sabato 16 novembre 2019

A Natale impariamo a essere più buoni... con noi stessi!



A Natale siamo tutti più buoni, così si suol dire.

Essere più buoni però non significa permettere a chi ci circonda di invadere il nostro spazio (fisico ed emotivo); le festività pertanto rappresentano una grossa sfida per chi fa fatica a contenere le richieste e le aspettative dei propri cari e ne teme il giudizio.
Per questo è importante imparare a mettere dei confini a protezione del proprio Sè, mantenendo comunque il rispetto per l'Altro.

Mettere un confine non significa essere egoisti.

"Confine" è una parola a cui siamo abituati a dare un'accezione negativa: ci evoca subito scenari di guerra, imposizioni, dittature... in questo contesto intendiamo il confine come una protezione della propria integrità emotiva, con aperture modulate a nostra scelta in base al momento, alla persona e al tipo di richiesta. Le personalità che tendono a dipendere molto dall'altrui giudizio non hanno il controllo di questi "cancelli", delegandolo a ciò che gli altri pensano di lui/lei.

Essere sempre e comunque disponibili può contribuire a dare una buon impressione di sé ma alla lunga è una strategia logorante: ci si fa plasmare dalle aspettative e dal pregiudizio.

Porre un confine e fare delle scelte non significa essere egoisti perché è solo amando se stessi che si impara ad amare in maniera "sana" e matura l'Altro. Si è amabili e degni di amore anche se a volte si dice un "no", si chiede aiuto o si delega.

Il perfezionismo delle feste.

Chi insegue il giudizio altrui ha anche una certa tendenza al perfezionismo: vuole essere sempre inappuntabile in modo da prevenire eventuali critiche (anche su aspetti che nessuno noterebbe mai). Durante le festività questa tendenza è esacerbata: i "devo" sulla lista delle cose da fare aumentano e sono categorici. Che si tratti di regali, pietanze da cucinare, persone da contattare o parti della casa da sistemare e addobbare, l'importante è essere sempre perfetti e fare ciò che "tutti si aspettano". Questo è uno dei motivi perché molte persone, trascorse le festività, si sentono più stanche di prima.

In questo caso i confini sono autosabotati dalla propria tendenza all'autocriticismo ed è come se non ci fossero.

Qual è il prezzo da pagare per essere sempre perfetti? Si è amabili e degni di amore anche se la casa non è pulita alla perfezione, non si sono fatti regali costosi a tutta la famiglia, non si cucina un pranzo da dieci portate o se si brucia una teglia di biscotti.

A Natale dobbiamo essere per forza felici?

Non per tutti le festività sono un momento di gioia. C'è chi ha perso un proprio caro, chi è alle prese con un momento difficile e chi semplicemente non ama questo periodo a prescindere. Le emozioni negative esistono e hanno la loro dignità; si tende a reprimerle per non essere considerati dei guastafeste.

Ha senso fingere gioia? La risposta è personale. C'è chi si fa forza per i figli, per il partner e la famiglia. Anche qui bisogna abbandonare il perfezionismo: fare ciò che si sente, nella misura in cui si riesce. Si è amabili e degni di amore anche se si sta attraversando un brutto momento, non si vuole festeggiare e non si sente lo spirito natalizio.

Il regalo migliore che possiamo farci a Natale è (ri)scoprire l'Amore per noi stessi, quella sana autostima che ci permette di avere fiducia nelle nostre scelte e ci fa sentire liberi dai pregiudizi propri e altrui.


Dal Sito: psicologionline.net

La differenza tra ansia normale e ansia patologica


L’Ansia è una reazione affettiva caratterizzata da vissuti di inquietudine, insicurezza, disagio psichico e fisico, che si sviluppa di fronte a situazioni di stress, e in particolare in condizioni di allarme di fronte alla minaccia di pericoli reali o simbolici.

Da un punto di vista fenomenico l’esperienza dell’ansia è costituita da uno stato di attesa apprensiva, con anticipazione di eventi negativi mal definiti verso i quali il soggetto si sente indifeso e impotente. In condizioni normali, l’ansia costituisce una reazione di difesa dell’organismo ( correlata all’istinto di conservazione), volta ad anticipare la percezione del pericolo prima che questo sia chiaramente identificato. Essa è accompagnata da un aumento della vigilanza e dell’attivazione di tutta una serie di meccanismi fisiologici che predispongono l’organismo alla difesa o alla fuga.

L’ansia, quindi, in condizioni normali è un ottimo sistema di allarme fisiologico utile alla sopravvivenza della specie.

Quando questo meccanismo di difesa è mal regolato, l’ansia diviene una risposta sproporzionata o irrealistica a preoccupazioni relative all’esistenza o all’ambiente ed assume la connotazione di un vero disturbo mentale. In questo caso anziché favorire l’adattamento della persona all’ambiente lo peggiora e diviene necessario un intervento terapeutico.

L’ansia è patologica nel momento in cui risulta sproporzionata all’evento scatenante o quando si manifesta in assenza di motivi apparenti o quando si protrae nel tempo, ed è di intensità tale da interferire con il funzionamento normale dell’individuo. L’ansia ha una componente psichica ( senso soggettivo di apprensione, inquietudine, difficoltà di concentrazione, ruminazione, insicurezza, attesa penosa), una neurovegetativa (sudorazione,tachicardia, nodo alla gola, senso di soffocamento, vertigini, tremori, disturbi digestivi) e una motoria (tensione, irrequietezza, agitazione, a volte paralisi motoria).

Risulta doveroso effettuare una distinzione tra ansia e paura e tra ansia e angoscia.

L’ansia si distingue dalla paura poiché implica un senso di attesa per un pericolo futuro e indefinito e al contempo un senso di inadeguatezza alla situazione, mentre la paura è uno stato emotivo per un pericolo reale, esterno e coscientemente riconosciuto.

Un'altra distinzione che viene fatta in ambito clinico è quello tra ansia e angoscia. L’angoscia, rispetto all’ansia, è un vissuto emotivo disforico di malessere profondo caratterizzato da intensi fenomeni neurovegetativi determinato dal timore di un pericolo imprecisato e imminente di fronte al quale ci si sente disarmati e impotenti.

Risulta inoltre necessario distinguere tra:

Ansia Normale: E’ l’ansia che una persona normalmente può vivere nella vita di tutti giorni è una manifestazione naturale vitale e comune a tutte le persone che può scaturire da differenti fattori, come ad esempio da esperienze di separazione e di lutto o dalla presa di coscienza di caratteristiche di limitazione, cambiamento, e non onnipotenza della condizione umana. Questo tipo di ansia viene in genere controllata dalla persona “non disturbata” che ne fa un buon uso per stimolare il pensiero e l’azione costruttiva.

Perls afferma che questo tipo di ansia, da lui chiamata “oggettiva”, presuppone una struttura dell’Io stabile e funzionante, e ci motiva a superare gli ostacoli e ci stimola a ricercare una spiegazione al nostro vissuto favorendo in tal senso l’integrazione della personalità, l’adattamento all’ambiente e a prestare attenzione alla situazione presente e contestuale, in altre parole un buon principio di realtà.

Ansia patologica: Può essere contraddistinta da un vissuto di minaccia più o meno imminente e reale di disintegrazione , di annichilimento psichico, di instabilità profonda, di totale isolamento e castigo. Secondo Perls questo tipo di ansia non ci permette di stare nel presente, nel qui ed ora, e ci proietta nel “lì ed allora”.

Il criterio per distinguere l’ansia oggettiva da quella patologica è quello di valutare la tolleranza dell’individuo. La patologia subentra quando rende l’individuo incapace di difendersi.

Freud utilizzò il termine “psiconevrosi” per far riferimento ad una condizione individuabile in 4 differenti configurazioni cliniche( nevrosi d’ansia, l’isteria d’angoscia, la nevrosi ossessivo-compulsiva e l’isteria). Il termine aveva una connotazione descrittiva (per indicare un sintomo assai doloroso presente in un individuo in cui l’esame di realtà non è compromesso), sia con l’intenzione di indicare la presenza di un preciso processo etiopatogenetico (conflitti inconsci in grado di generare ansia e di condizionare l’impiego maladattativo di alcuni meccanismi di difesa, a cui si collega lo sviluppo dei sintomi).

La nevrosi d’ansia fa riferimento ad un disturbo più o meno strutturato nel quale l’ansia è il sintomo predominante. Essa si può descrivere come un disturbo caratterizzato da reazioni di apprensione e paura più o meno diffuse o croniche, con episodi acuti e ricorrenti durante i quali il soggetto è spaventato, si sente sicuro e impotente e presenta sintomi neurovegetativi molteplici. Tra une reazione acuta e l’altra il soggetto può essere relativamente asintomatico o presentare, in maniera persistente, uno o più componenti caratteristici del disturbo.

La nevrosi d’ansia si può manifestare in maniera

Cronica: Si contraddistingue da disordini psichici, disturbi corporei , quantitativamente minori all’ansia acuta ma con caratteristiche qualitativamente simili.

Acuta: caratterizzata da intense manifestazioni corporee come tachicardia, respiro spezzato, nodo alla gola, tremori ed un vissuto psicologico caratterizzato da un sentimento di catastrofe imminente, disperazione, compromissione delle funzioni cognitive e comportamentali.

Lo stato di ansia può iniziare in maniera graduale con vissuti generici di tensione, inquietudine, sconforto e disagio, oppure in maniera repentina e quindi con eclatanti manifestazioni di ansia acuta, a volte senza che esista una plausibile spiegazione a uno specifico fattore scatenante; altre volte come conseguenza di qualche evento personale o ambientale che lo scatena (lutto, abbandono,fallimento). I principali sintomi psicologici della nevrosi d’ansia sono la paura di svenire, di non farcela, di morire, di impazzire, di fare qualcosa di incontrollabile, che succeda, a sé o ad altri, qualcosa di catastrofico. Altri sintomi sono la sensazione di impotenza, di disintegrazione del sé, di perdita di significato, di annichilimento, di solitudine, accompagnati, a volte, da vissuti di depersonalizzazione e di derealizzazione.

I sintomi dell’ansia risultano presenti in molti disturbi psicopatologici e sul piano tassonomico, nella psicopatologia contemporanea essi vengono inquadrati nelle seguenti categorie:

Disturbo d’ansia generalizzata:Caratterizzata da una apprensività persistente, non collegata a uno specifico stimolo. Sfuma in un ansia di tratto nelle personalità ansiose;

Disturbo ossessivo-compulsivo: Caratterizzato da pensieri e immagini persistenti e da comportamenti ripetitivi ( per es., lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali.

Disturbo post-traumatico da stress: Caratterizzata da un evento traumatico che ha implicato morte o gravi lesioni.

Disturbo di Attacchi di panico: inteso come fenomeno parossistico, intenso, di breve durata, in cui il senso di pericolo è immanente, con imponenti sintomi vegetativi (respiro corto, affannoso, perdita di forze, vertigini, senso di mancamento).

Quando la paura di morire ci impedisce di vivere


La parola tanatofobia deriva dal greco thanatos che significa morte, e phobos che significa paura, letteralmente “paura della morte”. La tanatofobia, colpisce milioni di persone in tutto il mondo. In alcuni individui può generare ansia e/o pensieri ossessivi. Più precisamente, la tanatofobia è la paura della morte e/o della propria mortalità, mentre la paura delle persone che muoiono o delle cose morte è conosciuta come "necrofobia", che è un concetto leggermente diverso. La nostra esistenza è sempre adombrata dalla consapevolezza che cresceremo, giungeremo a maturazione finché, inevitabilmente, avvizziremo e moriremo.
Per alcuni la paura della morte si manifesta solo in modo indiretto, vuoi come un’inquietudine generalizzata o mascherata sotto le sembianze di un diverso sintomo psicologico; altri individui sperimentano un flusso esplicito e cosciente di angoscia nei confronti della morte; e per altri ancora la paura della morte si manifesta nell’esplosione di un terrore che impedisce qualsiasi felicità e realizzazione.

L’angoscia riguardo alla morte aumenta e diminuisce durante il ciclo vitale. I bambini fin da piccoli non possono fare a meno di notare il manifestarsi intermittente della mortalità che li circonda (foglie, insetti e animali domestici morti, nonni che scompaiono). Poi, dai sei anni fino alla pubertà la paura della morte solitamente rimane in secondo piano per erompere con tutta la sua forza durante l’adolescenza. Gli adolescenti spesso sono assillati dalla morte e alcuni di loro prendono in considerazione l’idea del suicidio. Molti giovani di quell’età possono rispondere all’angoscia di morte diventando maestri e dispensatori di morte nella vita virtuale, grazie ai videogiochi. Altri sfidano la morte con umorismo macabro e canzoni in cui viene schernita, o guardando film horror con gli amici. Altri adolescenti sfidano la morte affrontando rischi temerari. Con il passare degli anni le preoccupazioni adolescenziali nei confronti della morte vengono spinte da parte dai due compiti principali dell’esistenza di un giovane adulto: dedicarsi alla carriera e mettere su famiglia. Tre decadi più tardi, quando i figli si allontanano da casa e ci si avvicina alla pensione, si viene assaliti dalla crisi di mezza età e l’angoscia della morte erompe con tutta la sua forza.

Sin dall’alba dei tempi la morte ha avuto un ruolo centrale nelle dottrine religiose e nel pensiero filosofico. Secondo Epicuro, filosofo greco nato nel 341 a.C., c’era un solo obiettivo adeguato per la filosofia: alleviare la miseria umana causata dalla nostra onnipresente paura della morte. Secondo questo filosofo, il cui nome è legato alla corrente di pensiero dell’epicureismo, la visione spaventosa della morte interferiva con il godimento della vita e intaccava ogni forma di piacere. Fa parte del genio di Epicuro aver anticipato la visione contemporanea dell’inconscio: fu lui a evidenziare infatti che le preoccupazioni di morte non sono consapevoli per la maggior parte degli individui, ma devono essere dedotte da manifestazioni sotto mentite spoglie. Epicuro formulò una serie di argomentazioni per tentare di alleviare l’angoscia della morte. Ne propongo tre, a mio avviso preziose all’interno di un lavoro di psicoterapia. 
La prima argomentazione è quella della mortalità dell’anima. Secondo Epicuro l’anima è mortale e perisce assieme al corpo. Se siamo mortali e l’anima non ci sopravvive, allora non abbiamo nulla da temere, non avremo coscienza né rimpianti. 
Nella seconda argomentazione Epicuro ipotizza che la morte per noi non sia nulla, in quanto l’anima è mortale e si disperde con la morte. Quel che è disperso non percepisce, e qualsiasi cosa non percepita per noi è il nulla. In altre parole: dove sono io, non è la morte, dove è la morte non sono io. Epicuro affermava: perché temere la morte se noi non la possiamo mai percepire?

La terza argomentazione di Epicuro sostiene che la nostra condizione di non essere dopo la morte è la stessa nella quale ci trovavamo prima della nascita. Credo sia confortante pensare che le due condizioni del non essere, il tempo che precede la nostra nascita e quello che segue la nostra morte, siano identiche e che noi abbiamo tanta paura della seconda e così poca preoccupazione riguardo alla prima.

Il dover affrontare l’idea della morte non porta necessariamente alla disperazione e non priva la vita di qualsiasi scopo. Al contrario può essere una consapevolezza che conduce ad una vita più piena. Secondo Irvin D. Yalom, psichiatra e psicoterapeuta americano di fama mondiale, anche se la fisicità della morte ci distrugge, l’idea della morte ci salva. Secondo l’autore alcune esperienze, che lui chiama esperienze di risveglio, ci fanno sintonizzare con il semplice fatto che le cose sono, che noi siamo, con il “miracolo dell’essere” in sé. In questa modalità di pensiero non solo siamo più consapevoli dell’esistenza, della mortalità e delle altre caratteristiche immutabili della vita, ma anche più pronti a operare cambiamenti significativi. Molti resoconti di cambiamenti significativi e durevoli originati da un confronto diretto con la morte sono una prova a sostegno di questa opinione. Secondo Yalom i catalizzatori principali per un’esperienza di risveglio sono eventi pressanti dell’esistenza, come il dolore per la perdita di qualcuno che si ama, una malattia che mette a rischio la vita, la rottura di una relazione intima, alcune pietre miliari della nostra esistenza come un compleanno importante (cinquanta, sessanta, settant’anni), traumi dovuti a eventi tragici quali un incendio o una violenza o una rapina, oppure il figli che lasciano la casa, la perdita di un lavoro, l’andare in pensione.

Molto spesso chi ha paura di moriremanifesta i sintomi di ansia intensa al solo pensiero della morte. Paura intensa, tensione, tremolio, pianto, disperazione. Sono questi i sintomi più comuni per chi ha questo tipo di paura. Questo tipo di paura è molto più frequente nelle persone con ansia, depressione e ipocondria. Spesso questa forte paura ha alla base un significato più nascosto. Le cause sono da attribuire ad  un ricordo o un trauma che ha messo in discussione il proprio rapporto con la morte. Per esempio si può sviluppare in persone che hanno perso un genitore durante l’infanzia. 
Le paure più legate alla tanatologia in cui si manifesta eccessiva ansia sono: la paura di morire da un momento all’altro, la paura di morire di parto, la paura di morire di infarto, la paura di morire di notte, la paura di morire giovani o la paura di morire dopo un lutto.

Il trattamento più efficace per liberarsi della tanatofobia è senza ombra di dubbio la psicoterapia psicodinamica. La terapia psicologica, individuale o familiare, mira a comprendere le cause sottostanti la fobia e ad individuare i meccanismi di pensiero che innescano la reazione fobica e a sostituirli con schemi di pensiero e di comportamento più funzionali. Essa, inoltre, aiuta anche a capire come superare l'ansia ed affrontare la paura della morte.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta

Come imparare a vivere meglio grazie alla Mindfulness


I grandi cambiamenti sono preceduti da piccole scosse, da timide variazioni quotidiane che possono rivoluzionare la nostra vita, portandola sulla strada giusta. La Mindfulness può aiutarci in questo senso e a questo proposito vi sveliamo 5 segreti per imparare ad essere più consapevoli del presente e riuscire a fare dei veri cambiamenti in poco tempo.

Tutti sappiamo che quando si tratta di felicità, non possiamo parlare di miracoli, non esistono. Quello che esiste, invece, è la forza di volontà, ma anche la mentalità aperta che giorno dopo giorno, poco a poco, consente di essere più recettivi alle opportunità che si presentano. Per attraversare la porta giusta al momento giusto.

Uno dei più grandi nemici che ci separano dalla soglia delle opportunità è senza dubbio la “mente errante”. Diversi studi rivelano che passiamo circa il 30-40% del nostro tempo con il pilota automatico inserito. Vivere una vita abitudinaria di cui essere semplici passeggeri e non comandanti vuol dire lasciare nelle mani del destino la propria felicità.

Non va bene. Per questo vi proponiamo di fare un cambiamento. Vi invitiamo a seguire questi 5 consigli nella vostra vita di tutti i giorni per vedere risultati nell’arco di 15 giorni.

1. Fare attenzione alle proprie emozioni, il momento migliore per ascoltarle è adesso

La Mindfulness è prima di tutto una filosofia di vita, una risorsa per sviluppare una piena consapevolezza del presente e di ciò che offre.

Niente di questo avrebbe senso se non ascoltassimo le nostre emozioni. Aspetti come la delusione, la rabbia, la contraddizione o l’ira non possono finire in una cartella dell’hard disk del nostro cervello.

Dobbiamo imparare a gestire, a capire queste emozioni, a prendere il controllo del nostro mondo interiore senza rimandare.

2. La Mindfulness insegna a smettere di giudicare

Imparate a vivere la vostra realtà senza giudicare. Gli altri hanno il pieno diritto di fare, capire e vivere la loro vita come meglio credono.

La vostra vita è solo vostra, siatene responsabili ed evitate di emettere giudizi  su realtà estranee alla vostra. Un esercizio semplice come questo vi consentirà di trovare il giusto stato di calma ed equilibrio a partire da oggi stesso.

3. Essere recettivi, ascoltare, imparare ad essere presenti

Fatelo, spegnete oggi stesso il suono incessante e ripetitivo dei vostri pensieri.

Ora aprite gli occhi, ma non solo per vedere, ma per “guardare” con più calma tutto ciò che vi circonda.

Rallentate il ritmo della vostra vita, fermatevi e respirate.

Imparate ad ascoltare, avete “udito” suoni per molto tempo, ora è il momento di sentire, di guardare e di ascoltare con il cuore, con la mente.

Uno strumento eccezionale per imparare ad essere più presenti è gestire meglio il nostro tempo. Se desiderate una vita più piena, è necessario che impariate ad applicare gli adeguati filtri mentali e a concentrare le vostre energie e risorse personali nell’obiettivo vitale che avete in mente.

4. Mettere da parte il “devo essere” per dire “io sono”

Passiamo gran parte della nostra vita ad essere ciò che gli altri si aspettano da noi. Ci sforziamo di compiacere tutti, di essere quello che vogliono. Tutto questo è fonte di sofferenza inutile che ci porta lentamente all’infelicità.

Fate dei cambiamenti. Mettete da parte il “devo essere” per dire “io sono”.

Per ricordare chi siamo ed entrare in contatto con il nostro io nel momento presente, la meditazione può essere una grande alleata.

Non possiamo dimenticare che la risorsa fondamentale della Mindfulness è senza dubbio la meditazione e corsi di yoga o tecniche di rilassamento sono molto utili in questo senso.

5. Praticare l’accettazione

Mettere in pratica giorno dopo giorno l’accettazione non vuol dire arrendersi a tutto ciò che accade.

In primo luogo, significa accettare noi stessi e le nostre attuali emozioni.

L’accettazione ci permette anche di capire realtà diverse dalla nostra e di rispettarle.

Accettare significa anche parlare il linguaggio del cuore in cui si coniugano la tolleranza e la comprensione. Solo così saremo in grado di iniziare il cambiamento, di aprire le porte al nostro benessere interiore.

In conclusione, questi 5 consigli sono come delle finestre da cui poter affacciarsi ogni giorno per vedere e capire la vita in un modo completamente diverso.

La Mindfulness è il modo migliore per avvicinarsi ad una felicità piena e autentica. Non esitate a provarla, a metterne in pratica le tecniche e a lasciarvi guidare da persone esperte in materia. La formazione è sempre il modo più semplice e pratico di ottenere risultati diretti in poco tempo.

giovedì 14 novembre 2019

Hug therapy: la terapia dell’abbraccio che combatte ansia e stress



La conferma arriva dai ricercatori americani la hug therapy fa davvero bene per combattere l’ansia, rilassare, indurre il buonumore e combattere lo stress quotidiano. Si sa, è sempre più difficile mantenere il buonumore nel tran tran quotidiano. Lavoro, faccende, impegni, appuntamenti… e poi si torna a casa e cosa succede? Magari ci aspetta il nostro partner stanco e stressato, con poche energie per preparare la cena o fare alcunché. Da qui il rischio di equivoci, litigi e inutili sofferenze. Quel è la soluzione a tutto questo? Molto semplice, la hug therapy! Si tratta della “terapia dell’abbraccio” che, a detta dei ricercatori americani, aiuta davvero a rilassarsi in pochissimi minuti. Basta un semplice gesto d’affetto e i livelli di ossitocina nel sangue si alzano inducendo calma e serenità. Incredibile ma vero, e in Italia è stato aperto anche il primo negozio dedicato agli abbracci! Hug therapy, come funziona e quali sono i benefici L’abbraccio in sé è da sempre considerato un gesto di affetto, di umanità, di calore e amore. Quanto ci siamo sentiti meglio dopo aver ricevuto un caloroso abbraccio da un genitore o da un caro amico? Eh già, è proprio vero che abbracciarsi fa bene e la spiegazione scientifica arriva direttamente dall’America!
Alcuni ricercatori dell’Università della Carolina del Nord hanno reclutato 59 donne fidanzate o sposate stabilmente con un’età compresa tra i 20 e i 49 anni. Coloro che avevano abitualmente più contatti con il compagno come prendersi la mano, abbracciarsi o toccarsi in modo affettuoso erano più felici e calme. Infatti la ricerca ha costatato in queste donne un aumento considerevole di ossitocina nel sangue. Si tratta dell’ormone che induce a rilassarsi abbassando i livelli di ansia, stress e agitazione. E per chi ama passare la notte avvinghiata al peluche? Niente vergogna perché va benissimo! Oltre all’abbraccio umano l’Università di Amsterdam ha confermato i benefici dell’addormentarsi abbracciando il proprio peluche. Aiuta a combattere le paure, le insicurezze e le ansie notturne donando una vera pace interiore. In fondo, stare bene con se stesse è basilare e se un piccolo animaletto peloso può aiutarci che ben venga! Apre il primo negozio dedicato alla hug therapy In onore alla passione degli abbracci e a tutto il comfort provato da essi nasce a Milano il primo negozio dedicato. Di cosa si tratta? È il primo shop in italia dove i protagonisti sono i peluches, di tutte le dimensioni, per adulti e per piccini. Situato all’interno del concept store Biancolatte, il suo nome è Biancolatte Hugs decorato con colori pastello, lucine e un effetto vaporosamente morbido! hug therapy peluche All’ingresso è situato un grande Coniglio Bianco “Free Hugs” a disposizione per tutti coloro che vogliano abbracciarlo. I prodotti sono i più svariati animaletti con un manto morbidissimo e anche profumato che invita al contatto affettivo. La parola d’ordine nello store è positività, pace interiore, buonumore e tanto tanto affetto! 


Dal Sito: donnaglamour.it

Attacchi di panico: l’improvvisa paura di morire


Gli attacchi di panico, manifestazioni sempre più diffuse nella nostra società, sono episodi di ansia intollerabili e incontrollabili che hanno una durata massima di 20 minuti Arrivano all’improvviso, un  attimo prima, chi ne soffre, è sereno e quello dopo è in preda ad un’ansia incontrollabile. In realtà dietro ad un attacco di panico c’è sempre un fattore scatenante, solo che non lo si riesce a comprendere.

Sintomi degli attacchi di panico

I sintomi che si verificano durante un attacco di panico possono essere fisici o psicologici.

I principali sintomi fisici sono:

Tachicardia (ovvero battito cardiaco accelerato) e palpitazioni

Aumento improvviso della sudorazione con conseguenti brividi e vampate di calore

Tremori che possono arrivare a generare anche grandi scosse

Parestesia

Iperventilazione e sensazione di soffocamento

Sensazione di fastidio o dolore al petto

Nausea

Sbandamento e sensazione di instabilità con giramenti di testa

Derealizzazione e depersonalizzazione

Paura di perdere il controllo della situazione o morire

A livello psicologico invece i normali pensieri si modificano, sorge la paura che stia accadendo qualcosa di grave, come se quello provato fosse l’avvertimento di un infarto, di uno svenimento e di un’imminente morte. La principale conseguenza di tutto ciò è la caduta in un loop per cui la persona colpita teme che l’attacco di panico possa ri-verificarsi in qualsiasi momento. E così una semplice crisi si trasforma in disturbo di panico. Si comincia ad aver paura della paura stessa.

L’attacco di panico dipende da diversi fattori e i pensieri che si generano in questa situazione fanno sì che successivamente, i soggetti colpiti, scambino normali fattori fisici, come stanchezza o stress, per segnali di pericolo. Gli attacchi di panico rientrano all’interno dei disturbi d’ansia. Ci sono particolari eventi della nostra vita, come un trauma o uno shock, che possono generare episodi di panico.

Attacchi di panico: cosa fare?

È importantissimo trattare, fin da subito, gli attacchi di panico per evitare che questi rimangano latenti e portino ad un aumento dei normali livelli d’ansia e ad un disturbo vero e proprio. Ma cosa fare se si è da soli e si sta vivendo un improvviso attacco di panico?

Anche se molti esperti sostengono che le tecniche di rilassamento aiutano, quando ci troviamo di fronte ad un disturbo di panico non sono sufficienti. Serve supporto psicologico e terapeutico per capire a fondo cosa lo scatena e come superarlo.

Ci sono però delle cose che si possono fare per controllare una crisi nel momento in cui questa si verifica. Per prima cosa, è necessario ricordare che un attacco di panico non può avere nessuna conseguenza dannosa sul nostro corpo. Ciò che si prova in quel momento è, in realtà, una combinazione derivante dall’attività di un sistema nervoso particolarmente sensibile e la sua tendenza a sovrastimare la presenza di pericoli. Il problema è che il nostro organismo entra in difesa quando non c’è nessun pericolo da combattere, producendo adrenalina non necessaria.

È fondamentale rendersi conto che anche se si ha la sensazione di svenire questo non accadrà, provare a riavere il controllo sul proprio respiro e ripetersi che si tratta di un attacco di panico e non di un reale pericolo, non ci succederà nulla di male. Risulta molto utile sedersi, chiudere gli occhi e respirare profondamente per ristabilire un equilibrio. Sbadigliate e distendete il corpo dalla testa ai piedi, lo sbadiglio forza l’aria ad entrare nei polmoni e aiuta a ripartire da zero.

Un’altra tattica utile è pensare a una persona fidata, a cui si è particolarmente legati e che ci aiuta nei momenti di sconforto. Questo perché spesso l’attacco di panico riflette un profondo senso di solitudine. O ancora camminare, il movimento aiuta a liberarsi dell’adrenalina in eccesso. Infine, superato il primo momento cercate di occupare la mente, distraetevi e impegnatevi in qualcosa. È importantissimo spostare l’attenzione, dai pensieri catastrofici che si generano durante l’attacco di panico, a qualcosa di bello, che vi fa stare bene.

L’attacco di panico passa, non è nulla di pericoloso o dannoso, ma è solo la risposta (errata) del nostro corpo a una situazione di allarme generata da pensieri inconsci.

Se invece ci si trova davanti ad un persona con un attacco di panico in atto, le cose da fare sono:

Mantenere la calma e non agitarsi a propria volta, cosa che peggiorerebbe ulteriormente la situazione.

Accompagnare la persona in questione in un luogo più tranquillo dove farla sedere e respirare.

Cercare di parlare lentamente, usando un tono calmo e confortante.

La cura degli attacchi di panico

Le persone che solitamente soffrono di attacchi di panico, cercano di fuggire da situazioni e persone che possono provocarli. Assumono soluzioni che alla lunga possono rivelarsi limitanti (ad esempio portare sempre con sé dei medicinali da assumere in caso di attacco). Si inizieranno ad evitare anche azioni in cui si verifica una normale attivazione fisiologica dell’organismo, come bere un caffè o fare attività fisica. La paura di un nuovo attacco porta il soggetto a vivere in un perenne stato di ansia e irritabilità.

Una soluzione definitiva al disturbo di panico può essere la Terapia cognitivo comportamentale. Recenti studi hanno dimostrato come, grazie a questo metodo, l’80% dei pazienti si libera definitivamente degli attacchi di panico dopo un breve periodo di trattamento.

La terapia cognitivo comportamentale prevede il raggiungimento di 5 obiettivi fondamentali:

Scoprire quali sono le proprie fonti di stress ed eliminarle.

Lavorare sulla tolleranza dell’ansia, innalzandone la soglia, ristabilendo un senso di equilibrio e sicurezza.

Indebolire gli schemi di minaccia, paura e pericolo che sottostanno agli impulsi fisici e mentali.

Cercare di adottare una spiegazione alternativa realistica ai sintomi che causano paura e angoscia.

Smettere di evitare determinate situazione ma al contrario affrontarle senza paura.

Per raggiungere questi 5 obiettivi, questa terapia si avvale di: educazione al modello di Terapia Cognitiva del Panico, induzione dei sintomi in seduta con conseguenti compiti da svolgere a casa, ristrutturazione cognitiva degli esiti catastrofici più temuti delle sensazioni fisiche, esposizione graduata dal vivo e prevenzione delle ricadute.

La terapia cognitivo comportamentale vuole aiutare il paziente a capire che i sintomi fisici avvertiti sono la conseguenza di un alterato stato d’ansia. Non sono pericolosi. Questa nuova consapevolezza aiuta ad uscire dal circolo vizioso degli attacchi di panico.

Gli esercizi di esposizione enterocettiva servono a suscitare in seduta, delle sensazioni simili a quelle che si avvertono durante un attacco. In questo modo si allena l’abitudine a controllarli e vincerli, senza ricorrere alla fuga.

La ristrutturazione cognitiva invece, svolge due funzioni fondamentali: offre al paziente una spiegazione alternativa rispetto alle sensazioni fisiche esterne e interne provate durante l’attacco di panico. L’obiettivo è quello di far realizzare al soggetto che i suoi pensieri sono una conseguenza di un pensiero distorto sul fatto che i sintomi fisici siano dovuti a qualcosa di grave in atto. Anche l’esposizione in vivo è fondamentale nella terapia cognitivo-comportamentale, soprattutto quando il paziente evidenzia una agorafobia grave. L’obiettivo è imparare a gestire l’ansia.

Dal Sito: infocilento.it

Mietta: Gli attacchi di panico? Colpa della mia ipersensibilità


Intervista di recente da Silvia Toffanin, Mietta rivela che da anni sta combattendo contro diversi attacchi di panico i quali la fanno apparire come una donna timida e insicura

Ancora oggi è una fra le artiste più rappresentative del panorama musicale italiano. Mietta ha segnato un’epoca e la sua voce potente e graffiante, dagli anni ’90 ad oggi, brilla come una stella nel firmamento. L’ultima hit è di questa estate, e grazie alla sua "A Milano mi sono persa", ha dominato ancora una volta le classifiche italiane. Mietta però, prima di tutto, resta una persona, una donna e una madre. In vista dei suoi primi 50 anni, che festeggerà il prossimo 12 novembre, si è concessa un’intervista nel salotto di Verissimo, al cospetto di Silvia Toffanin, in cui ha rivelato diversi aspetti della sua vita privata fino ad ora del tutto sconosciuti.

Anche Mietta si aggiunge i vip che soffrono di attacchi di panico e che non riescono a gestire il loro rapporto con la notorietà e con i fan. Fra i tanti ci sono anche Michelle Hunziker, Bianca Guaccero e Paola Perego. L’arista non è di certo l’ultima, ma ha la capacità di raccontare apertamente il suo problema. “Mio figlio Francesco è la mia roccia. È stato lui che mi ha aiutato a lasciare alle spalle un aspetto delicato del mio passato – esordisce -. Lui ha 9 anni e mi ha aiutato a sconfiggere i miei mostri”.

Mietta afferma che i suoi attacchi di panico fanno parte di un disturbo ben più profondo. "Questa cosa deve essere raccontata. Nessuno dovrebbe aver paura di farlo. È terapeutico per chi come me sta combattendo contro dei forti attacchi di panico – continua-. Il primo è stato a 12 anni. Ero davanti la tv ed è stato fortissimo, difficile da spiegare. Quando i miei genitori si sono separati è stato il periodo in cui ho sofferto di più. Per un po’ sono spariti ma poi sono tornati più forti che mai".

L’artista afferma inoltre che l’esperienza vissuta al Festival di Sanremo, nell’anno in cui ha duettato con Amedeo Minghi, quella pressione non è stata di aiuto per la sua patrologia. "Non ho mai capito perché venivo sovrastata da quel tipo di attacco. Forse la causa va ritrovata nella mia iper-sensibilità – afferma Mietta-. Credo che sia una condizione per tutte le persone emotivamente sensibili. Anche al mio primo Sanremo ero in panico. Mi vergognavo e tutti hanno pensato che fossi cupa, timida e insicura di me stessa". Oggi però pare che l’artista sta combattendo contro i suoi problemi. "Non è semplice venirne fuori, ma si può. Basta combattere con tenacia".

martedì 12 novembre 2019

Paura: qual è il confine tra normalità e malattia?



La paura è una delle emozioni primarie che derivano dall’avversione naturale alla minaccia, presente sia negli animali che negli esseri umani.

La paura è un’emozione caratterizzata da un intenso sentimento, in genere sgradevole, provocato
dalla percezione di un pericolo, presente o futuro, reale o supposto. È una delle emozioni primarie che derivano dall’avversione naturale alla minaccia, presente sia negli animali che negli esseri umani.

Questa eredità primitiva protegge in situazioni semplici, come valutare il rischio nell’attraversare una strada, ad esempio, preparandoci per la lotta o la fuga. Quando è intensa, però, la paura può portare a una valutazione estrema e poco realistica delle cose.

Al Pronto Soccorso è comune trovare persone con sintomi come aritmia, sensazione di morte, dolore al petto… tutte sensazioni che quando vengono analizzate sono collegate alla paura patologica diventata ansia. Interrogate, queste persone riferiscono paura ed estremo sconforto, che una volta valutati non vengono collegati alla situazione reale.


In alcuni casi, la situazione estrema di paura può far sì che la persona non riesca a partecipare a delle feste, a viaggiare in aereo, a uscire per strada, a convivere, lavorare, studiare… In questi casi, stiamo parlando di una paura che è diventata malattia.

In genere, le malattie collegate alla paura hanno un carattere emotivo, come il disturbo da panico, l’ansia generalizzata, il disturbo da stress post-traumatico (che si verifica, ad esempio, dopo un assalto o un sequestro). Ciò vuol dire che tutti i disturbi dell’ansia hanno un rapporto diretto con queste situazioni in modo sproporzionato e paralizzante.

Una questione preoccupante è il fatto che le persone colpite da ansia potranno anche passare per la depressione, ovvero soffrire di due condizioni debilitanti che pregiudicano il normale svolgimento della vita. In chi soffre di disturbi dell’ansia salute e benessere affettivo sono direttamente pregiudicati.

Più neghiamo ed evitiamo le situazioni che suscitano paura, più diventiamo ansiosi. Riusciamo a superare la questione se la affrontiamo, ovvero se anziché nostra nemica diventa amica e i sentimenti di angoscia vengono minimizzati. Le emozioni non sono nemiche ma guide, indicano che qualcosa va bene o no. Non provate rabbia nei loro confronti, comprendetele per discernere ciò che si può migliorare nella vostra vita.

La svolta si verificherà quando, non più dominati dalla paura, riuscirete a valutare in modo più realistico e con meno sofferenza le situazioni, agendo in modo più razionale, avendo quindi più controllo su quello che si prova. Sarà importante includere delle dosi di realismo, ma senza la negatività, che in genere è una lente piuttosto usata dalle persone ansiose.

Non abbiamo il controllo di tutto, e non tutto andrà in modo perfetto. È questa necessità che ci creiamo che finisce per essere una delle cause dell’ansia. Permettetevi di vedere le situazioni in modo diverso, e al di sopra di tutto accettate l’orientamento medico e psicoterapeutico quando le situazioni legate all’ansia diventano dannose per la vostra salute e per lo svolgimento della vostra vita quotidiana.


Dal sito: alateia.org

lunedì 11 novembre 2019

Depressione Natalizia: Sintomi e Rimedi. Cosa Fare per Trascorrere Natale in Felicità



Tra poco arriveranno le festività e con loro anche quella natalizia, il Natale. E’ un periodo solitamente di gioia, di felicità, di luci, colori e qualche favola da raccontare ai più piccoli per allietare un tempo meteo che non consente poi grandi giochi all’aperto.

A Natale siamo tutti più buoni, ci scambiamo regali, reincontriamo affetti che magari non vedevamo da un po’, amici parenti e non si tratta di un singolo giorno isolato. Visto il susseguirsi di varie festività, legate all’ambito religioso ed a quello laico, il periodo “natalizio” inizia molto presto e si prolunga per oltre un mese.

Alcune persone entrano proprio in modalità “festività” ed iniziano a pianificare le feste, le vacanze e i regali, forti anche di promozioni e vendite promo come quelle previste per il black friday ovvero il cyber monday. Tra mercatini di Natale, decorazioni dell’albero e presepe, alcune persone vivono un vero e proprio momento idilliaco e con ansia attendono quest’evento.

Non tutti, però: per altri questo periodo è davvero critico e vissuto come un incubo, tra depressione e sofferenza. Vedere gli altri gioire e festeggiare, inoltre, imprime ancor di più tristezza.

Alcuni soffrono di una vera e propria patologia denominata “Depressione Natalizia”, in inglese “Christmas Blues”, uno stato di tristezza congenita conclamata e difficile da gestire. Scopriamo di cosa si tratta e quali azioni possiamo compiere per trascorrere questo periodo in felicità, come dovrebbe essere, e non in gioia.

 

Sintomi della Depressione Natalizia

I sintomi della depressione natalizia sono assolutamente riconoscibili e recepiti come una vera e propria patologia catalogata tra le depressioni reattive.

Ecco quali sono i tratti caratteristici che manifestano le persone che soffrono di questo disturbo contestualmente al periodo natalizio, alcuni dei veri e propri disturbi fisici, in gergo psicosomatici:

  • Ansia e stati ansiosi.
  • Senso di colpa e angoscia.
  • Mal di testa.
  • Mancanza di appetito.
  • Bisogno di isolarsi dal resto del mondo in un’introspezione reattiva.

 

I Parenti e i Familiari: Come Comportarsi. I Rimedi

Durante le festività natalizie, incontriamo innumerevoli parenti e familiari che solitamente non frequentiamo e che, anzi, spesso possono rivelarsi degli incontri non proprio piacevoli. Durante questi meeting, l’argomento clou è senz’altro quello relativo alla nostra vita, con i familiari che indagano e vogliono conoscere e sapere finanche gli aspetti più intimi della nostra vita.

Esporsi al pubblico e sentirsi giudicati, specie se non ci sentiamo realizzati, può creare ansia ed una certa angoscia in chi si sente posto sotto la lente d’ingrandimento del giudizio che arriva come una mannaia dall’alto.

Nei casi più gravi, chi soffre di depressione natalizia può addirittura arrivare ad estraniarsi completamente dalla discussione distorcendo la realtà e dissociandosi da essa, ovvero ingenerare manifestazioni critiche vere e proprie: attacchi di panico e crisi d’ansia.

In tali situazioni, perdere il controllo è un attimo. Il rimedio è quello di prepararsi adeguatamente con l’ausilio di uno psicoterapeuta o di un buon psichiatra quando la cosa diventa difficilmente gestibile. Occorre effettuare un’attenta analisi riguardo le reali motivazioni alla base delle quali si scatenano simili comportamenti perché tali reazioni sottintendono problematiche profonde.

 

I Regali: Difendersi dallo Stress

Prima del periodo festivo, molte persone si sentono stressate al solo pensiero di dover girare e cercare i migliori regali da fare per le persone care. Sia questo, sia il pensiero di dover mettere mano al portafogli e dover spendere risorse da impiegare magari in altro modo per doni che potrebbero anche non essere apprezzati.

Per evitare lo stress dei regali, facciamo un bel respiro ed eliminiamo quelli superflui investendo il giusto budget e non di più di quanto possiamo permetterci, nel donare qualcosa alle persone che ci sono più care e a cui vogliamo dimostrare il nostro affetto.

Se ci dà fastidio la folla e soffriamo della presenza in massa di troppe persone, evitiamo i centri commerciali durante questo periodo perché saranno sempre troppo affollati e rimbombanti di una musica sparata ad alto volume anche per incentivare gli acquisti.

In questo senso, possiamo utilizzare comodamente il pc da casa o lo smartphone ed effettuare gli acquisti on line, ovvero possiamo anticiparci prima degli altri in modo da depennare anticipatamente i regali e non ridurci all’ultimo minuti in corse stressanti.

Se soffriamo di stress natalizio, cerchiamo di rimanere tranquilli e di agire in modo da evitare tutte le possibili fonti di ansia e la folla stessa, evitando la paura di essere assaliti da un attacco di panico e la vergogna, l’angoscia, derivanti dal giudizio altrui in tal caso. La paura stessa è un elemento di stress che incentiva la possibilità di un attacco di panico e proprio per questo occorre attenzione ed un certo grado di sensibilità.

 

Bilanci di Fine Anno

Le festività non portano solo consigli, ma anche bilanci di fine anno. In questo periodo ci interroghiamo sulla nostra vita e sulle scelte che abbiamo fatto soffermandoci sugli aspetti negativi di eventuali fallimenti e recriminazioni varie.

Ci guardiamo allo specchio e ci giudichiamo guardando alle conquiste ed agli obiettivi raggiunti dagli altri. E’ il momento in cui ci guardiamo dentro e rischiamo di considerare più importanti i traguardi degli altri, mentre sviliamo i nostri o amplifichiamo gli insuccessi. In questa maniera potremmo sentirci sviliti e colpiti da una sindrome di inferiorità che di certo non ci gratifica, anzi, ci insoddisfa e risultiamo tristi.

Se abbiamo questo tipo di problemi, è meglio porsi dei meta-obiettivi, ossia degli obiettivi intermedi soprattutto nel caso i nostri insuccessi fossero legati alla mancanza di costanza. In questa maniera ci sentiremo gratificati prima di raggiungere l’obiettivo principe in ogni caso.

Non bisogna avere di essere felici, ma gioire dei piccoli obiettivi e di piccole gioie cercando di elevare poi i risultati. Il pensiero positivo, d’altronde, è fondamentale per ottenere altri risultati più alti.

 

La Routine Quotidiana

Molte persone durante le festività soffrono dei cambiamenti per quanto concerne la routine quotidiana e si sentono persi per tutti gli impegni imprevisti. Tutte queste dinamiche inducono la persona a chiudersi dietro le barriere difensive rifuggendo tutti questi impegni: in tal caso ci si sente vuoti e pigri e si dà la colpa al freddo ed al meteo.

Il consiglio, in questo caso, è molto semplice, ma estremamente complesso da mettere in atto: sforzarsi di fare delle cose. Leggiamo quel libro che vogliamo finire da tempo, cuciniamo quello che ci piacerebbe fare da tempo, quella ricetta che non abbiamo avuto la forza di fare prima, ma che desideravamo.

Mettiamoci a pensare a ciò che ci piace e ci piacerebbe fare, facciamo una sorta di lista ed iniziamo a seguirla cercando di sforzarci anche un po’. Almeno inizialmente, poi tutto diventerà automatico.

Il consiglio principe, superiore a tutti gli altri, è quello di tornare un po’ bambini e rivedere il Natale per quello che è, una festa gioiosa e non uno stress troppo impegnativo.

Dal Sito: lezionieuropa.it 

domenica 10 novembre 2019

Non insegnate ai bambini (Gaber)







Un bambino risponde "grazie" perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo.

Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te.

Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura.

Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è "aiutami a fare da solo".

Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l'importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà.

Un bambino non apre un libro perché riceve un'imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell'oggetto che voi tenete sempre in mano con quell'aria soddisfatta.

Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu.

Un bambino ha fiducia nell'amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L'ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti.

"Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così" è una frase da non dire mai.

Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare con dei farmaci; provate a portarlo il più possibile nella natura.

Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto.

Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l'azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti.

Un bambino pone sempre tante domande, ricorda che le tue parole sono importanti; meglio un "questo non lo so" se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po' ridicola.

Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.

Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere.

Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua.

Il bambino adora la confidenza, ma vuole una madre non un'amica.

Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.

[Testo di Giorgio Gaber]