sabato 13 giugno 2020

Nella vita si può fare di tutto, tranne arrendersi


Non importa quale percorso scegliamo, se quello più breve o più lungo. Non importa se la strada scelta attraversa una foresta, una montagna o se costeggia il mare. In tutte troveremo degli ostacoli, perché la vita è un percorso a zig-zag con periodi di calma, giornate di sole e bufere di neve. Nonostante ciò, non dovremo arrenderci, la nostra volontà è inflessibile e raramente ci tiriamo indietro. Perché nella vita si può fare di tutto, tranne arrendersi.

Diceva Shakespeare che siamo come giardini e che la volontà è il giardiniere che si prende cura di noi. E questa è una grande verità. La psicologia della motivazione ci ricorda che nessun motore è così potente come l’energia che unisce emozioni, pensieri e comportamenti rivolti a uno stesso scopo.

Non esistono ostacoli che ci bloccano se agiamo con fiducia, ricordando quello che meritiamo. Ma ammettiamolo, non è sempre facile adottare questo approccio mentale. Spesso ci dimentichiamo dei nostri punti di forza e delle nostre risorse psicologiche.

A volte il destino ci sorprende con improvvise svolte, quelle in cui sentiamo di non avere più il controllo sulla nostra vita, in cui affiorano una moltitudine di paure. Come gestire queste situazioni? Come onorare quel dovere vitale di non arrendersi mai? Ne parliamo in questo articolo, perché, come già detto, nella vita si può fare di tutto, tranne arrendersi.

Nella vita si può fare di tutto, tranne arrendersi

Nel corso della vita, abbiamo tempo e opportunità quasi per tutto. Per essere felici o tristi. Ridere o cadere nella disperazione. Per amare e odiare, ammirare o diffidare.

Il passo nomade e la mente curiosa ci hanno portato in diversi luoghi, in paesi nuovi dove provare sensazioni inattese. Impariamo e disimpariamo. Correggiamo i nostri errori e ne facciamo di nuovi.

In questo scorrere di cicli e fasi della vita c’è sempre un compagno di viaggio che ci fa da copilota: la forza di volontà. Essa ci spinge a non arrenderci, afferra il timone nelle situazioni più difficili per mantenerci a galla. Tuttavia, come afferma questo studio condotto presso l’Università di Maastricht nei Paesi Bassi, la forza di volontà tende a indebolirsi.

Questa dimensione psicologica è strettamente legata alle emozioni. E, come è facile immaginare, l’umore non sempre è dalla nostra parte. Ci sono giorni in cui l’ansia diventa un peso insostenibile, così come il groviglio della tristezza e il labirinto della frustrazione.

In quei momenti è facile arrendersi, ripetersi che nulla è importante e che è meglio restare fermi farsi travolgere dalla tempesta. Ma non è certo la cosa migliore da fare. Non bisogna arrendersi in (quasi) nessun momento della vita.

Alimentare la forza di volontà che impedisce di arrendersi

Come afferma la American Psychological Association (APA), gran parte dei ricercatori definisce la forza di volontà come segue:

Capacità di impegnarsi per se stessi e per il proprio benessere.

L’abilità di disinnescare i pensieri inutili (come l’idea del fallimento) per dare forza, invece, a quelli che ci permettono di concentrarci su un obiettivo.

Strumento per imparare a gestire le emozioni. Capire in che modo ci bloccano le paure quando cerchiamo di superare un ostacolo o un’avversità.

È una risorsa che si esaurisce. Non siamo sempre motivati. È nostra responsabilità risvegliare e coltivare ogni giorno questa dimensione psicologica.

Pensare di farcela: il segreto dell’autoefficacia

Ripeterci che ce la faremo è il mantra più utile da utilizzare nei momenti difficili. Abbiamo sufficienti risorse interiori per riuscirci, per agire, per risolvere, per gestire. È vero che nessuno ci ha insegnato a essere forti, ma ci sono momenti in cui non c’è altra scelta che rialzarsi e farsi strada da soli.

Albert Bandura è stato il primo a parlare dell’importanza di lavorare sull’autoefficacia, ovvero sulla fiducia nelle nostre capacità di ottenere qualcosa, di migliorare noi stessi e avere successo. Lo stesso Banduraci ha fornito un chiaro esempio di come questa dimensione psicologica può aiutarci.

Immaginiamo di essere in una stanza dove c’è una sola via d’uscita: una porta vecchia e arrugginita chiusa a chiave. Abbiamo a disposizione cento chiavi, anch’esse vecchie e arrugginite, e tra tutte c’è proprio quella che ci permetterà di uscire.

L’autoefficacia è la certezza che prima o poi troveremo quella chiave. Potrebbe volerci del tempo e potremmo anche doverne provare 99 prima di trovare quella giusta. Ma, nonostante tutto, non ci arrendiamo…

Nella vita si può fare di tutto e le persone che non si arrendono profumano di speranza

A volte è necessario accettare la realtà. Ci sono momenti in cui arrendersi, fare un passo indietro o ritirarsi da certe battaglie non è solo la cosa più giusta; ma anche la più sana. Non ci sono dubbi. Nonostante ciò, nel 99% dei casi siamo obbligati ad andare avanti, a risvegliare il coraggio e la speranza in noi per non arrenderci.

Come si suol dire, la battaglia dall’esito peggiore è quella che non combattiamo. La vita ci regala momenti indimenticabili, ma in certi casi si può passare dalla quiete alla tempesta in una manciata di secondi. E in quei momenti, non c’è altra scelta che aprire l’ombrello della speranza e ballare sotto la pioggia aspettando l’abbraccio del sole del mattino.

Perché ci aspetta sempre un domani quando decidiamo di non arrenderci, quando osiamo e risvegliamo in noi il coraggio. Ricordiamolo.

Dal Sito: lamenteemeravigliosa.it

Quando tocchi il fondo non puoi che risalire





A volte sembra che la vita precipiti a capofitto giù in un abisso dal quale non sembra esserci via di fuga.Tocchiamo il fondo sul piano emotivo, fisico, sociale e lavorativo, e ci ritroviamo lì, rannicchiati nella paura e nella tristezza, sentimenti ormai sempre più presenti e che sembrano il preambolo dell’apparizione di vari disturbi dello stato d’animo.

Nella vita tutti abbiamo affrontato fatti gravi, vissuto drammi o persino tragedie, ma la gravità di ciascuno di essi dipende dal modo in cui li affrontiamo, più che dall’evento in sé.Tutti siamo stati forti, tutti abbiamo avuto un piano preciso in testa prima di sperimentare il dolore: è allora che i piani sono svaniti. In realtà, bisognava solo rifarli. Quando si tocca il fondo è normale sentirsi persi.

Secondo la spiegazione della depressione data da Beck, per mettere in discussione alcuni pensieri irrazionali si fa riferimento al concetto della Freccia Discendente e a quello dell’Intenzione Paradossa. Prendendo come punto di riferimento tali tecniche ed applicandole alla vostra esperienza personale, vi renderete conto che dopo aver toccato il fondo si può soltanto risalire.

“Il vero dolore, quello che ci fa profondamente soffrire, rende talvolta veramente serio e fermo anche l’uomo più spensierato, sia pure per breve tempo. E persino i poveri di spirito diventano più intelligenti dopo il vero dolore”.

– Fëdor Dostoevskij –


Quando l’errore è la paura

È normale aver paura che si verifichino degli eventi avversi, ma dopo aver sperimentato un forte dolore ed aver toccato il fondo, si scopre che le opzioni sono due: permanere in uno stato quasi vegetativo e doloroso o risalire. La decisione spetta a voi.

La Freccia Discendente è una tecnica di terapia cognitiva che consiste nel selezionare un pensiero negativo e rispondere alla domanda: se questo pensiero fosse reale, a cosa mi porterebbe? La risposta genererà un nuovo pensiero negativo. Di seguito, bisognerebbe rispondere ad altre domande (tracciando delle frecce discendenti), che metteranno alla luce delle convinzioni controproducenti (perfezionismo, la necessità di approvazione, paure, ecc.)

Quando siete sopraffatti da un pensiero doloroso e credete di aver toccato il fondo, quando siete convinti che non esista via di fuga e vi trovate a dover spiegare cosa questo significhi per voi, è normale essere soggiogati da nuovi pensieri negativi. Esempio: siete di fronte ad un uomo che ha perso un figlio e che è assalito dal pensiero di non potersi più prendersi cura degli altri figli, domandategli “Cosa significherebbe per te la malattia di un altro figlio?”

Sicuramente vedrà spuntare un nuovo sentimento di dolore e altri ancora, fino ad arrivare ad una visione catastrofica della sua vita. In quel momento, a prescindere dalla durezza dell’esercizio e delle vicende vissute, la persona in questione si renderà conto che può sopportarlo e continuare a vivere.  La sua immaginazione ha amplificato il suo dolore rendendolo più forte di quanto non sia.

A questo punto, probabilmente la persona si renderà conto che, nonostante sia stata vittima di un evento devastante, altri ne potrebbero accadere perché nulla è sicuro in questa vita. Potrebbe essere la dinamica di pensieri disfattisti creata dalla sua stessa mente a favorirli: a causa sua potrebbe perdere il lavoro, far allontanare il resto dei suoi figli… In altre parole, perdere tutto ciò che è importante per lei.

In quel momento la persona sarà consapevole di essere sul piano dello sconforto, ma non vorrà scendere ancora più in basso. Potrà solo risalire, e sarà più facile di quel che pensava. L’unica cosa che le resta da perdere infatti, è la paura.

Ingigantiamo le pene e riveliamo l’assurdità in cui viviamo

L’intenzione paradossa è una tecnica secondo la quale viene insegnato al paziente ad esagerare i pensieri negativi anziché fermarli o contrastarli. Paradossalmente, tali pensieri arrivano ad assumere caratteristiche assurde e prive di senso. Evidentemente tale tecnica dovrà essere associata a pensieri negativi legati ad eventi di relativa gravità – non sarebbe plausibile affrontare pensieri sulla paura del futuro dopo la perdita di un figlio.

Grazie alla tecnica dell’intenzione paradossa, il paziente è reso cosciente del fatto che la sua situazione non rientra nel peggior scenario possibile. In altre parole, se si sente solo perché è stato lasciato, scoprirà di essere ben lontano dallo stato di solitudine di chi non può contare nemmeno sull’appoggio degli amici o dei familiari.

Portiamo il nostro dolore al terrore della tragicommedia e ridiamo dell’assurdità del nostro catastrofismo.

La sofferenza ci rende saggi, la resilienza ci rende forti

Nulla al mondo può abbatterci se noi non lo permettiamo. Siamo noi a stabilire i limiti e i tempi e a doverci difendere dai commenti nocivi di chi giudica senza aver mai vissuto una simile situazione. A ciascuno il “suo”.

Ci sono persone che attraversano periodi bui uscendone frustrate, causando frustrazione anche in chi hanno accanto. Altre, invece, trasformano la propria frustrazione nell’esatto opposto: sanno per cosa sono passati e non lo augurano a nessuno. Sono persone luminose, rinate dal grigio della loro esistenza. 

Quando superiamo il limite del ridicolo, del dolore, dell’umiliazione, dell’essere giudicati, sciagurati… quando superiamo tutto ciò e ci rendiamo conto di aver sofferto abbastanza, allora intravediamo il vero senso della nostra esistenza. Perché solo dopo aver toccato il fondo ed averne compreso il procedimento, ci si accorge che l’unica soluzione rimasta è risalire.

Ci troviamo di fronte alla certezza che non sarà più l’ego a darci la spinta, bensì il desiderio di raggiungere un benessere personale autentico; smetteremo di competere con chiunque altro per centrarci soltanto sui nostro sogni. Dopo tutto il male vissuto, è inevitabile che ci aspetti qualcosa di buono dietro l’angolo. Affrettatevi dunque, uscite dal lamento, buttatevi a capofitto nella vita e lasciatevi semplicemente vivere. Siete scesi talmente in basso che adesso potete soltanto risalire.


Dal Sito: lamenteemeravigliosa.it

venerdì 12 giugno 2020

SINDROME DI CALIMERO: E TU, LA CONOSCI?



Ricordate il cartone animato Calimero? Il pulcino piccolo e nero a cui capitava ogni sorta di imprevisto e si ritrovava sempre solo e sconsolato?

“Eh, che maniere! Qui tutti ce l’hanno con me perché io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però”

La sindrome di Calimero è la tendenza al vittimismo, a dare sempre la colpa agli altri o al destino avverso, trasformando così il mondo come un luogo cattivo ed ostile nel quale vivere.

Se non è mai colpa mia, automaticamente è sempre colpa degli altri: il nemico è sempre fuori… “è stato lui” è colpa sua” dice il bimbo alla maestra. Si tratta infatti di un comportamento infantile, frequente nei bambini nei quali non è ancora piena la consapevolezza e la capacità di riflettere sulle proprie azioni, il senso di responsabilità, il pensiero critico e l’introspezione.

Ma cosa accade quando a comportarsi così è un adulto?

Colpevolizzando gli altri si evita di fare i conti con sé stessi, con i propri limiti e le proprie difficoltà. Si instaurano relazioni basate sul ricatto affettivo inducendo nell’altro il senso di colpa, dato che è sempre colpa sua.

Il vittimista attua inconsciamente una vera e propria strumentalizzazione della sofferenza stessa.

Si innesca così un deleterio circolo vizioso, un tunnel senza possibilità di uscita. Infatti, se il vittimista incontra persone che rifiutano la colpa che viene loro attribuita, esse saranno viste come un “nemico” da odiare ed a cui fare la guerra. Paradossalmente però, anche chi accettasse di addossarsi le colpe sarebbe guardato con diffidenza e sospetto poichè al vittimista manca la fiducia di base che gli impedisce di lasciarsi andare in una relazione.

Quali sono le origini del vittimismo?

Il vittimismo origina da un senso di inadeguatezza personale, bassa autostima che porta a proiettare sugli altri le proprie mancanze, a negare la responsabilità personale credendo che tutto sia dovuto, che sia dovere dell’altro capire, accondiscendere, risolvere. Fare i conti con sé stesso e con i fantasmi del passato equivarrebbe a collassare, a venire in contatto con una realtà al momento inaccettabile. In quest’ottica il vittimismo si configura quindi come una protezione da una realtà interna troppo traumatica da guardare, da accettare.

Qual è il rischio che corre il vittimista?

A dare sempre la colpa agli altri si rischia di non vedere le proprie responsabilità, di non vedere i propri naturali limiti e quindi si rischia una tra le pene peggiori: il non evolvere, non maturare, non crescere… in altre parole il restare fermo. Se è sempre colpa degli altri allora io non sbaglio mai! Se sbaglio e nego tale errore attribuendolo alla sfortuna o all’interferenza di qualcuno o qualcosa allora non ho possibilità di imparare da quell’errore o di rimediare.

Il tuo miglior insegnante è il tuo ultimo errore.

Finchè si continua a dare la colpa agli altri delle proprie sventure, proprio come faceva Calimero, la sofferenza è destinata a riproporsi ciclicamente.


Dal Sito: psiche.org

Diversità: impara a considerarla una risorsa



Uno dei più grandi dilemmi della vita adulta è scoprire come vivere a stretto contatto con persone che non abbiamo scelto. Il detto per cui gli opposti si attraggono non è sempre accurato.

Le abitudini irritanti dei nostri coinquilini o le fissazioni dei nostri colleghi possono diventare un incubo, vuoi per incompatibilità caratteriale o perché proprio non le capiamo.

Se però siamo disposti a cedere un po’ di terreno potremmo rimanere sorpresi da quanto è più comodo mettere da parte le ostilità e imparare a tollerarsi.

Andare oltre lo specchio

La psicologia sociale può darci un indizio su come conciliare gli opposti. Uno studio del 2017, condotto da ricercatori dell’Università di Berkeley e dell’Università di Chicago, ha preso spunto proprio dalla tendenza a reagire alle divergenze di opinione svalutando il proprio interlocutore. Quando si tratta di giudicare qualcuno che ha credenze e comportamenti molto distanti dai nostri, entra in gioco un meccanismo che ci fa percepire l’altro come un po’ meno “umano”. Improvvisamente è come se fossimo davanti a un bambino o a un curioso animaletto, incapace per natura di giungere alle giuste conclusioni. Se fosse pienamente dotato di ragione, infatti, penserebbe e si comporterebbe come noi. Tuttavia, i ricercatori hanno scoperto che è meno facile deumanizzare l’altra persona quando si ascolta la sua voce. I segnali trasmessi dal suono e dall’intonazione ci ricordano che abbiamo davanti un nostro simile, dotato di emozioni e pensieri. Per questo è così facile litigare online, quando invece ci si confronta solo attraverso righe di testo.

Il dono della curiosità

La chiave per trovare il modo di avvicinarci al bizzarro mondo dell’altro, per quanto poco attraente ci sembri, è proprio concentrarci sul fatto che l’altra persona non è meno intelligente o meno profonda di noi solo perché è diversa. Mettendo per un attimo da parte le nostre convinzioni, possiamo fare appello alla nostra naturale curiosità per interessarci dell’altro con un approccio quasi scientifico. Non solo fare domande dimostra all’altro che stiamo almeno provando a capire il suo punto di vista, ma conoscere le sue priorità e i suoi valori è necessario per trovare un terreno comune.
Anziché lanciarci sulle questioni più spinose (ovvero quelle su cui ci si scontra spesso), meglio partire da argomenti neutri. Potremmo scoprire che abbiamo posizioni inconciliabili ma le stesse preferenze musicali, oppure di avere gusti diversi in fatto di hobby ma di essere cresciuti in famiglie molto simili.

Gestire la frustrazione

Le probabilità di essere opposti in tutto, come il giorno e la notte, sono molto scarse. Avere passioni o esperienze in comune però non significa iniziare a piacersi. È possibile che nonostante tutto non si avranno tanti argomenti di conversazione e che vivere o lavorare insieme sia sempre un po’ faticoso. Nei momenti in cui l’attrito tra le reciproche differenze è più forte, la tentazione di trascendere rimane. Ricordarsi di essere sempre civili e maturi è importante per mantenere il litigio entro proporzioni accettabili, anche a costo di essere un po’ insinceri. Chi proprio non ce la fa a mascherare le emozioni può trovare utile il consiglio del filosofo Alain de Botton, che incoraggia a coltivare la difficile arte della comprensione. Quando qualcuno dice o fa qualcosa di irritante è facile presumere che lo stia facendo apposta per darci fastidio, come del resto siamo pronti a immaginare che l’universo cospiri contro di noi quando rovesciamo del vino sui nostri jeans preferiti e magari ci si spezza pure un’unghia. Smontare questa teoria del complotto ci aiuta a guardare alle intenzioni degli altri in maniera obiettiva, minimizzando la suscettibilità.

Dal Sito: silhouettedonna.it

Legger-si, l’arte ripresa nei tempi del coronavirus


La lettura potrebbe arricchire, aggiungere e migliorare quel benessere psicologico strappato oggi, nel 2020, a causa del coronavirus


Si definisce agnoterapia, l’applicazione della lettura come cura psicologica al fine di generare sollievo e potenziare uno stato di auto-accettazione.

Qualcuno ipotizzerebbe che la riflessione possa essere controproducente in questo periodo storico di emergenza mondiale, tanto meglio tenere la mente occupata tra spostamenti, disattenzioni e leggerezze. E’ molto più facile e comodo lasciar crescere la polvere grazie alla quale poter sotterrare le problematicità, d’altronde ognuno di noi custodisce dentro di sé zone buie dove non ama entrare: esse non sono altro che il luogo dove vengono segregati tutti quegli irrisolti e quelle decisioni rimandate e tramandate.

Oggi il cittadino è chiamato a stare e non a fare: stare in relazione con se stessi nella propria dimora, ma se l’individuo non accedesse simbolicamente ad “una stanza tutta per sé” ove poter con-tattare la propria emotività ed individualità, dove andrebbero a finire i pensieri? Non è il tempo di controllare, poiché il tempo stesso è il controllore: è il tempo che scandisce questi pseudo arresti domiciliari e costringe al confronto con se stessi, verso il quale l’essere umano dovrebbe mostrarsi accogliente e non diffidente.

È il tempo del condizionale: tutto si appoggia sulla speranza, come pensiero positivo e costruttivo che lega ogni essere umano. Siamo tutti, inermi, di fronte alla morte e alla sofferenza. Siamo tutti uguali e diversi. E’ il tempo dell’impotenza, dove c’è rabbia per non aver carpito la pericolosità dell’invisibile nemico, per non poter toccare con mano e non poter “salutare” chi appartiene alle proprie radici.

Vi è un ultimo tempo, quello della cura, di sé e dell’altro: è qui che si intrecciano preghiere, resilienze, lacrime e sospiri.

Michel Foucault afferma che bisognerebbe consacrare ogni giorno un momento alla “coltivazione di sé”: ognuno di noi non dovrebbe, quanto prima dedicarsi a le souci desoi, che si traducono entrambi con “cura”. In questi termini un libro potrebbe essere considerato come ulteriore dispositivo di protezione e di cura, poiché permetterebbe l’accesso e l’introduzione all’atto dell’introspezione: è lo stesso Sacks che ne fa un chiaro riferimento asserendo che esso è “lo strumento principe per tessere e tramare quel racconto interiore la cui continuità, il cui senso, è la nostra stessa vita.”

Si definisce agnoterapia, l’applicazione della lettura come cura psicologica al fine di generare sollievo e potenziare uno stato di auto-accettazione: non è altro che un beneficiare attraverso la comprensione che altri individui hanno sperimentano dinamiche simili e nella proiezione/ riconoscimento di parti di sé all’interno della storia narrata. L’attività è stata introdotta in un Centro Diurno per anziani in Israele negli anni Cinquanta circa. I libri quasi costringono all’ascolto dei propri silenzi, degli innominabili segreti e dell’ermeneutica del proprio sé: oggi si parla di un tempo della crescita e del rinnovamento, per cui è d’obbligo morale raggiungere, in aggiunta, il tempo liberato e liberatorio, drammatizzando all’esterno il fantasma e/o lo scenario di quegli assetti emozionali immobilizzati nelle sabbie mobili dei ricordi.

Risuscitando il proprio racconto, rilanciando e dunque rivoluzionando quelle letture interpretative che hanno dato luogo a incomprensioni, sospesi e non detti, è possibile giungere all’insorgenza di un dialogo interiore che lascia andare un monologo autistico del proprio io rigido a favore di una conservazione ed un’integrità emotiva, affettiva e relazionale. Siamo “tutti pazienti dell’immaginazione”, sottolinea James Hilmann nel 1983, e a distanza di trentasette anni, questo postulato resta ancora tanto vivo quanto vero: immaginiamo e ci illudiamo, talvolta, immaginiamo e speriamo, spesso. E’ sulla scia della buona e sana immaginazione che permette la normalizzazione dei propri stati d’animo, che il “gesto” di leggere potrebbe arricchire, aggiungere e migliorare quel benessere psicologico, strappato e virilizzato oggi, nel 2020: questo è il momento della rivelazione del proprio inconscio! Jung stesso, all’interno di una sua lettera rivolta al dott. Illing nel lontano 1955, afferma che “gli individui si possono migliorare, perché permettono un rapporto”, per cui la relazione curativa ed a tratti terapeutica con un libro risulterebbe efficace.

A questo punto sorge spontanea una domanda: come avviene il processo dinamico verso l’autoconsapevolezza e l’autoconoscenza di sé? Un esempio concreto è rappresentato dal meccanismo difensivo della proiezione, in altre parole le riflessioni sulla storia narrata nel libro, l’identificazione di uno o più personaggi descritti, un finale immaginato diversamente, una stimolazione di ricordi e/o scene già vissute, tutto questo attiva due bisogni emotivi appartenenti all’universalità umana: l’essere compresi, e dunque riassicurati, e l’essere accompagnati e dunque non isolati. Questi non sono altro che richieste trasversali che il cittadino mostra oggi: l’uomo chiede che vengano soddisfatti i propri bisogni emotivi all’epoca del coronavirus, per evitare di essere contagiati dal disorientamento cognitivo ed interpersonale.

Dare spazio e tempo ai propri vissuti grazie alle parole di un libro è un metodo applicativo per uscire dalla propria confort zone, assicurandosi il proprio posto nel mondo, senza alcun camice che addobbi disgraziatamente un ruolo e una funzione imposta ed impostata. Baumann ha più volte enfatizzato l’uso dell’introspezione, come miracolo all’esistenza: “la nostra vita è un’opera d’arte … per evolverla come esige l’arte della vita dobbiamo porci delle sfide difficili da contrastare … scegliere degli obiettivi che siano ben oltre la nostra portata”. Una sfida è dunque leggersi, solo così si potrà accedere a conoscere se stessi, divenendo ciò che si vuole essere. Leggersi è amare l’interno quanto la copertina del proprio libro, accettando i fogli strappati, le parole cancellate, i colori sbiaditi. L’accettazione è dunque il capolavoro finale del leggersi dentro. È quindi il tempo del hic et nunc, del qui e ora perché non sappiamo dove è finito il futuro, ma abbiamo cognizione che arriverà, per cui bisogna chiedersi come volersi presentare partendo da una significativa provocazione: sereni ci si nasce o ci si diventa? A voi, la libera lettura!

Dal Sito: stateofmind.it 

Resilienza: accettare sfide e produrre soluzioni creative




Equilibrio non è sempre mantenere le cose come stanno. Del resto, anche il funambolo, per non cadere, oscilla l’asta di continuo.

La vita mi ha insegnato molte cose, ma la più importante è stata la resilienza. Ci si chiede sempre se la resilienza si possa apprendere e come, ma soprattutto come e cosa possiamo imparare dalle persone resilienti. Sì, ma chi sono le persone resilienti? Secondo me le persone con disabilità sono persone resilienti. Ma prima di spiegarvi il perché, la questione rimane sempre la stessa: cercare una nuova definizione di “resilienza”. 

«Giulia, ma come fai ad essere così resiliente? Qual è la tua forza, ti pieghi e non ti spezzi? Le persone resilienti sono quelle capaci di schivare i colpi della vita, quelle che in una corsa a ostacoli non li fanno cadere?». 

No, sbagliato. 

Le persone resilienti si spezzano, anche, si fanno livide e sbagliano anche loro una gara a ostacoli facendone cadere qualcuno… ma allora cosa fanno e cosa sanno fare?

«Giulia, come fai allora?».

Credo che si possa dire che la differenza è che, malgrado gli ostacoli caduti, esse arrivano sino alla fine della gara. Io credo che la resilienza sia un’arte, l’arte di saper accettare le sfide e produrre soluzione creative. La vita è una corsa a ostacoli, ma non come un gara, peggio! Gli ostacoli non sono messi su una pista in piano come nelle gare di atletica, ma sono collocati alle volte in salita e alla volte in discesa, e ogni tanto si presentano anche doppi. 

Ecco, questo accade per tutti. Nella mia vita, come nella vita di tutti, credo, c’è un momento nel quale questa corsa aumenta il suo livello di difficoltà. Quindi, ostacoli doppi e tripli, con doppia frequenza, tutta in salita e anche con un tempo serrato per vincere la corsa. A questo puntole opzioni sono due: non parteciparealla corsa o provare il tutto per tuttoe vincere questa gara. 

Io scelsi la seconda. Scelsi di provare a vincere. La mia gara? Nove mesi di ospedale, comprendere cosa mi fosse successo e rimettermi a vivere e riprendere la mia vita tra le mani e senza l’uso della gambe. Questa è stata una delle più grandi sfide che ho deciso di intraprendere nella mia vita, ma sono sicura che adesso chiunque stia leggendo abbia in mente la grande sfida della propria vita. 

Nonostante tali esempi, il grande mistero rimane come si può “allenare” la resilienza. Mettiamo subito una cosa nero su bianco: essere resilienti significa essere elastici. Significa essere dinamici. Significa abbracciare il cambiamento. Questa è la prima regola: anche se il cambiamento vi spaventa e vi fa paura, non congelatevi, non allarmatevi, non pensate che l’equilibrio sia mantenere l’equilibrio. Affrontare i cambiamenti, accoglierli e saperli gestire è davvero la base, a mio avviso, della resilienza. 

Ma come essere propositivi davanti a un cambiamento che spaventa? La risposta sta nella strategia: non bisogna visualizzare il cambiamento nella sua totalità e complessità, bensì dividerlo in tante piccole parti e comportamenti da effettuare. È importante iniziare anche solo da un piccolissimo gesto, ma farlo nel preciso momento in cui si sta vivendo, nel famoso qui e ora. 

Mio padre era un alpinista e credo che, senza volerlo, mi abbia insegnato di non pensare solo ad arrivare in cima; mi ripeteva: «Pensa solo al prossimo appiglio. Fattone uno, pensa e prendi tempo per decidere quale sarà quello dopo. Non guardare su, l’importante è l’appiglio che ti serve adesso, perché quello deve reggere tutto il peso per poter andare verso quello dopo». 

Nella vita è la stessa identica cosa: si deve fare un passo alla volta, un appiglio alla volta, perché se la presa, se l’appoggio non sono ben saldi, non riusciranno a reggere il passaggio successivo. E questo si impara con l’esperienza. Passo dopo passo, piccolo cambiamento dopo piccolo cambiamento, vedrete che a un certo punto avrete affrontato il cambiamento nella sua totalità, senza esservi congelati. 

Ora forse alcuni diranno: «Prima o poi arriverà un cambiamento ancora più grande da affrontare. Magari, in quello non riuscirò». Ecco, essere resilienti significa ricordarsi delle proprie capacità, significa essere consapevoli delle proprie risorse, di quelle attuali e di quelle passate. 

Quindi dovete guardare indietro e ricordarvi che quella esatta sensazione di non riuscire a farcela, di non essere abbastanza, di non essere bravi l’avete già provata e almeno una volta avete già sconfitto quella sensazione negativa. Magari vi ricorderete quel momento in particolare, quell’esame o un trasloco troppo impegnativo, un test di ammissione o di quanto eravate innamorati, di un colloquio di lavoro, un nuovo obiettivo più importante. 

La vita è fatta di sfide, dove si alzano sempre di più il ritmo e gli ostacoli; le sensazioni e i compiti sembrano sempre più difficili. In realtà, però, cambiano le tematiche, non le nostre sensazioni: l’essere umano tende all’omeostasi ed è naturale quindi dire: «No, non cambio». Tuttavia, capirete che siete cambiati e che vi siete rinnovati mille volte, e che mille volte siete cresciuti e migliorati. 

Tutti abbiamo un po’ di resilienza, magari abbiamo bisogno solo di riflettere e di ricordare quella sensazione provata alla fine di una gara, quella frase che dice: «Ce l’ho fatta, hai visto?».


Dal Sito: psicologiacontemporanea.it


Perché abbiamo gli incubi?




Gli incubi rendono le nostre notti agitate, interrompendo il sonno e, impedendoci di riposare, ci fanno sentire nervosi anche al risveglio, magari lasciandoci addosso per tutta la giornata uno strano senso di malessere.

Eppure, solo di recente sono diventati oggetto di ricerche sistematiche, soprattutto in relazione al Disturbo da Stress Post-Traumatico. Tuttavia, non tutte le persone che hanno vissuto un trauma fanno brutti sogni; i ricercatori della Oxford University hanno quindi voluto capire quali sono i fattori alla base degli incubi.

Gli 846 partecipanti del Regno Unito hanno compilato un test online sulla frequenza e sul numero di incubi sperimentati, su quanto intensi fossero in termini di preoccupazione, angoscia e stress conseguenti, e su aspetti che potevano esservi connessi: la tendenza a preoccuparsi, l’aver subìto traumi recenti o l’aver vissuto eventi stressanti, il numero di ore di sonno, il livello di attività fisica svolta, il consumo di alcol, ma anche l’eventuale sperimentazione di fenomeni di depersonalizzazione, di esperienze allucinatorie, di paranoia o, appunto, di sintomi di Disturbo da Stress Post-Traumatico.

Dai risultati è emerso che lafrequenza maggiore di incubi e anche la loro severità sono associate a livelli elevati di preoccupazione per il futuro, depersonalizzazione, esperienze allucinatorie e paranoia. Non stupisce che chi si preoccupa di più faccia più spesso brutti sogni, proprio per la tendenza a continuare a pensare alle cose che lo tormentano anche prima di dormire. Invece, alcol e attività fisica non hanno mostrato associazioni con la frequenza degli incubi. Semmai, è emersa una relazione inaspettata con la durata del sonno: chi dorme più di 9 ore per notte ha un numero maggiore di incubi, e anche di quelli più severi. Secondo i ricercatori, questo può essere dovuto proprio all’allungamento delle fasi di sonno REM: dormire più di 9 ore potrebbe aumentarne la durata, accrescendo di conseguenza la probabilità di fare brutti sogni.

La fase REM, infatti, è quella in cui si sogna e, essendo caratterizzata da rapido movimento oculare, respiro irregolare e pressione aumentata, può fornire la base fisiologica all’incubo. Svegliarsi da un incubo, poi, aumenta le probabilità di averne altri nelle notti successive, creando un circolo vizioso: chi fa brutti sogni tende ad avere frequenti interruzioni del sonno, lasciando un senso di stanchezza al risveglio, che indurrà quindi a dormire più a lungo per cercare di recuperare, aumentando perciò le ore di sonno e la probabilità di fare altri incubi. Inoltre, gli incubi incrementano lo stato di nervosismo e di apprensione al risveglio, alimentando la preoccupazione e quindi, anche in questo caso, la possibilità di fare brutti sogni. Come dire che dormire meno di 9 ore potrebbe liberarci dagli incubi, ma soprattutto sarebbe utile evitare di portare a letto le preoccupazioni avute durante il giorno. 


Dal Sito: psicologiacontemporanea.it

Ansia da Maturità 2020: 9 modi per sconfiggerla




L’ansia da Esame di Stato vi sta divorando? Fate un respirone che in questo articolo vi diamo qualche dritta utile su come affrontare l’orale di Maturità senza andare nel panico!
Quanta ansia avete per questa Maturità? La situazione non è delle più semplici: abbiamo l’elaborato da consegnare, lo studio dell’ultimo minuto, mille programmi da terminare, la relazione sull’alternanza scuola-lavoro da ripassare… come non farsi prendere dal panico più totale? Ecco qualche consiglio super utile!

Paura per la Maturità 2020: i consigli per superarla

  1. Evitate gli uccelli del malaugurio, cioè tutte quelle persone che aggiungono ansia alla vostra, che si lamentano in continuazione o peggio che vi dicono: «Non ce la farai mai».
  2. Pensate positivo. Quando credete fermamente in una cosa, questa si avvera. Non sappiamo di chi è la citazione, ma credeteci. Pensare solamente «Non ce la farò mai, ho troppa roba da studiare», «Non so niente» vi fa perdere tempo e vi distrugge psicologicamente.
  3. No alla ricerca compulsiva di informazioni. Una volta che avete raccolto tutte le informazioni su come si svolge la Maturità, iniziate a prepararvi con l’aiuto dei prof ma non fate incetta di news ogni due secondi su casi di Covid, le sciagure del mondo etc.
  4. Fate attenzione a cosa mangiate. La pizza è soluzione a tutti i mali. Almeno provvisoriamente, ma poi ti si piazza sullo stomaco ed è finita. Ci sono cibi, però, che vi aiutano davvero molto a controllare l’ansia. Qualche esempio? Latte, frutta e verdura, pesce, tacchino, le mandorle. E anche il cioccolato… ma solo quello fondente.
  5. Sì alle distrazioni. Cazzeggiate con gli amici, suonate uno strumento, guardate una serie TV, fate yoga, datevi alla pesca della trota… insomma quello che vi piace e vi rilassa, mai guai a studiare 24h su 24h!
  6. Ci vuole la giusta playlist. La musica è un toccasana: createvi una playlist con musica che vi rilassa per le pause studio o per andare al letto prima dell’esame. E una con le canzoni che vi danno più energia da ascoltare prima di iniziare a studiare e la mattina dell’esame!
  7. Dormite. Dormire fa bene, dormire rilassa, dormire è patrimonio dell’Unesco.
  8. Studiate. In realtà il miglior rimedio contro l’ansia è prepararsi. Non hanno ancora inventato lo studio per osmosi, ma appena sarà brevettato, saremo i primi a informarvi.
  9. Trasformate l’ansia in adrenalina. L’ansia è naturale e può anche diventare un grande alleato se riusciamo a non farci sopraffare da questa. L’ansia infatti può trasformarsi in adrenalina e questa ci permetterà di affrontare 100, 1000 commissari interni… e invece, per fortuna, sono solo 6.

Dal Sito: scuolazoo.com

martedì 9 giugno 2020

Paura di morire: trasformala in voglia di vivere


Tutti noi abbiamo consapevolezza della nostra mortalità, sappiamo che l’orizzonte temporale dell’esistenza, nostra e di altri, è in ogni caso finito. Questo pensiero di solito balza in primo piano in occasione di eventi riguardanti la morte, reale o potenziale, di altre persone. In alcuni casi però la paura di morire può diventare un pensiero costante e sollecitare un stato cronico di ansia e terrore: la tanatofobia configurandosi come un vero e proprio disturbo psicologico per il quale è importante chiedere aiuto e intraprendere una psicoterapia.

 

La paura di morire: la caduta dell’ “età del’oro”

Molti miti antichi, cristiani e pagani, raccontano di un tempo primordiale, una lontanissima “età dell’oro”, in cui gli esseri umani sarebbero vissuti in totale armonia fra loro e con la Natura, senza fatiche, problemi né paura di morire… Questa immaginaria condizione di immortalità e felicità perduta si ritrova in molti racconti.

Nel mito greco di Pandoraraccontato nella Teogonia di Esiodo, Pandora è la prima donna mortale e dal momento in cui ella aprirà il vaso deriveranno tutte le afflizioni del genere umano. Anche il mito biblico di Adamo ed Eva raccontato nella Genesi è un altro esempio di racconto di caduta dell’essere umano: la cacciata dal giardino dell’Eden coincide con l’inizio della condizione mortale degli esseri umani. La nascita stessa dell’umanità viene dunque fatta risalire, in miti e racconti di ogni cultura, alla morte intesa come prospettiva finita all’esistenza dell’uomo: in funzione di questo, corpo e mente evolvono e cambiano, si configurano diverse età della vita e diverse sfide evolutive che la mente deve affrontare.

La paura di morire ci coglie solitamente in condizioni di grave pericolo per noi o per altri, ma solitamente viviamo accettando questa dimensione finita, ed evolutiva, della nostra esistenza e utilizzandola anche per ricercare uno scopo nella vita.

La tanatofobia, cioè la paura patologica della morte e del morire, configura invece un vero e proprio disturbo psicologico.

 

La paura di morire e le età della vita

I bambini non hanno le capacità emotive e cognitive per cogliere a pieno il significato della morte. Questa eventualità, specie nella prima infanzia, rimane qualcosa che può riguardare altri, ma non sé stessi. Durante l’età adolescenziale, lo sviluppo del pensiero astratto ma il permanere di una certa immaturità emotiva pone i ragazzi in ovvia difficoltà rispetto all’affrontare temi legati alla sofferenza, la malattia e la morte. 

Più che paura di morire riguardo a sé stessi, di solito si configura una impossibilità a tollerare le emozioni di angoscia legate ad aspetti luttuosi. Non dimentichiamo poi che l’adolescente è, per sua natura, in un assetto cognitivo in cui non ha la possibilità di valutare autonomamente le conseguenze/rischi delle azioni proprie e di altri in un’ottica adulta. Tende a vivere più in un eterno presente sopravvalutando spesso le proprie potenzialità (ne sono un esempio i gravi incidenti automobilistici che coinvolgono i giovanissimi o la scarsa attenzione e informazione riguardo ai rischi di una sessualità non protetta come spesso viene riportato dai sondaggi). 

E’ nell’età adulta che si configura una consapevolezza più matura della morte e del morire, ma è nella vecchiaia che la morte balza in primo piano come prospettiva non più così lontana con cui confrontarsi.

 Paura di morire o paura di vivere?

La paura di morire come specifico disturbo psicologico può insorgere nella persona a seguito di traumi o eventi particolarmente drammatici attinenti direttamente o indirettamente a questo tema. È un disturbo d’ansia che può avere a che fare con la paura di morire o la paura della morte di altri, paura di essere coinvolti in catastrofi, malattie come infarto o cancro ed associarsi ad alte sintomatologie ansiose come attacchi di panico, ipocondria e stati depressivi.

La paura di morire può riguardare anche un circoscritto e specifico momento della vita come avviene ad alcune donne durante la gravidanza; queste future madri possono manifestare una paura fobica di perdere il bambino o di morire di parto (associandosi a una fobia riguardo a tale evento).  

In tutti questi casi è opportuno che la persona si rivolga ad uno psicoterapeuta per esplorare i significati dell’insorgenza di tale fobia che, come ogni altro disturbo psicologico, denota un malessere, una paura, un blocco relativo non tanto al morire, quanto al vivere.

 

Mortalità e condizione umana

La morte, la caducità dell’esistenza è dopotutto ciò che ci rende umani, che ci mette in condizione di fare progetti, costruire giorno dopo giorno una crescita che non ci faccia rimanere uguali a noi stessi. Cesare Pavese nei Dialoghi con Leucò fa parlare Ulisse e Calipso, quest’ultima gli propone una vita immortale con lei sull’isola di Ogigia, una vita per sempre felice ma uguale a sé stessa che Ulisse per questo rifiuta:

“CALIPSO  Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo…

ODISSEO   Non sono immortale.

CALIPSO   Lo sarai se mi ascolti. Che cos’è la vita eterna se non questo accettare l’istante che va ? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto ?

ODISSEO   Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.

CALIPSO   Dimmi.

ODISSEO   Quello che cerco l’ho nel cuore, come te”. (C. Pavese, Dialoghi con Leucò, L’isola).

Dal Sito: crescita-personale.it
  

Psicoterapia: quali tipologie




Psicoterapia: cos'è e a cosa serve

Quando si parla di psicoterapia si fa riferimento a una pratica svolta da un professionista specializzato volta, in generale, a curare la sofferenza psichica. 

 

Lo psicoterapeuta è psicologo o medico iscritto all’albo professionale, che ha conseguito una scuola di specializzazione quadriennale. Visto che queste ultime seguono un orientamento teorico di riferimento, si parla di differenti tipologie di psicoterapia. 

 

Indipendentemente dalle peculiarità dell’approccio scelto, lo psicoterapeuta ha come fine ultimo del proprio agire la cura e il miglioramento delle condizioni di benessere e salute del paziente, lavorando su più aspetti.

 

Psicoterapia: in cosa si differenziano gli approcci

Le differenti tipologie di psicoterapia differiscono in primis per la teoria di riferimento alla base, ovvero quell’insieme di principi fondamentali e di ricerca con i quali agiscono nella comprensione e considerazione della sintomatologia e psicopatologia, delle cause e dei processi sottostanti.

 

Tali principi teorici definiscono:

> l’oggetto dell’agire del terapeuta (con maggior focus, ad esempio su aspetti emotivi, cognitivi, comportamentali, conflittuali, psicosomatici, relazionali ecc.);

> la natura dei sintomi;

> le cause;

> il ragionamento effettuato.

 

Oltre a questo si delineano il setting, gli strumenti e le tecniche utilizzate, il linguaggio e l’approccio al paziente, al disagio e al contesto.

 

Questa eterogeneità presenta sicuramente i suoi pro e i suoi contro:

 

> da un lato infatti permette al mondo clinico di avere una visione più ampia del funzionamento dell’individuo e della sofferenza umana, con differenti strumenti e tecniche da mettere in campo. Inoltre dà al paziente la possibilità di scegliere a chi affidarsi, e al professionista quella di specializzarsi nell’orientamento che più si avvicina al suo modo di essere e di pensare;

 

> dall’altro, talvolta può talvolta generare confusione e fatica nella comprensione delle singole sfaccettature e nella scelta del terapeuta.

 

Psicoterapia: le principali tipologie

Per quanto gli approcci siano molto numerosi, alcuni sono più conosciuti e hanno posto le radici per i successivi sviluppi.

 

Psicoanalisi. Fondata da Sigmund Freud, può essere identificata come la prima forma di psicoterapia formalizzata e concettualizzata. Ancora oggi nell'immaginario collettivo è sinonimo di psicoterapia e identifica la figura dello psicoterapeuta, o addirittura dello psicologo in generale.

 

I fondamenti principali sono i conflitti psichici, le pulsioni, i sogni, le dinamiche relazionali tra paziente e terapeuta, le libere associazioni, le dinamiche inconsce ecc. Nel tempo sono sorte nuove specializzazioniche si basano sulla psicoanalisi ma si discostano per alcune peculiarità, come ad esempio la psicodinamica. 

 

Psicoterapia cognitivo-comportamentale. Nata con gli studi sul comportamento e della sua modifica (con autori come Pavlov e Skinner), è stata in seguito ampliata e interconnessa alle teorie cognitiviste (ad esempio Ellis e Beck).

 

L’assunto generale sottostante è il forte legame tra pensiero, emozioni e comportamento, aspetti sui quali si può intervenire mediante tecniche specifiche, al fine di migliorare il benessere dell’individuo. Alcune scuole sono più orientate al comportamentismo, altre al cognitivismo, altre ancora integrano le tue teorie in modo paritetico. 

 

Psicoterapia sistemico-relazionale. Tale approccio è nato dalle teorie della Scuola di Palo Alto e del Mental Research Institutecon autori come Bateson e Watzlawick. In seguito è stato sviluppato in differenti realtà tra cui l’Italia, con il Modello della Scuola Milanese di Selvini-Palazzoli, Boscolo, Cecchin e Prata. Questo orientamento considera il vissuto dell’individuo come esito dell’interazione tra sé e ambiente, quindi opera sul sistema stimolandone il cambiamento.

 

Terapia costruttivista. Sorta dagli assunti di George Kelly, considera l’individuo come attivo costruttore della propria visione del mondoattraverso schemi mentali. Qualora essi risultino disfunzionali, il terapeuta aiuta a rimodellarli per migliorare la condizione di salute dell’individuo.

 

Terapia della Gestalt. Mediante tecniche ed esercizi ad hoc, il terapeuta guida il paziente all’attenzione al qui e ora e a quanto accade a livello di sensazioni, emozioni e pensieri. In questo modo il paziente diventa più consapevole di sé, del proprio vissuto e della propria autonomia su di esso.

 

Oltre a questi approcci di base si possono annoverare tantissime altre realtà, tra cui la terapia integrata (che integra i presupposti di cognitivismo, Gestalt e neuroscienze), quella breve e strategica, quelle di stampo psicosomatico e bioenergetico con maggiore focus verso il corpo e suoi segnali, l’analisi transazionale, le terapie basate sulla Mindfulness, lo psicodramma, la psicoterapia centrata sul cliente, l'ipnosi ecc.

 

Questo elenco, tutt'altro che esaustivo, serve per capire che le teorie più conosciute sono molto differenti tra loro e che nel tempo sono sorti tantissimi approcci, ciascuno caratterizzato da peculiarità, tecniche, strumenti e fondamenti ben precisi. 

 

Non esiste un approccio che sia, a prescindere, "migliore" rispetto agli altri. A livello di ricerca e di raccolta dati si può piuttosto osservare quale sia il risultato più funzionale ed efficace per i vari disturbi, ricordandosi che ogni paziente è unico. 

 

Quale approccio scegliere in base alla tipologia di paziente

I vari approcci di psicoterapia si differenziano anche in base alle tipologia di paziente e/o utente:

 

> la psicoterapia individuale è diretta al singolo. Bisogna poi fare una distinzione tra bambino, adolescente e adulto, oltre che sulla base del disagio o della difficoltà su cui intervenire; 

 

> l’utente può essere invece la famiglia, specialmente in alcuni orientamenti, ma in generale ogniqualvolta la richiesta e la difficoltà coinvolga l'intero nucleo o alcuni dei suoi membri;

 

> la terapia di coppia agisce sulle difficoltà incontrate da coniugi o partner; 

 

> con la terapia di gruppo, il singolo porta la propria difficoltà all’interno del setting gruppale, con il terapeuta che conduce e media le dinamiche;

 

> ancor più ampia è la psicoterapia rivolta all’intera comunità.

 
Dal Sito: crescita-personale.it