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lunedì 2 novembre 2020

Rap, trap e adolescenza: la musica nell'espressione della rabbia






Sappiamo che la musica rappresenta la colonna sonora di un’epoca, il linguaggio attraverso cui le nuove generazioni definiscono la propria appartenenza collettiva e la propria identità personale. Che funzione hanno Rap e Trap nel far esprimere la rabbia ai giovani?

Una musica può fare… salvarti sull’orlo del precipizio… 

Così canta Max Gazzè.

Ma cos’è che la musica può realmente fare?

Messaggio pubblicitario Il seguitissimo Psicologo del Rock in un articolo della sua pagina Facebook afferma che la musica ha sempre avuto la capacità di alleggerire lo spirito favorendo la comunicazione tra mente, corpo e anima, aiutando la persona a esprimere correttamente i sentimentie a relazionarsi con gli altri, l’ambiente, il proprio Io interiore (Lippi 2017). E’ stato infatti dimostrato che la musica può avere un effetto molto potente sulle nostre emozioni: può rendere felici o aiutare a superare le proprie paure, scatenando sensazioni e ormoni che hanno un effetto diretto e immediato sul nostro umore. Partendo da questo presupposto Spotify dal 2014 sceglie una canzone per ogni emozione. Questo servizio musicale digitale, grazie a Jacob Jolij, professore di psicologia cognitiva e neuroscienze all’università di Groningen, ha potuto individuare le canzoni che suscitano una risposta emotiva più immediata. La playlist contiene le tracce più efficaci per passare dalla tristezza alla felicità o dalla rabbia all’ottimismo (La Stampa 2014).

Questi sono solo degli esempi moderni e contemporanei di successo che trattano i benefici che le canzoni hanno nell’espressione delle emozioni, ma per rendercene conto possiamo pensare a tutte quelle volte che abbiamo cercato di aiutare un amico regalandogli un album musicale o consigliandogli di ascoltare una canzone su Youtube.

Date queste premesse possiamo immaginare che la musica potrebbe essere uno strumento molto utile da utilizzare anche nel setting terapeutico.

Ci concentreremo, in particolar modo, sulla funzione che Rap e Trap potrebbero avere nell’espressione della rabbia. Per farlo però, dobbiamo prima comprendere a cosa ci riferiamo quando parliamo di questi due generi musicali.

Il Rap si basa sulla ricerca di rime, assonanze, metafore e figure retoriche cantate o parlate su basi musicali contraddistinte da ritmi uniformi. Le prime forme di questo genere musicale possono essere rintracciate già verso gli anni ’50 e ‘60 nella cultura afroamericana statunitense, ma la vera musica Rap si sviluppa intorno agli anni ’70 e ‘80 nel clima urbano del South Bronx, un quartiere di New York contraddistinto dalla presenza di differenti etnie e da un contesto socio-economico particolarmente difficile. Le diverse etnie utilizzavano quindi questa forma musicale come strumento di denuncia di discriminazioni e di ingiustizie, identificandosi con il suo messaggio di fondo, con lo stile e con l’intera cultura Hip-Hop. Inizia così a delinearsi un vero e proprio movimento anticonformista capace di esprimersi attraverso uno strumento molto potente: l’arte(Rose, 1994). I rapper, provenienti quasi sempre da contesti sociali disagiati, esibiscono un’immagine particolarmente virilizzata, ribelle e aggressiva; infatti, si mostrano con un abbigliamento e un atteggiamento simile ai gangster degli anni ’20 e con un’ostentazione della ricchezza ottenuta attraverso la musica, sfoggiando gioielli e beni di lusso sia per le strade, che nei loro concerti e video musicali.

Nel suo passaggio in Europa, la musica Rap perde solo una parte di questa immagine violenta e rimane comunque un genere musicale che esprime soprattutto rabbia e denuncia da parte dei più deboli (Miscioscia, 2019).

La Trap, invece, prende il nome dalle trap house: edifici abbandonati di Atlanta in cui i tossicodipendenti, negli anni ’90, andavano a comprare le sostanze stupefacenti. Questi erano luoghi di perdizione, segnati dal degrado, che però hanno contribuito a influenzare l’immaginario di molti giovanissimi degli anni Duemila. Iniziava l’epoca dei Millennials, ragazzi che amavano il rap, ma che hanno deciso di rompere con quella tradizione– pur essendone figli – e che hanno quindi inventato un nuovo genere musicale, la Trap. Questa non nasce tra le mura delle trap house di Atlanta, ma da esse riprende i suoi temi: osanna la droga e una vita fatta di agi e ricchezze, non combatte il degrado e non è antisistema. (Dall’hip hop alla trap: la metamorfosi del “rapping” nella storia, 2018).

A nostro avviso, uno degli elementi che accomuna le canzoni Trap e Rap è la voglia di riscatto sociale e personale manifestati spesso attraverso parole cariche di rabbia. Entrambi i generi hanno qualcosa da raccontare, nascono dal cemento delle strade e spesso dalla sofferenza.

Messaggio pubblicitario Poiché eccedere è la parola d’ordine dei due generi musicali, che raccontano la vita di strada tra criminalità e disagio, la bella vita e le belle cose, la violenza, lo spaccio di sostanze stupefacenti e le dure esperienze che gli artisti hanno affrontato nelle città, sono spesso generi demonizzati dai genitori. Ma se andassimo oltre la superficie? Sappiamo che la musica rappresenta la colonna sonora di un’epoca, ovvero il primo più importante linguaggio attraverso cui le nuove generazioni definiscono la propria appartenenza collettiva e la propria identità (Miscioscia, 2019) personale e che, più in generale, l’adolescenza è un periodo in cui la rabbia è spesso la risposta ad un conflitto (con se stessi, con i genitori e con il mondo). Con questa consapevolezza potremmo entrare in relazione con loro, come genitori o terapeuti, utilizzando proprio la musica che ascoltano? A nostro parere in terapia potrebbe essere uno strumento prezioso, poiché per i ragazzi rappresenterebbe un modo più funzionale per esprimere e contenere la rabbia e allo stesso tempo la modalità con la quale poter entrare in contatto e comunicare i propri conflitti e tutto ciò che sta accadendo nel loro mondo interno. In parole povere un mezzo attraverso il quale i giovani riescano a riconoscersi, condividere, interpretare ed elaborare la propria vita.

Un esempio dell’utilizzo della musica Rap in terapia è riportato dai colleghi Arianna Ferretti e Luca Pelusi (2017) su State of Mind. Scrivono dell’utilizzo della Group Rap Therapy, ovvero una pratica di intervento creata in America che utilizza la musica Rap come strumento terapeutico per adolescenti residenti in contesti a rischio e caratterizzati da un elevato tasso di violenza. Riportano che alcuni studi che hanno approfondito la relazione tra musica Rap e comportamento criminale hanno riscontrato che i testi Rap vanno ad influenzare le emozioni e i sentimenti delle persone senza, tuttavia, portare a condotte problematiche (Gardstrom, 1999).

Riteniamo che sarebbe interessante l’utilizzo del Rap e della Trap anche in setting individuali con adolescenti e giovani adulti con disregolazione emotiva. Se è vero che questi generi musicali possono essere utili a pazienti impulsivi, che spesso utilizzano agiti violenti in risposta all’emozione della rabbia, per switchare da una modalità disfunzionale ad una più funzionale; da essi possono trarre giovamento anche giovani, che al contrario, non si autorizzano ad esprimerla permettendo loro di sentirsi liberi di iniziare a familiarizzare con essa in una modalità protetta.

Con fantasia il terapeuta potrebbe rintracciare tantissimi modi in cui utilizzare questi generi musicali attuali sia in seduta che attraverso l’uso di homework. Al ragazzo, ad esempio, potrebbe essere richiesto di associare una determinata canzone a lui emozionalmente vicina ad ogni ABC avente come emozione sottostante la rabbia così da incanalarla positivamente; o ancora, di comporre un testo in cui racconta le situazioni per lui problematiche in rima, rappando o trappando, così da avere una giusta distanza emotiva, dando sfogo alle frustrazioni e sperimentando esperienze di creatività, fiducia e controllo. Attraverso i testi e gli atteggiamenti dei rapper e dei trapper possiamo entrare in contatto con le caratteristiche e le difficoltà che i giovani incontrano lungo la strada della propria nascita sociale come dolore, rabbia, voglia di ribellarsi, disperazione e impotenza e capire così, come aiutarli a canalizzare tali forze.

In generale in adolescenza le emozioni sono intensissime e possono prendere il controllo: con conseguente impulsività, sbalzi d’umore, irritabilità improvvisa ed è utile che questa energia, quindi, possa essere raccolta e racchiusa in attività a forte impatto emozionale, ma a basso rischio come la musica. In questa ottica, potrebbe essere utile ai genitori abbassare i pregiudizi e le difese, per iniziare ad utilizzare questi generi musicali in voga come strumento per comprendere a pieno i figli ed avere con loro un condiviso canale di comunicazione.

Quindi, per dirlo con le parole dello Psicologo del Rock, armiamoci di pazienza e di una playlist Rap (o Trap) per entrare in contatto con i ragazzi di oggi: invece di essere disgustati dalle loro scelte, cerchiamo di comprenderle per creare un dialogo costruttivo.

Dal Sito: stateofmind.it  

giovedì 15 ottobre 2020

Clinica delle Emozioni Seminario Esperienziale Gratuito






Seminari esperienziali gratuiti promossi dall'Associazione di volontariato Insieme Onlus, con il patrocinio del Comune di Grottammare (AP).

Lo scopo e l’obiettivo principale del seminario è di informare gli utenti sul come nascono le emozioni e come si sono evolute dalla nascita dell’uomo ad oggi, inoltre formare gli stessi sulla sperimentazione delle proprie e altrui emozioni, attraverso un lavoro relazionale di integrazione tra aspetti cognitivi, metacognitivi e corporei. Il fine è quello di imparare a riconoscere e gestire le varie emozioni di base, nei contesti educativi, di cura, nelle relazioni di coppia, con i propri figli, in famiglia e negli ambienti di lavoro, in modo da migliorare la qualità psicologica della propria vita. Il presupposto fondamentale è che ogni esperienza emozionale umana merita attenzione e rispetto, e solo in quanto riconosciuta, accolta e accettata potrà essere poi espressa in modi appropriati, nel rispetto dell’integrità del proprio sé e nel rispetto della relazione con l’altro.

14 NOVEMBRE 2020 ore 15.00/19.00
“RABBIA E TRISTEZZA”
RELATORI Prima Giornata:
DR. FELICE VECCHIONE– Psicologo, Psicoterapeuta 
DR. ILARIO MAMMONE - Psicoterapeuta Presidente Società Italiana di Psicologia e Psichiatria


28 NOVEMBRE 2020 ore 15.00/19.00
 “PAURA E VERGOGNA” 
RELATORI Seconda Giornata:
DR.SSA ROBERTA CASSETTI Psicologo, Psicoterapeuta
DR.SSA VALENTINA CAPODANNO Psicoterapeuta cognitivo comportamentale, 
Analista Bioenergetica, Terapeuta Emdr


Ingresso gratuito su prenotazione obbligatoria fino all'esaurimento dei posti consentiti in ottemperanza delle normative vigenti per la prevenzione Covid-19

Prenotazione obbligatoria su: www.insiemedap.it

Associazione Insieme Onlus – Ansia –Attacchi di Panico – Agorafobia 
info@insiemedap.it -  www.insiemedap.it 


Alla fine degli incontri verrà rilasciato un attestato di partecipazione. (Bando Formazione 2018 - Progetto Finanziato dal CSV MARCHE Centro Servizi per il volontariato) 


Con la Partecipazione di: 



























sabato 22 agosto 2020

Arrabbiarsi sempre non ha senso: prova ad allontanarti



Ci sono diverse situazioni nella vita in cui allontanarsi è molto meglio che sprecare energie arrabbiandosi. Anche tu avrai dovuto affrontare numerose difficoltà e, se riuscirai a crescere emotivamente, riuscirai anche gestire il tuo malessere nel modo migliore. Il distacco emotivoinfatti è una capacità che ci permette di percepire il mondo in modo diverso, perché fa sì che le emozioni negative non riescano a dominarci. 

Se riuscirai ad allontanarti dai sentimenti controproducenti riuscirai anche a usare le tue energie per qualcosa di più positivo che ti permetterà di esprimere al meglio te stesso. Per realizzare azioni coerenti con le emozioni che proviamo, il distacco emotivo è il modo migliore.

Come si fa a praticare il distacco emotivo

Ovviamente non esiste una regola unica per mettere in pratica questa tecnica a comando, devi allenare la tua capacità. La tua risposta a situazioni complicate dipenderà sempre da fattori personali, dalle circostanze e soprattutto dalle persone che hai davanti.

Ovviamente prendere il distacco da amici, familiari, partner o qualsiasi altra persona che ti è molto cara, non è affatto facile e non puoi riuscirci da un giorno all’altro senza soffrire. Se riuscirai ad allontanarti un attimo da queste situazioni, riuscirai anche a vederle nel loro insieme: guardandole da lontano riuscirai a capire se sono necessarie alla tua vita o se invece ti stanno solo danneggiando

In ogni caso è importante che tu ti prenda il tempo per raffreddare le emozioni negative in caso di avvenimenti inaspettati: quando ti succede qualcosa di brutto, ad esempio quando subisci un affronto, le emozioni montano rapidamente e nel giro di poco tempo ti trovi accecato dalla rabbia. In quei momenti non devi assolutamente prendere delle decisioni, perché non sarebbero dettate dal tuo raziocinio. Lo stesso discorso vale anche per le emozioni positive in realtà, perché anche un eccesso di allegria può portare a decisioni sbagliate.

Non prendere decisioni importanti quando sei in balia di emozioni temporanee. Se sei arrabbiato cerca di allontanarti piuttosto d’insultare una persona importante per te. Trova il tuo modo per rilassarti, ne esistono tantissimi: fatti una passeggiata, disegna o semplicemente non farti vedere per qualche tempo, qualsiasi cosa va bene. 

Se continuerai a mettere in pratica questa tecnica, ben presto tutto quello che ti faceva perdere le staffe inizierà a sembrarti una piccolezza. Semplicemente imparerai a distinguere le situazioni per cui vale la pena provare sentimenti intensi e quelle che invece sono solo aspetti collaterali della tua vita e non meritano la tua attenzione.

Riuscire a non essere controllati dalle proprie emozioni è possibile ma richiede allenamento e costanza.

I benefici del distacco emotivo

Quando sarai riuscito a creare una distanza emotiva da quello che ti è accaduto riuscirai ad ascoltare ciò che realmente desideri e consideri giusto secondo i tuoi valori. Quando l’emozione intensa svanisce lascia spazio al tuo vero io: cerca di fidarti di queste intuizioni perché sono molto più durature e profonde delle emozioni temporanee.

A questo punto ti sarà possibile prendere decisioni molto più coerenti con i tuoi pensieri e con le tue emozioni, perciò ne sarai soddisfatto anche sul lungo periodo. Praticando il distacco emotivo capirai cosa merita la tua attenzione e riuscirai a non soffrire per eventi collaterali che forse nemmeno puoi controllare appieno.In generale, possiamo dire che davanti a una situazione scomoda sarai sempre tentato di lasciarti trasportare da emozioni troppo intense, ma prima di prendere decisioni importanti è bene che tu metta in pratica il distacco emotivo. In questo modo tutte le tue decisioni e le tue relazioni saranno soggette alla parte più autentica di te e non alle emozioni passeggere che ti accecano per breve tempo.


Dal Sito: aprilamente.info 

sabato 8 agosto 2020

La forza della rabbia e della tristezza





La forza della rabbia

La rabbia a volte è un vero e proprio motore per l’individuo: essere arrabbiati scatena una forza che ci motiva. Questa emozione, quando non supera il livello di guardia che può essere pericoloso, contribuisce ad attivare la mente e ci sprona a trovare comportamenti per la risoluzione di un problema e per superare gli ostacoli. Dunque a volte essere arrabbiati può essere un buon punto di partenza per risolvere qualcosa.

La rabbia inoltre, così come tutte le emozioni, entra in gioco nelle relazioni, e spesso viene messa in campo di fronte a ciò che consideriamo sbagliato in un determinato momento o situazione; la rabbia ci permette dunque di esprimere la nostra frustrazione, di affermare noi stessi e le nostre opinioni: soffocarla continuamente o reprimerla può portare la persona ad un vero stato di sofferenza dove l’individuo si sente “bruciare” internamente e se non riconosciuta o gestita, la persona può “cacciarla” fuori senza controllo attivando dinamiche relazionali verso se stessi e gli altri che diventano totalmente distruttive.

La rabbia infatti quando riconosciuta ed espressa in misura adeguata riduce gli atteggiamenti violenti della persona che la sperimenta: contrariamente al senso comune la rabbia quando è gestita al meglio fa sì che l’individuo si orienti a cercare comportamenti costruttivi per la risoluzione di un problema evitando di assumere atteggiamenti violenti contro se stessi o gli altri.

 

In alcuni casi la rabbia è positiva:

• quando rafforza le nostre decisioni e ci spinge a far valere le nostre opinioni;
• se ci aiuta a capire cosa per noi è importante e a comunicarlo agli altri;
• quando ci spinge a raggiungere una meta e fornisce energie aggiuntive al nostro corpo (ad es. in una competizione sportiva a livello agonistico);
• quando la sua intensità non annebbia completamente la parte razionale della nostra mente.

 

Altre volte è la rabbia deleteria:

• se si manifesta con troppa frequenza, intensità e durata ed impedisce di prendere decisioni funzionali per la nostra qualità di vita;
• se ci fa ripetere gli stessi comportamenti in modo stereotipato e ripetitivo;
• quando ci rende eccessivamente impulsivi nelle azioni e decisioni a scapito del nostro benessere;
• se si trasforma in aggressione verbale o se diventa aggressione fisica ( bullismo, violenza sessuale, aggressioni);

“Le tigri dell’ira sono più sagge dei cavalli della sapienza” (William Blake)

 

La forza della tristezza

Così come la rabbia anche la tristezza può essere funzionale per il nostro “motore” ed è una componente inevitabile dell’esistenza umana: infatti i momenti di tristezza possono essere un segnale d’allarme che qualcosa nella propria vita non gira nel verso giusto e quindi, se ben gestita, può trasformarsi in un potente stimolo di cambiamento e rinnovamento.

Nel momento di in cui la persona sperimenta un lutto, oppure vive una forte crisi personale o relazionale -licenziamento, crisi di coppia- la tristezza ha un valore adattivo: la persona che sperimenta questa emozione rallenta e tutto scorre più piano sia nel proprio corpo che nella propria mente; al di là dell’oggettivo dolore che si prova, il fatto di sentirsi “bloccati” evita che la stessa persona possa agire violentemente contro se stessi o gli altri; inoltre può essere un sintomo funzionale per interrompere una relazione conflittuale dove l’unica soluzione è allontanarsi e riflettere.

Naturalmente così come per la rabbia, è importante che la tristezza venga riconosciuta, accettata e gestita per evitare che questa emozione prenda il sopravvento e dilaghi come un fiume in piena portandoci ad uno stato depressivo patologico. Per definizione l’emozione è uno stato soggettivo passeggero, transitorio e tale stato transitorio diviene problematico non quando lo percepiamo e lo riconosciamo, ma quando si cronicizza divenendo una costante di come percepiamo, vediamo e agiamo all’interno del nostro mondo e di ciò che ci circonda. In questo modo la persona vive una condizione cronica dove la tristezza si trasforma in depressione, il che è totalmente differente.

 

Naturalmente non si vuole assolutamente dire che chi sperimenta queste emozioni non soffra o non provi disagio! Ma è necessario sapere e riconoscere che qualunque cambiamento non è possibile senza sforzo, senza sofferenza e senza le emozioni negative. Imparare ad osservarsi e ad ascoltarsi, divenendo maggiormente sensibili al proprio stato psico-emotivo, senza farsi travolgere da esso, ci consente di risparmiare l’energia impiegata nella lotta contro se stessi e le proprie emozioni e di dirigere questa energia verso le strategie che ci possono portare fuori dallo stato di disagio e sofferenza.

“Non si può impedire agli uccelli della tristezza di passare sopra la tua testa, ma si può impedire loro di farne un nido nei capelli” (proverbio cinese)


Dal Sito: psycommunity.it

giovedì 30 luglio 2020

10 segnali per ricoscere la rabbia repressa e come gestire questa potente emozione



Leggi come affrontare la rabbia repressa, per non reprimere i propri sentimenti ma viverli senza ansia e blocchi emotivi, e come poter sfogare e liberare le emozioni.

La rabbia repressa in psicologia è un accumulo di tensione e rabbia, che si verifica a seguito di traumi o di un lungo periodo vissuto in balia della rabbia interiore, in cui si tiene tutto dentro senza capire come incanalare la rabbia e come sfogarsi. La rabbia repressa può portare a sintomi fisici e psichici, infatti, depressione e rabbia repressa sono spesso correlate. In sé, la rabbia è un sentimento naturale, che sicuramente hai già provato nella tua vita e che proverai nuovamente. In alcuni casi, potresti trovarti in difficoltà nella gestione della rabbia. Se hai questa difficoltà e tendi ad accumulare la rabbia e la tensione, potresti chiederti come sfogare la rabbia repressa. Esistono metodi per ritrovare la calma e liberare le emozioni, per tornare a vivere serenamente.

La tua è rabbia repressa? 10 segnali per capirlo

  1. La rabbia repressa, o rabbia interiore, si esprime attraverso segnali specifici del corpo e del comportamento. Eccone alcuni:
  2. Eviti il confronto: nei rapporti con gli altri il confronto è necessario ed è una situazione in cui ci si trova continuamente. Se odi confrontarti con gli altri e fai di tutto per evitarlo potrebbe essere un segnale di repressione di emozioni come rabbia o tristezza. Quando impedisci alle tue emozioni di liberarsi inizi ad accumulare rabbia inespressa che, con il passare del tempo, può trasformarsi in attacchi d’ira o in rabbia incontrollata.
  3. Ti innervosisci molto facilmente: in questo caso è possibile che la tua rabbia interiore abbia cause profonde. Potrà sembrarti che le piccole situazioni ti facciano innervosire ma in realtà quella è solo la scintilla che fa uscire poco a poco tutta la rabbia repressa accumulata nel tempo.
  4. Sei costantemente occupata: tendi a riempire il tuo tempo con qualsiasi attività pur di non stare in contatto con le tue emozioni? Attenta, anche la rabbia è un sentimento e va accettata e vissuta per quella che è. Le conseguenze della rabbia repressa possono essere peggiori rispetto alla scelta di esprimersi. In alcuni casi, da questa situazione possono nascere dipendenze come quella dall’alcol, dal gioco d’azzardo o dallo sport eccessivo.
  5. Soffri di depressione, ansia, attacchi di panico: rabbia repressa e ansia sono strettamente collegate, così depressione e rabbia repressa. Mentre pensi a come contenere la rabbia, il tuo corpo pensa a come sfogarsi e questo conflitto si esprime attraverso il corpo.
  6. Sei quella gentile che non si arrabbia mai: spesso, quando gli altri ti vedono così docile, in realtà hai tanta rabbia dentro e hai un’immagine di te negativa. Inoltre, di solito la rabbia e la tristezza si presentano insieme e, anche se una copre l’altra, non vuol dire che non siano entrambe lì!
  7. Hai sintomi fisici come dolori e tensione muscolare, mal di schiena, mal di stomaco, problemi alla pelle: la rabbia repressa provoca sintomi fisici proprio perché il desiderio naturale del corpo è proprio quello di liberarsi di quel peso. Per questo motivo, potresti essere soggetta a influenze frequenti o a fatica cronica, perché il tuo sistema immunitario si è indebolito.
  8. Sono guai se non hai sempre la situazione sotto controllo: dall’inizio alla fine devi sapere quello che sta accadendo ed è ancora meglio se ad averlo deciso sei tu. Questo può farti sentire forte, ma a lungo andare potrebbe diventare troppo stressante.
  9. Dormi male: di notte ti svegli spesso, o non riesci proprio ad addormentarti.
  10. Non riesci a dire di no: accetti di fare cose che dentro di te senti di non voler fare e il risultato è solo una grande rabbia verso te stessa, proprio per aver accettato!
  11. Hai attacchi d’ira o di rabbia incontrollata: senza neanche rendertene conto ti ritrovi a urlare contro qualcuno (o anche da sola!) per motivi apparentemente futili. Non è colpa tua, è colpa dell’aggressività repressa che non hai incanalato e sfogato nel tempo.
Come controllare la rabbia repressa?

Se leggendo i segnali ti sei accorta di averne alcuni ti starai chiedendo come controllare la rabbia repressa ed evitare le sue conseguenze. Il passo più importante è quello che hai appena fatto, ovvero quello di aver riconosciuto in te la rabbia inespressa. Brava! Sei già un passo avanti. Ci sono dei metodi per sfogare la rabbia. Se hai deciso di imparare come incanalare la rabbia e come gestirla inizia a osservare il tuo comportamento. Cerca di capire quando stai per arrabbiarti e prova a controllare la tua reazione in modo consapevole, all’inizio sarà difficile ma vedrai che con il tempo riuscirai a incanalare la rabbia in modo sano. Cosa puoi fare nel momento in cui senti arrivare la rabbia? Allontanati dalla fonte di stress e datti il tempo di calmarti, in modo da non farti prendere dall’impulsività: fare una passeggiata di qualche minuto e respirare profondamente ti darà un grande vantaggio in quella situazione. Cerca di capire quali sono per te i fattori scatenanti degli attacchi d’ira, per ogni persona sono diversi e variano anche da cultura a cultura. È molto utile avere con sé un quaderno o un’agenda in cui appuntare gli episodi in cui hai provato questo sentimento, da cosa è stato causato e come hai reagito in quel momento. Annotare tutti gli episodi con costanza per un certo periodo ti può essere utile per capire cosa ti causa quella rabbia incontrollata. Una volta che avrai identificato le cause scatenanti potrai mettere in atto delle strategie per gestire la rabbia in quelle determinate situazioni.

Generalmente, la rabbia nasconde altre emozioni come la tristezza o la paura: permettiti di vivere la tua rabbia per dare voce a quelle emozioni, esternarle ti renderà tutto più facile. Dopo aver capito le cause della tua rabbia incontrollabile, falla uscire! Sfogati nel modo che ritieni più adatto a te, puoi cantare a squarciagola, colpire un sacco da boxe o un cuscino, affrontare una persona che ti causa rabbia… anche semplicemente urlare è un ottimo modo per sfogarsi. L’aggressività repressa può essere un ottimo strumento se incanalato nell’arte: esprimiti cantando, ballando, suonando o creando qualcosa che ti dia soddisfazione e sollievo immediato.

Prova a guardare la situazione con un’altra prospettiva, magari chiedendo a un’amica di raccontarti il suo punto di vista e soprattutto non colpevolizzarti! La rabbia interiore che provi non è voluta ed è già un ottimo traguardo averla riconosciuta e volerla controllare. In linea generale, è davvero utile per controllare la rabbia e sfogare le tensioni fare attività fisica: le endorfine rilasciate dallo sport sono un toccasana per il tuo umore. Allo stesso modo è fondamentale migliorare la dieta e la qualità del sonno. Provare per credere!

Dal Sito: cosmopolitan.com

sabato 18 luglio 2020

Un singolo minuto di rabbia provoca sei ore di danni al corpo



Il nostro sistema immunitario impiega sei ore per riprendersi, quando abbiamo un "attacco di rabbia". Allora devi pensare: allora devo ingoiare la rabbia. No! Nel caso della rabbia sia interiore che esteriore, l'effetto di un minuto in sei ore è lo stesso.

Ciò di cui abbiamo bisogno è imparare a coltivare abitudini che bilanciano maggiormente le nostre reazioni agli eventi e a conoscerci bene per sapere cosa ci rende seri, cosa ci fa male.

Avendo questa conoscenza, possiamo cambiare le nostre reazioni, cercando esercizi che rafforzano il nostro sistema nervoso, coltivando nuovi circuiti che ci portano più armonia e salute.

Cosa possiamo fare per prevenire o mitigare questi attacchi che portano così tanto squilibrio al nostro corpo? Alcuni suggerimenti:

- Dato che il nostro cervello non distingue il reale dall'immaginario, allo stesso tempo che stiamo provando un'emozione negativa, non sentendoci bene, mettiamo ricordi di scene e momenti molto belli della nostra vita. Il cervello interpreta che stanno accadendo di nuovo e ci porta tutta la buona chimica del cervello dai momenti passati al presente.

- Bastano 12 secondi a contemplare qualcosa di bello, secondo il neuroscienziato Rick Hanson, per darci una sensazione di benessere.

- Dobbiamo minimizzare il più possibile le situazioni di stress. Pianificazione e prevenzione aiutano molto.

- Esercita emozioni positive, come empatia, gentilezza, amore, compassione, ottimismo, coltivando un giardino pieno di fiori nel tuo cervello e nelle persone intorno a te. Non coltivando la paura, la lamentela, la rabbia, la negatività, ecc., Impediamo alle erbacce di conquistare questo giardino

- Vivi il presente pienamente. Il passato è solitamente senso di colpa e il futuro porta ansia, preoccupazione. L'importante è prendere il passato per l'analisi e avere un futuro migliore.

- Come la natura, che conserva diversi cicli, stagioni, è la nostra vita. Quando impariamo a comprendere e rispettare questo dentro di noi, non con un'accettazione sottomessa, ma come un atteggiamento che genera risultati concreti, tutto cambia in noi e intorno a noi.

- Spegneremo la luce sul nostro palco ed è molto importante che, guardando indietro, siamo orgogliosi del percorso. Possiamo essere empatici, gentili, estremamente disponibili, ma non dimenticare mai che la persona più importante nella nostra vita è noi stessi.

Dal Sito: italiafeed.com



giovedì 9 luglio 2020

Rabbia, disappunto, frustrazione? Non reprimerti: esprimi quello che senti


Le donne fanno più fatica perché vengono educate a reprimere i sentimenti negativi. Ma accettarli e comunicarli in modo civile ma inequivocabile dà energia, scarica l'ansia, fa trovare nuove soluzioni

Il fatto che molto spesso le donne facciano più fatica a riconoscere la rabbia e ad esprimerla potrebbe non essere solo una questione caratteriale. Reagire alla rabbia con le lacrime, il senso di colpa, l’insicurezza o l’ansia di controllo è un modo di esprimere questo sentimento in forme più accettabili, ma questo ci fa perdere di vista la sua funzione positiva.
Questione di educazione

Non è un mistero che durante l’infanzia bambini e bambine vengano cresciuti secondo gli schemi di comportamento ritenuti più appropriati rispetto al loro genere. Il diverso atteggiamento riservato a femminucce e maschietti incoraggia i secondi ad esprimere liberamente rabbia e aggressività, mentre alle prime viene insegnato che la loro rabbia è sgradevole, irrazionale e – suprema minaccia – rende più brutte. La rabbia femminile è storicamente associata alla follia e all’isteria, oppure a un’eccessiva rigidità che rende le donne arrabbiate meno simpatiche e meno attraenti delle donne che sanno affrontare ogni situazione con un sorriso. Così, per non essere considerate esagerate o ipersensibili, molte bambine imparano a deviare questo sentimento verso l’interno e a tenere strettamente sotto il controllo le loro espressioni e loro gestualità.

Controllarsi sì, ma senza reprimere

Un primo passo per imparare a vivere in maniera più serena la propria rabbia è smettere di ignorarla. Il che non vuol dire iniziare improvvisamente ad essere incivili, ma semplicemente ad accettare questo sentimento e a non considerarlo solo negativo. Imparare a comunicare la propria rabbia in modo che venga presa sul serio da chi ci circonda è possibile solo se ci si affida al suo lato costruttivo. La rabbia può motivare a uscire da situazioni svantaggiose, a darsi degli obiettivi e a elaborare strategie: dipende tutto da come scegliamo di utilizzarla. L’importante è non avere paura del risentimento che mostreranno gli altri quando smetteremo di essere concilianti e inizieremo a manifestare anche questa emozione.
La mindfulness della rabbia

Perché la rabbia sia sana, raccomanda Soraya Chemaly in La rabbia ti fa bella (Harper Collins Italia, 2019), bisognerebbe evitare di catastrofizzare e ruminare, due atteggiamenti che tendono a cristallizzare il sentimento in una rabbia corrosiva, che non porta da nessuna parte. Elaborare e accettare i propri sentimenti invece permette di sviluppare un distacco liberatorio che aiuta a trovare soluzioni. La rabbia può essere una fonte di informazioni e di energia, concetto ribadito anche dalla psicoanalista junghiana Clarissa Pinkola Estés in Donne che corrono coi lupi (Frassinelli): il ciclo della collera monta, cala, muore e si libera sotto forma di energia nuova, creativa, purché si accetti di trasformarla in altro e non ci si aggrappi come ad un mantra.
Distinguere fra le tre A

Un altro passo importante, secondo Chemaly, è riuscire a distinguere comportamenti simili tra loro, che hanno in comune la capacità di dire di no. Un conto è quindi essere arrabbiate, un altro essere assertive oppure aggressive. L’assertività è una qualità che dovremmo essere incoraggiate a coltivare molto più della compiacenza, non solo perché è una forma di comunicazione diretta molto efficace. Essere assertive, precisa l’autrice, permette di aumentare la resilienza emotiva e diminuisce il rischio di ansia e depressione, diventando un gesto di cura verso sé stesse. Quanto all’aggressività, non c’è ragione per non trovarle un posto nella gamma di comportamenti da attuare in base al contesto. Anche se è caratterizzata da una conflittualità più aperta e meno civile, in molti casi può essere modulata in maniera rispettosa ma inequivocabile.




Dal Sito:.silhouettedonna.it

giovedì 21 maggio 2020

Smettere di parlare a qualcuno è una strategia a cui molte persone ricorrono per “esprimere” rabbia

Talvolta il silenzio viene usato come punizione. Smettere di parlare a qualcuno è una strategia a cui molte persone ricorrono per “esprimere” rabbia, disapprovazione o per rimproverare qualcuno. Quanto è efficace questo metodo per superare un problema o affinché una persona cambi? Perché scegliere di non parlare quando il rancore ti arde dentro?

Instaurare un dialogo con qualcuno non sempre è facile, soprattutto quando c’è di mezzo un conflitto, che sembra non avere alcuna soluzione. Tuttavia, se invece di affrontare direttamente l’argomento si sceglie di non rivolgere più la parola all’altro, si crea solo tensione aggiuntiva. Alla controversia irrisolta si aggiunge un limbo che può arrivare a essere una vera e propria incubatrice di veleno.

Molti, tuttavia, non hanno alcun interesse a risolvere il conflitto mediante il dialogo. In fondo, vogliono che l’altro si sottometta al loro punto di vista, dunque utilizzano il silenzio come punizione, affinché ceda. In definitiva, si tratta di un atteggiamento infantile e l’aspetto peggiore è che non porta a niente, se non a una mera gratificazione egoistica.

Ci sono molte argomentazioni che difendono l’idea per cui smettere di parlare a qualcuno sia giusto. In fondo, però, lo scopo a cui si mira è punire la persona e farle capire la propria disapprovazione senza dover parlare. Ma perché non dirlo, invece di affidarsi al silenzio? I motivi principali forniti da chi optano per questo strumento sono:

  • Preferisco smettere di parlare con una persona piuttosto che essere coinvolto in una discussione in cui ci si scambiano insulti.
  • Questa persona non mi ascolta. Le ho già chiesto di cambiare, ma non ho ottenuto alcun risultato. E allora è meglio non dire niente, anche perché… a che pro?
  • Deve chiedermi scusa per ciò che mi ha fatto (o mi ha detto, o non ha fatto, o non ha detto). Finché non l’avrà fatto, non le parlerò.
  • Perché parlare se poi tanto ci ritroviamo al punto di partenza? Meglio interrompere la comunicazione e vedere se capisce che non ho intenzione di cedere.

In tutti i casi si afferma che il silenzio è l’opzione migliore per veicolare il conflitto. Per un motivo o per l’altro, la parola si è rivelata inefficace. Si decide, dunque, di smettere di parlare a qualcuno affinché questo venga inteso come punizione e, di conseguenza, l’altro riconsideri il suo atteggiamento.

Un silenzio può avere una moltitudine di significati, alcuni dei quali davvero violenti. Smettere di parlare a qualcuno corrisponde ad assumere un comportamento passivo-aggressivo. Questo significa che si sta attaccando l’altro, ma in modo implicito. La maggior parte delle volte, questo atteggiamento risulta altrettanto o addirittura più nocivo dell’aggressione diretta, perché il silenzio rappresenta un vuoto suscettibile a qualsiasi interpretazione.

Per chi smette di parlare a qualcuno, le ragioni sono chiare. C’è anche un’aspettativa ben definita riguardo all’epilogo al quale tale situazione deve condurre.

Ma a tutti coloro che utilizzano tali stratagemmi dovremmo chiedere: siete sicuri che l’altro comprenda davvero il significato del vostro silenzio? Sareste pronti a scommettere che il modo migliore affinché cambi, o faccia ciò che voi desiderate, sia attaccarlo con la mancanza di dialogo?

Il silenzio aumenta la distanza. E la distanza non è solita essere un buon alleato per la comprensione o per restaurare legami rotti o danneggiati. Viceversa, aumenta ulteriormente il divario.

D’altro canto, smettere di parlare con qualcuno può funzionare momentaneamente. Si infligge la punizione e l’altro reagisce: torna per scusarsi, promettere di cambiare o fare ciò che noi desiderate. Tuttavia, a lungo termine, finisce per incubare piccoli rancori che possono crescere. È raro che il silenzio attenui il conflitto di fondo o che ceda il passo alla sua risoluzione, piuttosto si limita a occultarlo.

È anche vero che a volte è meglio tacere. Quando siamo molto esaltati, per esempio. L’ira porta ad esagerare e a voler ferire l’altro, anziché indurre ad esprimere davvero quello che si pensa o prova. Partendo da questi presupposti, non c’è niente di meglio che smettere di parlare per riacquistare il proprio contegno. In tali circostanze, si tratta di una decisione intelligente.

Viceversa, come abbiamo già detto, smettere di parlare per punire o affinché l’altra persona “si arrenda” raramente porta buoni risultati. A volte dobbiamo affrontare la sfida che presuppone esprimere la nostra ira o arrabbiatura, senza però ferire l’altro. La soluzione non consiste nello smettere di parlare, bensì nel cercare e trovare i mezzi per gettare dei ponti verso la comprensione. L’assenza di parole può far cedere l’altro, ma questo non significa che il conflitto scompaia. D’altro canto, può anche succedere che ciò non accada e che quella che all’inizio era una palla di neve sfoci in una valanga.

Forse basterebbe cercare delle condizioni di dialogo migliori, oppure un modo diverso di esprimere la nostra disapprovazione. Rendere l’ambiente routinario più caloroso e amorevole contribuisce a rinvigorire la comunicazione, a volte. Parlare col cuore, attenendosi sempre ai propri sentimenti, a ciò che proviamo noi e non a ciò che si crede provi l’altro, è una formula che non guasta mai. Proviamoci.


Dal Sito: aprilamente.info 


martedì 31 marzo 2020

Se sarete pazienti in un giorno d’ira, ne supererete cento di tristezza



Essere pazienti non significa essere deboli né codardi. A volte è meglio restare in silenzio e far scemare la rabbia, piuttosto che perdere tutto in un momento di ira incontrollabile. La pazienza è la virtù dei cuori tranquilli, in grado di capire che avanzare con prudenza in un giorno di rabbia ne previene cento di tristezza.

Tutti abbiamo dovuto affrontare un momento simile. A volte, infatti, viviamo “nell’epicentro” di ambienti che richiedono molti sforzi e che mettono alla prova la nostra capacità di sopportazione e quell’abilità necessaria per gestire bene le emozioni. L’ira è come un grilletto che spara quando perdiamo il controllo e che, lungi dal farci sfogare, di solito ha conseguenze molto indesiderate.

Imparate a essere pazienti, a calmare la rabbia, a scacciare l’ira per far posto alla comprensione e all’intelligenza. In questo modo, vi renderete conto che la rabbia non risolve nulla, perché può farci perdere tutto.

Quando parliamo di quelle due incredibili virtù, il silenzio e la pazienza, sembra quasi che siano associate più alla passività, a chi non è in grado di reagire. Non dobbiamo certo pensarla così. Il saggio silenzio che ci rende pazienti ci aiuta a calmare la mente e ad agire con maggiore pazienza, con più giustizia e temperanza.

Oggi vi invitiamo a riflettere su questo tema.

Essere pazienti: l’abilità di chi sa gestire bene le emozioni

Quando parliamo di ira, rabbia o rancore, ci viene subito alla mente l’immagine di un bambino piccolo che gonfia le guance e che sta per urlare. Anche se i capricci infantili sono un problema che dobbiamo saper affrontare e che non va ignorato in modo che il bambino impari a gestire le proprie emozioni, lo stesso accade in età adulta.

La rabbia repressa ci fa stare male, ma la rabbia che esplode in ira e aggressione causa anche delle vittime. Siate pazienti, calmate la vostra mente e difendetevi senza aggredire. Siate saggi.

C’è chi sceglie di “mandare giù” la rabbia. Fare come se niente fosse mai accaduto. Consapevoli del fatto che i giorni delle urla e dei capricci sono ben lontani, scelgono semplicemente di nascondere la propria rabbia e la propria frustrazione. Tuttavia, non è la cosa giusta da fare e non è un comportamento sano. Non è saggio nemmeno permettere alla rabbia di scoppiare, come se fosse un cavallo selvaggio guidato dall’ira che causa situazioni scomode e distruttrici.

Coloro che sanno gestire bene le emozioni imparano presto che due dei nemici più complessi con i quali si ha a che fare sono, senza alcun dubbio, la rabbia e l’ira. Sono anche collegati a molti cambiamenti fisiologici che intensificano ancora di più le sensazioni negative e di minaccia. Per questo motivo, quando bisogna sconfiggere un nemico, l’arma migliore è conoscerlo.

Conoscere un nemico comune: l’ira

Ci sono persone che si arrabbiano più o meno spesso. Un possibile motivo che spiega l’esistenza di queste differenze individuali è una tolleranza maggiore o minore della frustrazione o persino alcuni fattori genetici.

L’ira si manifesta nel nostro cervello in seguito ad un sottile squilibrio tra i livelli di serotonina, quelli di dopamina e quelli di ossido nitroso. Tutto ciò porta alcune persone ad avere scatti di ira e di rabbia.

Stando ad un interessante articolo pubblicato sul The New York Times e scritto dallo psichiatra Richard Friedman, l’ira può mostrarsi anche come risultato di una depressione nascosta.

Una rabbia che è impossibile da controllare, sulla quale non si può ragionare o che non viene gestita nel modo giusto può essere la causa di frustrazione e malessere. Quando l’ira avvolge il nostro cervello in seguito all’effetto di quella chimica neuronale, assistiamo a diversi cambiamenti fisiologici che amplificano le emozioni negative. A questo punto, la rabbia galoppa ormai fuori controllo.

La rabbia non può essere nascosta e non può trasformarsi in attacchi d’ira. Deve essere sminuzzata, capita e canalizzata nel modo giusto, così che non possa soffocarci, ferire nessuno o cercare delle vittime sulle quali proiettarsi.

Pazienza, calma e positivismo per combattere la rabbia

Non fidatevi mai di una persona che vi dice che “ non si arrabbia mai”. Tutti siamo vittime di ingiustizie, riceviamo parole cattive e commenti tanto ingiusti quanto offensivi. Nonostante ciò, prima di permettere alla nostra rabbia di trasformarsi nella scintilla che accende il fuoco dell’ira, è fondamentale riflettere per un momento su questi aspetti:

Date un nome a ciò che vi fa arrabbiare. Non ascoltate solo le sensazioni, quella scomodità che si attorciglia nello stomaco e che assale la vostra mente. Descrivete con parole concrete cosa vi dà fastidio.

Per qualche secondo, cercate la calma, rinchiudetevi nel vostro “palazzo mentale”. È uno spazio tranquillo e sereno che appartiene solo a voi. Visualizzate il luogo perfetto dove far uscire la rabbia e le emozioni negative, per poi farvi avvolgere dalla ragione. A questo punto, visualizzate la migliore opzione per affrontare la fonte del vostro fastidio.

Manifestate in modo positivo il motivo della vostra rabbia. Non serve a niente “mandare giù” quello che ci fa del male, perché la rabbia non si nasconde sotto il letto, si manifesta sotto forma di parole rispettose volte a sottolineare chiaramente ciò che ci fa del male, ciò che non desideriamo.

Controllate, ristrutturate e cambiate lo scenario. Uno dei migliori modi di gestire la rabbia e l’ira è controllare diversi fattori come la respirazione o persino i processi mentali che potenziano ancora di più le emozioni negative. Non serve a niente cercare dei colpevoli. Cercate invece di spegnere i rumori mentali e i pensieri irrazionali.

A volte un’attività semplice come camminare, respirare profondamente e cercare un punto all’orizzonte sul quale riposare la mente e spegnere l’interruttore della rabbia può salvarci da tutti i pericoli esterni che popolano la vita di tutti i giorni. Bisogna affrontare il mondo con il cuore in tranquillità, conoscendo i propri limiti e sapendo che ci saranno alcuni momenti brutti, non ci sono dubbi al riguardo, ma sapendo anche che quelli belli sono di più e sono la nostra ragione di vita…

via La Mente Meravigliosa

venerdì 28 giugno 2019

Emozionarsi, senza paura



Alcune emozioni sono temute, represse o giudicate poiché ritenute socialmente inaccettabili o pericolose, eppure sono indispensabili alla nostra vita e per stabilire rapporti profondi con sé stessi, con gli altri e con l’intero creato.

L’emozione è l’espressione di un messaggio che il corpo rimanda. Essa origina in primis nel nostro cervello, dove in risposta ad uno stimolo, interno o esterno, ed alla sua elaborazione si genera un pensiero ed un’attribuzione di senso. Essa porta con sé un messaggio cifrato che mediante l’accompagnamento dell’adulto e l’educazione emotivo-affettiva, sin dall’infanzia possiamo imparare a riconoscere e comprendere sia nelle manifestazioni che nel significato. Il tipo di educazione emotivo-affettiva che si riceve non è l’unica spiegazione del perché le persone hanno rapporti diversi con le emozioni: questi dipendono anche dal personale grado di maturazione raggiunto che è differente in base all’età e all’esperienza.

Sappiamo che alcune emozioni sono universali e vengono vissute allo stesso modo in tutte le culture. Alle prime appartengono tutte le emozioni primarie, approfondite anche nel kit del giornalino Big “Grandi emozioni a piccoli passi“. Sono: gioia, paura, tristezza, rabbia, disgusto e sorpresa. Tra le emozioni secondarie troviamo ansia, allegria, vergogna, senso di colpa, gelosia, nostalgia, rassegnazione, rimorso, offesa, delusione.

Pregiudizi sulle emozioni
Alcune emozioni sono temute, represse o giudicate poiché ritenute socialmente inaccettabili o pericolose. Ad esempio la rabbia, il disgusto, la paura, l’ansia, la vergogna, il senso di colpa vengono sovente collegate con una possibile perdita di controllo e con una cattiva immagine di sé. Eppure senza di loro ci rassegneremmo alle ingiustizie, resteremmo esposti al macabro, trascureremmo i pericoli, non avremmo segnali per capire quanto per noi quello che sta per accadere è importante, non metteremmo limiti all’indecenza, né saremmo consapevoli dell’entità degli effetti del nostro comportamento. Queste emozioni sono scomode poiché mettono in discussione, invitano a scoprire e riconoscere i propri limiti al fine di superarli.

Senza una sufficiente familiarità con esse si può esserne spaventati. È l’esperienza di quanti provano ansia generalizzata. Essi avvertono una serie di reazioni psicocorporee a cui non riescono ad attribuire né significato né connessioni logiche con la loro esperienza. Non essendoci comprensione né accoglienza di quanto accade, le reazioni si amplificano e la persona, non sapendo come comportarsi, ne è spaventata.

In generale si crede di dover mostrare solo alcuni tipi emozioni al fine di dare un’immagine di sé coerente, senza considerare che così facendo si propone un’immagine statica di sé e ci si costringe a non provarne molte altre che sarebbero invece coerenti con le situazioni contestuali. In questi casi il mondo affettivo-emozionale della persona diviene gradualmente sempre più ristretto e coartato.

Le emozioni ci attendono
Se è vero che esse si apprendono sin da piccoli è anche vero che affinché l’adulto accudente possa trasmettere la capacità di riconoscerle e gestirle è necessario che a sua volta l’abbia appreso. Imparare a familiarizzare con le emozioni anche da adulti si può. Esistono training sulla gestione delle emozioni e sullo sviluppo di una intelligenza emotiva che servono proprio a questo.

Le emozioni sono basilari in tutti i contesti in cui viviamo e gli studi sull’intelligenza emotiva confermano l’importante ruolo che esse svolgono nelle interazioni e nel lavoro. Senza di esse la relazionalità e la salute mentale sarebbero minacciate e con esse anche molte altre forme di interazione con il mondo circostante.

Se da un lato le emozioni possono rappresentare una sfida, al contempo sono una grande risorsa per stabilire rapporti profondi con sé stessi, con gli altri e con l’intero creato.

Dal Sito: cittanova.it 

martedì 18 giugno 2019

Quando ci ammaliamo per le cose che non diciamo




La malattia può essere un messaggio del corpo; talvolta è prodotta da un blocco emotivo che ci avvisa che stiamo andando nella direzione sbagliata, e si manifesta nel corpo per mezzo dei sintomi. Per vivere una vita piena, è sempre consigliabile imparare ad ascoltare ciò che dicono il nostro corpo e le nostre emozioni.

Tutti danno forma alle loro esperienze per mezzo del filtro dei loro pensieri. È proprio dai pensieri che nascono le emozioni; esse sono tendenzialmente positive quando analizziamo le informazioni in modo corretto e negative quando formuliamo i nostri pensieri in modo erroneo. Le emozioni del secondo tipo creano in noi blocchi emotivi che si trasformano in malessere psico-fisico.

La vera rivoluzione inizia dentro di noi.

Dimmi cosa ti fa male e ti dirò cosa devi esprimere

Il nostro corpo è saggio e parla, per questo bisogna imparare ad ascoltare cosa ci vuole dire, per poi scoprire la circostanza che ci provoca malessere e guarirla. A seconda del punto del corpo in cui si manifesta il segnale, c’è una spiegazione emotiva. Alcuni studi medici hanno confermato che possiamo prevenire o guarire un problema se individuiamo la situazione o i sentimenti che ci bloccano a livello emotivo.

Il dolore al collo rappresenta ciò che non osiamo dire, il dolore alle caviglie la voglia di avanzare o la resistenza che mostriamo quando dobbiamo accettare una realtà. I problemi gastrici parlano della convivenza e dell’abilità nel “digerire” le situazioni.

Un’altra parte del corpo che riceve molte delle nostre emozioni è la schiena. Secondo gli esperti, i disturbi della parte bassa della schiena, di solito, riflettono preoccupazioni economiche o una sensazione di mancanza di supporto. I fastidi alla parte superiore della schiena indicano che siamo carichi di oneri che non ci spettano.

I dolori alle cosce sono relativi a ciò che gli altri si aspettano da noi. Le ginocchia, invece, sono associate all’orgoglio. Se è la fronte ad essere dolorante, vuol dire che c’è qualcosa che non va nel modo in cui affrontiamo il mondo. I problemi al cuore sono legati a problematiche emotive basilari, relative agli affetti primari.

Le parole che non diciamo si trasformano in frustrazione.

Il risentimento e le malattie fisiche

La nostra vita non è altro che il riflesso del nostro stato mentale: se nella nostra mente c’è pace, armonia ed equilibrio, allora anche la nostra vita è armoniosa, pacifica ed equilibrata. Se, invece, sono i pensieri inadeguati, negativi e vendicativi a dominarci, la nostra vita sarà squilibrata, e in questo squilibrio si presenteranno le malattie fisiche.

Il risentimento è un sentimento che, se lasciato ristagnare, si aggrava e può produrre rancore. Queste sensazioni possono causare piccoli fastidi passeggeri, ma anche profondi malesseri che possono ostacolare o impedire le relazioni con la persona che ci ha offesi. Provare risentimento altera fisicamente il nostro sistema immunitario, fatto che ci rende molto più vulnerabili a malattie comuni, come la febbre o l’herpes.

La rabbia o il risentimento cronici sono considerati fattori di rischio di cardiopatia. Carsten Wrosch, dell’Università di Concordia (Canada), si è occupato di analizzare la relazione tra il risentimento e la qualità della vita.

Quando questa emozione permane per troppo tempo, predispone il terreno per modelli di instabilità biologica, un impedimento fisiologico che colpisce il metabolismo, il sistema immunitario e le funzioni degli organi e delle malattie fisiche.

Quando pensiamo a una cosa e ne diciamo un’altra, sentiamo una cosa e ne facciamo un’altra, non siamo coerenti con noi stessi per paura del rifiuto, dell’abbandono, della critica, dei giudizi e, in questo modo, nascono in noi squilibri emotivi che ci fanno ammalare.

Non dire le cose è un difetto su cui non dobbiamo mai smettere di lavorare.

La mente è meravigliosa

Dal sito: 

aprilamente.info 

venerdì 17 maggio 2019

L’80% dei ragazzi soffre di ansia o di rabbia

Sono scoraggianti i dati di un'indagine voluta da Telefono Azzurro. Solo il 7% dei ragazzi con problemi psicologici è pronto a parlarne con un esperto. Gli psicologici puntano a usare i social e le chat per aiutarli

Otto ragazzi su dieci vivono una forma di disagio psicologico. Il dato è emerso durante il convegno 

Sfide e prospettive in psichiatria infantile e dell’adolescente”, voluto dall’Istituto Superiore di Sanità. Lo studio è stato condotto quest’anno da Doxa Kids e Telefono Azzurro. Oltre 600 i ragazzi, tutti tra i 12 e i 18 anni, messi sotto osservazione.

Meno del 10% è disponibile a rivolgersi a un esperto 

In genere i giovani soffrono di ansia e rabbia, ma sperimentano anche la paura di deludere gli altri e la difficoltà a concentrarsi. Quello che mette il carico da novanta a una situazione già preoccupante è lo sconsolante numero di teenager che si dichiara pronto ad affrontare i suoi problemi psicologici con un esperto: meno del 10 per cento. Solo il 7% dei giovani intervistati si è dichiarato disponibile a incontrare un professionista per parlare del proprio malessere.

Del resto questo malessere è sempre più diffuso. L’83% dei giovanissimi selezionati afferma di avere un problema di carattere psicologico, che nella maggior parte dei casi ha ripercussioni sulla loro salute in generale.

Quali sono i disagi più diffusi?

I problemi a livello psicologico più diffusi sono:

  • difficoltà a concentrarsi, che colpisce un giovane su tre,
  • insonnia, uno su quattro,
  • paura di deludere le aspettative degli altri, uno su quattro,
  • attacchi di rabbia, uno su cinque,
  • poi fobie, tendenza al suicidio, depressione e l’autolesionismo.

Gli esperti spingono per coinvolgere i giovani con i social media, le app e le chat

Se i giovani non vanno dagli psicologi, sono gli psicologi a voler andare dai giovani. Così si sta riflettendo sulla possibilità di utilizzare gli strumenti più usati dai ragazzi per cercare di prevenire, individuare e curare il disagio giovanile.

Il parere dell’esperto

«ll digitale permette ai ragazzi di parlare più liberamente di se stessi» spiega Ernesto Caffo, storico presidente di Telefono Azzurro e professore ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. «Sui social media – aggiunge – scrivono narrazioni della sofferenza e del disagio,senza doversi interfacciare con qualcuno. E possono anche rileggere i propri pensieri, commentarli, condividerli. Il tema è come raccogliere queste richieste di aiuto e trasformarle in una risposta».

«Per affrontare disturbi di ansia, tendenze al suicidio o abusi, stiamo utilizzando con successo le chat, perché in questo modo i ragazzi ci parlano in modo molto diretto. Uno degli obiettivi del convegno “Sfide e prospettive in psichiatria infantile e dell’adolescente” è individuare un team di esperti internazionali che lavorerà sull’utilizzo del digitale per la cura del disagio mentale nei bambini e negli adolescenti».

Dal Sito: ok-salute.it

mercoledì 27 giugno 2018

Che fatica l’ansia!


Ascoltiamo la nostra voce interiore? Cosa ci sta dicendo? Quali sono le sensazioni e i bisogni che avvertiamo?

Perché arriva l’ansia

Abbiamo la convinzione di sapere tutto di noi stessi, di sapere come stiamo, cosa vogliamo e cosa non vogliamo: nulla di più falso.

Spesso abbiamo timore di sapere, di ascoltarci, di sentirci; fermarsi e prendere consapevolezza di cosa siamo in questo momento può provocare l’ansia del contatto pieno con la realtà, di scoprire mancanze e difficoltà pratiche.

Fare cose e cose, serve solo a coprire i rumori della voce interiore, ma non può durare a lungo: il corpo ad un certo punto avrà la meglio e attraverso svariati sintomi proverà ad esprimersi, a modo suo, e non sempre in modalità piacevole, ad esempio: stanchezza, distrazione,offuscamento mentale, stati d’ansia, umore labile, muscoli tesi e doloranti, calo della vitalità e della voglia di progettare.

Inoltre, il voler mantenere a tutti i costi il ritmo quotidiano senza mai staccare la spina, sul lungo termine può provocare la chiusura delle sensazioni: il corpo s’irrigidisce talmente tanto da “pietrificarsi” fino a non sentire il tocco di una carezza, il tepore del sole o il sapore intenso di una bevanda; tutto ciò che facciamo diventa atto meccanico, lo scorrere del tempo si congela e la memoria non riesce ad immagazzinare immagini: la sera non ci saranno ricordi della giornata ma solo voglia di andare a letto.

Come si sente chi soffre d’ansia?

L’ansia si veste di tantissimi ruoli, ognuno scelto inconsapevolmente per dare spiegazioni a sintomi fisici a cui non diamo ascolto; sono svariati i comportamenti che adottiamo per gestirne le sensazioni sgradevoli, ad esempio:

– controllare il nostro ambiante: disturbo ossessivo

– evitare situazioni e/o relazioni: ritiro sociale

– chiuderci nei ricordi del passato: fuga dalla realtà

– modificare la nostra personalità creandoci un alter ego, e cosi via.

Nello specifico:

La testa: i ricordi sono confusi e poco chiari, la percezione del tempo è dilatata e i minuti si moltiplicano, tante fantasie negative con catastrofi imminenti, incapacità di progettare a lunga scadenza.

Le emozioni: continuo allarme e agitazione, preoccupazioni incessanti, indecisioni e paure.

L’attività fisiologica:respiro alto, affannoso, percezioni di morte imminente, attivazione costante (battito cardiaco, peristalsi intestinale ecc.).

La postura:movimenti agitati a scatti, posture rigide e muscoli tesi.

L’ansia non è un mostro

Mi capita spesso di sentire descrivere l’ansia come un essere vivente, una sorta di demone interiore, un’entità che ci guida o ci comanda, un qualcosa a cui siamo assoggettati: umanizzare l’ansia crea un mostro con una sua vita, che con immotivata cattiveria schiaccia la nostra esistenza.

Apriamo gli occhi al mattino e ci ritroviamo di fronte una forza da combattere, per tutto il giorno fino a sera, quando sfiniti ci rimettiamo a letto, schiavi di un «qualcuno invisibile» che assorbe le nostre energie.

 Ansia: cosa non fare

1) Evitare la ricerca continua di notizie, perlopiù, in internet dove tutti scrivono tutto: una marea di interpretazioni personali anche allarmanti rispetto ai sintomi aumenta solo la confusione;

2) Non cadere nei paragoni poiché ognuno di noi ha una propria configurazione funzionale sia del decorso che della risoluzione del disturbo, non sprechiamo tempo nella ricerca di consigli, di suggerimenti sul “come hanno fatto gli altri”; la realtà, soprattutto in momenti di crisi, viene vissuta in maniera del tutto personale.

3) Individuare il centro dell’ansia, ossia, il respiro: l’ansia è fondamentalmente alterazione del respiro, la famosa “fame d’aria” non è altro che l’incapacità del diaframma di allargarsi e prendere aria.

Piccolo test

Bastano pochi minuti per renderci conto di come sia sbarrata la porta delle sensazioni, di quanto le esperienze sbagliate abbiano bloccato la comunicazione tra noi e il corpo.

Mettiamoci seduti o distesi, in un posto tranquillo e proviamo a fare dei respiri profondi, uno, due, tre, quattro respiri profondi.

Qual è la sensazione?

Sangue alla testa, lieve vertigine, oppressione toracica. Tutti segnali dell’iperventilazione, conseguenza dell’alterazione del respiro.

Ora, proviamo ad individuare nel corpo la zona in cui si trova la rabbia. Poi, individuiamo la tristezza. Proviamo a soffermarci su una zona del corpo fragile, una zona che ha bisogno di cure e coccole. Non ci fermiamo su dolori vari, ma sulle SENSAZIONI.

Cosa ci sta dicendo il nostro corpo?

Non riuscire a sentirci è tra le principali cause che provocano reazioni psicosomatiche: il corpo comunica continuamente e tenere la mano sulla sua bocca non lo zittisce, ma anzi, lo fa scalciare sempre più violentemente, fino all’esplosione.

Dott.ssa Sabrina Rodogno

Dal Sito: corrieredellacitta.com