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venerdì 2 ottobre 2020

Paura dei luoghi chiusi, quando è patologica diventa claustrofobia

Paura dei luoghi chiusi, quando è patologica diventa claustrofobia

Senso di soffocamento e paura di rimanere schiacciati sono un disturbo patologico che si può curare, ecco come

Sentirsi soffocare in ascensore, o in attesa tra la gente, in una stanza chiusa o in un luogo senza finestre. La claustrofobia è un disturbo molto diffuso e chi ne soffre riporta appunto la paura eccessiva e irrazionale di trovarsi in spazi stretti e chiusi come tunnel o ascensori. Quando si verificano simili situazioni, il soggetto cercherà in ogni modo di uscire all’aperto per ritrovare il senso di libertà e la possibilità di tornare a respirare l’aria. Come riporta il dottor Giuseppe Iannone, nel 75% dei casi i sintomi di claustrofobia non sono gravi e solamente una piccola percentuale di soggetti richiede un trattamento; i casi molto gravi interessano infatti solamente il 2-5% della popolazione. L’esordio della claustrofobia tende a essere precoce spesso infatti si manifesta in età preadolescenziale, prima dei 14 anni.

Chi soffre di questo disturbo ha molte paure correlate ad esso: il timore che il soffitto e il pavimento si chiudano, schiacciando le persone che si trovano nella stanza, il timore che il rifornimento d’aria si esaurisca e si muoia per soffocamento, la paura di svenire per via della mancanza di aria e luce. Trovarsi in ambienti come teatri e cinema, senza finestre, con le uscite lontane e senza la possibilità di muoversi agilmente per una eventuale fuga, risolta un vero incubo per il claustrofobico, che rinuncerà a frequentare questo genere di luoghi. Tra gli eventi più indesiderabili per questi soggetti c’è il doversi sottoporre ad una risonanza magnetica, esame che prevede di trovarsi all’interno di un tubo molto stretto e totalmente chiuso. Tra le difficoltà più frequenti per i claustrofobici c’è quella di entrare in ascensore, mezzo che viene costantemente evitato. Per non parlare della metropolitana: un luogo oscuro, sotterraneo, affollato e pieno di odori sgradevoli: assolutamente da evitare per chi soffre questo di disturbo patologico. Il claustrofobico cerca di controllare l’ansia trovando delle giustificazioni apparentemente logiche che spieghino il motivo di una scelta che altri considerano un po’ strana o inusuale, oltre ad attuare le tipiche strategie di evitamento o fuga, come nel caso di chi soffre di vertigini o di agorafobia.

I sintomi della claustrofobia

Ecco secondo la classificazione di State of Mind quali sono i sintomi per diagnosticare un disturbo claustrofobico:

  • Sudorazione
  • Respirazione rapida o iperventilazione
  • Nausea e vomito
  • Battito cardiaco accelerato, tachicardia
  • Svenimento
  • Tremore e brividi
  • Vertigini
  • Intorpidimento e formicolio.

La claustrofobia va distinta dall’agorafobia, tipica di chi soffre o ha sofferto di attacchi di panico, che non si limita alla paura degli spazi chiusi, ma riguarda tutte le situazioni, anche all’aperto, da cui non vi sia una via di fuga facilmente accessibile (es. un ponte, una lunga coda o l’autostrada). Il disagio provato da claustrofobico è limitato al senso di costrizione, mentre quello dell’agorafobico è legato alla lontananza da una via di fuga e di un punto di sicurezza.

Curare la claustrofobia è abbastanza semplice, come tutte le fobie, e prevede un percorso di terapia cognitivo comportamentale, incentrato a intervenire sui sintomi per produrre un cambiamento e una soluzione dei problemi, piuttosto che ad analizzarne le presunte cause remote.


Dal Sito: today.it 

giovedì 23 aprile 2020

Claustrofobia, la paura degli spazi chiusi




La vita dei claustrofobici subisce parecchie limitazioni. Basti ad esempio pensare che molti si rifiutano di eseguire esami diagnostici come la risonanza magnetica

Deriva dal termine latino 'claustrum' che significa 'luogo chiuso' e dal greco 'phobos', ovvero 'paura, fobia'. La claustrofobia è il terrore morboso di spazi o di luoghi chiusi, ristretti, molto affollati, dai quali la fuga sarebbe difficile o pressoché impossibile. Stanze di piccole dimensioni o prive di finestre, locali gremiti di gente, ascensori, bagni pubblici, metropolitane, generano nel claustrofobico una sensazione di oppressione ingravescente accompagnata da sintomi fisici (sudorazione fredda, tachicardia, nausea) o da veri e propri attacchi di panico. Il soggetto crede di essere in trappola e la mente, per proteggersi da quello che considera essere un pericolo, mette in atto strategie di evitamento. Si tenta, così, di non esporsi allo stimolo fobico o di farlo solo in presenza di un familiare o di una persona cara. Tutto ciò, ovviamente, si traduce in pesanti limitazioni nella vita quotidiana. Basti pensare, ad esempio, che chi è affetto da claustrofobia, rinuncia anche all'esecuzione di esami medici (risonanza magnetica) o a indossare abiti stretti.

Non sono ancora del tutto note le cause di questo disturbo. Nella maggior parte dei casi esso risulta essere l'espressione di traumi o di particolari modalità di percezione sperimentate durante l'infanzia e l'adolescenza. Qualora il naturale istinto di esplorazione venga scoraggiato, nel bambino si instaurerà un blocco della percezione del sé e delle proprie capacità. Egli sarà un adulto con poca autostima e con un'ansia spropositata nei confronti di tutto ciò che, simbolicamente, limita la sua libertà. Secondo alcune ricerche la claustrofobia è determinata da un malfunzionamento dell'amigdala, una struttura appartenente al sistema limbico capace di influenzare il processo di percezione del pericolo. Altri esperti, invece, sostengono che la fobia derivi da una disfunzione della percezione dello spazio correlata ad un meccanismo evolutivo. Da un punto di vista psicoanalitico, infine, la mania è l'esito di un grave conflitto psicologico che si esprime attraverso il processo della conversione.

sintomi della claustrofobia variano da persona a persona. Alcuni soggetti sperimentano lievi disagi in spazi ristretti. Per altri, invece, l'angoscia è insopportabile e spesso sfocia in attacchi di panico. Tra le reazioni fisiche più frequenti, si ritrovano: senso di svenimento, vertigini, tremori, nausea, bocca secca, tachicardia, brividi, sudore freddo, vampate di calore. Ancora mal di testa, confusione, formicolio, dispnea, sensazione di oppressione o di dolore al petto, pianto, fischi alle orecchie, intorpidimento, disturbi visivi. Ci sono dei claustrofobici che giurano di aver visto i muri avvicinarsi a loro e altri credono di soffocare, di perdere il controllo e addirittura di morire. Tutte queste manifestazioni non sono altro che il prodotto di quella che viene definita 'reazione di attacco di fuga'. La mente, associando i luoghi angusti e certe situazioni a minacce, prepara in automatico il corpo a combattere per garantire, così, la sopravvivenza.

Dal Sito: m.ilgiornale.it 

martedì 15 ottobre 2019

Paura da ascensore: come superarla

L'ascensore ha origini antiche. La sua invenzione viene attribuita addirittura ai Romani che avrebbero usato corde e strutture di legno trainate da animali. Oggi rappresenta in assoluto il mezzo di trasporto più sicuro al mondo. Ma nonostante le statistiche di incidenti siano bassissime, è ancora molto alto il numero di quanti hanno paura dell'ascensore: lo evitano e usano le scale. Ma evitare l'oggetto che procura paura non allontana la paura, piuttosto la amplifica. Per questo va affrontata.

Certe volte la paura da ascensore rappresenta un sintomo isolato, legato a traumi non risolti del passato. Altre volte, si collega a patologie più profonde e richiede l'intervento dello specialista.


I sintomi della paura da ascensore


Si tratta di una vera e propria fobia che rientra nei casi di claustrofobia. I sintomi sono chiari: sudorazione, tachicardia, mancanza d'aria. Fino ad arrivare - nei casi più gravi - a vere e proprie crisi di panico. Il sintomo si può manifestare già nel chiamare l'ascensore, nello spingere il bottone di chiamata.

In alcuni, esplode a causa dello spazio chiuso, in altri per la condivisione obbligata con altre persone di un perimetro ristretto. Può procurare vertigini quando ci si trova in ascensori con vetrate oppure un senso di claustrofobia quando lo spazio è completamente chiuso.


Come superare la paura da ascensore


Nei casi più lievi ci sono alcuni facili accorgimenti da mettere in atto. Innanzitutto, prendere confidenza con il mezzo: usarlo ripetutamente e fare esercizio. Poi, ricorrere alla respirazione controllata - respirare lentamente - per dominare l'ansia che, una volta entrati in ascensore, può manifestarsi con una iperventilazione.

Infine, individuare fonti di distrazione per dirigere altrove il pensiero: navigare sul cellulare, ascoltare musica, inviare messaggi. All'inizio, quando deciderete di "fare esercizio e prendere gradualmente confidenza con l'ascensore", può essere utile chiedere la collaborazione di un amico e usare l'ascensore insieme. Una compagnia utile per tranquillizzarvi e per distrarvi con argomenti lontani dalla vostra ansia.

Un ultimo suggerimento: non abbiate fretta. Il disturbo diminuirà lentamente con il ripetersi delle "esercitazioni" ma dovete avere pazienza. Saranno necessarie da alcune settimane ad alcuni mesi.
Ma il risultato vi ripagherà.

Carla De Meo

Dal Sito: dica33.it

venerdì 28 giugno 2019

Cos’è la claustrofobia, sintomi e trattamenti




La claustrofobia è la paura di trovarsi in uno spazio chiuso: ecco come e quando si manifesta, quindi le informazioni sui sintomi e sui trattamenti.
La claustrofobia è la paura di trovarsi in uno spazio chiuso e si manifesta nella maggior parte dei casi con una sensazione spiacevole più o meno intensa, con la paura di perdere il controllo della situazione e del contesto.

La claustrofobia è una delle possibili manifestazioni dell’agorafobia. Le persone che soffrono di quest’ultima sono in linea generale preoccupate da tutte quelle situazioni in cui non riescono a individuare con certezza un modo semplice per fuggire o, ancora, ottenere aiuto nel caso in cui l’ansia dovesse aumentare oltre un certo livello. Questa fobia può cogliere i soggetti che ne soffrono nelle condizioni più disparate, come in treno o sull’autobus, su qualunque altro mezzo di trasporto pubblico a porte chiuse, negli spazi aperti troppo ampi per consentire il controllo, negli ambienti molto affollati, siano essi piazze o centri commerciali, nelle condizioni di completa solitudine.

Quando si manifesta

La claustrofobia è un’esperienza molto individuale. Alcuni pazienti manifestano sintomi di leggero disagio quando si trovano in uno spazio ristretto o affollato, altri invece si sentono estremamente ansiosi e possono sperimentare un vero e proprio attacco di panico. Ecco quali sono le situazioni che con maggiore frequenza scatenano i sintomi della claustrofobia:

ascensori;

tunnel;

treni, autobus affollati o no, aerei;

stanze affollate e chiuse o con poche vie di fuga;

porte girevoli con spazi di apertura alternati;

bagni pubblici;

auto con chiusura centralizzata automatica;

lavaggio di auto automatici;

spogliatoi nei negozi;

stanza senza finestre;

vestiti stretti.

La claustrofobia, come altri disturbi d’ansia, è una condizione curabile, perciò è indispensabile riferire al medico se alcune situazioni di solito normali cominciano ad essere associate a disagio.

Attacchi di ansia: come riconoscerli e cosa fare

I sintomi della claustrofobia

Il sintomo che di solito si riconduce con facilità a una fobia è il vero e proprio attacco di panico scatenato da un ambiente chiuso. Un attacco di panico è un improvviso e molto intenso episodio di paura. Le sensazioni fisiche possono essere travolgenti e dare in concreto la sensazione di sentirsi mancare.

I sintomi comuni degli attacchi di panico includono:

la paura di perdere il controllo o lo svenimento;

sentimenti di sventura e timore concreto per la propria incolumità;

paura di morire;

pensieri rapidi che rendono più difficile il pensiero chiaro;

battito cardiaco accelerato;

frequenza respiratoria accelerata o mancanza di respiro;

sudore intenso e tremori;

sensazione di debolezza e vertigini;

sensazione di soffocamento;

vampate di calore o, al contrario, brividi;

confusione, disorientamento e nausea.

Claustrofobia e condizioni di vita

La claustrofobia, se non adeguatamente trattata, causa una profonda modifica e peggioramento delle condizioni di vita. Gli attacchi di panico possono essere spaventosi e il timore di doverli nuovamente affrontare può cambiare la routine quotidiana. Nei casi più gravi i pazienti potrebbero non sentirsi più in grado di lasciare la propria casa.

Claustrofobia e trattamento

Il medico è il professionista che deve prendere in carico il paziente per seguire la terapia cognitivo comportamentale ed, eventualmente, farmacologica. In ogni caso l’approccio è personalizzato sulla base della condizione di salute di base del paziente.

Dal sito: greenstyle.it 

domenica 29 luglio 2018

Claustrofobia: perche si soffre?



Per affrontare la claustrofobia è importante prendere coscienza del proprio stato di malessere psicofisico perché è un disturbo fobico che potrebbe rendere difficile l’agire della vita quotidiana quindi meglio affrontarlo e capire le motivazioni per cui si soffre.

Il termine claustrofobia deriva dalla lingua latina claustrum (luogo chiuso) e dal greco fobia (ossia timore ossessivo per i luoghi chiusi) ed è un disturbo che può modificare il modo in cui affrontiamo la vita di tutti i giorni. L’ascensore, la metropolitana, i luoghi affollati, una stanza chiusa senza finestre, una strada intasata dal traffico possono trasformarsi in veri e propri luoghi di terrore che si preferisce evitare. Questo disturbo può essere l’unica spia di uno stato di angoscia che per il resto rimane latente, o può accompagnarsi ad altri sintomi psichici: agorafobia, ipocondria, ansia generalizzata. Spesso affrontare la situazione temuta, e spesso anche solo l’idea di affrontarla, può far scattare un importante attacco di panico. La persona che soffre di claustrofobia è pienamente consapevole dell’irrazionalità della sua paura ma non riesce a dominarla, soprassederla, gestirla, vivendo un disagio molto profondo; cercherà di evitare situazioni che potrebbero far emergere nuovamente il disturbo fobico precedentemente vissuto e non dominato. Vediamo insieme perché si soffre di claustrofobia e quali i rimedi per sconfiggerla.

Che cos’ è la claustrofobia?

La claustrofobia consiste in una paura degli spazi chiusied affollati ed è una delle paure più comuni e più diffuse. Solitamente è una manifestazione ansiosa associata al ricordo di una esperienza traumatica probabilmente vissuta in un luogo chiuso, affollato ed angusto. Chi soffre di claustrofobia vive sensazioni negative, di angoscia e disagio non appena si trova rinchiuso in ascensori, metropolitane, sotterranei, luoghi affollati. Pertanto, la persona che soffre di tale disturbo cerca in tutti i modi di evitare le situazioni in cui si sente soffocata e/o accerchiata, adottando strategie di evitamento o ricercando la presenza rassicurante di un familiare, compromettendo le azioni della vita quotidiana. Come la maggior parte dei disturbi fobici, anche la claustrofobia è accompagnata da stati ansiosi e spesso da manifestazioni somatiche come sudorazione accentuata, aumento della frequenza cardiaca (tachicardia), nausea, sensazione di svenimento, disturbi del respiro, senso di oppressione e timore di morire. Spesso, la claustrofobia rappresenta un fenomeno passeggero, destinato a scomparire spontaneamente però, in alcuni casi, questo disturbo fobico richiede il ricorso alla terapia farmacologica e/o  psicoterapia.

Sintomi e cause della claustrofobia

I sintomi della claustrofobia insorgono nel momento in cui la persona sta vivendo la situazione fobica e variano in base alla gravità della paura e sono:

ansia

fiato corto

tachicardia

vampate di calore

tremore

sudorazione

senso di vertigini

svenimento

dolore al petto

attacchi di panico

Chi soffre di tale disturbo fobico, inoltre potrebbe:

cercare di evitare le situazioni scatenanti che innescano la paura, come salire in metropolitana, ascensore, frequentare luoghi affollati e dalle ridotte dimensioni;

stare vicino alle porte di uscita o finestre se la stanza è molto affollata;

tenere sempre ben presente le porte di uscita, nei locali che si frequentano.

Quali sono le cause del disturbo? Molto poco si conosce rispetto alle cause che determinano la claustrofobia. Si pensa che i fattori principali siano l’ambiente circostante, la questione genetica ed anche ricordi traumatici vissuti nel corso dell’infanzia. Per quanto concerne la questione genetica, alcuni studi individuano la causa principale nella disfunzione dell’amigdala, una parte del cervello che gestisce le emozioni  ed in particolar modo la paura e che influenza il processo di percezione del pericolo. Oltre alla questione genetica, si aggiunge anche una percezione spaziale problematica. Il disturbo, infatti, potrebbe avere una correlazione con il meccanismo percettivo della paura in relazione allo spazio, meccanismo che anticamente doveva avere un ruolo fondamentale dal punto di vista dell’istinto di sopravvivenza. Anche traumi vissuti nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza possono avere un legame con l’insorgenza del disturbo; infatti la claustrofobia si sviluppa durante i primi anni di vita, fino al massimo all’adolescenza. Gli eventi traumatici vissuti possono essere:

restare bloccati in un mezzo pubblico affollato oppure in un luogo piccolo ed affollato per un lungo periodo di tempo;

assistere a delle forti turbolenze in aereo;

essere mandati in castigo in un luogo piccolo e buio;

avere uno dei due genitori che soffre del disturbo di claustrofobia.

Infine nell’età adulta, questo disturbo, associato ad una bassa autostima, può tradursi con un’ansia verso ciò che è in grado di limitare la libertà, ovvero luoghi chiusi.

Cura e trattamento della claustrofobia

La claustrofobia viene curata prevalentemente, facendo ricorso alla psicoterapia. E’ sempre opportuno ricordare che tale disturbo fobico è una condizione curabile e che la maggior parte delle volte sparisce con l’età. L’utilizzo di farmaci può placare il problema sul momento, però non costituisce una soluzione definitiva. Ecco perché risulta opportuno affrontare il problema attraverso un percorso psicoterapico, volto a riconoscere gradualmente traumi e nodi del passato lasciati in sospeso, aiuto fondamentale per avere una visione differente di sé e del proprio vissuto.

I trattamenti più comuni sono:

psicoterapia cognitivo-comportamentale: aiuta ad avere una percezione dei pensieri negativi, a controllarli e gestirli in modo opportuno e consono all’evento che potrebbe scatenare la paura;

terapia di rilassamento: si tratta di mettere in atto tecniche di rilassamento (ad esempio immaginando di essere in un posto sicuro, in un luogo poco affollato con diverse uscite di sicurezza) utili ad affrontare, in maniera positiva, le situazioni di claustrofobia;

terapia di esposizione: il soggetto che presenta il disturbo fobico è esposto direttamente a situazioni che potrebbero scatenare la paura, ciò al fine di rafforzare l’individuo e la percezione di se stesso e dell’ambiente circostante;

terapia comportamentale razionale emotiva: Aiuta a focalizzare l’attenzione sulle emozioni che si vivono in situazioni, abitudini e comportamenti insani; partendo dal riconoscimento di tali emozioni negative si lavora sul loro fronteggiamento e si focalizza l’attenzione sul presente al fine di realizzare un cambiamento delle abitudini di vita insane;

farmaci: consigliati antidepressivi e ansiolitici per tenere sotto controlli possibili attacchi di panico.

Cosa fare in caso di claustrofobia?

Per superare un attacco di panico e/o ansia causato dalla claustrofobia occorre:

prestare attenzione su qualcosa di sicuro, come il passare del tempo scandito dalla lancetta dei secondi dell’orologio;

ripetersi che la paurache si sta vivendo èirrazionale e passeggera cercando di focalizzare l’attenzione sui pensieri positivi;

ascoltare musica e/o canticchiare qualche canzone;

respirare profondamente elentamente;

chiudere gli occhi, se possibile, e visualizzare situazioni che infondono positività e gioia (le risate di un bambino che gioca; un prato soleggiato).

Le situazioni di pericolo non vanno evitate; questo rimedio non funziona come le soluzioni a lungo termine, perché prima o poi ci si ritrova in una situazione di panico che non deve essere evitata ma gestita.

Dal Sito: laleggepertutti.it

martedì 17 aprile 2018

Claustrofobia: sintomi e cura


La claustrofobia è sicuramente una delle fobie più diffuse. II claustrofobico è un soggetto affetto dalla paura eccessiva e irrazionale degli spazi stretti e chiusi come tunnel o ascensori. In situazioni simili, il soggetto farà di tutto per uscire all’aperto e godere pienamente di quel senso di libertà che solo il sentirsi “libero di respirare” gli può consentire. Le paure correlate alla claustrofobia più frequenti sono il timore che il soffitto e il pavimento si chiudano, schiacciando le persone che si trovano nella stanza, il timore che il rifornimento d’aria si esaurisca e si muoia soffocati, il timore di svenire a causa della mancanza di aria e luce.
Il cinema, inteso ovviamente come locale, è un posto poco piacevole per chi soffre dei sintomi della claustrofobia: non vi sono finestre, le uscite non sempre sono controllabili, c’è molta gente in sala, e spesso non ci si può muovere con libertà per non disturbare le altre persone. Tutte queste sensazioni sgradevoli fanno spesso rinunciare alla frequentazione di queste sale. Uno degli eventi più temuti da chi soffre di claustrofobia è quello di doversi sottoporre ad una risonanza magnetica, esame che prevede l’inserimento dell’intera persona in un tubo molto stretto e totalmente chiuso. Non sono rari, ovviamente, coloro che soffrono di questo disturbo in ascensore, e che di conseguenza lo evitano ove possibile.
Altro posto che mette in crisi gran parte di coloro che hanno problemi di claustrofobia è la metropolitana. Qui c’è proprio di tutto: oscurità, sotterranei, cunicoli, affollamento, odori sgradevoli, ventate improvvise d’aria e rumori stridenti dei treni.
Oltre alle classiche manovre di evitamento o di fuga di fronte alla situazione fobica, il claustrofobico tiene a bada l’ansia cercando delle giustificazioni apparentemente logiche che spieghino il motivo di una scelta che altri considerano un po’ strana o quanto meno poco usuale. E così chi ha i sintomi della claustrofobia preferisce salire le scale, adducendo i più svariati motivi: l’opportunità di fare del moto per tenersi in forma, la necessità di raccogliere le idee prima di andare a parlare con qualcuno (l’ascensore è sempre troppo veloce!), e via dicendo.
La claustrofobia deve essere tenuta distinta dall’agorafobia, tipica di chi soffre o ha sofferto di attacchi di panico, che non si limita alla paura degli spazi chiusi, ma riguarda tutte le situazioni, anche all’aperto, da cui non vi sia una rapida via di fuga (es. un ponte, una lunga coda o l’autostrada). Il disagio del claustrofobico è limitato alla sensazione di costrizione, mentre quello dell’agorafobico è legato alla lontananza da una via di fuga e di un punto di sicurezza.

La cura della claustrofobia è relativamente semplice, come di tutte le fobie, e passa necessariamente attraverso un percorso di terapia cognitivo comportamentale, che mira a intervenire sui sintomi e a produrre un cambiamento e una soluzione dei problemi piuttosto che ad analizzarne le presunte cause remote.

Dal Sito: ipsico.it


martedì 7 novembre 2017

Claustrofobia: quando manca il respiro

Claustrofobia : quando manca il respiro


Sudorazione, affanno, battito cardiaco accelerato, offuscamento della vista, capogiri, sensazione di cadere o essere in trappola, nausea, vomito, tremore, vertigine, formicolio. Questi alcuni sintomi degli attacchi di panico di cui nucleo centrale è la sensazione di pericolo (sovrastima del pericolo) e il proprio sé come estremamente vulnerabile (sottostima della capacità individuali di fronteggiamento)

In particolare la claustrofobia si presenta nel momento in cui ci troviamo in uno spazio chiuso o affollato, ed è associata all’evitamento di oggetti o situazioni che creano senso di oppressione e sensazione di mancanza di libertà di movimento. La paura di soffocare, la sensazione di sentirsi in trappola ed in pericolo, l’impossibilità di muoversi possono invalidare il quotidiano, come i tunnel, i treni, la metropolitana, gli ascensori, le stanze piccole, i negozi, le maschere. Eviteremo di frequentare questi ambienti, ma di fatto aumenteremo la paura dello stesso stimolo, poiché se nell’immediato possiamo sentirci sollevati, alla prossima occasione l’ansia salirà maggiormente. Oltre l’evitamento, la claustrofobia coinvolge il controllo costante ad esempio all’interno di un veicolo, preferiremmo sederci accanto a una porta e viaggiare solo quando c’è poco traffico; nei luoghi pubblici staremo vicino alla porta evitando i bagni affollati. In generale, la claustrofobia è associata ad altre fobie situazionali come il buio, l’altezza, volare in aereo, in cui la percezione di pericolo e del sé indifeso restano alte.

Probabilmente la figura di attaccamento ansiogena, controllante e invadente ci ha scoraggiati verso un comportamento esplorativo dandoci un immagine del mondo pericoloso e ingannevole, e del nostro sé negativa, poco pronta all’adattamento, e al superamento di un ostacolo. Il dilemma che si crea nell’età adulta è rinunciare alla sicurezza della compagnia in modo da essere liberi (e da soli di fronte ai pericoli) o rinunciare alla libertà di esplorazione in cambio di una protezione che rassicura (ma che può anche soffocare). Potremo aderire a un’immagine di sè apparentemente sicura e autonoma (non mi fido del mondo e degli altri - claustrofobia) o imbarcarci in rapporti affettivi stretti dai quali dipendere (agorafobia – paura spazi aperti). Nel primo caso sentiamo pericolose le situazioni che interpretiamo come perdita di libertà, soffocamento e i legami affettivi sono a basso coinvolgimento.

Con questi ingredienti potremo sentirci poco sereni nella routine o con gli amici, dovendo rinunciare a molte cose, o incontrare difficoltà relazionale, specie nella vita di coppia o con un figlio. Un intervento cognitivo comportamentale può essere la via per ritornare a respirare serenamente e non sentirsi in uno stato di perenne sofferenza emotiva e limitazioni quotidiane.

di Rita Verardi- psicologa e psicoterapeuta

giovedì 25 maggio 2017

Claustrofobia e Agorafobia: Un problema relazionale?


Secondo la teoria cognitiva la claustrofobia e l'agorafobia sono una risposta di ansia a ciò che viene percepito come perdita di protezione o libertà.

Claustrofobia e Agorafobia sono entrambi Disturbi d’ansia (DSM 5, 2014), in particolar modo Fobie. Esse consistono in una paura estrema di qualcosa di oggettivamente non così pericoloso. Il soggetto riconosce l’irrazionalità della sua paura, ma non riesce a controllarla ed è costretto a fuggire dall’ oggetto fobico. Nell’ articolo approfondiremo come la fobia, in particolar modo degli spazi chiusi e degli spazi aperti, nasconda un problema di natura profondamente relazionale.

La fobia secondo la psicoanalisi

Secondo Freud (1894), la fobia ha origine dalla rimozione dalla propria coscienza di desideri proibiti. Essi verrebbero quindi disconosciuti e poi proiettati su un oggetto, che scatenerà dunque la fobia. Lo spostamento del proprio affetto inaccettabile (che sia la rabbia o un desiderio sessuale) su un oggetto o su una situazione esterna consente dunque l’ evitamento: non avvicinandomi a quella circostanza posso non entrare in contatto con i sentimenti che mi fanno paura. Secondo l’approccio psicodinamico, l’ oggetto fobico avrà una connessione indiretta col vero problema dell’individuo: lo simbolizza. La capacità simbolica del nostro inconscio è infatti la sua forza più sorprendente.

La teorizzazione cognitiva della fobia

Guidano (1988), sul versante cognitivo, ha invece sottolineato come la tendenza del soggetto fobico sia quella di rispondere con paura ed ansia a ciò che viene percepito come perdita di protezione e/o perdita di libertà.

Ugazio (1998), esponente della teoria sistemico-relazionale, conia il concetto di polarità semantiche: ogni famiglia si organizza intorno ad alcune polarità che definiscono cosa è rilevante per quel nucleo e per la definizione di sé e dei suoi componenti. Ad esempio: buono/cattivo; dare/prendere; sincero/falso. Secondo l’approccio sistemico-cognitivo, l’area saliente per un individuo con un’ organizzazione fobica è la seguente: bisogno di protezione/libertà. Questi estremi sono vissuti come reciprocamente escludentesi e non conciliabili, e viene valorizzata soprattutto la polarità “libertà-indipendenza”, su cui verrà basata la propria autostima e il senso di competenza.

Secondo Ugazio, l’ organizzazione fobica è un assetto che si sviluppa nel bambino a partire dalle prime esperienze con una figura di attaccamento che scoraggia in lui un comportamento esplorativo e che gli trasmette una definizione negativa di sé. Tale organizzazione può poi dare origine a comportamenti sintomatici, nell’infanzia o nell’adolescenza, in seguito a eventi eccessivamente intensi che tocchino una delle due polarità.

La claustrofobia e l’agorafobia secondo la teoria cognitiva

Il dilemma del fobico è quindi: rinuncio alla sicurezza della compagnia in modo da essere libero (ma anche solo di fronte ai pericoli) oppure rinuncio alla libertà di esplorazione in cambio di una protezione che mi rassicura (ma che può anche soffocarmi)? Le vie di uscita sono due strade dicotomiche: o aderisco a un’immagine di me che esclude fragilità e debolezza e identifica l’autostima con l’indipendenza, oppure mi imbarco in rapporti affettivi stretti dai quali dipendere. La prima coincide con la claustrofobia, la seconda con l’ agorafobia. La persona con claustrofobia sente pericolose le situazioni che interpreta come perdita di libertà (come un rapporto troppo stretto o la nascita di un figlio), l’ agorafobico ha paura di ciò che vive come perdita di protezione (la fine di una storia d’amore o un lavoro che richiede più responsabilità). Si tratta di un continuum ai cui estremi abbiamo da una parte la scelta di essere indipendente ma rinunciare a un coinvolgimento emotivo, dall’altra essere protetti da un legame ma avere una bassa autostima.

Il claustrofobico può avere un legame affettivo purché a basso coinvolgimento. Sceglierà un partner dal profilo basso: poco brillante, dipendente, che si coinvolge emotivamente per entrambi. Nella coppia è in posizione “one up”, è accentratore, fuggitivo e svalutante. L’ agorafobico, al contrario, privilegia la relazione a scapito del sé. Per paura di perdere il legame, controlla le persone significative e sottopone la relazione a continue verifiche. Il fatto di non essere indipendente compromette il suo senso di realizzazione. Si legherà in giovane età a un partner apparentemente forte e protettivo a cui dedicherà tutto. Nella coppia è in posizione “one down”.

L’ organizzazione fobica di un individuo, che risulta esemplificativa nei due estremi “claustrofobico” e “agorafobico”, affonda quindi le radici in difficoltà relazionali che si esprimono in una modalità non equilibrata di vivere la relazione: il primo tende a sentirsi soffocato (gli spazi chiusi lo angosciano), il secondo ha paura che, solo e sperduto in balìa del pericolo, nessuno lo salvi (gli spazi aperti e dispersivi gli trasmettono senso di minaccia e mancata protezione). Diceva lo scrittore Robert Heinlein: “Puoi avere la pace. Oppure puoi avere la libertà. Non sperare di averle tutte e due insieme”. Ma non è detto: le due strategie, adattive solo sul breve periodo, possono essere col tempo, attraverso la psicoterapia, sostituite da un atteggiamento costruttivo capace di smussare la continua tensione tra i due poli. Riconducendo l’angoscia al terreno relazionale, sarà possibile raggiungere una riconciliazione armonica tra bisogni e paure, e una nuova capacità di apprezzare se stessi nello spazio dinamico dell’esistenza.


Scritto da: Marta Di Grado

Dal Sito: www.stateofmind.it






Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/01/claustrofobia-agorafobia/


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/09/rimuginio-preoccupazioni/


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2017/05/terapia-assistita-con-animali/