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giovedì 26 novembre 2020

Rinunciate alle persone che non vi ritengono importanti



Rinunciate a tutte le situazioni che vi fanno stare male, rinunciate alle persone alle quali non importate più. Rinunciare non è facile, è un passo molto importante nel quale ci sentiamo insicuri e pieni di dubbi. Nonostante ciò, ci sono momenti nei quali non ci resta altra scelta se vogliamo smettere di soffrire.

È difficile lasciar andare le persone che, in passato, sono state importanti per noi. Adesso, non guardano più nella stessa nostra direzione, le loro mete e i loro obiettivi non coincidono più con i nostri. Che cosa ci donano ora? Restare legati a loro non farà che farci soffrire e ci impedirà di andare avanti. La soluzione più intelligente è, quindi, rinunciare.


Rinunciare non significa sempre essere deboli. A volte dimostra che siamo abbastanza forti da lasciar andare.

Rinunciate per rispetto nei vostri confronti

Quante volte abbiamo parlato della bellissima metafora del treno? Quel treno sul quale noi siamo i protagonisti, sul quale ci sono persone che salgono e che restano a bordo, mentre altre decidono di scendere dopo qualche stazione. Ad alcune perone dedicheremo soltanto un saluto. Con altre, invece, condivideremo il nostro viaggio ed intraprenderemo una relazione e un legame molto più profondi.

Che cosa succede con le persone che diventano importanti per noi? Vorremmo che restassero a bordo del nostro treno e che non scendessero mai più. Tuttavia, non possiamo costringere nessuno ad accompagnarci fino alla fine del nostro tragitto. Molte di queste persone scenderanno e ciò, all’inizio, farà molto male. Tuttavia, con il trascorrere del tempo, capiremo che bisogna imparare a lasciar andare, perché nessuno ci appartiene.


Afferrarsi ad una situazione che non ha futuro ci farà solo stare male. Stiamo dando tutto ciò che abbiamo per una relazione che non ha alcuna via d’uscita. C’è sempre stato detto che dobbiamo dare senza aspettarci nulla in cambio. Eppure, il problema sorge quando questa dinamica diventa un’abitudine e corriamo il rischio di farci del male, sbattendo più e più volte contro lo stesso muro.
Rinunciare a qualcuno che è stato importante per noi è molto difficile.
Rinunciare ad una persona è un atto di amor proprio. Dobbiamo concederci l’opportunità di far cicatrizzare le ferite nate da quella relazione che non è stata fruttifera. Solo in questo modo riusciremo a conoscere altre persone e a scoprire che esistono quelle che ci daranno davvero una mano, liberamente, durante tutta la nostra vita.

Non essere sicuri dei sentimenti altrui

A volte i sentimenti di una persona cambiano, ma comunque non ci abbandona. Questo accade spesso nelle relazioni di coppia dove l’amore si riduce ad affetto, nonostante ciò, si decide di restare insieme. A volte non si ha abbastanza coraggio, poiché ormai ci si è “abituati” a stare insieme. Altre volte, invece, si pensa che il proprio partner non abbia la colpa di non essere più amato.

Il problema principale di questa situazione è che entrambi i partner finiscono per soffrire. Uno dei due si ritroverà vuoto, perché il proprio partner non soddisfa più le sue necessità, mentre l’altro si sentirà incatenato, perché sta con una persona per la quale non prova più niente.

In questo modo, non è strano che le dimostrazioni d’affetto vengano spazzate via dalla frustrazione e che sorgano quei segnali inequivocabili che indicano che tutto è ormai finito:

  • Non si preoccupa più delle vostre necessità, soprattutto dal punto di vista affettivo. Le dimostrazioni di affetto fanno ormai parte del passato ed è per questo che iniziate a sentirvi soli e abbandonati.
  • Non prende in considerazione le vostre idee o i vostri criteri e quindi inizia a prendere decisioni per contro proprio. Nella maggior parte dei casi, tutto ciò ha lo scopo di soddisfare le sue necessità.
  • Siete voi a mantenere a galla la relazione, a dare tutto. Se, ad un certo punto, smetteste di dare, sapendo che non ricevereste nulla in cambio, la relazione giungerebbe alla fine.
  • Iniziate a sentirvi umiliati, criticati… Il vostro partner inizia ad allontanarsi da voi senza un motivo apparente. All’improvviso, ciò che era la vostra fonte di infelicità è diventata la vostra giuria più severa.
Quando soffrite perché avete rinunciato a qualcuno, ricordatevi che non esiste sofferenza maggiore che rinunciare a se stessi
Per qualche motivo, non siete più una priorità per quella persona speciale e ciò vi fa male. La cosa giusta da fare sarebbe che questa persona fosse sincera con voi, per non dover riconoscere questi indizi da soli, il che non è certo piacevole.

Ricordatevi che la rinuncia è un atto volontario, anche se in realtà non volete farlo. Tuttavia, dovete prendere questa decisione per evitare di soffrire ancora.

Nella vostra vita vi ritroverete spesso in situazioni nelle quali dovrete decidere di rinunciare a partner, amici e persino alla vostra famiglia. Imparare a dire addio, capire che quella separazione è positiva per voi è una realtà che capirete solo con l’esperienza.


mercoledì 28 agosto 2019

Le corazze si rompono accarezzando l anima


Le corazze sono il simbolo delle persone che hanno sofferto molto. La protezione che scelgono per fermare il proprio logoramento, evitare di soffrire di nuovo e finire per rompersi. Sono il loro meccanismo di sicurezza, il loro salvagente momentaneo e il loro modo di dire in silenzio al mondo “Basta”.

Vivere con una corazza non è affatto semplice perché dietro di essa si nasconde la paura di essere feriti. Una delle paure più paralizzanti che una persona possa provare e che può indurre a ergere muri, a detenere il proprio cuore. Ma a volte, la forza delle circostanze non lascia altre opzioni ai più sensibili e vulnerabili. La vita affatica e prosciuga fino a al punto di preferire di proteggersi o smettere di provare tutto quello che ci offre, invece di sperimentare il dolore delle sue ferite.

“Non ci sono dubbi, la tua corazza ti protegge dalle persone che vogliono distruggerti. Eppure, se non la togli mai, ti isolerà anche dall’unica persona che potrà mai amarti.”

-Richard Bach-

Il logoramento causato dalla sofferenza

La vita non è un percorso che ci garantisce la felicità. L’incertezza, l’instabilità e la sofferenza sono condizioni proprie del suo percorso e le affronteremo meglio se riusciremo ad anticiparle e a prepararci. Nessuno è immune alla sofferenza, per questo motivo è essenziale imparare a gestirla, altrimenti l’oscurità potrà divorarci.

Vivere vuol dire affrontare i rischi, accettare che non sempre tutto andrà come desideriamo, abbracciare i momenti di felicità, ma anche accettare che la sofferenza busserà alla nostra porta ogni tanto e ci metterà alla prova.

Gestire i colpi e cicatrizzare le ferite non è un compito facile, non possiamo sempre contare sul sostegno, sugli strumenti o sulle strategie migliore e, seppur così, a volte non sappiamo utilizzarli. Alcune persone affrontano meglio le delusioni o gli imprevisti; altre permettono che questi prendano il sopravvento sul proprio stato d’animo e, infine, c’è chi decide di proteggersi  per mettere un limite alla sofferenza. Il metodo utilizzato influirà in un modo o nell’altro sul loro quotidiano.

Tuttavia, indipendentemente dal nostro modo di affrontare la sofferenza, quando questa decide di rimanere al nostro fianco, genera una serie di conseguenze fisiche ed emotive. Da un lato, ci intrappola nella sua riluttanza, in questa mancanza assoluta di motivazione e piacere (anedonia), che se non teniamo sotto controllo può cambiare il nostro ritmo di vita fino a condurci alla depressione o all’ansia. Dall’altro, ci prosciuga a livello fisico, ci rende stanchi, ci fa esaurire tutta l’energia che abbiamo. Ad elevati livelli diminuisce la secrezione di serotonina e aumenta la quantità di cortisolo.

Le corazze e la loro falsa protezione

Ciascuno di noi ha la propria corazza, il proprio meccanismo di difesa, il proprio scudo personale per proteggersi dal dolore. È normale. In un modo o nell’altro, dobbiamo proteggere la nostra parte più delicata e farci forza di fronte alle possibili minacce e ai contrattempi.

Il problema sorge quando queste corazze vengono generate senza mai essere distrutte. Vale a dire, quando prendono il controllo delle nostre vite e finiscono per trasformarsi in un filtro conservatore attraverso il quale osservare il mondo. Muri che si alzano e ci isolano, non solo più dalla sofferenza e dall’incertezza, ma anche dall’affetto e da qualsiasi tipo di esperienza sociale.

Nel tentativo di proteggerci, finiamo per distruggerci in modo tale da bloccarci a livello emotivo. Non provare nulla per non soffrire è una strategia errata che ripetiamo perché in un determinato momento ha garantito la nostra sopravvivenza. Attenzione, dunque, perché quando la utilizziamo paghiamo un caro prezzo: rimanere vuoti dentro. È quella nota scritta in un carattere più piccolo nel contratto che non sempre leggiamo o che non sempre teniamo in considerazione prima di iniziare a costruire le barriere.

Questo vuoto si traduce nell’assenza di emozioni, di quella capacità di sentirsi vivi e connettere. Non è raro, pertanto, che in breve finiamo per essere sopraffatti da quello che tanto temevano: la sofferenza. Perché chi ha detto che non sentire nulla ci allontana dal rischio di vivere male?

Le corazze sono trappole incoscienti, travestite da sentimenti di protezione e sicurezza, che ci legano al malessere. Di conseguenza, è molto importante riconoscere e riflettere sui nostri meccanismi di difesa.

“Occorre più coraggio per affrontare la sofferenza che per morire.”

L’arte di accarezzare l’anima

Spesso chi si nasconde dietro le corazze di solito abusa così tanto del proprio atteggiamento difensivo che finisce per allontanare gli altri. La sua paura di essere ferito è così grande che, anche se non lo desidera, allontana tutti quelli che si avvicinano con la sola intenzione di conoscerlo e, in certi casi, di amarlo. Questo succede perché chi si protegge con tanta insistenza è anche vittima di una crepa nell’amore, generata da un’esperienza passata.

Per evitare di rivivere il dolore delle proprie ferite, si mostra furioso come certi animali quando proteggono il loro territorio. L’altro, qualsiasi altra persona si trasforma in un nemico. Di conseguenza, un minimo contatto con l’armatura di chi si protegge può causare dolore.

Qual è l’antidoto per invertire tanto danno? Qual è il rimedio per rompere le corazze di chi ha sopportato tanta sofferenza? Come possiamo aiutarli a sciogliere questo incantesimo? Prima di tutto, è importante dire che le corazze crollano poco per volta. È un processo che necessita di una dose di amore, di comprensione, di pazienza, di accettazione e naturalmente, di sforzo.

Come vediamo, non ci sono soluzioni magiche, ma una profonda connessione con un’altra persona e, naturalmente, con se stessi. Chi si relaziona con una persona protetta da una corazza deve capire che la maggior parte delle volte non è lei che parla, ma la sua paura, quel mostro immenso che ha il sopravvento su di lei e che le fa credere che isolarsi sia il miglior modo di affrontare la vita, arrivando così a soffrire. Di conseguenza, capire i suoi timori e dimostrarle affetto sono aspetti molto importanti della relazione, parallelamente si dovrebbero abbandonare i comportamenti relazionati all’esigenza di migliorarla. Vale a dire, bisogna imparare ad accarezzare la sua anima, toccare la sua sensibilità e farla sentire protetta.

“L’amore non ha un’altra logica. Non è con la forza, ma accarezzando, che si apre un’armatura.”

-Marwan-

Chi ha costruito l’armatura deve capire che evitare la sofferenza a medio e lungo termine genera più dolore e che, nonostante la vita non sia sempre facile, il dolore è un capitolo in più che bisogna integrare nella propria storia. Per questo motivo, bisogna liberarsi della colpa e dell’atteggiamento duro e rigido verso se stessa per abbracciarsi e aprire le porte all’amore. Perché non c’è niente di più sano del prendersi cura di se stessi e trattarsi bene quando si è feriti.

via La Mente Meravigliosa

mercoledì 13 marzo 2019

Ecco perché la sofferenza può farci capire chi siamo...


La sofferenza mi ha fatto capire chi sono. Mi ha mostrato aspetti di me che prima non conoscevo o che facevo finta di non vedere. Ho sempre pensato fosse lecito desiderare di vivere evitando ogni forma di dolore, ma adesso so che si tratta di un desiderio impossibile.


Tutti abbiamo sofferto, chi più chi meno. Abbiamo affrontato situazioni che ci hanno segnato, circostanze che preferiremmo non aver vissuto. Bisogna, però, essere consapevoli che il passato non può cambiare. Anche se esistono persone che si trovano a vivere in circostanze più piacevoli di altre, la vita non è rosea per nessuno. È questo il segreto.

Anziché cercare di vivere la vita senza soffrire, dovremmo imparare a vivere la sofferenza in modo diverso, usandola per crescere e costruirci di nuovo. A tale scopo, molte volte, è necessario seguire una terapia che ci aiuti a sviluppare determinate abilità.

Non si tratta di evitare la sofferenza, bensì di imparare ad accettarla come un capitolo in più della storia della propria vita, che ha contribuito a farci arrivare dove siamo.

La terapia: una dimensione sicura La terapia psicologica va intesa come una dimensione sicura in cui rifugiarsi nel momento del bisogno. Nella terapia non sono previsti giudizi né verità assolute, e tutto quello che viene detto durante una seduta è protetto dal segreto professionale. Il segreto può essere infranto soltanto nel caso in cui il paziente minacci di fare del male a se stesso o ad altri, oppure sotto ordinanza del giudice.

La terapia, inoltre, offre la possibilità di costruire una base sicura che dia stabilità, soprattutto nei casi in cui la vita si sia sempre dimostrata dura. Per questo motivo, gli psicologi, insieme ai loro pazienti, cercano di costruire un’alleanza terapeutica, un solido vincolo su cui strutturare le sedute.

Questo vincolo unico tra psicologo e paziente, se si consolida, favorirà il crearsi di un clima di fiducia che semplificherà il trattamento delle paure e della sofferenza che si cela in esse. Prima di acquisire le abilità necessarie per poter affrontare i problemi alla base delle proprie paure, è fondamentale avere la fiducia sufficiente per poterne parlare senza paura.

Molto spesso non si tratta di esporsi alle paure, bensì di avere un punto fermo per camminare al loro fianco.

Dare un nome alla sofferenza
Dare un nome alla sofferenza non vuol dire scegliere un’etichetta diagnostica. Anzi, molto spesso non esiste neppure un’etichetta che corrisponda al proprio dolore: talvolta il motivo per cui soffriamo è talmente unico o terreno da non avere nome, anche se abbiamo bisogno di dargliene uno.

Forse quel nome avrà significato soltanto per la persona che lo ha scelto; può essere il mio lato oscuro, può essere nervi, può essere un’ombra o qualsiasi altro. Quel termine verrà utilizzato in terapia per definire qualcosa di personale, per questo è un concetto profondamente individuale. Per quanto il nome possa essere comune, il suo significato sarà unico.

Dare un nome alla sofferenza aiuta a definire il problema all’origine del nostro tormento, così da poterlo cambiare o integrarlo.

Una volta scelto l’appellativo, la nostra sofferenza acquisirà un nuovo significato. Smetterà di essere un’entità, un sentimento, per diventare qualcosa di più concreto. Qualcosa che ha assunto una forma precisa e che per questo può essere spiegato e compreso, da parte dello psicologo così come del paziente. Di conseguenza, sarà più facile cambiarlo o integrarlo.

Integrare il passato in un nuovo io
Quando alla base del proprio dolore si cela un evento del passato o un fardello che non può essere cambiato, il modo migliore di superarlo è integrarlo nella storia della propria vita. Non si tratta di un processo semplice, eppure non è impossibile.

Per integrarlo, bisogna accettarlo. Bisogna accettare che qualsiasi cosa accada, sentirsi colpevoli adesso non serve a nulla. Anche dare la colpa ad altri è inutile, poiché il passato è andato e non può variare. Per accettare ed integrare totale del dolore si dovrà lavorare molto. È fondamentale lasciar andare tutte le cose negative, accettandole con naturalezza, ma cominciando a costruire un nuovo io.

Costruirsi di nuovo non è un passaggio facile, ma condurrà ad accettare il lato oscuro che si cela in noi. Non proverete più quel vuoto in voi pieno di dolore, non dovrete più lottare contro il vostro demone interiore. Vi sarete costruiti e avrete imparato che tutto quello che vi è successo in passato ha contribuito a creare chi siete ora.

Fonte: https://lamenteemeravigliosa.it/sofferenza-mostrato-sono/

Dal Sito: aprilamente.info

venerdì 12 ottobre 2018

Empatia, ecco come puoi parlare con chi sta soffrendo




Essere empatici: ecco alcuni suggerimenti per parlare nel modo giusto con chi sta soffrendo.

Può capitare di trovarsi nella situazione di dare man forte a un amico o a un familiare, che cerca conforto nelle nostre parole, dopo aver vissuto un’esperienza negativa.

Immedesimarsi nel suo stato di sofferenza, guardare dalla sua prospettiva significa essere empatici, ovvero sentire “con” l’altro. L’empatia è un’abilità sviluppata in quasi tutte le persone, seppure in maniera differente, ed è in grado di rafforzare i legami sociali.


Non è certo cosa da poco trovare le parole giuste per confortare chi abbiamo di fronte: sentiamo la sua sofferenza e cerchiamo di tirarlo su. Ci proviamo con tutte le nostre forze perché vorremmo alleviare quell’espressione sofferente che leggiamo nei suoi occhi. E magari, spontaneamente, cerchiamo di sottolineare che al di là della situazione negativa che gli sta arrecando dolore, ci sono tante cose belle nella sua vita e per cui vale la pena di mettere da parte i tristi momenti. Potrebbe sembrare la tattica giusta, ma non leggiamo nel suo volto quel guizzo di sollievo che avremmo voluto scorgere. Anzi, magari notiamo l’effetto contrario. Dove sbagliamo?

Secondo un noto psichiatra americano, Glen Gabbard, quando si entra in contatto con persone depresse, può risultare controproducente puntare il discorso sugli aspetti positivi della sua vita, piuttosto è bene rimarcare l’idea secondo cui, quella sofferenza ha senso che esista.

Nello specifico, quando parliamo con qualcuno che sta soffrendo è bene evitare, ad esempio, espressioni come “ma almeno…” e subito dopo presentare gli “aspetti positivi” della sua vita. Quello che recepisce l’altra persona è una sensazione di incomprensione, ovvero “sei triste perché vedi solo i lati negativi della tua vita”.

Al contrario, ecco quello che possiamo fare per essere empatici nei confronti dell’altro:
evitare ansia: ad esempio dire “meglio che ti prendi una pausa dal lavoro, un mio caro amico ha subìto un infarto”, è sbagliato. Una frase di questo tipo genera infatti ansia e sortirà un effetto negativo;
non giudicare: evitare di esprimere un giudizio netto è un’ottima tattica da adottare. In questo modo, l’altra persona non si sentirà sottoposta al nostro giudizio e avrà la sensazione di essere compresa;
accettare e stimolare chi si ha di fronte: ascoltare senza dare un giudizio è una carta vincente, ma a questo atteggiamento è bene alternare un’analisi del comportamento dell’altro, per cercare di capire cosa non va e cosa si potrebbe fare per migliorare la condizione attuale;
rivolgersi direttamente al proprio interlocutore: frasi come “sento che per te è un momento molto triste, ma so anche che hai tutte le carte in regola per potercela fare” può essere un valido spunto per intavolare la conversazione. Messaggi costruiti su misura della persona, aiutano infatti a esplorare le sue emozioni.


Dal Sito: dilei.it

martedì 3 ottobre 2017

L’impulsività e la disregolazione emotiva: come tollerare la sofferenza




L' accettazione della sofferenza è l’unico modo per non farsi sopraffare dalle emozioni negative e dall' impulsività che spesso peggiora il nostro dolore

L’ accettazione della sofferenza è un obiettivo fondamentale nella vita di chiunque e soprattutto di chi, quando prova emozioni intense e dolorose, tende ad agire con impulsività,peggiorando in questo modo le situazioni che in quel momento sono già di per sé dolorose.
Marianna Palermo, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano
Perché è utile tollerare la sofferenza

La capacità di tollerare e accettare la sofferenza è un obiettivo fondamentale nella vita di chiunque e soprattutto di chi, quando prova emozioni intense e dolorose, tende ad agire d’impulso, peggiorando in questo modo le situazioni che in quel momento sono già di per sé dolorose. Il dolore e la sofferenza fanno parte della vita e per questo non possono essere completamente evitati. Imparare ad accettare e a tollerare tale sofferenza è l’unico modo per non farsi sopraffare dalle emozioni.

Questo tema è stato ampiamente indagato da Marsha Linehan (docente di psicologia e psichiatria presso l’Università di Washington e specializzata nel trattamento dei pazienti con disturbo borderline di personalità), la quale ha ideato un programma di skills training, facente parte del modello psicoterapico DBT (Dialectical Behavior Therapy). Tale terapia è stata concepita inizialmente per il disturbo borderline, ma successivamente si è evoluta ed è stata adattata anche ad altre forme psicopatologiche, tra cui i disturbi alimentari, le dipendenze, il comportamento suicidario, la depressione resistente.

La Dialectical Behavior Therapy prevede la combinazione di una terapia individuale e di uno skills training condotto in gruppo da un conduttore e un co-conduttore entrambi esperti di terapia dialettico-comportamentale. E’ opportuno anche che ci sia uno scambio di informazioni tra il terapeuta individuale e i conduttori dello skills training per favorire una maggiore integrazione tra i due tipi di terapia.

Lo skills training prevede 4 moduli e viene attuato generalmente in un setting di gruppo. L’obiettivo è quello di favorire nei pazienti l’apprendimento di strategie più adattive per gestire le situazioni difficili. I moduli dello skills training sono relativi alla pratica della mindfulness, alla regolazione delle emozioni, all’efficacia nelle relazioni interpersonali e alla tolleranza della sofferenza emotiva. In questo articolo mi soffermerò proprio su quest’ultimo modulo.
La tolleranza della sofferenza può essere definita come la capacità di percepire l’ambiente circostante senza pretendere che sia diverso da come è e di sperimentare le proprie emozioni e riconoscere i propri pensieri osservandoli senza valutarli o controllarli (Marsha Linehan, 2015). Per poter raggiungere tale obiettivo, secondo Marsha Linhean, è necessario apprendere delle abilità definite di sopravvivenza alle crisi, che consistono in soluzioni a breve termine a situazioni particolarmente dolorose. Le abilità di sopravvivenza alle crisi è, tuttavia, opportuno che siano utilizzate solo in momenti davvero critici, di elevata intensità emotiva, quando si rischia di agire con impulsività, peggiorando le conseguenze; in un secondo momento, invece, è utile utilizzare le abilità presentate negli altri moduli della DBT per regolare le emozioni, raggiungere i propri scopi, attuare processi di problem-solving, gestire le proprie relazioni interpersonali, e quindi in ultima analisi costruire una vita degna di essere vissuta.

Nello stesso modulo Marsha Linehan presenta il tema dell’accettazione della realtàquando gli eventi risultano dolorosi, ma purtroppo non possono essere modificati, perlomeno nel breve termine. Tale percorso risulta spesso molto doloroso, ma al termine di esso è possibile sperimentare uno stato di maggiore calma e serenità. Tale concetto sarà meglio esplicato in seguito.
Cos’è una crisi e quando utilizzare tali abilità

La crisi può essere definita come una situazione particolarmente stressante, di breve durata ma che non può essere modificata nell’immediato. Essa genera un’emozione molto forte, ma se si utilizzano alcune abilità è possibile ridurre l’intensità del dolore e dell’emozione tanto da renderlo più sopportabile.

Mettendo in atto queste abilità, si evita di agire sull’onda della mente emotiva, dell’ impulsività, di peggiorare la situazione e invece si permette a se stessi di porsi nella mente saggia e di definire ciò che può essere più vantaggioso in quella determinata situazione. Un esempio di situazione critica in cui è assolutamente opportuno ricorrere a tali abilità può essere quella in cui si è assaliti da un desiderio impellente di bere, abusare di droghe o picchiare qualcuno, in quanto tali comportamenti risultano disfunzionali, peggiorano la situazione e presentano una serie di effetti contrari e negativi a lungo termine.

Le abilità per tollerare la sofferenza, senza agire con impulsività

Una prima abilità che, secondo Marsha Linehan, consente di trattenersi dall’agire con impulsività peggiorando così la situazione, è quella dello STOP che prevede diversi passi:
Stop: quando le emozioni stanno per prendere il sopravvento, è opportuno fermarsi, non reagire, non muovere nessun muscolo per cercare di conservare il controllo;
Fare un passo indietro: prendere le distanze dalla situazione e respirare profondamente è funzionale a riacquistare il controllo della situazione;
Osservare: fermarsi a guardare ciò che accade dentro e al di fuori di sé consente di non saltare alle conclusioni, di comprendere ciò che sta accadendo e di considerare le diverse opzioni;
Procedere in maniera mindful: questo passo consente di agire con consapevolezza, considerando i propri pensieri e le proprie emozioni e quelli degli altri; si agisce ponendosi nella mente saggia e chiedendosi ciò che sarebbe più opportuno fare per non peggiorare la situazione.

Un’ abilità che, invece, consente di prendere decisioni rispetto al proprio comportamento scegliendo tra 2 o più possibilità è quella dei PRO e dei CONTRO. La strategia consiste nello stilare una lista dei vantaggi e degli svantaggi dell’agire con impulsività e del resistere all’impulso sia a breve che a lungo termine. Azioni dettate dall’ impulsività potrebbero essere: mettere in atto comportamenti violenti, di abuso di alcol o sostanze oppure comportamenti autolesivi. Una volta stilata tale lista dei Pro e Contro potrebbe essere opportuno portarla con sé e rileggerla quando si sta per mettere in atto un comportamento impulsivo.

Altri comportamenti funzionali nei momenti di crisi sono quelli che agiscono sulla chimica del corpo e che abbassano il livello fisiologico di attivazione. Queste abilità consistono nel ridurre la temperatura corporea ad esempio utilizzando dell’acqua fredda, oppure nel compiere uno sforzo fisico o ancora nel rallentare il ritmo della respirazione. Infine se si ha più tempo a disposizione è possibile mettere in atto il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson.

Altre abilità che consentono di porsi nella mente saggia e di ridurre il contatto con la propria sofferenza sono quelle di distrazione. Tali skills sono opportune nelle situazioni in cui il dolore può diventare troppo forte o quando i problemi non possono essere risolti immediatamente. È possibile individuare 7 diversi tipi di attività di distrazione:
Impegnarsi in attività emotivamente neutrali o opposte alle emozioni negative contribuisce a ridurre impulsività e sofferenza emotiva (ad esempio guardare un film, ascoltare della musica, leggere, praticare dello sport sono azioni che possono aiutare a distrarsi dal dolore);
Contribuire al benessere degli altri attraverso azioni gentili, premurose o di volontariato consente di spostare la propria attenzione da se stessi agli altri;
Fare confronti con chi è meno fortunato può essere funzionale a rileggere la propria situazione in un’ottica più positiva;
Un’altra abilità consiste nel mettere in atto azioni opposte, ossia azioni che generano un’emozione opposta rispetto a quella che si sta sperimentando in quel momento. Provare ad attivare emozioni diverse nelle situazioni di crisi consente di avere il controllo di sé e delle proprie emozioni, di allontanarsi per un momento da un dolore troppo forte e di rendere più sopportabile una sofferenza che altrimenti sarebbe troppo intensa;
In alcuni casi anche tenere lontana una situazione fisicamente o mentalmente può consentire di evitare di mettere in atto comportamenti distruttivi; si può immaginare di impacchettare il dolore, di chiuderlo in una scatola o di erigere un muro tra sé e quella situazione;
In altri casi può essere più funzionale distrarsi con delle azioni mentali, tra cui contare fino a 10, oppure con azioni concrete, ad esempio cantare una canzone o fare dei puzzle.
Un’ultima categoria di abilità è rappresentata da quelle che consentono di generare sensazioni fisiche differenti, ad esempio stringere una palla di gomma o un cubetto di ghiaccio o fare un bagno caldo o una doccia fredda possono indurre dei cambiamenti fisiologici repentini e contribuire a tollerare e a modificare quel momento doloroso.

Altre abilità autoconsolatorie sono, invece, quelle che consentono di sfruttare i cinque sensi per rendere più piacevole e confortante una situazione difficile, utilizzando la vista (osservare la natura, il cielo stellato, altri stimoli visivi), l’udito (ascoltare la musica, il rumore della pioggia, suonare uno strumento..), l’olfatto (sentire il profumo dell’incenso, di una candela profumata, di un fiore..), il gusto (degustare cibi preferiti) e il tatto (coccolare un animale domestico, spalmarsi della crema idratante..) contribuisce a rendere più tollerabile e piacevole la situazione presente.

Infine altre abilità funzionali a rendere meno doloroso il momento presente possono essere: immaginare di essere in un posto immaginario o reale rilassante, cercare un senso al dolore che si sta provando, pregare, dedicarsi ad attività rilassanti (quali lo yoga o la meditazione), stare sul presente e compiere solo un’azione alla volta, concedersi un breve riposo, autoincoraggiarsi e complimentarsi con se stessi per gli sforzi che si stanno compiendo.
Le abilità di accettazione della realtà

Quando la situazione che si sta vivendo continua ad essere dolorosa e non è possibile modificarla, perlomeno nell’immediato, secondo Marsha Linehan è opportuno mettere in atto delle abilità di accettazione della realtà, che consentono di vivere una vita presente migliore di quella che si vivrebbe continuando ad ostinarsi nel voler modificare tale realtà.

Accettare la realtà significa smettere di combatterla e lasciar andare l’amarezza e la sofferenza; la realtà andrebbe accettata in ogni sua parte, in maniera completa. Ciò che è opportuno accettare è che ogni cosa ha delle cause che possono anche prescindere da se stessi, che ci sono limitazioni legate al passato o al presente e che la vita può essere degna di essere vissuta anche se vi sono eventi dolorosi. Se questi eventi negativi e immodificabili non vengono accettati si rischia di continuare a provare emozioni intense e dolorose di tristezza, vergogna o rabbia.

L’ accettazione rappresenta, dunque, l’opposto dell’ostinazione, che invece consiste nel continuare a rifiutare la realtà, nel volerla cambiare a tutti i costi, nel voler continuare a tenere il controllo della situazione. Il processo di accettazione, invece, può comportare emozioni di tristezza ma successivamente ne segue una sensazione di calma e si evita di trasformare il dolore in sofferenza ripetuta.

Accettare, tuttavia, non significa rassegnarsi o essere passivi di fronte ad eventi dolorosi; significa prendere consapevolezza delle proprie emozioni, smettere di ostinarsi contro la realtà. Se si negano o si evitano gli eventi, perché troppo dolorosi, essi non cambiano e le emozioni dolorose persisteranno a lungo. Il dolore non può essere evitato e per cambiare la realtà è necessario prima accettarla. In questo senso accettare non significa rassegnarsi.

L’ accettazione della realtà è l’obiettivo fondamentale anche della psicoterapia dell’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), la quale sostiene che la sofferenza non possa essere evitata e che accompagni la vita di chiunque. L’ACT si basa su 3 punti essenziali che consistono nell’ accettazione esperienziale, nella mindfulness e nell’impegno a vivere la propria vita in base ai propri valori. L’ACT è stata sviluppata da Steve Hayes e i suoi collaboratori nel 1986 e sostiene in generale che sia necessario combattere l’evitamento con l’ accettazione dell’esperienza e delle emozioni esperite e che ognuno abbia dei valori che guidano la propria esistenza.

La mindfulness, che viene contemplata sia nell’ambito della DBT che dell’ACT, è invece un approccio di consapevolezza alla realtà e consiste nel prestare attenzione al momento presente, con intenzione e in maniera non giudicante (Jon Kabat Zinn). Avere un approccio mindful significa essere presenti nel qui e ora e vivere la ricchezza e la pienezza della vita presente, senza giudicare o pensare troppo. L’obiettivo è quello di favorire una comprensione e accettazione profonda di qualunque cosa accada e dei propri stati mentali.

Ciò che accomuna l’ACT, la DBT e la mindfulness è l’attenzione posta all’ accettazione della realtà e degli stati mentali anziché tentare di modificarli e tutti e tre gli approcci fanno parte della terza ondata della terapia cognitivo-comportamentale.

Concludendo, quando la realtà che si sta vivendo è troppo dolorosa e si rischia di mettere in atto comportamenti dettati dall’ impulsività che potrebbero peggiorare la situazione è opportuno utilizzare delle strategie di sopravvivenza alla crisi, finalizzate a tollerare la sofferenza emotiva. Inoltre, quando la realtà risulta immodificabile e al contempo genera sofferenza, anziché ostinarsi nel cercare di cambiarla, può essere più vantaggioso avviare un processo di accettazione dell’esperienza dolorosa.

Dal Sito: www.stateofmind.it