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mercoledì 20 maggio 2020

BAMBINI E ADOLESCENTI. TIMIDEZZA O ANSIA SOCIALE?

Distinguere l’ansia patologica dalla preoccupazione legata allo sviluppo tipico dell’individuo risulta, ancora oggi, molto complicato nonostante negli anni sia notevolmente aumentata l’attenzione clinica verso l’ansia sociale.

Tutti i bambini attraversano una fase della loro vita in cui si sentono a disagio quando entrano in contatto con persone che non conoscono bene o con gli estranei. Esiste infatti una tipologia di ansia passeggera, detta “ansia dell’estraneo” che di solito si manifesta per la prima volta entro i due anni di età per poi sparire del tutto intorno ai due anni e mezzo. Alcuni bambini potrebbero continuare a manifestare dei segni di timidezza anche dopo questa età, ma quando iniziano a frequentare la scuola e a trascorrere più tempo con altri bambini, di solito il problema tende a risolversi.

Tuttavia, in alcuni casi, l’aumento di interazioni sociali può non aiutare i bambini a sentirsi maggiormente a proprio agio, anzi la timidezza tende ad  intensificarsi configurandosi come un vero e proprio problema che causa un notevole senso di angoscia, interferendo con la capacità dei bambini di poter vivere serenamente nei contesti sociali.

Quando si verifica questa condizione è possibile considerare l’ipotesi che si sia instaurata una fobia sociale.

La caratteristica principale della fobia sociale è l’intensa paura, o l’ ansia, di esporsi a situazioni sociali in cui un individuo può essere osservato da altre persone. Chi soffre di fobia sociale, infatti, vive reazioni emotive intense collegate ad alcuni contesti sociali, in cui la persona ha paura di essere giudicata negativamente: paura di essere visti come persone deboli;  ansiose; non equilibrate; stupide; noiose o in generale giudicate in modo negativo. La paura porta ad evitare luoghi e situazioni che potrebbero attivare i sintomi ansiosi e l’individuo può ritrovarsi sempre di più a ridurre le proprie attività, i luoghi e le situazioni quotidiane, generando un circolo vizioso che lo conduce ad un inevitabile peggioramento del quadro fobico e a una importante riduzione della qualità di vita.

Mentre gli adulti con disturbo d’ansia sociale riconoscono il carattere eccessivo del disagio sperimentato in situazioni sociali, in età evolutiva questa consapevolezza può non esserci.

I bambini più piccoli possono fare capricci quando sono costretti ad allontanarsi dai genitori; quando devono incontrare nuove persone o compagni di classe; possono rifiutarsi di giocare con gli amici; fingere di essere ammalati al momento di un evento sociale e così via. Gli adolescenti, invece, tendono ad evitare incontri di gruppo oppure mostrano poco interesse nel fare nuove amicizie.

Il disturbo d’ansia sociale è spesso identificato intorno ai 12 anni, momento in cui i ragazzi dovrebbero aumentare le loro attività sociali con i coetanei, sia all’interno del contesto scolastico, sia all’esterno.

In età evolutiva, solitamente, il disturbo d’ansia sociale si manifesta con i seguenti sintomi:

  • Paura o mancanza d’interesse nel provare cose nuove;
  • Paura di parlare con persone sconosciute;
  • Estremo disagio quando si è al centro dell’attenzione;
  • Evitamento del contatto visivo;
  • Difficoltà nel parlare in pubblico o di fronte alla classe;
  • Difficoltà nel fare nuove amicizie;
  • Auto esclusione sociale;
  • Preoccupazioni relative a possibili valutazioni negative (anche quando non è in corso di valutazione);
  • Mal di stomaco;
  • Tremori;
  • Eccessiva sudorazione.

Come si comportano a casa i bambini con fobia sociale?

Quando i bambini con fobia sociale si trovano in casa propria, la loro sintomatologia varia in base alle situazioni che gli si presentano davanti. È possibile osservare i seguenti sintomi:

  • Paura estrema quando sono presenti degli estranei;
  • Paura estrema in situazioni sociali in cui sono richieste delle prestazioni, per timore di poter agire in modo imbarazzante;
  • Attacchi di ansia che si verificano prima o nel momento in cui i bambini devono intrattenere relazioni sociali: andare a una festa; parlare di fronte agli altri; chiedere qualcosa in prestito qualcosa. I sintomi possono essere così gravi da somigliare a veri e propri attacchi di panico caratterizzati da palpitazioni, dolore toracico, sudorazione, tremori, nausea, intorpidimento o formicolio, vampate di calore, mancanza di respiro e vertigini;
  • Alcuni bambini possono piangere, lamentarsi, o fare capricci per evitare degli incontri sociali. Altri possono essere in grado di tollerarli solo se in presenza di una persona a loro familiare. Questa condizione porta all’evitamento di luoghi o situazioni ansiogene;
  • Grave disagio durante l’espletamento di routine sociali, come ad esempio: mantenere una conversazione; parlare con un adulto: giocare in un piccolo gruppo; andare ad una festa di compleanno, ecc…;
  • Rifiuto per la scuola, causato dalle preoccupazioni relative a performance sociali e scolastiche;
  • Rifiuto di partecipare a gite o ad altre attività sociali. Il bambino può decidere di non incontrare gli amici, di non giocare con loro, di non partecipare ad attività extra scolastiche, ecc…;

E a scuola, come si manifesta questo disagio?

A scuola, un bambino con fobia sociale, può presentare diversi sintomi:

  • Difficoltà nell’ingresso a scuola, frequenti ritardi e capricci mattutini;
  • Rifiuto per la scuola;
  • Bassa autostima;
  • Difficoltà di concentrazione, che influiscono sulle prestazioni scolastiche;
  • Difficoltà nell’esecuzione dei compiti assegnati in classe, a causa delle difficoltà di concentrazione;
  • Difficoltà a parlare di fronte alla classe;
  • Difficoltà di esposizione durante le interrogazioni;
  • Blocchi o frequenti vuoti di memoria durante i compiti in classe o le interrogazioni;
  • Scarsa o assente partecipazione alle discussioni di classe;
  • Disturbi fisici, come mal di stomaco, vertigini, battito cardiaco accelerato, tremori, eccessiva sudorazione, ecc…;
  • Evitamento del contatto oculare;
  • Difficoltà di apprendimento.

Come possiamo risolvere il disturbo d’ansia sociale in età evolutiva?

Durante il trattamento sono elementi fondamentali il supporto e la collaborazione attiva dei genitori il cui grado di coinvolgimento varia in base all’età del soggetto in età evolutiva. Le tecniche maggiormente utilizzate per il disturbo d’ansia sociale sono quelle di tipo cognitivo-comportamentale.

Il trattamento si avvale di diverse metodologie che, una volta apprese e utilizzate con regolarità, favoriscono il superamento del disturbo d’ansia sociale ed evitano che si ripresenti in futuro. Tra le tecniche più comuni abbiamo:

  • L’individuazione e la modificazione dei pensieri disfunzionali. Con questa tecnica viene insegnato a bambini e ragazzi ad individuare i pensieri disfunzionali correlati agli eventi ansiogeni. Una volta individuati quali sono questi pensieri, gli si insegnerà a valutare le situazioni temute con maggiore oggettività, in modo da poterle affrontare con pensieri più funzionali e realistici;
  • L’esposizione. Questa tecnica consiste nell’affrontare le situazioni temute esponendosi ad esse in modo graduale. Questo metodo permetterà al bambino, o all’adolescente, di verificare che le situazioni da lui temute, non comportano un reale pericolo e imparerà che affrontare e gestire l’ansia è un’azione possibile;
  • Il rinforzo. Ogni comportamento del bambino che si avvicina all’obiettivo prefissato sarà premiato, sia che si verifichi a casa, che a scuola, che in terapia, al fine di renderne più probabile la ricomparsa;
  • Il modellamento. Attraverso questa tecnica l’adulto si pone come modello funzionale di comportamento nell’affrontare le situazioni temute;
  • Le tecniche di rilassamento e di mindfulness. Nel fronteggiare la problematica possono essere utilizzate diverse tecniche di rilassamento, come il rilassamento muscolare progressivo; la respirazione diaframmatica; il training autogeno e il rilassamento per immagini;
  • Il parent training. Il coinvolgimento dei genitori nella terapia con i bambini, come abbiamo detto, è di fondamentale importanza. Verrà loro insegnato come rispondere alle richieste e ai comportamenti dei bambini o dei ragazzi, in modo da non rinforzare le loro paure e, di conseguenza, il disturbo.

Adriana Mondello

mercoledì 13 maggio 2020

La fobia sociale, un disturbo diffuso


La paura di essere a contatto con gli altri compromette fortemente la qualità della vita

Che l’uomo è un animale sociale è un punto fermo degli studi di psicologia e sociologia. Questo fatto per le persone colpite da un disturbo d’ansia sociale diviene una vera e propria problematica. La fobia sociale è la paura di agire in pubblico così da essere giudicati negativamente, fare qualcosa di ridicolo o che ci porti a non essere accettati dagli altri. Nella vita umana ogni momento è “sociale”, dal lavoro agli acquisti al supermercato, per questo il senso di sofferenza che provano le persone affette da questo disturbo si traduce spesso in un loro ritiro dai contesti sociali, un evitamento di tutte quelle situazioni in cui possono venire a contatto con gli altri. La fobia sociale è un disturbo abbastanza diffuso tra la popolazione, pare che ne soffra tra il 3 e il 13% con maggior incidenza nelle donne. Il risultato di questo disagio è una condizione di sofferenza perenne in ogni situazione in cui si è a contatto con le altre persone. L’ansia provata, per giunta, spesso compromette la performance nelle attività del soggetto, cosa che lo porta ad aumentare la disistima verso se stesso e ad alimentare la fobia sociale in una sorta di circolo vizioso. Questo disturbo, se non trattato, tende a divenire cronico ed a determinare una condizione di sofferenza persistente che può sfociare nella depressione. I sintomi più ricorrenti legati alla patologia sono: palpitazioni, nausea, tensione muscolare, mal di testa, tremori, per arrivare, nei casi più gravi, a sperimentare veri e propri attacchi di panico. La psicoterapia è la via risolutiva della problematica; nei casi di maggior complessità il medico tenderà a proporre anche una parallela terapia farmacologica.


Dal Sito: fulldassi.it

venerdì 23 febbraio 2018

Fobia sociale: paura del giudizio altrui


Si tratta di un disturbo d'ansia causato dalla paura di essere giudicato negativo in situazioni sociali o durante lo svolgimento di un'attività

La Fobia Sociale è la paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazionali nelle quali l’individuo è esposto a persone non famigliari o al possibile giudizio da parte degli altri, per il timore di mostrare sintomi d’ansia o di poter agire in modo goffo, imbarazzante.

Si tratta di un disturbo d’ansia causato dalla paura di essere giudicato negativo in situazioni sociali o durante lo svolgimento di un’attività. Insorge solitamente in età giovanile, nella tarda adolescenza, quando le interazioni con il gruppo sociale e in generale le relazioni extra famigliari iniziano a far parte della vita. Questi pazienti provano un profondo disagio emotivo se devono parlare in pubblico, scrivere o mangiare di fronte ad estranei. Possono sperimentare ansia e profondo imbarazzo nel rimanere in spazi chiusi, dove ci sono tante persone e a sostenere o comunicare i loro punti di vista in una conversazione o arapportarsi con un superiore, e persone dell’altro sesso, cosi come parlare in classe o in una riunione.

Il timore centrale della fobia sociale è quello di essere giudicati ansiosi, deboli, impacciati, sciocchi o inadeguati. Questo timore può essere tanto forte da produrre sensazioni di disagio che si manifestano con sintomi neurovegetativi come palpitazioni, tremore, rossore, sudorazione, vampate di calore, che possono provocare veri e propri attacchi di panico. E’ sempre presente una notevole ansia anticipatoria, cioè uno stato di tensione sia psicologica che fisica legata al pensiero di una futura situazione temuta. Il concetto del timore del giudizio degli altri è il nucleo centrale della fobia sociale, elemento fondamentale sia nell’eziologia che nel mantenimento del disturbo e della sintomatologia fobica. Per evitare di vivere questi momenti d’imbarazzo e forte preoccupazione i pazienti affetti da Ansia Sociale mettono in atto condotte di evitamento che possono interferire  con il funzionamento sociale e gli obiettivi lavorativi che a loro volta influenzano negativamente il decorso, favorendo la cronicizzazione della malattia.

Questi soggetti vivono un timore esagerato rispetto al fatto che gli altri si accorgano della loro ansia e sono molto sensibili, e a loro volta critici verso se stessi e si auto percepiscono come deboli, incompetenti e ridicoli, mentre l’altro è visto come abile, superiore e competente. Come tutti i Disturbi d’Ansia, la Fobia Sociale  riconosce un’inclinazione famigliare a sviluppare la malattia. Questo non solo per una predisposizione generica ma anche perché il nostro modo di percepire noi stessi e gli altri deriva dall’osservazione dei nostri genitori e di come agiscono e dalle interazioni che stabilizzano con loro. I bambini che crescono con genitori estremante riservati e con pochi amici, faranno più fatica a sviluppare sicurezza di sé e atteggiamenti estroversi verso il prossimo. A volte, le figure genitoriali di questi pazienti sono riferite come molto rigide, poco accoglienti e gratificanti e particolarmente inclini alla critica, stile che genera ansia da prestazione e limita lo sviluppo di un senso di sé competente e apprezzatile.

La fobia sociale ha solitamente un decorso cronico. Molti pazienti affetti da tale patologia possono sviluppare depressione maggiore, essi, infatti, sperimentano vissuti di inadeguatezza ed inferiorità e hanno difficoltà a condurre una vita sociale soddisfacente. Un’altra complicanza frequente è l’abuso di alcolici e di farmaci che vengono assunti per alleviare l’ansia nelle situazioni di esposizione sociale. Altri soggetti possono invece possono sviluppare un profondo isolamento e forte dipendenza da qualche figura famigliare. Il trattamento si basa sulla terapia integrata farmacologica e psicoterapica con obiettivo di prendere consapevolezza e imparare a riconoscere le dinamiche interpersonali che hanno influenzato cosi profondamente la propria immagine di sé e generato un cosi forte timore dell’altro.

Dott.ssa Daniela Lazzarotti

Dal Sito: www.riviera24.it

mercoledì 21 febbraio 2018

Fobia sociale, come capire che non è solo timidezza e come uscirne


Un disturbo diffuso tra la popolazione, la fobia sociale è l'ansia di agire davanti agli altri per paura di ricevere giudizi negativi e di venir mal giudicati. La dr.ssa Martina Valizzone ci aiuta a conoscerla per affrontarla, poichè l'ansia sociale, se non trattata, può diventare la causa di altri disturbi come la depressione.

Quando si parla di timidezza e quando questa condizione può trasformarsi in “fobia sociale”? Lo abbiamo chiesto alla dr.ssa Martina Valizzone, specialista in psicologia.

Quando si parla di fobia sociale

La fobia sociale è un disturbo d’ansia che consiste nel credere di essere osservati e giudicati negativamente in situazioni sociali o durante lo svolgimento di un’attività in pubblico.

Chi soffre di ansia sociale tende a manifestare eccessiva timidezza o riservatezza in pubblico, cui si accompagna un atteggiamento e una postura corporea solitamente rigida e difensiva. Si tratta di un disturbo piuttosto diffuso tra la popolazione.

Secondo recenti studi, ne soffre dal 3 al 13% degli italiani con una prevalenza maggiore nel sesso femminile. La fobia sociale nella quinta edizione del DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) ha cambiato dicitura in Disturbo d’Ansia Sociale, i cui sintomi principali sono:

Paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile giudizio altrui.

Il soggette teme di essere deriso, rifiutato o criticato dagli altri nello svolgimento di azioni o compiti di vario genere.

Le situazioni sociali provocano nel soggetto ansia o paura intensa.

Le situazioni sociali sono evitate oppure sopportate con estrema ansia o paura.

La paura o l’ansia risultano sproporzionate rispetto alla reale minaccia posta in essere dalla situazione sociale temuta.

All’interno di questa categoria diagnostica è possibile distinguere tra la fobia sociale specifica, quindi circoscritta a un particolare ambito sociale, oppure generalizzata che invece riguarda la maggior parte delle situazioni sociali.

Per ricevere una diagnosi di disturbo d’ansia sociale, i sintomi devono essere presenti da almeno 6 mesi e provocare disagio clinicamente significativo nelle varie aree di vita del soggetto quindi l’ambito familiare, personale e sociale (scolastico o lavorativo che sia).

Quali sono i modi migliori per affrontare questo tipo di fobia

Per affrontare questo disturbo, come per altri disturbi d’ansia, il trattamento più indicato ed efficace è la psicoterapia a indirizzo cognitivo-comportamentale.

La terapia cognitivo comportamentale va ad agire sui pensieri e le credenze disfunzionali che il soggetto associa allo stimolo fobico e contemporaneamente,
attraverso strategie di tipo comportamentale, aiuta il soggetto a gestire le proprie reazioni d’ansia e angoscia. Il terapeuta, nel corso della terapia, guiderà il paziente all’esposizione graduale e sistematica delle situazioni sociali che provocano ansia.

Il presupposto su cui si fondano questo tipo di interventi è che un’esposizione frequente e prolungata allo stimolo, opportunamente predisposta da paziente e terapeuta, permetterà poi al paziente di affrontare le situazioni temute in modo progressivamente più agevole, privandole della reazione emotiva negativa.

Fattore che permetterà a sua volta al soggetto di riprendere a vivere con maggiore serenità le situazioni sociali, grazie anche alla riduzione della vulnerabilità al giudizio negativo degli altri e alla vergogna. Si sono rivelati interventi efficaci anche il training autogeno e l’apprendimento delle tecniche di rilassamento muscolare profondo, utili ad associare allo stimolo fobico una reazione fisica contraddistinta da calma e rilassatezza.

Per ridurre l’entità dei sintomi associati alla fobia sociale, è spesso consigliata una terapia farmacologica a base di farmaci antidepressivi o ansiolitici. Più recentemente, nel trattamento farmacologico della fobia sociale sono stati inclusi anche gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e gli inibitori della monoamino ossidasi.

Malgrado la loro efficacia nella remissione dei sintomi ansiosi, gli effetti benefici dei farmaci cessano immediatamente dopo la loro sospensione e, se non accompagnati da un terapia psicoterapica, presentano elevati tassi di ricaduta.

Quali sono i fattori scatenanti?

Secondo recenti studi non è possibile ricondurre a un’unica causa i sintomi della fobia sociale. Sarebbe più opportuno parlare di un insieme di fattori di tipo genetico, psicologico e ambientale che concorrono all’instaurarsi di un simile disturbo.

Tra i fattori genetici, la familiarità rappresenta un importante fattore di rischio. Soggetti che hanno altri casi di fobia sociale in famiglia, hanno una maggiore probabilità di sviluppare il disturbo d’ansia sociale, rispetto alla popolazione generale.

Per quanto riguarda i fattori di natura psicologica un altro fattore di rischio è la presenza di determinate caratteristiche di personalità che possono facilitare l’instaurarsi di una simile patologia, tra queste citiamo: un’estrema sensibilità alle critiche, bassa autostima, vergogna, sentimenti di inferiorità e la paura di essere rifiutati.

In ultimo tra i fattori di rischio ambientali, rivestono un ruolo predominante le esperienze traumatiche (quali umiliazioni, persecuzioni o scherno) vissute dal soggetto durante l’infanzia o l’epoca adolescenziale, che in quanto tali hanno contribuito a rinforzare la percezione del mondo esterno come pericoloso, dal quale è meglio difendersi.

Dr.ssa Martina Valizzone

Dal Sito: www.tantasalute.it

lunedì 3 aprile 2017

Fobia Sociale – Ansia Sociale


La fobia sociale (anche detta ansia sociale) è caratterizzata da intensa e persistente paura di essere esposti alla presenza e al giudizio altrui.
Caratteristiche della Fobia Sociale (o disturbo d’ ansia sociale)

La fobia sociale (o disturbo d’ ansia sociale) è un disturbo psicologico caratterizzato da un’intensa e persistente paura di affrontare le situazioni sociali in cui si è esposti alla presenza e al giudizio altrui per il timore di apparire incapace o ridicoli e di agire in modo inopportuno. Si tratta di un disturbo d’ ansia causato dalla paura di essere giudicati negativamente in situazioni sociali o durante lo svolgimento di un’attività.

Le prime descrizioni della fobia sociale risalgono ai primi anni del Novecento, quando Janet (1903) la definì come ‘La paura di parlare in pubblico, suonare il piano e scrivere di fronte ad altri‘. La specificità della fobia sociale fu negata con l’affermarsi della Psicoanalisi, che la classificò genericamente all’interno della nevrosi fobica. Successivamente, Marks e Gelder (1966) la distinsero dalle altre manifestazioni fobiche, definendola come ‘La paura di mangiare, bere, ballare, parlare, scrivere, ecc. in presenza di altre persone per il timore di risultare ridicoli‘.

Nella fobia sociale il soggetto teme che le proprie prestazioni e comportamenti lo possano esporre a valutazioni negative da parte degli altri. Con il termine “prestazioni” e “comportamenti” ci si riferisce a una qualsiasi attività quotidiana osservabile, plausibilmente soggetta a qualche tipo di giudizio da parte degli altri come ad esempio: mangiare o bere in pubblico, usare il telefono in pubblico, prendere mezzi pubblici, parlare di fronte a un gruppo di persone, intervenire durante una riunione di lavoro, partecipare a una festa, parlare con uno sconosciuto, chiedere informazioni e chiarimenti, firmare, camminare di fronte ad altre persone, sostenere una conversazione con un gruppo o con una singola persona, o qualsiasi altra attività che può’ attirare l’attenzione degli altri etc.

Il timore centrale della fobia sociale è quello di essere giudicati ansiosi, deboli, impacciati, stupidi, sciocchi o inadeguati. Questo timore può essere tanto forte da produrre sensazioni di disagio molto intense (es: palpitazioni, tremori, sudorazione, rossore del volto, malessere gastrointestinale, dissenteria, tensione muscolare, confusione) che possono provocare veri e propri attacchi di panico. Spesso si può avere il timore di essere giudicati noiosi, non interessanti o di poter dire qualscosa di sbagliato, tanto da essere giudicati inadeguati.

Il concetto del timore del giudizio degli altri e’ il nucleo centrale della fobia sociale, elemento fondamentale sia nell’eziologia che nel mantenimento del disturbo e della sintomatologia fobica(Wells e Clark, 1997).
I sintomi e le cause della fobia sociale (o disturbo d’ ansia sociale)

Secondo il DSM 5, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione, i sintomi della fobia sociale o disturbo d’ansia sociale sono i seguenti:
Marcata paura o ansia rispetto a una o più situazioni sociali in cui l’individuo è esposto al possibile giudizio degli altri
L’individuo teme di mostrare i sintomi di ansia e che verranno valutati negativamente (umiliazione, imbarazzo)
Le situazioni sociali provocano quasi sempre paura o ansia
Le situazioni sociali vengono evitate o sopportate con intensa paura o ansia
La paura o ansia è sproporzionata alla minaccia reale rappresentata dalla situazione sociale e al contesto socio-culturale
La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti del funzionamento

Le cause che portano all’insorgenza di un disturbo d’ ansia sociale possono definirsi multifattoriali. Secondo la letteratura scientifica, alla base dell’eziopatogenesi della fobia sociale vi è una combinazione di fattori genetico-biologico e esperienziali-psicologici, che possono costituire fattori di rischio e protettivi riguardo l’insorgenza e il mantenimento della patologia. Per quanto riguarda i fattori di rischio biologici, vi sarebbe una tendenza ad avere più facilmente reazioni ansiose, collegata ad una maggiore reattività del sistema limbico, un insieme di strutture nervose deputate alla regolazione emotiva.

In generale, in letteratura si è osservato che i disturbi d’ ansia tendono ad avere una trasmissione transgenerazionale, anche se ancora non è chiara la quota di tale trasmissibilità legata a fattori prettamente genetici e a fattori ambientali di appendimento sociale che si giocano nell’interazione del bambino con il genitore ansioso.

In tal senso, tra gli altri fattori che possono influenzare lo sviluppo della fobia sociale (o disturbo d’ ansia sociale) vi sono quelli ambientali-psicologici, che chiamano in causa il vissuto soggettivo di ciascuno e specifiche modalità di regolazione emotiva e di relazione con il mondo e con gli altri che apprendiamo fin dall’infanzia nel nostro contesto di vita.

Tra i fattori di rischio che possono facilitare l’insorgere del disturbo d’ ansia sociale vi sono: storia familiare (se un genitore o un fratello ha disturbo d’ ansia sociale); tratto di personalità di marcata timidezza; esperienze negative di bullismo, derisione, umiliazione e rifiuto sociale e criticismo (anche abuso sessuale).
La fobia sociale a livello cognitivo, comportamentale ed emotivo

Il nucleo patologico della fobia sociale (o disturbo d’ ansia sociale) è rappresentato da una marcata sensibilità verso il giudizio degli altri; il fobico sociale teme di essere osservato e di divenire oggetto di scherno da parte degli altri, o che le proprie prestazioni lo possano esporre a valutazioni negative.

A livello cognitivo il fobico sociale è caratterizzato dall’essere molto critico verso se stesso e si autopercepisce come debole, incompetente e ridicolo, mentre l’altro è visto come abile, superiore e competente.

Sul piano comportamentale, questo soggetto fobico, per sottrarsi all’esposizione di esperienze dolorose, adotta la condotta dell’evitamento e del rinvio, della rinuncia e del ritiro; nella relazione con l’altro adotta un comportamento protettivo ed una comunicazione di tipo anassertiva e di sottomissione.

A livello emotivo il fobico sociale vive posseduto da un senso generale di agitazione e di preoccupazione che aumenta con l’avvicinarsi di una situazione temuta, ansia, vegogna e sensazione di umiliazione nel momento in cui si trova nella situazione fobica.

Il timore esagerato del giudizio degli altri impedisce l’autoesposizione e più i comportamenti di evitamento si generalizzano, maggiormente il disturbo diventa invalidante: si sviluppano così sentimenti di inadeguatezza ed inferiorità che, a loro volta, riducono l’autostima ed aumentano la tendenza a percepire se stesso come incapace e gli altri come critici e rifiutanti.

Nel caso in cui il fobico sociale si espone alle situazioni temute, è generalmente presente ansia anticipatoria (che può presentarsi anche molti giorni prima del verificarsi dell’evento). Prima di affrontare la situazione temuta il soggetto tende a rimuginare a lungo sulla situazione futura; tali pensieri e immagini mentali sono di tenore negativo e sono accompagnati da un elevato e intenso livello di ansia. Questa ansia disfunzionale si inserisce in un circolo vizioso tale per cui l’effettiva prestazione durante la situazione temuta può venire compromessa proprio dall’eccessivo livello di ansia che interferisce i processi cognitivi. Ad esempio, riguaro l’attenzione, la persona può focalizzarsi sui segnali non verbali del proprio interlocutore e/o sui propri segni e sintomi di ansia, piuttosto che sulla conversazione che sta avvenendo. Di conseguenza, l’interazione comunicativa ne verrà inficiata ed emergeranno ulteriore vergogna, imbarazzo e sensazione di inadeguatezza, che potranno promuovere nuovamente evitamenti, ansia anticipatoria o comportamenti protettivi.

Infatti per evitare le conseguenze temute su cui rimugina in modo persistente, il soggetto con ansia sociale utilizza quelli che sono definiti comportamenti protettivi. Tali comportamenti protettivi sono delle strategie che la persona mette in atto credendo di poter meglio “controllare” i sintomi fobici. In realtà tali comportamenti non sono utili poiché amplificano i sintomi, perpetuano l’ansiae le credenze dell’individuo di essere valutato negativamente, nonché interferiscono negativamente con la prestazione e l’attività temute dal fobico. Ad esempio, reggere molto saldamente una tazza per tentare di controllare un lieve tremore della mano può impedire i normali movimenti rendendo il movimento estremamente impacciato; similmente, ripetere mentalmente ciò che si intende dire prima di parlare rende la conversazione più faticosa e difficile, oppure ancora evitare il contatto visivo per non attirare l’attenzione dell’altro è un segnale che non agevola l’interazione con l’altro.

Quindi i comportamenti protettivi – che sono molti e diversificati a seconda dei casi –interferiscono con la situazione sociale temuta, facendo apparire la persona in realtà proprio più impacciata, goffa, o meno disponibile all’interazione. Infine, nel caso in cui le conseguenze temute non si siano verificate, il soggetto attribuisce erroneamente l’assenza di conseguenze negative e catastofiche all’attuazione dei comportamenti protettivi, rendendo difficile la disconferma delle proprie credenze disfunzionali.

Durante l’esposizione a situazione temute, la persona con ansia sociale concentra l’attenzione su di sé e si pone di una prospettiva di autosservazione, sia della propria immagine durante la prestazione, sia delle proprie sensazioni fisiologiche ed emotive, “interne” e non visibili dagli altri e della prestazione in sé. Tali autosservazioni presentano una elevata quota di soggettività e portano a immagini di sé distorte: ad esempio, se il soggetto si sente lievemente accaldato può pensare che si veda un rivolo di sudore sul volto. Segnale che ritiene porterà un giudizio negativo da parte dei propri interlocutori e/o dagli altri che lo stanno osservando.

Accanto all’ansia anticipatoria, il fobico sociale attua quello che può essere definito processo di esame a posteriori della situazione, che spesso esita in una valutazione negativa di sé e della propria prestazione. Anche di fronte a prestazioni oggettivamente adeguate, il fobico sociale inizia a ruminare sul proprio comportamento, formulando un’ autovalutazione a posteriori solitamente negativa di se stesso e della prestazione nella situazione sociale.
Ansia o fobia sociale, timidezza e introversione

La distinzione tra timidezza, introversione e fobia sociale (anche definita disturbo d’ ansia sociale) è una questione sulla quale chi non si sente a proprio agio nelle situazioni sociali si interroga frequentemente. I vissuti emotivi, gli aspetti cognitivi e comportamentali in gioco nella timidezza, introversione e ansia sociale infatti sono simili.

Anzitutto, va sottolineato che in particolari situazioni sociali è piuttosto comune– e non per questo necessariamente patologico e disfunzionale – provare preoccupazione, ansia anticipatioria, vergogna e timore del giudizio altrui. Basti pensare alla situazione di public speaking, in cui la persona si trova ad esporsi pubblicamente di fronte a un gruppo (più o meno esteso) di persone. Anche in situazioni sociali quotidiane, la persona può provare vergogna e ansia durante un’interazione sociale; tuttavia tali fenomeni emotivi potrebbero fare riferimento a una condizione di timidezza, tratto di personalità individuale che non è certamente invalidante e limitante quanto un vero e proprio disturbo d’ ansia sociale. Il disturbo d’ ansia sociale implica una costante e sproporzionata paura nelle relazioni sociali, uno stato di intenso malessere psicofisico che costringe l’individuo a evitare situazioni sociali per il timore di essere giudicato inadeguato dagli altri.

Non è questo il caso della timidezza. L’ ansia sociale e la timidezza si differenziano nell’intensità e nella tipologia delle emozioni (disfunzionali e più intense nel caso dell’ ansia sociale), negli aspetti cognitivi di contenuto e processuali, nella pervasività delle condotte di evitamento e dei fattori protettivi, che nella persona timida non compromettono il funzionamento relazionale e lavorativo e lo svolgimentto normale della vita quotidiana.

Ad esempio, le persone timide che non presentano un disturbo d’ ansia sociale tendono a rimuginare in misura minore e solo poco prima dell’inizio della situazione ansiogena, presentano ansia di minore intensità durante la situazione stessa e l’esposizione alla situazione temuta non peggiora la sintomatologia ma anzi diminuisce la probabilità di evitamenti futuri. Dunque, la timidezza, pure creando disagio nella persona, non compromette il funzionamento sociale e lavorativo della persona.

Anche se spesso nel linguaggio comune i due termini vengono utilizzati come sinonimi, una distinizione importante va fatta tra timidezza e introversione, entrambi definibili tratti di personalità, e dunque di per sé non patologici.

Mentre il timido desidera avere rapporti sociali ma si sente a disagio nelle situazioni sociali, sentendosi indaguato e temendo il giudizio degli altri, l’introverso presenta meno interesse nel coltivare i rapporti sociali, non evita le occasioni di interazione sociale, ma non le ricerca attivamente e costantemente, e generalmente questo non è egodistonico (cioè non rappresenta un problema per l’individuo). Tra gli psicologi più conosciuti in letteratura che si sono occupati di tratti personalità, Eysenck identificò due super-fattori di personalità: estroversione – introversione e nevroticismo (ai quali successivamente aggiungerà lo psicoticismo). Secondo la sua teoria, gli introversi, a causa di un elevato livello interno di eccitazione (arousal) tendono ad evitare la stimolazione esterna per evitare un eccesso di stimolazione. Gli estroversi, portatori di un basso livello di eccitazione, ricercano nuove o più intense stimolazioni esterne per preservare o realizzare un livello di stimolazione ottimale.

Tuttavia, i tratti di personalità della timidezza e dell’introversione non necessariamente autoscludono l’ ansia sociale: se e’ vero che essere introversi non significa essere fobici sociali, è anche vero che è possibile che un disturbo d’ ansia sociale si sviluppi in individui introversi o timidi. Viceversa, non è detto che chi soffre di ansia sociale sia necessariamente introverso.
Diagnosi differenziale, conseguenze e comorbilità della fobia sociale (o Disturbo d’Ansia sociale)

Anche se e’ possibile cercare di individuare la presenza di sintomi e fenomeni tipici della fobia sociale per chiedere aiuto, è importante rivolgersi a specialisti del settore della salute mentale per poter definire una chiara diagnosi e un piano di trattamento. Infatti e’ importante effettuare una diagnosi differenziale del disturbo d’ Ansia sociale o fobia sociale rispetto ad altri disturbi d’ansia.

Per prima cosa è rilevante identificare se accanto alla fobia sociale vi è la presenza di attacchi di panico; in tal caso andrà differenziato un Disturbo da Attacchi di Panico, in cui invece gli episodi di panico non sono esclusivamente presenti in situazioni sociali.

Inoltre, è importante escludere la presenza di un Disturbo d’Ansia Generalizzato, in cui è comunque presente il timore di essere giudicati negativamente in determinate situazioni, ma tale timore non rappresenta il nucleo centrale delle preoccupazioni dell’individuo nel caso del Disturbo d’Ansia Generalizzato.

Gli evitamenti di situazioni sociali e la scarsità delle interazioni e delle relazioni sociali sono fenomeni che si ritrovano anche in alcuni disturbi della personalità. Ad esempio, anche nel disturbo evitante di personalità, la persona è molto sensibile al giudizio degli altri, ha una percezione negativa di sé e presenta evitamenti in ambito sociale; tuttavia nel disturbo evitante di personalità, il timore è un timore più pervasivo e generalizzato delle relazioni sociali (anche se questo può essere tipico anche della fobia sociale generalizzata). Un aspetto che può essere differenziale è la sensazione di estraneità e non appartenenza tipica del disturbo evitante di personaliltà. Tuttavia la diagnosi differenziale tra i due quadri psicopatologici non è semplice e richiede la consulenza di un professionista esperto nell’ambito della salute mentale.

L’isolamento sociale si riscontra anche in altre psicopatologie, come ad esempio nella depressione o nel disturbo schizoide di personalità; nel caso della depressione, l’isolamento sociale è l’esito della deflessione del tono dell’umore e non di evitamenti ansiosi; mentre nel caso del disturbo schizoide di personalità è assente il desiderio e l’interessse nell’avere relazioni con gli altri, aspetto che invece viene mantenuto nella fobia o ansia sociale.

A medio e lungo termine, la conseguenza della fobia sociale o disturbo d’ ansia sociale, se non trattato, è un impoverimento della vita dell’individuo, che spesso conduce una vita ritirata, con poche amicizie e poche occasioni di svago; analogamente essa può compromettere la carriera scolastica e/o lavorativa con conseguente danno per l’immagine e l’autostima.

Di conseguenza, le problematiche che emergono in chi soffre di fobia sociale possono concorrere allo sviluppo di tristezza e senso di insoddisfazione per sé e per la propria vita, e in alcuni casi può insorgere un disturbo dell’umore depressivo.

Un altro fenomeno che può accompagnare la fobia sociale è l’abuso di sostanze e/o l’ abuso alcolico come strategie disfunzionali per gestire gli elevati livelli di ansia nelle situazioni sociali temute (si pensi a un fobico sociale durante un party) nonché per alleviare la tristezza e la sofferenza legate a un generale senso di insoddisfazione e inadeguatezza del sé in ambito sociale.
Il trattamento della fobia sociale

Secondo diverse linee guida internazionali (ad esempio, NICE National Institute for Health and Clinical Excelence, 2011) la psicoterapia di tipo cognitivo-comportamentale è uno dei trattamenti più efficaci per la cura della fobia sociale (o disturbo d’ ansia sociale), finalizzata a ridurre la sintomatologia ansiosa, ridurre l’isolamento sociale e promuovere un migliore funzionamento sociale e lavorativo della persona.

La psicoterapia cognitivo comportamentale del disturbo d’ ansia sociale si concentra su:
Ridurre la sintomatologia ansiosa, il timore del giudizio degli altri e il bisogno di riconoscimento
Controllare il rimuginio anticipatorio sulle proprie prestazioni
Ridurre il timore di mostrare ansia
Ridurre i comportamenti di controllo dell’ansia e gli evitamenti delle situazioni sociali ansiogene.

Le terapie farmacologiche a base di antidepressivi di nuova generazione oppure a base di ansiolitici possono essere utili nella terapia della fobia sociale.

L’integrazione tra il trattamento farmacologico e la psicoterapia cognitivo-comportamentale viene valutato dal clinico specialista a seconda del quadro clinico generale e della sua gravità.

Ad ogni modo, solo la terapia farmacologia, senza quella psicoterapica, risulta riduttiva presentando elevati tassi di ricaduta. Vi sono casi trattabili esclusivamente attraverso la psicoterapia, altri attraverso un approccio combinato in cui l’intervento farmacologico risulta adiuvante alla psicoterapia.

Dal Sito: www.stateofmind.it


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/tag/fobia-sociale-ansia-sociale/

domenica 3 agosto 2014

Le 10 fobie più strane che mettono a rischio le vacanze



Quali sono le 10 fobie più strane che possono mettere in pericolo le nostre vacanze? Tempo d’estate, tempo di fobie. Gli esperti affermano che durante la stagione estiva le nostre paure irrazionali non ci abbandonano. Anzi, proprio con le partenze e con il desiderio di rilassarsi, possono anche aumentare. I sintomi sono sempre gli stessi: tachicardia, sudorazione, timore irragionevole. Tutto sarebbe scatenato dall’idea che qualcosa possa rappresentare una minaccia per la nostra incolumità e così le vacanze rischiano di rivelarsi un flop.

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1. Talassofobia
La talassofobia è la paura del mare, che ha anche una variante: la limnofobia, la fobia dei laghi. Sia il mare che i laghi rappresentano, specialmente a livello simbolico, una minaccia profonda, perché evocano il contatto con l’ignoto. Le reazioni? C’è chi non va al mare, c’è chi si immerge fino alle ginocchia e chi evita totalmente il bagno nell’acqua salata.



2. Rupofobia
La rupofobia è la paura dello sporco, che si trasforma in vera e propria ossessione per l’igiene. Gli esperti spiegano che si tratta di una paura legata a tratti ossessivi della personalità. Andare in vacanza e ritrovarsi in campeggio, per esempio, può costituire in questo caso un problema.

3. Acrofobia
Esiste anche chi ha un’irrazionale paura dell’altezza o della vastità dell’ambiente, situazioni che possono capitare di frequente in vacanza. Di solito la reazione è quella di fuga, con l’evitare di ritornare in quel luogo in cui si è manifestato il malessere. In questo caso andare in montagna potrebbe essere un problema.

4. Entomofobia
L’entomofobia è la paura degli insetti, che ha anche una variante specifica, rappresentata dall’aracnofobia, la paura irrazionale dei ragni. E’ facile che in estate ci si possa ritrovare più a contatto con gli insetti, a seconda della meta che scegliamo per le nostre vacanze. La campagna si potrebbe configurare come off limits per alcuni.

5. Fotofobia
Si tratta della fobia per la luce e il sole. D’estate può essere veramente difficile gestire questa paura. Spesso può essere scatenata da una vera e propria sensibilità eccessiva, eppure alcune persone sono costrette a coprirsi con cappelli, occhiali e vestiti. Se si espongono troppo ai raggi solari, possono incorrere nel mal di testa. Chi soffre di questo disturbo non può avvantaggiarsi nemmeno dei benefici della fototerapia, a cui ci si potrebbe dedicare proprio d’estate, avendo più tempo a disposizione.



6. Agorafobia
Gli spazi all’aperto o gli ambienti non familiari rappresentano un problema per chi soffre di agorafobia. E’ un disturbo collegato soprattutto al panico, di cui soffrono molte persone. E’ chiaro che d’estate, con più occasioni di stare all’aperto, il problema può diventare veramente invalidante, limitando la vita sociale degli individui. Bisognerebbe essere sempre pronti ad affrontare gli attacchi di panico, sapendo cosa fare per prevenirli e farli passare.

7. Mottefobia
La mottefobia è la paura delle farfalle notturne. Simbolicamente indica ciò che è misterioso e fuori controllo, perché le falene rappresentano un vero e proprio emblema della notte. Se ci rechiamo in una località di villeggiatura e apriamo le finestre di sera, tenendo la luce accesa, tutto si trasforma in qualcosa di terribile.

8. Ofidiofobia
L’ofidiofobia è la paura dei serpenti. Più in generale questa fobia si chiama scolecifobia, che è il timore per i vermi. A livello inconscio riflettiamo su questi esseri viventi la nostra negatività, una parte di noi stessi o della realtà che per noi è difficile da accettare.

9. Gimnofobia
Si tratta della paura della nudità. Si può avere paura di essere nudi, ma allo stesso tempo anche il nudo degli altri può essere una fonte di ansia. Non è certo l’ideale per chi vuole andare al mare e vuole mettersi un costumino in spiaggia. Sarebbe una paura collegata all’assenza di difese, che nasconde componenti sessuali.

10. Paura di non essere popolari sui social
Con lo sviluppo delle tecnologie informatiche e l’ascesa dei social network, si va sempre più manifestando una paura particolare: quella di non essere popolari sulle reti sociali o di essere ignorati in rete. Abbiamo il timore di essere dimenticati e questa ansia diventa più acuta proprio nei giorni di ferie, quando siamo lontani dal PC. Ci ritroviamo quindi a pubblicare continuamente foto e commenti su internet, finendo col passare le vacanze continuamente collegati anche mediante tablet o cellulare.
(Gianluca Rini)
 Nano Press

lunedì 7 luglio 2014

Fobia sociale - Anonimo



Ho cercato spazi di condivisione
nei ricordi del passato
e ho trovato solo
spazi pieni di un inutile dolore,
ho cercato spazi di complicità
nei ricordi del passato
e ho trovato solo spazi pieni di
un inutile solitudine
ho cercato spazi pieni di
ricordi e ho trovato solo
spazi pieni di niente.


(Anonimo)





In un presente che non c’è
non basta un passato
che non è stato,
in un presente che non c’è
il sole del giorno è solo una scusa
in attesa che arrivi
il buio della notte,
in un presente che non c’è
calpesto foglie morte e mi
riscaldo con un sogno che mai sarà.

(Anonimo)

domenica 8 giugno 2014

Attacchi di panico: cause, sintomi, diagnosi, terapia farmacologica e comportamentale, prevenzione

L’attacco di panico è un disturbo che si manifesta con le seguenti caratteristiche: è un evento improvviso, di breve durata, con una fase acuta ben definita e cessa entro un’ora; durante l’evento sopraccitato la persona può avere la sensazione di distruzione e di morte; si può verificare anche un senso di soffocamento, vertigine, tremore, brividi di freddo, sudorazione e tachicardia, difficoltà respiratorie, vampate di calore.
CAUSE: Per comprendere il motivo per cui l’ansia scatena ad alcuni gli attacchi di panico e ad altri no, dobbiamo rivolgere l’attenzione a diversi fattori: lo stress psicologico (rappresentato da eventi di vita come separazioni, divorzi, lutti, licenziamenti, trasferimenti, problemi sentimentali o finanziari, incomprensioni coniufali, nascita di figli e altri eventi legati ad un significativo aumento del senso di responsabilità e quindi di ansia, tensione e stress); lo stress fisico (rappresentato da condizioni di esaurimento, affaticamento da eccessivo lavoro, abuso di droghe e alcol, scarso sonno, diete esagerate, ipoglicemia ecc.); tenendo conto ovviamente delle caratteristiche di personalità, ossia del modo in cui abitualmente ci comportiamo, emozioniamo ed interagiamo con gli altri, che rappresenta il nucleo della nostra identità, differenziandoci dagli altri. Coloro che soffrono di attacchi di panico, si descrivono come ansiosi, sensibili, emotivi, nervosi, tendenti ad angosciarsi e preoccuparsi eccessivamente; sono quindi più predisposti ad attacchi di panico e, più in generale, a soffrire di disturbi d’ansia.
ATTACCHI PANICO 1SINTOMI: I sintomi fisici dell’attacco di panico possono includere: palpitazioni, tachicardie, aumento della sudorazione, dolori toracici o sensazioni di sconforto, intorpidimento o formicolio degli arti, sensazioni di soffocamento o difficoltà respiratorie, vertigini, tremori, nausea, brividi o vampate di calore, altri inconvenienti gastro-intestinali. I sintomi fisici dell’attacco di panico sono accompagnati da sintomi mentali ed emozionali, quali: un senso crescente di terrore, una forte paura di perdere il controllo, di morire o di impazzire, la sensazione di essere “fuori dal proprio corpo” o provare un senso di irrealtà come i sogni; talvolta “congelarsi”, sentendosi paralizzati dalla propria paura. Inoltre, il soggetto colpito dall’attacco di panico, può: provare un forte desiderio di fuggire dal luogo dove l’attacco è iniziato, essere convinto di richiedere urgenti cure mediche. L’attacco di panico normalmente è accompagnato da altri sintomi e disturbi come: ansia, fobie, depressione. Sono abbastanza frequenti anche le fobie sociali (es. paura di parlare in pubblico) ed alcuni possono presentare sintomi di tipo ossessivo-compulsivo, con pensieri ed azioni ripetitive e non volute, o abusare di alcol e droghe, credendo di poter controllare così il loro stato.
ATTACCHI PANICO 2DIAGNOSI: Riconoscere e diagnosticare un attacco di panico non è sempre facile: talvolta trascorrono anche molti anni prima di identificare il problema. Spesso questo succede perché i sintomi tipici degli attacchi di panico sono comuni anche ad altre malattie, come depressione, disturbi endocrini e cardiovascolari. Il medico, quindi, può prescrivere una serie di esami (del sangue, delle urine, ecografie, consultazioni specialistiche, ecc.) che non aiutano a fare chiarezza. Per facilitare le cose, quindi, è necessario che la persona descriva con chiarezza come si sente e che cosa prova. Il medico, dal canto suo, non deve trascurare alcun aspetto.
TERAPIA FARMACOLOGICA Per disinnescare le reazioni abnormi caratteristiche del disturbo da attacchi di panico è indispensabile ricorrere ai farmaci. I composti più indicati in questo caso sono gli antidepressivi, in particolare gli inibitori del sistema di riassorbimento della serotonina (SSRI) e della noradrenalina (SNRI). Possono anche essere necessari: TCA, farmaci appartenenti alla alla classe di antidepressivi chiamati “antidepressivi triciclici”; Benzodiazpine, farmaci che sono dei lievi sedativi, appartenenti al gruppo di farmaci chiamati “deprimenti del sistema nervoso centrale”; MAO, farmaci appartenenti alla classe di antidepressivi chiamati “inibitori delle monoaminossidasi”.
TERAPIA COMPORTAMENTALE: Per ottimizzare gli effetti della terapia farmacologica e offrire al paziente un efficace mezzo di autogestione delle sensazioni sperimentate nelle diverse circostanze della vita quotidiana è utile abbinare ai farmaci una terapia comportamentale per sciogliere il legame tra le situazioni critiche e la reazione ansiosa del paziente. L’approccio comportamentale prevede che la persona affetta da disturbo da attacchi di panico, anziché evitarli, si esponga gradualmente agli eventi ritenuti stressanti, analizzandoli con l’aiuto dello specialista ed elaborandoli n chiave positiva per far rientrare l’esperienza vissuta in un contesto di normalità, affrontandola meglio in seguito.
PREVENZIONE: Per prevenire gli attacchi di panico occorre: seguire ritmi di vita regolare, dormire a sufficienza, adottare un’alimentazione sana, praticare un’attività fisica moderata quotidianamente, assumere tutte le terapie prescritte dal medico con regolarità, rispettando i dosaggi indicati; evitare alcolici e bevande a base di caffeina, non fumare o quanto meno ridurre il numero di sigarette abituali, frequentare gruppi di auto-mutuo aiuto, condividendo la propria esperienza con altre persone affette da un problema analogo. Un buon punto di partenza sta nell’iniziare a mettere in discussione se stessi, riconoscendo che anche i punti di vista degli altri hanno un valore; imparando, ogni tanto, ad accettare un consiglio o una critica, senza sentirsi svalutati. E’ opportuno mettere da parte i preconcetti in modo da allargare la mente, senza seguire sempre schemi rigidi che può chiudere in una corazza difensiva, ostacolando le relazioni ed il benessere. Può essere positivo aiutarsi con delle tecniche di rilassamento.