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lunedì 2 novembre 2020

Accettazione: una componente fondamentale del processo di cura






Definiamo l’ accettazione come 
“l’assunzione di consapevolezza che un certo scopo sia definitivamente compromesso”. L’ accettazione serve a far sì che non si sperperino risorse in uno scopo irraggiungibile ed è direttamente al servizio dello pseudo scopo “dell’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e del tempo per il perseguimento dei propri scopi”.



Le tre emozioni spesso prevalentemente presenti in una condizione di frustrazione definitiva e irrevocabile di uno scopo importante sono la tristezza, l’ansia e la rabbia. Tutte e tre sono generatrici di uno stato d’animo sgradevole ma non non per questo inutili e disadattive, sostiene Lorenzini.

La tristezza favorisce il ritiro dell’investimento dallo scopo perduto per sempre e il reinvestimento su scopi sostitutivi o del tutto diversi. Permette di abbandonare le strategie impercorribili e di trovarne altre sostitutive. È un’emozione che, comportando la sospensione di molte attività e un disinteresse verso l’esterno, consente un ritiro in se stessi da cui si esce rinnovati. Nuovi interessi sostituiscono i vecchi.
L’ansia è comprensibile e persino utile perché il soggetto si trova improvvisamente ad operare in un contesto radicalmente mutato e quindi molto meno conosciuto e prevedibile del precedente. Un sovrappiù di allerta può rappresentare un utile investimento per scongiurare i pericoli di una situazione nuova e ignota.
Infine la rabbia che è rivolta verso chi si ritiene responsabile del danno subito (gli altri, il destino, Dio o se stessi). La rabbia verso i responsabili del danno costituisce un fattore protettivo verso il ripetersi della situazione dannosa. È una sorta di minaccia a non riprovarci più. Anche quella verso se stessi, la più apparentemente disfunzionale, protegge da comportamenti imprudenti o autolesivi che possono essere stati causa del danno.

L’ accettazione dunque serve a sospendere investimenti inutili e le emozioni negative associate a ricreare un nuovo equilibrio e a prevenire il ripetersi del danno. Riepilogando l’ accettazione è un meccanismo utile per un razionale utilizzo delle risorse. Essa è costituita da un atteggiamento comportamentale consistente nella sospensione di attività inutili. Non significa però che non ci siano emozioni negative di tristezza, ansia e rabbia che sono invece utili.

L’ accettazione come processo finale del lutto

Il lutto è definibile come uno:

… stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo, che ha fatto parte integrante dell’esistenza. La perdita può essere di un oggetto esterno, come la morte di una persona, la separazione geografica, l’abbandono di un luogo, o interno, come il chiudersi di una prospettiva, la perdita della propria immagine sociale, un fallimento personale e simili
 (Galimberti, 1999, 617).

Facendo riferimento alla teoria a cinque fasi di Kübler Ross (1990; 2002) – possiamo definire l’elaborazione del lutto come un processo che si sviluppa attraverso questi momenti:

Fase della negazione o del rifiuto: costituita da una negazione psicotica dell’esame di realtà;

Fase della rabbia: costituita da ritiro sociale, sensazione di solitudine e necessità di direzionare il dolore e la sofferenza esternamente (forza superiore, dottori, società…) o internamente (non essere stati presenti, non aver fatto di tutto…);

Fase della contrattazione o del patteggiamento: costituita dalla rivalutazione delle proprie risorse e da un riacquisto dell’esame di realtà;

Fase della depressione: costituita dalla consapevolezza che non si è gli unici ad avere quel dolore e che la morte è inevitabile;

Fase dell’ accettazione del lutto: costituita dalla totale elaborazione della perdita e dall’ accettazione della differente condizione di vita.

Solitamente, infatti, al lutto seguono fasi caratterizzate da specifici aspetti cognitivi ed emotivi, che vanno da una iniziale negazione dell’evento, con profonda angoscia, tristezza e ansia associate alla mancanza di motivazione, fino alla sua progressiva accettazione, che porta al recupero di un buon funzionamento alla luce della rielaborazione, sul piano affettivo e cognitivo, della relazione con il defunto e all’acquisizione della capacità di stare nel mondo anche senza di lui. Solo dopo aver attraversato tali fasi ed il dolore associato ad esse è possibile accedere alla fase della riorganizzazione e accettazione, la sofferenza comincia ad attenuarsi, la ricerca della solitudine e l’evitamento si riducono e pian piano si ricomincia a coltivare interessi e a fare progetti per il futuro.

Il lutto patologico: quando l’accettazione è impossibile

Quando affrontiamo un lutto, normalmente siamo capaci di entrare in uno stato di accettazione entro circa 18 mesi. Tendenzialmente l’essere umano ha la capacità di accettare e superare la morte di una persona cara. Il lutto può diventare patologico quando è presente una difficoltà ad accettare la sua ineluttabilità. Per Perdighe e Mancini (2010), il lutto è un evento che compromette o minaccia scopi personali; gli scopi minacciati o compromessi possono riguardare sia la perdita in sé sia domini connessi.

I fattori legati alla struttura di personalità che possono contribuire ad allungare i tempi e limitare l’elaborazione del lutto, sono la presenza di basse capacità di copinge la tendenza a reagire negativamente a situazioni che prevedono la necessità di tollerare gli imprevisti e il distress emozionale, quale quello conseguente alla perdita. Gli individui che hanno sperimentato una perdita significativa, infatti, non possono continuare a sostenere le loro vecchie assunzioni su sé, mondo e futuro, ma allo stesso tempo faticano ad accettare le nuove, che implicano una visione di questi aspetti negativi e priva di significato. È necessario, quindi, che gli assunti vengano modificati e resi nuovamente adattivi, ristabilendo un’interpretazione degli eventi focalizzata su aspetti positivi grazie ad un drastico cambio di prospettiva.

Pertanto, avvenuta la perdita, per giungere alla fase di accettazioneanche in questo caso l’obiettivo dovrà orientarsi verso il disinvestimento e l’abbandono degli scopi che sono stati compromessi e lo sviluppo di nuovi comportamenti direzionati al raggiungimento degli scopi ancora perseguibili.

Accettazione della malattia

Anche le persone affette da malattie terminali o i pazienti con patologie croniche e/o degenerative si trovano a dover fare i conti con una realtà difficile da accettare: oltre ai fattori fisici determinati dalla malattia, vi sono anche fattori psico-sociali che impattano sulla salute e sulla qualità di vita di queste persone.
 L’ accettazione della malattia implica “la resa nella futile lotta per fermare i pensieri automatici e intrusivi sulla malattia” (Hayes e Wilson, 1994) e “la sosta nella ricerca di una soluzione definitiva per i sintomi fisici”. Questo non significa arrendersi; piuttosto, significa reindirizzare le energie ai propri valori personali, che vanno oltre la semplice gestione della malattia (Risdon, Eccleston et al., 2003).

In altre parole, accettazione della malattia significa “un ri-orientamento dell’attenzione verso altri aspetti della vita” (McCracken ed Eccleston, 2003). Un’ulteriore componente dell’ accettazione della malattia è la volontà di affrontare i vissuti difficili, come paura, imbarazzo, dolore e affaticamento, quando ciò consente di prendere parte ad attività gratificanti (McCracken ed Eccleston, 2003).
 Lo svolgimento di attività piacevoli, permesso dalla capacità di accettare esperienze interiori come il dolore, l’ansia e l’imbarazzo, aiuta anche a mantenere alta la qualità di vita. Ci si aspetta che l’approccio alla malattia in cui è presente una certa accettazione dia luogo a una migliore qualità di vita rispetto all’approccio indirizzato all’evitamento di sentimenti comprensibili di perdita, turbamento o persino imbarazzo, che induce al disimpegno da qualsiasi attività.

Accettazione: altri ostacoli

In primo luogo accettare una nuova condizione è difficile per una sorta di inerzia cognitiva. Per la fatica che il sistema deve sobbarcarsi per ricostruire una mappa di sé e del mondo diversa dalla precedente. Due esempi banali. Chi ha subito un lutto grave e inaspettato si abitua progressivamente e dolorosamente all’idea. Al risveglio, dopo ogni sonno, sperimenta di nuovo il senso di sgomento e di spaesamento. Ci vogliono mesi prima che la nuova mappa della realtà in cui la persona scomparsa è assente si stabilizzi e non vada aggiornata daccapo ogni volta. Altrettanto esplicativa è la sindrome dell’arto fantasma. Il braccio amputato non c’è più ma il cervello non ne prende atto stabilmente. Ogni volta è una sgradevole sorpresa a cui riabituarsi.

Un secondo ostacolo all’ accettazione viene dal fatto che in previsione di un evento negativo gli interventi degli altri e del soggetto stesso hanno carattere rassicurativo e quindi allontanano la effettiva rappresentazione e costruzione dell’evento temuto. Si tende a dire e a dirsi: “stai tranquillo ciò che temi non accadrà, è estremamente improbabile” piuttosto che “prova ad immaginarti la nuova condizione e vedrai che non è così terribile come credi”.

In terzo luogo molti credono che gli esseri umani siano e debbano essere completamente plastici e in grado di adattarsi ad ogni situazione. Non si accettano i vincoli dovuti alla nostra stessa struttura e dunque, paradossalmente, non si accetta il fatto che certe condizioni siano inaccettabili. Bisogna invece accettare che certe condizioni siano inaccettabili.

Il delta aggiuntivo di sofferenza, che Lorenzini chiama “tribolazione”, si produce quando si ritiene da un lato che le emozioni negative, connesse all’ accettazione dell’impossibilità del raggiungimento di uno scopo, sarebbe possibile e opportuno che non ci fossero, e, dall’altro, che si dovrebbe essere in grado di adattarsi ad ogni situazione. La tribolazione cesserebbe se si accettasse l’idea che accettare una situazione significhi non sforzarsi di modificare l’immodificabile consentendosi però di provare emozioni negative (lo storico “diritto al mugugno”). Questa tribolazione si innesca perchè nella nostra cultura è spesso esaltata l’ accettazione, il riuscire a fare buon viso a cattivo gioco. A volte, poi, viene scambiata per straordinaria accettazione qualcosa di diverso che somiglia piuttosto alla dissociazione. Alcuni hanno una grande capacità di incassare senza turbarsi. Nei momenti peggiori si assentano e ritornano quando tutto è finito. L’assenza dissociativa è una sorta di stato mistico. Il corpo non sente più niente e la mente dorme. Sa che prima o poi la nottata dovrà finire e resiste senza nulla sentire.

L’ accettazione secondo l’ACT

Secondo il modello Acceptance and Commitment Therapy (ACT) ciò che promuove il cambiamento e il benessere psicologico è un insieme di competenze di accettazione e impegno (commitment). Tali atteggiamenti, se mantenuti e sperimentati nel tempo, portano alla flessibilità psicologica, e quindi a stare meglio. Di fatto l’Acceptance and Commitment Therapy non utilizza come strumento principale gli interventi diretti su contenuti di pensiero, come ad esempio il disputing. Tale terapia, invece, cerca di favorire l’ accettazione dei pensieri e delle emozioni per quella che è la loro natura (cioè “solo” pensieri e emozioni) e di stimolare la messa in atto di azioni che contribuiscano a vivere una vita appagante e soddisfacente.

Il fine ultimo dell’Acceptance and Commitment Therapy è promuovere la flessibilità psicologica dell’individuo. Secondo il modello, la flessibilità psicologica si può raggiungere (o almeno promuovere) attraverso interventi su ciò che vengono considerati i sei pilastri del modello ACT. I sei processi chiave, sottendono due macro-aree che, in sostanza, rappresentano la A e la C dell’ACT. Al posto della A possiamo leggere “processi di mindfulness e accettazione, che includono accettazione, defusione, contatto con il momento presente e sé come contesto. Al posto della C possiamo, invece, leggere “processi di modificazione comportamentale e azione impegnata secondo i valori”, che includono i valori, l’impegno nell’azione, il sé come contesto e il contatto con il momento presente.

L’ACT prende in considerazione i seguenti concetti:

La sofferenza psicologica è normale, è importante ed accompagna ogni persona. Ne consegue che la felicità può essere vista nell’accezione di vivere una vita ricca, piena e significativa; non è dunque una sensazione fugace, bensì un senso profondo di una vita ben vissuta nella quale esperiamo l’intera gamma delle emozioni umane.

Non è possibile sbarazzarsi volontariamente della propria sofferenza psicologica, anche se si possono prendere provvedimenti per evitare d’incrementarla artificialmente.

I processi psicologici normali sono connotati dalla realtà del dolore e della sofferenza, che si configura pertanto come stato dell’essere. Combattere contro pensieri ed emozioni negative significa ingaggiarsi in una battaglia persa in partenza, dato che il controllo che abbiamo in situazioni simili è in realtà infinitamente meno di quanto la nostra cultura voglia farci credere.

Non bisogna identificarsi con la propria sofferenza. La vita comprende anche il dolore e non c’è modo di evitarlo. In quanto esseri umani dobbiamo tutti prendere atto che presto o tardi diventeremo deboli, ci ammaleremo e moriremo. Presto o tardi tutti perderemo relazioni importanti a causa di rifiuti, separazioni, lutti. Presto o tardi tutti dovremo affrontare crisi, delusioni e insuccessi. Questo significa che, in un modo o nell’altro, tutti avremo pensieri e sentimenti dolorosi. Non possiamo evitare questo dolore ma possiamo imparare ad affrontarlo molto meglio, a fargli spazio, a ridurre i suoi effetti e a crearci una vita che valga ugualmente la pena di essere vissuta.

Si può vivere un’esistenza basata su propri valori. Spesso i pazienti poiché incastrati nelle maglie della psicopatologia li perdono di vista, senza saper più riconoscere cosa sia davvero significativo per la propria vita e senza riuscire più a scegliere e ad agire come ritengono sia meglio per se stessi.

L’ accettazione si basa sulla nozione che, spesso, tentando di sbarazzarsi del proprio dolore si arriva solamente ad amplificarlo, intrappolandosi ancora di più in esso e trasformando l’esperienza in qualcosa di traumatico. Accettare non significa essere rassegnati, passivi né tollerare o sopportare, bensì abbandonare tutti i tentativi di soluzione inutile e accogliere ciò che la vita comporta se riconosciamo che stiamo andando nella direzione di ciò che vogliamo dalla nostra esistenza.

L’evitamento esperienziale è quell’insieme di strategie che mettiamo in atto con lo scopo di controllare e/o alterare le nostre esperienze interne (pensieri, emozioni, sensazioni o ricordi), anche quando ciò causa un danno comportamentale. Quale alternativa, quindi, all’ evitamento esperienziale? Il corrispettivo funzionale dell’evitamento esperienziale nell’ ACT viene chiamato “Accettazione”. Essendo un termine che talvolta viene confuso e malintepretato, in psicoterapia si possono usare altri termini simili come “lasciare spazio” o “aprirsi all’esperienza”. Verso cosa dovremmo, quindi, lasciare spazio? Alle emozioni dolorose, ai pensieri dannosi che ogni giorno la nostra mente ci propone, agli impulsi e ai ricordi dolorosi.
 Smettendo di muoverci con tutte le nostre forze sulle sabbie mobili dell’evitamento esperienziale (metafora frequente nell’Acceptance and Commitment Therapy) potremmo provare una strategia alternativa e aprirci alle esperienze della nostra vita, guardandole per quello che sono.
In questo modo, potremmo imparare: a) a non giudicare le nostre esperienze interne (ed esterne) con uno sguardo malevolo dell’inquisitore di noi stessi e b) accogliere gli stati emotivi e dar loro l’importanza “informativa” che meritano e c) indebolire il potere dei pensieri sul nostro comportamento e sulla nostra esperienza quotidiana.

Dal Sito: stateofmind.it 

venerdì 22 novembre 2019

ANSIA: IL SENTIERO DELLA MINDFULNESS



Come seguire il sentiero della mindfulness per gestire l’ansia.
Un disturbo d’ansia è qualcosa che va oltre il senso di nervosismo o tensione.
Una persona ansiosa mostra uno stato di allerta esagerato e costante nei confronti di potenziali minacce (il più delle volte irrazionale), pensieri negativi intrusivi e ripetitivi, uno stato di iper attivazione e paura, la risposta di attacco-fuga è sempre pronta a scattare.

L’ansia è responsabile dell’insorgenza di una serie di sintomi fisici disturbanti come tachicardia, aumento della pressione e problemi digestivi. I sintomi che caratterizzano l’Ansia Generalizzatae il disturbo d’Ansia Sociale possono essere talmente invalidanti da limitare il normale funzionamento individuale.

La terapia Cognitivo Comportamentale è uno dei trattamenti d’elezione per i disturbi d’ansia. L’idea di base è che le persone che soffrono di disturbi d’ansia tendono a sovrastimare il pericolo che qualcosa di terribile possa accadere nella propria vita e a sottostimare la propria capacità di fronteggiarlo.
La terapia cognitivo comportamentale cerca di aiutare i pazienti a sostituire i pensieri negativi con pensieri più funzionali, e la risposta di attacco-fuga con strategie di fronteggiamento più adeguate. Il paziente e il terapeuta collaborano nel processo di cambiamento.

Nell’ambito della nuova “onda” della terapia Cognitivo Comportamentale, le terapie basate sulla mindfulness hanno l’obiettivo di cambiare la relazione che la persona ansiosa ha con i propri pensieri.

Nella terapia basata sulla mindfulness, la persona si concentra sulle sensazioni del corpo che emergono quando si sente in preda all’ansia. Invece di evitare o rifuggire queste sensazioni, la persona rimane presente e sperimenta i sintomi dell’ansia nella loro completezza. Invece di evitare i pensieri ansiosi, la persona si apre a essi nel tentativo di realizzare e divenire consapevole che i pensieri non corrispondono letteralmente alla realtà.

Sebbene possa sembrare contro-intuitivo, sperimentare appieno l’ansia, permette alle persone ansiose di comprendere quanto siano realmente fuse con i propri pensieri negativi, e di riuscire con la pratica a lasciarli andare.
Rimanendo presenti al proprio corpo, imparano che l’ansia che provano è solo una reazione a delle minacce percepite. Imparando a non-reagire agli eventi percepiti come pericolosi, riescono a placare l’erronea risposta di attacco-fuga.

All’ Università di Bergen in Norvegia, Vollestad, Nielsen, e Nielsen hanno passato in rassegna 19 studi sull’efficacia della Terapia Basata sulla Mindfulness e hanno verificato che effettivamente si verifica una sostanziale riduzione dei sintomi.

I ricercatori hanno inoltre verificato che la terapia basata sulla mindfulness aiuta a ridurre i sintomi della depressione. Dato importante se consideriamo che sintomi di depressione si presentano nel 20-40 percento delle persone che soffrono di Ansia Generalizzata e Ansia Sociale
In un modo che sembra paradossale dunque, un metodo per ridurre l’ansia è quello di essere “PIENAMENTE E CONSAPEVOLMENTE ANSIOSI”. È in questo modo che l’ansia si rivela essere il risultato di una percezione falsata e ingannevole, e quando questo avviene l’ansia si attenua.

Ad ogni modo tutti tendiamo a preoccuparci. Si può trattare di questioni di minore o maggiore importanza come le relazioni che intratteniamo, il lavoro o la direzione della nostra vita. O di incombenze quotidiane come la pianificazione della giornata come anche di quelle piccole “frasi infelici” che avremmo potuto evitare di dire. Preoccuparsi è normale, ma il rimuginio può sopraffarci al punto da impedirci di partecipare pienamente alla nostra esperienza e a quanto accade momento dopo momento. E quando sconfina, può portarci a provare ansia o al limite estremo un attacco di panico.
Ci ritroviamo dunque a passare la maggior parte del tempo nella nostra testa, a pensare. Analizziamo, pianifichiamo, ci poniamo obiettivi lavorativi, facciamo confronti, etichettiamo e giudichiamo le nostre esperienze e riflettiamo su e valutiamo le nostre emozioni. Molti di noi passano molto tempo a ripensare al passato o ad anticipare il futuro. La mente è occupata a raccontare storie, a interpretare le esperienze secondo il proprio punto di vista (che non per forza corrisponde alla realtà oggettiva).
Quando ci perdiamo nella preoccupazione è facile scambiare i nostri contenuti mentali o le paure con la realtà, invece di riconoscerli come pensieri. Ed è ancora più vero quando i pensieri sembrano talmente reali da favorire l’insorgere di sintomi fisici ed emozionali. È possibile interpretare male il comportamento di un amico che non ci ha richiamato o di un collega che non ci ha salutati. Possiamo arrivare a immaginare il peggio prima di una presentazione in pubblico o un colloquio. Lo stomaco si contrae, il cuore batte veloce, il respiro si fa più corto e veloce. La testa può diventare leggera e si cominciano a sentire formicolii alle dita dei piedi e delle mani. Prima di accorgersene ci si ritrova in preda al panico, e le conseguenza sulla nostra vita possono essere estremamente negative.
Tutti possiamo vivere questa esperienza. Nessuno deve sentirsi solo.
La buona notizia è che c’è un momento in cui si può ancora intervenire, ovvero quando cominciate a notare di esservi persi nelle preoccupazioni, di avere pensieri ripetitivi o di provare sensazioni di stordimento o di tensione corporea. Spostando l’attenzione dai pensieri alle sensazioni del corpo e del respiro, è possibile passare dalla modalità del “pensare” a quella del “percepire”. Questo permette di alterare automaticamente le risposte fisiche, psicologiche ed emotive.
Se voi, come tante persone provate disagio, rabbia o frustrazione nei vostri confronti per il fatto di sentirvi in ansia, e cercate di opporre resistenza alla vostra esperienza, questo non farà altro che intensificare l’ansia e peggiorare la situazione. Invece che combattere contro la vostra esperienza dicendovi che non dovreste provare ciò che provate, o tentando di non sentire o allontanare il disagio, è importante che vi permettiate di sentire ciò che sentite. Se imparate a divenire consapevoli di ciò che provate e permettete che le cose siano come sono in quel momento, è più probabile che l’intensità diminuisca e passi.
Di seguito tre semplici e veloci tecniche mindfulness che potete utilizzare per gestire le preoccupazioni e l’ansia, come anche per placare i primi segnali dell’insorgere dell’attacco di panico.

ANCORAGGIO
Uno dei modi migliori per calmarsi è “ancorarsi” dirigendo l’attenzione verso la parte bassa del corpo. Cominciate a concentrarvi sui vostri piedi e a sentire come stanno all’interno dei calzini e delle scarpe, a contatto col pavimento. Espandete l’attenzione dirigendola prima verso la parte inferiore delle gambe e poi sulle cosce. Avvertite una sensazione di leggerezza o pesantezza? Ora includete la percezione del vostro respiro, sempre più rilassante ogni volt anche espirate.
Questo è un buon modo per ancorarsi ed è possibile farlo in ogni momento, con gli occhi aperti o chiusi, mentre siete seduti o mentre camminate. Ancoratevi e poi, respirate.

CONTARE IL RESPIRO
Questa tecnica può essere utilizzata insieme all’ancoraggio o da sola. Prima potete ancorarvi. Alla prossima inspirazione, contate mentalmente fino a 6, e durante l’espirazione, contate mentalmente fino a 10. La tecnica ha lo scopo di rallentare sia l’inspirazione che l’espirazione. L’espirazione è inoltre più lenta dell’inspirazione, forzandovi a rilasciare più biossido di carbonio, rallentando il ritmo cardiaco e favorendo uno stato di calma.
Se il livello di ansia è altro e non riuscite a contare, ripetete “dentro” o “inspiro” ad ogni inspirazione e “fuori” o “espiro” ad ogni espirazione.. ricordandovi di cercar di espirare il più a lungo possibile. Andate avanti tutto il tempo che vi serve.

RESPIRARE CON LE DITA
Si tratta di un altro metodo per contare il respiro. Mettete una mano di fronte a voi con il palmo rivolto verso il viso. Con l’indice dell’altra mano, tracciate il lato esterno del pollice fino alla punta mentre inspirate, fate una pausa sull’apice trattenendo il respiro, e poi discendete lungo l’altro lato mentre espirate. Questo è un respiro. Proseguite allo stesso modo tracciando i contorni di tutte le dita e al termine del ciclo, tornate indietro e ripetete in senso contrario. Questa pratica vi da la possibilità di concentrarvi sia dal punto di vista visuale che cinestesico. È utile se l’ambiente circostante è troppo rumoroso e diventa difficile concentrarsi mentalmente. È anche molto semplice da insegnare a bambini adolescenti.

Dal sito: iwatson.com

giovedì 7 novembre 2019

Se Sei Diventato Farfalla, Smetti Di Vivere Da Bruco E Accogli Il Cambiamento


Dentro di noi qualcosa è cambiato irrimediabilmente. Non siamo più gli stessi e nonostante tutto, ci sforziamo di farci andare bene la vita di prima, anche se ci sta stretta. È come se l’esterno non combaciasse più con l’interno: non è più come prima. Ma noi continuiamo a credere che passerà, che il nostro vecchio modo di essere si adatterà col tempo a quello che siamo diventato, o meglio, a come ci siamo forgiati perché sono stati i colpi duri della vita a trasformarci in quel modo.

E se smettessimo di insistere? Forse è tempo di buttare via quella vecchia vita nella quale ci sentiamo così scomodi, estranei, ed aprirci a qualcosa di nuovo che sia più consone a ciò che siamo ora. Potremmo accogliere la nostra metamorfosi e lasciar andare il passato, una volta per tutte. Dopotutto, se siamo rinati come farfalle, perché dovremmo continuare a strisciare a terra se ci siamo guadagnato le ali?

Ogni grande crisi ti cambia per sempre

I momenti drammatici della nostra vita come i lutti, le separazioni, i traumi, ci cambiano profondamente; non siamo più gli stessi dopo averli vissuto. Segnano a tutti gli effetti un prima e un dopo nella nostra vita. Ma se non siamo più gli stessi dopo di loro significa che abbiamo lasciato una parte di noi indietro; come se per uscire da quella crisi avessimo dovuto pagare un pegno. Quel prezzo da pagare era una parte di noi.

“Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.”
(Lao Tzu)

Per uscire dal dolore, dobbiamo lasciare andare, separarci da una parte di noi, lasciarla morire; finiamo allora per fare il lutto di noi stessi, come il bruco che diventa crisalide e si rinchiude nel buio del suo bozzolo, si isola dal mondo, non ne vuole più sentire parlare. Si tratta del necessario spazio vuoto, né passato né futuro, che permette la metamorfosi. Una parte di noi muore, ma un’altra rinasce.

Per nascere, la farfalla deve dimenticare di essere stata un bruco perché ora è un essere totalmente diverso. Se continuerà a strisciare e nutrirsi delle cose del passato, morirà, e questa volta sarà una morte reale e definitiva e non più il preludio della metamorfosi. Viviamo allo stesso modo: se dopo essere cambiati ci aggrappiamo al passato, sforzandoci di vivere nello stesso modo quando interiormente sappiamo di non essere più gli stessi, ci feriremo a tal punto da spegnere il nostro naturale impulso evolutivo. Andremo contro la nostra natura e perderemo il significato della nostra vita.

Durante la tua metamorfosi sviluppi i tuoi “super-poteri”

“Psiche, anima in greco, significa anche “farfalla”. Nasciamo con un bruco di anima, il nostro lavoro è dargli ali e volo.”
(Alejandro Jodorowsky)

È durante la sua fase intermedia che la creatura, non più bruco e non ancora farfalla, sviluppa il suo “super-potere”: quella capacità/abilità che era presente solo in potenza dentro di lei. È questa fase di chiusura, di morte simbolica, che la spinge a manifestare un’abilità nuova che era in realtà una sfaccettatura della sua personalità che aveva bisogno di essere liberata.

Il “super-potere” dell’ex-bruco sono le sue ali, ciò che fa di lui una farfalla; per una persona che è caduta molte volte, potrebbe essere la resilienza, ciò che fa di lei una guerriera; per chi ha perso una persona importante nella sua vita, potrebbe essere la capacità di riconoscere il valore di ogni singolo secondo passato con chi ama, ciò che la rende una persona profondamente saggia. Possono essere molti gli esempi di “super-poteri” che qualcuno può sviluppare in seguito ad una crisi importante.

Ogni persona che giunge alla rinascita è un essere nuovo in possesso di un’abilità particolare che segnerà il resto della sua vita.Tuttavia, occorrerà abbandonare la vecchia vita per poter abbracciare quella nuova.

Aggrapparti al passato crea dolore e sofferenza

Il dolore ci cambia sempre ed è importante accettare il fatto che ciò che è stato rotto non tornerà mai più come prima, e questo non è né  bene né male, è solo naturale. Se rompo un piatto in due, per quanto io mi sforzi di ripararlo, dovrò riconoscere che non tornerà esattamente uguale, anche se sublimo simbolicamente, come nell’arte del Kintsugi, i suoi pezzi rotti.

Accettando il cambiamento, accogliamo la rinascita, ma se ci aggrappiamo al passato, impediamo che questo processo naturale avvenga; forzando la nostra energia ad agire verso il passato, blocchiamo il flusso naturale della vita che vorrebbe portarci avanti e creiamo una sorta di vortice dal quale sarà poi difficile uscire. Lasciar andare il passato ci permette di tornare nel flusso naturale della nostra vita e crescere come persone, o meglio, ci permette di rinascere. Ed è forse questo il più grande insegnamento delle farfalle: la metamorfosi.

“Ma la suggestione delle farfalle non nasce solo dai colori e dalla simmetria: vi concorrono motivi più profondi. Non le definiremmo altrettanto belle se non volassero, o se volassero diritte come le api, o se pungessero, o soprattutto se non attraversassero il mistero conturbante della metamorfosi: quest’ultima assume ai nostri occhi il valore di una messaggio mal decifrato, di un simbolo e di un segno.”
(Primo Levi)

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in Discipline Bio-Naturali

Dal Sito: eticamente.net

lunedì 18 marzo 2019

È l’accettazione che porta al cambiamento - la resistenza conduce alla sofferenza


È l’accettazione la strada verso il cambiamento, mentre un cammino basato sulla resistenza, è una sorta di cammino immutabile che gira in tondo nel proprio dolore.

L’accettazione non è rassegnazione, ma consapevolezza.

Imparare ad accettare significa prendere atto delle cose così come esse sono. Rispettarle anche, per quello che sono.

Non possiamo pretendere che tutto vada secondo i nostri desideri, che tutto sia sotto il nostro controllo, che tutto accada come vogliamo.

Dobbiamo accettare ciò che fluisce indipendentemente dalla nostra volontà, che le situazioni, i legami, seguano il loro corso naturale.

Resistere a tutto ciò che deve essere, spesso significa voler negare la realtà dei fatti. Significa aggirare un problema con la sola conseguenza di ingigantirlo.

Significa voler evitare un dolore che comunque non potremo risparmiarci in futuro.

Perché ciò che deve essere, sarà, nonostante si cerchi di rallentarne il corso.

Prendiamo come un esempio un rapporto di coppia ormai giunto al capolinea per almeno uno dei due membri.

Generalmente il partner ancora innamorato cercherà di ignorare tutti quei segnali che indicano una fine certa.

Si aggrapperà ad ogni sorta di illusione pur di non vedere una realtà ormai priva di amore.

Sopporterà l’insopportabile sperando che tutto torni com’era o che comunque non si giunga alla fine.

Condannerà se stesso e il partner ad un periodo di sofferenza e di infelicità nel suo sforzo di resistenza.

Condannerà se stesso al dolore cercando di evitare il dolore.

Prendere atto della situazione, del cambiamento dei sentimenti del partner, accettare che ormai la storia è finita, non significa rassegnarsi alla fine, ma agire con responsabilità, comprendere che la propria vita deve prendere una direzione diversa.

Non significa essere passivi, anzi. Riuscire ad accettare una situazione significa aprirsi a nuove possibilità.

Accettare una situazione che non possiamo cambiare, significa cambiare personalmente.

Significa rispettare il cambiamento altrui.

Significa evitare una dolorosa e lunga agonia piuttosto che affrontare coraggiosamente la sofferenza in modo maturo e costruttivo: crescendo e orientando la propria vita verso prospettive diverse.

In conclusione vogliamo lasciarvi con una frase di Charles Bukowski che recita così:

“Resistere ha senso solo se ne esci con qualcosa in mano alla fine. Ma resistere tanto per resistere è l’infelice condizione di milioni di persone.”

Dal Sito: giornodopogiorno.org

mercoledì 13 giugno 2018

Cambiamento: Accettarsi per Migliorare


Il cambiamento da una situazione in direzione di una situazione migliore parte dall’ accettazione rispetto la condizione attuale.

La resistenza nei confronti di una situazione o di uno stato che non viene accettato crea tensione e ne blocca la possibilità di cambiamento continuando a perpetuare lo stato indesiderato.
L’ accettazione si impara attraverso la consapevolezzaAttraverso l’accettazione iniziamo a liberarci dalla resistenza, dalla paura e dallo sconforto e da quelle emozioni depotenzianti che impediscono alla gioia e alla serenità di emergere.
Osserviamo la nostra vita, osserviamo gli effetti della resistenza che poniamo nelle varie aree attraverso l’autocritica, la commiserazione ed il giudizio e quindi la “lotta” anziché partendo da uno stato ottimale di accettazione, bellezza e gratitudine.
Spesso rimaniamo intrappolati in esperienze passate di sofferenza anziché essere liberi e quindi impedendoci di esplorare nuove opportunità per il nostro futuro.
Lo facciamo in modo conscio ed inconscio, la resistenza e quindi la paura ci impedisce di andare avanti ed esplorare nuovi territori.
Resistere a ciò che è, a ciò che siamo, a ciò che abbiamo, a dove ci troviamo ora, non è altro che una perdita di tempo ed energia. Perché dunque trascorriamo la nostra vita nella resistenza anziché nell’accettazione?
L’ identità che ci siamo creati: “pensare di non essere all’altezza di determinate situazioni desiderate” è mantenuta dal nostro dialogo interno che si ripete nel corso degli anni, da voci autoritarie che ci raccontano storie di noi riguardo chi siamo e come siamo ed infine ci giudicano perché non siamo modellati a qualche standard predefinito.
L’ identità è mantenuta dal non verificare “Cosa mi sta dicendo il mio corpo? Cosa mi stanno dicendo le mie emozioni?” Lasciamoci guidare dai sentimenti, dal nostro termostato interiore, quando non lo facciamo, la resistenza crea lo stress, la sofferenza e l’insoddisfazione.
Ed il messaggio che ci da la resistenza è: la vita è una lotta! La resistenza non produce i cambiamenti desiderati e quindi nasce la frustrazione e l’insoddisfazione e ad una maggiore tensione dalla quale sembrano offuscarsi le prospettive di vedere realizzati i propri sogni e la propria vita.
La resistenza non porta al cambiamento!
L’ accettazione porta al cambiamento!
Accogliere anziché giudicare apre la strada alle infinite opportunità.
Lasciarsi andare a ciò che è scioglie ogni tensione e rende fluido il percorso.
L’accettazione diventa la chiave per interrompere il ripetere i soliti, vecchi schemi, pensieri, storie e comportamenti.
Se vogliamo che la nostra vita cambi iniziamo a cambiare il nostro dialogo interiore che ci dice chi siamo, come siamo, chi sono gli altri, come sono gli altri, come sono le cose, com’è il mondo, com’è la vita attraverso la negazione anzichè attraverso l’accettazione.
Perché continui a guardarti di fronte ad uno specchio incrostato dalla sabbia senza darti la possibilità di vedere la tua vera bellezza? Quella sabbia è il tuo dialogo interno che ti dice che non sei adeguato a questo o a quello o che non sei come chicchessia o che non hai qualcos’altro. Chi te lo ha detto che è cosi? Perché lo credi? Ciò che esiste nel mondo è già tuo, basta che tu ne sia consapevole e lo accetti.
Forse pensi che non sia reale? Ma la “realtà” non esiste. Esistono tante realtà quanti esseri umani ci sono su questo pianeta. Ognuno di noi crea e vive la propria realtà. La “realtà” è solo un illusione, è creata dalle nostre esperienze e dalle nostre credenze. Ciò che noi vediamo è qualcosa che è programmato in noi, NON è l’unica realtà. Iniziamo ad accettare totalmente noi stessi e tutto ciò che ci circonda e la realtà si espande. Attraverso la non accettazione e cioè la resistenza si diventa prigionieri degli eventi, del mondo esterno, di se stessi e dei propri pensieri limitanti.
Per interrompere i comportamenti che non portano ai cambiamenti sperati è necessaria l’accettazione totale di se stessi. Non è utile andare contro! Lasciati andare!
Tutto ciò che ti hanno insegnato a credere fino ad oggi potrebbe semplicemente non essere vero! Non possiamo essere come ci hanno detto che “dovremmo” essere. Ed è proprio per quello che ora forse ti senti inadeguato. Ascolta i tuoi sentimentiperché solo tu puoi sapere cosa è giusto per te. Lasciati guidare da ciò che provi. Nessuno può sentire cosa è giusto per un altro. Abbiamo un corpo fisico per questo motivo, per imparare ad ascoltarci dentro, ma nessuno lo può fare al nostro posto.
Iniziamo ad amarci e ad accettarci cosi come siamo, accettando anche quelle cose che al momento sembrerebbe che non ci piacciono. Accettiamole ed amiamole, togliamo la tensione. Sciogliendo la tensione le cose possono finalmente iniziare a cambiare.
Essere arrabbiati con sè stessi o col mondo, sentirsi vittime degli eventi, non accettare se stessi non ci daranno mai la vita che desideriamo.
Vediamo insieme il processo dei 2 diversi atteggiamenti mentali/emozionali:

* Resistenza ==> Sofferenza ==> Chiusura ==> Perdita di Energia ==> Situazioni che si ripetono senza essere risolte

* Accettazione ==> Libertà ==> Espansione ==> Aumento di Energia ==> Situazioni che cambiano in meglio e si risolvono

 

Quando non accettiamo le cose così come sono e puntiamo in piedi le risolviamo? No!
Ci sentiamo meglio? No!
Invece cosa avviene? Vengono ripetuti i soliti schemi e le solite storie identificate come “problemi”, vengono fomentate le solite emozioni che non fanno sentire bene, si fa ritorno al solito precedente programma.
Lasciando andare le convinzioni programmate, le negazioni e le supposizioni permettiamo che una saggezza più profonda ci guidi verso la soluzione.
Abbiamo dunque un’espansione di noi stessi e della nostra vita.
Nel momento in cui iniziamo ad accettare ogni singolo step del percorso accadono 2 processi di espansione che ne allentano la resistenza portandoci verso la realizzazione:
•          Smettiamo di identificarci con il sé sofferente, con le esperienze e reazioni automatiche ed iniziamo a riconoscere il nostro sé autentico.
•          Ci liberiamo dagli aspetti condizionati reattivi della personalità, permettendo loro di tornare alla propria natura autentica.
 
Qual è il meccanismo che mantiene e perpetua situazioni di scarsità, insoddisfazione, sofferenza, sensazioni di non trovare una via d’uscita ai propri problemi?
LA RESISTENZA
Qual è l’interruttore, la leva da spostare per cambiare le cose e poter vivere al di fuori della trappola degli schemi ripetitivi?
L’ ACCETTAZIONE
Questo non significa che le cose debbano rimanere cosi come sono anche se non ci piacciono, ma significa che innanzitutto dobbiamo accettarle completamente, vederle con occhi nuovi ed amorevoli, amarle e poi la situazione finalmente si apre, si trasforma, cambia e migliora.
E’ indispensabile espandere le proprie credenze e cambiare il proprio stato affinchè avvenga la trasformazione.
Il cambiamento avviene quando abbiamo allentato la tensione e lo abbiamo accolto amorevolmente. Quando iniziamo ad accettare tutto di noi, di come siamo, del nostro passato e della nostra vita attuale.


di Monica Giovine

Dal Sito: piuchepuoi.it


giovedì 17 maggio 2018

Non Posso Cambiare La Situazione Ma Posso Cambiare La Mia Mente



“Non devi cercare di fare in modo che le cose vadano come vuoi, ma accettare le cose come vanno: così sarai sereno.” Epitteto

I latini usavano dire: Faber est suae quisque fortunae, vale a dire ognuno è artefice della propria fortuna, del proprio destino e in ultima analisi è il costruttore della propria vita. In questo senso non è azzardato sostenere che la persona che più di tutte può renderci felici è rappresentata, per ciascuno, da se stesso.

Ci sono situazioni che possiamo cambiare, altre no

Certo, ci sono situazioni che non possiamo cambiare ma possiamo cambiare la mente: preferite la via della rassegnazione o dell’accettazione?

Se mi alzo una mattina e penso “Oh mio Dio, non credo sarò capace di affrontare la mia separazione“, vuol dire che la mia vita non è affatto come la desidero” ovviamente mi sentirò male o comunque frustrato/a.

La via della rassegnazione

Questo atteggiamento mi porterà ad avere un pensiero tipo “ok, le cose stanno così, me ne faccio una ragione perché tanto non posso fare nulla per cambiarle”. Questo è RASSEGNARSI e scegliere più o meno consapevolmente la strada della frustrazione, dell’impotenza, della tristezza, dello svuotamento, del vedere la vita con occhi incolori.

La via dell’accettazione

E sappiatelo: tutte noi, ci siamo caduti a volte. Non importa. Se in questo preciso momento ci rendiamo conto che stiamo seguendo questa strada, possiamo scegliere di cambiarla… in un istante. Esiste infatti un’altra via, quella dell’accettazione.

“Ci sono sempre due scelte nella vita: accettare le condizioni in cui viviamo o assumersi la responsabilità di cambiarle” Denis Waitley

La via dell’accettazione, nella stessa situazione, ci porterà ad avere un pensiero tipo “ok, le cose stanno così: mi piacerebbe che fossero diverse ma prendo atto che ora questa è la situazione. Ok, ci sto. Adesso cosa possa fare per migliorarla? Cosa è in mio potere per cambiarla?”

E da lì ogni cambiamento è decisamente più semplice. Quante volte le persone dicono “NON POSSO ACCETTARLO!” quasi sempre con rabbia, frustrazione, rancore, malessere? Quante volte tu, lo hai detto e lo dici ad alta voce o nella tua testa? Non lo trovi stancante? Non è difficile, vivere in un mondo in cui devi sempre lottare contro qualcosa o qualcuno?

E quanto prima lo accettiamo, tanto prima smetteremo di soffrire

Quando una persona non vuole rimanere al nostro fianco possiamo fare ben poco per trattenerla. È inutile lamentarci se abbiamo perso un’opportunità di lavoro. Per quanto proattivi, entusiasti e positivi siamo, ci sono situazioni che non possiamo cambiare. In questi casi ci resta solo la possibilità di cambiare la nostra mente.

I pericoli della non-accettazione

Ci sono situazioni che dobbiamo accettare anche se non siamo in grado di cambiarle. Quando non le accettiamo si trasformano in un ostacolo che ci sottrae energia. Il vero miracolo succede quando le accettiamo, dato che durante questo processo di apparente resa cresciamo e voltiamo pagina. Che cosa accade quando non accettiamo una situazione che non possiamo cambiare?

Ci mantiene bloccati

Se ci troviamo di fronte a un muro e tentiamo di tutto per abbatterlo ma senza riuscirci, ci sentiremo frustrati e inizieremo a lamentarci. In questo modo resteremo bloccati sul nostro cammino. Al contrario, se cerchiamo di trovare altre soluzioni, possiamo continuare ad andare avanti, grazie anche al muro che ci ha stimolati.

Ci rende infelici

Quando non riusciamo a cambiare la situazione o gli altri non soddisfano le nostre aspettative, la frustrazione può crescere enormemente. Legandoci a questo problema ci impediamo di essere felici, è come se ci costringessimo a trascinare una grossa pietra, anche se in realtà ci piacerebbe lasciarla andare, ma non sappiamo come.

Ci impedisce di vedere le opportunità

Un problema o una situazione negativa, soprattutto se mantenuti nel tempo, tendono a generare frustrazione. E in questo stato non solo non siamo in grado di andare avanti, ma non riusciamo neppure a percepire le soluzioni e le opportunità che abbiamo sotto gli occhi. Non accettare un fatto significa chiudersi alle opportunità, scegliendo di rimanere nel passato.

Non è la situazione, è come reagisci

Spesso confondiamo la realtà con le nostre reazioni. Ma è importante notare che non è la situazione in se stessa che genera frustrazione, sofferenza o angoscia, queste sono solo le nostre risposte agli eventi che non possiamo o non vogliamo gestire. Si tratta di una differenza sostanziale, perché in questo modo è possibile separare l’evento dalla nostra reazione allo stesso. Si tratta insomma di renderti conto che stai reagendo a un significato, non a un fatto.

Infatti, molte volte siamo noi stessi che aggiungiamo benzina al fuoco, immaginando i peggiori scenari possibili o lasciando che le emozioni negative prendano il sopravvento. In questo modo otteniamo solo di peggiorare la situazione, quando l’obiettivo è quello di sentirci meglio. In pratica, finiamo per perdere la prospettiva che bene e male, negativo e positivo, si basino essenzialmente sui nostri punti di vista, su come scegliamo di reagire a determinate situazioni.

Molte delle situazioni che a prima vista possiamo considerare negative o cattive, possono essere positive, o almeno assumere un carattere neutro se cambiamo prospettiva e ne approfittiamo.

Naturalmente, non si tratta di relativizzare tutto o soffrire in silenzio. Quando una situazione non ci piace o diventa un ostacolo per il raggiungimento dei nostri obiettivi, dobbiamo cercare di cambiarla, ma se non siamo in grado di farlo, sbattere continuamente contro il muro servirà solo a farci del male. Se non siamo in grado di abbattere quel muro è meglio imparare a sfruttarlo.

Per raggiungere questo obiettivo, è importante capire che tutto dipende dall’interpretazione, che è determinata dalle nostre esperienze, le aspettative e le emozioni che ci trattengono e ci condizionano. Tuttavia, quella che stiamo vedendo non è l’unica realtà, ma solo un aspetto di questa. La nostra reazione alla situazione sarà la versione finale. Pertanto, concentrati sulla ricerca di soluzioni, non lamentarti.

Ricorda che la vita non è come si desidera che sia, molto spesso è capricciosa e imprevedibile. Continuerà a mettere dei problemi sul tuo cammino ma anche nuove opportunità. Sei tu che scegli se vuoi essere una vittima o se preferisci prendere in mano le redini e imparare ad ogni passo che fai.

Dopo tutto, ricorda che nulla è per sempre. Se qualcosa non ti piace, prova a cambiarlo, se non è possibile, non torturarti e cambia atteggiamento. Impara ad abbracciare la vita con tutto ciò che comporta.

Ana Maria Sepe

Dal Sito: psicoadvisor.com

mercoledì 9 maggio 2018

Come cambiare se stessi o meglio come accettarsi



Il segreto per cambiare se stessi è accettarsi totalmente, con i propri punti forti e con quelli deboli; chi si vede debole ha un sano senso di autostima.

Ecco qui il segreto: il primo grande passo per cambiare è accettarsi.

Chi di noi è perfettamente contento di quello che è, di ciò che rappresenta o di quello che può dare o fare? Capita di dire: devo mettermi a dieta, devo cercare un lavoro migliore, devo cambiare casa, devo essere più ordinato, meno perfezionista, e potremmo andare avanti per ore ottenendo un elenco lunghissimo di cose da cambiare.

Sicuramente, adesso, ti starai chiedendo cosa vorresti cambiare di te stesso, giusto? Hai capito cosa ti piacerebbe avere o essere?

Indubbiamente, il desiderio di cambiare è qualcosa che ci accompagna costantemente per tutta la vita. Spesso, si è intenti a voler cambiare questo o quello, sia in termini di cose materiali, più facili da realizzare, sia in termini di caratteristiche personali. Tuttavia, è difficile capire da dove cominciare e cosa possiamo realmente fare per poter effettuare un cambiamento su noi stessi.

Gran parte di noi, penso, ha seguito per un periodo della sua vita un regime alimentare dietetico. Alla fine, ottenuti i risultati, capita di non essere pienamente soddisfatti di quanto conseguito e ci si sente come se mancasse un pezzo del puzzle. Ma di cosa si tratta? beh, direi di un cambiamento di forma a cui non segue un cambiamento di sostanza, la stessa che poi porta a intraprendere un comportamento volto ad un mutamento fittizio.

Ora vi svelo un segreto.  Curiosi?

Bene, ecco qui il segreto: il primo grande passo per cambiare è accettarsi.

Il paradosso centrale del processo di cambiamento è proprio questo: abbandonare il desiderio di voler essere qualcosa di diverso da ciò che si è, accettando di non esserlo; solo a questo punto si sperimenta il cambiamento. Si tratta, dunque, di abbandonare i tentativi di manipolazione operati verso se stessi e accettare quello che non si può diventare. Insomma, per potersi accettare veramente per quello che si è bisogna liberarsi dai progetti illusori su noi stessi.

Perché l’accettazione? Perché normalmente dietro ad ogni cambiamento, almeno nella maggior parte dei casi o sicuramente per i più importanti, c’è sempre un problema o qualcosa che si vuole lasciare alle spalle o si fa finta di non vedere. Tuttavia, finché non accettiamo il problema che muove le fila della sofferenza, come se fosse un burattinaio, o zavorre derivanti da regole morali che ci portiamo dietro da sempre e che impediscono di spiccare il volo, non riusciremo mai a essere pienamente soddisfatti di noi stessi.

Se tentassimo di effettuare un grande cambiamento senza accettare, e affrontare, prima di qualsiasi altra cosa, il problema che lo ha generato, alla fine otterremmo solo un appagamento parziale a cui seguirebbe un senso di frustrazione e di fallimento. Quindi, prima di operare qualsiasi tipo di cambiamento comportamentale è necessario accettare il problema, ovvero il tema doloroso che sottende tutto il nostro funzionamento.

Accettare ciò che ci spaventa, dunque, non significa rassegnarsi o tollerare, ma vuol dire riconoscere totalmente e in tutta la sua pienezza il problema. Naturalmente, per accettare è necessario prima di tutto osservare il tema, immergercisi, assumendo la posizione di un osservatore esterno, apprezzandone tutte le diverse sfaccettature. Cercare di capire razionalmente una situazione non significa accettarla, ma equivale a comprenderne le cause e le implicazioni. Dopo aver ottenuto una valutazione oggettiva si passa alla fase successiva: l’accettazione emotiva.
La fase più dolorosa è proprio quest’ultima, ovvero accettare l’emozione negativa che scaturisce quando si pensa all’evento doloroso. A questo punto, l’accettazione dell’emozione negativa porta, esponendosi gradualmente alla stessa, ad un calo progressivo dell’arousal emotivo fino a quando non sparisce totalmente. Questa fase sarà superata solo nel momento in cui, rievocando la situazione critica, l’emozione che riecheggia non sarà più disturbante. Così facendo si apre una finestra logica sulla situazione temuta che porta ad una visione della stessa senza emozioni disturbanti. Il cambiamento è avvenuto, Accetto!

Attenzione, accettarsi non vuol dire affatto crogiolarsi  nel pensiero delle proprie debolezze, ma riconoscerle per quelle che sono, senza autocommiserarsi o criticarsi.

Decisivo è accettarsi totalmente, non solo con i propri punti forti, ma anche, e soprattutto, con quelli deboli. Chi si permette e si concede la possibilità di vedersi debole ha un sano senso di autostima, perché sa guardare con umorismo ai propri limiti o ferite. Nel momento in cui ci riconciliamo con essi, le ferite diventano la nostra forza, uno scrigno da custodire, da portare dentro per tutta la vita. Solo allora, potremmo essere in grado di conoscere e di scoprire la nostra vera natura o vocazione.

Dal Sito: stateofmind.it

venerdì 13 aprile 2018

L’accettazione come fase di sviluppo personale


Nella vita vi troverete sempre in situazioni che immaginavate diverse. L’unica soluzione per mantenere l’equilibrio del vostro benessere emotivo è quella di adottare la tecnica dell’accettazione. Accettare quello che non potete cambiare è di vitale importanza per andare avanti e vivere serenamente la vostra vita. Chi non ha mai desiderato vivere una realtà diversa da quella in cui si trova? Chi non ha mai commesso errori? Chi non si è mai risentito del comportamento o dello stile di vita di un’altra persona? Di fronte a qualsiasi circostanza che vi faccia star male, valutate se potete fare qualcosa per risolverla o cambiarla. Immaginate un piano di azione per migliorare la vostra vita. In caso contrario, qualora, cioè, non poteste fare nulla per cambiare la situazione, per andare avanti dovete semplicemente accettare la realtà così com’è, altrimenti soffrirete più del necessario. Lottare contro una realtà immobile ed immutabile comporta un’inutile e dolorosa perdita di tempo e di energie. Solamente con l’accettazione potrete vivere liberamente e serenamente.

Accettare non significa conformarsi

A seguire faremo una distinzione tra l’accettazione e il conformarsi:

Come tutti sapete, nella vita non va sempre tutto bene. In questo senso, l’accettazione è una forma di tolleranza, però con una tendenza all’azione. Si può convivere con una situazione sgradevole senza soffrirne troppo. Non si tratta solo di questo, infatti bisogna focalizzare il proprio interesse e la propria attenzione su qualcos’altro, bisogna cercare di aprire nuove porte. Accettare significa abbandonare una lotta contro qualcosa che non ha soluzione e cercare altre strade che ci permettano di vivere la vita che desideriamo. Nei confronti di una realtà che non si può cambiare, l’atteggiamento è: “Questo è quanto, non posso farci nulla, lo accetto e vado avanti con la mia vita per vedere in quale altro modo posso raggiungere i miei obiettivi”

Quando non tolleriamo una situazione, ci adattiamo o conformiamo ad essa. Visto che le cose non vanno come ci aspettavamo, ci chiudiamo in un guscio senza agire e/o reagire. Avvertiamo emozioni negative e ci arrendiamo, credendo di non poter migliorare la nostra vita. Abbiamo pensieri del tipo: “Non posso fare nulla per cambiare la mia vita, sono sfortunato/a e sarò sempre infelice”. Ci lamentiamo e facciamo le vittime, perdendo la speranza di un futuro migliore. Non apriamo la mente a nuove possibilità e gettiamo la spugna, adattandoci a vivere la vita che non ci piace, senza muovere un dito per cambiarla. Questo genera una forte frustrazione.

Il vostro futuro è nelle vostre mani

Accettate la realtà e fate qualcosa di costruttivo per uscire da ciò che vi rende infelici. Non può andare sempre tutto bene e non tutte le persone sono uguali, per questo l’accettazione sarà la vostra migliore alleata contro una vita stressante.Aprite la mente a nuovi orizzonti e ricordate che, anche se la vostra vita non è come l’avevate desiderata, può esserlo in futuro se seminate bene nel presente. Tutti abbiamo il potere di indirizzare e cambiare la nostra vita. Non dimenticate che un piccolo passo, una piccola azione, diventeranno qualcosa di grande e importante nel vostro futuro.

Dal Sito: lamentemeravigliosa.it 

venerdì 9 marzo 2018

Autostima, una perla preziosa

Spesso alla base di un disagio psicologico, oltre a specificità, vi è una mancata accettazione di se stessi, ricollegabile a un problema di scarsa autostima.


L’autostima puo’ essere definita come il giudizio che diamo di noi stessi, è il piu’ importante tra tutti quelli che riceviamo nel corso della vita, non è stabile ma si evolve nel tempo ed è il risultato di fattori interni ed esterni.

Una buona autostima si caratterizza per la fiducia nelle proprie capacità di apprendere, di compiere scelte adeguate, di prendere decisioni giuste, di affrontare i cambiamenti. Sentire di non farcela, puo’ non invogliare a dare il meglio di sé e a compiere scelte adeguate per il proprio benessere. Non amarsi e non accettarsi, puo’ rendere difficile amare l’altro e accettare il suo amore con ripercussioni nelle relazioni interpersonali.

Un livello di autostima adeguato è un bisogno psicologico fondamentale, in quanto se non presente influisce negativamente con le capacità di funzionamento sociale. Infatti il livello di autostima ha profonde conseguenze su ogni aspetto dell’esistenza: sul lavoro, nelle relazioni con gli altri, nel raggiungimento dei traguardi, nella capacità di realizzarsi ed essere felici. Per comprendere una persona è importante comprenderne il concetto di sé che influenza le sue scelte di vita.

Non bisogna confondere un buon livello di autostima con l’arroganza e la vanità: la felicità di chi la possiede risiede nell’essere quello che si è, non nell’essere migliore degli altri, non vi è una ricerca di superiorità (che al contrario puo' ricondursi a bassa autostima o al Disturbo Narcisistico di Personalità) ma un’accettazione di sé.

Questo non comporta non porsi obiettivi e non impegnarsi a migliorare, ma significa accettazione dei propri limiti e consapevolezza delle proprie capacità e potenzialità che permette di compiere scelte adeguate e di porsi obiettivi raggiungibili e significativi realizzando il proprio essere e il proprio potenziale.

Spesso alla base di un disagio psicologico, oltre a specificità, vi è un senso di inadeguatezza, di inferiorità e di sfiducia nelle proprie capacità, una mancanza di accettazione di se stessi, ricollegabili a un problema di scarsa autostima.

Reputo fondamentale lavorare sull’autostima per promuovere il benessere dell’individuo sia in contesti clinici che scolastici e aziendali, sia in setting individuali che di gruppo, a seconda dei bisogni e delle esigenze.

L’obiettivo è promuovere benessere attraverso una crescita personale che stimoli l’apprendimento di strategie per migliorare le relazioni con gli altri e con se stesso, incoraggiando l’auto-affermazione, una maggiore accettazione di sé e la determinazione nel raggiungere obiettivi da porsi nella vita, in un clima di accettazione e rispetto che permetta l’espressione dei propri sentimenti anche negativi senza scontrarsi con critiche, prediche o sarcasmo, e agendo sulla resilienza, ovvero le risorse che le persone possiedono. Una buona autostima sostiene e aumenta la qualità della vita e la felicità, permettendo di sfruttare al meglio tali risorse.


Dr.ssa Annalisa De Filippo

Dal Sito: www.medicitalia.it 

giovedì 25 gennaio 2018

Accettarsi Incondizionatamente: Il Regalo Più Bello Che Possiamo Farci

Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore che dura una vita. 
Oscar Wilde
Molte persone non riescono ad essere serene e ad accettarsi per quel che sono e come si pongono agli altri: perché accade questo? Questa mancata accettazione pone le sue radici nell’inconscio che farebbe costruire dentro di se una sorta di “elaborazione distorta intrusiva” del tipo: “se io sono perfetto/a, nessuno avrà alcunché da criticare di me: così non sarò rifiutato/a nè criticato/a, e quindi sarò accettato/a”.

Ogni volta che qualcuno ci critica o ci fa sentire inadeguati, perdiamo una piccola dose di quell’amore che avevamo per noi stessi

Impariamo che, se vogliamo essere accettati dagli altri, dobbiamo corrispondere a determinati standard e se non lo facciamo, gli altri ci faranno notare che siamo fuori dalla loro cerchia. A questo punto smettiamo di amarci incondizionatamente e iniziamo a condizionare la relazione con il nostro “io” ai nostri successi e fallimenti.

Nel momento stesso in cui iniziamo a giudicarci applicando le regole degli altri, smettiamo di amarci per quello che siamo

Si tratta di un processo doloroso nel quale siamo passati tutti. Come risultato non sorprende che molte persone, anche adulti di successo, continuino a sperimentare una sensazione di disagio con se stessi attribuendosi costantemente delle colpe. Queste persone hanno perso il contatto con il loro “io” più profondo perché hanno costruito un “io sociale” che lo ha sepolto.

Lo scopo finale è quello di essere accettati

Accettati da chi? Ecco che ritorna il pensiero inconscio: “dagli altri, forse originariamente non deluderò le aspettative dei genitori. Forse non deluderò e sarò degno/a delle persone più belle, più raffinate, più intelligenti di me, più mature, quelle che ci sanno fare molto più di me…”.

I segnali che indicano che non ci accettiamo incondizionatamente

Ci sentiamo spesso inadeguati in situazioni e contesti diversi

Pensiamo di non meritare l’amore degli altri

Ci paragoniamo costantemente agli altri e finiamo sempre per sentirci inferiori

Pensiamo di non essere abbastanza intelligenti/belli/interessanti/socievoli

Non intraprendiamo nuovi progetti per paura di fallire

Ci reprimiamo costantemente, non ci permetti di essere noi stessi

Ci sentiamo a disagio con noi stessi e non ci piace stare da soli con i nostri pensieri

Quando ci assumiamo il 100 per cento della responsabilità e amiamo veramente noi stessi, la gentilezza, la considerazione e la responsabilità verso gli altri vengono facilmente, perché quando amiamo noi stessi viene naturale amare gli altri. Mabel Katz

Per evitare che l’insicurezza ci invalidi l’esistenza è bene elaborare le cause che ci hanno portato ad essere insicuri

E’ fondamentale accettare e comprendere che i difetti non esistono in sè; sono le nostre distorsioni cognitive che ci fanno credere di essere inadeguati.  E’ fondamentale inoltre non guardare a chi dovrebbe giudicarci come quando eravamo bambini: in questo modo eviteremo di mantenere inconsciamente la odiata, ma anche cercata dipendenza dallo sguardo censore degli altri (ma che ormai abbiamo interiorizzato).

Suggerimenti pratici per accettarsi con serenità

Accettarsi incondizionatamente è il primo passo per amarsi incondizionatamente. Non possiamo stare bene con noi stessi se ci critichiamo costantemente, se pensiamo di essere dei falliti o non abbastanza intelligenti e attraenti.

È interessante il fatto che accettare i nostri difetti o imperfezioni non significa non impegnarsi a migliorare. L’accettazione implica, prima di tutto, la piena consapevolezza. Questo vuol dire che siamo consapevoli degli errori che abbiamo fatto ma non continuiamo a punirci per questi, piuttosto cerchiamo di correggerli. Significa che siamo consapevoli dei nostri limiti e cerchiamo di fare un ulteriore passo avanti.

L’accettazione incondizionata implica sperimentare la realtà così com’è, senza alcuna negazione o rifiuto. Con il passare del tempo, se questo atteggiamento è davvero sincero cancellerà le sensazioni negative e spiacevoli che provavamo verso noi stessi e lascerà il posto all’amore.

Il processo di accettazione incondizionata è lungo e doloroso. Ma alla fine del percorso scoprirete che è anche liberatorio. Infatti, troviamo difficile praticare l’accettazione incondizionata perché ci è stato insegnato a criticarci e diventare il nostro giudice più severo. Ci è stato insegnato ad adattarci alla società, ma non a convivere con noi stessi.

Riscopriamo chi siamo

Per accettarci dobbiamo conoscerci. Dedichiamo tutti i giorni qualche minuto a guardare dentro di noi. Chiediamoci cosa ci piace e cosa detestiamo, cosa ci rende felice, cosa non ci piace di noi, chi siamo veramente… possono sembrare domande banali, ma forse ci sorprenderemo scoprendo che non abbiamo risposte per molte di queste perchè da molto tempo abbiamo perso la connessione con il nostro “io interiore”. L’importante, non arrendersi, concedersi piuttosto il tempo necessario.

Accettiamoci senza criticarci

Ogni volta che commettiamo un errore o scopriamo una parte di noi che non ci piace, invece di giudicarci e criticarci accettimolo semplicemente. Prendiamo atto della realtà come fossimo un osservatore imparziale. Chiediamoci cosa possiamo imparare e in che modo questo errore o “difetto” può trasformarci in una persona migliore. Accettiamo di non essere perfetti e che non abbimo bisogno di esserlo per amarci ed essere una persona di valore.

RICORDATE…
Quando si comincia a mettere a frutto le proprie doti, facendo del meglio con il poco che si ha, quel poco si moltiplica e si scopre di avere delle risorse inaspettate.

Ana Maria Sepe

Dal Sito: psicoadvisor.com

martedì 3 ottobre 2017

L’impulsività e la disregolazione emotiva: come tollerare la sofferenza




L' accettazione della sofferenza è l’unico modo per non farsi sopraffare dalle emozioni negative e dall' impulsività che spesso peggiora il nostro dolore

L’ accettazione della sofferenza è un obiettivo fondamentale nella vita di chiunque e soprattutto di chi, quando prova emozioni intense e dolorose, tende ad agire con impulsività,peggiorando in questo modo le situazioni che in quel momento sono già di per sé dolorose.
Marianna Palermo, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano
Perché è utile tollerare la sofferenza

La capacità di tollerare e accettare la sofferenza è un obiettivo fondamentale nella vita di chiunque e soprattutto di chi, quando prova emozioni intense e dolorose, tende ad agire d’impulso, peggiorando in questo modo le situazioni che in quel momento sono già di per sé dolorose. Il dolore e la sofferenza fanno parte della vita e per questo non possono essere completamente evitati. Imparare ad accettare e a tollerare tale sofferenza è l’unico modo per non farsi sopraffare dalle emozioni.

Questo tema è stato ampiamente indagato da Marsha Linehan (docente di psicologia e psichiatria presso l’Università di Washington e specializzata nel trattamento dei pazienti con disturbo borderline di personalità), la quale ha ideato un programma di skills training, facente parte del modello psicoterapico DBT (Dialectical Behavior Therapy). Tale terapia è stata concepita inizialmente per il disturbo borderline, ma successivamente si è evoluta ed è stata adattata anche ad altre forme psicopatologiche, tra cui i disturbi alimentari, le dipendenze, il comportamento suicidario, la depressione resistente.

La Dialectical Behavior Therapy prevede la combinazione di una terapia individuale e di uno skills training condotto in gruppo da un conduttore e un co-conduttore entrambi esperti di terapia dialettico-comportamentale. E’ opportuno anche che ci sia uno scambio di informazioni tra il terapeuta individuale e i conduttori dello skills training per favorire una maggiore integrazione tra i due tipi di terapia.

Lo skills training prevede 4 moduli e viene attuato generalmente in un setting di gruppo. L’obiettivo è quello di favorire nei pazienti l’apprendimento di strategie più adattive per gestire le situazioni difficili. I moduli dello skills training sono relativi alla pratica della mindfulness, alla regolazione delle emozioni, all’efficacia nelle relazioni interpersonali e alla tolleranza della sofferenza emotiva. In questo articolo mi soffermerò proprio su quest’ultimo modulo.
La tolleranza della sofferenza può essere definita come la capacità di percepire l’ambiente circostante senza pretendere che sia diverso da come è e di sperimentare le proprie emozioni e riconoscere i propri pensieri osservandoli senza valutarli o controllarli (Marsha Linehan, 2015). Per poter raggiungere tale obiettivo, secondo Marsha Linhean, è necessario apprendere delle abilità definite di sopravvivenza alle crisi, che consistono in soluzioni a breve termine a situazioni particolarmente dolorose. Le abilità di sopravvivenza alle crisi è, tuttavia, opportuno che siano utilizzate solo in momenti davvero critici, di elevata intensità emotiva, quando si rischia di agire con impulsività, peggiorando le conseguenze; in un secondo momento, invece, è utile utilizzare le abilità presentate negli altri moduli della DBT per regolare le emozioni, raggiungere i propri scopi, attuare processi di problem-solving, gestire le proprie relazioni interpersonali, e quindi in ultima analisi costruire una vita degna di essere vissuta.

Nello stesso modulo Marsha Linehan presenta il tema dell’accettazione della realtàquando gli eventi risultano dolorosi, ma purtroppo non possono essere modificati, perlomeno nel breve termine. Tale percorso risulta spesso molto doloroso, ma al termine di esso è possibile sperimentare uno stato di maggiore calma e serenità. Tale concetto sarà meglio esplicato in seguito.
Cos’è una crisi e quando utilizzare tali abilità

La crisi può essere definita come una situazione particolarmente stressante, di breve durata ma che non può essere modificata nell’immediato. Essa genera un’emozione molto forte, ma se si utilizzano alcune abilità è possibile ridurre l’intensità del dolore e dell’emozione tanto da renderlo più sopportabile.

Mettendo in atto queste abilità, si evita di agire sull’onda della mente emotiva, dell’ impulsività, di peggiorare la situazione e invece si permette a se stessi di porsi nella mente saggia e di definire ciò che può essere più vantaggioso in quella determinata situazione. Un esempio di situazione critica in cui è assolutamente opportuno ricorrere a tali abilità può essere quella in cui si è assaliti da un desiderio impellente di bere, abusare di droghe o picchiare qualcuno, in quanto tali comportamenti risultano disfunzionali, peggiorano la situazione e presentano una serie di effetti contrari e negativi a lungo termine.

Le abilità per tollerare la sofferenza, senza agire con impulsività

Una prima abilità che, secondo Marsha Linehan, consente di trattenersi dall’agire con impulsività peggiorando così la situazione, è quella dello STOP che prevede diversi passi:
Stop: quando le emozioni stanno per prendere il sopravvento, è opportuno fermarsi, non reagire, non muovere nessun muscolo per cercare di conservare il controllo;
Fare un passo indietro: prendere le distanze dalla situazione e respirare profondamente è funzionale a riacquistare il controllo della situazione;
Osservare: fermarsi a guardare ciò che accade dentro e al di fuori di sé consente di non saltare alle conclusioni, di comprendere ciò che sta accadendo e di considerare le diverse opzioni;
Procedere in maniera mindful: questo passo consente di agire con consapevolezza, considerando i propri pensieri e le proprie emozioni e quelli degli altri; si agisce ponendosi nella mente saggia e chiedendosi ciò che sarebbe più opportuno fare per non peggiorare la situazione.

Un’ abilità che, invece, consente di prendere decisioni rispetto al proprio comportamento scegliendo tra 2 o più possibilità è quella dei PRO e dei CONTRO. La strategia consiste nello stilare una lista dei vantaggi e degli svantaggi dell’agire con impulsività e del resistere all’impulso sia a breve che a lungo termine. Azioni dettate dall’ impulsività potrebbero essere: mettere in atto comportamenti violenti, di abuso di alcol o sostanze oppure comportamenti autolesivi. Una volta stilata tale lista dei Pro e Contro potrebbe essere opportuno portarla con sé e rileggerla quando si sta per mettere in atto un comportamento impulsivo.

Altri comportamenti funzionali nei momenti di crisi sono quelli che agiscono sulla chimica del corpo e che abbassano il livello fisiologico di attivazione. Queste abilità consistono nel ridurre la temperatura corporea ad esempio utilizzando dell’acqua fredda, oppure nel compiere uno sforzo fisico o ancora nel rallentare il ritmo della respirazione. Infine se si ha più tempo a disposizione è possibile mettere in atto il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson.

Altre abilità che consentono di porsi nella mente saggia e di ridurre il contatto con la propria sofferenza sono quelle di distrazione. Tali skills sono opportune nelle situazioni in cui il dolore può diventare troppo forte o quando i problemi non possono essere risolti immediatamente. È possibile individuare 7 diversi tipi di attività di distrazione:
Impegnarsi in attività emotivamente neutrali o opposte alle emozioni negative contribuisce a ridurre impulsività e sofferenza emotiva (ad esempio guardare un film, ascoltare della musica, leggere, praticare dello sport sono azioni che possono aiutare a distrarsi dal dolore);
Contribuire al benessere degli altri attraverso azioni gentili, premurose o di volontariato consente di spostare la propria attenzione da se stessi agli altri;
Fare confronti con chi è meno fortunato può essere funzionale a rileggere la propria situazione in un’ottica più positiva;
Un’altra abilità consiste nel mettere in atto azioni opposte, ossia azioni che generano un’emozione opposta rispetto a quella che si sta sperimentando in quel momento. Provare ad attivare emozioni diverse nelle situazioni di crisi consente di avere il controllo di sé e delle proprie emozioni, di allontanarsi per un momento da un dolore troppo forte e di rendere più sopportabile una sofferenza che altrimenti sarebbe troppo intensa;
In alcuni casi anche tenere lontana una situazione fisicamente o mentalmente può consentire di evitare di mettere in atto comportamenti distruttivi; si può immaginare di impacchettare il dolore, di chiuderlo in una scatola o di erigere un muro tra sé e quella situazione;
In altri casi può essere più funzionale distrarsi con delle azioni mentali, tra cui contare fino a 10, oppure con azioni concrete, ad esempio cantare una canzone o fare dei puzzle.
Un’ultima categoria di abilità è rappresentata da quelle che consentono di generare sensazioni fisiche differenti, ad esempio stringere una palla di gomma o un cubetto di ghiaccio o fare un bagno caldo o una doccia fredda possono indurre dei cambiamenti fisiologici repentini e contribuire a tollerare e a modificare quel momento doloroso.

Altre abilità autoconsolatorie sono, invece, quelle che consentono di sfruttare i cinque sensi per rendere più piacevole e confortante una situazione difficile, utilizzando la vista (osservare la natura, il cielo stellato, altri stimoli visivi), l’udito (ascoltare la musica, il rumore della pioggia, suonare uno strumento..), l’olfatto (sentire il profumo dell’incenso, di una candela profumata, di un fiore..), il gusto (degustare cibi preferiti) e il tatto (coccolare un animale domestico, spalmarsi della crema idratante..) contribuisce a rendere più tollerabile e piacevole la situazione presente.

Infine altre abilità funzionali a rendere meno doloroso il momento presente possono essere: immaginare di essere in un posto immaginario o reale rilassante, cercare un senso al dolore che si sta provando, pregare, dedicarsi ad attività rilassanti (quali lo yoga o la meditazione), stare sul presente e compiere solo un’azione alla volta, concedersi un breve riposo, autoincoraggiarsi e complimentarsi con se stessi per gli sforzi che si stanno compiendo.
Le abilità di accettazione della realtà

Quando la situazione che si sta vivendo continua ad essere dolorosa e non è possibile modificarla, perlomeno nell’immediato, secondo Marsha Linehan è opportuno mettere in atto delle abilità di accettazione della realtà, che consentono di vivere una vita presente migliore di quella che si vivrebbe continuando ad ostinarsi nel voler modificare tale realtà.

Accettare la realtà significa smettere di combatterla e lasciar andare l’amarezza e la sofferenza; la realtà andrebbe accettata in ogni sua parte, in maniera completa. Ciò che è opportuno accettare è che ogni cosa ha delle cause che possono anche prescindere da se stessi, che ci sono limitazioni legate al passato o al presente e che la vita può essere degna di essere vissuta anche se vi sono eventi dolorosi. Se questi eventi negativi e immodificabili non vengono accettati si rischia di continuare a provare emozioni intense e dolorose di tristezza, vergogna o rabbia.

L’ accettazione rappresenta, dunque, l’opposto dell’ostinazione, che invece consiste nel continuare a rifiutare la realtà, nel volerla cambiare a tutti i costi, nel voler continuare a tenere il controllo della situazione. Il processo di accettazione, invece, può comportare emozioni di tristezza ma successivamente ne segue una sensazione di calma e si evita di trasformare il dolore in sofferenza ripetuta.

Accettare, tuttavia, non significa rassegnarsi o essere passivi di fronte ad eventi dolorosi; significa prendere consapevolezza delle proprie emozioni, smettere di ostinarsi contro la realtà. Se si negano o si evitano gli eventi, perché troppo dolorosi, essi non cambiano e le emozioni dolorose persisteranno a lungo. Il dolore non può essere evitato e per cambiare la realtà è necessario prima accettarla. In questo senso accettare non significa rassegnarsi.

L’ accettazione della realtà è l’obiettivo fondamentale anche della psicoterapia dell’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), la quale sostiene che la sofferenza non possa essere evitata e che accompagni la vita di chiunque. L’ACT si basa su 3 punti essenziali che consistono nell’ accettazione esperienziale, nella mindfulness e nell’impegno a vivere la propria vita in base ai propri valori. L’ACT è stata sviluppata da Steve Hayes e i suoi collaboratori nel 1986 e sostiene in generale che sia necessario combattere l’evitamento con l’ accettazione dell’esperienza e delle emozioni esperite e che ognuno abbia dei valori che guidano la propria esistenza.

La mindfulness, che viene contemplata sia nell’ambito della DBT che dell’ACT, è invece un approccio di consapevolezza alla realtà e consiste nel prestare attenzione al momento presente, con intenzione e in maniera non giudicante (Jon Kabat Zinn). Avere un approccio mindful significa essere presenti nel qui e ora e vivere la ricchezza e la pienezza della vita presente, senza giudicare o pensare troppo. L’obiettivo è quello di favorire una comprensione e accettazione profonda di qualunque cosa accada e dei propri stati mentali.

Ciò che accomuna l’ACT, la DBT e la mindfulness è l’attenzione posta all’ accettazione della realtà e degli stati mentali anziché tentare di modificarli e tutti e tre gli approcci fanno parte della terza ondata della terapia cognitivo-comportamentale.

Concludendo, quando la realtà che si sta vivendo è troppo dolorosa e si rischia di mettere in atto comportamenti dettati dall’ impulsività che potrebbero peggiorare la situazione è opportuno utilizzare delle strategie di sopravvivenza alla crisi, finalizzate a tollerare la sofferenza emotiva. Inoltre, quando la realtà risulta immodificabile e al contempo genera sofferenza, anziché ostinarsi nel cercare di cambiarla, può essere più vantaggioso avviare un processo di accettazione dell’esperienza dolorosa.

Dal Sito: www.stateofmind.it