Visualizzazione post con etichetta Resilienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Resilienza. Mostra tutti i post

martedì 9 febbraio 2021

La Crisi Fa Emergere Una Forza Che Non Pensavamo Di Avere





La crisi non è da allontanare ma da attraversare. E’ l’unico modo per sciogliere nodi, prendere decisioni, avviare cambiamenti.

E’ arrivato il momento di spogliarci da tutti i pregiudizi legati alla crisi: non è una sfortuna, una disgrazia fine a se stessa o un fallimento. Ma un’occasione di crescita, di arricchimento, di conoscenza di sé.

La crisi può essere una vera benedizione per ogni persona e per ogni nazione, perché è proprio la crisi a portare progresso. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
(Albert Einstein)

Attribuire colpe a se stessi o ad altri per aver fatto nascere una crisi è solo un modo per fuggire dai significati che ogni crisi porta con sé e che vuole portarci. Ciò che siamo chiamati a fare dinnanzi al dolore, al disorientamento e alla confusione è aprire finalmente i nostri occhi interiori. Per poterci scorgere l’occasione di cambiamento.

Non è facile destarci dalla nostra vita di sempre e cambiare prospettiva e modo di pensiero, ma la crisi giunge proprio per aiutarci in questo. Se riusciamo ad abbandonare scuse, pregiudizi, paure e difese siamo in grado di scorgere la via indicata dalla crisi stessa.

In una congiuntura negativa bisogna affidarsi alla creatività: fare della crisi un’opportunità per reinventarsi. Un’altra dote indispensabile è l’ubiquità: essere flessibili, non vincolati a vecchi schemi e a un’immagine rigida della propria persona.
(Jacques Attali)

Nel dolore, nella frantumazione delle nostre certezze e nella confusione che ogni crisi porta con sé possiamo assistere a due tipi di risposte: possiamo farci annientare dagli eventi oppure cavalcarli come un surfista con le onde. Nel primo caso diventiamo servitori delle nostre paure. Se invece decidiamo di sfruttare il maremoto che c’è dentro di noi emerge una forza interiore che non pensavamo di avere.

E’ una forza speciale che nasce solo nei momenti di forte crisi. E’ la nostra ricompensa al dolore che abbiamo scelto di vivere in modo costruttivo e non distruttivo. E’ un’energia così potente da renderci particolarmente vitali, svegli, determinati.

I momenti di crisi raddoppiano la vitalità negli uomini. O forse, più in soldoni: gli uomini cominciano a vivere appieno solo quando si trovano con le spalle al muro.
(Paul Auster)

Affrontare la crisi in questo modo vuol dire risvegliare il proprio intuito, avere fiducia nella vita, affidarsi alla creatività, credere che tutto è il dettato di un maestro divino.

Si comprende così che la crisi porta sempre con sé una ventata di aria nuova, invita a tagliare i rami ormai secchi, conduce a lasciar andare ciò che non ha più senso che resti. E’ il passo fondamentale che precede ogni cambiamento.

Sappiamo che l’inverno precede la primavera e che un bambino per poter iniziare a camminare dovrà specializzarsi nella caduta, ma non abbiamo bene in mente che la crisi è un momento indispensabile alla costruzione di un nuovo equilibro. Non è distruzione: è l’inizio di una nuova costruzione. Che può avvenire solo grazie ad una forza primordiale e generatrice, proprio come quella che sperimenta il neonato quando nasce: non sa a cosa va incontro ma sente che deve seguire quel richiamo di vita e si affida con tutto se stesso al suo intuito. La stessa forza che trova sua madre nel farlo nascere: non potrebbe sopportare un dolore fisico così grande in un momento di stasi.

La crisi ci risveglia, ci mette in moto, ci chiama a sé per mostrarci i nostri tesori interiori.

Non consideriamola più una seccatura.

E’ il nostro fuoco interiore che vuole emergere!

Elena Bernabè

Autrice del libro “Alla conquista delle stelle”


Dal Sito: eticamente.net

sabato 19 dicembre 2020

Dolore emotivo: Ciò che non ti uccide ti rende più forte 




“Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati”disse Ernest Hemingway. Sfortunatamente, ci sono persone che non si riprendono mai dai colpi che la vita dà loro, non sono in grado di permettere che le loro ferite guariscano, e queste terminano condizionando sia il loro presente che il loro futuro.

Il dolore emotivo può diventare molto più resistente e intenso del dolore fisico. Purtroppo, ci hanno educato a evitare il dolore, invece che affrontarlo e usarlo come trampolino di lancio per la crescita. Pertanto, non è strano che quando affrontiamo situazioni che ci causano sofferenza, attiviamo delle strategie che ci fanno sentire ancora peggio e ritardano la guarigione emotiva.

10 modi dannosi di affrontare il dolore emotivo

Il dolore emotivo genera di solito risposte diverse. Se non abbiamo sviluppato le nostre risorse psicologiche di coping, è probabile che agiremo automaticamente, ripetendo comportamenti che abbiamo imparato dai nostri genitori o da chi abbiamo vicino. In questi casi, è molto facile cadere in un ciclo di negatività in cui non troviamo l’uscita.

1. Fuga. Si traduce nel tentativo di allontanarsi con ogni mezzo dall’evento doloroso, dalla situazione che ci sta causando sofferenza. Ma dal momento che il dolore emotivo ha una grande componente soggettiva, non c’è posto al mondo in cui possiamo scappare da noi stessi, quindi questa strategia di evitamento di solito non è molto efficace.

2. Repressione. È un meccanismo di difesa che attiviamo quando crediamo di non essere in grado di affrontare il dolore emotivo. Consiste nel cercare di dimenticare gli eventi, in modo tale che non causino sofferenza. Il problema, ancora una volta, è che non possiamo semplicemente dimenticare perché quei contenuti rimarranno attivi, dal momento che non li abbiamo elaborati come parte della nostra narrativa di vita.

3. Negazione. Abbiamo scelto di ignorare la sofferenza, agendo come se non esistesse. Ogni volta che sentiamo una fitta di dolore diciamo a noi stessi che non sta succedendo nulla, che tutto sta andando bene. Ovviamente, negare la realtà non la farà scomparire.

4. Proiezione. In questo caso il dolore emotivo viene proiettato sugli altri. Quando mettiamo in azione questo meccanismo ci diciamo che noi stiamo bene, che sono gli altri a soffrire. Crediamo che non riconoscendo la sofferenza, questa scomparirà come per magia.

5. Regressione. Quando il dolore emotivo è molto forte, a volte ci rifugiamo in periodi precedenti della nostra vita, in cui ci sentiamo molto più a nostro agio e al sicuro. La nostalgia, e il bisogno di guardare indietro per sentirsi bene, indicano spesso che stiamo vivendo un presente che non ci piace. Tuttavia, per superare qualsiasi tipo di dolore emotivo è essenziale guardare avanti, non rimanere bloccati nel passato.

6. Isolamento. Più profonda è la ferita, più privato è il dolore. A volte non troviamo un modo per esprimere quella sofferenza, così finiamo per isolarci, viverlo in privato e permettergli di consumarci. Il problema è che l’isolamento genera solitudine e la solitudine innesca la depressione, introducendoci in un circolo vizioso che alimenta la sofferenza.

7. Razionalizzazione. Se crediamo di essere una persona profondamente razionale, che non può essere influenzata dalle emozioni, rifiuteremo il dolore emotivo e cercheremo delle cause razionali che possano confortarci. Il problema è che spesso questo processo porta all’autocolpevolizzazione, che genera problemi ancor maggiori a livello emotivo.

8. Spostamento. In questo caso cercheremo di trovare un colpevole fuori di noi, a cui possiamo attribuire la responsabilità del nostro dolore. Ma la verità è che la ricerca del capro espiatorio ci impedisce di assumere la nostra parte di responsabilità e imparare dall’esperienza. Pertanto, quel dolore sarà stato inutile.

9. Sostituzione. In questo caso, la strategia che scegliamo per affrontare il dolore emotivo è sostituire i pensieri che ci feriscono con altri, per evitare la sofferenza. All’inizio, non ci sarebbe nulla di sbagliato in questo, il problema si presenta quando la sostituzione dei pensieri viene fatta con l’obiettivo di negare l’evento o quando usiamo affermazioni ingenue come “stai molto bene, non succede assolutamente nulla”.

10. Ripetizione. È una delle peggiori strategie che possiamo usare per affrontare il dolore emotivo perché consiste nel ripassare, più e più volte, l’accaduto. La nostra mente si trasforma in un cinema in cui proiettiamo continuamente i fatti, cercando di ricostruire anche il più piccolo dettaglio nel tentativo di trovare consolazione o una spiegazione. Ovviamente, questa strategia non fa che alimentare il problema.

3 passi per superare il dolore emotivo

1. Il dolore non è tuo amico, ma neppure il tuo nemico

Il dolore è dentro di noi, non possiamo sfuggirgli, anche se è vero che in alcuni casi è conveniente allontanarsi dalla fonte che lo causa. Ma è sempre necessario fare un profondo lavoro interiore.

Negare il dolore non è il modo migliore per affrontare la sofferenza. Il dolore emotivo è un sintomo, il segno che qualcosa non va e dobbiamo “ripararlo”. Pertanto, il primo passo per superarlo è accettarne l’esistenza e imparare a conviverci finché poco a poco scomparirà.

Quando soffriamo un’esperienza traumatica le tracce dolorose rimangono impresse nel nostro cervello. I neuroscienziati dell’Università di Harvard chiesero a delle persone che avevano subito un trauma di ascoltare una descrizione dell’accaduto, nel frattempo veniva scannerizzato il loro cervello. Scoprirono così che quando le persone non erano in grado di voltare pagina, si attivavano soprattutto l’amigdala, il nucleo della paura e la corteccia visiva, il che significa che stavano rivivendo questi eventi in modo particolarmente intenso.

Al contrario, nelle persone che erano riuscite a superare il trauma, si attivò l’area di Broca, responsabile del linguaggio. Ciò significa che queste persone trasformarono l’evento doloroso in un’esperienza narrativa che incorporarono nella loro storia di vita, così da riuscire ad alleggerirlo, almeno in parte, del suo impatto emotivo.

All’inizio, l’idea è quella di prendere atto del dolore, come potremmo prendere atto del resto delle cose che ci circondano, ma cercando di non drammatizzare ancora di più. Per esempio: “provo dolore, ne sono consapevole ed è una risposta normale che svanirà con il passare dei giorni”. Certo, non si tratta di accettare solo quel dolore, ma anche tutti i sentimenti che porta con sé, dalla rabbia alla frustrazione.

2. Accettazione radicale: a mali estremi, rimedi estremi

Lo psicologo William James scrisse: “accettare ciò che è accaduto è il primo passo per superare le conseguenze di qualsiasi disgrazia”. Se continuiamo a rimuginare sull’accaduto, non potremo mai voltare pagina.

Tara Brach ci propone di praticare l’accettazione radicale, che consiste in “riconoscere chiaramente ciò che proviamo nel presente così da poter affrontare quell’esperienza con compassione”. Questo significa accettare tutto ciò che ci accade nella vita senza opporre resistenza. Non significa rassegnarsi, ma assumere che certe cose sono successe e non possiamo cambiarle, invece di emettere continuamente giudizi di valore che ci immergono in un ciclo di negatività, come ad esempio: “non doveva andare cos씓non è giusto” o “perché proprio a me?”

Quando accettiamo un evento, per quanto doloroso, riusciamo a capire che questo evento fa parte del passato e che ciò che condiziona il nostro presente sono i pensieri e le emozioni che stiamo alimentando. Certo, non è facile, l’accettazione non arriva in un colpo solo, è un processo che richiede un arduo lavoro psicologico.

Mentre accetti che l’accaduto appartiene al passato, il tuo cervello lo elaborerà finché non riuscirai a “sconnetterlo” dal tuo presente. Quando accetti che non puoi cambiare quello che è successo, il cervello smetterà di cercare soluzioni, il che significa che smetterai di rimuginare e rivivere l’esperienza dolorosa nella tua mente.

3. Ricomporre i pezzi rotti che il dolore lascia dietro di sé

L’avversità colpisce tutti, siamo noi che dobbiamo imparare non solo a sopravvivere, ma anche ad uscire rafforzati dall’esperienza. Essere dei sopravvissuti che trascinano con sé il dolore emotivo può diventare un vero incubo.

Ci sono persone che hanno la capacità innata di ricomporre i pezzi rotti, sono persone resilienti che dispongono di risorse straordinarie per il recupero emotivo. Altri devono sviluppare quelle abilità. Secondo lo psicologo Guy Winch, “la perdita e il trauma possono fare a pezzi la nostra vita, devastare le nostre relazioni e sovvertire la nostra stessa identità”, ma è necessario ricomporre quei pezzi.

In realtà, le esperienze traumatiche che lasciano dietro di sé una grande sofferenza sono così dolorose, tra le altre ragioni, perché fanno a pezzi le nostre convinzioni rispetto al mondo, facendoci notare che non è un posto così sicuro come pensavamo. Questa scoperta può essere piuttosto destabilizzante, perché non si tratta solo di riprendersi dal colpo subito, ma ci rende consapevoli che la vita può infliggerci colpi ancor più dolorosi.

Per curare la ferita abbiamo bisogno di tempo e di un profondo lavoro introspettivo. Infatti, molto spesso non si tratta di rimettere i pezzi rotti al loro posto, come faremmo con un vaso rotto, ma trovare nuovi modi di far combaciare quei pezzi. Questo significa che potresti trovare un nuovo significato della vita, capire in che modo questa esperienza ti ha reso più forte o addirittura sentirti incoraggiato a intraprendere nuovi progetti. Se usi il dolore come un’opportunità per crescere, invece di vederlo solo come una fastidiosa pietra sul tuo cammino, non sarà stato invano.


Dal Sito: angolopsicologia.com 


mercoledì 20 maggio 2020

Sviluppare la resilienza per superare questo difficile periodo


Ognuno di noi affronta lo stress in modo caratteristico, impiegando una determinata strategia di fronteggiamento 

Una buona gestione nello stress, in questo frangente, avrebbero ricadute positive su ogni fronte, ecco i primi 10 vantaggi che mi vengono in mente:

  1. Meno litigi in casa
  2. Più tempo da dedicare a sé stessi
  3. Meno fame emotiva
  4. Comunicazione più efficace
  5. Home di Facebook con meno notizie allarmanti
  6. Gestione domestica più efficiente
  7. Migliore qualità del sonno
  8. Maggiore concentrazione
  9. Riduzione dei pensieri ruminanti
  10. Esame della realtà più accurato

L’elenco precedente è solo parziale e non è affatto esagerato. Ecco un esempio pratico

Il caso di Maria

Ogni giorno, la conta delle vittime è elevata e questo getta tutti nello sconforto. E’ normale.

Il problema più grande di Maria sembra essere la carenza di mascherine tra il personale medico-sanitario. Preciso che Maria non è un operatore sanitario ma è talmente indignata e alterata per questa questione che ha costantemente i nervi a fior di pelle.

E’ arrabbiata con i ministri, con la protezione civile, con la popolazione e anche con lo stesso personale medico… Intanto litiga con figli e marito, scrive commenti sprezzanti su Facebook e fa molte polemiche sulla gestione adottata dallo Stato.

Maria investe le sue energie in problemi che non può cambiare. Il suo atteggiamento ha ripercussioni sull’esterno, a cominciare dalla sua famiglia che uscirà da questa pandemia più stressata del dovuto.

Maria è entrata in paranoia per la prevenzione del contagio ormai è così confusa che non sa più quali pratiche sono eccessive e quali indispensabili… passa il suo tempo a leggere articoli online e questo amplifica la percezione del pericolo.

La convivenza è un incubo, tutti sono sul sentiero di guerra e nessuno è disponibile all’ascolto, il terrorismo mediatico fa la sua parte e la sera, dopo il tg, Maria si mette a letto carica d’ansia.

La pandemia è un evento allarmante, tuttavia è stato il pessimo autocontrollo di Maria a rendere la sua vita un incubo… non la pandemia in sé.

E’ chiaro che la gestione di una pandemia non è affatto facile: tutto ciò che possiamo fare è accettare la realtà dei fatti. Tutto è successo troppo velocemente mettendo a dura prova un sistema sanitario che era già alle corde con i suoi malati ordinari.

E’ normale, molte questioni possono farci sentire impotenti ma l’impotenza non deve essere trasformata in frustrazione e poi in rabbia spostata. E’ normale anche essere preoccupati per il contagio.

La possibilità del contagio non dovrebbe renderci isterici ma più vigili e attenti nel rispettare le normative ministeriali.

Gli eventi esterni possono innescare reazioni funziona o disfunzionali, in base al modo in cui riusciamo a regolare le nostre emozioni.

La tenuta psichica

Alcune persone affrontano lo stress con calma e tranquillità, altre, invece, assumono un comportamento di massima attivazione anche in caso di minimo stress. E’ chiaro che la pandemia in corso non rappresenta un caso di minimo stress, anzi! Si tratta di un evento eclatante che colpisce in pieno l’intera collettività.

Mentre le reazioni di massa sono materia della psicologia sociale, in questo articolo parleremo delle strategie di coping individuale e, in particolar modo, di un fattore protettivo, la resilienza.

La resilienza

La resilienza, in psicologia, è definita come la capacità di resistere, superare e prosperare anche nelle più profonde avversità.

Alla base della resilienza vi è la fiducia, fiducia nelle proprie risorse e, dunque, in ciò che verrà, anche quando gli eventi avversi non sono controllabili.

Chi è resiliente riesce a spostare l’attenzione dalle preoccupazioni attanaglianti alla volontà di costruire qualità positive per potenziare le proprie capacità di resistenza e adattamento.

Soffermiamoci sul ruolo delle risorse nei momenti di stress: ogni individuo ha risorse limitate, se investiamo il 90% delle nostre risorse in comportamenti disfunzionali (rimuginare, allarmarsi, angosciarsi, ricercare colpevoli, accanirsi, polemizzare…), solo un 10% saranno destinate alla crescita e all’adattamento; ma non è solo una questione di risorse. La resilienza è una vera e propria abilità umana e, come ogni capacità, è passata per l’apprendimento.

In genere, la resilienza individuale si sviluppa a partire dai primi anni di crescita, insieme al senso di auto-efficacia… tuttavia, indipendentemente dalla tua istruzione e dai tuoi rapporti familiari, anche tu puoi imparare a essere resiliente.

Chi è la persona resiliente?

“Gli individui resilienti sono generalmente accomodanti e gentili, e hanno buone abilità sociali, sono tipicamente indipendenti e hanno una sensazione di controllo sul proprio destino, anche se esso ha inferto loro un colpo devastante. in breve, essi operano con quanto hanno a disposizione e sfruttano al meglio qualsiasi situazione in cui vengono a trovarsi” (Friborg et al., 2005; Deshields et al., 2006; Sinclair et al., 2013).

Aumentare la propria resilienza richiede tempo, uno dei vantaggi della quarantena è che ci concede più tempo da dedicare alla nostra crescita interiore. Proviamo a iniziare da qui.

Preciso che non esiste una ricetta che possa garantirti una dose di resilienza, ma ci sono dei primi passi che ti consentono di sviluppare delle buone strategie di coping utili per non lasciarsi sopraffare dallo stress.

1. Non chiuderti in te stesso

Il dolore, i sensi di colpa, il senso di perdita… sono emozioni molto forti; condividere i propri vissuti emotivi può essere molto utile in situazioni in cui la tensione raggiunge alti livelli.

2. Fai ordine in te stesso

Alla base della resilienza vi è una buona conoscenza di sé e dei propri meccanismi interiori.

Ti sei mai chiesto perché su Facebook ci sono così tanti attaccabrighe? Perché lo schermo abbassa i filtri che possiamo trovare nella vita off-line e anche perché ci sono troppe persone che non conoscono se stesse e sfogano le frustrazioni altrui sul prossimo.

In questo periodo le liti familiari sono in aumento ma ciò non è legato solo alla convivenza forzata: molto è dettato dal disordine interiore e dalla rabbia spostata.

Il disordine interiore consiste in una fitta nebbia che ti confonde, che innesca stati mentali difficili da interpretare… Questa nebbia innesca uno stato di malessere generale che si trasforma in rabbia, intolleranza e irritazione. Il risultato? I livelli di pazienza sono azzerati e qualsiasi input è vissuto come una provocazione esterna.

In pratica, uno stato di malessere individuale va a rendere più difficili le relazioni interpersonali. L’esame di realtà risulta del tutto compromesso: anche gesti neutrali possono essere letti come irritanti o minacciosi. Tutto questo perché alla base non è stato possibile elaborare un malessere. Alla base c’è stato un rifiuto della realtà che ha generato una forte intolleranza.

La vita di ognuno di noi è costellata da eventi dolorosi e ingiustizie. In questo contesto, bisogna lavorare sull’accettazione così come spiegato in questo articolo “accettazione“.

3. Lavora sulle tue risorse

Prenditi cura di te e lavora sul tuo senso di auto-efficacia. L’autostima è un pilastro fondamentale per sviluppare la resilienza.

4. Assumiti la responsabilità delle tue emozioni

Il “sono fatto così” non è una buona scusa per non migliorarsi. Assumersi la responsabilità che ognuno di noi è responsabile delle proprie azioni e dei propri stati mentali, è il primo passo verso il cambiamento.

Assecondare e fomentare la crisi non migliorerà la situazione, non lo faranno neanche comportamenti aggressivi o l’over-posting si articoli allarmanti sul tuo profilo FB.

La resilienza richiede un grosso sforzo affinché la calma possa prevalere sulle pressioni emotive. Il volume delle emozioni è qualcosa che può essere regolato. La calma è legata al mondo in cui ognuno di noi sceglie di rispondere agli eventi.

Forse, fino a oggi, non hai avuto modo di sviluppare risposte più funzionali… probabilmente nella tua famiglia di origine le crisi venivano affrontate gridando e impartendo ordini. Questa soluzione, oggi, non è ne’ utile, ne’ funzionale… anzi, sta distruggendo la tua nuova famiglia.

Massimizza l’accettazione e pratica la calma. Anche le tue relazioni interpersonali potranno beneficiare di questo nuovo approccio!

5. Sposta l’attenzione

Sposta l’attenzione da “ciò che non va” a “ciò che posso fare in questo momento per migliorare la mia vita“.  Nell’articolo intitolato “il tempo in quarantena non è tempo perso” sono annoverate 10 attività che puoi svolgere in casa, si tratta di buone pratiche che ti aiutano a gestire l’ansia e l’angoscia del contagio.

Dal Sito: psicoadvisor.com

sabato 2 maggio 2020

Resilienti si diventa 






Quante volte hai sentito parlare di resilienza, specialmente in relazione allo stress?

Sicuramente già ti sei fatto un’idea di cosa significhi essere resiliente, ma nella pratica, non hai ancora la sicurezza di avere messo a punto gli strumenti utili o necessari ad esserlo. In questo articolo, intendo illustrare alcune strategie concrete per lavorare sulla propria resilienza.

Resilienza è un termine che nasce nell’ingegneria, e sta a significare la proprietà di un materiale di resistere a una determinata pressione esercitata da un agente esterno, ritornando alla sua forma originaria. Quando parliamo di persone però, il concetto di assume un connotato differente.

In psicologia, essa indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di adattarsi, riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà senza alienare la propria identità.

In altre parole, si tratta della capacità di tornare in condizione di equilibrio in seguito ad essere stati sottoposti a uno stress, tra cui:

  • Disastri naturali: uragani, terremoti, maremoti, malattie, virus, etc…
  • Incertezza: quando non sai cosa succederà.
  • Conflitti interiori: quando vi è una discrepanza tra ciò che hai e dove sei (situazione as is) e ciò che desideri .
  • Pressioni esterne: quando ti si richiede di fare di più, meglio, in minor tempo, e dunque hai la sensazione che le tue risorse interiori siano inferiori alla richiesta esterna.
  • Pressioni interne: quando le richieste non sono oggettive, non vengono da fuori, ma da un pretendere troppo da sé, sentirsi giudicati, volere essere perfetti.

Tutte le volte che ci troviamo a fare i conti con lo stress, viene messa alla prova la nostra resilienza. e quindi, bisogna capire quali strumenti sia opportuno mettere in gioco per superare il determinato momento o situazione efficacemente ed eventualmente costruirne di nuovi.

Questi strumenti derivano dalle nostre capacità e forze interiori, sono specifici per ciascuno, per le difficoltà che nello specifico ognuno si trova ad affrontare, e appartengono ad alcune aree che presento nelle prossime righe. Ricorda che nel percorso di crescita personale non ci sono scorciatoie: è opportuno fermarsi, comprendere la situazione e mettersi in gioco in prima persona.

In primis, in qualunque situazione o difficoltà ci si trovi, giocano un ruolo centrale gli atteggiamenti: il proprio modo di porsi di fronte alla situazione, i propri pensieri.

in situazione di crisi, è naturale “cadere” in alcune trappole, come per esempio:

  • volere trovare una causa, un capro espiatorio a cui attribuire la “colpa” o l’origine di quanto accaduto. Si tratta di un atteggiamento umanamente normale cercare una risposta alla domanda: “Perché?” “Perché proprio me?” “Cos’ho fatto di male?”
  • Confrontarsi, fare paragoni con chi invece sembra stare bene, non avere o non poter capire il proprio problema.
  • Focalizzarsi solo su ciò che va male, che spesso porta al rischio di creare un circolo vizioso e a vedere il negativo in ogni area della vita

Vi sono situazioni più o meno gravi, pressioni più o meno forti che tutti, ribadisco tutti!, affrontano nella propria vita. Opporsi ad esse non farà altro che renderle peggiori, più forti.

Di contro, prendere tempo per osservare ciò che succede nel presente è invece un atteggiamento più utile per iniziare ad accettare una situazione anche quando questa sembra insopportabile. Accogliere l’idea di imeprmanenza delle cose potrà aiutare a pensare che, sebbene il presente sia difficile, il domani potrà essere diverso, che si può quindi accogliere il futuro con una mente più aperta, più leggera.

La seconda categoria di strumenti a tua disposizione sono i valori: la bussola che ci guida, i capisaldi che orientano – o dovrebbero orientare – ogni nostra azione. Quindi suggerisco di chiedersi: “Quali sono i miei valori?”

Averne due o tre principali è di grande di aiuto per capire cosa fare, dove andare, anche quando si ha la sensazione di essere impossibilitati ad agire.

I valori e le azioni sono strettamente legati alla propria mission, al proprio scopo di vita, e le azioni sono quei piccoli gesti o passi che ogni giorno è possibile fare verso la realizzazione della stessa.

In terzo luogo troviamo le emozioni: cosa provi in questo momento? Non sempre è semplice esserne consapevoli, ma dare un nome a ciò che si prova, aiuterà a razionalizzare e a liberarsi di ciò che senti dentro.

Le emozioni di base più forti all’origine dello stress sono la tristezza, l’ansia legata alla solitudine e all’incertezza sul futuro, la rabbia per non riuscirsi a spiegare ciò che accade, e la sensazione di stanchezza, o esaurimento che si crea quando lo stress si protrae.

Quando ci si sente a terra, cosa fare per ritrovare le energie?

Un consiglio molto efficace è quello di concentrarsi su ciò che è sotto controllo, quindi ciò su cui si ha capacità di azione. Non è possibile cambiare le proprie emozioni a proprio piacimento, ma secondo la mindfulness e la psicologia cognitiva, sarà molto utile iniziare a osservarle, a esserne cosciente e consapevole per imparare a gestirle. In questo modo, da marionetta, spettatore della propria vita, si passa a esserne registi o quanto meno attori.

Anche nel lavoro, spesso al centro dei nostri pensieri, è utile fermarsi e studiare la situazione da un punto di vista differente, con una mentalità diversa dal nostro default mode, pensando per esempio; “Cosa farebbe il mio “eroe” nei miei panni?” cerca di Cambiare prospettiva aiuterà a comprendere la big picture, ad essere più svegli, e quindi più resilienti in una data situazione, anziché una pedina in balìa degli avvenimenti.

Come quarto step, intraprendere un percorso per aumentare la resilienza non può prescindere dal prendere consapevolezza delle proprie credenze limitanti, cioè  le convinzioni e gli auto giudizi radicati in profondità che creano un freno alla realizzazione. Per vincerle, può aiutare trovare delle evidenze contrarie.

Per esempio, se la credenza di Lucia è che il successo passa solo attraverso il sacrificio, lo sforzo e il duro lavoro. allora è lei stessa che, più o meno consapevolmente, sta creando uno stress in cambio di quella ricompensa di cui altrimenti non si sentirebbe meritevole! Lavorare sulla credenza limitante, capirne l’origine e trovarne prove contrarie, è molto utile a liberarsi di un fardello che altro non fa che impedire la propria realizzazione

Anche la propria voce interiore, l’auto dialogo, se positivo e potenziante, può aiutare ad aumentare la resilienza, a dare quel quid di energie che a volte bisogna imparare a tirare fuori!

Per riassumere, trovare una motivazione e un supporto interiore, che parta da se stesso, e concentrarsi sulle azoni sulle quali ora hai controllo, mantenendo un focus sui propri valori e un atteggiamento pro-attivo, aiuterà a trovare le energie per affrontare al meglio le proprie difficoltà, anche in situazioni difficili, e anzi, fare sì che queste siano un’occasione per aumentare la propria forza ed efficacia!

Resilienti non si nasce, resilienti si diventa, e questo è possibile solo attraverso l’esperienza. Trovare un nuovo equilibrio dalla difficoltà è utile e necessario, specialmente in un tempo, una società complessa e volatile, caratterizzata dall’incertezza come la nostra oggi, sarà ancora più necessario prosperare dalla situazione di difficoltà, trovando una nuova omeostasi in un punto di equilibrio migliore del precedente, lavorando cioè non solo sulla propria resilienza, ma su qualcosa che va oltre: l’antifragilità!

 Dal Sito: psiche.org

domenica 26 aprile 2020

Resilienza ai tempi del Coronavirus



E’ la prima volta che ci troviamo a fronteggiare una “PANDEMIA” e quindi non abbiamo riscontri su cosa lascerà questa emergenza sanitaria, a livello emotivo e psichico.

Nella grande incertezza che attraversiamo possiamo mettere in campo alcuni consigli utili, per fronteggiare al meglio questo periodo.

Ognuno di noi ha gradi diversi di RESILIENZA, derivata dalla storia personale, sociale e ambientale nella quale siamo vissuti, questa capacità, che ci aiuta a fronteggiare eventi molto stressanti, una volta finita l’emergenza, ci permetterà di ritornare come eravamo prima, se non addirittura rinforzati e trasformati.

Ora ci sentiamo vulnerabili, non sappiamo quanto continuerà la capacità del virus di poterci contagiare, però possiamo concentrarci e avere fiducia nelle nostre abilità e competenze, che in genere ci aiutano a fronteggiare le situazioni difficili, che si palesano dinanzi a noi.

Possiamo avere conoscenze in vari ambiti del sapere, si può avere in generale un atteggiamento prudente, si può essere persone tenaci e determinate, ma quello più importante, in questo periodo, è la flessibilità e la capacità di adattarsi alle esigenze, che il momento richiede.

Concentrarsi sul qui ed ora, vivere alla giornata, godere delle piccole cose, lasciarsi andare allo stupore del fanciullo alla scoperta del mondo e cogliere il segreto di ogni cosa: una tavola apparecchiata, una telefonata di un amico, un film, un libro. Abbandonare per un po’ progetti a lunga scadenza, che potrebbero non avere l’opportunità di avverarsi, lasciandoci con un senso di impotenza e frustrazione.

Per quello che è possibile, mantenere la stessa routine, che avevamo prima dell’emergenza. Alzarsi alla stessa ora, fare un po’ di esercizio fisico, tipo stretching, corsa sul posto ecc. Studiare o lavorare in smart working, quando possibile. Questa routine, da una struttura alla nostra vita e ci aiuta a sentirci più competenti e meno in balia degli eventi circostanti.

Il fatto che sia un agente esterno, sconosciuto, invisibile a governare prevalentemente la nostra vita, può mettere a dura prova il nostro narcisistico voler tenere sempre tutto sotto controllo.

Ci sono persone che hanno già subito gravi stress nel passato, sulle quali questa esperienza può riattivare triggers, cioè elementi in grado di innescare emotivamente ricordi relativi all’evento traumatico passato e che può rendere più doloroso questo momento.

Il fatto che se ne parli tanto e che tante persone stanno lottando contro lo stesso nemico aiuta a non sentirsi soli e il fatto che lo si possa condividere con un numero illimitato di persone, rende il nostro peso più leggero, può farci pensare che saremo meno soggetti ad istaurare un disturbo da stress post traumatico.

Questa esperienza di Pandemia, ha spostato il Locus of control da interno ad esterno. Il senso di controllo interno, riguarda il senso di competenza sugli atteggiamenti che possiamo avere per evitare il contagio (lavarsi spesso le mani, evitare il contatto troppo ravvicinato con altri…).

Portare il locus of control da esterno ad un locus of control interno, affina il nostro senso di controllo. Per sconfiggere le paure realistiche, le misure autoprotettive sono la migliore “terapia”.

Se si prova tristezza, paura, rabbia e dolore, non vergognarsi di provarle, anzi cercare di trovare le parole per descriverle, magari anche portandole su un foglio che si potrà poi gettare via, o leggerlo magari, a qualcuno di intimo.

Ci sono stati purtroppo moltissimi decessi che non hanno avuto la funzione religiosa e la celebrazione dei funerali, questo potrà rendere più difficoltosa l’elaborazione del lutto.

Però anche la perdita del lavoro in seguito alla crisi economia che si è venuta a creare con il coronavirus, la lontananza da parenti e amici sono tutti lutti che dovremo imparare ad elaborare.

Non congelare dentro le emozioni ma permettersi di accettare di provarle.

Usare in modo adattivo la paura, che normalmente ha protetto la nostra specie, senza farci sopraffare da essa, ed anzi usarla per diventare più forti e competenti.

Questo momento di pausa forzata è stata comunque una grande opportunità per ognuno di noi, di guardarsi dentro e ridefinire i principali valori, che normalmente guidano i nostri comportamenti. Questo nel migliore dei casi potrà in un futuro farci essere persone migliori.

Questa convivenza forzata può aver fortificato certe unioni, reso più fragili altre, di sicuro ha reso manifesto chi è importante per noi e chi non lo è.

Il trauma può favorire una crescita personale positiva e molte persone una volta passata l’emergenza possono provare un senso di competenza e resilienza migliori.

Quindi stiamoci vicini, con i mezzi che abbiamo a disposizione, e prepariamoci ad una ripresa dove anche la nostra socialità dovrà adattarsi a nuove modalità.

Chissà se i neuroni specchio, che risiedono dentro ognuno di noi e che sono una delle principali risorse per farci sentire in empatia gli uni verso gli altri, non diventino un mezzo elettivo di farci sentire vicini gli uni agli altri.


Dal Sito: psicoadvisor.com

lunedì 6 aprile 2020

Come gestire l’ansia da Covid «L’isolamento ci fa resilienti»


I consigli dell’esperto, Antonio Vita (docente di psichiatria a Brescia: «Bisogna imparare ad accettare i momenti difficili. L’isolamento ci consente di cercare e ritrovare il nostro l’equilibrio»
Il Covid-19 testa la sanità e l’economia del Paese, ma anche la stabilità emotiva degli italiani. Come reagisce il Dipartimento di salute mentale e dipendenze dell’Asst Spedali Civili di Brescia, tra le più colpite della Lombardia, all’emergenza sanitaria in atto? Risponde il direttore Antonio Vita, docente di psichiatria alla facoltà di Medicina della città. «Sono preservate tutte le attività a favore di pazienti con disturbi psichici o dipendenze, attivi i servizi di ricovero, diagnosi e cura e anche le attività territoriali (Cps) per quelle situazioni che necessitano continuità e monitoraggio della terapia farmacologica. Situazioni come questa determinano l’aumento di preoccupazioni per tutti. Gli effetti sulla psiche dell’emergenza spesso si riscontrano sul medio-lungo periodo. Nell’immediato si registra un aumento di ansia e preoccupazione, ma in seguito si potrebbero verificare sintomi depressivi o disturbo da stress post traumatico. L’attenzione rimane alta e cerchiamo di essere di aiuto: compito dei nostri operatori, oltre a quello di curare, è anche informare e tranquillizzare i pazienti che per effetto dei loro disturbi vivono in modo accentuato paure e ansie».

Il cambiamento

Fino agli ultimi Dpcm Conte, la maggior parte della popolazione ha fuggito l’idea di attuare cambiamenti nelle proprie abitudini di vita, attuando comportamenti spesso privi di buon senso, pericolosi per sé e per gli altri: una fuga dalla realtà. «Spesso si tende a non voler ammettere che qualcosa che può mettere a repentaglio le proprie certezze stia accadendo, con comportamenti di negazione, facendo cose che già si sconsigliavano o si iniziava a limitare e proibire. Ora, si è passati a una vera limitazione delle possibilità di contatto sociale ed è una situazione nuova, ma anche uno strumento necessario per superare, e farlo nel minor tempo possibile, la fase di difficoltà collettiva, accettandola e facendola propria. Tutte le situazioni che richiedono un adattamento delle proprie abitudini rappresentano una situazione di stress. L’aumento dell’ansia può verificarsi, ma tale situazione offre inaspettatamente anche opportunità. L’isolamento rappresenta un cambiamento, che permette di cercare un equilibrio in noi stessi, tra la parte allarmistica e quella ottimistica, accettando la situazione e contribuendo a risolverla. Il confinamento ci propone una nuova condizione, lontana dai ritmi frenetici, che limitano le occasioni di scambio con i famigliari. Può essere occasione per raccontarsi. Il tempo dilatato offre occasione per giocare con i figli e riordinare le proprie cose. Cerchiamo di creare memorie positive con l’utilizzo favorevole del tempo in termini di relazione e conoscenza reciproca, rendiamo lo spazio che possiamo vivere ricco e vitale. È un’occasione per riordinare il proprio percorso individuale e famigliare, attivando risorse personali che favoriscono la resilienza, cioè la capacità di recupero di fronte a situazioni nuove, difficili e incerte. Bisogna rimanere attivi anche all’interno di uno spazio limitato: con l’attività fisica, preservando ritmi e abitudini, arricchendo lo spazio/tempo con creatività. Ci aiutano i tanti mezzi di comunicazione che abbattono muri fisici e semplificano la relazione con l’esterno, utilizzati anche dai nostri servizi per raggiungere i pazienti».

La risposta

Il territorio ha risposto con forza all’emergenza sanitaria, attuando iniziative anche dal punto di vista del supporto psicologico. «Come azienda sanitaria sentiamo molto la vicinanza di soggetti che ci aiutano. All’interno dell’ospedale è stato avviato uno sportello di consulenza psicologica, da parte dell’unità di psicologia clinica, a favore di tutti gli operatori sanitari sottoposti ad uno sforzo così elevato. Nel complesso, si sta facendo un lavoro di squadra positivo e si ha la speranza che possa aiutare a superare questa emergenza».Nella storia, a livello psicopatologico, che reazione è stata riscontrata nel singolo e nella popolazione in seguito ad eventi straordinari che hanno stravolto la normalità della vita di tutti i giorni? «Generalmente una parte della popolazione può andare incontro al Disturbo post traumatico, come nel caso dell’11 settembre negli Usa, o del terremoto che colpì L’Aquila nel 2009. Dove vi sono fenomeni che hanno durata e impatto generale sulla popolazione si riscontra un aumento della sintomatologia di tipo ansioso e depressivo, causati da fattori come l’insicurezza sociale, la caduta delle certezze e della stabilità anche economica».


Dal Sito: brescia.corriere.it 

martedì 18 giugno 2019

Non ti arrendere: la bellissima poesia di Benedetti che ci insegna la resilienza




La vita a volte ci mette a dura prova, ci capita di non sentirci all’altezza, di provare sconforto e di gettarci nella depressione più acuta. La tentazione di gettare la spugna è forte. Allora fermiamoci un attimo, facciamo un bel respiro e impariamo a non arrenderci.

Si sa, quando si tocca il fondo, risalire può essere difficile ma se troviamo il coraggio di farlo e di affrontare le nostre paure, alla fine torneremo in gioco più forti di prima.

Ogni giorno, affrontiamo nuove sfide e ostacoli e spesso, non tutti i nostri piani, vanno come vorremmo. Se ci manca quell’incoraggiamento da parte di qualcuno, proviamo a trovare la motivazione in noi stessi, ad essere resilienti.

Ce lo insegna, ad esempio, Mario Benedetti, poeta, saggista, scrittore e drammaturgo uruguaiano che nella sua poesia ‘Non ti arrendere’, traccia il percorso della vita di ognuno di noi.

Ombre, paure, ma anche voglia di buonsenso e di alzarsi il volo. Prendetevi due minuti di tempo e leggete questa poesia, forse può essere il primo passo per cambiare ciò che in questo momento, non vi piace.

Non ti arrendere, ancora sei in tempo

per arrivare e cominciar di nuovo,

accettare le tue ombre

seppellire le tue paure

liberare il buonsenso,

riprendere il volo.

Non ti arrendere perché la vita e così

Continuare il viaggio

Perseguire i sogni

Sciogliere il tempo

togliere le macerie

e scoperchiare il cielo.

Non ti arrendere, per favore non cedere

malgrado il freddo bruci

malgrado la paura morda

malgrado il sole si nasconda

E taccia il vento

Ancora c’è fuoco nella tua anima

Ancora c’è vita nei tuoi sogni.

Perché la vita è tua

e tuo anche il desiderio

Perché lo hai voluto e perché ti amo

Perché esiste il vino e l’amore,

é vero.

Perché non vi sono ferite che non curi il tempo

Aprire le porte

Togliere i catenacci

Abbandonare le muraglie

Che ti protessero

Vivere la vita e accettare la sfida

Recuperare il sorriso

Provare un canto

Abbassare la guardia e stendere le mani

aprire le ali

e tentare di nuovo

Celebrare la vita e riprendere i cieli.

Non ti arrendere, per favore non cedere

malgrado il freddo bruci

malgrado la paura morda

malgrado il sole tramonti e taccia il vento,

ancora c’è fuoco nella tua anima,

ancora c’è vita nei tuoi sogni,

perché ogni giorno è un nuovo inizio

perché questa è l’ora e il miglior momento

perché non sei sola, perché io ti amo.

Dominella Trunfio

via GreenMe

Dal sito: 

aprilamente.info 

mercoledì 10 aprile 2019

RESILIENZA E BENESSERE PSICOLOGICO: MI PIEGO MA NON MI SPEZZO!

“Non è forte colui che non cade mai , ma colui che cadendo si rialza” scriveva Goethe. Vediamo allora cos'è la resilienza e perché è un ingrediente fondamentale del nostro benessere psicologico!

Come funziona la resilienza e perché è così importante per il benessere psicologico?

Si chiama tecnica del Kintsugi è una particolare arte del restauro praticata in Giappone; quando i Giapponesi riparano un vaso rotto non nascondono i danni nel tentativo di ripristinarne l’aspetto iniziale, ma, al contrario, ricompongono i cocci con un particolare tipo di resina mista a oro che rende visibile ogni singola crepa.

Le cicatrici, i segni delle rotture precedenti non vengono cancellati, ma valorizzati nella convinzione che questi rendano il vaso più bello di come era origine.

È questa l’essenza fondamentale della resilienza: la capacità psicologica di attraversare le avversità e gli eventi negativi della vita non solo senza farsene travolgere ma, riuscendo anche a coglierli come opportunità di crescita e di evoluzione.

Resilienza e benessere: significato di un termine preso a prestito dalla Fisica

Come molti altri termini noti oggi in psicologia, anche quello di resilienza è mutuato da ambiti disciplinari estranei alle Scienze Umane.

Come la parla “stress” anche “resilienza” è un termine che deriva dalla Fisica a va ad indicare non la tensione di un materiale sottoposto ad un carico (lo “stress” appunto della fisica dei materiali), ma la capacità di suddetto materiale di resistere a tale carico e/o di ritornare alla conformazione precedente.

Originariamente dunque, il concetto di resilienza andrebbe a definire semplicemente la capacità dell’essere umano di “resistere”, non farsi danneggiare dall’urto degli eventi.

In realtà, come è stato accennato, questo concetto significa qualcosa di più e di diverso dal “non cedere mai”.

La resilienza infatti non significa essere invulnerabili alle avversità della vita, non consiste nel non farsi toccare dagli eventi negativi, non si tratta di restare uguali a sé stessi respingendo gli urti, ma farsi modellare da essi uscendone rafforzati e, dunque, cambiati.

 

Resilienza e benessere: fattori individuali e sociali

Molti sono i fattori, sia individuali che sociali che gli studi psicologici hanno riconosciuto implicati nella resilienza psicologica.

La resilienza infatti non è una qualità del tipo “tutto o nulla”, che è presente o assente nella mente delle persone.

Rappresenta piuttosto il risultato, sempre dinamico, dell’interazione dell’individuo con l’ambiente sociale e relazionale in cui è inserito.

Diversi ordini di fattori sono infatti coinvolti nella capacità di resilienza per il benessere psicologico (Vaillant, 1993; Cramer, 2000):

> Fattori prettamente individuali, come il senso dell’umorismo, lo sviluppo di capacità di gioco, di immaginazione e di pensiero che consentano di attingere ad un potenziale creativo per a soluzione dei problemi;

> la qualità dell’ambiente familiare e delle precoci relazioni di attaccamento;

> la possibilità di avere accesso ad una forma di supporto emotivo e sociale.

Queste e altre variabili modificheranno il tipo di impatto che le avversità possono avere sulla persona.

Non esiste infatti una misurazione oggettiva del carico di stressassociato ad un dato evento, se ad esempio esso verrà percepito come una rottura eccedente le propri capacità di fronteggiamento (distress) o, al contrario, come una sfida stimolante (eustress).

Dipende appunto dalla valutazione soggettiva che ognuno può fare di ciò che gli accade, alla luce delle risorse che riconosce di avere i sé stesso e nel proprio ambiente di riferimento.

Resilienza e benessere: l’esempio di Alex Zanardi

Un esempio vivente di cosa significhi la capacità di resilienza è quello di Alex Zanardi che ha definito il gravissimo incidente che lo colpì nel 2001 come “Una delle più grandi opportunità della mia vita” diventando di fatto uno dei più grandi campioni sportivi di tutti i tempi.

“Quando mi sono risvegliato senza gambe – racconta Zanardi - ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa”.


Dal Sito: crescita-personale.it

  

lunedì 18 marzo 2019

È l’accettazione che porta al cambiamento - la resistenza conduce alla sofferenza


È l’accettazione la strada verso il cambiamento, mentre un cammino basato sulla resistenza, è una sorta di cammino immutabile che gira in tondo nel proprio dolore.

L’accettazione non è rassegnazione, ma consapevolezza.

Imparare ad accettare significa prendere atto delle cose così come esse sono. Rispettarle anche, per quello che sono.

Non possiamo pretendere che tutto vada secondo i nostri desideri, che tutto sia sotto il nostro controllo, che tutto accada come vogliamo.

Dobbiamo accettare ciò che fluisce indipendentemente dalla nostra volontà, che le situazioni, i legami, seguano il loro corso naturale.

Resistere a tutto ciò che deve essere, spesso significa voler negare la realtà dei fatti. Significa aggirare un problema con la sola conseguenza di ingigantirlo.

Significa voler evitare un dolore che comunque non potremo risparmiarci in futuro.

Perché ciò che deve essere, sarà, nonostante si cerchi di rallentarne il corso.

Prendiamo come un esempio un rapporto di coppia ormai giunto al capolinea per almeno uno dei due membri.

Generalmente il partner ancora innamorato cercherà di ignorare tutti quei segnali che indicano una fine certa.

Si aggrapperà ad ogni sorta di illusione pur di non vedere una realtà ormai priva di amore.

Sopporterà l’insopportabile sperando che tutto torni com’era o che comunque non si giunga alla fine.

Condannerà se stesso e il partner ad un periodo di sofferenza e di infelicità nel suo sforzo di resistenza.

Condannerà se stesso al dolore cercando di evitare il dolore.

Prendere atto della situazione, del cambiamento dei sentimenti del partner, accettare che ormai la storia è finita, non significa rassegnarsi alla fine, ma agire con responsabilità, comprendere che la propria vita deve prendere una direzione diversa.

Non significa essere passivi, anzi. Riuscire ad accettare una situazione significa aprirsi a nuove possibilità.

Accettare una situazione che non possiamo cambiare, significa cambiare personalmente.

Significa rispettare il cambiamento altrui.

Significa evitare una dolorosa e lunga agonia piuttosto che affrontare coraggiosamente la sofferenza in modo maturo e costruttivo: crescendo e orientando la propria vita verso prospettive diverse.

In conclusione vogliamo lasciarvi con una frase di Charles Bukowski che recita così:

“Resistere ha senso solo se ne esci con qualcosa in mano alla fine. Ma resistere tanto per resistere è l’infelice condizione di milioni di persone.”

Dal Sito: giornodopogiorno.org

giovedì 5 aprile 2018

La resilienza psicologica: una forza che nasce dalla sofferenza



Il filosofo Khalil Gibran ha scritto: “Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.”

La morte di un caro, la perdita del lavoro, una malattia grave sono esperienze di vita che mettono a dura prova l’equilibrio psicologico della persona:emozioni forti e in senso di profonda inquietudine ed incertezza prendono il sopravvento e la persona potrebbe sentirsi come un “puzzle che va in pezzi”. Difficile leggere l’evento, collocarlo nella giusta prospettiva, attribuire responsabilità e onori: tutto sembra nebuloso, il tempo scorre dettato dallo stato d’animo e le cose acquistano un sapore diverso. Alcuni si adattano presto, altri richiedono un processo più laborioso e faticoso: ma da cosa deriva questa differente capacità di resistere agli “urti” della vita?O meglio, perché ci sono individui più o meno resilienti?

La resilienza, termine derivato dalla scienza dei materiali e indicante la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione, in psicologia connota proprio la capacità delle persone di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà. Non è quindi solo capacità di resistere, ma anche di “ricostruire”la propria dimensione, il proprio percorso di vita, trovando una nuova chiave di lettura di sé, degli altri e del mondo, scoprendo una nuova forza per superare le avversità. Si tratta di un processo dunque individuale, ovvero che si costruisce nella persona in base alla personalità, ai modelli di attaccamento e agli eventi di vita e pertanto si verifica in modo differente in ognuno di noi. Molto spesso, infatti può capitare che, quando una persona che conosciamo si trova ad affrontare un evento particolarmente stressante, pensiamo “Io al suo posto non sarei riuscita a sopportarlo!”; tuttavia, come detto, questo dipende dalle nostre esperienze, dai nostri apprendimenti, dalla nostra personalità e pertanto filtriamo ed elaboriamo gli eventi e loro significati in modo differente, reagendovi e integrandoli nella memoria in modo altrettanto differente.

Le persone con un alto livello di resilienza dunque,  riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti. L’esposizione alle avversità sembra rafforzarle piuttosto che indebolirle. Esse tendenzialmente sono ottimiste, flessibili e creative; sanno lavorare in gruppo e fanno facilmente tesoro delle proprie e delle altrui esperienze.

Ma cosa fa si che un individuo sia più o meno resiliente?

A determinare un alto livello di resilienza contribuiscono diversi fattori, primo fra tutti la presenza all’interno come all’esterno della famiglia di relazioni con persone premurose e solidali. Questo tipo di relazioni crea un clima di amore e di fiducia, e fornisce incoraggiamento e rassicurazione favorendo, così, l’accrescimento del livello di resilienza. Gli altri fattori coinvolti sono:

• OTTIMISMO: è la disposizione a cogliere il lato buono delle cose, la tendenza ad aspettarsi un futuro ricco di occasioni positive, la propensione a sminuire le difficoltà della vita, cercando sempre di trovare la soluzione ai problemi.

• AUTOSTIMA: una elevata autostima protegge da sentimenti di ansia e depressione e influenza positivamente lo stato di salute fisica. Si riferisce ad una visione positiva di sè

HARDINESS: tratto di personalità che comprende tre dimensioni:

- CONTROLLO: convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante e l’esito degli eventi, mettendo in atto tutte le risorse per affrontare le difficoltà.

- MPEGNO: definizione e perseguimento di obiettivi.

- SFIDA: visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita.

EMOZIONI POSITIVE: capacità di sostituire gemiti e lamenti con emozioni positive.

• SUPPORTO SOCIALE: capacità di costruire relazioni eterogenee e molteplici che possano sostenere l’individuo nei momenti difficili.

Le strade che possono portare le persone ad accrescere il proprio livello di resilienza sono numerose.

Nella ricerca della strategia più idonea per migliorare il proprio livello di resilienza può essere d’aiuto focalizzare l’attenzione sulle esperienze del passato cercando di individuare le risorse che rappresentano i punti di forza personali. Un sistema che facilita l’individuazione delle risorse persona li è quello di cercare di fornire risposte a queste semplici domande:

quali eventi sono risultati particolarmente stressanti per me?

in che maniera questi eventi mi hanno condizionato?

nei momenti difficili ho trovato utile rivolgermi a persone per me significative?

nei momenti difficili quanto ho appreso di me stesso e del mio modo d’interagire con gli altri?

è risultato utile per me fornire assistenza a qualcuno che stava attraversando momenti difficili come quelli da me sperimentati?

sono stato capace di superare le difficoltà ed, eventualmente, in che modo?

che cosa mi ha consentito di guardare con maggiore fiducia al mio futuro?

La “resilienza” può quindi essere appresa, sviluppando l’autostima, l’autoefficacia, l’abilità di tollerare le frustrazioni della vita senza lamentarsi, la capacità di risolvere i problemi e di produrre cambiamenti, la speranza, la tenacia, il senso dell’umorismo: La resilienza non è dunque una caratteristica che è presente o assente in un individuo; essa presuppone invece comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere appresi da chiunque in qualunque circostanza.

Avere un alto livello di resilienza non significa non sperimentare affatto le

difficoltà o gli stress della vita, avere un alto livello di resilienza non significa essere infallibili ma è resiliente chi è disposto al cambiamento quando necessario, chi è  disposto a pensare di poter sbagliare, ma anche chi si dà la possibilità di poter correggere la rotta.

Psicologia Anna Chiara Venturini 

Dal Sito: nienteansia.it

giovedì 18 gennaio 2018

Resilienza: l’elisir di “buona” vita




Diversi fattori sia individuali che familiari possono promuovere la resilienza in età adulta con gli eventi stressanti e traumatici.
In ambito psicologico, il termine “resilienza” viene utilizzato per indicare la capacità di far fronte adeventi traumatici osituazioni stressanti, riducendone i possibili effetti collaterali.
Ogni bambino è unico, così come è unica la sua risposta ad esperienze avverse (ACE Adverse Childhood Experience): mentre alcuni sembrano adattarsi perfettamente a esse, altri non riescono ad affrontarle e superarle, con conseguenze negative sul piano psicologico e comportamentale. Tale variabilità può essere spiegata dalla peculiare resilienza che caratterizza ogni singolo individuo.

In ambito psicologico, il termine “resilienza” viene utilizzato per indicare la capacità di far fronte ad eventi traumatici o situazioni stressanti, riducendone i possibili effetti collaterali.

Le solide basi della resilienza

Le principali risorse che sembrano giocare un ruolo di primo ordine nello sviluppo di questo processo protettivo possono essere raggruppate in due domini:

1. Caratteristiche individuali interne del bambino:
Autostima, auto-efficacia, self-regulation (ovvero la capacità di regolare o controllare le risposte sia emozionali che comportamentali), temperamento, abilità cognitive e intelligenza. In particolare, l’easy temperament (caratterizzato da adattamento alle nuove esperienze e situazioni, stato d’animo tendenzialmente positivo, espressione graduale delle emozioni e schemi ripetitivi nella routine) contribuisce ad uno sviluppo positivo, suscitando negli altri maggior grado di attenzione, supporto e incoraggiamento, e permette di gestire con più facilità gli eventi stressanti attraverso la messa in atto di strategie di coping più flessibili (Hornor, 2017; Sattler & Font, 2017; Traub & Boynton-Jarrett, 2017).

2. Caratteristiche della famiglia e della relazione genitore-figlio:
Interazioni familiari supportive, responsive e accoglienti, che si basano su frequenti manifestazioni d’affetto, incoraggiamento, aiuto e approvazione, mitigano gli effetti negativi dello stress, favorendo un tono dell’umore più elevato e di conseguenza un maggior numero di interazioni sociali positive; infatti, un attaccamento sicuro promuove le capacità adattive del bambino in seguito ad un’esperienza negativa subita durante la prima infanzia. Inoltre, anche uno stile di parenting autorevole, caratterizzato da supporto emotivo, chiare regole comportamentali e comunicazione bidirezionale, stimola lo sviluppo della resilienza nel bambino. (Bai & Repetti, 2015; Hornor, 2017; Traub & Boynton-Jarrett, 2017).

In aggiunta, uno stile genitoriale accogliente e attento ai bisogni del bambino può contribuire a uno sviluppo ottimale dell’asse HPA (asse ipotalamo-ipofisi-surrene) che permette una risposta funzionale agli eventi stressanti esterni, agendo sui livelli del cortisolo. Interazioni familiari caratterizzate da supporto genitoriale, coinvolgimento emotivo, clima di accettazione e alti livelli di monitoraggio da parte del caregiver, favoriscono nel bambino alte concentrazioni di cortisolo durante la mattina e un declino più rapido dei suoi livelli durante l’arco della giornata; tale ritmo giornaliero riflette un buon funzionamento del sistema HPA. Dal momento che il cortisolo è implicato in un’ampia gamma di sistemi fisiologici umani, in particolare nella risposta allo stress, la disregolazione dell’attività dell’asse HPA è associata a numerose problematiche fisiche e mentali. Quindi, la normale secrezione di cortisolo può costituire un fattore di resilienza, mentre la disregolazione dell’asse HPA può segnalare una diminuita capacità di far fronte agli effetti nocivi delle avversità. Tutto ciò non solo in un’ottica a breve termine di risposta immediata ad uno stress, ma anche a lungo termine. Infatti, le interazioni familiari positive facilitano nel bambino risposte immediate di tipo adattivo a eventi stressanti e quest’ultime, a lungo termine, promuovono lo sviluppo di risorse interne, come la propensione ad esperire emozioni positive e il buon funzionamento del sistema HPA, che incrementano la resilienza. Quest’ultima può mitigare gli effetti delle esperienze negative precoci che possono alterare l’attività dell’asse HPA, influenzando il normale sviluppo dei circuiti cerebrali legati alla regolazione delle emozioni e del comportamento, minacciando la salute mentale e fisica del soggetto (Bai & Repetti, 2015).

Cosa predice la resilienza in età adulta?

Eventi stressanti di entità moderata come divorzio o separazione dei genitori, lutti in famiglia e cambi frequenti di abitazione e di scuola, sono associati ad alti livelli di resilienzain età adulta; al contrario, l’aver fronteggiato un elevato numero di malattie gravi durante l’infanzia predice una più bassa resilienza, poiché innesca nel soggetto la sensazione di vulnerabilità e suscettibilità sia ad altre malattie che ad altri eventi stressanti di vario genere (Harris, Brett, Starr, Deary & McIntosh 2016).

Sviluppare un’elevata resilienza è funzionale per l’individuo in quanto in età adulta appare correlata a maggiore salute fisica e mentale, longevità, percezione soggettiva di benessere più elevata, minori livelli di ansia e depressione e vissuti di solitudine (Harris, Brett, Starr, Deary & McIntosh 2016).

Quando lo stress può essere considerato “positivo”

Esperire stress ha effetti positivi quando promuove nel soggetto strategie di coping adattive ed è affiancato da un buon supporto sociale. In tali casi, infatti, fronteggiare uno stress promuove capacità di adattamento che permettono di imparare a gestire i successivi eventi negativi con una maggiore probabilità di successo (Harris, Brett, Starr, Deary & McIntosh, 2016; Hornor, 2017).

Contrariamente a quanto si possa pensare, non è tanto la gravità del singolo evento stressante a determinare la portata delle conseguenze negative, quanto il suo protrarsi nel tempo (cronicità) e l’eventuale concomitanza con altri eventi stressanti minori (effetto cumulativo). Tuttavia, esperire stressdurante l’infanzia può contribuire a formare la propria resilienza, riducendo il rischio di innescare risposte disfunzionali e disadattive di fronte agli stressor in età adulta (ipotesi dell’inoculazione) (Harris, Brett, Starr, Deary & McIntosh, 2016; Hornor, 2017).

La promozione della resilienza

Promuovere la resilienza è un problema complesso che prevede interventi sia a macro- che a micro-livello. Gli interventi di macro-livello sono incentrati nell’ambito politico, economico e sociale per creare ambienti, atteggiamenti e comportamenti comunitari sicuri, di supporto e sani; essi forniscono la base per gli interventi di micro-livello rivolti alla comunità, alla famiglia e all’individuo (ad esempio, interventi di prevenzione primaria rispetto a esperienze infantili negative). Gli interventi di micro-livello, invece, si propongono di migliorare la cultura, le attitudini e le relazioni nelle comunità, scuole, gruppi di pari e famiglie concentrandosi sulla costruzione di abilità comunicative e valori che promuovono processi di sviluppo positivi. Questi interventi sono spesso rivolti alla sfera relazionale del bambino (ad esempio, rafforzare i rapporti con genitori, fratelli e altri parenti e gruppo dei pari) (Hornor, 2017).


Dal Sito:www.stateofmind.it