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sabato 23 gennaio 2021

Gli attacchi di panico in adulti e bambini: come riconoscerli ed evitarli



Gli attacchi di panico sono in aumento sia tra gli adulti che tra i bambini. Ma in cosa consistono? E come è possibile evitarli o prevenirli? Le risposte degli esperti.

Tra gli effetti a lungo termine del lockdown e della pandemia ci sono, purtroppo, i disturbi di ansia che sempre più spesso vengono diagnosticati sia tra gli adulti che tra i bambini.

La reclusione e la mancanza di interazione sociale in tutte le sue forme, dalla scuola all’attività sportiva alle uscite con i coetanei hanno destabilizzato moltissime persone.

E’ normale che un genitore si preoccupi per il proprio figlio, soprattutto se lo vede disorientato e sofferente.

Per parlare, però, di attacchi di panico c’è bisogno che ci sia una certa frequenza e non siano episodi isolati e poi vanno esclusi altri tipi di disturbi. Vediamo nello specifico in cosa consiste un attacco di panico.

Si parla di attacco di panico quando c’è un improvviso picco di terrore e di ansia, in assenza di un reale pericolo,che si protrae per la durata di almeno dieci minuti e che si associa anche ad altre manifestazioni.

Le manifestazioni che si associano al terrore riguardano sia la sfera psicologica che quella fisica. Tra queste menzioniamo

  • dolore a livello toracico
  • vertigini, tremori, tendenza all’instabilità o allo svenimento
  • paura dei sintomi e di morire
  • sensazioni di irrealtà, estraniamento o distacco dalla realtà
  • vampate di calore, sudorazione o brividi
  • nausea, vomito, mal di stomaco o diarrea
  • intorpidimento o sensazioni di formicolio
  • palpitazioni o tachicardie
  • respiro affannoso o sensazione asfissia e di soffocamento

In realtà per poter parlare di attacchi di panico, gli esperti spiegano che di questi sintomi psicofisici ne devono insorgere almeno 4.

Fino a qualche mese fa sembrava improbabile parlare di questo tipo di manifestazioni anche nei bambini o negli adolescenti che non attraversavano momenti particolarmente difficili, purtroppo sembrano ormai problemi che possono interessare tutti, a prescindere dall’età.

Nei giovanissimi, però, sono forse ancora più preoccupanti gli effetti. Gli attacchi di panico possono influire sul rendimento scolastico e sulle interazioni sociali, ma possono anche portare all’agorafobia (paura degli spazi aperti), alla reticenza ad uscire di casa e a svolgere attività quotidiane e ansia da separazionedai genitori.

Negli adolescenti possono portare a conseguenze ancora più drastiche come l’uso di sostanze stupefacenti e idealizzazione del suicidio e disturbi dell’umore.

Dunque, un problema da non sottovalutare. Inoltre, dagli studi finora condotti su questi disturbi associati alla pandemia e al lockdown, sembrerebbe che le famiglie dove i genitori stanno soffrendo di questo tipo di disturbi di ansia siano maggiormente a rischio perché i bambini e i ragazzi risentirebbero direttamente del problema dei genitori e delle loro preoccupazioni a livello economico e di salute.

Ciò che possono fare i genitori per aiutare i propri figli è innanzitutto cercare di fargli vivere una situazione familiare serena e di dargli la possibilità di esprimere le proprie emozioni senza reprimerle. Al momento dell’attacco, invece, l’unico modo per stargli vicino è quello di consolarlo e fargli sentire il proprio amore.

Bisogna comunque saper notare i segnali di allarme e rivolgersi prima al proprio pediatra, poi eventualmente a degli specialisti che sapranno dirvi di più.

Come si curano gli attacchi di panico

Gli attacchi di panico sembrano manifestarsi in condizioni di normalità. E’ vero, però, che alcuni eventi della vita possono risultare particolarmente stressanti e generare malessere psicologico e forme di somatizzazione, negli adulti come nei bambini, che risultano più inesperti ad affrontare le avversità e i cambiamenti della vita.

Tra i principali fattori di rischio degli attacchi di panico troviamo infatti

  • fonti di stress come un divorzio, un lutto, la nascita di un fratello o di una sorella, le ospedalizzazioni, le difficoltà scolastiche o di socialità
  • la presenza di disturbi di questo tipo in ambito familiare
  • una personalità più fragile e vulnerabile

L’approccio più utilizzato ed efficace per questo tipo di disturbo di ansia in medicina è quello cognitivo -comportamentale, come suggerito anche dai medici dell’ospedale Gaslini di Genova che hanno attivato un monitoraggio sulle famiglie e sui bambini dai 3 ai 18 anni. E’ nato infatti un ambulatorio dedicatoproprio alla prevenzione e al trattamento dei disturbi post traumatici. Proprio grazie ai risultati del monitoraggio si sta cercando di fare prevenzione su questo tipo di disturbi, per evitare che si associno ad altre patologie.

Vengono utilizzate anche delle cure farmacologiche, sulle quali però persistono delle perplessità. Tra queste antidepressivi e/o farmaci ansiolitici, che però agiscono sui sintomi e non sulle cause.

Gli altri disturbi nei bambini che possono creare confusione

Come abbiamo accennato, gli attacchi di panico devono essere diagnosticati da uno specialista perché i sintomi possono essere facilmente confusi con altri disturbi, soprattutto quando si manifestano di notte.

Di notte infatti molti bambini vanno incontro a risvegli più o meno bruschi, che però possono avere varie cause e definizioni:

  • gli incubi, cioè dei sogni in cui il bambino si sente minacciato
  • i terrori notturni e il sonnambulismo, in cui il bambino non si sveglia completamente e viene assalito da terrore o panico improvviso e inconsolabile, che però non viene ricordato al momento del risveglio
  • apnea ostruttiva del sonno, che ostruisce la respirazione durante la notte provocando risvegli, insonnia e sonnolenza

Per parlare di attacchi di panico notturni c’è bisogno innanzitutto di un risveglio completo, non legato a rumori improvvisi, e di una piena coscienza di ciò che sta accadendo. I sintomi poi sono quelli descritti per gli attacchi diurni, dalla tachicardia alla paura di morire.

Dal Sito: universomamma.it

venerdì 2 ottobre 2020

Ansia materna: cos'è e come superarla





Cos’è l’ansia materna e a cosa è dovuta? In quali casi è normale e in quali può diventare invece patologica? Ne parliamo con la psicologa clinica Valentina Scoppio. 

Ansia materna: cos’è?

Per poter capire l’ansia materna, come suggerisce la Dottoressa Scoppio, è bene definire innanzitutto l’ansia:

L’ansia è un’attivazione fisica e psicologica che avviene nel momento in cui ci si trova in una situazione percepita come pericolosa, per se stessi o gli altri. Da questo punto di vista, l’ansia è una risorsa. Si tratta di un tipo di ansia assolutamente sana.

Cosa ci può dire rispetto all’ansia di una mamma?

Anche l’ansia materna può essere sana. Le mammesono dotate di questo tipo di ansia sana, perché si trovano a dover gestire situazioni potenzialmente pericolose. Questo tipo di ansia, di stato di allerta, si attiva per proteggere il bambino quando è molto piccolo, fragile e indifeso. In questo modo, la mamma svilupperà l’accudimento nei confronti del bambino, e il bambino l’attaccamento verso la mamma.

Se viste sotto questa luce, le attenzioni normali che la mamma rivolge al bambino – che caratterizzano questo tipo di ansia sana -, sono fondamentali; è molto importante che la mamma sia presente e che attivi questo tipo di attenzioni. Il bambino, in questo modo, si sentirà sicuro e protetto.

Come si caratterizza questo tipo di ansia “sana”?

La mamma attiva delle fantasie, in situazioni potenzialmente rischiose, che si rivelano beneficheperché le permetteranno di proteggere il bambino. Per esempio, nel caso in cui il bambino si avvicini a una presa di corrente, l’attivazione ansiosa è protettiva. Darà l’input alla mamma per attivarsi fisicamente, prendere in braccio il bambino, e allontanarlo dalla presa. Quando questa attivazione diventa sproporzionata, invece, le reazioni della mamma diventano eccessive anche in situazioni tranquille; in questo caso, abbiamo a che fare con un’ansia patologica.

Come riconoscere l’ansia materna

Come spiega l’esperta, i tipi di ansie che la mamma può presentare sono diverse:

L’ansia da prestazioneriguarda compiti e incombenze nella cura del bambino, che la mamma sente su di sé; l’ansia da separazione riguarda il momento in cui deve lasciarlo, le prime volte, alla scuola materna, a nonni o baby sitter: si tratta, insomma, dei primi momenti in cui si allontana dal bambino. In questi casi, può vivere una situazione di disagio perché non sa gestire il momento della separazione.

Un altro tipo di ansia si presenta quando il bambino comincia a camminare e diventa leggermente più autonomo. La paura materna può essere legata al fatto che il bambino si possa far male, oppure a situazioni che la mamma avverte come pericolose.

Questo tipo di ansia è eccessiva?

In questi casi, il rischio è quello del controllo assoluto che la mamma vorrebbe esercitare; esercitando questo controllo, però, non permette al bambino le sue esplorazioni, che comprendono anche le cadute, e che sono necessarie alla crescita e al percorso del raggiungimento dell’autonomia. Se il bambino barcolla, oppure cade, e la mamma reagisce in modo ansioso, dicendo al bambino di stare fermo o di non muoversi, il bambino assorbe un’ansia che non gli serve. In questo tipo di situazioni il bambino ha bisogno di essere incoraggiato; se la mamma ha paura che si faccia male, si possono adottare semplici soluzioni, come quella di mettere a terra un tappeto.

Cosa ci dice riguardo all’alimentazione e a eventuali tipi di preoccupazioni a essa collegate?

Un altro aspetto di ansia è legato proprio all’alimentazione. Una mamma ansiosa tende a fare confronti con gli altri bambini. Per esempio, si chiede se il figlio sia cresciuto di più o di meno degli altri. Anche questo aspetto, legato al cibo, in una veste sana è sensato (è giusto che la mamma si preoccupi che il figlio mangi), ma può diventare eccessivo se legato alla fantasia della mamma su come vorrebbe che il figlio fosse. Magari il bambino ha un altro peso forma (del tutto sano), ma diverso da quello che la mamma aveva fantasticato su di lui.

Cosa succede se diventa patologica?

Cosa accade nel momento in cui questo tipo di ansie, che nascono come sane, se esasperate diventano patologiche?

Se l’accudimento diventa troppo ansioso va a castrare lo svilupponaturale che i bambini devono percorrere. In un tipo di relazione in cui l’accudimento diventa una sorta di soffocamento, il bambino prenderà a modello la figura di riferimento e diventerà ansioso a sua volta. Se la mamma reagisce agitandosi molto, il bambino impara che ci si deve agitare quando ci si trova in una determinata situazione. Se invece la reazione della mamma è sana, allora anche il modellamento del bambino su quel comportamento sarà sano. Ma se la mamma reagisce in modo spropositato, anche il bambino reagirà in quel modo.

Questo cosa comporta?

A questo punto si innesca un circolo vizioso di attaccamento insicuro. Il bambino non si sentirà in grado di fare da solodeterminate cose, e vorrà sempre la mamma vicino a sé (la mamma è insicura e gli trasmette questa insicurezza). A sua volta la mamma vedrà il figlio come insicuro e aumenterà la sua ansia, che accrescerà l’ansia e l’insicurezza del bambino. Insomma, il rischio è di innescare un circuito profondamente patologico. In questo tipo di situazioni, la mamma e il bambino faranno fatica a separarsi tra loro.

Ansia materna: le possibili conseguenze

Quali sono le possibili conseguenze di un’ansia patologica?

La mamma vivrà un’esperienza di maternità altamente stressante. Vivrà, accanto alle paure sane, anche delle paure fantasticate. Queste paure non le permettono divedere le capacità effettive del bambino, che invece è importante incoraggiare. Da un lato, la mamma rischia di andare in esaurimento nervoso perché tenderà a non delegare ad altri le cure riservate al bambino (sente che è la sola a poterlo aiutare). Potrà incorrere in un esaurimento mentale e fisico, farà fatica a mandarlo all’asilo perché avrà scarsa fiducia (crede di essere l’unica a comprendere i bisogni del bambino). Dall’altro lato, il bambino si sentirà insicuro, penserà di non poter affrontare delle situazioni alla sua portata perché pensa di non farcela da solo.

Naturalmente, è importante trovare una via di mezzo. I bambini molto piccoli hanno bisogno di essere guidati; hanno bisogno di qualcuno che sappia intuire con lucidità se certe situazioni siano alla loro portata oppure no. Una mamma molto ansiosa non ha questo tipo di lucidità. Percepisce le situazioni molto più pericolose di quanto non siano realmente. Se la mamma sta sempre addosso al bambino, dicendogli di non correre, non sudare, non muoversi, questo è indice di una situazione che va oltre l’aspetto sano, soprattutto se la mamma produce delle fantasie catastrofiche.

Come si potrebbe aiutare una mamma in questa situazione?

La prima cosa importante da fare è vedere se riconosce questo aspetto di sé, o se invece il suo comportamento replica le forme dell’accudimentoche ha ricevuto e conosciuto su di sé. Se la mamma non è consapevole del suo comportamento è importante renderla tale, aiutarla a capire che ci sono situazioni in cui è normale avere paura; ma che invece le ansie sacrificanti rischiano di non far vivere più né lei né il bambino.

Ansia materna: come superarla e trattarla

Secondo la Dottoressa Valentina Scoppio, ecco i principali modi per trattare e superare l’ansia materna:

Un aspetto importante è il confronto con altre persone; innanzitutto col padre, ma anche amici, familiari, insegnanti, per cercare di capire come gli altri percepiscono il suo modo di relazionarsi al bambino. È utile anche fare riferimento a quelle situazioni passate in cui la donna si è trovata ad avere paura, e in cui però è andato tutto bene. Per fare un esempio, potrebbe aver avuto paura che il bambino cadesse dalla sedia e si facesse male, e invece il bambino è riuscito a scendere. Ricordarsi di questo tipo di episodi passati può aiutare ad affrontare il presente.

Un altro aspetto da non trascurare è considerare se la mamma ha del tempo per sé. Per esempio, se ha ricominciato ad andare al lavoro dopo la gravidanza, o, nel caso in cui non lavorasse, se riesce a ritagliarsi del tempo per la cura della casa e un tempo di svago. Se la mamma è tutta centrata sul bambino, c’è qualcosa che non va.

È importante cominciare a fidarsi delle situazioni in cui il bambino è da solo e si rende pian piano più autonomo; per esempio, quando il bambino va all’asilo o dai nonni, vuol dire che ha imparato gli strumenti per farcela da solo, anche senza mamma. Questo è un feedback positivo per l’autostima della donna, che sentirà di aver fornito al bambino gli strumenti necessari per riuscire da solo; in caso contrario, il figlio sarà sempre dipendente da lei.

Gli stati d’ansia, compresa quella materna, sono caratterizzati anche da modificazioni fisiche, come tachicardia e fiato corto. A questo proposito, può essere utile fare esercizi di respirazione o ascoltare delle musiche rilassanti, che permettono alla frequenza cardiaca e al respiro di calmarsi un po’.

Se tutto questo non fosse sufficiente a modificare il comportamento ansioso della madre, allora sarà opportuno rivolgersi al medico o a uno psicologo, per capire se si tratta di un problema legato a una questione generazionale. In questi casi, la donna può essere aiutata a capire che ci sono aspetti sani e aspetti problematici del suo rapporto col figlio, e che lei necessita di trattare quegli aspetti problematici (non il bambino).

Cosa consiglia di fare, invece, alle persone che vorrebbero essere d’aiuto in una situazione simile?

Bisogna partire dal presupposto che una mamma pensa di fare il bene del figlio. Quando ci si avvicina alla mamma ansiosa, l’approccio deve aiutarla a comprendere che la sua modalità va rivista, ma serve un approccio morbido. Per esempio, si può iniziare dicendole che la si vede molto stressata, che la maternità le prende del tempo, per poi arrivare a dire che se da sola fa fatica, magari potrebbe essere utile un confronto con uno psicologo.

Nel caso di un bambino molto piccolo, può aiutare molto la figura dell’ostetrica. Per esempio, quando c’è un’ansia legata all’allattamento, o una depressione post-partum. Bisogna capire se l’ansia è legata a una disinformazione della mamma, o se si tratta più di un aspetto emotivo o psicologico.

martedì 25 agosto 2020

Come aiutare i vostri figli a combattere l’ansia del rientro a scuola in emergenza Covid



Moltissimi bambini sperimentano ansia durante la scuola. Ma come aiutare i vostri figli a combattere l’ansia del rientro a scuola in emergenza Covid?

Abbiamo appena affrontato uno dei periodi più assurdi mai visti. L’intero mondo si è fermato per mesi. Ora che sembra si stia per ripartire, però, in molti subiscono gli effetti dei mesi di ansia e timore. In particolare i bambini. L’ansia è un problema da non sottovalutare. Se non tenuta sotto controllo, può peggiorare e portare a disturbi come il Disturbo da Attacchi di Panico (o DAP).

Normalmente, qualsiasi bambino primo o poi, per un motivo o per un altro, affronterà un po’ di ansia durante la scuola. L’intensità di essa può incidere o meno su diverse cose. Innanzitutto, che sia ansia intensa o leggera, interferisce sicuramente con il loro benessere. Se prolungata, può arrivare persino a intaccare la loro istruzione. Ma può anche essere difficile per i genitori, soprattutto se devono prendersi una pausa dal lavoro perché i figli non intendono andare a scuola.

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Come gestire l’ansia dei vostri figli

Fortunatamente, ci sono cose che si possono fare per aiutare i vostri figli a superare l’ansia. Iniziate parlando con loro per capire la radice del problema. Tenete aperto il canale di comunicazione. Fate loro capire che siete dalla loro parte. Incoraggiateli e mantenete una routine per rassicurarli e aiutarli a costruire la fiducia in loro stessi.

E’ importante capire come aiutare i vostri figli a combattere l’ansia del rientro a scuola in emergenza Covid, anche perché l’ansia non finirà con la fine della pandemia.
Alcuni motivi comuni per cui i bambini possono sentirsi ansiosi di frequentare la scuola includono avere problemi con altri bambini, preoccuparsi del fallimento, essere ansiosi di usare il bagno in un ambiente pubblico. Potrebbe essere pensino che ritengano che il loro insegnante sia “cattivo” con loro. Nei casi peggiori, potrebbero essere vittime di minacce e danni fisici da parte di un bullo.
Provate a chiedere a vostro figlio qualcosa del tipo: “È successo qualcosa a scuola ultimamente che ti turba?” o “Cosa ti fa stare male?”.
Se invece avete già un’idea di cosa sta succedendo, potete provare a chiarire dicendo qualcosa come: “Un altro studente è cattivo con te?” o “Hai paura di usare il vasino a scuola?”.

Parlate con l’insegnante per scoprire se ci sono problemi specifici

Se i vostri figli non possono o non vogliono spiegare il problema, parlate con gli insegnanti. Può aiutare a chiarire il problema. L’insegnante potrebbe anche essere in grado di aiutarvi a sviluppare una soluzione.
Chiedete suggerimenti all’insegnante in particolare se notate problemi specifici riguardanti l’ambiente scolastico. Ad esempio, se i vostri figli hanno problemi con i compiti o con un altro studente, chiedete l’aiuto dell’insegnante per risolvere il problema.

Individuate eventuali cambiamenti recenti a casa che potrebbero causare ansia

A volte i bambini possono sviluppare ansia per la scuola a causa di un problema o di un recente cambiamento a casa. Riflettete su eventuali cambiamenti recenti che potrebbero aver influenzato i vostri figli, come un trasloco, la perdita di un animale domestico o un divorzio.

Alcuni rimedi

Parlate con i vostri figli per rassicurarli. La comunicazione è il canale che deve assolutamente rimanere sempre aperto. Dopo aver identificato il motivo per cui i vostri figli stanno soffrendo, parlate con loro dei loro sentimenti e fate loro sapere che siete lì per loro. Offrire loro questa rassicurazione può aiutarli a sentirsi meno ansiosi di andare a scuola.
Anche una una semplice rassicurazione, come “Sono qui per te ogni volta che vuoi parlare”, vi permetterà di stabilire un contatto con i vostri figli.

Reintroducete gradualmente i vostri figli a scuola se la loro ansia è grave. Provate a svegliarli la mattina seguente e fateli preparare per la scuola. Quindi portateli a scuola e sedetevi in macchina con loro per qualche minuto. Quindi, ripetete l’operazione il giorno successivo. Incoraggiateli a ritornare in classe, ma senza essere opprimenti. Fate capire loro che se torneranno a scuola e avranno necessità di essere riportati a casa, voi li andrete immediatamente a prendere. Costruire un rapporto di fiducia è importante.

Portate i vostri figli a fare un giro nella nuova scuola se sono ansiosi. Se si tratta di una nuova scuola, potreste alleviare l’ansia dei vostri bambini portandoli a scuola qualche giorno prima dell’inizio delle lezioni. Camminate con loro e indicate alcuni punti importanti, ad esempio potreste mostrare loro la loro classe, i bagni e il parco giochi.

Insegnare il  “self-care”

Insegnate ai vostri figli le tecniche di auto-aiuto (“self-care” in inglese) per aiutarli a far fronte all’ansia. Se proveranno ansia mentre sono a scuola, potrebbero trarre vantaggio dal sapere come calmarsi. Provate a insegnare loro una semplice tecnica di rilassamento, come la respirazione profonda.

Inspirate contando fino a 4, quindi trattenere il respiro per 4 secondi e poi espirare contando fino a 4. Insegnate loro a usare la tecnica di rilassamento ogni volta che prova sentimenti di ansia.
Se però i problemi persistono, trovate un terapista che possa aiutarlo. Mai sottovalutare gli stati di ansia, in particolare nei bambini.

mercoledì 20 maggio 2020

BAMBINI E ADOLESCENTI. TIMIDEZZA O ANSIA SOCIALE?

Distinguere l’ansia patologica dalla preoccupazione legata allo sviluppo tipico dell’individuo risulta, ancora oggi, molto complicato nonostante negli anni sia notevolmente aumentata l’attenzione clinica verso l’ansia sociale.

Tutti i bambini attraversano una fase della loro vita in cui si sentono a disagio quando entrano in contatto con persone che non conoscono bene o con gli estranei. Esiste infatti una tipologia di ansia passeggera, detta “ansia dell’estraneo” che di solito si manifesta per la prima volta entro i due anni di età per poi sparire del tutto intorno ai due anni e mezzo. Alcuni bambini potrebbero continuare a manifestare dei segni di timidezza anche dopo questa età, ma quando iniziano a frequentare la scuola e a trascorrere più tempo con altri bambini, di solito il problema tende a risolversi.

Tuttavia, in alcuni casi, l’aumento di interazioni sociali può non aiutare i bambini a sentirsi maggiormente a proprio agio, anzi la timidezza tende ad  intensificarsi configurandosi come un vero e proprio problema che causa un notevole senso di angoscia, interferendo con la capacità dei bambini di poter vivere serenamente nei contesti sociali.

Quando si verifica questa condizione è possibile considerare l’ipotesi che si sia instaurata una fobia sociale.

La caratteristica principale della fobia sociale è l’intensa paura, o l’ ansia, di esporsi a situazioni sociali in cui un individuo può essere osservato da altre persone. Chi soffre di fobia sociale, infatti, vive reazioni emotive intense collegate ad alcuni contesti sociali, in cui la persona ha paura di essere giudicata negativamente: paura di essere visti come persone deboli;  ansiose; non equilibrate; stupide; noiose o in generale giudicate in modo negativo. La paura porta ad evitare luoghi e situazioni che potrebbero attivare i sintomi ansiosi e l’individuo può ritrovarsi sempre di più a ridurre le proprie attività, i luoghi e le situazioni quotidiane, generando un circolo vizioso che lo conduce ad un inevitabile peggioramento del quadro fobico e a una importante riduzione della qualità di vita.

Mentre gli adulti con disturbo d’ansia sociale riconoscono il carattere eccessivo del disagio sperimentato in situazioni sociali, in età evolutiva questa consapevolezza può non esserci.

I bambini più piccoli possono fare capricci quando sono costretti ad allontanarsi dai genitori; quando devono incontrare nuove persone o compagni di classe; possono rifiutarsi di giocare con gli amici; fingere di essere ammalati al momento di un evento sociale e così via. Gli adolescenti, invece, tendono ad evitare incontri di gruppo oppure mostrano poco interesse nel fare nuove amicizie.

Il disturbo d’ansia sociale è spesso identificato intorno ai 12 anni, momento in cui i ragazzi dovrebbero aumentare le loro attività sociali con i coetanei, sia all’interno del contesto scolastico, sia all’esterno.

In età evolutiva, solitamente, il disturbo d’ansia sociale si manifesta con i seguenti sintomi:

  • Paura o mancanza d’interesse nel provare cose nuove;
  • Paura di parlare con persone sconosciute;
  • Estremo disagio quando si è al centro dell’attenzione;
  • Evitamento del contatto visivo;
  • Difficoltà nel parlare in pubblico o di fronte alla classe;
  • Difficoltà nel fare nuove amicizie;
  • Auto esclusione sociale;
  • Preoccupazioni relative a possibili valutazioni negative (anche quando non è in corso di valutazione);
  • Mal di stomaco;
  • Tremori;
  • Eccessiva sudorazione.

Come si comportano a casa i bambini con fobia sociale?

Quando i bambini con fobia sociale si trovano in casa propria, la loro sintomatologia varia in base alle situazioni che gli si presentano davanti. È possibile osservare i seguenti sintomi:

  • Paura estrema quando sono presenti degli estranei;
  • Paura estrema in situazioni sociali in cui sono richieste delle prestazioni, per timore di poter agire in modo imbarazzante;
  • Attacchi di ansia che si verificano prima o nel momento in cui i bambini devono intrattenere relazioni sociali: andare a una festa; parlare di fronte agli altri; chiedere qualcosa in prestito qualcosa. I sintomi possono essere così gravi da somigliare a veri e propri attacchi di panico caratterizzati da palpitazioni, dolore toracico, sudorazione, tremori, nausea, intorpidimento o formicolio, vampate di calore, mancanza di respiro e vertigini;
  • Alcuni bambini possono piangere, lamentarsi, o fare capricci per evitare degli incontri sociali. Altri possono essere in grado di tollerarli solo se in presenza di una persona a loro familiare. Questa condizione porta all’evitamento di luoghi o situazioni ansiogene;
  • Grave disagio durante l’espletamento di routine sociali, come ad esempio: mantenere una conversazione; parlare con un adulto: giocare in un piccolo gruppo; andare ad una festa di compleanno, ecc…;
  • Rifiuto per la scuola, causato dalle preoccupazioni relative a performance sociali e scolastiche;
  • Rifiuto di partecipare a gite o ad altre attività sociali. Il bambino può decidere di non incontrare gli amici, di non giocare con loro, di non partecipare ad attività extra scolastiche, ecc…;

E a scuola, come si manifesta questo disagio?

A scuola, un bambino con fobia sociale, può presentare diversi sintomi:

  • Difficoltà nell’ingresso a scuola, frequenti ritardi e capricci mattutini;
  • Rifiuto per la scuola;
  • Bassa autostima;
  • Difficoltà di concentrazione, che influiscono sulle prestazioni scolastiche;
  • Difficoltà nell’esecuzione dei compiti assegnati in classe, a causa delle difficoltà di concentrazione;
  • Difficoltà a parlare di fronte alla classe;
  • Difficoltà di esposizione durante le interrogazioni;
  • Blocchi o frequenti vuoti di memoria durante i compiti in classe o le interrogazioni;
  • Scarsa o assente partecipazione alle discussioni di classe;
  • Disturbi fisici, come mal di stomaco, vertigini, battito cardiaco accelerato, tremori, eccessiva sudorazione, ecc…;
  • Evitamento del contatto oculare;
  • Difficoltà di apprendimento.

Come possiamo risolvere il disturbo d’ansia sociale in età evolutiva?

Durante il trattamento sono elementi fondamentali il supporto e la collaborazione attiva dei genitori il cui grado di coinvolgimento varia in base all’età del soggetto in età evolutiva. Le tecniche maggiormente utilizzate per il disturbo d’ansia sociale sono quelle di tipo cognitivo-comportamentale.

Il trattamento si avvale di diverse metodologie che, una volta apprese e utilizzate con regolarità, favoriscono il superamento del disturbo d’ansia sociale ed evitano che si ripresenti in futuro. Tra le tecniche più comuni abbiamo:

  • L’individuazione e la modificazione dei pensieri disfunzionali. Con questa tecnica viene insegnato a bambini e ragazzi ad individuare i pensieri disfunzionali correlati agli eventi ansiogeni. Una volta individuati quali sono questi pensieri, gli si insegnerà a valutare le situazioni temute con maggiore oggettività, in modo da poterle affrontare con pensieri più funzionali e realistici;
  • L’esposizione. Questa tecnica consiste nell’affrontare le situazioni temute esponendosi ad esse in modo graduale. Questo metodo permetterà al bambino, o all’adolescente, di verificare che le situazioni da lui temute, non comportano un reale pericolo e imparerà che affrontare e gestire l’ansia è un’azione possibile;
  • Il rinforzo. Ogni comportamento del bambino che si avvicina all’obiettivo prefissato sarà premiato, sia che si verifichi a casa, che a scuola, che in terapia, al fine di renderne più probabile la ricomparsa;
  • Il modellamento. Attraverso questa tecnica l’adulto si pone come modello funzionale di comportamento nell’affrontare le situazioni temute;
  • Le tecniche di rilassamento e di mindfulness. Nel fronteggiare la problematica possono essere utilizzate diverse tecniche di rilassamento, come il rilassamento muscolare progressivo; la respirazione diaframmatica; il training autogeno e il rilassamento per immagini;
  • Il parent training. Il coinvolgimento dei genitori nella terapia con i bambini, come abbiamo detto, è di fondamentale importanza. Verrà loro insegnato come rispondere alle richieste e ai comportamenti dei bambini o dei ragazzi, in modo da non rinforzare le loro paure e, di conseguenza, il disturbo.

Adriana Mondello

domenica 10 novembre 2019

Non insegnate ai bambini (Gaber)







Un bambino risponde "grazie" perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo.

Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te.

Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura.

Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è "aiutami a fare da solo".

Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l'importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà.

Un bambino non apre un libro perché riceve un'imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell'oggetto che voi tenete sempre in mano con quell'aria soddisfatta.

Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu.

Un bambino ha fiducia nell'amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L'ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti.

"Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così" è una frase da non dire mai.

Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare con dei farmaci; provate a portarlo il più possibile nella natura.

Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto.

Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l'azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti.

Un bambino pone sempre tante domande, ricorda che le tue parole sono importanti; meglio un "questo non lo so" se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po' ridicola.

Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.

Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere.

Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua.

Il bambino adora la confidenza, ma vuole una madre non un'amica.

Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.

[Testo di Giorgio Gaber]

lunedì 19 agosto 2019

Più coccole da bambini, meno ansie da adulti



I bambini hanno bisogno di tante coccole, nessuna controindicazione: a scatenare i vizi semmai è l'assenza di affetto, colmata in altro modo
Nessun bambino è mai arrivato con il libretto delle istruzioni, ma se mai dovesse essercene uno di sicuro alla voce “coccole e abbracci con i genitori” ci sarebbe scritto “sempre utili, in gran quantità e senza limiti”. Contrariamente a un modo di pensare diffuso soprattutto in passato e per il quale troppo contatto affettuoso con mamma e papà potrebbe far insorgere dei vizi, i pochi studi scientifici sull’argomento dimostrano l’esatto contrario, evidenziando i benefici di baci, abbracci e carezze.

I ricercatori della Duke University del North Carolina hanno condotto uno studio a lungo termine: dopo trentacinque anni gli adulti che da bambini erano stati coccolati e accuditi costantemente, avevano sviluppato livelli più bassi di ansia, angoscia e ostilità. Le coccole quindi non sembrano produrre alcuna propensione al vizio, ma piuttosto si rivelano un importante fattore protettivo in età adulta contro uno dei maggiori mali dei nostri tempi: l’ansia. Perché le relazioni affettuose aiutano lo sviluppo dell’ippotalamo, l’area del cervello che controlla lo stress.
Fare le coccole significa essere presenti, significa prendersi cura del bambino: non può essere un male. I bambini che crescono in un accudimento affettuoso sapranno distaccarsi dai genitori in modo graduale e naturale.

E il vizio? Quello semmai è generato dall’assenza: e in particolare quando la mancanza di qualcuno pronto a coccolarlo viene colmata in altro modo. 
Coccolare i bambini non significa farsi tiranneggiare da loro, ma unire alla naturale propensione agli abbracci e alle carezze del tempo esclusivamente dedicato a loro, anche un tempo piccolo ma costante, quotidiano “anche solo 20 minuti al rientro dal lavoro” come consigliava il neuropsichiatra Giovanni Bollea. Un tempo di piena presenza, di condivisione e di ascolto: una coccola intensa, fonte di sicurezza per il bambino di oggi e per l’adulto di domani.

Dal sito: varesenews.it

venerdì 23 febbraio 2018

Stress a scuola e l’ansia di non sentirsi mai all’altezza


E’ un fenomeno nuovo anche per chi si trova da anni a vivere, ogni giorno, con gli adolescenti ed i giovani. Ma che riguarda anzitutto i bambini, dall’età prescolare.


Parlo di situazioni di stress, di ansia, di panico, con varie patologie che aggravano, poi, la situazione.

Un fenomeno in crescita che va studiato, per le giuste contromisure.

Bambini ed adolescenti, cioè, dalla vita apparentemente normale, ma che, prima o poi, manifestano varie forme di disagio, di insofferenza, se non di vero e proprio dolore psicofisico.

Pensiamo qui, per parlare dei bambini, alla ricerca di sempre nuovi stimoli da parte dei genitori, come se dovessero sempre e solo primeggiare su tutto, in una logica di auto-realizzazione individuale come unico senso della vita, sostanza di un valore della vita improntato solo alla mera competitività. Per poi ritrovarsi, quando succede, incapaci di reagire anche ad una piccola delusione, ad una apparente sconfitta, ad un risultato atteso ma lontano da venire.

Ai bambini, in poche parole, vengono chieste tante cose, oltre alla scuola e al gioco per il gioco: penso qui ai troppi corsi e corsetti che riempiono i loro pomeriggi ed i fine settimana. Viene chiesto, in sostanza, di essere i più intelligenti, i più capaci, i più abili in tutto.

A questi bambini, e ai loro genitori, credo sia giusto augurare di incontrare dei veri “maestri”, che li aiutino a sperimentare il senso del limite, il valore delle relazioni e della condivisione, il gusto anche di un po’ di noia, di momenti di “lentezza” che facciano da controcanto alla frenesia odierna.

Potranno così crescere senza sentirsi continuamente in ansia, rispetto alle aspettative proprie e dei propri genitori.

Auguro a loro, cioè, di sperimentare la quiete, in un contesto di reciproco e libero ascolto. Senza, magari, rifugiarsi e nascondersi nei mille interstizi del web, per il timore di non essere all’altezza.

Dal Sito: www.tecnicadellascuola.it

venerdì 27 ottobre 2017

Il ruolo delle distorsioni cognitive nella trasmissione intergenerazionale dell’ansia


Diversi studi hanno dimostrato come esista una trasmissione intergenerazionale dell'ansia e alla base vi sarebbero delle distorsioni cognitive.

Trasmissione intergenerazionale dell’ansia: come dimostrano ormai numerosi studi, i figli di genitori ansiosi hanno una maggior probabilità di sviluppare un disturbo d’ansia, in età di sviluppo o successivamente in età adulta.

La trasmissione intergenerazionale dell’ansia

Secondo il modello cognitivista della psicopatologia, i disturbi d’ansia sono attribuibili ad errori di ragionamento sistematici che occorrono nella valutazione degli eventi esterni o mentali. Tali errori di ragionamento sistematici, in età adulta così come nei bambini e negli adolescenti causano risposte emotive coerenti con essi, ad esempio l’ansia.

Come dimostrano ormai numerosi studi, i figli di genitori ansiosi hanno una maggior probabilità di sviluppare un disturbo d’ansia, in età di sviluppo o successivamente in età adulta. Ad esempio la meta analisi di Micco e colleghi (2009) ha evidenziato come i figli di genitori con una diagnosi di disturbo d’ansia abbiano il doppio delle probabilità di sviluppare un disturbo d’ansia rispetto ai figli di genitori con altri disturbi psicologici (ad esempio depressione o abuso di sostanze), e il quadruplo delle probabilità rispetto a bambini che hanno genitori senza alcun disturbo psicopatologico.

Non sono ancora chiari i fattori che portano a tale trasmissione intergenerazionale dell’ansia. Per molti anni si è sopravvalutata l’influenza di fattori genetici ed ereditari ma gli studi più recenti evidenziano come tali fattori spieghino soltanto in parte tale tendenza: seppure l’ereditarietà genetica contribuisca a predisporre l’individuo in termini di vulnerabilità ai sintomi d’ansia, il peso dei fattori ambientali sembra essere maggiore.

Nello studio su coppie di gemelli di Gregory ed Heley (2007), ad esempio, è stato evidenziato come soltanto un terzo della varianza nell’ansia infantile sia spiegata da fattori genetici, mentre i restanti due terzi siano attribuibili ad influenze ambientali. Con riferimento a quest’ultimo ambito di fattori, numerosi sono stati i tentativi teorici e sperimentali di individuazione dei meccanismi di trasmissione intergenerazionale dell’ansia: attaccamento, stile parentale, esperienze di apprendimento e distorsioni nell’elaborazione dell’informazione. Ad esempio, con riferimento alla teoria dell’attaccamento, sono stati condotti studi sperimentali in cui sono state riscontrate delle relazioni forti tra un comportamento di cura sensibile della figura di riferimento e la sicurezza di attaccamento dei bambini e, al contrario, un attaccamento di tipo insicuro nei genitori e nei bambini sembra essere associato all’ansia infantile.

Rispetto allo stile parentale diversi studi evidenziano come uno stile genitoriale controllante sia associato ad ansia nei bambini (Wood, McLeod, Sigman, Hwang, & Chu, 2003; McLeod, Wood & Weisz, 2006). Rapee (2005) ha teorizzato questa relazione causale ipotizzando che l’iper-controllo genitoriale possa trasmettere ripetutamente al bambino due messaggi: 1) il mondo è pericoloso; 2) non hai la capacità di affrontare efficacemente situazioni nuove e/o pericolose. Secondo l’autore inoltre il comportamento controllante può ridurre le esperienze del bambino di padroneggiamento indipendente efficace e rafforzare la dipendenza dagli altri e il dubbio rispetto alle proprie capacità.

In linea con questa ipotesi è uno studio di Thirlwall e Creswell, del 2010, su un campione non clinico di 24 madri con i loro figli di 4/5 anni di età, in cui le autrici ipotizzavano che quando le madri adottano comportamenti più controllanti (e meno favorenti l’autonomia), i bambini mostrano maggiori livelli di ansia in un nuovo compito, leggermente stressante, e questo effetto viene moderato dall’ansia di tratto del bambino. Ai bambini, con il supporto delle madri, era stato chiesto di preparare e successivamente tenere due brevi discorsi, sulla famiglia e su un giorno divertente. Le madri erano state formate da uno psicologo per tenere in alcuni casi con il figlio, durante la preparazione del discorso, un comportamento iper-controllante e in altri casi un comportamento maggiormente favorente l’autonomia del bambino. Tutte le interazioni tra madri e bambini e i discorsi dei bambini sono stati videoregistrati e successivamente codificati da psicologi, con il metodo del doppio cieco (gli psicologi coinvolti esaminavano o i discorsi o le interazioni e non avevano informazioni circa le ipotesi dello studio). Lo studio ha evidenziato che nei casi in cui le madri adottavano un comportamento controllante durante l’interazione con i figli, questi ultimi esprimevano un maggior numero di predizioni negative rispetto alla loro performance prima di consegnare i loro discorsi e riportavano sentimenti meno positivi sul compito. Tale relazione era moderata dall’ansia di tratto del bambino. Inoltre, i bambini con una più elevata ansia di tratto mostravano un significativo aumento nell’ansia durante la presentazione del discorso.

Alcuni autori (Creswell e coll,, 2010) hanno proposto un modello di comprensione delle relazioni dinamiche esistenti tra diversi fattori coinvolti nella trasmissione intergenerazionale dell’ansia, sostenendo che le distorsioni cognitive dei genitori ansiosi interagirebbero con i loro stili parentali, portando i loro figli a sviluppare a loro volta distorsioni cognitive che li predisporrebbero al successivo sviluppo di disturbi d’ansia. Le distorsioni cognitive dei genitori condizionano secondo gli autori il loro comportamento con i bambini secondo un duplice percorso: da un lato, in modo diretto, trasferendo verbalmente le distorsioni cognitive (ad esempio contrassegnando un certo stimolo come pericoloso) e con le reazioni emotive di ansiae paura che verranno poi apprese dai figli; dall’altro lato, in modo indiretto, andando ad influenzare le loro stesse aspettative rispetto a come i loro figli risponderanno ad un determinato stimolo percepibile come minaccioso. Tali aspettative si manifestano attraverso comportamenti che limitano l’autonomia di bambini impedendogli di esplorare i contesti e gli stimoli percepiti come minacciosi dai loro genitori, e quindi si confermano le loro credenze di pericolosità e minaccia. Le aspettative dei genitori rispetto alle reazioni dei figli di fronte ad uno stimolo minaccioso plasmerebbero altresì secondo gli autori le loro comunicazioni ai bambini circa le loro capacità di coping (le loro capacità di affrontarli efficacemente). Il risultato di tali comunicazioni dirette ed indirette sarebbe lo sviluppo di distorsioni dell’informazione nei bambini, ad esempio la tendenza ad interpretare sistematicamente stimoli ambigui come minacciosi e quella a sottostimare le proprie capacità di coping.

Rispetto al ruolo svolto dalle distorsioni cognitive di madri e figli nello sviluppo di ansia nei bambini, nello Studio di Podina e colleghi (2013) a 423 madri e ai loro figli sono stati somministrati dei questionari di valutazione dell’ansia (Il Social Phobia Inventory alle madri, lo screen for child anxiety disorder ai bambini). In seguito sono state proposte ai bambini delle situazioni ipotetiche, che potevano essere interpretate come minacciose o come non minacciose, ad esempio “Sei a casa di un amico e i loro genitori sembrano essere molto arrabbiati), i bambini dovevano scegliere tra due alternative quella che più vicina al loro modo di interpretare la situazione ad esempio: 1) Hanno avuto una lite e sono arrabbiati tra di loro o 2) Non vogliono che tu sia qua e sono arrabbiati con te. Allo stesso modo, per misurare gli errori di ragionamento delle madri, sono state loro proposte dodici situazioni ambigue in relazione alle quali, similmente alla procedura usata con i figli, dovevano scegliere tra due possibili interpretazioni, quella più vicina al loro modo di interpretare la situazione. I risultati di tale studio mostravano come le interpretazioni negative delle madri mediassero in modo significativo la relazione tra ansia sociale materna e ansia nei bambini. Similmente, le interpretazioni negative dei bambini mediavano la relazione tra ansia sociale dei genitori e ansia nei bambini. Si è verificato inoltre come le interpretazioni negative delle madri fossero in correlazione diretta con le interpretazioni negative dei bambini.

Conclusioni e possibilità di intervento per interrompere la trasmissione intergenerazionale dell’ansia

Tutti gli studi presentati hanno importanti implicazioni cliniche, sottolineando l’importanza di intervenire sui diversi fattori coinvolti quando si trattano i disturbi d’ansia in età evolutiva, ad esempio con una terapia di stampo cognitivista standardper quanto riguarda le distorsioni cognitive delle madri e quelle dei bambini, con un parallelo lavoro sulla qualità della relazione di attaccamento e proponendo training di sostegno e sviluppo alla genitorialità alle coppie di genitori coinvolti.

Scritto da: Fiammetta Monte

Dal Sito: www.stateofmind.it


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/02/trasmissione-intergenerazionale-dell-ansia/