venerdì 4 settembre 2020

Attacchi d’ansia: quelle crisi che non vorremmo



Le crisi di ansia sono sempre più diffuse e sempre più numerose sono le persone affette da disturbi d’ansia.

Eppure chi ha crisi di ansia spesso, ne soffre in silenzio.

Diffuso infatti, è il pregiudizio che le crisi d’ansia siano dovute a poca voglia di reagire, ad una fragilità del carattere, ad una fissazione inesistente. Chi soffre d’ansia finisce spesso per non sentirsi compreso, ricorrendo ai metodi più veloci per placare le sue crisi d’ansia:

  • uso di ansiolitici;
  • comportamenti di evitamento e fuga dalle situazioni temute.

L’ansioso cercherà ansiosamente una risposta per placare la sua ansia!

“Uno degli aspetti paradossali dello stato di ansia acuta è che la persona sembra produrre inconsapevolmente quelle situazioni che maggiormente teme o detesta.”

(Beck e Emery)

Le risposte cui potrà ricorrere per alleviare la sua ansia, seppur efficaci in un primo momento per ridurre lo stato di tensione, porteranno ad avere a che fare nuovamente con l’ansia. Le persone che hanno avuto un attacco di panico, infatti, tendono ad evitare le situazioni per loro pericolose per paura di avere nuovamente un attacco di ansia acuta. Tuttavia, evitare le situazioni che creano ansia, non farà altro che renderle più spaventose e aumentare l’ansia. Il rischio è di evitare sempre più situazioni percepite come pericolose e rinunciare anche a cose piacevoli: una vacanza, un lavoro tanto desiderato… finendo con il limitare la propria vita!

Inoltre, per placare la propria ansia si può arrivare anche a mangiare smodatamente o bere alcolici e fare uso di sostanze stupefacenti, che possono trasformarsi in nuovi problemi.

Quali le caratteristiche di chi ha attacchi d’ansia?

Chi soffre di ansia può:

  • tendere a rimandare una decisione o un impegno per lui importante fino a quando non si sente perfettamente preparato;
  • rimuginare sui suoi problemi, sulle sue paure e difficoltà, sentendosi un incapace se non riesce;
  • sentirsi costantemente in tensione e rispondere in modo ansioso e spropositato anche per stimoli di lieve entità: come se avesse una soglia di allarme più bassa rispetto alla media!

Durante un attacco di ansia, poi, molte persone tendono a focalizzarsi sui sintomi, cercando di controllarli e spesso interpretandoli in maniera catastrofica, ritenendo che stia succedendo qualcosa di terribile. Quando, ad esempio, si ha una crisi di ansia acuta, come in un attacco di panico, la persona può pensare di avere un infarto, di impazzire, di perdere il controllo di se stessa.

Molto spesso chi soffre di ansia ha la tendenza ad essere spaventata da tutte le manifestazioni emotive.

Una delle più grandi aspettative delle persone ansiose è di poter controllare le situazioni e le emozioni! Essendo impossibile riuscirci, ne seguirà un ulteriore aumento di ansia, dato dalla perdita di controllo, che sarà percepito come un pericolo.

La persona può considerare la crisi d’ansia come una conferma della propria debolezza e inadeguatezza, considerarsi incapace di trovare una soluzione e di conseguenza ritenere di dover controllare ogni propria manifestazione fisica e/o emotiva in modo da poter prevenire ogni difficoltà.

In realtà, per quanto ci si possa impegnare, nessuno di noi può riuscire a controllare le proprie emozioni, né riuscire a prevenire ogni imprevisto!

Cosa può essere utile?

1)    Innanzitutto riconoscere che si è in ansia.

Non capire cosa ci succede può fa star male. Darsi una spiegazione, invece, riconoscendo, ad esempio, le reazioni fisiche che si stanno vivendo, può aiutare a non spaventarsi e attenuare rapidamente la crisi d’ansia.

Di seguito i principali sintomi somatici:

  • Cardiovascolari: tachicardia, palpitazioni, variazione della pressione toracica…
  • Respiratori: affanno, senso di soffocamento, “nodo alla gola”…
  • Neuromuscolari: rigidità, movimenti impacciati, tensione, irrequietezza, tremori…
  • Gastrointestinali: nausea, vomito, disturbi intestinali, colite, dolori addominali, mancanza o eccessivo appetito…
  • Urinari: frequente stimolo a urinare
  • Neurovegetativi: vampate di caldo o freddo, rossore o pallore del volto, ipersudorazione, senso di svenimento…

2)    Accettare l’ansia!

L’ansia è un’emozione che tutti possiamo provare e che è utile, quando non è spropositata, perché determina uno stato di tensione necessario per affrontare un momento difficile, aiutandoci a superarlo con il giusto livello di attenzione.

Resistere, combattere l’ansia non fa altro che prolungare gli aspetti spiacevoli. Gli attacchi d’ansia di per sé sono limitati nel tempo, sono i pensieri negativi, le previsioni catastrofiche sulla situazione che fanno aumentare gli effetti spiacevoli, instaurando un vero e proprio circolo vizioso: “Che sta succedendo?”, “ Mi sento male?”, “Sto avendo un infarto?”.

3)    Pensando all’ultimo attacco d’ansia o addirittura di panico, può essere utile chiedersi:

  • Dov’ero?
  • Cosa avevo appena fatto? O cosa stavo facendo o stavo per fare?
  • Cosa stavo provando in quel momento?
  • Cosa mi sta indicando quest’attacco d’ansia?
  • Cosa non va in questo momento della mia vita?

Può sembrare assurdo fare questo, soprattutto perché a volte l’unica cosa che si avverte è un’ansia forte, immotivata e si sono provate tutte senza ottenere risultati. Tuttavia, è importante sapere che l’ansia è sempre legata ad un contesto o una situazione di vita.

Dal punto di vista psicologico, quando l’ansia è presente in maniera forte, indica che la persona non è in armonia con se stessa, con i suoi bisogni e desideri.

In alcune situazioni può essere necessario rivolgersi ad un esperto, per un lavoro su stessi, utile non solo per placare la propria ansia, ma anche a riscoprirsi e conoscere le parti di sé che hanno bisogno di essere ascoltate e venire espresse.

Dare all’ansia il giusto valore e ascolto aiuterà a trasformarla da nemica da combattere ad alleata della propria vita!


Dal Sito: benessere4u.it 

Qui ed Ora: il potere dei nostri pensieri



Viviamo davvero la vita in piena consapevolezza? Siamo capaci di godere appieno delle cose? Nonostante le moltissime possibilità che abbiamo spesso siamo insoddisfatti.

In realtà le persone riferiscono spesso di avvertire la propria incapacità di essere pienamente presenti in molteplici aree esperenziali. Un senso di incompletezza ed insoddisfazionesembra ostacolare l’instaurarsi di buone relazioni amicali, mette i bastoni tra le ruote al desiderio di innamorarsi, o costituisce un ostacolo ad un buon rendimento nell’ambito lavorativo.

Possediamo un universo che potremmo osservare da centinaia di angolazioni diverse; abbiamo monti da scalare, mari da solcare, terre e culture da conoscere, ed in effetti la maggior parte di noi si dà molto da fare per organizzare viaggi ed eventi di ogni genere, si ricercano continuamente le occasioni di incontro, tutto sembra davvero possibile in un’epoca in cui ogni strumento ha potenzialità immense. Eppure questo non è sufficiente a renderci soddisfatti, men che mai felici.

La sofferenza riportata da molti pazienti riguarda proprio la sensazione di non essere protagonisti del momento atteso: l’obiettivo sembra chiaro e disponibile, ma anche quando si realizza un desiderio l’esperienza viene fatta, ma non vissuta intensamente.

Cosa succede? La mente ha potenzialità infinite, ci proietta in un altro tempo, allontanandoci dal momento presente; il qui ed ora viene troppo spesso sacrificato a causa del potere dei nostri pensieri, che ci sbilanciano e ci trascinano altrove.

 Il passato ed il futuro sono le dimensioni a cui i nostri pensieri approdano quasi costantemente; ognuno di noi può constatare come la mente lavori senza sosta, e qualsiasi attività stiamo svolgendo, con ogni probabilità potremmo sorprenderci a pensare a quanto siamo preoccupati per ciò che dobbiamo fare l’indomani, o potremmo ritrovarci a ricordare un avvenimento che ci ha turbato tempo fa. Il chiacchiericcio della nostra mente è costante, e riconoscere i nostri pensieri senza che ci trascinino via sembra essere un lavoro necessario per ritrovare il nostro presente e consentirci di viverlo pienamente.

Un giovane paziente, ad esempio, espresse tristezza raccontando che una ragazza gli piaceva molto e che si stavano frequentando assiduamente. Chiesi dunque perché fosse turbato, lui rispose che gli veniva in mente la precedente fidanzata che lo aveva lasciato facendolo molto soffrire (il pensiero volge al passato) e che era preoccupato perché se avesse deciso di non continuare la storia con la ragazza in questione lei avrebbe potuto soffrire (il pensiero volge al futuro).

Un pensiero triste riguardo ad una storia finita e l’intensa preoccupazione per lo sviluppo della relazione attuale stavano intrappolando questa persona in un vortice di sentimenti angosciosi ed intrusivi, che costituivano un serio impedimento al suo vivere e fare esperienza del momento presente.

Il presente è l’unico tempo di cui possiamo disporre; possiamo certo ricordare gli errori commessi nel passato e farne tesoro per decidere di comportarci diversamente, ma questo lo facciamo nel presente; possiamo pianificare un progetto che si realizzerà nel futuro, ma anche questo lo facciamo nel momento presente.

Imparare a godere del Qui ed Oraimplica prendere contatto con il momento presente con consapevolezza, facendo esperienza delle nostre sensazioni ed emozioni, anziché perderci nei nostri pensieri. È importante acquisire La capacità di stare, prestando attenzione al nostro mondo interiore nonché al mondo esterno.

Credo siano utili alcune riflessioni:  

 La nostra mente parla continuamente: non c’è nulla di strano, dai nostri antenati abbiamo ereditato una mente pronta ad elaborare strategie per difenderci dal pericolo e sopravvivere; pensieri preoccupanti sono il prodotto di questa nostra mente che ci mette in guardia dalle insidie della vita

Riconoscere i pensieri:frequentemente i pensieri si moltiplicano e formano una squadra di “mostri” assai minacciosi; acquistano forza e finiamo per considerarli come verità inconfutabili (“Sono Inefficiente”, “Non valgo nulla”, “Farò un disastro” ecc.). i pensieri sono però un prodotto della nostra mente, e noi non siamo i nostri pensieri

Accettare i nostri pensieri:possiamo consentire ai nostri pensieri di esserci anche quando non ci piacciono, ci disturbano e provocano in noi emozioni sgradevoli. Guardare i nostri pensieri come se fossimo degli osservatori esterni significa prendere atto che ci sono, che talvolta non li amiamo, ma che non hanno il potere di travolgerci

Evitare di intraprendere la lotta contro i nostri pensieri: spesso si cerca di evitare un pensiero spiacevole cercando strategie per distrarsi, bevendo o mangiando in modo eccessivo, compiendo imprese rischiose o correndo in macchina; tali strategie di evitamento non fanno che potenziare il pensiero stesso, accrescere la paura che torni e generare frustrazione nel momento in cui ci travolge nuovamente.

Alcune tecniche sono molto efficaci allo scopo di consentirci di riconoscere ed accettare i nostri pensieri.

La Respirazione consapevole è uno strumento molto potente: scegliere di prestare attenzione e divenire coscienti che stiamo respirando ci consente di fermarci e consentire alla mente di sostare, ascoltando le sensazioni che il corpo comunica.  Non si tratta di compiere un duro lavoro o di profondere energie in uno sforzo di concentrazione; al contrario è necessario semplicemente decidere di dedicarsi al momento presente, trovando uno spazio adeguato ed una posizione comoda, e semplicemente osservare le caratteristiche del nostro respiro, il suo ritmo, le variazioni nel suo libero fluire.

Portare l’attenzione al flusso dell’aria che entra ed esce dalle narici, all’espansione e svuotamento del torace, all’espansione e sgonfiamento dell’addome ci dà la possibilità di sintonizzarci con il corpo, ed al contempo osservare come la nostra mente ci conduca altrove.

Dopo una sessione di respirazione consapevole molte persone mi raccontano con stupore e gioia come abbiano “visualizzato” i propri pensieri, a volte fonte di preoccupazione per un impegno futuro, a volte frutto di ricordi malinconici. Quando viene fatta luce sui nostri pensieri, essi cessano di essere aggressori intrusivi senza volto, si depotenziano perché vengono visti con chiarezza ed individuati come un prodotto della mente, ed altro da noi. Inoltre astenersi dal giudicare pensieri e stati d’animo, anche se non ci piacciono, fa sì che possiamo lasciare che siano e che abbiano il proprio spazio, per poi lasciarli andare.

Viviamo nel presente, ma la nostra epoca richiede di procedere a grande velocità, restando sempre intenti nel fare; dimentichiamo di essere, lasciando che il Qui ed Ora scivoli via e rendendo il tempo inafferrabile.

Imparare a vivere consapevolmente il momento presente può fornirci la chiave per concederci di assaporare la vita, momento per momento, lasciando che i nostri pensieri e le emozioni che ne derivano emergano con chiarezza e possano essere osservati senza giudizio. Il nostro sentire, nel godimento del momento presente, ci consentirà di guardare al passato come fonte di insegnamento, ed orientarci verso il futuro dando le giuste risposte ai nostri bisogni e necessità.

Dal Sito: benessere4u.it

L'arte di saper ascoltare





Di solito siamo convinti di saper ascoltare l’altro senza la necessità di dover compiere uno sforzo di attenzione.

Tuttavia, la credenza che l’ascolto sia semplice ed automatico si rivela molto spesso erronea.

Fattori di natura cognitiva, emotiva e relazionale diminuiscono la nostra capacità di ascoltare veramente l’altro e comprendere pienamente quello che vuole comunicarci.

L’ascolto vero implica una partecipazione attiva e un interesse reale per colui che parla e per le sue parole.

Ascoltare è dare, non solo ricevere

Ascoltare non è solo udire quello che l’interlocutore dice ma è qualcosa di più.

Il dare autenticamente ascolto all’altro non è quindi né semplice, né automatico.

La difficoltà di ascoltare una persona non è associata, come si potrebbe pensare, ad una indisponibilità verso l’altro, ma scaturisce da atteggiamenti sbagliati nel rapporto comunicativo con lui.

Secondo i risultati di alcuni studi di psicologia della comunicazione, gli atteggiamenti che più impediscono la capacità di ascolto sono quelli valutativo, interpretativo, di consolazione, investigativoe risolutivo.

Atteggiamento valutativo

L’atteggiamento valutativo consiste in una posizione poco flessibile fondata su rigide convinzioni o su rigide norme morali.

Chi assume questo atteggiamento nell’ascolto si limita a filtrare le informazioni provenienti dall’altro sulla base dei propri schemi mentali, delle proprie convinzioni e dei propri principi ideologici.

In maniera prevenuta, non ascolta autenticamente chi parla ma si limita a esprimere giudizi di valore in base alle sue posizioni preconcette.

Atteggiamento interpretativo

L’atteggiamento interpretativo consiste nel focalizzare l’attenzione su ciò che è essenziale per sé stessie dal proprio punto di vista e non per chi parla.

Le cose che l’altro dice e le informazioni che sta comunicando vengono selezionate in base ai propri interessi e non in base al punto di vista del parlante.

Atteggiamento di consolazione

L’atteggiamento di consolazione si esplicita attraverso modalità comunicative tese a incoraggiare, rassicurare e consolare l’altro.

Si cerca di sdrammatizzare la situazione dell’interlocutore con l’obiettivo di rasserenarlo e tranquillizzarlo.

In realtà, con le modalità materne o paternalistiche tipiche di questo atteggiamento, spesso si inducono nell’altro atteggiamenti di dipendenza e di passività .

Atteggiamento investigativo

L’atteggiamento investigativo è caratterizzato da una quasi morbosasmania di indagare su aspetti della vita dell’altro.

Più che ascoltare, con questo atteggiamento si tende a far svelare achi parla le proprie informazioni personali.

La conseguenza è che questi ha la sensazione di subire un interrogatorio e attiva un atteggiamento difensivo e ostile.

Atteggiamento risolutivo

L’atteggiamento risolutivo consiste nel cercare di fornire subito una soluzione semplicistica anche senza avere le informazioni necessarie.

Questo atteggiamento induce in chi parla il convincimento che l’interlocutore più che comprenderlo vuole liberarsi di lui oppure che l’altro è una brava persona ma incapace di fornire aiuto.

L’accettazione dell’altro

Per alcuni aspetti, i risultati delle ricerche sulla comunicazione e l’ascolto sembrano confermare le tipologie di ascoltatore individuate nell’antica Grecia dal filosofo Plutarco:

l’esibizionista che approfitta del minimo pretesto per portare il discorso su sé stesso e su tematiche da lui preferite;

l’arrogante che ascolta accigliato e serioso palesando un forte distacco;

il malizioso che tenta di mettere in difficoltà l’altro con domande contorte e fuori luogo;

l’invidioso pronto a criticare ogni cosa sempre e comunque;

l’ignorante che pur non capendo nulla si nasconde dietro a spiccati sorrisi e ampi cenni di approvazione;

l’adulatore che è sempre pronto a lusingare l’altro;

l’ipocrita che recita continuamente la parte dell’ascoltatore perfetto.

Tutti i suddetti atteggiamenti impediscono l’ascolto attivo e l’atteggiamento di accettazione dell’altro: un modo di rapportarsi agli altri che non sentenzia, non colpevolizza, non approva e non disapprova.

L’atteggiamento di accettazione non si limita alla sospensione del giudizioma richiede il profondo rispetto dell’unicità e diversità dell’altro.

L’ascolto attivo implica un coinvolgimento e una partecipazione sia sul piano verbale sia sul piano non verbale (postura, gesti, sguardo, ecc.) ed è rivolto a comprendere autenticamente il racconto di chi parla.

L’atteggiamento di accettazione e l’ascolto attivo favoriscono un clima di fiducia e una reale comprensione dell’interlocutore.

Gli studi di psicologia della comunicazione hanno mostrato che un autentico interesse verso l’altro e la capacità di decentrarsi cognitivamente sono i due fattori più importanti per assumere un atteggiamento di ascolto attivo, ma che comunque una conoscenza delle tecniche di comunicazione verbale e non verbale (caratteristiche dell’eloquio, gestione delle pause, modalità di porre le domande, il tono della voce, lo sguardo, la postura del corpo, ecc.) può aiutare nel migliorare le proprie capacità di ascolto.

L'utilizzo della Musicoterapia nel trattamento della depressione


La musica aiuta lo stato depressivo?

La musicoterapia è una forma di terapia non verbale che si basa sull’utilizzo della musica e dell’improvvisazione musicale, attraverso l’instaurarsi di una relazione che diviene importante per fornire supporto al paziente e creare un ambiente in cui si possa sentire libero di esprimersi e di agire.

Questo è uno dei motivi per cui la musicoterapia spesso viene utilizzata nel trattamento della depressione.

L’efficacia del mezzo musicale per la depressione è stata ampiamente riconosciuta. È stato osservato infatti che il trattamento musicoterapeutico comporta una riduzione dei sintomi persistenti del paziente depresso e aiuta a migliorare la qualità di vita quando associato a un trattamento di psicoterapia.

Perché la musicoterapia ha un effetto sul paziente depresso?

Una delle spiegazioni deriva dagli aspetti non musicali della terapia, ovvero alcuni autori hanno dato importanza al fare attivo che si osserva in una seduta di musicoterapia, come ad esempio suonare gli strumenti con il musicoterapeuta.

Questa è una caratteristica della musicoterapia e un modo particolarmente efficace per i pazienti con depressione. Ma in cosa consiste questo fare attivo?

Cercheremo di comprendere meglio il fenomeno prendendo in considerazione tre aspetti che sembrano essere correlati tra loro: aspetto estetico, azione strumentalee relazionale.

Piacere e significato

In primo luogo, è ben riconosciuta la relazione tra una diagnosi di depressione e la mancanza di piacere e senso della vita che ne deriva.

La creazione di un significato dei sintomi e di una motivazione ad agire è uno degli obiettivi terapeutici che il paziente depresso deve affrontare in un percorso di psicoterapia, attraverso una modalità verbale, cioè con l’utilizzo delle parole.

L’esperienza estetica invece all’interno della musicoterapia sembra essere immediata. Nella musicoterapia infatti l’operatore porta la sua musicalità nell’incontro musicale sintonizzandosi con il suono prodotto dal paziente e con le preferenze musicali dello stesso.

Attraverso l’improvvisazione musicale si spinge il paziente a trovare assieme al musicoterapeuta un senso musicale, come se ci fosse un rapporto musicale che funge da supporto al paziente e gli permette di avere una potenziale catarsi che gli permette di entrare a contatto con se stesso.

La musica può essere triste o allegra, non importa. Ciò che è fondamentale è il mezzo musicale che permette al paziente di esprimere ciò che ha dentro, ma senza utilizzare parole.

È così che ciò che il paziente esprime assume un significato implicito, espresso appunto con la musica stessa.

L’azione

Il ruolo dell’azione nella seduta di musicoterapia assume un significato profondo: l’agire viene inteso come l’apprendimento della capacità di sentire se stessi e ascoltare l’altro alternandosi in uno scambio definito dialogo sonoro.

Così in maniera inconsapevole il paziente inizia a sintonizzarsi con l’altro attraverso il ritmo e la melodia.

Il battere i piedi su una canzone o il condividere uno stesso strumento o uno stesso ritmo permette al paziente di vivere un’esperienza condivisa nel qui ed ora che gli consente di vivere un forte senso di appartenenza a qualcosa di significativo.

L’essere parte attiva di un prodotto esteticamente bello e soprattutto personale permette al paziente di vivere un’esperienza nuova: esso si sente accolto nella sua essenza e si sente gratificato nel contribuire a un qualcosa che descrive chi è e cosa prova, con l’aiuto di qualcuno che lo accoglie e lo accetta per ciò che è, anche nelle sue fragilità.

La relazione

Infine la relazione stessa contribuisce a sviluppare nel paziente un’idea del sé e del sé con l’altro che gli consente di ricostruire la sua storia e di sperimentare il piacere di stare con gli altri e di poter fare qualcosa di buono per sé.

La musicoterapia utilizza il canale comunicativo musicale, cioè attraverso la musica e la comunicazione non verbale si veicolano significati ed emozioni che difficilmente riuscirebbero ad essere elaborati e restituiti in maniera verbale, soprattutto se di natura negativa e dolorosa.

Alcuni studi hanno documentato come la terapia musicale abbia migliorato le competenze comunicative ed interattive dei pazienti con depressione e abbiamo ridotto i sintomi depressivi in questo senso.

Senso pratico del trattamento

La musicoterapia agisce a livello comunicativo, come forma di espressione che non utilizza le parole ma un linguaggio spontaneo.

Agisce poi anche a livello emotivo e il suono e l’armonia divengono fonte di appagamento con cui superare gli stati di tensione.

Con la musicoterapia si cerca di produrre effetti benefici per la salute attraverso un’attività corporeo-sonoro-musicale che, sviluppando una relazione non verbale tra il terapeuta e la persona, favorisce l’espressione e l’integrazione fisica, psicologica ed emotiva.

In particolare, essa è in grado di alleviare la tensione e lo stress e di ridurre la quantità di idrocortisone, l’ormone che ne è responsabile.

La musica sembra essere una forte alleata contro l’ansia, perché sembra essere in grado di regolare il numero dei battiti del cuore e di ridurre la pressione arteriosa, producendo endorfine e fungendo così come una sorta di antidolorifico naturale.

Le emozioni, infatti, si manifestano anche attraverso l’intonazione della voce e la musicoterapia ha la funzione di saperle cogliere e trasformarle in energia positiva.

Il disagio psichico comporta delle difficoltà nel comunicare con gli altri, ma attraverso le note possono emergere più facilmente emozioni e sensazioni che in modo diverso sarebbero indecifrabili.

Il forte coinvolgimento emotivo che deriva dalla produzione e/o dall’ascolto musicale permette di lasciarsi andare a fantasie e ricordi, di imparare a descriverli, magari anche cantando, e consente di interpretare le sensazioni corporee e le impressioni ricevute dallo scambio musicale.

La musica come aiuto

La musica quindi non è semplicemente una stimolazione che produce una risposta. La musica offre ciò che viene definita affordance ovvero un’opportunità per il paziente sia di condivisione interpersonale che un’attività piacevole.

La partecipazione condivisa assume significato per il paziente stesso: potrebbe essere proprio questo il motivo per cui i pazienti depressi sembrano trarre beneficio dal trattamento musicoterapeutico.

Gli studi clinici si concentrano inevitabilmente sui risultati degli interventi piuttosto che sul processo attraverso il quale questi risultati possono essere raggiunti. Tuttavia la musicoterapia sembra confermarsi un utile mezzo di supporto tra una gamma di interventi possibili al trattamento della depressione.


Dal Sito: psicologia24.it


mercoledì 2 settembre 2020

5 FALSI MITI SULLA DEPRESSIONE




La depressione è una condizione clinica molto invalidante. La prima cosa da sapere e da tenere bene a mente sulla depressione è che essa esiste. Banale a dirsi, ma non è così. La depressione, così come molti altri disturbi psicologici, vengono spesso considerati qualcosa di misterioso da chi non ne soffre. L’atteggiamento più comune è dubitare dei sintomi della persona depressa. Come se lui potesse sbarazzarsi di quel demone con la sola forza di volontà.

È colpa degli psicologi. Per anni ci siamo combattuti sul linguaggio corretto da utilizzare quando si parla delle derive comportamentali della psiche. Abbiamo scelto di non usare parole come “malattia” perché ci sembravano troppo forti e aggressive verso la sofferenza umana. Credo che abbiamo fatto una sciocchezza. La depressione è una malattia tanto quanto una gamba rotta o un’infezione, e come tale va trattata. Solo che non sempre sono i farmaci la risposta, la medicina della mente è prima di tutto la psicoterapia.

Quindi, per prima cosa  accettiamo che ci siano persone malate di depressione, e poi cerchiamo di sfatare alcuni falsi miti su di essa.

5 FALSI MITI SULLA DEPRESSIONE

#1 La depressione è uguale alla tristezza

Comunemente si utilizzano i termini tristezza e depressione quasi come sinonimi, come se la differenza fosse solo di grado. Una persona molto triste per la massa è un depresso.

Non è così.

La depressione non riguarda solo l’umore ma coinvolge molti altri sintomi come l’energia fisica, l’appetito, il sonno e le relazioni sociali. Ma soprattutto, quando siamo tristi è come se una patina di nero si posi sulle cose rendendole insipide e meno stimolanti. Quando si è depressi invece le cose non sono nere, sono vuote.

#2 La depressione è sinonimo di debolezza

Una mente forte non si ammala di depressione, questo crede la gente. Invece è proprio il contrario, una mente semplice lontana dai ragionamenti e dai dubbi sulla vita è meno probabile che si ammali di depressione. Chi invece è allenato alla riflessione sulle cose e sulla vita rischia di perdere il controllo sui suoi pensieri e di andare a sbattere contro una crisi depressiva.

#3 La depressione è passeggera

La tristezza viene a va, la depressione no.

Quando ci si ammala di depressione si pensa solo alla propria depressione. La depressione diventa tutto il mondo percepibile e non si stacca più. Può darsi che per caso svanisca, perché magari abbiamo la fortuna di inciampare in qualche persona o situazione che la dissolve. Però il mio consiglio è quello di non affidarvi al caso ma di rivolgervi a uno psicoterapeuta.

#4 La depressione è una malattia femminile

Statisticamente la depressione colpisce più donne che uomini. Ma è altrettanto vero che molti uomini ne soffrono in silenzio. Si tratta di depressione nascosta, ossia una forma di depressione in cui la vittima cerca di dissimulare i sintomi per non subire la pressione sociale.

#5 Parlarne peggiora le cose

Pensare alla depressione peggiora le depressione, parlarne con qualcuno no. Sfogare verbalmente il proprio malessere interiore spesso ha un effetto catalizzatore sulla guarigione perché introduce un punto di vista razionale a qualcosa che noi affronteremmo altrimenti solo sul piano emotivo.

Non c’è nulla di cui vergognarsi ad ammettere la propria malattia, ed è bellissimo ricevere il sostegno delle persone a noi vicine.


Dal Sito: psiche.org

LEGGE DELLO SPECCHIO: COME DENTRO COSI' FUORI






“Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che è dentro di noi”

Hermann Hesse

La Legge dello Specchio  ci dice che la realtà è un nostro specchio e quando qualcosa ci dà fastidio all’esterno, significa che quella cosa è nascosta dentro di noi.

Il mondo esterno può essere paragonato ad uno specchio che riflette i nostri contenuti inconsci, e quanto più un contenuto è a livello profondo e non riconosciuto, tanto più crea fastidio.

La legge dello specchio non è il prodotto passeggero di una moda new age, bensì una teorizzazione a lungo discussa in ambito psicologico, particolarmente dallo psicoanalista Cral Gustav Jung, alla quale si riferiva in termini di “proiezione” ed “ombra”: ognuno di noi proietterebbe all’esterno in modo involontario aspetti di sé non riconosciuti o non accettati detti “ombra”. A causa di questo meccanismo attribuiamo aspetti nostri ad altre persone. Sarebbe infatti impossibile il contrario: ognuno di noi riconosce solo ciò conosce. Ciò che proiettiamo, se non lo possedessimo anche noi, non potremmo riconoscerlo nemmeno negli altri.

Ovviamente c’è sempre un “innesco”, una particolare qualità imperfetta degli altri che attiva specifici aspetti di noi non riconosciuti che ci portano a vedere qualcosa che non c’è, o c’è solo in piccola parte. Non si fa riferimento solo alle qualità negative, ma anche quelle positive. E’ quello che avviene quando idolatriamo una persona o proviamo eccessiva ammirazione nei suoi confronti.

Perché avviene tutto questo?

La mente, al pari del corpo fisico è un organismo perfetto ed ogni azione che innesca ha uno specifico fine. Proiettando abbiamo la possibilità di liberarci (almeno in apparenza) di un conflitto interno, facendone divenire responsabili altre persone o circostanze.

Quando siamo presenti a noi stessi, nel qui ed ora, possiamo osservare chi e cosa genera in noi sensazioni di fastidio e trasformare una situazione sgradevole in un’opportunità di crescita che apre la strada alla piena assunzione di responsabilità per  ciò che proviamo. Se è vero che non possiamo agire sui comportamenti altrui, possiamo però scegliere il modo in cui reagirvi ed interpretarli.

ESERCIZIO SULLA LEGGE DELLO SPECCHIO:

•Fai un elenco delle cinque persone che ti danno più fastidio (es. parenti, conoscenti, amici, personaggi pubblici)

•Scrivi accanto a ogni persona il/i perché del tuo fastidio (es. Mi dà fastidio X, perché richiama dentro di me..)

•Leggi le caratteristiche elencate e chiediti, davvero, se non siano in qualche forma presenti in te, o se almeno una volta anche tu non ti sei comportato così.

Tutto ciò che ci irrita negli altri, può portarci a capire noi stessi

(Carl Gustav Jung)


Dal Sito: psiche.org

Insonnia ed emozioni: se non dormi bene il tuo umore ne soffre




Insonnia ed emozioni hanno un legame molto stretto. Infatti, è probabile che in più di un’occasione ti sia svegliato scontroso, irritabile o svogliato dopo una notte in cui hai dormito male e non ti sei riposato.

In media, passiamo 25 anni della nostra vita dormendo. È molto tempo. Ciò indica l’enorme importanza del sonno, sia a livello fisiologico che psicologico. Dormire meno di 6 ore al giorno può avere effetti dannosi a breve e lungo termine, sia per la nostra salute che per il nostro equilibrio emotivo.

La mancanza di sonno riduce le emozioni positive

Dormire poco e male influenza il nostro stato emotivo. Lo hanno dimostrato i ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia, che hanno analizzato i modelli di sonno di 59 persone e le loro reazioni il giorno successivo.

Queste persone hanno prima dormito normalmente nelle loro case per sottoporsi a una serie di test la mattina seguente. Quindi, per tre giorni, sono dovuti andare a letto due ore dopo e alzarsi un’ora prima del solito. Al mattino hanno eseguito test di precisione e reattività, nonché test per valutare le emozioni positive e negative che stavano vivendo.

I ricercatori hanno scoperto che quando non dormiamo il tempo necessario, rispondiamo molto più rapidamente agli stimoli, ma siamo meno attenti e facciamo molti più errori. In pratica, reagiamo più rapidamente per compensare la mancanza di concentrazione. Di conseguenza, commettiamo più errori.

Anche il nostro stato emotivo ne soffre. “I sentimenti positivi sono peggiorati dopo una sola notte di sonno ridotto e sono diminuiti ancor di più dopo tre notti”, scrivono gli psicologi. Pertanto, concludono che la mancanza di sonno può trasformarsi in un problema emotivo che peggiora rapidamente.

Dopo una brutta notte di sonno perdiamo la neutralità

Non dormire a sufficienza non influenza solo il nostro umore, ma anche il modo in cui il nostro cervello elabora gli stimoli che affrontiamo durante il giorno, secondo un altro studio condotto all’Università di Tel Aviv.

In questo caso, i partecipanti hanno affrontato una serie di test dopo aver dormito normalmente e dopo una notte insonne mentre i ricercatori misuravano la loro attività cerebrale. Uno dei test consisteva nel chiedere alle persone di indicare la direzione verso cui si muoveva un punto giallo su delle immagini diverse che avevano una valenza emotiva positiva, negativa o neutra.

È interessante notare che coloro che avevano dormito bene erano in grado di identificare la direzione del punto sulle immagini neutre più velocemente e con maggiore precisione. Al contrario, quelli che non avevano dormito bene avevano delle difficoltà a identificare il punto su tutte le immagini, il che significa che stavano reagendo anche a quelle neutre.

Aver passato una notte insonne distraeva le persone, attivandone l’amigdala, il centro di controllo emotivo nel cervello che rileva i segnali più rilevanti nell’ambiente, quindi assumevano gli stimoli neutri come minacciosi.

“Questi risultati rivelano che, senza dormire, viene alterato il semplice riconoscimento di ciò che è emotivo e di ciò che è un evento neutro. Possiamo sperimentare stimoli emotivi simili da tutti gli eventi in corso, anche quelli neutrali, e perdere la nostra capacità di processare le informazioni più o meno importanti. Ciò può portare a un’elaborazione cognitiva distorta e a uno scarso giudizio, nonché all’ansia”,concludono i ricercatori. Ciò spiegherebbe la nostra irritabilità quando abbiamo dormito male.

Il cervello insonne

Apparentemente, quando non riposiamo abbastanza, viene influenzato il controllo cognitivo delle emozioni, che è essenziale per rispondere in modo adattivo all’ambiente. In pratica, le aree della corteccia prefrontale, che sarebbero le incaricate di regolare l’attivazione emotiva che si produce nel sistema limbico, smettono di esercitare diligentemente la loro funzione di controllo, quindi si produce una iperreattività emotiva. Ciò spiegherebbe la profonda connessione tra l’insonnia e le emozioni.

Un altro studio condotto presso il Laboratory of Social, Cognitive and Affective Neurosciencedell’Università dell’Arizona potrebbe offrire la risposta a quella “disconnessione” – o almeno in parte. Questi neuroscienziati hanno visto che dopo una notte insonne le persone con un umore più positivo erano quelle che avevano la sostanza bianca più compatta.

La sostanza bianca è costituita da fibre lunghe e isolate che collegano le cellule cerebrali alla materia grigia. La sostanza bianca, sarebbe quindi ciò che consente al nostro cervello di funzionare in modo efficiente e rapido, facilitando la velocità e la connettività tra i neuroni.

Quando questa connessione fallisce o diventa più lenta, le connessioni tra le diverse aree del cervello vengono compromesse, in modo che non possiamo esercitare l’autocontrollo nel modo più efficace e il cervello emotivo è libero di fare ciò che vuole.

Le donne soffrono di più degli effetti collaterali della mancanza di sonno

È interessante notare che il legame tra insonnia ed emozioni è più intenso nelle donne. Uno studio condotto presso il Sleep Research Center della South Australia University ha rivelato che dopo 36 ore senza dormire stiamo sperimentando un impatto graduale sul nostro umore.

La mancanza di sonno genera depressione, rabbia, confusione e ansia, accompagnate da minore energia e stanchezza. Tuttavia, le donne erano più vulnerabili a quei cambiamenti, mostravano un umore più depresso e maggiore ansia dopo la privazione del sonno.

Certo, dormire è un processo altamente individuale. Ci sono persone che hanno bisogno di otto ore di sonno ogni notte e altre meno. La cosa più importante è che ognuno trovi il proprio equilibrio. Di quante ore di sonno hai bisogno lo puoi capire dal tuo umore il giorno successivo. Se sei di buon umore e attento quando ti alzi, significa che le tue abitudini di sonno sono benefiche. In caso contrario, dovresti ripensare la tua routine, per motivi di salute fisica ed equilibrio emotivo.


Perché diciamo "sto bene" quando non è così?






“Sto bene”.

Lo diciamo continuamente. È una frase breve. Piacevole. Confermativa. Ci permette di passare al punto successivo della conversazione senza soffermarci troppo a lungo su noi stessi. Senza mettere il dito nella piaga.

Il problema è che spesso non è vero. Il problema è fingere che tutto vada bene, quando tutto va male.

Fingere che vada tutto bene, una regola sociale implicita

Quando diciamo che stiamo bene o che va tutto bene, ma non è così, stiamo negando le nostre emozioni e le esperienze. A volte lo diciamo senza pensarci troppo, perché è una regola sociale implicita, una regola che ci obbliga a fingere un atteggiamento positivo.

Diciamo che stiamo bene perché è una regola sociale che abbiamo imparato fin dall’infanzia, perché partiamo dal presupposto che quando l’altro ci chiede come stiamo questa in realtà è una domanda di cortesia, quindi recitiamo secondo un “copione automatico” che governa molte delle nostre relazioni sociali .

In altri casi facciamo finta che va tutto bene per evitare conflitti. A volte esprimere i nostri veri sentimenti o opinioni, specialmente se non lo facciamo in modo assertivo, può far arrabbiare qualcuno o addirittura provocare una discussione.

In fondo, tutti vogliamo che le nostre interazioni sociali siano il più fluide possibile, non vogliamo diventare una “persona difficile” o scaricare un peso su altri con le nostre preoccupazioni e problemi, quindi preferiamo nascondere che non stiamo bene e manteniamo la conversazione all’interno dei canali convenzionali.

Altre volte fingiamo di stare bene semplicemente perché ci sentiamo a disagio nel riconoscere che stiamo male, perché non siamo abituati a esprimere liberamente i nostri stati interni. Se tutti dicono di stare bene, ci sentiamo una pecora nera affermando che stiamo male.

Fingere di non avere problemi o conflitti è una facciata. È un’immagine che desideriamo proiettare al resto del mondo perché vogliamo che pensino che tutto ci sta andando bene. Vogliamo evitare l’imbarazzo o il giudizio. Può anche essere uno scudo per evitare di mostrare la nostra vulnerabilità al mondo.

Le persone che sono cresciute in un ambiente in cui è stato insegnato loro che le emozioni e i problemi sono cose intime e non dovrebbero essere condivisi, hanno maggiori probabilità di reprimerli. È un atteggiamento comune anche in chi è cresciuto in famiglie in cui la rabbia o la tristezza non trovano posto.

La necessità di convincersi che va tutto bene

A volte la riluttanza a riconoscere che non stiamo bene, anche con le persone più vicine, può derivare dal desiderio di convincerci che tutto va davvero bene. A volte neghiamo i nostri sentimenti e i problemi perché sono troppo grandi, non sappiamo come gestirli e cerchiamo di ignorarli, nella segreta speranza che spariscano come per magia.

Se riconosciamo i nostri problemi davanti agli altri, ci obblighiamo ad affrontarli e riconosciamo di non essere felici e che le nostre vite non sono perfette come vorremmo o che abbiamo bisogno d’aiuto. In quel contesto, la negazione è comprensibile. Anche se non è la soluzione a lungo termine perché più ignoriamo i problemi, più questi cresceranno.

Infatti, uno studio condotto presso l’Università dell’Arizona ha rivelato che le persone che fingono di stare bene con i loro colleghi finiscono per sentirsi emotivamente svuotate e meno autentiche nelle loro relazioni.

In altri casi, quel “sto bene” non risponde alla negazione ma al tentativo di proteggerci da sentimenti dolorosi. A volte, quando il problema è molto grande, preferiamo parlarne il meno possibile per evitare il disagio psicologico che ci genera l’attivazione di quella situazione. Di solito accade, ad esempio, quando perdiamo una persona cara, soprattutto durante i primi giorni. In quei casi, la negazione è un meccanismo di difesa che usiamo per proteggerci fino a quando non siamo pronti ad affrontare la perdita o il problema.

Riconoscere che non stiamo bene

Se per anni abbiamo negato e nascosto i nostri sentimenti e problemi, non è facile iniziare ora a scrutare nel disordine che c’è sotto la superficie. Tuttavia, fingere di essere felici e che tutto stia andando bene non ha molto senso perché finisce per generare un enorme drenaggio emotivo.

Gli psicologi della Michigan State University, ad esempio, hanno scoperto che quanti più sorrisi fingiamo, peggiore sarà il nostro umore alla fine della giornata ed è più probabile che sia caratterizzato da irritabilità, rabbia e tristezza.

A volte dobbiamo solo darci il permesso di non sorridere quando non ne abbiamo voglia. Non cercare di accontentare tutti. Non fare pressione su di noi per apparire perfetti. Autorizzarci a non stare bene sempre. Ed esprimerlo. Chiedere aiuto, se ne abbiamo bisogno. In realtà, ci sono molte più persone disposte a darci una mano di quanto possiamo immaginare.

Quando siamo più autentici possiamo creare relazioni più solide e soddisfacenti, connetterci davvero.

Ma per questo dobbiamo riconoscere che non stiamo bene, che stiamo lottando, feriti, spaventati o arrabbiati. Non si tratta di trasformare gli altri nella riserva dei nostri dolori e lanciare loro un rosario di lamentele, si tratta di esprimere i nostri sentimenti in modo onesto.

Il dato curioso è che questo cambiamento genera di solito un effetto valanga. Quando mostriamo la nostra vulnerabilità, anche gli altri si sentono liberi e sono più propensi a parlare delle loro paure e dei loro problemi. In realtà, non siamo gli unici a dire che va tutto bene quando non è così. È un’abitudine. Ma questa abitudine può essere interrotta quando iniziamo a pensare e ad agire in modo diverso. Quando convalidiamo i nostri sentimenti e bisogni. Questo ci toglierà un grande fardello dalle spalle e, con il tempo, saremo in grado di affrontare molto meglio i nostri problemi.

Depressione post partum, come riconoscerla ed affrontarla





Depressione post partum, come riconoscerla ed affrontarla„Il momento che segue la nascita del bambino è delicato e l'equilibrio psico-emotivo della neo mamma può essere fragile: ecco i sintomi da non sottovalutare


Depressione post partum, come riconoscerla ed affrontarla


Che la gravidanza sia un tempesta ormonale per una donna è chiarissimo. Fin dal concepimento della nuova vita, infatti, nella donna avvengono una serie di cambiamenti non solo esterni, ma anche interni e la neo mamma si trova a vivere nuovi equilibri emotivi e psichici, spesso molto fragili. Il periodo del post parto, poi, è ancora più delicato, ecco perchè si arriva a parlare di Depressione Post-partum.
La gravidanza e il parto

Durante i nove mesi di gestazione la futura madre da un lato ha il tempo di preparare al piccolo un suo spazio fisico per accoglierlo nel mondo reale, dall’altro può riorganizzare i propri spazi interiori, creando all’interno della sua mente uno spazio psichico per il suo bambino ed elaborare l’immagine di sé come genitore.

Questo processo non è sempre indolore: alcune donne, per i loro vissuti, hanno infatti difficoltà ad accettare la maternità e dentro di sé vivono sentimenti contrastanti: felicità, paura, apprensione per ciò che le attende. Queste emozioni non sempre vengono espresse, per il timore di sentirsi “diverse” e giudicate come inadeguate al ruolo di madre. Invece è importante dare voce a questi sentimenti e a queste emozioni interne in quanto ansia, tristezza e sconforto possono trasformarsi in veri e propri sintomi di depressione.
Riconoscere una Depressione post-partum

Alla nascita del bambino le cose possono diventare ancora più complicate: i due neogenitori possono trovarsi infatti impreparati nel loro nuovo ruolo. A questo va aggiunto il rapido cambiamento ormonale per la donna, cambiamento che può favorire una significativa alterazione dell’umore, nella maggior parte dei casi transitoria. Secondo il sito State Of Mind, solo nel 10-15% dei casi i sintomi diventano clinicamente significativi nel senso di una depressione post-partum. In questo caso si tratta di sintomi non transitori che possono perdurare anche diversi anni.
Impariamo a riconoscere i sintomi della Depressione post-partum

Sono almeno cinque i sintomi da riscontrare tra i seguenti per un arco di tempo di almeno due settimane, per una diagnosi di depressione post-partum
ansia
alterazione del sonno
isolamento
umore depresso
astenia
anedonia (perdita di piacere)
sentimenti di colpa e di inutilità bassa autostima, impotenza e disvalore
modificazione del peso e/o dell’appetito
perdita della libido
riduzione della concentrazione
pensieri ricorrenti di morte e/o progettualità di suicidio
agitazione o rallentamento psicomotorio.

Anche nel linguaggio della neo mamma si possono riscontrare questo tipo di frasi:
“Ogni cosa ha perso il suo senso”
“Mi viene sempre voglia di piangere”
“Non voglio vedere nessuno”
“Mi sento stanchissima”
“Per un attimo mi sento benissimo e appena dopo sono di nuovo a terra”
“Mi pesa fare ogni cosa”
“Non riesco a prendere nessuna decisione”
“Mi sento confusa”
“Non sono in grado di fare niente”
“Tutti pensano solo al bambino, non come mi sento io”
“Perché sto così male adesso che ho questo bellissimo bambino?”
“A volte penso che tutti starebbero meglio se io non ci fossi più”
“Mi sento in ansia”
“Sento che sto per scoppiare”
“Non riesco a respirare, ho il fiato corto”
“Mi sento un nodo alla gola”
“Non sopporto che qualcuno mi tocchi”
“Non ho appetito”
“Mangio senza un freno”

Non è detta che una donna che manifesti solo alcuni di questi sintomi debba necessariamente rientrare in una diagnosi di Depressione post-partum. Si può trattare infatti di un disturbo dell’adattamento con umore depresso.

Nella maggior parte dei casi, lo stress che la donna vive dopo la nascita del bambino è una reazione momentanea alle esigenze del neonato o alle pressioni di altri membri della famiglia: in questi casi basta fornire rassicurazioni e ascolto alla puerpera per aiutarla a ritrovare pian piano un nuovo equilibrio.

Se invece la presenza di un certo grado di ansia è costante, all’interno di un quadro depressivo allora questo ci deve far pensare alla depressione post-partum.
Quando si manifesta la depressione post-partum?

Già nella 3-4 settimana successiva al parto possono manifestarsi i primi sintomi, ma anche tra il quarto e il sesto mese, con alcuni casi fino ai nove mesi. Non bisogna confondere questi sintomi con la maternity blues, un lieve disturbo emozionale transitorio che si riscontra in più della metà delle donne nei primi giorni dopo il parto e che si risolve da solo entro una settimana, senza particolari conseguenze su mamma e bambino.
Cosa fare se i sintomi persistono

Quando ci si accorge che i sintomi della depressione post-partum o lo stato malessere persistono per più di due settimane, è il momento di rivolgersi a uno psicologo, che dopo un colloquio, alcuni test specifici e l’osservazione clinica sarà in grado di indicare il percorso di trattamento migliore. 


Dal Sito: today.it

Che cosa è l'effetto "freezing"? Come può colpire in silenzio...




L’effetto freezing si attiva nel nostro cervello di fronte ad una minaccia improvvisa. È una forma di difesa psicologica e fisiologica che ci blocca e non ci consente di ragionare

L’effetto freezing è una reazione emotiva inaspettata.

Ci fa sentire incapaci di reagire di fronte ad un evento traumatico o a una minaccia improvvisa.

Ci paralizza letteralmente. Come suggerisce il termine inglese utilizzato per definire questo stato emotivo, sono le nostre emozioni che si congelano di fronte ad una minaccia.


“Esistono situazioni in cui la paralisi risulta essere la scelta migliore, se non addirittura l’unica possibile”: sostiene la Dott.ssa Pamela Busonero, esperta in Psicologia e Psicoterapia e specializzata in disturbi psicosomatici e attacchi di panico. “Che la paura sia in grado di paralizzare una persona è infatti un dato risaputo e riconosciuto da diversi studi scientifici e non è raro che in situazioni di imminente pericolo ci si blocchi completamente, anche quando sarebbe più opportuno avere una reazione diversa”.

Secondo lo psicologo John Leach, docente dell’Università di Portsmouth, circa il 75% delle persone dinanzi a una situazione di emergenza improvvisa si blocca e smette di ragionare invece di elaborare un piano di fuga. Sempre secondo Leach, del restante 25% solamente il 15% è in grado di rimanere sufficientemente razionale di fronte a situazioni improvvise di pericolo e di prendere decisioni che non mettano a rischio la propria vita. Il 10% perde completamente la capacità di ragionare, entrando nel panico e causando danni a se stessi e agli altri.

A livello fisiologico dinanzi ad una minaccia improvvisa, la sostanza grigia periacqueduttale (situata nel mesencefalo, una delle parti meno evolute del cervello) attiva una parte del cervelletto chiamata “piramide". Essa tende ad immobilizzare il corpo. Infatti, quando viviamo un evento improvviso e sfavorevole, come un’aggressione o una violenza, subiamo un forte stress emotivo.

Come risposta ad esso il cervello libera le endorfine che sono in grado di ridurre la forte agitazione e dare origine al cosiddetto effetto “freezing”. Esse sono gli stessi ormoni che l’ipofisi secerne quando proviamo gioia o amore. Quando è sotto stress il sistema nervoso simpatico mette in circolo anche un altro ormone, l’adrenalina. Quest’ultima è grado di potenziare la muscolatura ed aumentare le pulsazioni cardiache. La reazione di fuga, tipica dell’effetto freezing, avviene quando la minaccia appare fin da subito irrisolvibile.


“L’effetto freezing si può definire una reazione fisica ma determinata dalla mente. Si innesca quando bloccarsi sembra essere l’unica opzione possibile, quando si è di fronte ad una situazione in cui non si riesce ad affrontare la minaccia né a fuggire da essa. Allo stesso modo, può verificarsi quando l’evento si evolve così rapidamente da non essere in grado di riflettere ed adeguarsi, oppure come meccanismo di negazione che rende l’evento meno penoso” - precisa l’esperta. Il freezing sembra una risposta normale di una persona normale ad un evento anormale. Serve per difenderci da un trauma emotivo che sarebbe troppo forte da superare. La paralisi e le sostanze rilasciate ci impediscono di renderci conto di cosa stia succedendo e di recepire il trauma con una minore intensità. In caso di aggressione, potrebbe anche scoraggiare l’aggressore a proseguire.

A volte può succedere che il corpo, a seguito di un evento traumatico con una reazione di freezing, apprenda questo meccanismo e lo applichi involontariamente a molteplici situazioni della vita. Anche se il reale pericolo è ormai superato il rischio è che il soggetto continui a provare stati di allerta ingiustificati per gran parte della giornata. Ciò non gli consente di condurre una vita serena. In questi casi, è necessario riuscire ad elaborare l’evento traumatico.

La Dott. Busonero suggerisce trattamenti particolarmente indicati, chiamati “trattamenti psicoterapeutici evidence-based”. La terapia Emdr è un metodo psicoterapeutico ideato nel 1987 da Francine Shapiro, attualmente validato per questa problematica. Il terapeuta Emdr chiederà alla persona di focalizzare la propria attenzione su diversi aspetti che costituiscono il trauma. Questo tipo di terapia ha un’elevata percentuale di successo e permette la remissione parziale o totale dei sintomi. L’obiettivo è migliorare la qualità della vita del paziente.

Dal Sito: ilgiornale.it