giovedì 10 gennaio 2019

Prima di tutto, amatevi



Fate di tutto per compiacere gli altri, e sentite che non lo apprezzano come dovrebbero? Se è un problema costante nella vostra vita, forse è arrivato il momento di rivalutare le cose.

Aiutare gli altri senza aspettarsi niente in cambio è un gesto meraviglioso che dimostra che avete un cuore grande e la capacità di aiutare il prossimo, ma ricordate che è necessario amare prima se stessi per poi poter amare anche gli altri dal profondo del cuore, senza abbandonare i vostri sogni. Amatevi!

La vostra natura è davvero eccezionale, non lo mettiamo in dubbio, ma avete mai pensato a quanto siete felici con voi stessi? Domandatevi se state aspettando qualcuno che sia abbastanza grato da valorizzarvi e restituirvi tutto quello che avete dato senza misura… Ebbene, quella persona tanto attesa siete voi! Perché la verità è che nessuno sa meglio di voi quali sono i vostri desideri, sentimenti e bisogni.
Guardate il vostro riflesso

Fate questo esercizio: senza che ci sia nessuno intorno a voi, mettetevi di fronte ad uno specchio e osservatevi a fondo. Ci siete solo voi e nessun altro potrà giudicare quell’immagine proiettata di fronte a voi. Nel frattempo, prendete appunti su qualsiasi cosa vi passi per la mente.

Dopo 15 minuti (ma potete prendervi tutto il tempo in più che volete), leggete quello che avete scritto. Ora create un elenco separando ciò che considerate negativo dalle percezioni positive.

Se la bilancia è inclinata a favore dei pensieri negativi, questo significa che avete bisogno di prestare più attenzione a voi stessi. Poco a poco potrete lavorare su tutti gli aspetti negativi che avete segnato su di voi, per ottenere risultati migliori. Ma in questo modo avrete già iniziato questo meraviglioso viaggio di auto-scoperta, avrete iniziato a essere sinceri con voi stessi e a riconoscere quali sono le percezioni che avete sulla vostra persona.
Iniziate da voi

Abraham Maslow, uno dei principali esponenti della psicologia umanista, ha sviluppato una teoria che ha a che fare con la realizzazione personale.

Questo autore ha sintetizzato la sua idea in una piramide della felicità, e ha spiegato che per arrivare al vertice della soddisfazione interna, dobbiamo prima scoprire una serie di necessità che vanno da quelle fisiologiche (alimentazione, respirazione e riposo) a quelle che implicano il volere bene a noi stessi per riuscire a essere creativi, spontanei e con una morale solida nella nostra vita.

L’autostima è composta da una serie di percezioni, pensieri o sentimenti che definiscono il comportamento di una persona. Si tratta del modo in cui vediamo noi stessi e che, di conseguenza, si ripercuote sul modo in cui interpretiamo il mondo.

Secondo lo psicologo statunitense Carl Rogers, “la radice dei problemi di molte persone è che si disprezzano e si considerano esseri senza valore, indegni di essere amati“. In questi casi, l’accettazione rappresenta un passo importante per trovare una soluzione.

Iniziate oggi stesso!

A partire da ora, qualsiasi percezione distorta che avete su di voi può cambiare. Continuerete a tendere la vostra mano verso gli altri, ma ogni volta lo farete con una consapevolezza più profonda su chi siete e come vi sentite.

Questo sarà il primo passo per andare avanti in questo cammino di ricerca interiore, e vi permetterà soprattutto di salvare quei desideri che dovete avere il coraggio di compiere. Portate alla luce gli obiettivi che un giorno avete riposto nel cassetto… Che cosa ne dite di provare a raggiungerli?

Vieni ansia, ti sto aspettando



Spesso pensiamo che l’ansia sia uno stato emotivo del quale non dovremmo mai fare esperienza e sosteniamo questa idea con frasi come “Provare ansia è da deboli”, “Impazzirai per quanto sei ansioso”, “Se sto in ansia, gli altri lo noteranno e penseranno male di me”, e così via.


A causa di questo facciamo tutto ciò che è in nostro potere per evitare di provarla e, come in qualsiasi strategia elusiva, alla fine otteniamo il famoso “effetto rimbalzo”, ovvero diventiamo ancora più ansiosi di quanto non lo fossimo in precedenza.

Tutto di solito ha origine da una situazione problematica della nostra vita, una condizione che percepiamo come una minaccia. Interpretandola in questo modo, mettiamo in moto tutta una serie di meccanismi fisiologici che ci preparano a fuggire oppure a lottare contro ciò che ci insidia. Si tratta della famosa reazione lotta o fuggi.

Il problema è che oltre a tale questione primaria, quasi sempre se ne aggiunge una secondaria: finiamo per essere ansiosi perché siamo in ansia. È come se ci intimorisse la nostra stessa paura, ed è allora che rimaniamo bloccati dentro un circolo vizioso dal quale ci viene difficile uscire.
Perché temiamo la nostra ansia?

Tutta le paure prive di fondamento derivano da quelle che vengono definite convinzioni irrazionali, verità esagerate che hanno la pretesa di assolutismo e che ci sono state inculcate durante tutto l’arco della nostra vita, fino a farle nostre.

Di conseguenza, la paura dell’ansia non è da meno. Ci hanno detto cose come “Devi essere forte”, “L’ansia ti può uccidere o far diventare pazzo”, “Le persone intelligenti e forti non stanno in ansia”, “Essere ansioso ti allontana dagli altri”, eccetera.

Come si può notare, l’ansia è stata concettualizzata come una cosa “pericolosa” e per questo motivo provare tale emozione ci fa paura. Potremmo diventare matti o morire, rimanere senza amici, essere imperfetti…un disastro!

Per fortuna, queste credenze non sono reali. L’ansia è un’emozione di base, primaria: tutti gli animali la provano qualche volta nella vita. Per di più, è grazie a questo stato d’animo che abbiamo potuto sopravvivere come specie e come individui.

L’ansia ci aiuta a metterci in salvo dai pericoli reali che potrebbero compromettere la nostra vita.

L’ansia, dunque, in una certa misura e in determinati momenti non è negativa. È pensando diversamente che molte volte si trasforma in un demone fuori controllo. Non uccide, ci salva la vita e non ci rende neppure meno forti o più vulnerabili: piuttosto, ci rende umani.

Abbracciare l’ansia

Se desiderate essere meno ansiosi, il primo passo da fare è quello di non voler essere meno ansiosi. Sembra contraddittorio, ma in psicologia il paradosso è presente in numerose situazioni.


Quando manteniamo una mente esigente, che vuole ottenere ciò che desidera qualsiasi cosa accada, stiamo proprio facendo in modo che ciò che vogliamo si allontani sempre di più.

Vale a dire che se vi imponete di non provare ansia, nel senso di avere la pretesa di non tollerarne neanche un po’, alla fine non otterrete altro che altra ansia. Avrete la sensazione di non aver rispettato le vostre aspettative, che d’altra parte risultano poco realiste.

L’esercizio mentale che dovete compiere consiste nel cambiare dall’idea di esigenza a quella di preferenza, ovvero tollerare che, essendo umani, molte volte proveremo ansia nella nostra vita. Niente di buono o ostile, semplicemente qualcosa di normale.

D’altra parte, conviene smetterla di considerare l’ansia un’emozione orribile ed insopportabile. Di certo i sintomi fisiologici derivanti da un tale stato possono risultare estremamente fastidiosi e sgradevoli, ma sono sensazioni che si possono provare anche durante una giornata di caldo eccessivo oppure quando si ha la febbre o mal di testa.

A nessuno piace avere lo stomaco sottosopra, sudare oppure sentire che il proprio cuore palpita più velocemente del solito, ma tutto questo in realtà è sopportabile e non è grave. Se vi fissate sul contrario, questi sintomi aumenteranno molto di più.

L’ultimo aspetto riguarda l’accettazione incondizionata di sé come persona imperfetta. Essere ansioso non significa altro che questo, non ci sono tanti giri di testa da fare. Non vuol dire essere deboli, malati, né inferiori agli altri

Anche tutte quelle persone che vi passano davanti agli occhi apparendovi tanto forti emotivamente hanno provato o provano ansia nella propria vita.

In definitiva, guardate l’ansia negli occhi, lasciate che venga a voi, percepitela, abbracciatela, ditele che un po’ vi disturba, ma che alla fine non ci state poi tanto male insieme. Solo quando farete tutto questo con delle vere intenzioni, potrete liberarvi di essa.

domenica 6 gennaio 2019

Consigli utili per affrontare al meglio il 2019

            
Italiani affrontano il 2019 con ansia e paura, è quanto emerge da un sondaggio svolto dall'Associazione Europea per il Disturbo da Attacchi di Panico (EURODAP), a cui hanno risposto 834 persone di età compresa dai 18 e 67 anni.
Preoccupazione, sfiducia, paura. Il nuovo anno, nel pensiero di molti italiani, potrebbe essere ricco di insidie e difficoltà e le aspettative non sono delle migliori. Più del 42% sostiene di non essere per niente riuscito a recuperare le energie per affrontare il 2019; il 33% ha timore che la crisi economica aumenti e il 34% che possa condizionare anche la vita di coppia; il 42% mostra un crescente un atteggiamento di preoccupazione e sfiducia nei confronti del futuro, il 68% teme infine di perdere il lavoro. E' quanto emerge da un sondaggio svolto dall'Associazione Europea per il Disturbo da Attacchi di Panico (EURODAP), a cui hanno risposto 834 persone di età compresa dai 18 e 67 anni.

Trovare motivazioni forti e valide

«I presupposti per passare un anno soddisfacente e ricco di gratificazioni non si auto generano- spiega Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente dell'Eurodap e direttore scientifico di Bioequilibrium - ma siamo noi gli artefici delle nostre vite, delle nostre scelte e spesso ne paghiamo le conseguenze. La forza interiore, la spinta ad agire, ad essere centrati sui nostri obiettivi deve partire da noi. Perché no, magari proprio da quei progetti non andati a buon fine o procrastinati per svariati motivi o semplicemente per paura. Trovare motivazioni forti e valide è necessario e funzionale alla nostra riuscita come persone nel mondo, come compagni, genitori o figli».

Lista di consigli per affrontare al meglio l'anno nuovo:

Avere grandi obiettivi, ma con criterio e aderenza alla realtà. È bene avere ambizioni, progetti, ma avere aspettative troppo alte, può risultare frustrante quando poi ci rendiamo conto di non avere le risorse giuste. Non rimandate ed imparate a gestire lo stress

Stimoli nuovi senza paura di fallire. Sul lavoro e nella vita privata. Non adagiatevi sulle cose che già conoscete, sulle cose che ritenete sicure per voi. Uscite, esplorate mettetevi alla prova, chi può dirlo cosa c'è dall'altra parte se non si va a vedere?

Apprezzate ciò che siete, ciò che avete già raggiunto, non sottovalutatevi, non svalutatevi. Siate consapevoli che ogni cosa fatta finora ha un valore oggettivo e uno soggettivo, che dovete riconoscervi. Non cercate approvazione negli altri

Mettete passione in qualunque cosa facciate. E se l'avete persa, andate a cercarla nelle cose, attività, persone, che più vi ricaricano. Vivete!

Non dimenticate mai di essere umani, accettate il fallimento, mettetelo da parte e riprovateci, rialzatevi e inventatevi il modo per nutrire lo spirito.

«Prendete un foglio bianco e dividetelo in tre colonne dove risponderete a queste domande in riferimento al 2018: Cosa voglio fare? Chi voglio essere? Cosa voglio avere? Questo esercizio, accompagnato alla pratica meditativa, può aiutare a predisporsi ad accogliere le opportunità che questo nuovo anno ti offrirà», consiglia da parte sua Eleonora Iacobelli, psicologa, vicepresidente Eurodap.

Dal Sito: diariodelweb.it

A new life - Storie di Panico 



Ciao a tutti, ho 22 anni e soffro d'ansia da circa 3 anni. 

Tutto è iniziato una notte di febbraio in cui mi sono svegliata tutta sudata, respiravo a fatica, non riuscivo a smettere di tremare, avevo la nausea, vampate di calore e palpitazioni.

Subito non capi' bene che cosa mi stesse accadendo poi, pensando anche ai miei studi scolastici, ho capito che avevo avuto il mio primo ADP.

Mi spaventai molto sopratutto perché non sapevo che fare visto che non mi era mai capitato.

Mi alzai da letto e mi girava la testa.

Sperai che fosse il primo e l'ultimo attacco dato che ero in un periodo di stress in quanto andavo a scuola guida e dopo un mese avevo l'esame di teoria. Tutto quindi è iniziato da li.

Superai l'esame e pensai che la cosa finisse ma quando iniziai a fare le guide, le mie condizioni peggiorarono da soffrire anche d'insonnia.

Decisi di far venire con me alle guide il mio ragazzo che mi faceva sentire più tranquilla ma spesso durante la lezione o alla fine, mi prendevano gli attacchi e tornavo a casa piangendo disperata.

Mia mamma non sapeva più cosa fare così un giorno di mia iniziativa iniziai ad andare dalla psicologa dove ho fatto un percorso durato 8 mesi.

Con la terapeuta mi sfogavo ed uscivo dallo studio col sorriso.

Anche lei mi confermò che soffrivo d'ansia anticipatoria motivo per cui probabilmente non dormivo più di notte quando l'indomani avevo la guida.

Iniziai a prendere dei rimedi naturali che mi calmavano ed alternavo guide da mezz'ora con guide da un'ora su richiesta della psicologa ma la situazione non cambiò.

Dopo poco poi iniziai a lavorare e non riuscì più a portare avanti entrambi gli impegni così mollai l'autoscuola perché per me il lavoro era più importante.

Nessuno ha condiviso questa mia scelta ma io sapevo l'inferno che stavo passando e non volevo più stare male.

Oggi sono passati quasi 3 anni e per spostarmi vado con i mezzi pubblici o a piedi, sicuramente sto meglio anche se l'ansia e il panico non mi lasciano mai e capisco coloro che non guidano per questi problemi proprio perché ci sono passata e so cosa vuol dire ed io quello che mi è successo non lo auguro nemmeno al peggior nemico.

 Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere"

sabato 5 gennaio 2019

L’ansia il male oscuro dei nostri giorni

          
Oggigiorno sono circa 17 milioni gli italiani che soffrono o hanno sofferto almeno una volta nella vita di un disturbo psichico.

Di questi oltre il 50% ha sofferto d’ansia. Questi disturbi possono compromettere seriamente la vita sociale.

L’ansia è un problema più che mai attuale nella nostra società e il numero dei soggetti colpiti in Italia è enormemente scresciuto negli ultimi anni. Questa tendenza è dovuta essenzialmente allo stile di vita che la società moderna impone.  Viviamo tutti i giorni immersi in situazioni stressanti. In ambito lavorativo, i ritmi sempre più frenetici, gli impegni sempre più onerosi in termini di tempo, la competizione portata all’eccesso e la mancanza di tempo libero costituiscono il detonatore per l’esplosione di fenomeni ansiosi; così come la precarietà, la mancanza di alternative, una crisi economica che dura ormai da dieci anni e l’incertezza di un solido futuro.

Per comprendere questo fenomeno dobbiamo capire che in realtà l’ansia è una reazione positiva dell’individuo di fronte ad un pericolo e che ha permesso la sopravvivenza dell’uomo nel corso della storia. Se non fosse costitutiva della nostra psiche, non avremmo percezione di una minaccia e non potremmo adottare le strategie necessarie per metterci in salvo. Di fronte ad serpente siamo istintivamente portati ad allontanarci che sia o meno velenoso.  Questa reazione ci salva la vita e quindi un certo livello di ansia è giusto che ci sia ed è positivo.

I problemi nascono quando questa sale troppo e si manifesta per diverse ore durante la giornata senza alcuna giustificazione. In questi casi siamo di fronte ad processo disfunzionle, cioè che non “aiuta” la persona.

Esistono diverse forme, le più comuni sono: l’ansia generalizzata e l’ansia somatizzata.

Ansia somatizzata: l’individuo non manifesta il proprio disagio psichico esternamente ma lo incanala dentro di sé. I sintomi più diffusi sono la cefalea e il reflusso esofageo. Il primo è la conseguenza di una eccessiva rigidità cervicale che genera un’infiammazione delle strutture muscolo – tendinee del collo. Questa prolungata rigidità e infiammazione porta al manifestarsi di cefalee e dolori cervicali.

Un altro organo spesso colpito è lo stomaco (non a caso assieme all’intestino è indicato come il secondo cervello). I processi che portano allo sviluppo di gastriti e reflussi sono dovuti  ad un’aumentata produzione di succhi gastrici e ad un malfunzionamento del cardias ossia la valvola, posta tra stomaco e esofago che impedisce la risalita del cibo e dei succhi gastrici. Ciò che  rileva è individuare la corretta terapia per una completa guarigione. Se quest’ultima prevede solamente un approccio farmacologico, senza affrontare il disagio psichico, i sintomi sono destinati a perdurare con il dato negativo di assumere inutilmente dei farmaci che non porteranno ad alcun beneficio.

Ansia generalizzata: è una condizione di grave e duratura preoccupazione che coinvolge l’individuo e tutti gli aspetti della sua vita. Le preoccupazioni possono riguardare la salute, la famiglia e l’ambito lavorativo. Bisogna distinguerla dall’ansia occasionale. Quest’ultima è un fenomeno comune e normale che può capitare nel corso della vita e che l’individuo normalmente riesce a superare senza un supporto terapeutico e farmacologico. Si parla di disturbo di ansia generalizzato  quando lo stato di preoccupazione è continuo, sproporzionato e ingiustificato.

Una forma molto frequente di ansia generalizzata èl’ansia anticipatoria: si manifesta quando si avverte un’eccessiva preoccupazione molte ore prima che si verifichi un evento che non necessariamente è pericoloso ma è percepito come tale dall’individuo. Questa forma d’ansia può compromettere seriamente la vita sociale dell’individuo, fino ad impedire di svolgere anche le attività più semplici come ad esempio andare al cinema o al ristorante.

I sintomi:

Sono diversi e molteplici possono verificarsi anche singolarmente:

Cefalea

Vertigini

Nausea

Sudorazione incontrollata

Tachicardia

Sensazione di grande debolezza

Formicolio alle mani, gambe molli

Problemi gastrointestinali (diarrea, stitichezza e reflusso esofageo)

Irritabilità, scatti di rabbia

Evitare gli eventi che ci preoccupano (evitamento)

Sensazione di continuo pericolo

La cura

I disturbi di ansia devono essere trattati farmacologicamente e congiuntamente  con l’aiuto terapeutico. Il medico curante dovrà innanzitutto escludere cause di salute (problemi alla tiroide, cardiologici, menopausa e abuso di alcool e droghe).

Il trattamento farmacologico deve essere necessariamente prescritto da un medico specialista e prevede normalmente l’uso controllato di benzotiazepine facendo attenzione alla tolleranza (la necessità di ricorrere a dosi sempre più elevate per controllare le manifestazioni ansiose) e alla dipendenza che questi farmaci danno.

Il trattamento cognitivo comportamentale mira ad individuare quali sono nel soggetto i pensieri disfunzionali, cioè quelle erronee convinzioni che sono generatrici di ansia per sostituirle con pensieri funzionali che aiutano la persona. Questo lento processo (un percorso terapeutico completo dura circa 4-6 mesi) deve essere necessariamente svolto da uno psicoterapeuta per essere veramente efficace. Normalmente le sedute di gruppo sono quelle che riscontrano una percentuale di successo ancora maggiore. Qui infatti attraverso la comprensione che anche altre persone soffrono dello stesso disturbo, il processo di guarigione, ostacolato dal senso di vergona che opprime chi soffre di questo disturbo, procede più velocemente.

Accettare l’ansia è il primo passo. Successivamente lo psicoterapeuta introduce nel gruppo il concetto di esposizione graduale.  Questa fase va affrontata con estrema cautela, si procede con l’esporre gradualmente la persona alle situazioni che generano ansia. E’ assolutamente necessario procedere senza fretta. Se ipotizziamo che la persona provi ansia nel frequentare luoghi affollati si inizierà accompagnandolo (un amico o una persona di fiducia del gruppo) in posti poco affollati e che il soggetto percepisce come non eccessivamente preoccupanti. Una volta che il soggetto acquisisce sicurezza si passerà a posti leggermente più affollati, si procede quindi con un esposizione graduale che prevede la cementificazione di “sicurezza” partendo da uno stadio a bassissimo livello di ansia per poi passare ad uno successivo e via dicendo.

In questo modo alla fine del percorso il paziente avrà convintamente sostituito i pensieri disfunzionali (generatori di paure) con pensieri funzionali (positivi - reali) e attraverso il percorso dell’esposizione graduale, saprà affrontare grazie all’esperienza acquisita, con la necessaria sicurezza, le situazioni che una volta scatenavano l’ansia.

La terapia cognitivo comportamentale (individuazione dei pensieri disfunzionali – esposizione graduale) è quella che ad oggi garantisce la percentuale di guarigione più alta; se eseguita correttamente arriva all’87% dei soggetti trattati.

Dal Sito: lindiscreto.it

mercoledì 2 gennaio 2019

Mea culpa: perchè restiamo prigionieri dei sensi di colpa


         
Il senso di colpa è un fattore evolutivo utile a mantenere buoni rapporti con gli altri, a riflettere sui propri comportamenti e cercare di riparare agli errori in modo costruttivo. Può diventare però patologico quando blocca la persona impedendole di andare avanti o di realizzare i propri progetti personali, o quando la induce a punirsi privandosi di gioie e successi
A volte si tratta di un unico episodio del passato che continua a tormentare: «Non mi perdono per aver interrotto quella gravidanza», «Se fossi stato più attento non avrei causato quell’incidente», «Se l’avessi portata dal medico ora forse mia madre sarebbe viva». Altre volte sono azioni quotidiane meno drammatiche per cui tuttavia ci sentiamo in torto: «Dovrei passare più tempo coi miei genitori anziani», «Mando mio figlio al nido ma so che dovrei seguirlo io», «Se non metto gli altri al primo posto non sto bene io», «Non la amo più ma non posso lasciarla, le farei troppo male». Il senso di colpa è il sentimento spiacevole legato al pensiero di aver danneggiato o di poter danneggiare qualcuno e si accompagna a tristezza, vergogna, rabbia, disperazione. Di per sé è sano ed è un fattore evolutivo se diventa senso di responsabilità, utile a mantenere buoni rapporti con gli altri, a riflettere sui propri comportamenti e cercare di riparare agli errori in modo costruttivo. Può diventare però patologico quando blocca la persona impedendole di andare avanti o di realizzare i propri progetti personali, o quando la induce a punirsi privandosi di gioie e successi.

Il senso di colpa può estendersi in ogni direzione ed essere palesemente immotivato. Ci sono persone che si sentono in colpa per tutto e quasi chiedono scusa di esistere. In psicoterapia si tocca con mano quanto il senso di colpa possa essere radicato e resistente a ogni tentativo di smussarlo. Perché alcune persone ne restano prigioniere a dispetto di ogni argomentazione contraria?

Sentirsi in colpa paradossalmente può dare sollievo perchè costituisce un’espiazione per il dolore procurato; può essere un modo per avere la compassione e il perdono dagli altri; può suscitare simpatia e protezione negli altri facendo apparire come una vittima perennemente addolorata.

Bloccarsi nel senso di colpa evita la fatica di darsi da fare per maturare, riparare l’errore, migliorarsi in modo attivo e costruttivo, con la consapevolezza che il passato non si può modificare. Il senso di colpa patologico invece fa dire «è inutile, ho sbagliato tutto nella vita, è troppo tardi», impedendo a priori ogni azione riparativa.

Chi si sente in colpa per tutto spesso desidera dare una buona immagine di sé, di persona sempre disponibile e generosa, pronta ad aiutare gli altri. Dire di no a richieste e aspettative altrui fa sentire in colpa al pensiero di suscitare frustrazione e sofferenza nell’altro, ma soprattutto ciò che si teme è perdere l’approvazione e l’amore dell’altro. Abbandonare i sensi di colpa significa anche lasciar andare questa immagine idealizzata di sé, imparare a tollerare il disappunto e la delusione degli altri, guadagnandone relazioni più autentiche e dirette.

Per sciogliere i sensi di colpa patologici è necessario anche accettare che dietro l’apparente umiltà e bontà di chi chiede sempre scusa per tutto o si mette sempre al servizio degli altri possono nascondersi sentimenti più scomodi e meno nobili ma certamente umani: l’onnipotenza narcisistica del sentirsi al centro di tutto, per cui ogni cosa diventa «colpa mia», oppure l’ostilità e la rabbia che per compensazione portano al comportamento opposto, inducendo a dedicarsi eccessivamente agli altri. Non tutto dipende da noi, non è nostra responsabilità occuparci della felicità degli altri o soddisfare sempre le loro aspettative, evitando loro il confronto con la frustrazione e il dolore che è anche occasione di crescita. Prendersi il carico della felicità altrui dà una illusione di controllo ma richiede di rinunciare a parti di sé, espone all’insoddisfazione e al risentimento.

Liberarsi del senso di colpa patologicosignifica accettarsi e perdonarsi come essere umani che compiono continuamente errori e accogliere la parte di sé che cerca di esprimersi, di dire la sua, di  realizzarsi, di rivendicare i propri diritti e bisogni, senza temere che questo significhi essere egoisti e cattivi.



Dott.ssa Lucia Montesi

Psicologa Psicoterapeuta
Dal Sito: centropagina.it

lunedì 31 dicembre 2018

A new life - Storie di Panico - La storia di Simona





"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Ciao ,sono Simona .

Ho sofferto d'ansia e attacchi di panico a 24 anni ora ne ho 39,nel giro di un'anno senza farmaci e psicoterapia avevo superato la cosa pensavo che mai più ne avrei sofferto in quel modo.

Una sera di fine maggio 2016 mentre ero al computer sentii una forte ansia ,pensavo che sarebbe passata perché ogni tanto avevo un po' di ansia, il giorno dopo di nuovo ansia forte e continuava tutti i giorni, le notti divennero insonni ,iniziarono gli attacchi di panico,ma mi dicevo passerà come era già successo ..passai mesi con ansia forte attacchi di panico frequenti e le notti dormivo poco..

Una notte di novembre stravolta mi son arresa , sembrava non respiravo più ,un fortissimo attacco di panico ,ho detto stò male e mi son fatta portare alla guardia medica ,mi hanno dato dell'ansiolitico dopo avermi visitato ed era tutto apposto  ,tornata a casa mi sentivo peggio via stavolta al pronto soccorso,mi hanno fatto una puntura di non ricordo cosa ,ho dormito tutta la notte dopo mesi che non dormivo così,ma il giorno dopo stavo male ,da lì è iniziato l'inferno. tutto ritornò in modo più violento . Ho lasciato il lavoro, non volevo più uscire , non volevo stare sola ,non guidavo più ,non ridevo e scherzavo più ,stavo male tutti i giorni, prendevo l'ansiolitico che non mi aiutava . Ho iniziato psicoterapia a gennaio 2017 ,prima a pagamento ma era costoso poi mi chiamarono dalla asl .

Non vedevo comprensione intorno a me, mi sentivo sola con qualcosa più grande di me , con una sofferenza troppo grande , la psicoterapia mi aiutava a capire , e a sentirmi meno sola e capita .

piano piano iniziai a scalare le gocce nonostante stavo male volevo così , iniziai a fare piccoli tragitti in macchina a lavorare ,avevo ripreso con un'ora al giorno di pulizie andavo sola ed è stata dura ..

Stavo di nuovo sola a casa con una paura enorme , avevo smesso di lamentarmi che stavo male ,tanto nessuno capiva , nei duri momenti stavo zitta ,cercando ogni volta cosa poteva calmarmi , a volte mi buttavo nel divano a volte ascoltavo musica, la notte mi mettevo sempre un film per stare concentrata su quello ,non agitarmi ,e prendere sonno.

A oggi non stò  come vorrei ,ma ho ripreso a fare piccole cose, ho momenti devastanti ,ma anche momenti in cui mi sento tranquilla , rido e scherzo come una volta anche se dentro me è un caos .

Stò  cercando di convivere con questo, quando  arriva l'ansia o il panico cerco di agitarmi il meno possibile ,

incoraggiandomi respirando e dicendomi tra poco passerà…

La psicoterapia mi ha salvata … ne avrei bisogno anche ora ma purtroppo non posso permettermi questa spesa…

Mai arrendersi ,lottare e non mollare e una cosa fondamentale….

Anche quando siamo soli ,disperati con il nostro dolore … MAI MOLLARE ..e farsi sempre aiutare da un professionista .. E AUGURO A TUTTI COLORO CHE SOFFRONO DI NON ESSERE MAI SOLI,E DI TROVARE SEMPRE UN POSTO  DOVE RIPOSARE L'ANIMA , E TROVARE SEMPRE SORRISI CHE SCALDANO IL CUORE …  E  DI AVERE SEMPRE LA FORZA DI NON MOLLARE….

Simona

Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" 

sabato 29 dicembre 2018

A new life - Storie di Panico - La storia di Eleonora 




"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Ciao a tutti, sono Eleonora, ho 27 anni (28 tra pochi giorni) e ho avuto i miei primi attacchi di panico a 17/18 anni. Ricordo ancora il primo come se fosse ieri: ero in macchina con amici che tornavamo da una fiera di paese, fuori pioveva tantissimo ed io ero seduta dietro spiaccicata tra altri due miei amici. La mia amica seduta davanti poi ha cominciato a litigare urlando al telefono con qualcuno, non ricordo bene chi, e da lí ho cominciato a sentire caldo, ad agitarmi, sensazione di scappare fuori dalla macchina e non poterlo fare, non avevo nemmeno il coraggio di dire “fermatevi che non mi sento bene”, ma i miei amici poi se ne accorsero e mi accompagnarono in Guardia Medica. Nel frattempo mi si erano informicolate le mani, le braccia..tutto, mi sentivo morire, non riuscivo a camminare e così uscì un volontario a prendermi in braccio e ricordo bene che mi disse “tranquilla non è niente, è un attacco di panico”. E nella mia testa iniziai a pensare “Cos’è? Non mi è mai successo”. Però da quell’episodio non mi tornarono più, non ci pensai più di tanto. Invece poi col passare degli anni, tornavano a periodi..e io mi spaventavo sempre di più cercando di capire i motivi. Me ne venne un altro molto forte una mattina dal dentista, anche lì tutta informicolata, cuore a mille e sensazione di morire, ma anche lì appena mi fecero alzare, me ne tornai a casa tranquilla a piedi, ma sempre cercando di capire come mai mi capitavano questi momenti bruttissimi. Gli anni più brutti furono il 2012 e 2013, quando ebbi una bruttissima delusione d’amore, venivo trattata male da questo ragazzo, mi prendeva in giro, ma io non accettavo tutto questo, volevo stare lo stesso con lui a tutti i costi. Ma il caro amico panico arrivó, e stava con me tutti i giorni per farmi capire che non potevo continuare così. Ogni giorno era bruttissimo, avevo paura di uscire, paura di andare in qualsiasi posto anche accompagnata, mi girava la testa e mi sentivo svenire quindi evitavo di allontanarmi da casa, la notte dormivo malissimo, sempre con attacchi d’ansia, piangevo sempre..era diciamo una specie di depressione. Un pomeriggio, precisamente il 21/10/2013, ero a casa con un’amica ed ebbi uno dei miei soliti attacchi giornalieri, le gambe tremavano e mi sentivo impazzire, non respiravo..così la mia amica decise di chiamare il mio medico, ma in quel momento era impegnato e non poteva venire e mi disse quindi di prendere delle gocce, ma in casa non avevo niente perché ero sempre stata contro a qualsiasi farmaco calmante. Così decise di chiamare l’ambulanza, ma io ne ero terrorizzata e non volevo andarci..la mia amica e un’altra mia vicina di casa riuscirono però a convincermi ad andare, che magari mi avrebbero aiutata molto, insomma era ora di fare qualcosa. Arrivata al pronto soccorso, mi fecero tutti gli esami ed era tutto a posto..mi diagnosticarono semplicemente dispnea ansiosa, e mi fecero una bella flebo di calmante. Poi mi fecero parlare con un bravissimo psichiatra che mi chiese un po’ la mia vita in generale e mi prescrisse dei farmaci, un antidepressivo e un ansiolitico. La mattina dopo andai all’Ausl del mio paese per parlare con uno psichiatra della cura prescrittami in ospedale, e lui  mi disse che andava bene, a parte che mi cambió solo l’ansiolitico, e gli dissi che volevo tornare la ragazza di prima..lui mi disse “tornerai a fare tutto”. Iniziai così la mia cura e fu la scelta migliore che potessi fare! Dopo mesi cominciai a vedere i risultati, ricominciai a uscire, a fare cose che non facevo da tempo..insomma, rimasi molto soddisfatta. Le medicine aiutano davvero tanto, ma è anche vero che una buona parte dobbiamo mettercela noi con la nostra volontá. Dopo un anno di antidepressivo, iniziai a scalarlo fino a toglierlo completamente. Oggi ho solo l’ansiolitico sempre con me nella borsa, ma non lo prendo da mesi..solo in caso di estremo bisogno, ma cerco sempre di farcela senza. L’anno scorso, a maggio 2017 ho iniziato un percorso di psicoterapia; avrei voluto iniziare anni fa, ma non avevo la possibilità. Inizialmente, nel 2013 ne trovai una vicino casa, ma non mi piaceva proprio, mi trovavo male..dopo due appuntamenti lasciai perdere, anche perché le sedute me le pagava mia madre, e diceva che spendevo soldi inutilmente. Così l’anno scorso, visto che lavoravo, decisi di trovarmene un’altra per conto mio, senza dirlo a nessuno e me la pagai da sola. Anche questa fu una delle scelte migliori che potessi fare. Ho fatto un anno di terapia con questa bravissima donna, che mi ha aiutata davvero tanto a capire tante cose di me e del mio carattere, a capire che sono fatta così e che l’ansia è un’emozione come tutte le altre e che si può ripresentare in vari momenti della mia vita. E infatti è così: spesso ritorna, e fa anche paura ogni tanto..ma non come prima, ora l’affronto, so che prima o poi se ne va, cerco di usare i miei metodi per affrontarla..e se dovessi averne un forte bisogno, perché no, ho il mio ansiolitico con me. Ora non vado dalla mia psicoterapeuta da giugno 2018, un po’ mi manca, ma non ne sento il bisogno..se dovessi averne necessità ci tornerò sicuramente in futuro. Scusate la lunghezza della mia storia ma volevo raccontarvela bene, e dirvi che con grande forza di volontà, tanta pazienza e coraggio e soprattutto facendovi aiutare dalle persone giuste, se ne può uscire e tornare a fare tante cose, o almeno..si puó imparare bene a gestirla. Non arrendetevi mai! 
Eleonora 
Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere" 

A new life - Storie di Panico - La storia di Elisa




"Le vostre storie, il vostro coraggio, la vostra forza."

Sono Elisa e ho 29 anni. Ho iniziato a soffrire di Dap e agorafobia all'età di 18 anni, esattamente il giorno del mio compleanno, tornando dalla festa fatta in famiglia, ho avuto il mio primo attacco di panico.
Ero su un ponte e già da una decina di minuti sentivo il cuore che batteva forte, ma non ne capivo il motivo...ed esattamente al semaforo è iniziato un lungo e terribile attacco di panico. Non riuscivo più a respirare, tutto intorno a me sembrava strano e girava, la cosa peggiore era il senso di non sentirmi nella realtà.
Non ricordo quanto sia durato, ricordo quanto ho corso forte verso casa mia in cerca di comprensione..ma non si sapeva cosa fossero gli attacchi di panico a casa mia e in quegli anni.
I miei genitori mi hanno guardata, ancora come se fossi pazza. Dico "ancora" perché all'età di 15 anni ho avuto un disturbo ossessivo compulsivo e la psicoterapeuta che ci ha seguito ha impostato una terapia sistemica, ovvero dove era coinvolta tutta la mia famiglia. Non è stata molto gradita e ai primi segni di stabilità, ho dovuto smettere.
Ritornando al 15/11/2000, ricordo che i miei genitori allarmati dalla mia paura e i frequenti attacchi di panico che non mi davano tregua nei mesi a venire, richiamarono la psicoterapeuta da cui andavo per fare psicoterapia.
Ho avuto una diagnosi, che non capivo, ero piccola e nessuno mi spiegava cosa in realtà fosse e perché accadesse questo disturbo. Ero confusa, impaurita e l'ansia mi ha mangiata fino al punto di non farmi più uscire di casa perché avevo iniziato piano piano ad evitare tutte le situazioni in cui non stavo bene.
Sempre i miei genitori mi hanno portato da una psichiatra, li è successa la prima svolta positiva: la conferma della diagnosi e l'assunzione di farmaci affinché potessi almeno sostenere l'esame di maturità.
Così è stato. Mi sono ripresa, ho iniziato psicoterapia da un'altra psicoterapeuta e sembrava andare meglio.
Sono sincera, non ricordo bene quegli anni, in cui mi sono iscritta all'università e faticavo a capire chi fossi forse proprio a causa di questa confusione. Ricordo bene le cicliche ricadute, mesi e mesi di nuovo chiusa in casa. Ho perso quasi tutti gli amici. Ogni volta a dover ricominciare da capo senza capire come fare. Ho cambiato psichiatra ma purtroppo è stato colui che mi ha indotto una dipendenza da benzodiazepine, con la quale combatto ancora oggi con un altro specialista. L'attuale psichiatra è in gamba e davvero. Ho cambiato anche psicoterapeuta, non funzionava più e Lei ha avuto il coraggio di chiudere la psicoterapia al posto mio.
Il mio attuale psicoterapeuta, è molto valido..quasi la persona giusta al momento giusto.
Oggi posso finalmente dire di stare molto molto meglio e di condurre una vita sempre più libera..
Ho superato tanti paletti, tante paure. Ne ho ancora da superare, ma sono felice. Non è più il panico a decidere cosa devo fare, sono io ora a decidere cosa voglio fare...se ascoltare l'ansia e darmi tregua o ascoltarla ma chiederle di non tartassarmi troppo.
A volte le sono anche grata, perché spesso è un campanellino che suona per avvertirmi che non voglio fare davvero qualcosa.
Torno alle ricadute, argomento molto doloroso...Ci sono state, Lunghe e profonde, piano piano, iniziarono a perdere intensità e lunghezza, e grazie all'esperienza so esattamente cosa fare.
Spezzo una lancia a favore dei farmaci, preferisco vivere una vita prendendo una pastiglia al giorno, piuttosto che stare male.
E ora parlo della forza di volontà..ragazzi..ci vuole.
Capisco l'inutilità nei momenti peggiori, della frase tipica "non ti sforzi, non hai forza di volontà" e condanno tutto questo. Ma, c'è un ma. Se non siamo noi per primi a rassegnarci al fatto che dobbiamo sporcarci le mani di sudore e di tutto il fango che troviamo scavando dentro di noi, non si va da nessuna parte.
Ora Elisa, più o meno sa chi è, ed è stato grazie al faticosissimo lavoro fatto su me stessa. Continuo a farlo e ne sono felice nonostante sappia perfettamente quando male mi farò e dovrò sopportare.
Questa per ora è la mia storia..tutto è davvero possibile se lo vogliamo davvero, questa consapevolezza è arrivata dopo anni di speranza di non dover stare male per rinascere.. una lotta continua. Mi sono arresa e ringrazio quel giorno, che mi ha portato alla mia svolta.

Elisa

Dal gruppo Facebook DAP attacchi di panico "Inarrestabile voglia di vivere"

P.S.: Nella foto ho voluto mettere il fiore di loto che per me ha un grosso significato. Lui riesce a nascere in condizioni difficili ed estreme, nelle paludi fangose...e l'ho tatuato sulla spalla sinistra. :)

venerdì 28 dicembre 2018

Attacchi di panico: 5 consigli di pronto soccorso


Fanno paura e condizionano la vita delle persone, ma uscirne è possibile. Ecco i consigli per aiutare chi soffre di attacchi di panico.

Gli attacchi di panico sono episodi di improvvisa e intensa paura che possono condizionare la vita delle persone. Arrivano quando non ce lo si aspetta, ecco perché fanno ancora più paura. Si ha la sensazione di perdere il controllo del proprio corpo e della propria mente, come se per qualche minuto ci si distaccasse dalla realtà. Il respiro corto, la sensazione di formicolio agli arti e il battito accelerato sono alcuni dei principali sintomi, spesso confusi con qualcosa di molto più grave.

Il disturbo è più frequente nelle donne e compare in genere per la prima volta fra i 18 e i 25 anni. Dieci milioni di italiani lo hanno vissuto almeno una volta nella vita.

Come aiutare chi ne soffre

Anche se è difficile aiutare una persona che sta vivendo un attacco di panico, intervenire nel modo giusto è possibile. A questo proposito, Giovanni Porta, psicologo e psicoterapeuta consiglia 5 modi per prestare soccorso a chi ci è vicino durante un attacco di panico:

1- Spiegare che finirà presto: la maggior parte degli attacchi di panico dura tra i 5 e i 20 minuti dalla comparsa, ma per chi li vive sembra trattarsi di un tempo infinito. E’ importante dunque spiegare che nel giro di pochi minuti quella sensazione svanirà.

2- Far fare lunghe espirazioni:spesso gli attacchi di panico sono accompagnati da iperventilazione, che porta la persona a immettere nei polmoni moltissima aria nella speranza di stare meglio. E’ importante fare consumare un po’ dell’ossigeno di troppo, ad esempio con delle lunghe espirazioni che calmano il ritmo respiratorio e dunque cardiaco.

3- Spiegare che non c’è pericolo:è fondamentale spiegare a chi è in preda ad una crisi di panico che non c’è assolutamente alcun pericolo per la sua vita. Di attacchi di panico non si muore

4- Distrarsi: la distrazione aiuta la persona che soffre di un attacco di panico perché sposta la sua attenzione dall’interno all’ambiente esterno. Questo può essere utile perché spesso una crisi insorge a causa dell’eccessiva attenzione che chi ne soffre dedica al controllo degli elementi del proprio corpo, come ad esempio respiro e battito cardiaco.

5- Muoversi un po’: un modo per distrarre la persona da se stessa è quello di farla camminare all’aria aperta, lasciando che prenda così contatto con il mondo che la circonda.

E tra un attacco e l’altro?

Quando si è vicini ad una persona che soffre di attacchi di panico, la si può aiutare non soltanto nel momento in cui si verifica ma anche nel periodo che passa tra uno e l’altro. Una delle cose davvero importanti da fare è incoraggiarla a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. L’aiuto di un esperto è fondamentale per affrontare le cause del disturbo. Il sostegno di un medico, unito alcune volte ad una cura farmacologica, è la strada giusta per uscirne.

Superare gli attacchi di panico è quindi possibile ma il primo passo da fare è chiedere aiuto. Con impegno e voglia di guarire, nel giro di poco tempo la vita tornerà ad essere quella di prima.

Dal Sito: silhouettedonna.it