Perchè siamo abituati a considerare la paura come un’emozione negativa e quindi nociva per noi, un’emozione da evitarequindi. In realtà la paura è un’emozione e in quanto tale va accolta, riconosciuta, accettata, vissuta. Ascoltiamo la nostra paura e sicuramente da qualche parte ci porterà! Ascoltiamola, sarà lei, la paura, a guidarci!

La paura non va quindi assolutamente evitata perchè se evitiamo la paura perdiamo ogni preziosa occasione di andare oltre, di guardare oltre, di vivere oltre i nostri limiti. Se evitiamo la paura rischiamo di rimanere fermi, di non crescere, non evolvere, e soprattutto rischiamo di non conoscere le infinite possibilità del nostro Sè, del nostro Essere.

Riporto qui di seguito un bellissimo monologo di un film, che adoro, “Happy Family“, un monologo che ci fa capire che TUTTI abbiamo paura: il Monologo sulla Paura.


”Il problema è che abbiamo paura, basta guardarci.
Viviamo con l’incubo che da un momento all’altro tutto quello che abbiamo costruito possa distruggersi.
Con il terrore che il tram su cui siamo possa deragliare.
Paura dei bianchi, dei neri, della polizia e dei carabinieri;
con l’angoscia di perdere il lavoro ma anche di diventare calvi, grassi, gobbi, vecchi, ricchi.
Con la paura di perdere i treni e di arrivare tardi agli appuntamenti;
che scoppi una bomba, di rimanere invalidi;
di perdere un braccio, un occhio, un dente, un figlio, un foglio.
Un foglio su cui avevamo scritto una cosa importantissima.
Paura dei terremoti, paura dei virus;
paura di sbagliare, paura di dormire;
paura di morire prima di aver fatto tutto quello che dovevamo fare.
Paura che nostro figlio diventi omosessuale, di diventare omosessuali noi stessi.
Paura del vicino di casa, delle malattie, di non sapere cosa dire;
di avere le mutande sporche in un momento importante.
Paura delle donne, paura degli uomini;
paura dei germi dei ladri, dei topi e degli scarafaggi.
Paura di puzzare, paura di votare, di volare;
paura della folla, di fallire;
paura di cadere, di rubare, di cantare;
paura della gente;
Paura degli altri”.

Dal Sito: psicoadvisor.com

martedì 27 agosto 2019

Paura dell abbandono 



La paura dell’abbandono è una paura comune ed è possibile identificarne le origini nella nostra infanzia. È normale che un bambino piccolo sperimenti allarme se l’adulto che si prende cura di lui si allontana. Ed è altresì normale che il bambino, di conseguenza, agisca comportamenti orientati alla soddisfazione del bisogno di vicinanza con essa.

Ripetute esperienze di sintonizzazione all’interno della relazione tra bambino e adulto di riferimento avranno un impatto positivo sullo sviluppo di molte funzioni del bambino. Tra queste, anche quelle deputate alla capacità di poter tollerare, gradualmente, le separazioni.

Perché da adulti abbiamo paura di essere abbandonati?

Nella storia delle persone che sperimentano ricorrentemente il timore di essere abbandonati è possibile identificare esperienze di abbandono, instabilità e perdita durante l’infanzia.

Queste solitamente riguardano un genitore o comunque una persona affettivamente molto significativa per il bambino. Possono includere, ad esempio, una grave malattia, un grave incidente, la morte o altri eventi che abbiano implicato un importante allontanamento.

Tuttavia, non è detto che sia necessario sperimentare eventi di questo tipo per sviluppare un’intensa paura dell’abbandonoche permane anche in età adulta. È infatti noto come ripetute esperienze di non adeguata sintonizzazione delle figure che si prendono cura del bambino col bambino stesso possano predisporre a sperimentare ansia di separazione in età evolutiva e paura di essere abbandonati in età adulta.

Paura dell’abbandono: quali conseguenze?

Per alcune persone il timore di essere abbandonati si manifesta come una costante in tutte le relazioni intime o nella maggior parte di esse. Tale timore è di solito associato alla sensazione che le persone importanti siano instabili o non affidabili. Per questo motivo non continueranno nel tempo a offrire sostegno, supporto, presenza e affetto, abbandonando la persona o addirittura “sostituendola” con qualcun altro “migliore” di lei.

Tale vissuto è associato all’incapacità di poter prendere in considerazione la possibilità che le relazioni possano finire, che l’altro possa allontanarsi, o addirittura lasciarci. Così, ogni comportamento della persona sarà orientato al mantenimento della relazione, magari nella convinzione che questo significhi “amare”.

Tuttavia, quando questa paura abbandonica è molto intensa, diventa estremamente difficile riuscire a “vedere” davvero l’altro per quello che è nella realtà e poterne apprezzare così, ad esempio, le reali qualità o difetti. Viene così a mancare un importante requisito necessario al fine di poterlo scegliere (o meno) come partner e di provare amore autentico per lui. Quello che prevale in questi casi è, infatti, l’obiettivo di evitare l’evento separazione “in sé” che, vissuto come abbandono, genererebbe emozioni estremamente dolorose.

Le modalità di gestione del timore di essere abbandonati

Tutte queste dinamiche implicano il fatto che le relazioni intime siano associate a pensieri (vissuti talvolta come certezza) relativi al fatto che ogni relazione sarà comunque destinata inesorabilmente a finire. E questo può portare a essere terrorizzati all’idea di legarsi a qualcuno. Così, una prima conseguenza della presenza di intensa paura di abbandono può essere quella di non legarsi davvero agli altri, evitando ogni relazione intima.

Se invece una persona che sperimenta un forte timore dell’abbandono si lega a qualcuno solitamente è possibile riscontrare due differenti scenari.

Nel primo, il timore di essere abbandonati potrebbe condurre “paradossalmente” alla scelta di partner instabili, inaffidabili o comunque poco disponibili ad impegnarsi nella relazione, finendo così per confermare e alimentare il timore stesso.

Nel secondo scenario invece, la persona può sperimentare una relazione stabile. Tuttavia, la convinzione che le relazioni affettive importanti non dureranno, potrebbe comunque portarla a vivere costantemente con la sensazione e il timore che l’altro se ne andrà. Questo implica il poter sperimentare preoccupazioni costanti, associate a livelli di sofferenza soggettiva più o meno intensa. Questi generalmente aumentano esponenzialmente in intensità quando si verificano episodi che vengono interpretati come conferme del potenziale temuto abbandono.

Emozioni e comportamenti associati al timore abbandonico

Tali eventi possono essere reali (un ritardo del partner nel rientrare a casa), immaginati (immaginare il partner con un’amica), o riguardare l’interpretazione completamente distorta di eventi del tutto “normali”. Domina in genere la gelosia ossessiva. In tutti e tre i casi si potranno manifestare conseguenze come ansia, paura, angoscia, dolore intenso fino alla sensazione di andare in pezzi, incubi, rimuginio e ruminazione.

Inoltre, aumenta la probabilità di adottare comportamenti orientati a monitorare e mitigare la minaccia e prevenire il temuto abbandono (come ad esempio richieste di rassicurazioni continue al partner). Queste “paradossalmente” aumenteranno la probabilità che il partner si allontani davvero confermando e alimentando, ancora una volta, il timore iniziale abbandonico.

Cosa fare per gestire la paura dell’abbandono?

Primo suggerimento

Il primo passo necessario per poter fare qualcosa di utile e funzionale è la consapevolezza di come funzionino certi meccanismi. Occorre comprendere cosa sta succedendo nelle proprie relazioni e perché.

Secondo suggerimento

Il secondo passo include invece l’agire nel presente affinché certe modalità relazionali non si riattivino costantemente. Quindi, fare qualcosa per cambiare e modificare concretamente il nostro agire, soprattutto nelle relazioni. Questo implica il rendersi conto, nella quotidianità, delle dinamiche che si attivano. Serve fare un passo indietro per poter sperimentare, seppur con difficoltà, nuove modalità comportamentali. Qualcosa di alternativo a ciò che, automaticamente, avremmo la tendenza a mettere in atto.

Ad esempio, in una situazione nella quale il partner sta tardando senza avvisare, potrebbe essere utile allenarsi a riconoscere i propri pensieri e le proprie emozioni che ne derivano. Si può poi scegliere di adottare comportamenti che siano più funzionali per sé (e forse per la relazione stessa).

Terzo passo

Un altro passo da poter fare è quello di esporsi, gradualmente, alle situazioni e alle sensazioni maggiormente temute. Talvolta il timore dell’allontanamento dell’altro è legato anche al timore di non potercela cavare da soli. Può quindi essere utile fare esperienze da soli che ci permettano di farci sentire più competenti e autonomi. Che incrementino il nostro senso di efficacia personale.

Quarto suggerimento

Se nella nostra storia relazionale abbiamo avuto spesso la tendenza ad annullarci per allinearci a quelli che erano i desideri degli altri, è importante imparare a conoscersi davvero come individui. Serve riscoprirsi (chi sono io oggi? cosa mi piace davvero? di cosa ho bisogno? cosa non mi piace?).

Quinto suggerimento

Infine, è importante imparare a prendersi cura di sé, del proprio senso di vuoto e delle proprie vulnerabilità e a “nutrirsi”, a prescindere dall’altro.

Tutti questi processi, consentendoci di vedere meglio noi stessi (e l’altro) per quel che davvero si è, diventano importanti anche al fine di poter sperimentare una relazione che sia veramente appagante e soddisfacente.

Conclusioni

Se la paura dell’abbandono e le sensazioni ad essa associate sono intense difficilmente potranno scomparire del tutto. Così, diventa utile imparare a dare loro spazio, non sforzandosi di allontanarle. Questo diventa importante perché cercare di allontanare certe sensazioni espone al rischio di sentirle “di più”. È invece possibile imparare a “convivere” con esse ma agendo comunque, da adulti consapevoli e responsabili del nostro benessere, verso una vita che sia per noi piena e significativa, nonostante la loro presenza.

Essere consapevoli di certi meccanismi e impegnarsi in un percorso di cambiamento può condurre a modificazioni, anche molto rilevanti, nell’intensità con cui certe sensazioni ed emozioni si sperimentano. Non è facile sperimentarsi in modalità così diverse da quelle cui siamo abituati. E non è facile tollerare le emozioni che questo comporta. La psicoterapia può essere un utile mezzo per incrementare la consapevolezza di certe dinamiche, per dare loro un significato. Aiuta a contenere le esperienze emotive dolorose che le accompagnano e sperimentarsi in nuove modalità, nonostante la comprensibile paura.

Dal Sito: ipsico.it

mercoledì 22 maggio 2019

Paura di essere se stessi: come affrontarla e superarla

Una delle paure più frequenti, anche se non sempre riconosciuta, è quella di essere se stessi.
Si tratta di una sorta di circolo vizioso per il quale l’individuo si spacca in due, dividendosi tra ciò che è e ciò che decide di essere. Un conflitto costante che porta a reprimere e a nascondere la vera natura in nome di qualcosa che si pensa possa essere accettata con più facilità dal mondo esterno.
Di questi tempi sono sempre di più le persone che fingono di essere ciò che non sono e che seppur frustrate cercano di seppellire la propria identità, nascondendola persino a se stessi. Ciò spinge verso uno stato di confusione unico che può portare a non sapere più cosa si desidera. Un processo che coinvolge le emozioni umane, generando frustrazioni, ansie, depressioni e persino delle fobie.
Perché quando si nasconde qualcosa di se, la si nasconde nel profondo ma non la si fa mai sparire davvero. E dal profondo, quella parte cercherà sempre di uscire, urlando a gran voce e mostrandosi attraverso ansie, attacchi di panico, costante nervosismo e persino apatia.
Ne consegue, quindi, che l’unico modo per essere felici è quello di accettare l’idea di essere se stessi, far pace con le caratteristiche di se che non si amano e con il fatto che si potrà non piacere a tutti e andare incontro ad una sensazione di libertà che se all’inizio potrà persino spaventare, una volta sperimentata sarà così piacevole da non voler più tornare indietro.

La paura di essere se stessi nasce piuttosto presto e molte volte dipende dalle persone che ci circondano. Quando si nasce si è liberi, desiderosi di esprimere le proprie emozioni e incapaci di prevedere le reazioni che gli altri avranno per ogni azione. Questo modo di essere spinge a volte a sbagliare, altre a sentirsi felici e molte altre a subire i rimproveri di genitori, insegnanti o altre figure di rilievo. Con il tempo si apprende quindi che ad ogni azione corrisponde una reazione e che per la società ce ne sono alcune che vanno bene ed altre che invece possono non essere piacevoli.
E se questa consapevolezza può spingere alcuni ad agire in modo “costruito” quando sono in determinati contesti, in altre persone magari più sensibili o con un vissuto fatto di rimproveri, può creare una sorta di limite nel quale cercheranno di diventare ciò che gli altri si aspettano da loro e tutto con la conseguenza di perdere di vista la propria identità o di smettere di accettarla pur avendola sotto gli occhi.
La verità è che se non si fa male a nessuno, essere se stessi è una forma di libertà che dovrebbe essere vissuta come un diritto e un dovere verso se stessi.
Certo, se si ama girare nudi non lo si potrà fare in giro ma questo non vuol dire che a casa si debba necessariamente evitare solo perché socialmente non è una scelta condivisibile.
Lo stesso vale per le ideologie, per le scelte musicali e per il modo di sentire e vivere le emozioni.
Chi ha paura di essere se stesso, infatti, il più delle volte finisce con l’isolarsi, privarsi di tanti piaceri e finire con il chiudersi in un guscio che può portare ad apatia e depressione o, al contrario, a frustrazione perenne e rabbia verso gli altri.

Come fare, quindi, ad uscire da questa prigionia? La soluzione è semplice e risiede nell’accettare se stessi. Per farlo, però, occorrono alcuni step indispensabili:

Riscoprire se stessi. Spesso il vero problema nell’essere se stessi è che a forza di fingere si arriva a non sapere più ciò che si è o si desidera. Certo, lo si sa in modo generale ma se ci si trova a poterlo mettere in mostra, il rischio è quello di un blocco o di un attacco di panico. Per prima cosa è quindi importante imparare nuovamente a conoscersi, iniziando dalle domande più stupide che possono andare dal colore preferito al cibo che piace di più. Molti scopriranno di avere confusione anche in merito e sarà solo iniziando ad accettare risposte che non si pensavano possibili o che, più semplicemente, non piacciono, che le cose potranno iniziare davvero a cambiare.

Iniziare ad agire. Per quanto difficile, essere se stessi significa agire in modo diverso da come si è fatto prima. Questo vuol dire notare sorpresa negli altri e ricevere addirittura domande riguardo a come ci si sta comportando. La verità è che non ci si dovrebbe preoccupare troppo di cosa pensano gli altri e che l’unico modo per essere se stessi è iniziare a farlo senza troppi ma o se. Per farlo si può partire da piccoli passi come scegliere il cibo che piace di più anche se tutti gli altri mostrano una preferenza diversa. Dire ciò che si pensa. Ascoltare anche in pubblico la musica che si ama, etc…

Ricordare che non si avrà mai il 100% dei consensi. Spesso a far paura è il pensiero di non essere amati se ci si mostra diversi. La verità è a prescindere da cosa si sceglie di mostrare, il mondo è troppo grande per far si che una scelta sia approvata da tutti. Che sia positiva o negativa avrà all’incirca il 50% dei consensi. Quindi, perché non avere quelli verso ciò che si è piuttosto quelli verso ciò che si vorrebbe essere o che si finge di essere?
Ok, forse inizialmente alcune persone finiranno con l’allontanarsi ma per quante andranno via tante altre ne arriveranno e saranno quelle con cui si riuscirà ad essere davvero in sintonia.

Allenarsi. All’inizio essere se stessi può risultare difficile. È bene quindi provare ad allenarsi. Se si va in terapia per questo motivo (scelta che può avere ben più di un beneficio) si potrà eseguire qualche esercizio consigliato dal terapeuta, altrimenti l’unica alternativa è mettersi in gioco, provando inizialmente con persone che non si conoscono bene e che quindi non possono restare sorprese, e proseguire mostrando ogni volta una parte più grande di se.

Trovare un equilibrio. Uno degli aspetti più difficili per chi decide di tornare ad essere se stesso è quello dell’equilibrio. Si passa dal piegarsi ai desideri degli altri al voler far sapere a tutti cosa si pensa ed il senso di libertà è tale da non aver più voglia di smettere. Questo, però, non deve portare all’isolamento perché vivendo in una società fatta di individui è giusto che anche gli altri possano esprimersi e se ci si trova in gruppo, la scelta giusta è quella di piegarsi una volta per uno. Ciò che va acquisito è che accontentare qualcuno non vuol dire privarsi della propria libertà. Se si esce in gruppo e tutti hanno voglia di pizza mentre si ha voglia di sushi, può essere carino accontentare la maggioranza. Ciò che va evitato è dire di amare la pizza se si aveva voglia di altro. Esprimersi con un sorriso, darà modo di essere se stessi, apprezzare comunque la pizza ed avere la gratitudine di chi sa della rinuncia che si è fatta. Gratitudine che la prossima volta potrà trasformarsi in un favore analogo.

In questo modo, superare la paura sarà indubbiamente più semplice e porterà a sentirsi sempre più vivi e artefici della propria vita. Ansie e fobie passeranno e lasceranno il posto ad un senso di pace e di libertà altrimenti difficile da sperimentare.
Inutile dire che se i passi sopra descritti risultano difficili da compiere, il consiglio è quello di rivolgersi ad un terapeuta in grado di dare le giuste dritte per scoprire se stessi ed imparare ad esprimere le proprie emozioni senza paura.

Dal sito: chedonna.it 

domenica 13 gennaio 2019

A new life - Storie di Panico La storia di Alessia



"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Ciao a tutti sono Alessia e ho 28 anni. Soffro di ansia e attacchi di panico da quando ne avevo 18.
Il fattore scatenante? All'epoca avevo un fidanzatino già da tre anni, ma la madre e la sorella non mi facevano sentire accolta pertanto ogni volta che venivo invitata da loro non mi sentivo a mio agio. Una sera, dopo una cena sempre da loro, ho cominciato ad avere respiro corto, gambe tremolanti, mal di stomaco ed infine a casa mia ho vomitato.
Ora i sintomi sono rimasti sempre gli stessi (il fidanzato grazie al cielo no) e ogni volta che mi capita qualcosa di bello o di brutto provo sempre le stesse cose e la maggior parte delle volte vomito. Eh sì, ho sempre sfogato col vomito. Ho molte paure ormai, paura di un nuovo lavoro (ogni volta che vado devo sempre prendere le gocce per paura di sentirmi male e perché ci parto proprio da casa già col mal di stomaco e i tremori), avevo l'ansia e stavo a terra piegata sulle ginocchia due giorni prima del matrimonio, ho vomitato appena ho partorito la mia bambina e molte volte avevo paura anche di andare sotto casa a fare la spesa.
Che dire, ormai sono dieci anni che mi sta rovinando la vita. Spero che qualcuno legga la mia storia e possa aiutarmi, magari qualcuno che si sente esattamente come me.
Vi ringrazio per avermi ascoltata.

Alessia


Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" e la Pagina Ansia-Attacchi di panico-Agorafobia Associazione Insieme Onlus 






giovedì 6 dicembre 2018

Dalla paura alla fobia: ecco le dieci più comuni e come affrontarle



Avere paura di qualcosa è normale. Non solo, è anche giusto: questa emozione è infatti un efficace e raffinato strumento dell’evoluzione in grado di proteggerci e di tenerci lontano dalle situazioni pericolose. Ma cosa succede quando la paura si trasforma in fobia? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Katia Rastelli, psicoterapeuta di Humanitas.

Paura, come diventa fobia? Ecco i sintomi

Secondo uno studio condotto dall’American Psychiatric Association, le fobie si manifestano attraverso l’emozione della paura ma nulla hanno a che fare con la sana e naturale avversione per ciò che ci può danneggiare o addirittura uccidere. Se abbiamo una fobia, infatti, a poco o nulla serve pensare che quello che ci spaventa non può realmente metterci in pericolo, né ledere in alcun modo la nostra incolumità. Una fobia è una paura irrazionale, di solito rivolta ad alcuni oggetti o situazioni specifiche, che si manifesta con una sintomatologia piuttosto chiara. Ciò significa che la fobia, a differenza di quanto credono in molti, è una vera e propria patologia psichiatrica con cui solo negli Stati Uniti convivono approssimativamente 19,2 milioni di persone. Qualunque sia la causa che la scatena, la fobia si presenta di solito con sintomi ben definiti: stati d’ansia, battito cardiaco accelerato, sudore, palpitazioni, tremori, nausea, vertigini e una generale impossibilità di affrontare la situazione in maniera razionale. Al contrario della paura, quando è intensa, la fobia finisce quasi sempre per compromettere il normale corso della vita quotidiana.
L’incidenza più alta nelle donne e negli adolescenti

Come nasce una fobia? Generalmente l’insorgenza di questa patologia psichiatrica è associata al periodo dell’adolescenza e spesso, soprattutto se non trattata o sottovalutata, rischia di accompagnare il soggetto per tutta la durata della sua vita. A soffrirne sono maggiormente le donne, mentre l’incidenza di questa patologia negli uomini è drasticamente ridotta del 50%. In genere la sintomatologia si presenta da sola, in assenza di un evento realmente traumatico, anche se può succedere che la storia personale di chi ne soffre presenti qualche elemento che porti a svilupparla più facilmente. Resta fermo il fatto che la fobia non nasce quasi mai come una reazione controllata e razionale a ciò che è realmente pericoloso, ma come una risposta incontrollata e sovradimensionata che impedisce a chi ne soffre di vivere serenamente anche situazioni quotidiane comuni. Specialmente se non vengono curate, le fobie possono anche manifestarsi con una sintomatologia progressivamente più grave che può sfociare in un disturbo da attacchi di panico.

Le dieci fobie più comuni

L’American Psychiatric Association ha identificato le dieci fobie più comuni. Si va dalle ancestrali avversioni per gli animali che per i nostri antenati, privi di conoscenze mediche, rappresentavano un pericolo per la vita, alla volontà di evitare luoghi o particolari fenomeni atmosferici, fino alla paura incontrollata di contrarre malattie o, per contro, di sottoporsi a cure che comportino la vista del sangue.

Fra le dieci fobie più comuni citate dai ricercatori figurano l’aracnofobia, ovvero la paura dei ragni e degli aracnidi, l’ofidiofobia, ossia la paura dei rettili e la cinofobia, la paura dei cani. Le persone che soffrono l’altezza, gli spazi troppo vasti o affollati, non sopportano l’idea di volare e hanno paura di tuoni e fulmini, sviluppano rispettivamente l’acrofobia e l’agorafobia, l’aerofobia e l’astrofobia. Soffre invece di misofobia o di tripanofobia chi vive con terrore l’idea di entrare in contatto con germi e batteri e chi, al contrario, rifugge dottori e ospedali perché non riesce a sopportare l’idea di essere “bucato” con un ago. La decima fobia resta però la più insidiosa e indefinita di tutte. Si tratta della fobia sociale: estremamente diffusa quanto sottovalutata o, peggio, scambiata per una scarsa propensione sociale di chi ne è affetto. Chi soffre di fobia sociale evita il contatto con gli altri perché gli genera ansia, soffre terribilmente all’idea di doversi esporre e parlare in pubblico o di interagire in generale in un contesto più ampio.

Parola alla psicoterapeuta

“E’importante distinguere un’ansia funzionale, che ci mette in allarme di fronte ad un pericolo reale, da una fobia, ossia una paura eccessiva per alcuni oggetti o situazioni che, nella vita comune, non dovrebbero procurarla – ha detto Rastelli -. Per sua definizione la fobia è infatti irrazionale, perché il pericolo non è reale, tuttavia il malessere che porta con se’ lo è. Lo sa bene chi si trova limitato nella sua vita di tutti i giorni perché non riesce a prendere la metropolitana affollata per andare al lavoro o ad avere contatti con le altre persone perché il senso di disagio provato è troppo forte. Il problema delle fobie, che possono presentarsi con vari gradi di angoscia, è non solo quello di limitare le persone nella vita quotidiana (non guido più, non frequento più spazi aperti, fino al non uscire più di casa) ma anche quello, purtroppo, di sviluppare un’ansia anticipatoria, cioè la paura di trovarsi ancora in una situazione che si sente di non essere in grado di gestire”.

“La prima cosa da fare è comunque quella di valutare l’origine dell’ansia, ossia capire se si tratta di un pericolo reale o no e valutarne l’intensità – ha consigliato l’esperta -. Nel caso in cui il pericolo percepito fosse davvero eccessivo o tale da creare malessere, ci sono strade diverse per intervenire, e la scelta dipende strettamente dalla persona. Esiste una via farmacologica, con la prescrizione di ansiolitici oppure di antidepressivi in base al quadro clinico complessivo che può emergere solo nel corso di una visita da parte di uno specialista. Il farmaco riduce le risposte biologiche dell’ansia e agisce direttamente sul sintomo. L’altra strada è il percorso di psicoterapia che, se da una parte fa parlare il sintomo (da quando succede e perché? Cosa ti sta dicendo la tua fobia? C’è qualcosa che devi cambiare? Che significato ha nella tua storia di vita?), dall’altra lavora sulla capacità della persona di affrontare e gestire le paure e le situazioni che mettono in difficoltà. Questo può essere fatto, per esempio, sia attraverso esercizi di rilassamento, sia attraverso un lavoro sulle cause più profonde che possono aver portato a sviluppare proprio quel tipo specifico di fobia.

La terapia psicodinamica

“Nella psicoterapia psicodinamica, per esempio, ogni fobia è riconducibile ad un simbolo e ad un’area specifica dello sviluppo psichico della persona, e racconta molto delle difficoltà che la persona sta incontrando sul suo cammino e per le quali risulta essere, al momento,“poco equipaggiata” – ha affermato Rastelli -. A volte vengono consigliate entrambe le strade parallelamente, dipende dalla gravità del quadro ma anche e soprattutto dal desiderio della persona di mettersi in gioco nella conoscenza di sé”.


Dal Sito: humanitasalute.it

I rimedi agli attacchi di panico: imparare a riconoscere le proprie paure



Il disagio psicologico viene spesso vissuto sotto forma di attacchi di panico, o di ansia, i quali si manifestano con una forte sensazione di paura affiancata da sintomi come sudorazione, tremori, nausea, svenimenti o battito del cuore accelerato. Mentre si intensifica ad intervalli di tempo di dieci minuti, inizia poi a scemare, presentandosi quando meno ce lo aspettiamo e nei momenti più disparati.

Sono molte le tecniche per alleviare la tensione portata dagli attacchi di panico, c’è chi si dedica alla pittura, cui alla musica, chi fa sport o chi cucina. Ma sarebbe bene, al di là di tutto, chiedere l’intervento di un esperto che ci aiuti ad affrontare il problema con maggiore consapevolezza.
I rimedi agli attacchi di panico: le tecniche

Esistono delle tecniche e dei rimedi atti quantomeno a contenere un attacco di panico proprio nel momento in cui comincia ad attanagliare. La strategia più valida è fatta di pochi semplici passi tutti concernenti il mondo che ci circonda. Cosa vuol dire? Semplicemente che chi ha paura tende ad estraniarsi dalla vita, per paura di affrontare un qualunque gesto normale e quotidiano legato alle relazioni sociali e ai rapporti lavorativi. Invece il giusto modo per far fonte all’ansia che sale è quello di imparare a controllarsi entrando nella piena consapevolezza che la realtà che ci circonda è di gran lunga lontana dall’immaginazione che ci spinge invece a soffrire.

La paura è un’emozione e in quanto tale è normale provarla, anche nelle piccole cose, nello cose che non conosciamo, o delle cose che ci fanno sentire in pericolo. Ma la semplice paura si distingue dagli attacchi di panico perché questi ultimi sono molto più amplificati ed esagerati. Una persona che soffre d’ansia ha così tanta paura di provare paura che si auto infligge sensazioni ansiolitiche. Un cane che si morde la coda da cui si può uscire solo prendendo coscienza di quello che realmente stiamo vivendo.
Rimedi agli attacchi di panico: qualche consiglio

Come prima cosa bisogna assumere la piena consapevolezza che le paure provenienti dagli attacchi di panico non riflettono sempre la realtà. Spesso sono infatti reazioni spropositate, ecco perché si potrebbe provare a stilare una lista di tutti i propri timori tentando di esorcizzarli. In tal verso potrebbero essere d’aiuto frasi come “sto perdendo il controllo, non so superare la questione “ per poi andare positivamente verso il nocciolo della questione.

Dopo aver preso coscienza di ciò che fa paura, si deve pensare alle sensazioni vere, concentrandosi soprattutto sul respiro. È questo infatti che sbalza all’improvviso e può portare l’iperventilazione: questa è la cosa più sbagliata. Bisogna sapere controllare il respiro, inspirando dal naso si vive più intensamente l’aria che entra nei polmoni, dopodiché tenerla qualche secondo in circolo e poi espirare molto lentamente. È importante ricordare che tutti i pensieri più negativi possibili cominceranno ad assalire la nostra mente, ma la forza, il coraggio, e la coscienza che è tutto fin troppo amplificato, aiuterà la paura a svanire.

In fondo, tutto ciò che realmente spaventa durante un attico di panico non esiste davvero, motivo per cui superarlo è molto più semplice di quanto si immagina.

Dal Sito: expose.it

domenica 29 luglio 2018

Claustrofobia: perche si soffre?



Per affrontare la claustrofobia è importante prendere coscienza del proprio stato di malessere psicofisico perché è un disturbo fobico che potrebbe rendere difficile l’agire della vita quotidiana quindi meglio affrontarlo e capire le motivazioni per cui si soffre.

Il termine claustrofobia deriva dalla lingua latina claustrum (luogo chiuso) e dal greco fobia (ossia timore ossessivo per i luoghi chiusi) ed è un disturbo che può modificare il modo in cui affrontiamo la vita di tutti i giorni. L’ascensore, la metropolitana, i luoghi affollati, una stanza chiusa senza finestre, una strada intasata dal traffico possono trasformarsi in veri e propri luoghi di terrore che si preferisce evitare. Questo disturbo può essere l’unica spia di uno stato di angoscia che per il resto rimane latente, o può accompagnarsi ad altri sintomi psichici: agorafobia, ipocondria, ansia generalizzata. Spesso affrontare la situazione temuta, e spesso anche solo l’idea di affrontarla, può far scattare un importante attacco di panico. La persona che soffre di claustrofobia è pienamente consapevole dell’irrazionalità della sua paura ma non riesce a dominarla, soprassederla, gestirla, vivendo un disagio molto profondo; cercherà di evitare situazioni che potrebbero far emergere nuovamente il disturbo fobico precedentemente vissuto e non dominato. Vediamo insieme perché si soffre di claustrofobia e quali i rimedi per sconfiggerla.

Che cos’ è la claustrofobia?

La claustrofobia consiste in una paura degli spazi chiusied affollati ed è una delle paure più comuni e più diffuse. Solitamente è una manifestazione ansiosa associata al ricordo di una esperienza traumatica probabilmente vissuta in un luogo chiuso, affollato ed angusto. Chi soffre di claustrofobia vive sensazioni negative, di angoscia e disagio non appena si trova rinchiuso in ascensori, metropolitane, sotterranei, luoghi affollati. Pertanto, la persona che soffre di tale disturbo cerca in tutti i modi di evitare le situazioni in cui si sente soffocata e/o accerchiata, adottando strategie di evitamento o ricercando la presenza rassicurante di un familiare, compromettendo le azioni della vita quotidiana. Come la maggior parte dei disturbi fobici, anche la claustrofobia è accompagnata da stati ansiosi e spesso da manifestazioni somatiche come sudorazione accentuata, aumento della frequenza cardiaca (tachicardia), nausea, sensazione di svenimento, disturbi del respiro, senso di oppressione e timore di morire. Spesso, la claustrofobia rappresenta un fenomeno passeggero, destinato a scomparire spontaneamente però, in alcuni casi, questo disturbo fobico richiede il ricorso alla terapia farmacologica e/o  psicoterapia.

Sintomi e cause della claustrofobia

I sintomi della claustrofobia insorgono nel momento in cui la persona sta vivendo la situazione fobica e variano in base alla gravità della paura e sono:

ansia

fiato corto

tachicardia

vampate di calore

tremore

sudorazione

senso di vertigini

svenimento

dolore al petto

attacchi di panico

Chi soffre di tale disturbo fobico, inoltre potrebbe:

cercare di evitare le situazioni scatenanti che innescano la paura, come salire in metropolitana, ascensore, frequentare luoghi affollati e dalle ridotte dimensioni;

stare vicino alle porte di uscita o finestre se la stanza è molto affollata;

tenere sempre ben presente le porte di uscita, nei locali che si frequentano.

Quali sono le cause del disturbo? Molto poco si conosce rispetto alle cause che determinano la claustrofobia. Si pensa che i fattori principali siano l’ambiente circostante, la questione genetica ed anche ricordi traumatici vissuti nel corso dell’infanzia. Per quanto concerne la questione genetica, alcuni studi individuano la causa principale nella disfunzione dell’amigdala, una parte del cervello che gestisce le emozioni  ed in particolar modo la paura e che influenza il processo di percezione del pericolo. Oltre alla questione genetica, si aggiunge anche una percezione spaziale problematica. Il disturbo, infatti, potrebbe avere una correlazione con il meccanismo percettivo della paura in relazione allo spazio, meccanismo che anticamente doveva avere un ruolo fondamentale dal punto di vista dell’istinto di sopravvivenza. Anche traumi vissuti nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza possono avere un legame con l’insorgenza del disturbo; infatti la claustrofobia si sviluppa durante i primi anni di vita, fino al massimo all’adolescenza. Gli eventi traumatici vissuti possono essere:

restare bloccati in un mezzo pubblico affollato oppure in un luogo piccolo ed affollato per un lungo periodo di tempo;

assistere a delle forti turbolenze in aereo;

essere mandati in castigo in un luogo piccolo e buio;

avere uno dei due genitori che soffre del disturbo di claustrofobia.

Infine nell’età adulta, questo disturbo, associato ad una bassa autostima, può tradursi con un’ansia verso ciò che è in grado di limitare la libertà, ovvero luoghi chiusi.

Cura e trattamento della claustrofobia

La claustrofobia viene curata prevalentemente, facendo ricorso alla psicoterapia. E’ sempre opportuno ricordare che tale disturbo fobico è una condizione curabile e che la maggior parte delle volte sparisce con l’età. L’utilizzo di farmaci può placare il problema sul momento, però non costituisce una soluzione definitiva. Ecco perché risulta opportuno affrontare il problema attraverso un percorso psicoterapico, volto a riconoscere gradualmente traumi e nodi del passato lasciati in sospeso, aiuto fondamentale per avere una visione differente di sé e del proprio vissuto.

I trattamenti più comuni sono:

psicoterapia cognitivo-comportamentale: aiuta ad avere una percezione dei pensieri negativi, a controllarli e gestirli in modo opportuno e consono all’evento che potrebbe scatenare la paura;

terapia di rilassamento: si tratta di mettere in atto tecniche di rilassamento (ad esempio immaginando di essere in un posto sicuro, in un luogo poco affollato con diverse uscite di sicurezza) utili ad affrontare, in maniera positiva, le situazioni di claustrofobia;

terapia di esposizione: il soggetto che presenta il disturbo fobico è esposto direttamente a situazioni che potrebbero scatenare la paura, ciò al fine di rafforzare l’individuo e la percezione di se stesso e dell’ambiente circostante;

terapia comportamentale razionale emotiva: Aiuta a focalizzare l’attenzione sulle emozioni che si vivono in situazioni, abitudini e comportamenti insani; partendo dal riconoscimento di tali emozioni negative si lavora sul loro fronteggiamento e si focalizza l’attenzione sul presente al fine di realizzare un cambiamento delle abitudini di vita insane;

farmaci: consigliati antidepressivi e ansiolitici per tenere sotto controlli possibili attacchi di panico.

Cosa fare in caso di claustrofobia?

Per superare un attacco di panico e/o ansia causato dalla claustrofobia occorre:

prestare attenzione su qualcosa di sicuro, come il passare del tempo scandito dalla lancetta dei secondi dell’orologio;

ripetersi che la paurache si sta vivendo èirrazionale e passeggera cercando di focalizzare l’attenzione sui pensieri positivi;

ascoltare musica e/o canticchiare qualche canzone;

respirare profondamente elentamente;

chiudere gli occhi, se possibile, e visualizzare situazioni che infondono positività e gioia (le risate di un bambino che gioca; un prato soleggiato).

Le situazioni di pericolo non vanno evitate; questo rimedio non funziona come le soluzioni a lungo termine, perché prima o poi ci si ritrova in una situazione di panico che non deve essere evitata ma gestita.

Dal Sito: laleggepertutti.it

giovedì 11 maggio 2017

Le fobie. Che cosa sono?

“Da piccolo sognavo sempre i mostri. E anche ora, da adulto, ogni tanto, mi capita,
ma non riesco più a fregarli”.
(Ammaniti, Io non ho paura)


Fobie o paure? La paura è un’emozione strana.

Da un lato rappresenta un segnale indispensabile per la vita stessa; dall’altro è di per sé un segnale così sgradevole che qualche volta può suscitare ulteriore paura. Così, ad esempio, si può avere paura della paura o ci si può vergognare di mostrare la propria paura, pensando di essere considerati piccoli, fragili, inadeguati.

Può essere utile partire dalla constatazione che la paura è un sentimento molto comune, ma non per questo univoco: essa infatti, come tutti i sentimenti umani, può manifestarsi con gradazioni e pesi differenti.

Talvolta, può diventare molto ingombrante, tanto da invadere i pensieri e condizionare – in maniera più o meno consistente – la vita di una persona. È questo il caso delle fobie, che – tra i disturbi d’ansia – sono di gran lunga i più diffusi.
Fobie. 3 diverse categorie

Le fobie vengono generalmente suddivise in 3 categorie:
Agorafobia (paura di attraversare un largo spazio aperto o di allontanarsi da un punto di riferimento stabile)
Fobie specifiche (collegate ad oggetti o situazioni specifiche)
Fobie sociali (paura di entrare in relazione con gli altri e/o di esporsi in pubblico).

Sono stati coniati, poi, innumerevoli termini per indicare i diversi tipi di fobie.

Ad esempio, nel vasto campo delle fobie, si parla di:
“aracnofobia” per indicare la paura dei ragni
“ereutofobia” per la paura di arrossire
“acrofobia” per la paura dell’altezza,
“ematofobia” per la paura del sangue
“tanatofobia” per la paura della morte.
Ma che cosa sono le fobie? Perché sono sorte? Da dove arrivano?
E perché non se ne vanno?

Le fobie rappresentano delle paure marcate e persistenti, eccessive o irragionevoli, che segnalano come pericoloso un oggetto o una situazione che in realtà non costituisce una minaccia vera per l’incolumità della persona (per esempio, ricevere un’iniezione, volare, il contatto o anche solo la vista di certi animali).

Da questo oggetto o situazione specifici ci si difende proprio come di fronte ad un pericolo reale.

Nelle fobie, dunque, la paura si organizza attorno ad eventi o oggetti particolari e non è controllabile se non rifuggendo ad essi, mediante strategie di evitamento. Infatti, l’incontro o anche il solo pensiero di poter incontrare l’oggetto e la situazione temuta provocano nella persona una risposta ansiosa immediata, che talvolta può sfociare in un attacco di panico. Nella maggior parte dei casi la persona si rende conto che il suo terrore è esagerato o immotivato, ma tale consapevolezza non è sufficiente a “scacciar via” le fobie.
Le fobie sono insistenti: non sentono ragioni.

E, in effetti, non è nel mondo della ragione che si può trovare quel terreno fertile che consente di comprendere meglio le fobie. Può essere più fecondo, invece, rivolgere lo sguardo al mondo interiore, il quale segue “logiche” differenti e strettamente soggettive.

Le fobie, infatti, ci conducono a prestare attenzione a quel mondo personale e intimamente soggettivo che abita ognuno di noi.

Possiamo immaginare questo “mondo soggettivo” come una specie di luogo interiore, che accoglie tutte le nostre esperienze più intime: le emozioni, i pensieri, le fantasie, i desideri, anche le paure. In questo luogo interno, le paure possono talvolta diventare ingombranti, proprio come certi pesanti fardelli difficili da reggere da soli…

Per alleggerire il nostro mondo interiore, possiamo allora cercare di “liberarci” di questa pesante paura interna, “depositandola” su un oggetto esterno che può sostenere il peso al posto nostro. Ecco, in termini molto semplici, il nascere di una fobia.

L’oggetto temuto (ad es. il ragno) diventa la rappresentazione condensata di altre paure ben più profonde e complesse.

Tutta questa operazione può compiersi perché, in quanto esseri umani, abbiamo la capacità di costruire dei simboli, con i quali possiamo in un certo senso “giocare” con i significati delle cose e delle nostre stesse emozioni. Non sempre naturalmente siamo consapevoli di queste complesse operazioni che avvengono dentro di noi.

Da questo punto di vista, la fobia rappresenta una specie di “soluzione di compromesso”: uno scendere a patti con qualcosa che, fin che resta dentro di noi, genera un qualche conflitto doloroso. Certo, i compromessi non soddisfano mai del tutto: la paura – seppur trasferita altrove (in un oggetto o in una situazione) – è ancora lì, a segnalare la sua esistenza… ma anche a domandare – con insistenza – di “essere compresa” con uno sguardo diverso.
Fobie. Come affrontarle

Affrontare la paura non significa negarla né tanto meno sfidarla, bensì “incontrarla” per conoscerla meglio, muniti di un buon equipaggiamento… e spesso di un “compagno fidato”.

Sono numerosi i casi di persone che hanno tratto benefici duraturi da interventi psicoterapeutici. Tali benefici risultano associati alla peculiarità del trattamento, che si rivolge all’esplorazione e alla comprensione del mondo interno.

Scritto da Adriano Legacci

Dal Sito: www.fobie-psicoterapia.it