Visualizzazione post con etichetta Testimonianze. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Testimonianze. Mostra tutti i post

martedì 5 gennaio 2021

Il dramma di Laura Chiatti: "gli attacchi di panico sono tornati"





La bellissima attrice umbra Laura Chiatti, moglie di Marco Bocci e madre di due splendidi bambini, torna a parlare di un problema che la affligge da anni.

Laura Chiatti, volto tra i più apprezzati nella rosa delle attrici italiane, è tornata a parlare di un problema con cui deve fare i conti da anni: gli attacchi di panico. La Chiatti aveva superato la malattia dopo essere stata in cura da uno specialista ma dopo un anno difficile, in cui sia suo marito Marco Bocci, sia sua madre, sono stati male, l’attrice è ripiombata in questo terribile male, da troppi sottovalutato.

Credeva di essersi liberata per sempre da questo peso, e invece, dopo un anno pesantissimo, gli attacchi di panico sono tornati più prepotenti che mai nella vita di Laura Chiatti: “L’anno scorso sia Marco sia mia madre sono stati molto male. Adesso è tutto risolto, ma qualcosa si è comunque rotto: l’utopia per cui le cose brutte non accadono mai a te”.

Un problema ancora troppo sottovalutato e colpisce moltissime persone. Non c’è una vera e propria soluzione, o meglio c’è ma bisogna cercarla all’interno di se stessi con la guida di uno specialista. “Mi curo con la bioenergetica e con la psicoterapia. E’ sbagliato pensare di potercela fare sempre senza farsi aiutare, un errore in cui noi donne cadiamo spesso. Lavoriamo, ci occupiamo della casa, della famiglia: un sovraccarico di responsabilità che può schiantarti fisicamente” ha dichiarato l’attrice.

Nonostante suo marito Marco Bocci la aiuti e la sostenga nelle faccende quotidiane e con la crescita dei due figli della coppia, Enea e Pablo, l’attrice umbra dichiara: “Quando metti al mondo un figlio capisci per la prima volta che cos’è l’amore. Pensi: ah, ma allora è questo che aspettavo da sempre. Passiamo anni a cercare l’uomo o la donna della vita, non sapendo che solo un figlio ti porterà quell’amore che ti stacca la pelle. Ma il prezzo, ed è questo che tolgono, è che tu passi totalmente in secondo piano. Tu, i tuoi bisogni, il tuo lavoro“.


ck12.it

Charli D'Amelio svela: "Ho attacchi di panico, ma sto cercando di uscirne"

Charli D’Amelio svela: “Ho attacchi di panico frequenti, ma sto cercando di uscirne” – il suo toccante racconto



Nonostante il successo, i 100 e oltre milioni di follower su TikTok, la vita di Charli D’Amelio non è solo rose e fiori. Come molte ragazze della sua età, anche lei vive momenti difficili, di fragilità, che non ha mai nascosto al suo pubblico. Sia prima che dopo il boom sui social, Charli ha avuto a che fare con alcuni problemi psicologici, legati anche al disturbo alimentare contro cui ha lottato nei mesi passati.

Ospite del podcast Here For Itdell’amica Avani Gregg, Charli ha raccontato che alcuni problemi che l’affliggono da quando è bambina, nonostante la terapia che sta seguendo con un terapeuta, ancora la affliggono:

Avevo degli attacchi di panico così brutti in terza elementare. Questo è quello che è successo in passato, ed è ciò che mi ha colpito fino a letteralmente tre settimane fa. Mi ha fatto così male che non volevo parlarne. Piangerò per tre giorni di fila e non sono nemmeno più Charli!

La terapia “sta facendo la differenza”, ha sottolineato Charli nell’intervista, che ha sottolineato cosa le succede quando gli attacchi di ansia cercano di imporsi su di lei e cosa pensa delle persone che la giudicano:

Sono solo una persona emotiva che non funziona correttamente. […] Non sono me stessa, e non so cosa prende il sopravvento, ma è tutto così ammassato che sto cercando di uscirne tutto in una volta, ed è davvero difficile. Soprattutto quando ritieni che tutti abbiano un invito speciale a dire qualcosa su di te.

Charli D’Amelio si conferma nuovamente un modello da seguire, una “stella” dei social molto più vicina alla terra che al cielo!

Dal Sito: webboh.it

domenica 18 ottobre 2020

Le malattie mentali non sono un tabù: le celebrità che ne soffrono






Problemi di salute mentale: le celebrità si raccontano

Parlare di malattie mentali, per alcuni, è come parlare del nulla: non emergono dai raggi, nemmeno dalle analisi del sangue, spesso non c’è alcuna evidenza fisica. Eppure ci sono. E sono reali.

Ogni anno, il 10 ottobre, l’importanza di investire nel settore delle malattie mentali – per diagnosticare i disturbi, curare, seguire e supportare chi ne è affetto – è al centro della Giornata Mondiale della Salute mentale, nota a livello internazionale come World Mental Health Day indetto dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Malattie mentali: ne soffrono tutti, anche le celebrità
Attacchi di panico, disturbo ossessivo compulsivo, bipolarismo, depressione, ansia, sono solo alcune delle malattie mentali che colpiscono milioni di persone: tra queste anchecelebrità. Perché i disturbi mentali non fanno distinzione di sesso, età, razza, status. Colpiscono tutti, indistintamente.

Il perché tanti volti noti abbiano sentito il bisogno di parlare apertamente del loro disagio è semplice:

  • ne soffrono tutti;
  • non bisogna vergognarsene;
  • si possono superare.

Tre tasselli fondamentali che vanno ad aggiungersi all’importanza di condividere i propri disagi, farsi aiutare da professionisti, avere quindi il coraggio di chiedere aiuto.

L’importanza di sensibilizzare le persone
In questi ultimi anni si sono fatti tanti passi avanti nel settore delle malattie mentali: oggi andare dallo psicologo – per esempio – non è più un tabù rispetto al passato. Le malattie mentali vengono trattate quasi al pari di quelle fisiche, maggiori sono le persone, le celebrità, i volti noti, che accendono i riflettori su questa tematica. Insomma c’è una maggiore apertura verso questo argomento. Ma la strada è ancora lunga.

Come detto, in questi anni abbiamo assistito ad una vera e propria mobilitazione mondiale affinché chi soffre di malattie mentali non si senta solo/a. Vittima di una condizione incurabile, in quanto la via di uscita c’è. E qualora si tratti di una strada lunga, è fondamentale renderla meno tortuosa.

Le malattie mentali al Cinema
Anche la settima arte, così come la Musica, la letteratura, non si è mai sottratta a questa tematica: tanti i titoli che hanno affrontato l’argomento. A riguardo ti segnaliamo un film che abbiamo visto in anteprima e che abbiamo deciso di farti conoscere perché portatore di un messaggio molto importante: “Quello che tu non vedi” di Thor Freudenthal racconta la storia di un ragazzo, Adam, affetto da schizofrenia. Una malattia mentale che cerca di nascondere e nel tentativo di apparire come una persona “normale”, vedrà scivolare tra le sue mani tante opportunità. L’incontro con Maya lo aiuterà a capire che non è la sua condizione mentale a definirlo.

Tornando al discorso delle celebrità, ci teniamo a riportati le loro condivisioni affinché possano essere per te o per persone a te vicine, una fonte d’ispirazione non tanto per come hanno condotto il loro percorso di guarigione e accettazione del disagio, ma per farti capire che, nella Vita, le cose di cui bisogna vergognarsi sono decisamente altre.

Non sei solo/a, e non lo sarai mai se decidi di dar voce a quello che hai dentro.

Di seguito ti riportiamo alcune testimonianze delle celebrities che hanno deciso di condividere con il pubblico i loro disturbi:

Demi Lovato

La cantante e attrice statunitense Demi Lovato è una delle celebrità che tratta più spesso l’argomento della salute mentale, parlandone con sincerità ed orgoglio, e intraprendendo numerose iniziative in sostegno alle malattie mentali e di chi ne soffre. L’artista nei suoi discorsi esorta spesso politici e Capi di Stato in carica d’impegnarsi nel sostenere e supportare le istituzioni e le strutture che si occupano del problema. Uno dei tanti suoi discorsi è quello avvenuto alla Democratic National Convention.

Ad aprile 2020, Demi ha pubblicato sul suo profilo Instagram un postdove supporta il lancio di un fondo per la salute mentale, scrivendo:

«Così tante persone sono state lasciate sole con i loro pensieri, le loro ansia, i con coloro che abusavano di loro, e ora stanno combattendo con l’incertezza di questo periodo. Ecco perché sto aiutando a lanciare il #TheMentalHealthFund per supportare le organizzazioni che stanno incontrando la crescente domanda di consulenza per crisi causate dal COVID-19. Non siete soli»

Anche attraverso la Musica, Demi Lovato coglie l’occasione per affrontare l’argomento: il brano più recente in questione è quello realizzato insieme a Marshmello “Ok not to be ok“, e proprio in relazione a questa canzone, l’artista aveva dichiarato:

«Fin da giovanissima ho avuto a che fare con pensieri suicidi e depressione. Ho sempre parlato a gran voce per sensibilizzare sull’argomento della salute mentale perché è possibile vedere la luce quando inizi il lavoro su di te. Sono la prova vivente che non devi arrenderti a questi pensieri. Ho passato molte giornate in cui ho avuto difficoltà, ma per favore lasciate che questa canzone sia un inno per chiunque ne abbia bisogno adesso. Potete superare tutto quello che state passando. Io sono qui per voi sempre, non siete soli e io vi amo. Prendetevi cura di voi, e ascoltate i vostri cari. Ricordate, va bene non stare bene»

Demi Lovato soffre di un disturbo bipolare e di depressione.

Bebe Rexha

La cantante statunitense Bebe Rexha, classe 1989, nel 2019 ha fatto sapere ai suoi fan di soffrire didisturbo bipolare tramite un tweet sul suo profilo ufficiale pubblicato nel 2019.

«Sono bipolare e non me ne vergogno più. Questo è tutto. (piangendo a dirotto)»

«Per tantissimo tempo, non capivo perché mi sentissi così male. Perché avevo momenti bassi che mi facevano non voler uscire di casa o vedere altre persone e perché sentissi degli alti che non mi lasciavano dormire, che non mi permettevano di smettere di lavorare o creare musica. Adesso so perché»

Justin Bieber 

Justin Bieber si è aperto al suo pubblico dichiarando di aver passato un periodo difficile, in cui è stato depresso, ma non solo. L’artista ha ammesso di aver fatto uso di droghee di aver dovuto fare i conti con un atteggiamento e un comportamento spesso violento e irresponsabile. Justin ha definito quel periodo un “dark place”: un luogo buio, oscuro dal quale è uscito.

La condivisione di quegli anni così drammatici e difficili, è avvenuta attraverso una commovente e sincera lettera pubblicata sul suo profilo Instagram. Leggi qui il testo e la traduzione della lettera di Justin Bieber ai suoi fan.

Ed Sheeran

Il cantante britannico Ed Sheeran ha rivelato in una recente intervista di aver attraversato un periodo molto difficile nella sua vita, e di aver sofferto di ansia e attacchi di panico. I disturbi hanno iniziato ad emergere in concomitanza con l’inizio della sua carriera, quando la sua popolarità iniziava a crescere esponenzialmente. Nel corso della sua prima tournée mondiale, l’artista ha raccontato di aver cercato di spegnere questo suo disagio ricorrendo, erroneamente, all’uso di alcol e droghe:

«non ho visto la luce del sole per ben quattro mesi. Rimanevo sveglio a bere e fare uso di droghe tutta la notte sull’autobus, poi mi addormentavo. Salivo sul palco, facevo il concerto, bevevo di nuovo e mi riaddormentavo»

Un angelo in carne ed ossa ha preso Ed Sheeran per mano portandolo verso la celebre luce fuori dal tunnel: si tratta di Cherry Seaborn, oggi moglie e madre della loro primogenita, Lyra Antarctica.

Selena Gomez

Selena Gomez ha dichiarato di essere bipolare: si tratta di un disturbo dell’umore. Chi ne soffre alterna euforia e stati di depressione, irritabilità e totale apatia.

Secondo l’OMS a soffrirne sono circa 45 milioni di persone in tutto il Mondo. L’argomento bipolarismo è molto vasto e non siamo nella sede giusta per affrontarlo in maniera esaustiva, ma in linea generali si parla di sbalzi di umore e/o di periodi in cui si è “normali” (passateci il termine anche se non corretto…) a episodi maniacali e depressivi.

Halsey

Halsey non ha mai fatto mistero dei problemi, sia fisici che mentali, che hanno reso non facile la sua Vita. All’anagrafe Ashley Nicolette Frangipane, classe 1994, la cantante statunitense soffre di endometriosi e di disturbo bipolare. Di quest’ultimo ne parla in questo interessante video “Una conversazione sul disturbo bipolare”:

Ashton Irwin

Ashton Irwin affronta l’argomento della salute mentale nei testi delle canzoni del suo album in uscita Superbloom, il suo primo album da cantante solista. I testi dei primi tre brani pubblicati “Skinny Skinny“, “Have U Found What Ur Looking For?” e “Scar” trattano tutti di problemi di salute mentale o di disturbi mentali di qualsiasi tipo.

Significato di Skinny Skinny:

«Dobbiamo combattere contro l’oscurità comune che mette in ombra la nostra abilità di vivere sinceramente, di vivere senza dubitare di noi stessi, e senza autodistruzione e amore verso noi stessi così come siamo. Mentre scrivevo questa canzone ho pensato a me stesso e a tutti i giovani che combattono con l’immagine del proprio corpo, in particolar modo con il dismorfismo del corpo. È qualcosa che non ho mai affrontato in forma creative e mi sento forte nel dire che “Skinny Skinny” va direttamente in quel posto doloroso nella mia mente»

Significato di Have U Found What Ur Looking For?

«Questa è la genesi del mio disco Superbloom. La canzone parla del superare la resistenza della mente, e affrontare ogni paura che abbiamo mai avuto»

Significato di Scar

«Questa canzone ha un importante messaggio che mi piacerebbe condividere prima che la sentiate. Per favore resistete. Per favore non mollate, per favore non lasciate andare, per favore ricordate che siete amati. Per favore non commettete suicidio»

Greta Thunberg

Impossibile non citare anche la giovane e coraggiosa attivista svedese Greta Thunberg che soffre di disturbo pervasivo dello sviluppo, la sindrome di Asperger, che le è stata diagnosticata all’età di 13 anni. I sintomi che presenta sono i seguenti: disturbo ossessivo-compulsivo, mutismo selettivo e disturbo da deficit di attenzione/iperattività. Greta ha parlato personalmente del suo disturbo definendolo orgogliosamente “un superpotere”:

«Ho la sindrome di Asperger e questo significa che a volte sono un po’ diversa dalla norma. E, date le giuste circostanze, essere diversi è un superpotere. A volte, la diagnosi mi ha limitato. Prima di iniziare gli scioperi scolastici per il cambiamento climatico non avevo energie, non avevo amici e non parlavo con nessuno. Stavo seduta in casa da sola, con il mio disturbo alimentare»

La vita e il percorso di Greta Thunberg sono raccontati nel film-evento I Am Greta – Una forza della natura al cinema il 2, 3 e 4 novembre 2020.

Michele Merlo

«Volevate la realtà? Eccola. Questa è la mia faccia dopo un attacco di panico, dopo 20 gocce di tranquillante. Questo è ciò che l’ansia e la depressione fa a una persona. Questa è la REALTÁ che non va di moda nei social»

Questo l’inizio di un lungo post pubblicato da Michele Merlo su Instagram in cui si racconta senza filtri e senza paure. L’argomento ansia e depressione viene affrontato da Merlo anche nel suo libro “cuori stupidi“.


Dal Sito: teamworld.it


mercoledì 11 settembre 2019

Emma Stone ha iniziato a recitare (da bambina) per guarire dall ansia


Emma Stone ha sofferto di attacchi d'ansia fin dall'età di 7 anni ed è stato proprio per guarirne che ha iniziato a studiare recitazione: ecco com'è andata

Emma Stone soffre di attacchi di panico e ansia da quando è bambina, e ha dovuto presto trovare un rimedio per non limitare la sua vita a causa della malattia.

La sua soluzione adottata dai genitori, che a quanto pare ha funzionato oltre le più rosee speranze, è stata quella di iscriverla a un corso di recitazione.
Ecco com'è andata.

Il primo attacco di panico 

Secondo un rapporto della CNNsu Emma Stone, l'attrice ha sofferto il suo primo attacco d'ansia a soli sette anni.

Non voleva per nessuna ragione andare a casa di un amico perché si era convinta che la casa sarebbe andata a fuoco. 

All'epoca, ovviamente, non aveva idea di cosa ci fosse dietro, o del fatto che potesse essere solo un brutto scherzo della sua testa.

Quando hai sette anni e sei in panico credi ai tuoi sentimenti e pensi che sia tutto reale.

La cura nella recitazione 

La sua famiglia fortunatamente non ha preso l'avvenuto con leggerezza e l'ha accompagnata in terapia.

Lì, Emma è stata iniziata alla recitazione, dove ha imparato a mitigare la sua ansia.

Incanalare i sentimenti in una performance, attraverso l'improvvisazione, l'ha aiutata a contenere il panico e a dargli forma e direzione, ha raccontato l'attrice, permettendole di trovare sollievo.

Dal Sito: grazia.it

Alessandro Gassmann malattia: «Se ho deciso di parlarne è perché spero serva a qualcuno!»


Questa sera su Raiuno, alle ore 21.25 andrà in onda Gli ultimi saranno i primi, il film del 2015 diretto da Massimiliano Bruno, che ha per protagonisti Paola Cortellesi e Alessandro Gassmann, due interpreti molto amati dal grande pubblico, abituato a vederli a teatro, al cinema, oltre che in tv. Un mestiere non facile quello dell’attore, che deve fare i conti con lo stress, l’ansia della prestazione, i ritmi frenetici. Di tutto questo ha parlato di recente in un’intervista, rilasciata a Domenica Inlo stesso Alessandro Gassmann, che ha confidato di non aver intrapreso la via della recitazione per vocazione.

Alessandro Gassmann malattia: «Se ho deciso di raccontare la mia lotta è perché spero serva a qualcuno!»

«Ero un ragazzo schivo e chiuso, che amava stare molto da solo e nella natura. Mi ero anche iscritto ad agraria, poi è capitato questo mestiere e non ci credevo tanto, volevo solo essere indipendente!», ha dichiarato il figlio di Vittorio Gassmann, che ancora lotta con l’ansia e la paura del palcoscenico: «Continuo a essere spaventato, non tanto al cinema, ma al teatro perché faccio fatica a entrare in scena. Ho trovato la soluzione nel fare la regia. Per un attore che riesce ce ne sono diecimila che fanno la fame!». Vittorio Gassmann ha raccontato: «Mio padre mi ha obbligato a fare l’attore ed è stato quasi costretto da sua madre a farlo. Mia nonna era un’insegnante ebrea che lo iscrisse all’Accademia Silvio d’Amico a sua insaputa!». L’interprete romano 54enne, che ha esordito a 17 anni nel film autobiografico Di padre in figlio, scritto, diretto e interpretato con il padre Vittorio, ha detto a Mara Venier di soffrire ancora di attacchi di panico, anche se il tempo lo sta aiutando: «Con l’età sto migliorando!».

Ansia e attacchi di panico: «Paura che accada di nuovo, ma…», la confessione di Alessandro Gassmann

Già in passato Alessandro Gassmann aveva parlato dell’ansia che lo attanaglia. Intervistato da Ok Salute, questi aveva specificato che la prima esperienza con gli attacchi di panico gli è capitata nel 2002: «Ero a letto, un libro in mano, all’improvviso l’ansia che sale, un sudore freddo, il cuore che batte forte, più forte, sempre più forte. Un attacco di panico. Paura che accada di nuovo. E accade. Anni di lotta, durissima lotta!».

La scelta di entrare in terapia: «Dal punto di vista neurologico, ho sofferto di carenza di serotonina…»

Nel 2003 la scelta di entrare in terapia ed essere seguito da un neurologo: «Vedo il mio terapeuta una volta alla settimana, il neurologo che mi ha prescritto un trattamento, un nuovo ritrovato che incrementa la serotonina, al contrario degli ansiolitici non mi abbatte. Una pasticca la mattina di questo serotoninergico, punto. Sto proprio bene, era da tanto che non stavo così bene. Dal punto di vista analitico, il mio problema è stato definito disturbo d’ansia generalizzato. Dal punto di vista neurologico, ho sofferto di carenza di serotonina, quella che chiamano la molecola della felicità!», aveva dichiarato nel 2014 l’attore, che aveva poi concluso: «Ho dovuto farmi aiutare perché il disagio si era evoluto, era diventato troppo grande: attacchi di panico. Spiegarli non è facile. Ecco, è la stessa sensazione che provereste se entrasse nella stanza un animale feroce, all’improvviso. Vuole attaccarvi e voi non potete combatterlo. E allora monta la paura, il cuore esplode fuori dal petto, vi sembra di morire. Se ho deciso di raccontare la mia lotta con questo strano male, è perché spero che serva a qualcuno. Chi ne soffre pensa: “Oddio, sono matto”. La gente crede sia una malattia secondaria, magari un frutto dell’immaginazione. Invece no, ti sconvolge la vita. Ma vi assicuro è una cosa da cui si può guarire!». 

Dal Sito: urbanpost.it 

venerdì 6 settembre 2019

A new life - La parole di Erika

Due anni fa mi sono ammalata di depressione. Odiavo ogni aspetto della mia  vita. Ogni giorno mi sembrava infinito e l'unica cosa che volevo fare era liberarmi dei miei doveri quotidiani e poi  buttarmi sul letto a piangere e a dormire, sola con i miei pensieri ossessivi, con il mio buio infernale. Poi anche dormire era diventato un problema per gli incubi che facevo.Pulire casa era un'inferno. Non riuscivo a sostenere un discorso con gli altri per più di qualche minuto. Uscivo poco e senza gioia anche se poi riuscivo ad essere simpatica e gentile. Davo la colpa al buio d'inverno,  al sole d'estate e ancora alla pioggia d'autunno. Ho messo in discussione qualsiasi aspetto della  mia vita: un giorno era colpa del lavoro, un giorno del posto in cui vivevo, un giorno della mia famiglia, un giorno era colpa della gente.

Oggi, invece,amo la mia vita. E sapete cosa è  cambiato?Assolutamente nulla perché ho lo stesso lavoro, gli stessi amici, la stessa famiglia, la stessa casa. Sono cambiata io, però,  il momento in cui ho deciso di mettermi in discussione, di scrollarmi e di fare qualcosa per me.  Questo per dire che prima di dare la colpa alla vita che ci è capitata, a meno che non ci siano problemi davvero seri,  il guaio spesso ce lo creiamo noi, per come vediamo e affrontiamo le cose. Non è una frase fatta quando dicono   "se sei positivo le cose andranno meglio". È proprio così. Ma non si può essere positivi da un momento all'altro. La positività è un percorso che parte da noi. Piano piano curandomi, ho  cominciato  vedere quel giardino di fiori che prima non vedevo perché ero troppo presa dai miei pensieri brutti. Ho cominciato ad apprezzare  quel sorriso fatto da qualcuno per strada  senza pensare di doverlo ricambiare per forza. Non mi agito più se fanno qualche battuta stupida. Mi godo il mio riposo. Non assisto più allo scorrere della mia vita. La vivo e sono protagonista. Senza più  paure. Non abbiate paura del domani perché la vita è  adesso. Lasciamoci andare. Smettiamola di voler controllare tutto perché semplicemente non si può. Il tempo non torna più. Io a 32 anni ci sarò  solo una volta nella storia dell'intero universo!

Usciamo dalle nostre stanze e viviamo questa unica vita che abbiamo.

Erika

giovedì 9 maggio 2019

-Tratto da una storia vera-

Cari coetanei, ragazzi e ragazze della mia generazione.

Molti di voi lavorano, molti cercano ancora il proprio percorso e molti di voi stanno studiando, coltivando giorno dopo giorno il proprio futuro. Da qui vi parla un ragazzo. Mi chiamo **** e ho 22 anni.

E' luglio e manca poco alla mia Laurea triennale. Conto di laurearmi per dicembre, massimo gennaio. Il mio percorso di studi fin qui è stato veramente ottimo. Ho un terribile carattere perché chiedo di più da me nonostante i miei successi e il riconoscimento dei miei colleghi. Tutto ciò mi mette però anche pressione perché sento di dover essere perfetto sempre, ma io non sono una macchina! Sono abbastanza  stanco, la mia vita è fatta di sacrifici su sacrifici e sento di star perdendo tanto della mia gioventù. Ci sono quasi però, stringo i denti perché al successo si arriva solo attraverso la sofferenza.

Ciao **** ho ricevuto la tua lettera. Scusami se ti rispondo solo due anni e mezzo dopo. 

Sono te stesso a 25 anni. 

Non puoi neanche immaginare cosa sia successo qualche giorno dopo che tu mi hai scritto. La tua vita è cambiata profondamente. Un fulmime si è abbattuto sulla tua persona,sulla tua vita,sui tuoi sogni, sul tuo modo di pensare e non meno importante sul tuo corpo. Si è creato uno squarcio che giorno dopo giorno sto cercando di risanare per te, crescendo e maturando. Ho bisogno ancora di te peró.Ho bisogno di sapere a cosa ti ispiravi per avere quella voglia, quella determinazione con cui volevi mangiarti il mondo, bruciare le tappe per raggiungere il tuo successo personale.Era così evidente questa passione dentro di te che tutti te la riconoscevano. Ora non la trovo più! Il fulmine se l'è portato via con sé con il riecheggio del suo tuono che ancora risuona nelle mie orecchie.

E tutti voi, ragazzi e ragazze che siete sulla strada della vostra realizzazione, non perdete la forza. Ritenetevi fortunati se sul vostro percorso nessun fulmine ha portato via con sé quello che credevate nessuno potesse strapparvi.

Per chi ha dovuto e sta incassando pugni nello stomaco, non desistete. Arriveranno giorni migliori. Giorni di sole tanto da aprire le braccia al cielo e poter gridare al mondo : ce l'ho fatta! Ho vinto io.

09/05/19


Dalla Pagina Facebook: Ansia-Attacchi di panico-Agorafobia Associazione Insieme Onlus 

mercoledì 24 aprile 2019

A new life - Storie di Panico La storia di Violetta


"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Mi chiamo Violetta e ho quasi 31 anni.... Nella mia infanzia ho subito tanta violenza... A 4 anni circa mio padre mi disse che avremmo fatto un gioco e mi disse anche che non dovevo dirlo a mamma... E da lì è iniziato il mio inferno, con gli abusi sessuali... Come se non bastasse, oltre alla violenza che subivo io assistevo tutte le volte che mio padre picchiava mia madre e quando lei scappava lui mi parlava male di lei... A volte succedeva anche che mi picchiava senza un motivo valido...Da li ho iniziato ad avere le mie crisi di panico. La notte facevo fatica a dormire e facevo la pipì a letto perché avevo paura ad alzarmi. All'età di 7 anni circa, mentre c'era mio padre che abusava di me, anche il mio vicino di casa ci ha provato, senza riuscirci perché ho iniziato ad urlare. Questi abusi durarono fino all'età di quasi 10 anni con la nascita di mio fratello. In adolescenza ero una ragazzina cupa e non riuscivo a rispettare le regole, a volte ero molto aggressiva e sono arrivata anche ad alzare le mani... Fortunatamente ho trovato una famiglia che mi ha presa con se quando avevo quasi 14 anni, nonostante il primo anno è stato disastroso. Ora sono una donna con tante paure ma che grazie all'aiuto di una meravigliosa dottoressa e due psicoterapie sto prendendo in mano di nuovo la mia vita... Gli attacchi di panico ancora li ho ma da circa due anni ho imparato a gestirli... Grazie alla mia dottoressa sono sicura che un giorno tornerò a vivere... 

Violetta

Dal gruppo: D.A.P. attacchi di panico "inarrestabile voglia di vivere"  

e la Pagina: Ansia-Attacchi di Panico-Agorafobia Associazione insieme Onlus
 

 

martedì 23 aprile 2019

A new life - Storie di Panico La storia di Erika

     

"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Grazie Ansia. 

Mi chiamo Erika e ho 31 anni. Ho iniziato a soffrire di ansia due anni fa. Prima di allora ero una persona "normale" se così si può dire. Anzi, ero una persona fin troppo forte. Vi spiego il perché. A 13 anni decisi di frequentare il liceo classico. Scelsi di frequentare quella scuola non perché avessi particolari capacità intellettive o perché amassi passare le giornate sui libri, lo scelsi perché tutti mi dicevano che non sarei mai riuscita a terminarlo.Io, figlia di un operaio. Figlia di un operaio con un disturbo mentale: non avrei dovuto frequentare il classico. Infatti mi diplomai cinque anni dopo e nei tempi giusti al liceo classico, appunto. Poi presi la laurea affrontando anche la malattia fisica e la morte di mio padre. A 23 anni mi ritrovai, per ragioni parecchio complicate da spiegare, a gestire con il mio fidanzato una piccola attività. Tante persone dicevano che "saremmo durati si e no sei mesi" dentro a quell'attività. Sono passati nove anni e abbiamo ancora questa piccolo negozio. Ho superato grandi sfide. Ma poi due anni fa è arrivato qualcosa che, per la prima volta in vita mia, mi ha davvero fatto paura: l'ansia. Nel periodo più tranquillo della mia vita. Avevo la mia casa, un lavoro, un marito e una famiglia che mi voleva bene . Si però in quel periodo litigai con quella famiglia. Niente di irrisolvibile, ma credo che fu questo a innescare la bomba interiore dell'ansia. Non sto a dilungarmi sui sintomi che noi ansiosi conosciamo bene. Vi dico solo che per un anno intero ho trascinato quest'ansia con me, tra sintomi fisici, attacchi di panico e via dicendo. L'episodio più brutto lo ebbi in un supermercato mentre cercavo il pane. All'improvviso sentii la terra mancarmi sotto i piedi, il mondo intorno a me diventare più buio e irreale. Non sentivo più la parte inferiore degli arti. Ma continuai lo stesso la mia spesa, andai alla cassa sentendomi gli occhi di tutti addosso, convinta che si vedesse la mia follia stampata in faccia. Volevo solo uscite di lì e basta. Fuori respirai come non avevo mai fatto prima, ma avevo paura. In cuore mio sapevo che quello era stato un brutto attacco di panico, ma forse un po' speravo ci fosse qualcosa di fisico. Così feci tanti accertamenti e il risultato era sempre lo stesso:sana come un pesce. Per fortuna, sì, ma questo significava che dovevo per forza prendere coscienza di cosa stava succedendo e affrontare il mio disturbo d'ansia. Andai da una psicologa ma lo trovavo inutile. Poi arrivò un angelo inconsapevole che mi aiutò davvero: il mio medico. Lei mi aiutò perché mi prescrisse una cura. Una cura che io non volevo prendere. E sapete perché? Perché curarmi con degli psicofarmaci significava essere come mio padre. Quel padre che ho tanto amato quanto odiato ma che non cambierei con nessuno al mondo. Ecco qual'era il mio blocco. Il mio trauma più grande era stato la malattia mentale di mio padre. Io non dovevo prendere nessun farmaco perché esigevo perfezione nella mia persona, non una sbavatura, nulla che dovesse fare pensare alla follia. Infatti la mia ansia era anche correlata a segni di disturbo ossessivo compulsivo. Io sono guarita il giorno stesso che ho preso la mia prima pastiglia di antidepressivo. Perché mi sono arresa a me stessa, perché ho capito che non si può essere perfetti e che mio padre era così ma non vuole dire che lo sia anche io. Anzi, mio padre è riuscito a darmi lo stesso amore nonostante il suo disturbo bipolare, quindi in fondo che importanza ha? L'importante è curarsi. Fatevi sempre aiutare dagli specialisti, da chi vi ama, ma soprattutto da voi stessi, perché anche se qualcuno vi butta giù o vi dice che non potete farcela, ricordatevi che solo voi potete determinare il vostro successo. E' un mese che non assumo più antidepressivi. È un mese che sto bene solo con le mie forze. E sapete perché? Solo perché ho scavato dentro di me e ho capito cosa non andava. Abbiate il coraggio di guardarvi dentro. È fondamentale. Non so se avrò altri attacchi di panico o no. So che grazie alla mia ansia oggi sono una persona nuova e questo mi basta. Quindi posso dire Grazie Ansia!


Erika 



Dal gruppo: DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" 
e la Pagina: Ansia-Attacchi di Panico-Agorafobia Associazione insieme Onlus 

lunedì 18 marzo 2019

Depressione, Veronica Pivetti a Verissimo: “Non abbiate paura di chiedere aiuto”

Depressione, Veronica Pivetti racconta il suo dramma:

Per sei anni, a partire da quando ne aveva 35-36, Veronica Pivetti ha sofferto di depressione. L’attrice ha raccontato la sua esperienza ai microfoni di “Verissimo”. “Non bisogna aver paura di chiedere aiuto, lo dico a tutti quelli che passano da quest’esperienza”, ha detto ai microfoni del programma di Silvia Toffanin.

“Ho preso anche psicofarmaci, ma è una cosa estremamente complicata. Sono stata meglio solo quando abbiamo trovato la dose giusta”, ha spiegato, sottolineando ancora l’importanza di farsi dare un appoggio esterno nel momento del bisogno. “I sorrisi non bastano: se ti rompi un braccio si vede, metti il gesso e guarisci. Se ti rompi dentro devi rimettere a posto tutto, servono le medicine”, ha aggiunto l’attrice.

Veronica Pivetti ha anche rivelato cosa l’ha aiutata davvero in quel periodo: “Quei tre anni sono stati un incubo perché patisci e piangi sempre. Andavo a lavorare, la mia truccatrice mi truccava, io giravo la scena e poi mi ritruccava. Era molto pesante anche se il lavoro mi ha salvato. Mi ha dato l’obbligo di alzarmi dal letto, di curarmi cose che io non avrei fatto”, ha concluso l’attrice.

Veronica Pivetti è nata a Milano il 19 febbraio del 1965. Oltre ad essere un’attrice, è anche regista, doppiatrice e conduttrice televisiva. Sua sorella maggiore è Irene Pivetti, politica italiana. Figlia di Paolo, regista, e dell’attrice e doppiatrice Grazia Gabrielli. È stata sposata dal 1996 al 2000 con l’attore e doppiatore Giorgio Ginex.

Veronica Pivetti fa il suo debutto come doppiatrice all’ età di soli sette anni. Alcuni personaggi dibcartoni animati popolari negli anni ottanta, si esprimono ancora oggi con la sua voce. Come Crilin in Dragon Ball, o la sigla di Danguard. Nel 2000 è una delle protagoniste, accanto a Sabrina Ferilli, del film “Le giraffe” di Claudio Bonivento. La sua attività s’intensifica all’inizio del nuovo millennio con la partecipazione a diverse miniserie televisive della Rai.

Dal Sito: brevenews.com 

venerdì 15 marzo 2019

TU NON SEI LA TUA ANSIA

“Tu non sei la tua ansia”.

La pedagogista clinica glielo ripeteva continuamente. Ma era la cosa più difficile di cui convincersi. Perché quando perdeva il controllo, quando tutto le sfuggiva di mano, quando le si annebbiava la mente e i pensieri si mescolavano, sembrava essere la parte preponderante di lei: si sentiva come se fosse fatta solo di quell’ansia.

Il ricordo del primo attacco di panico era bene impresso nella sua memoria, perché coincideva con una data molto importante: il suo primo esame universitario. Fu quel giorno, dopo aver studiato per settimane con una costanza che mai aveva avuto in tutto il suo percorso di studi, quando era consapevole di sapere tutto e che non avrebbe mai potuto fallire, che l’ansia per la prima volta si fece largo nella sua mente, confondendola e facendo sì che quel tempo dedicato allo studio risultasse inutile.
Ripensandoci, riusciva ancora a sentire quella forte morsa allo stomaco, che quasi le provocò la nausea, e quella sensazione di non riuscire a formulare una frase di senso compiuto. I termini studiati si accavallavano uno sopra l’altro, non permettendole di districare quei nodi di parole e quindi di parlare, di rispondere alla domanda appena postale, di cui era certa di sapere la risposta che, tuttavia, non riusciva a tirare fuori. Rivolgeva al professore uno sguardo spaventato, avrebbe voluto dirgli “la so, glielo giuro, ho studiato, mi dia un attimo di tempo, risponderò”. Ma i professori universitari non sono di certo celebri per essere persone comprensive. Sbuffando, le propose una seconda domanda, ma la nebbia nella sua testa non accennava a dissiparsi. Il battito cardiaco accelerava sempre di più, come se il cuore potesse uscirle dal petto. Il respiro affannato, le mani sudate e poi loro. Lacrime. Lacrime che non uscivano, strozzate dalla volontà di non cedere. Provò a parlare, a rispondere. Sapeva la risposta a quella domanda, ma tutto quel che usciva dalla sua bocca erano balbettii incomprensibili.
Il professore la invitò, più o meno gentilmente, a ripresentarsi all’appello seguente, “preparandosi meglio”. Si alzò dalla sedia, raccolse le sue cose alla rinfusa e uscì dall’aula.
Una volta fuori dalla porta, ricominciò a respirare. Pian piano il suo cuore rallentò, riprendendo un ritmo quasi normale. La nebbianella sua mente, invece, rimaneva lì, ancorata ai suoi pensieri. Si sedette contro il muro, cercando di capire cosa fosse appena successo, non riuscendo a dare una risposta razionale alla domanda: “Perché non hai detto niente?”.
Con lentezza si avviò verso casa. Nel tragitto cercò di pensare ad altro, fino a quando non la colse il pensiero che avrebbe dovuto, prima o poi, comunicare alla sua famiglia che, dopo aver studiato per settimane assiduamente, era stata bocciata.
Decise che ci avrebbe pensato più tardi, spense il telefono e una volta arrivata a casa fece un lungo bagno caldo, che la aiutò a rilassarsi definitivamente.

Quello, però, era stato solo il primo attacco di panico di una lunga serie. Col tempo, cominciarono a presentarsi non solo in “occasioni ufficiali”, ma anche nei momenti più insospettabili: quando faceva la spesa, mentre studiava, mentre guardava un film o leggeva un libro. Ma gli attacchi d’ansia che più le facevano perdere la calma erano quelli che si presentavano la sera quando, dopo una lunga giornata di studio o di lavoro, se non entrambi, chiudeva gli occhi e aveva solo voglia di dormire. Eccola lì, in agguato e puntuale: l’ansia. “Hai studiato? Hai lavorato bene? Quello che guadagni ti basta per arrivare alla fine del mese?”. Le domande che l’ansia le proponeva quando chiudeva gli occhi erano le più svariate, le più stupide, eppure le toglievano il sonno, acceleravano il battito cardiaco, il respiroe, come sempre, non le permettevano di pensare lucidamente. In quei momenti perdeva totalmente la ragione, riusciva a pensare una cosa e il suo esatto contrario contemporaneamente, sentiva di essere una nullità, di fallire continuamente, di non essere in grado di svolgere nemmeno le attività più elementari. In quei momenti accendeva la radio, si sintonizzava su una stazione a caso e cercava di concentrarsi solo ed unicamente sulle parole dello speaker: in questo modo, spegnendo la sua mente, riusciva ad addormentarsi.

Questi attacchi continuarono per mesi, all’insaputa dei suoi familiari e persino dei suoi amici più intimi: non raccontava a nessuno di come l’ansia la stesse divorando, perché si riteneva stupida a sentirsi in questo modo. Non era un male fisico, non era qualcosa di tangibile o visibile, era tutto frutto della sua mente. Si sentiva stupida, perché non riusciva a mantenere il controllo dei suoi stessi pensieri. Quale persona intelligente non riuscirebbe a farlo?

Un giorno, però, l’ansia si presentò non appena ebbe varcato la soglia della biblioteca. Il suo attacco di panico divenne evidente a tutti gli studenti che la circondavano: non era più solo nella sua testa, era diventato visibile a tutti. Le caddero i libri, cominciò a girarle la testa, si sentì svenire e se non fosse stato per la prontezza di una ragazza che si trovava di fianco a lei probabilmente lo avrebbe fatto. La ragazza la fece sedere, le portò dell’acqua e aspettò con lei che la nebbia svanisse. Dopo averla ringraziata velocemente, tornò a casa e prese una decisione, forse la più importante della sua vita: era arrivato il momento di parlarne con qualcuno. Ma con chi? Temeva di sentirsi giudicata, che le persone intorno a lei potessero pensare che fosse pazza. C’era solo una persona della quale non temeva il parere, perché sapeva che non l’avrebbe mai giudicata: sua madre. Le scrisse quindi una lunga lettera in cui le spiegava quei lunghi mesi di dolore, di fatica, ma soprattutto di tristezza: perché quando ci si sente fatti di sola ansia e non si vede altro che i fallimenti della propria vita,sorridere, ridere ed essere felici sono le imprese più ardue. Le raccontò nel dettaglio ogni singolo momento in cui l’ansia aveva preso il sopravvento, come si era sentita durante e dopo gli attacchi di panico. Le scrisse anche che in fondo sapeva di essere una persona che valeva, in grado di costruire qualcosa, ma che c’era una paura che la bloccava, più grande di tutte le paure del mondo, e che non le permetteva di essere se stessa.

Quando sua madre lesse quella lettera, pianse. Pianse davanti a lei, davanti a quel dolore, davanti a quella figlia che le chiedeva aiuto. Pianse perché riusciva a toccare quel dolore, a sentirlo in ogni parola. Pianse e le disse che sì, lei era una persona che valeva soprattutto perché, di fronte ad un problema, era stata in grado di chiedere aiuto, di non lasciare che l’ansia vincesse. E questo non avrebbe potuto impararlo in nessun corso universitario.

Fu grazie all’aiuto di sua madre che decise di cominciare a frequentare la pedagogista clinica, di combattere quel mostro che le cresceva dentro. E fu proprio lei ad insegnarle che no, non era fatta d’ansia, che questa non era nient’altro che una minuscola parte di lei, che poteva essere combattuta, ma soprattutto, vinta.

Martina Difilo

Dal Sito: losbuffo.com

domenica 13 gennaio 2019

A new life - Storie di Panico


"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."


Dalla depressione alla psicosi.

Dalla psicosi al dap. 

 
Dal dap al semi-autocontrollo.

Ciao, eccomi qui a raccontare la mia storia. Una storia tra tante. Spero di poter aiutare qualcuno perché, come vedrete, da caso disperato sono diventata una persona con tanta voglia di vivere.
Il mio primo trauma l’ho avuto a pochi mesi. Sono la quarta figlia nata dopo 9 anni dal terzo. Ero super coccolata. Ogni giorno mio padre e i miei fratelli al rientro da lavoro e da scuola facevano la fila per giocarmi, coccolarmi. Ero una bambina felice, ridevo sempre! Un giorno mia madre dovette andare in ospedale per un lungo periodo e non sapendo dove lasciarmi mi portò con sé. Io ero al reparto nursery assieme ad altri bambini. Io essendo sana e non avendo problemi le infermiere mi lasciavano da sola. Io piangevo sempre, sgambettavo con le gambine talmente forte che mi svestivo da sola dalla tutina. Al reparto mi chiamarono “la bandita”. Tornata a casa non ero più la bambina di una volta, non ridevo più e, nonostante tutti continuassero a giocarmi e coccolarmi, avevo sempre un velo di tristezza. Cresciuta, ricordo una delle mie sorelle mi faceva sempre il solletico… per farmi ridere! Arrivata alla maturità ho avuto un altro trauma che non sto qui a raccontare, troppo privato. Avevo già dei sintomi che non riuscivo a decifrare, mi sentivo osservata e la testa spesso era confusa. Vivevo questo disagio in estremo silenzio, cercando di non far capire nulla. A distanza di oltre venti anni posso dire che mi comportavo stranamente. Ed eccomi all’università, ennesimo trauma! Anche questa volta non mi va di raccontarlo. Avevo immagazzinato tutto, ma esternamente continuavo a vivere la vita di sempre magari con qualche scelta sbagliata. Esattamente come una bandita. Al secondo anno di università muore mio padre, il mio pilastro e io letteralmente crollo in un baratro. All’inizio mi diagnosticarono la depressione maggiore, ma col passare del tempo anche psicosi. Ad esempio se accendevo la tv, avevo l’istinto di spaccarla perché convinta che per mezzo della tv mi spiassero. In tutto questo caos ho continuato a fare gli esami all’università anche se a rilento. La mia psichiatra si chiedeva come facessi, mi diceva che ero brava. A un certo punto però ho voluto lasciare l’università, non ero più in grado di vivere con coinquiline estranee e poi perché io volevo solo stare a letto. Tornata a casa mi sono rinchiusa nella mia stanza. Mia madre poverina per spronarmi me ne diceva di tutti i colori. Allora io pur di non sentirla decisi di riprendere l’università, ma avevo solo cambiato stanza e letto. Non feci esami per parecchio tempo, anche mentendo. Ma una cosa continuavo a fare, sforzandomi all’estremo, facevo psicoterapia in una città diversa da dove stavo. Costringermi a viaggiare, a raccontarmi era come costringermi a riprendere la mia vita in mano. Col tempo però i miei problemi aumentarono perché credo di averle avute tutte: fobia sociale, tremolio dovuto ai medicinali, insonnia, crisi di pianto e psicosi a non finire. In tutto questo incontrai un bravo ragazzo con il quale sono stata 8 anni. Ricordo che lui mi voleva veramente bene, cercava di aiutarmi in qualsiasi modo (mi regalò una dispensa sul marketing di sé, mi regalò dei puzzle che abbiamo costruito insieme, mi portava in giro all’aperto, a conoscere luoghi), ma io non mi fidavo di lui (se andavamo in un bar a bere qualcosa, io scambiavo i bicchieri perché imputavo tutti i miei malesseri a qualcosa di esterno da me, tipo un malocchio o una fattura) e lui nonostante ciò cercava sempre di tranquillizzarmi. Il periodo in cui mi sono laureata è coinciso con la morte di mia nipote, la mia nipote preferita. Esattamente dopo un anno il mio ragazzo mi lascia e qui che decisi per la prima volta di farla finita (la prima di tre volte). Mi salvò proprio il mio oramai ex ragazzo. Ero caduta così in basso che per forza di cose dovevo per forza rialzarmi, piano piano… Mi diedero dei diversi medicinali. All’inizio stavo bene, ma non ho mai accettato di assumere i medicinali perché non sopportavo gli effetti collaterali, come tremolio e aumento del peso. Facevo di testa mia e di conseguenza con forti ricadute. Nel frattempo cominciai a provare a lavorare, ma cominciarono anche altre mie fobie: paura di non farcela, paura di giudizi, paura dell’altro, il mio corpo si surriscaldava, iniziavo a sudare, a tremare ad avere paura della paura… ed ecco il maledetto dap! Se i farmaci mi curavano dalla psicosi, io ero capace di inventarmi nuovi disturbi. Ho cambiato diversi lavori, ma li abbandonavo tutti. Stabilita a casa e con la collaborazione della mia famiglia ho passato un lungo periodo di tranquillità a casa, dove oltre alla psicoterapia con una nuova psicologa (quella che mi ha aiutata veramente), a tanta musica (anche la musica può essere una terapia) e a tanta lettura ho cominciato ad avere la forza e la gioia di vivere. L’anno scorso mi si ripresenta l’opportunità di un nuovo lavoro, questa volta nel pubblico, una supplenza annuale in una scuola. Tra tante difficoltà e con tutte le mie paure ho portato a termine il mio lavoro. Questa estate credo di avere avuto una ricaduta per lo sforzo e l’impegno di tutto l’anno, ma sono comunque contenta perché finalmente mi sono misurata con un lavoro, a vivere da sola. 

Adesso aspetto, anche se con ansia, una nuova chiamata, nel frattempo mi coccolo e imparo a autocontrollarmi. 

Anonima 


Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere  e dalla Pagina Ansia-Attacchi di panico-Agorafobia Associazione Insieme Onlus 

A new life - Storie di Panico La storia di Alessia



"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Ciao a tutti sono Alessia e ho 28 anni. Soffro di ansia e attacchi di panico da quando ne avevo 18.
Il fattore scatenante? All'epoca avevo un fidanzatino già da tre anni, ma la madre e la sorella non mi facevano sentire accolta pertanto ogni volta che venivo invitata da loro non mi sentivo a mio agio. Una sera, dopo una cena sempre da loro, ho cominciato ad avere respiro corto, gambe tremolanti, mal di stomaco ed infine a casa mia ho vomitato.
Ora i sintomi sono rimasti sempre gli stessi (il fidanzato grazie al cielo no) e ogni volta che mi capita qualcosa di bello o di brutto provo sempre le stesse cose e la maggior parte delle volte vomito. Eh sì, ho sempre sfogato col vomito. Ho molte paure ormai, paura di un nuovo lavoro (ogni volta che vado devo sempre prendere le gocce per paura di sentirmi male e perché ci parto proprio da casa già col mal di stomaco e i tremori), avevo l'ansia e stavo a terra piegata sulle ginocchia due giorni prima del matrimonio, ho vomitato appena ho partorito la mia bambina e molte volte avevo paura anche di andare sotto casa a fare la spesa.
Che dire, ormai sono dieci anni che mi sta rovinando la vita. Spero che qualcuno legga la mia storia e possa aiutarmi, magari qualcuno che si sente esattamente come me.
Vi ringrazio per avermi ascoltata.

Alessia


Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" e la Pagina Ansia-Attacchi di panico-Agorafobia Associazione Insieme Onlus 






venerdì 11 gennaio 2019

A new life - Storie di Panico La Storia di Maria


"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Ho letto le storie di molte persone.

E per la prima volta non mi sono sentita sola.

Ho 23 anni e il mio primo attacco di panico è arrivato il 24 ottobre del 2017.

Era una sera come le altre, io, amici e una macchina.

È successo tutto all’improvviso.

Una forte scossa al braccio sinistro, la vista annebbiata, le foglie in quel momento tremavano meno di quanto stessi tremando io, la paura di perdere il controllo, l’aria in quel momento non bastava, eppure stavo in piedi, lì in mezzo al nulla.

Ad un tratto il cuore me lo sentivo fuori dal petto e così la paura di non rivedere più la mia famiglia, i miei amici, le cose che ancora una ragazza di 23 anni deve scoprire. Ero in piedi, ma le gambe non mi reggevano e così mi sono seduta.

Avevo paura di perdere il controllo, avevo paura di svenire e ad un tratto, così senza pensare ho bisbigliato ad un’amica “Ti prego, di a tutti, sopratutto a mamma e papà che li voglio bene”.

Nel frattempo è arrivata l’ambulanza e io continuavo a non capire cosa mi stesse succedendo.

È stata tutta una corsa.

Da quel posto in mezzo al nulla fino all’ospedale.

Dopo varie analisi il referto, stavo bene, era un attacco di panico.

Era la prima volta che questo “mostriciattolo” (perché così bisogna definirlo, dato che arriva così, come arrivano i mostri nei film dell’orrore) entrava nella mia vita.

Da quel giorno la mia vita è completamente cambiata.

Ho iniziato ad assumere farmaci, ho iniziato un percorso psicologico per capire cosa avesse scatenato ciò.

Ad oggi è ancora una continua lotta.

Ci sono giorni tranquilli e giorni che ti chiedi perché determinate cose devono succedere.

Sono una persona che non si lamenta di questo problema. Perché sono a conoscenza che esistono delle vere e proprio malattie con cui la gente lotta ogni santissimo giorno.

Sono sicura che , prima o poi, chiunque sia entrato in contatto con questo mostriciattolo ne uscirà.

Ci vuole solo tanta pazienza e soprattutto tanta volontà.

Perché l’ansia, il panico si devono e si possono combattere e annientare!!!

Oggi, a distanza di un anno e mezzo dall’inizio la situazione sembrava migliorata, ma in questi ultimi mesi il mio amico mostriciattolo è tornato, con una forza assidua, una forza più forte di quanto io potessi immaginare.

Una sera tutto mi sembrava diverso, mi si è irrigidito il collo, un mal di testa indescrivibile.

Non riuscivo a mettere “a fuoco” ciò che mi circondava.

Eppure sapevo dov’ero.

Il mio cuore ha iniziato a battere talmente forte che sembrava che mi uscisse dal petto.

Mi sembrava di avere un fuoco che ardeva apposto del petto.

Le mani tremavano e con esse anche le mie braccia e le mie gambe.

Il respiro aumentava e non riuscivo a calmarmi.

Ho chiamato la persona che più mi capisce, dato che anche quest’ultima soffre di ciò, per poter capire se non stessi avendo un attacco di cuore.

Sono state le due ore più lunghe della mia vita.

Ho avuto la sensazione di morire, una sensazione che può capire solo chi ne soffre, è qualcosa che non si può spiegare.

Sono entrata nel circolo della paura. Ho paura di tutto. Ho paura che mi possa succedere qualcosa di brutto da un momento ad un altro.

Mi presento, sono Maria e la mia storia è una delle tante.


Dal gruppo Facebook: DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" e la Pagina: Ansia-Attacchi di panico-Agorafobia Associazione Insieme Onlus 

mercoledì 21 febbraio 2018

Quel maledetto disturbo chiamato ansia

L'ombra di D. sulla spiaggia, un senso di pace che contrasta con la tempesta della mente

Grazie a D. che ha 24 anni e un nome con un significato bellissimo

"Ho 24 anni, e non ho una vita. Ho bloccato tutto per quel maledetto disturbo d'ansia, che probabilmente è sfociato in una depressione che non mi ha fatto più sorridere. Ero ancora al liceo quando iniziai a provare quelle strane sensazioni di vertigine. Ricordo che dicevo di non sentire più il mio corpo. E così iniziai a perdermi".

"È andata sempre piuttosto male: scuola finita con un anno di ritardo, nonostante fossi sempre stata brava, scelte universitarie sbagliate, fino a prendere quella che credevo fosse la strada giusta. E di nuovo il baratro. Con dentro tutto quello che normalmente accade, un lutto, problemi famigliari, di salute. Un'altalena di malesseri e forza di volontà, fino al crollo definitivo. Nonostante quasi due anni passati in casa, senza vita sociale e senza neanche un 'amico' disposto a mandarmi un messaggino, con i genitori distrutti per la mia situazione, sento ancora di essere giovane e di poter ricominciare da qualcosa".

"Mi sono rivolta a uno specialista e sto facendo una cura, ma chi ha vissuto questo disturbo sa che non è affatto un percorso facile, né breve. Sto provando a rialzare la testa anche davanti a quegli sguardi che me la facevano abbassare. Esco ogni giorno, con difficoltà e con limitazioni. Basta andare a comprare il pane per convincermi che so stare ancora in piedi davanti a qualcuno, con gentilezza e buone maniere. Sono inciampata e mi sono fatta troppo male. La debolezza si paga e sto pagando. Ho accettato tutto, accetterò di perdonarmi. Conosco i miei errori. C'è una cosa, però, che non ho potuto ancora accettare: l'ignoranza dei più. Sono stata lasciata sola da tutti".

"Avevo amici, un ragazzo. O meglio, credevo. È bastato rifiutare qualche uscita per un po' per far loro dimenticare completamente della mia esistenza. Anche tra chi sa, pur non avendo alcun legame con me, noto una sorta di pietà e finta dolcezza. Il terrore di vedermi la vita scivolare dalle dita mi paralizza. Eppure sono sempre la stessa. Colgo l'umorismo e faccio umorismo. So ridere di me stessa e degli altri. Piango, molto. Soffro. Sento che il dolore mi ha consumato. Non sono riuscita a laurearmi, per ora. Non ho cercato lavoro, per ora. Non ho dato corpo ai miei sogni sfocati, per ora. Non ho avuto abbastanza coraggio, per ora".

"Ma sono come voi, come tutti. Vorrei che tutti capissero e si aprissero un po' di più verso la comprensione per le malattie e i disagi psichiatrici. Lo dico soprattutto a chi ha vicino qualcuno che ne soffre, perché l'isolamento può essere distruttivo. Il marchio a fuoco che un piccolo paese imprime può fare un male insostenibile. Un abbraccio può salvare. Una telefonata può illuminare. E non trattatemi da stupida se ho paura di attraversare una piazza o a fare la spesa in un centro commerciale. Io non sono quello. Il disturbo d'ansia, l'agorafobia, la fobia sociale, la depressione che ne deriva è un ostacolo, enorme, da superare. Non è una malattia contagiosa, né qualcosa che lede le capacità intellettive di chi ne è affetto. Non sono pericolosa, non sono inaffidabile. Ci proverò di nuovo, e se fallirò, spero avrò la forza di riprovarci ancora".

Fonte: invececoncita.blogautore.repubblica.it

venerdì 22 aprile 2011

Sorrido perchè son guarita

Tutto iniziò 14 anni fa! Tranquilli non impallidete!!! Non racconterò tutta la mia guerra punica! ;-) Avevo 20 anni e frequentavo il secondo anno di psicologia ed ero serena, felice, entusiasta della mia nuova vita universitaria e della mia prima indipendenza lontana da casa! Un giorno, mentre stavo guidando, iniziai ad avere degli strani sintomi: mancanza d'ria(fame d'aria, tachicardia e più me preoccupavo più i battiti aumentavano, tremore alle gambe, la vista che si abbassava e senso di svenimento).
Mi fermai e subito chiamai mia madre in preda al PANICO!! Scattò così la seconda fase, giro per tutti i medici: cuore ok, pressione ok, vista ok! Ma allora, cosa stava succedendo???? In quei giorni iniziai ad avere uno stato d'ansia perpetuo generalizzato e mi ricordai di alcuni libri di testo per un esame che avrei dovuto preparare dopo poco. P.s= all'epoca i medici per ogni sintomo non ben definito non davano automaticamente come diagnosi: " lei signorina forse è un pò ansiosa"- Quindi iniziai a sfogliare quel libro fino ad imbattermi sulla parte inerente agli stati d'ansia generalizzati e agli attacchi di panico! Fu lì che per la prima volta sono stata in grado di dare un nome a quello che stavo vivendo: ero semplicemente DIVENTATA una "appanicata".
Alla lettura di tutti quei sintomi possibili, iniziai a sbiancare e iniziai a pensare:" Oddiooo e se adesso mi vengono anche questi??? e questo??? e quest'altro???"- Tuttavia però, nella mia adolescenza prolungata avevo ancora quella buona quantità di spensieratezza che mi permetteva di sorridere alla vita e di continuare ad essere Daniela, quella che sorride, ride, scherza, esce, fa, prendere la macchina, rientra, riparte. Ma poi eccolo di nuovo, dal nulla, nel momento più sereno, con gente a me cara, eccolo che con tutta la sua forza si ripresenta e per la prima volta chiesi di essere riportata subito a casa. Sapevo oramai chi era ma non sapevo come dovevo affrontarlo. Ok, ora mi direte, stavi studiando psicologia, quindi sarai andata da uno psicologo!- E invece no!!!!!!! Mi dissi che non avrei mai raccontato i cavolii miei ad uno sconosciuto, e che in fondo nulla di eclatante era mai successo nella mia vita, se non nell'essere  figlia unica con padre ansiogeno e una persona tremendamente empatica e sensibile con un primo amore che l'aveva abbandonata? Ma quanti figli unici ci sono al mondo? Quanti padri iperprotettivi esistono? Quanti amori svaniscono??
L'ansia oramai stava diventando mia compagna, ma era una compagnia che mi toglieva il respiro e che più avanzava e più mi stava rubando la cosa a me più cara: la mia indipendenza!
Per farvela breve: iniziai a pensare che una come me non avrebbe mai potuto fare la psicologa e così cambiai facoltà e mi iscrissi a Lingue e letterature straniere. Fu una scelta difficile che non fece altro che farmi sentire una fallita! Mi ero resa però conto che non credevo nella psicologia, la reputavo cmq troppo ancora legata alla filosofia e convinta cmq sempre del fatto che mente e corpo non possono essere divisi, alla fine mi resi conto di aver fatto bene ad interrompere perchè cmq non avrebbe avuto senso studiare un qualche cosa nel quale non si crede. Passarono anni, avevo mesi interi in cui stavo divinamente e magari qualche giorno con un pò di ansia, e poi nuovamente in formissima! Fino a quando, iniziai a stare davvero male, ad avere attacchi di panico continui e per tutti i giorni e così iniziai anche ad evitare ristoranti, locali, il semplice supermercato, il cinema..solo in casa mi sentivo protetta! Inizia anche a sentirmi profondamente depressa e iniziai a prendere i fiori di Bach, tisane rilassanti, andai da un medico che diceva di fare dei massaggi che permettevano di rilassare il corpo e quindi di attenuare l'ansia, ma niente di niente!!!! Presa dallo sconforto più totale e sempre convinta del fatto che la psicologia da sola non avrebbe potuto aiutarmi, andai da uno psichiatra. Feci della terapia cognitivo-comportamentale e delle lunghe chiacchierate che avrei potuto fare cmq anche con un amico, e in più mi diede un antidepressivo. Lasciai quelle gocce sul mio comodino per un mese. E come prenderle? Per interi due anni avevo frequentato persone e docenti contro farmaci di questo tipo! poi alla fine decisi di iniziare a prenderle. Il primo mese stetti malissimo ma poi piano piano quell'ansia continua inizio a sparire e le mie piccole battaglie quotidiane avevano sempre pi successo. Ogni giorno prendevo la macchina per qualche minuto in più, vedevo che non succedeva niente e mi sentivo fiera di me stessa e sempre più forte, e il giorno dopo riuscivo anche ad affrontare altre situazioni che da troppo tempo evitavo! Per troppo, troppo tempo avevo dimenticato il piacere della vita, la bellezza della vita e ora che la stavo riassaporando mi sentivo rinascere e ogni giorno sempre più in alto! Da 2 anni finalmente sono io, con i miei timori, la mia sensibilità e la mia indipendenza...e tra qualche giorno prenderò un aereo per volare al caldo!!!! Questa storia per dirvi solamente, che dal dap si guarisce e che si può tornare a sorridere!!!!!!!
Daniela

venerdì 8 ottobre 2010

Storie di Panico-La "mancanza" di Daniela-(La paura del distacco)

Ho 34 anni, ho affrontato più di quello che avrei dovuto alla mia età. Molto non è dipeso da me ma da un destino che ha voluto che entrassi in esperienze dove ne sono uscita a fatica ma con determinazione.
Sono fragile e forte. Il rovescio di una medaglia. La mia storia inizia dalla nascita. Una nascita inaspettata dopo 2 fratelli maschi molto più grandi di me, mia mamma si è scoperta in attesa di una bambina dopo già qualche mese che era incinta. Alla mia nascita nonostante mamma fosse avanti con l'età era felice. Mio padre lo vedevo poco perchè lavorava spesso, mia mamma lavorando in casa era più presente ma spesso mi dovevo accontentare di stare per lo più con le figlie dei vicini del condominio. Ma ero allegra, vivace, sveglia ma con un unico difetto: avevo bisogno di sicurezze. Non volevo allontanarmi dalla mia famiglia e non sono andata all'asilo. L'amore non si compra, non si mendica nè puoi pretenderlo. Ma nel mio cuore sentivo che non ne avevo abbastanza. Strano gioco del destino proprio io fragile e forte nello stesso tempo ho dovuto fare i conti subito con la PRIMA perdita. Avevo solo 6 anni quando mia mamma scopre una metastasi tumorale al cervello dovuta ad un melanoma.Un maledettissimo neo non curato!!! Un anno di sofferenze davanti a questa bambina già in cerca di amore e poi la sua morte. Mia mamma non c'era più ed io piangevo di NASCOSTO. Avevo vergogna a 7 anni di dimostrare il mio dolore agli altri. Volevo la mamma come le mie amichette!!!!
Restiamo soli io e mio padre. Tutti i parenti SPARISCONO e i fratelli vanno per la loro strada lavorativa essendo già adulti.
Mio padre era l'unico vero supporto e familiare che avevo. Troppo debole di carattere per rimanere da solo con una bimba, si risposa dopo circa 2 anni dopo la morte di mamma con una donna molto problematica.
Una donna fortissima di carattere, con alcuni gravi problemi psicologici e molto violenta con me e mio padre. Ma lui non aveva la forza di mandarla via. Era troppo brava nel gestire casa, nel pulire, nell'imporre le proprie idee. Era vedova senza figli. Io era un modo per sfogarsi e gestirmi sotto controllo come una bambolina. L'avrei voluta più affettuosa.
Non ci ha mai amato. Lei apertamente dichiarava che il suo affetto era solo per i suoi parenti e nipoti. Noi eravamo solo un punto d'appoggio dove lei poteva comandare, vivere (non aveva una sua casa perchè l'aveva regalata ad un suo fratello) e comandarci a bacchetta. Non potevo avere amche per studiare in casa. Non potevo uscire oltre un determinato orario. Lei vedeva il sesso e la perversione ovunque ed io se andavo in biblioteca per una ricerca scolastica ero considerata una "prostituta" perchè potevo aver tempo di parlare con un amico o chissà cosa. Una visione distorta della realtà che la portava a picchiarmi, a leggere i miei diari segreti, a litigare con mio padre che alla fine soccombeva al suo carattere.Così il panico scoppia letteramente quando avevo 15 anni. Ansia, tachicardie, svenimenti, tremori, paure delle malattie.
Siamo vissuti così per 20 anni. Urla, litigi ed io che chiedevo solo un pò d' affetto. Mio padre a modo suo mi voleva bene ma non bastava a spezzare l'inferno in casa. Io stavo sempre male e uscivo con le mie amiche nascondendo tutto ciò che sentivo anzi ero sempre solore e brillante. Non volevo la loro pietà.
Finalmente incontro un ragazzo serio, non lavorava ma mi voleva bene. Così dopo anni di fidanzamento e sacrifici trova lavoro prima fuori città e poi rientra nella nostra. Ci sposiamo nel 2001 avevo 25 anni. Trovai un lavoro di ragioniera poco gratificante ma che mi dava quel poco di indipendenza economica. Finalmente esco da quella "specie" di famiglia sperando nella mia nuova casa. Mio marito non è forte, ne sveglio quanto me, anzi spesso sono io di supporto a lui. Nel 2003 mio padre ha un fortissimo ictus celebrale e rimane semi-incosciente sul lettino per 5 anni. Uno shock per me.
Un vegetale. La mia matrigna dopo solo 6 mesi dall'inizio della malattia di papà, lo ABBANDONA nel suo lettino e va via di casa lasciandolo le chiavi di casa ad una vicina. Non vuole accudirlo. Uno dei miei fratelli più apprensivo dell'altro fratello (strafottente) si prodica a trovare una badante che assisterà mio padre fino alla morte nel 2008. La sua morte ha portato con sè un pezzo della mia vita. Ero affezionatissima a lui. La mia fortuna è stata che nel 2005 sono diventata mamma di uno splendido bambino, un maschio vivace e bellissimo che però dovevo accudire senza consiglio di nessuno tranne l'aiuto saltuario di mia suocera ( che abita vicino casa mia) anche se lei non ha mai avuto un carattere forte e socievole nei mei riguardi. Mi sono sentita spesso sola. Alle prese con i miei sintomi, il dolore da psicologico si è trasformato fisicamente. Coliche intestinali, diarrea, crampi, insonnia, stonatezza. In questo percoso di vita non mi sono arresa mai nonstante l'ansia mi avesse fatto perdere la libertà di uscire, le somatizzazioni mi rendevano debole fisicamente e con una rabbia addosso ho iniziato già dal 2002 a fare psicoanalisi grazie al consiglio di un gruppo di attacchi di panico di auto-aiuto ho conosciuto uno psicoterapeuta e psichiatra umano.
Molti sintomi, un pò con la terapia, un pò con i farmaci presi solo per alcuni periodi, sono dimunuiti nettamente. Certo nel corso della terapia ho avuto ricadute, la stessa con la colite che da 2 anni mi perseguita ma sò che sono stati altri eventi che hanno contribuito a farli ritornare come l'aprile di quest'anno quando ho visto lo stesso calvario di mia mamma con mia cognata. Il tragico destino ha voluto che la moglie di mio fratello morisse con la stessa malattia al cervello di mia mamma da metastasi di melanoma. Ho rivissuto la tragedia che ho visto da bambina ora da adulta con lei. Dolori atroci.
Tutto ciò per dirvi che continuo a sperare in un futuro migliore, faccio ancora psicoterapia e mi sento meglio e ora sono alla ricerca di un lavoro dopo la chiusura della mia vecchia azienda. Non demordo. Devo guardarmi dentro e STIMARMI PER ME E PER MIO FIGLIO. L'importante è cercare sempre di migliorarsi come essere umani. Scusate se sono stata lunga....ci vorrebbe un libro per descrivere tutte le sensazioni che si nascondo dietro di me e gli episodi che mi hanno portata ad essere quella che sono. Sicuramente in futuro spero di riprendermi ancora meglio xchè sono piena di vita, ALLEGRA con la tendenza ad una certa depressione in un percorso di sofferenza!!! La mancanza e il vuoto affettivo pesa, adesso mi appoggio a me stessa e chi mi ama mi segua!!! Non ho più vergogna di dire che ho sofferto anche se qualche volta sono un pò arrabbiata con il destino!!!!
Daniela