giovedì 11 maggio 2017

Disturbo d’Ansia Generalizzato



Che cos’è il Disturbo d’Ansia Generalizzato e come si manifesta?

La caratteristica principale del disturbo d’ansia generalizzato è uno stato continuo e persistente di preoccupazione per diversi eventi, che risulta eccessivo in intensità, durata o frequenza rispetto alle reali circostanze, che invece rappresentano eventi temuti dal soggetto. L’ansia viene definita “Generalizzata” poiché non è circoscritta a determinate situazioni, ma, al contrario, riguarda numerosi eventi e situazioni. Tale stato non essendo associato a specifiche circostanze, è difficile da controllare per chi lo sperimenta ed è presente nel soggetto per la maggior parte del tempo per almeno sei mesi.
Le preoccupazioni eccessive sono accompagnate da almeno tre dei seguenti sintomi:
Restlessness (cioè sindrome della gambe senza riposo/ irrequietezza);
facile faticabilità;
difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria;
irritabilità;
tensione muscolare, muscoli tesi a volte doloranti;
sonno disturbato (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, si sveglia poco riposato).

Coloro che sentono tensione muscolare possono sperimentare anche tremori, dolori o contratture muscolari. Molte persone che soffrono di questo disturbo presentano, inoltre, sintomi somatici come bocca asciutta, mani appiccicose, sudorazione, brividi dl freddo, nausea, diarrea, difficoltà a deglutire e nodo alla gola. Le preoccupazioni del Disturbo d’Ansia Generalizzato hanno specifiche caratteristiche: per esempio sono numerose, si succedono rapidamente (al termine di una ce n’è subito un’altra), sono accompagnate da emozioni di allarme, di inquietudine e ansia, riguardano eventi catastrofici futuri con una bassa probabilità reale che accadano, riducono la capacità di pensare lucidamente, sono molto difficili da controllare.
Alcuni studi hanno evidenziato che chi è affetto da questo disturbo può trascorrere oltre la metà del tempo in cui si è svegli a preoccuparsi di eventi che non si verificano. Spesso la persona, dopo la mancata “disgrazia”, riconosce la propria preoccupazione come eccessiva e spropositata. Molte preoccupazioni riguardano eventi e situazioni di tutti i giorni, ad esempio la persona passa molto tempo a preoccuparsi di possibili disgrazie, fallimenti o giudizi negativi, possono riguardare i familiari, le relazioni sociali, il lavoro o lo studio, le malattie, i soldi e le finanze in generale. Le tematiche più comuni tra le persone affette dal disturbo risultano essere problemi che possono presentarsi nel futuro, perfezionismo e paura di insuccesso, paura di essere giudicato negativamente dagli altri. Per riassumere, quindi, le preoccupazioni caratteristiche del Disturbo d’Ansia Generalizzato riguardano per lo più eventi lontani nel tempo, molto improbabili che accadano realmente, inoltre l’ansia che si prova non è “utile” a mettere in atto comportamenti che effettivamente ridurrebbero il pericolo che si teme. Altri aspetti importanti e tipici di tale disturbo consistono da un lato, nel fatto che spesso le persone che ne soffrono sono preoccupate per il fatto di avere delle preoccupazioni, che si esplicitano in pensieri del tipo “…. Non riuscirò a controllare questa preoccupazione; … non smetterò mai di preoccuparmi; …. Starò male o impazzirò se continuerò a preoccuparmi così”. Le preoccupazioni o l’ansia sulle proprie preoccupazioni danno quindi luogo ad un circolo vizioso che continua ad aggravare i sintomi e le difficoltà di vita quotidiane, andando ad incidere e influenzare inevitabilmente lo stato d’animo e l’umore della persona affetta da tale disturbo. Dall’altro, altre persone affette dal Disturbo d’Ansia Generalizzato credono che le preoccupazioni possano avere in qualche modo una funzione “protettrice” rispetto a ciò che temono, cioè tendono a credere che preoccuparsi serva a prevenire ciò che si teme, per esempio con frasi del tipo “… se mi preoccupo per il peggio, sarò più preparato ad affrontarlo…”, “… se smettessi di preoccuparmi e succedesse qualcosa di brutto, mi sentirei responsabile …”, “… se continuerò a preoccuparmi, prima o poi saprò cosa è meglio fare…”, “… le preoccupazioni mi aiutano a tenere sotto controllo la mia ansia..”. Tali convinzioni raramente vengono confermate e messe alla prova, per cui la persona continua a preoccuparsi. A partire da una preoccupazione e dalla relativa ansi, quindi, si attivano catene di pensieri negativi dette rimuginazioni, che mantengono e incrementano lo stato iniziale.

Nella maggior parte dei casi, la persona affetta dal disturbo tenterà quanto possibile di proteggersi dall’ansia e dalle preoccupazioni, per cui tenderà a mettere in atto una serie di comportamenti che, nel breve termine, effettivamente aiutano ad attenuare l’ansia, ma, nel lungo tempo, possono contribuire a mantenere e rafforzare le proprie paure. Esempi di tali comportamenti sono:
cercare di rassicurarsi o chiedere agli altri di essere rassicurato che le cose andranno bene (es. telefonare spesso ad una persona cara per essere sicuri che non le sia successo niente, o andare dal medico per essere rassicurati dopo aver notato un sintomo o una sensazione fisica; tali rassicurazioni suscitano sollievo, ma dura poco in quanto l’ansia dopo un po’ ritorna e si fa sentire il bisogno di essere rassicurati sempre di più);
essere perfezionisti, ad esempio continuare a controllare il lavoro fatto per assicurarsi che non abbia difetti; ciò vuol dire che se abbiamo obiettivi troppo elevati, si vive nell’ansia di non farcela e quando non li si raggiunge ci si demoralizza;
evitare le situazioni che si ritiene generino ansia, per esempio evitare di ascoltare o vedere il telegiornale per non sapere di disgrazi o malattie, in quanto ciò potrebbe poi scatenare le preoccupazioni relative a disgrazie e malattie personali;
rinviare, per esempio rimandare di iniziare un compito a causa dell’ansia legata al timore di un risultato temuto o comunque insoddisfacente;
tentare attivamente di sopprimere la preoccupazione, paradossalmente, tentare di sopprimere le preoccupazioni le peggiora, proprio perché la persona concentra la propria attenzione su di esse.

Tipicamente il Disturbo d’Ansia Generalizzato ha un andamento cronico, per cui le persone che ne soffrono tendono a considerare lo stato ansioso che solitamente sperimentano come una caratteristica della loro personalità, piuttosto che un disturbo vero e proprio. In alcuni casi, tuttavia, il disturbo si presenta in maniera discontinua nel corso della vita, in particolare nei periodi di forte stress.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità soffre di disturbo d’ansia generalizzato il 5% della popolazione mondiale, soprattutto donne. Solo un terzo di chi ne soffre, tuttavia, si rivolge ad uno specialista della salute mentale, in quanto i sintomi fisici dell’ansia spesso portano i pazienti a rivolgersi ad altre figure professionali (es. medico di base, internista, cardiologo, pneumologo, gastroenterologo).

Come capire se si soffre di disturbo d’ansia generalizzato

È da tener presente che spesso nella nostra vita ci si presentano buoni motivi per essere preoccupati, per cui la prima differenziazione riguarda individuare se si prova un’ansia cosiddetta “sana”, normale, o se si tratta di una forma d’ansia significativa da un punto di vista clinico (considerando proprio che la caratteristica fondamentale di tale disturbo è essere preoccupati o ansiosi per un ampio spettro di stimoli, situazioni, eventi e non per un unico oggetto o situazione specifica). L’ansia è un’emozione normale, che prova ogni soggetto sano. Ha la funzione di segnalare situazioni di pericolo o spiacevoli, permettendoci così di affrontarle ricorrendo alle risorse mentali e fisiche più adeguate (per esempio, se stiamo attraversano la strada e una macchina ci viene contro e valutiamo che non sta però rallentando, proviamo paura e corriamo per proteggerci e per non fare una brutta fine). L’ansia, inoltre, produce un aumento dello stato di vigilanza, utile quando si devono affrontare situazioni impegnative (es. ad un colloquio di lavoro non daremmo il meglio di noi stessi se fossimo completamente rilassati). Entro certi livelli, dunque, l’ansia è necessaria a ciascuno di noi; quando si è troppo ansiosi, però, diminuisce la capacità di pensare lucidamente e di risolvere i problemi.
Rispetto alle preoccupazioni normali, quelle che caratterizzano il disturbo d’ansia generalizzato risultano:
più numerose, frequenti, durature, intense, invasive e pervasive;
di rapida successione (ad una ne segue subito, o quasi, un’altra);
accompagnate da emozioni di ansia intensa;
relative ad eventi futuri improbabili;
scollegate da fattori precipitanti;
accompagnate da sintomi fisici;
difficili da controllare e da rimandare ad altri momenti.

In sostanza l’ansia di chi soffre di questo disturbo tende ad essere eccessiva, pervasiva, poco controllabile e interferisce notevolmente con il funzionamento normale della persona.

Inoltre, è da tener presente che tale disturbo ha sintomi ansiosi (es. tensione muscolare, irrequietezza, irritabilità) che vanno distinti da altri disturbi che hanno la stessa tipologia di sintomi. Per esempio, alcuni di essi potrebbero essere la manifestazione di una condizione medica generale (es. ipertiroidismo) o essere dovuti all’uso di alcune sostanze psicoattive (es. caffeina, farmaci come sedativi, ipnotici o ansiolitici).
Se, per esempio, la preoccupazione della persona riguarda esclusivamente la possibilità che si possa verificare un attacco di panico si tratta di Disturbo di Panico e non di Disturbo d’Ansia Generalizzato; e ancora, se la preoccupazione riguarda esclusivamente l’eventualità di sentirsi imbarazzato in pubblico si tratta di Fobia Sociale; se la preoccupazione riguarda esclusivamente l’avere una grave malattia si tratta di Ipocondria; se la preoccupazione è relativa solo alla peso e alla forma del corpo o di aumentare di peso si tratta di un Disturbo del Comportamento Alimentare; preoccuparsi principalmente di essere contaminato è tipico del Disturbo Ossessivo-compulsivo; in fine, se si è prettamente preoccupati di rivivere un evento traumatico si tratta di un disturbo post-traumatico da stress.

Cause

L’esordio del disturbo d’ansia generalizzato è graduale e compreso tra l’adolescenza e i 30 anni di età. Le persone che hanno questo disturbo, comunque, riferiscono di sentirsi molto ansiosi fin dall’infanzia.

In base ad alcuni studi empirici, i fattori di rischio per l’insorgenza di questo disturbo sembrano essere:
caratteristiche di personalità (intesa come modo abituale di pensare, reagire e rapportarsi agli altri), sul cui sviluppo incidono sia fattori genetici, che educativi: le persone che soffrono di ansia generalizzata si descrivono di solito come sensibili, emotive, facili a preoccuparsi, caratteristiche per altro comuni anche ai membri della famiglia; a tal proposito sembrano importanti anche i fattori genetici, tuttavia non è ancora chiaro quanto nel rappresentare un fattore di rischio, ma altrettanto importante risulta l’educazione ricevuta che può interferire positivamente aumentando il senso di sicurezza e negativamente rafforzando i timori e le aspettative di danno.
uno stile di pensiero in base al quale gli eventi tendono ad essere interpretati in modo catastrofico/minaccioso (es. sentendo il telefono squillare, immaginare cattive notizie, piuttosto che una piacevole chiacchierata): le persone affette dal disturbo hanno una tendenza a interpretare automaticamente come minaccioso tutto ciò che succede, per esempio, se si incrocia lo sguardo arruffato di un capo la persona tenderà a pensarlo come segno di disapprovazione piuttosto che sia dovuto a qualche difficoltà che riguardi la vita personale; o sentire squillare il telefono fa pensare al fatto di ricevere una brutta notizia, piuttosto che un amico che vuole scambiare due chiacchiere.
stress associati ad eventi che comportano cambiamenti di vita importanti (es. lutti, cambio di lavoro, di casa o di partner): l’ansia può esordire in periodi di stress elevato, a volte un grosso problema o anche una serie di piccoli problemi possono interferire con la nostra capacità di adattamento e rappresentare una forte minaccia.

Conseguenze

Chi ha un disturbo d’ansia generalizzato ha difficoltà ad impedire che le preoccupazioni interferiscano con l’attenzione verso le attività che sta svolgendo; ciò comporta una compromissione del funzionamento lavorativo (es. rallentamento nello svolgimento dei compiti) e sociale (es. tensioni causate dalle frequenti richieste di rassicurazioni) di queste persone.
La presenza di eccessive preoccupazioni e la difficoltà a gestirle possono produrre, inoltre, una diminuzione del senso di efficacia personale e della stima di sé, che spesso conducono ad una depressione secondaria.
Altra frequente conseguenza del disturbo d’ansia generalizzato è l’abuso di sostanze psicoattive (es. farmaci, droghe), a cui la persona può ricorrere come tentativo disperato di gestire il disturbo stesso o la depressione che ad esso può seguire.

Differenti tipi di trattamento

I trattamenti riconosciuti come più efficaci per la cura del Disturbo d’Ansia Generalizzato sono la farmacoterapia e la psicoterapia.
Nella terapia farmacologica vengono utilizzati antidepressivi di nuova generazione e benzodiazepine. A breve termine questi farmaci risultano efficaci, ma all’interruzione della loro assunzione, è possibile che i sintomi del disturbo si ripresentino in quanto le sue cause possono restare inalterate. Curare questo disturbo coi soli farmaci potrebbe essere come curare un forte mal di schiena facendo uso esclusivo di antidolorifici: dopo qualche tempo è possibile che il dolore si ripresenti poiché non si è agito su ciò che lo ha provocato.
D’altra parte i farmaci, abbassando i livelli di sofferenza soggettiva e di ansia, creano le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico efficace.
Per tali motivi, spesso i clinici associano al trattamento farmacologico quello psicoterapeutico.
In realtà, la terapia farmacologica non sempre viene prescritta, ma si rende necessaria almeno temporaneamente, per le persone che hanno un’attivazione ansiosa molto intensa. Una condizione che spesso si crea come ostacolo all’assunzione dei farmaci di tale tipo è la “paura”, a volte convinzione, di sviluppare una dipendenza da tali farmaci; spesso questo è un pregiudizio che ostacola l’efficacia al trattamento. Effettivamente alcuni farmaci (es. benzodiazepine) nel lungo tempo possono provocare dipendenza, tuttavia l’assunzione del farmaco sotto il controllo di un medico esperto (medico psichiatra) evita e diminuisce il rischio di tale condizione.

Riguardo alla psicoterapia, da alcuni studi empirici risulta che nella cura del Disturbo d’Ansia Generalizzato il trattamento cognitivo-comportamentale, effettuato sia individualmente che in gruppo, è più efficace di altri trattamenti (es. psicoterapia analitica).

Il trattamento cognitivo-comportamentale

Secondo la teoria cognitivo-comportamentale, le preoccupazioni e le rimuginazioni possono essere normali o patologiche a seconda non dei loro contenuti, ma della loro frequenza e di come vengono valutate dalla persona, quindi da quanto spesso ci vengono alla mente e come le interpretiamo.
Il disturbo d’ansia generalizzato deriverebbe da particolari valutazioni sia positive che negative delle proprie preoccupazioni e rimuginazioni.
Generalmente, infatti, chi ha questo disturbo inizialmente presenta credenze positive sulle proprie preoccupazioni: pensa che è proprio il preoccuparsi che gli permette di riflettere e, dunque, di trovare soluzioni ai propri problemi o di prevenire catastrofi (es. “… Se rimugino sono più preparato per affrontare ogni evenienza …”). Le rimuginazioni, inoltre, vengono spesso associate alla convinzione superstiziosa che “preoccupandosi si tiene lontano il pericolo”. Così, ad esempio, una madre potrebbe temere che, smettendo di preoccuparsi per la salute del figlio, questi potrebbe ammalarsi davvero. Nelle fasi iniziali, dunque, la preoccupazione è deliberatamente ricercata dalla persona.
In seguito, soprattutto a causa del fatto che nel frattempo le rimuginazioni diventano pervasive, spesso la persona inizia a valutare negativamente le proprie preoccupazioni: pensa di non riuscire a controllarle e che questo potrebbe essere pericoloso, per cui “si preoccupa di essere preoccupata” (metapreoccupazione) (es. “… Starò male o impazzirò se continuo a preoccuparmi così…”). In tal caso, le preoccupazioni sono vissute come intrusive, disturbanti e difficili da interrompere. I comportamenti messi in atto, poi, per attenuare preoccupazioni e ansia (distrazione, controllo del pensiero, evitamenti, richiesta di rassicurazioni) momentaneamente le riducono, ma a lungo andare le mantengono e le rinforzano perché lasciano inalterate le credenze disfunzionali su di esse.
Le convinzioni positive e negative sul rimuginio e i comportamenti disfunzionali per ridurla interagiscono tra di loro generando un circolo vizioso; in questo modo il disturbo si mantiene.

Nel trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo d’ansia generalizzato viene utilizzato un protocollo che prevede l’impiego delle seguenti procedure:

formulazione di un contratto terapeutico, che contenga, in particolare, obiettivi condivisi da paziente e terapeuta e i loro rispettivi compiti (es. compiti a casa per il paziente);
ricostruzione della storia del disturbo(primi episodi in cui si è manifestato e descrizione dettagliata della condizione attuale);
formulazione dello schema di funzionamento del disturbo, a partire dall’analisi di recenti episodi nei quali la persona si è sentita preoccupata e ansiosa;
psicoeducazione, che consiste nel fornire al paziente informazioni relative al ruolo che hanno le credenze sulle preoccupazioni nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo;
individuazione dei pensieri disfunzionali (es. giudizi sulle preoccupazioni) alla base del disturbo e messa indiscussione di tali valutazioni;
apprendimento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia;
esposizionegraduale ai pensieri ed agli stimoli temuti ed evitati;
prevenzione delle ricadute, che consiste nell’accettazione da parte del paziente della possibilità che i sintomi potrebbero ripresentarsi e nel rinnovato ricorso agli strumenti acquisiti in terapia per fronteggiare il momento di crisi.

Questo protocollo è applicabile sia alla terapia individuale, che a quella di gruppo.
Rispetto alla terapia individuale, quella di gruppo consente ad ogni partecipante di confrontarsi con altre persone che soffrono del suo stesso disturbo, favorendo il ridimensionamento del problema e la riduzione della sensazione soggettiva di “essere anormale”.

I colori influiscono sullo stato d’animo


Numerosi studi rivelano che i colori incidono sullo stato d’animo, ma non è ancora stato scientificamente dimostrato in che modo rappresentino un elemento chiave in una cura. Per tale motivo, trattamenti come la cromoterapia sono considerati cure naturali alternative, perché non rispettano i requisiti necessari per essere considerate terapie affidabili.

Ciò che risulta chiaro è che, sebbene i colori non siano il fattore determinante nella cura di una qualsiasi malattia, possono, però, cambiare le nostre emozioni. Influiscono sullo stato d’animo, anche se in una piccola percentuale.
I colori e lo stato d’animo
Rosso, arancione e giallo

Il rosso, l’arancione e il giallo sono colori eccitanti, che attivano e donano energia. Spingono all’attività e mettono buon umore. Risultano indicati per le persone giù di morale, che tendono a scoraggiarsi. Se volete dare una sensazione di ottimismo, sarebbe bene portarli in inverno, dato che visivamente regalano calore e vivacità.

Se dovete decorare le pareti di una stanza, questi colori che “accendono” e danno energia potrebbero essere impiegati dove desiderate esercitare un’attività, mai in luoghi da adibire alla calma e al relax.
Verde, azzurro e viola

Sono colori che tranquillizzano, che apportano serenità e rilassano. Il verde, l’azzurro e il viola donano alla mente un effetto di calma e pace. Sono ideali da indossare durante i colloqui di lavoro, poiché trasmettono quiete, sincerità e responsabilità.

Il verde della natura, l’azzurro profondo del cielo, l’elegante viola dei fiori portano tutti un messaggio di cura emotiva. Risultano ideali per pareti di stanze in cui abbandonarsi al relax.
Bianco e beige

Colori neutri e freddi, il bianco e il beige sono chiari simboli di purezza e semplicità. Sono ideali per quei luoghi in cui si ha bisogno della massima concentrazione: non producendo variazioni emotive, risultano quindi perfetti per pitturare le pareti di uno studio. Portarli d’estate dona un effetto rinfrescante.
Rosa e fucsia

Il colore rosa chiaro trasmette bontà, innocenza e buone intenzioni, sebbene possa anche essere inconsciamente interpretato come immaturità. Sono colori da indossare se avete bisogno che qualcuno riponga in voi la propria fiducia in merito a qualcosa.

Per quanto riguarda il loro uso decorativo, di frequente vengono impiegati per l’infanzia, anche se piacciono anche a molti adulti. Non rappresenta nulla di negativo, dato che tali colori simbolizzano altruismo, buon cuore e sensibilità.

Il fucsia, che poi non è altro che un rosa maggiormente forte e incisivo, si potrebbe paragonare ai colori che danno energia, come i già citati rosso, arancione e giallo.
Nero e grigio

Il nero trasmette tristezza e pessimismo, ma nell’abbigliamento apporta eleganza e serietà. Non sarebbe indicato portarlo in estate: otticamente dà la sensazione di calore e di poca freschezza.

Anche il grigio suscita tristezza e pessimismo, cattive vibrazioni. Nella moda significa indipendenza, sfiducia, noia, scoraggiamento; tuttavia, trasmette anche rispetto, professionalità e serietà.
Perché quando ci vestiamo scegliamo alcuni colori piuttosto che altri?

Quando ci vestiamo, inconsciamente siamo soliti farlo in funzione delle emozioni che proviamo in quel momento. Se siete coscienti di quello che suscita ciascun colore, potete incidere sul vostro stato d’animo. Di solito, quando qualcuno si alza con il piede storto, si sente a terra e scoraggiato, sarà quindi più incline a scegliere colori spenti e pessimisti. Al contrario, quando ci si alza contenti e di buon umore, la scelta ricadrà su colori allegri.

Se andrete in direzione contraria rispetto a quanto siete spinti a fare naturalmente, potrete variare il vostro stato d’animo. A tal fine, analizzate le emozioni che provate e mettetevi in sintonia con lo stato che vorreste raggiungere. Per esempio, un giorno in cui vi alzate senza vitalità, potrete dare un po’ di colore al vostro abbigliamento e, mentre vi metterete una maglietta rossa, sorriderete.

Il questo modo, sarete voi stessi ad incitarvi all’azione e a risollevarvi il morale. Anche se i colori non fanno miracoli, state pur certi che avrete contribuito a migliorare le vostre emozioni. Se vi alzate stressati e avete bisogno di relax, potete optare per colori rilassanti come l’azzurro, il verde o il viola.

Dovrete anche tenere conto di dove dovete andare e quale impressione avete bisogno di suscitare, poiché uscire fra amici non è la stessa cosa che partecipare a una riunione importante. È dimostrato che i colori influiscono sullo stato d’animo e, sebbene non abbiano un peso elevato, ogni granello di sabbia aggiunto a vostro favore contribuirà a migliorare le vostre emozioni.

Dal Sito: lamenteemeravigliosa.it

Le fobie. Che cosa sono?

“Da piccolo sognavo sempre i mostri. E anche ora, da adulto, ogni tanto, mi capita,
ma non riesco più a fregarli”.
(Ammaniti, Io non ho paura)


Fobie o paure? La paura è un’emozione strana.

Da un lato rappresenta un segnale indispensabile per la vita stessa; dall’altro è di per sé un segnale così sgradevole che qualche volta può suscitare ulteriore paura. Così, ad esempio, si può avere paura della paura o ci si può vergognare di mostrare la propria paura, pensando di essere considerati piccoli, fragili, inadeguati.

Può essere utile partire dalla constatazione che la paura è un sentimento molto comune, ma non per questo univoco: essa infatti, come tutti i sentimenti umani, può manifestarsi con gradazioni e pesi differenti.

Talvolta, può diventare molto ingombrante, tanto da invadere i pensieri e condizionare – in maniera più o meno consistente – la vita di una persona. È questo il caso delle fobie, che – tra i disturbi d’ansia – sono di gran lunga i più diffusi.
Fobie. 3 diverse categorie

Le fobie vengono generalmente suddivise in 3 categorie:
Agorafobia (paura di attraversare un largo spazio aperto o di allontanarsi da un punto di riferimento stabile)
Fobie specifiche (collegate ad oggetti o situazioni specifiche)
Fobie sociali (paura di entrare in relazione con gli altri e/o di esporsi in pubblico).

Sono stati coniati, poi, innumerevoli termini per indicare i diversi tipi di fobie.

Ad esempio, nel vasto campo delle fobie, si parla di:
“aracnofobia” per indicare la paura dei ragni
“ereutofobia” per la paura di arrossire
“acrofobia” per la paura dell’altezza,
“ematofobia” per la paura del sangue
“tanatofobia” per la paura della morte.
Ma che cosa sono le fobie? Perché sono sorte? Da dove arrivano?
E perché non se ne vanno?

Le fobie rappresentano delle paure marcate e persistenti, eccessive o irragionevoli, che segnalano come pericoloso un oggetto o una situazione che in realtà non costituisce una minaccia vera per l’incolumità della persona (per esempio, ricevere un’iniezione, volare, il contatto o anche solo la vista di certi animali).

Da questo oggetto o situazione specifici ci si difende proprio come di fronte ad un pericolo reale.

Nelle fobie, dunque, la paura si organizza attorno ad eventi o oggetti particolari e non è controllabile se non rifuggendo ad essi, mediante strategie di evitamento. Infatti, l’incontro o anche il solo pensiero di poter incontrare l’oggetto e la situazione temuta provocano nella persona una risposta ansiosa immediata, che talvolta può sfociare in un attacco di panico. Nella maggior parte dei casi la persona si rende conto che il suo terrore è esagerato o immotivato, ma tale consapevolezza non è sufficiente a “scacciar via” le fobie.
Le fobie sono insistenti: non sentono ragioni.

E, in effetti, non è nel mondo della ragione che si può trovare quel terreno fertile che consente di comprendere meglio le fobie. Può essere più fecondo, invece, rivolgere lo sguardo al mondo interiore, il quale segue “logiche” differenti e strettamente soggettive.

Le fobie, infatti, ci conducono a prestare attenzione a quel mondo personale e intimamente soggettivo che abita ognuno di noi.

Possiamo immaginare questo “mondo soggettivo” come una specie di luogo interiore, che accoglie tutte le nostre esperienze più intime: le emozioni, i pensieri, le fantasie, i desideri, anche le paure. In questo luogo interno, le paure possono talvolta diventare ingombranti, proprio come certi pesanti fardelli difficili da reggere da soli…

Per alleggerire il nostro mondo interiore, possiamo allora cercare di “liberarci” di questa pesante paura interna, “depositandola” su un oggetto esterno che può sostenere il peso al posto nostro. Ecco, in termini molto semplici, il nascere di una fobia.

L’oggetto temuto (ad es. il ragno) diventa la rappresentazione condensata di altre paure ben più profonde e complesse.

Tutta questa operazione può compiersi perché, in quanto esseri umani, abbiamo la capacità di costruire dei simboli, con i quali possiamo in un certo senso “giocare” con i significati delle cose e delle nostre stesse emozioni. Non sempre naturalmente siamo consapevoli di queste complesse operazioni che avvengono dentro di noi.

Da questo punto di vista, la fobia rappresenta una specie di “soluzione di compromesso”: uno scendere a patti con qualcosa che, fin che resta dentro di noi, genera un qualche conflitto doloroso. Certo, i compromessi non soddisfano mai del tutto: la paura – seppur trasferita altrove (in un oggetto o in una situazione) – è ancora lì, a segnalare la sua esistenza… ma anche a domandare – con insistenza – di “essere compresa” con uno sguardo diverso.
Fobie. Come affrontarle

Affrontare la paura non significa negarla né tanto meno sfidarla, bensì “incontrarla” per conoscerla meglio, muniti di un buon equipaggiamento… e spesso di un “compagno fidato”.

Sono numerosi i casi di persone che hanno tratto benefici duraturi da interventi psicoterapeutici. Tali benefici risultano associati alla peculiarità del trattamento, che si rivolge all’esplorazione e alla comprensione del mondo interno.

Scritto da Adriano Legacci

Dal Sito: www.fobie-psicoterapia.it


L’Ansia d’Esame Patologica:Sintomi, Cause e Cura




Che cosa è l’ansia d’esame?

L’ansia d’esame si caratterizza per il timore, la paura, il terrore , che a volte possono innescare una vero e proprio attacco di panico, di affrontare un’interrogazione o un esame. L’ansia d’esame patologica, che può rientrare all'interno di un quadro di Fobia Sociale, si differenzia dalla normale ansia fisiologica che accompagna, favorendone la performance, gli sforzi dell’individuo per raggiungere uno scopo.Numerose ricerche mettono infatti in evidenzia come una moderata ansia prestazionale favorisce migliori risultati rispetto alla completa assenza o ad eccessivi livelli di ansia. Seguendo questo ragionamento, si può affermare che l’ansia d’esame diventa patologica quando assume alcune particolari caratteristiche:

L’idea di dover sostenere un esame è associata ( in maniera direttamente proporzionale alla vicinanza, alla difficoltà e all’importanza attribuita alla prova) ad intensi sintomi di ansia, preoccupazione, pensieri o immagini “catastrofici” il cui contenuto può, ad esempio, riguardare l’essere bocciati, fare una figuraccia, fare scena muta, avere una crisi di panico, scappare all’ultimo momento, sentirsi falliti, umiliati, difettati o deludere gli altri significativi che innescano la cosiddetta “ansia anticipatoria” che caratterizza gli studenti affetti da ansia d’esame patologica.

Le persone affette da ansia d’esame possono sviluppare tutta una serie di sintomi tra i quali: ansia diffusa, preoccupazione eccessiva per la prova, confusione, tremori, agitazione, irrequietezza, incapacità a rilassarsi, tachicardia, nausea, vertigini, sintomi fisici vari; nei casi più “gravi” questi sintomi possono sfociare in un vero e proprio attacco di panico situazionale che, oltre all’aggravamento dei sintomi dell’ansia, può innescare la paura di morire, di perdere il controllo di se stessi o di impazzire. Spesso le persone affette da ansia d’esame evitano di affrontare la prova poiché temono di non riuscire a sopportare i sintomi e le conseguenze dell’ansia. Non di rado le persone cercano di fronteggiare l’ansia d’esame patologica facendo ricorso ad ansiolitici come lo Xanax; ovviamente questa soluzione può tamponare, nell’immediato, lo stato ansioso mentre non incide sulle cause psicologiche della paura dell’esame

Gli adulti e gli adolescenti sono consapevoli che la loro paura è irrazionale o, quanto meno, esagerata ma, nonostante questa “consapevolezza”, non riescono a liberarsene. Paradossalmente, il fatto di essere consapevoli di esagerare il “pericolo” legato all’esame li espone ad ulteriori sofferenze che derivano dalla considerazione di essere diversi dagli altri, di essere più fragili, di essere dei falliti, di non poter raggiungere traguardi ambiziosi, di deludere gli altri; queste “riflessioni” possono compromettere l’autostima, innescare vissuti di inadeguatezza a cui spesso si accompagnano sentimenti di vergogna, autosvalutazione e depressione.

L’ansia d’esame deve creare disagio significativo o compromettere la qualità della vita della persona. Spesso, a causa dell’ansia d’esame patologica, la persona rimane danneggiata nel suo percorso scolastico ritardando in maniera significativa la conclusione degli studi oppure può avere un rendimento scolastico al disotto dell’impegno profuso o dalle proprie capacità intellettuali. Nei casi più gravi l’ansia d’esame patologica può spingere la persona ad abbandonare gli studi nonostante le rilevanti potenzialità. L’ansia d’esame può influire in maniera significativa sulla qualità della vita della persona e questo deve far riflettere circa l’importanza di un trattamento psicoterapeutico efficace, come si è dimostrata la psicoterapia cognitivo comportamentale, che possa curare l’ansia d’esame patologica.

Quali sono le cause dell’ansia d’esame?

In generale, le persone che soffrono di ansia d’esame patologica sembrano accumulate da alcune caratteristiche “cognitive”, ovvero credenze, che rendono insopportabile e catastrofico un possibile scenario di fallimento. Spesso, per queste persone, la prova d’esame non si limita ad una prestazione ma coincide con il valore personale che si attribuiscono; in sostanza fallire ad un esame significa essere falliti, compromettere la propria vita, deludere se stessi e gli altri. Il lavoro psicoterapeutico mette spesso in risalto come, nella storia di chi soffre di ansia d’esame patologica, l’autostima ed il valore personale, cosi come l’esser degni di amore, sia stato condizionato dalle “prestazioni”, in primus scolastiche, del bambino.

E’ possibile riscontrare nella storia di queste persone episodi “sensibilizzanti” che hanno orientato il loro iperinvestimento verso il successo scolastico come mezzo efficace per ottenere ammirazione, amore, approvazione o, al contrario, evitare umiliazioni o rimproveri. L’ansia d’esame è spesso accompagnata da pensieri di fallimento, vergogna, paura di deludere gli altri o di compromettere il futuro. In genere, le persone che manifestano eccessiva ansia d’esame hanno un autostima condizionata dagli altri ( professori, datori di lavoro, partner etc.) e quindi più vulnerabile poiché basata su criteri esterni che spesso possono rivelarsi arbitrari.

L’ansia d’esame non è dunque semplicemente l’ansia per l’esame ma l’angoscia, che può sfociare in panico, di dover ogni volta giocarsi tutto: autostima, fiducia, approvazione amore, e rischiare di perderlo. Ognuno di noi esposto a questo rischio manifesterebbe un ansia patologica. Alcune persone che presentano queste caratteristiche possono funzionare abbastanza bene finché un episodio, come una bocciatura imprevista, un voto basso o una prestazione non all’altezza, fa crollare tutta la sicurezza innescando o, aumentando, l’ansia per gli esami futuri. Altre persone sono invece abituate da sempre a fare i conti con la propria ansia d’esame.

Cosa si teme nell’ansia d’esame?

Dalle considerazioni fatte in precedenza risulta comprensibile come, chi soffre d’ansia d’esame patologica, tema, in maniera eccessiva, il fallimento ( fare scena muta, non rispondere alle domande, fare una brutta figura , mostrarsi agitato o impreparato etc.) e, dunque, la compromissione dell’autostima e del valore personale a cui fanno seguito sentimenti di autovalutazione, depressione e vergogna ( auto immagine e/o immagine sociale compromessa).

Perché l’ansia d’esame Tende a Cronicizzarsi?

Per cercare di comprendere i fattori che contribuiscono a creare il circolo vizioso dell’ansia d’esame patologica e, dunque , il suo mantenimento illustriamo un esempio:

A. è una brillante studentessa di Giurisprudenza di 22 anni, da sempre ha ottenuto ottimi successi scolastici anche se gli esami erano accompagnati da un ansia fastidiosa ma, tutto sommato, sopportabile. Per sopperire all’ansia d’esame e, quindi, alla preoccupazione che qualcosa potesse andare” storto”, A. non tralasciava nessun dettaglio studiando e ripetendo con "ossessivamente" il programma d’esame per non rischiare di essere sorpresa da qualche domanda a trabocchetto. Come ulteriore precauzione metteva in atto “simpatiche” superstizioni. La famiglia di A. ha sempre investito tanto sul successo scolastico della figlia poiché a lei sarebbe spettato l’onore di essere la prima laureata ( Avvocato!!!!!) della famiglia che, di conseguenza , avrebbe ripagato tutti i sacrifici fatti per lei anche dai fratelli.

Se da un lato questa “missione” rendeva A. orgogliosa e fiera dall'altro sentiva tutto il peso della responsabilità e, dunque, il dovere di riuscire a tutti i costi per non deludere la famiglia. Tutto scorre “liscio” finché, ad un importante esame universitario, A. viene “sorpresa” da una domanda a cui non era preparata: dapprima rimane sconcertata poi, “intuendo” che i professori iniziavano a dubitare della sua preparazione, viene invasa dall'ansia e da pensieri catastrofici (“ mi abbasseranno la media o forse mi bocceranno”, “i miei ci rimarranno male”, “non sono cosi brava come pensavo” , “come farò a fare l’avvocato se non so neppure rispondere a queste domande”etc.) a cui si accompagnano confusione ed agitazione. I pensieri di A. si accavallano velocemente, l’ansia sale, la bocca si fa asciutta, le mani sembrano tremare, suda, è pallida, sembra mancargli l’aria, ormai non riesce più a rispondere nemmeno alle domande che conosceva perfettamente.

Vedendola in difficoltà i Professori la invitano a presentarsi “tranquillamente” all'appello successivo, per A. e il primo fallimento: il mondo gli cade addosso. Esce dall'aula confusa e decide di raccontare ai genitori una bugia (aver superato l’esame) piuttosto che farli soffrire, riproponendosi di studiare più di prima. Nelle settimane successive A. studia intensamente ma, man mano che si avvicina il giorno dell’esame, sente aumentare l’ansia e la paura di poter fallire nuovamente.

A due giorni dell’esame A. è molto tesa, non ha appetito, dorme male, pensa continuamente a cosa succederebbe se anche questo appello dovesse andar male. Il giorno prima dell’esame A. è già invasa dall'ansia e da ruminazioni: immagina domande a cui non sa rispondere, la bocciatura, la delusione dei genitori, il suo futuro da “brava casalinga sfigata”, praticamente passa la notte insonne.

La mattina dell’esame è già in preda all’ansia ed in più si sente stanca e nervosa ( non ha dormito), il saluto del padre: “vedrai che sarà un trenta e lode”, rende la pressione ancora più insopportabile, non solo deve superare l’esame ma deve farlo con la lode altrimenti le aspettative di papà verrebbero deluse.

Arrivata in aula A. è in preda all’ansia, è convinta di non ricordare nulla, pensa che le domande saranno più difficili del solito e i professori di cattivo umore, si sente agitata, pensa di fare una figuraccia di fronte ai colleghi , teme di poter svenire, gli manca l’aria, fugge dall’aula ed evita l’esame in preda ad un attacco di panico. Proverà a presentarsi altre volte ma, in preda ad attacchi di panico, eviterà sempre di presentarsi. Continua a mentire a genitori, si sente fallita, sfigata, depressa.

Perché l’evitamento mantiene l’ansia d’esame patologica?

l’evitamento, almeno nel breve periodo, ha la capacità di ridurre l’ansia. Se, ad esempio, la persona ha la possibilità di evitare l’esame, almeno temporaneamente, si tranquillizza.

l’evitamento dell’esame non permette di smentire le ipotesi “catastrofiche” legate ad esso: mi bocceranno, farò una figuraccia, avrò una crisi di panico etc.

Come si cura l’ansia d’esame?

La Psicoterapia Cognitivo Comportamentale rappresenta il trattamento di elezione ( fonte APA)per i disturbi legati all'ansia e quindi risulta efficace anche in relazione alla cura dell’ansia d’esame. Come esposto nel paragrafo sulle cause dell’ansia d’esame patologica, il problema centrale, che deve essere oggetto dell’intervento psicologico consiste nel minare quelle “credenze”, sostituendole con credenze più funzionali, che fondono il valore della prestazione scolastica con il valore personale. In breve, se il paziente riesce, attraverso strategie cognitive specifiche ( ad esempio, disputing o alcune strategia dell’ACT) a separare la prestazione dalla persona ( viene valutata la prestazione non la persona!) sarà più disposto a ridurre l’iperinvestimento sulla prestazione riducendo in questo modo l’ansia d’esame, in sostanza: un esame è un esame, anche se dovesse andar male non è la fine del mondo.

Un atteggiamento del genere, di accettazione del rischio, porta automaticamente ad “abbassare la guardia”, a ridurre i pensieri catastrofici e quindi a migliorare la prestazione. Nello stesso tempo, lo psicologo deve guidare la persona nella “scoperta” di valori e qualità fondamentali per l’internalizzazione dell’autostima con l’obiettivo di renderla meno dipendente dal giudizio degli altri.

La Psicoterapia cognitivo comportamentale dispone di strumenti e metodi in grado di aiutare il paziente a risolvere l’ansia d’esame patologica in tempi accettabili attraverso un percorso che lo aiuterà a divenire terapeuta di se stesso.

L’intervento più strettamente psicoterapeutico dell’ansia d’esame deve, innanzitutto, far luce sui fattori d’esordio e mantenimento del disturbo (cognitivi ed interpersonali) per poi sostituire le strategie di evitamento con forme di esposizione graduale. Le strategie terapeutiche di matrice Cognitivo-Comportamentale si sono rivelate particolarmente efficaci nel ridurre la sintomatologia dell’ansia da prestazione: strumenti come la ristrutturazione cognitiva, l’esposizione (in vivo o in immaginazione) o la desensibilizzazione sistematica, assicurano, nella maggior parte dei casi, risultati soddisfacenti se non la cura completa dell’ansia d’esame.

Ansia d'Esame e le Cure di Ultima Generazione

Negli ultimi anni la psicoterapia cognitivo comportamentale classica è stata integrata con modelli di terza generazione come l'Acceptance and Commitment Therapy ( ACT) e la Mindfulness che si stanno rivelando particolarmente efficaci nella cura
dell'ansia.In sintesi, questi modelli innovativi hanno come obiettivo primario quello di facilitare un atteggiamento più funzionale nei confronti dei contenuti mentali aiutando la persona, attraverso l'utilizzo di esercizi esperienziali, metafore e meditazione, a valutare i pensieri non per quello che dicono di essere ( minacce reali) ma per quello che sono realmente riuscendo, in questo modo, l'ansia associata ai pensieri minacciosi ( mi bocciano! faro una figuraccia! etc).


L'ACT e la Mindfulness favoriscono un atteggiamento accettantante e non giudicante nei confronti dei contenuti mentali che man mano vengono sperimenati nella loro vera essenza di produzioni mentali transitori e innoqui e non come fatti che minacciano la persona (ad esempio, l'ansia anticipatoria associata ad un esame assume i connotati di una profezia). L'assunzione di questo atteggiamento più funzionale riduce notevolmente i vari loop che lo studente affetto da ansia patologica si trova a fronteggiare rallentandolo e rendendolo meno efficace.

a cura del Dr Gaspare Costa

Dal Sito:  www.attacchidipanico-ansia.it

Aspetti insoliti dell’ansia



Tutti i giorni facciamo molti riferimenti all’ansia, ma ci sono cose che su di lei non sappiamo.

Provate a farci caso, quante volte nell’arco di una giornata sentite le persone parlare di ansia? “oggi ho l’ansia”, “devo fare questo, quello, quell’altro, che ansia!”, “oggi ho l’interrogazione sono in ansia” solo per citarne alcuni; tutti i giorni facciamo molti riferimenti all’ansia, ma ci sono cose che su di lei non sappiamo.

Spesso le persone vivono l’ansia in senso negativo, non considerando invece quell’aspetto di protezione e di attivazione, che ha permesso all’uomo di evolversi e a tutti noi, quotidianamente, di portare avanti i nostri progetti e i nostri impegni; l’ansia, quindi, è qualcosa che fa parte dell’esistenza umana da sempre, eppure esistono delle sue caratteristiche che sono poco note, alcune anche curiose:
Effetti sull’olfatto: sembrerebbe che l’ansia faccia percepire maggiormente odori sgradevoli, o meglio odori considerati neutri vengono interpretati come cattivi odori, poiché i centri cerebrali collegati all’olfatto vengono alterati dall’ansia e dallo stress.

Il potere dell’attività fisica sull’ansia: anche solo 20 minuti al giorno di un’attività fisica qualunque riducono notevolmente lo stato d’ansia; effettivamente se ci pensate, la maggior parte di noi, quando è ansiosa, necessita di muoversi (far ballare un piede, camminare avanti e indietro ecc.), quindi il movimenti riduce lo stato ansioso vissuto in quel preciso momento. Praticare attività fisica (anche solo 20 min al giorno) riduce il rischio di reagire in modo ansioso agli eventi della vita, anche se si verificano in un arco temporale lontano da quello dell’attività fisica.

Ansia e genitori: il nostro sbilanciamento verso reazioni più ansiose dipenderebbe da ciò che abbiamo appreso dai nostri genitori; i genitori che tendevano a criticarci più apertamente potrebbero avere aumentato la reazione ansiosa ad un evento.

Interpretare le espressioni facciali: le persone ansiose tendono a saltare prima degli altri alle conclusioni, soprattutto nell’interpretare le espressioni facciali altrui; questo comportamento causa spesso e volentieri fraintendimenti e difficoltà di relazione che aumentano lo stato d’ansia, creando dei veri circoli viziosi, poiché l’interpretazione delle espressioni facciali comprende il giudizio sulle intenzioni altrui, bloccando le relazioni interpersonali.

Vertigini e ansia: l’ansia aumenta la sensazione di vertigine, con sbandamenti e oscillazioni, causando un’insicurezza nella gestione del proprio corpo, ma nello stesso tempo, la vertigine provoca ansia, per l’insicurezza nella gestione del proprio corpo. Il trattamento di disturbi dell’equilibrio (spesso causa di vertigini) possono aiutare nel ridurre lo stato ansioso.

Ansia aumenta lo spazio interpersonale: le persone possono muoversi tranquillamente, entro una certa distanza, senza provocarci difficoltà (di solito la distanza dal viso si aggira tra i 20 e i 40 cm); nelle persone che soffrono disturbi d’ansia questa distanza è aumentata, già intorno ai 40 cm le persone, che reagiscono ansiosamente, tendono a sentirsi maggiormente a disagio, quindi serve loro mantenere le distanze.


di Dott.ssa Mara Rongo


Fonte:
Psyblog

Dal Sito: www.verbanianotizie.it

Come prevenire gli attacchi di panico: allenandosi con queste tecniche



Controllare la paura è possibile e soprattutto si può imparare. Presso l’ospedale Sacco di Milano da 20 anni al Pronto Soccorso Panico si insegnano tecniche specifiche che aiutano a prevedere, contrastare e infine controllare le crisi di ansia. Ci si può allenare anche a casa e funziona
Che cosa sono

Le crisi di panico si presentano con una doppia sintomatologia: psichica e fisica.

In genere il primo attacco di panico arriva in maniera inaspettata, come un “fulmine a ciel sereno”. La persona comincia ad avvertire un malessere di tipo fisico: tachicardia, dolore al petto, sudorazione, sensazione di soffocamento, poi comincia a percepire uno stato di forte apprensione che rapidamente si trasforma in paura e poi in vero e proprio panico. Quando si arriva a questo punto si comincia a temere per la propria incolumità fisica: si pensa a un infarto, a un ictus o qualunque altro problema fisico grave.

Nella sua componente fisiologica, l’attacco di panico può essere considerato come uno “scatto a vuoto” della “reazione attacco-fuga”: un meccanismo neuro-motorio automatico che serve all’essere umano per aumentare le probabilità di salvarsi la vita nei momenti di reale pericolo di morte, come se ci trovassimo di fronte a un toro che sta caricando. Gli attacchi di panico sono dei falsi allarmi che si verificano quando il “sensore” della risposta attacco-fuga è troppo sensibile e non rispecchia pericoli reali.

Le terapie, il metodo «Gavin Andrews»

La cura degli attacchi di panico può essere affrontata con metodi diversi e di solito prevede iter farmacologici e psicoterapia.
Tra gli esempi di protocolli di terapia abbiamo voluto prendere in esame quello proposto da 20 anni presso l’Unità Operativa di Psichiatria - ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano presieduta dal dottor Gabriele Catania. Un metodo che si rifà al gruppo australiano del Clinical Research Unit for Anxiety Disorder dell’Università del New South Wales di Sydney capeggiato dal dottor Gavin Andrews.

Attraverso l’uso e l’allenamento con tecniche specifiche, si cerca di favorire la consapevolezza di essere in qualche modo capaci di gestire la sintomatologia fisiologica degli attacchi di panico, rinforzando il senso di avere controllo sugli eventi ansiogeni. Nella seconda parte, quella cognitiva, viene condotta su un limitato numero di soggetti un’analisi psicologica che permetta di conoscere le ragioni profonde degli attacchi di panico. Uno degli scopi è anche quello di accompagnare il paziente verso una graduale riduzione dei farmaci fino a consentirgli di poterne fare a meno. Questo metodo è stato adottato da 1500 persone in 20 anni, presso il “Pronto soccorso panico”, la struttura che al Sacco gratuitamente cura i pazienti dal 1997.

L’iperventilazione

La prima parte del trattamento con il “metodo Gavin Andrews” riguarda appunto la capacità del paziente di riconoscere l’arrivo dell’attacco di panico in modo da mettere in pratica alcune tecniche di autocontrollo che blocchino sul nascere le crisi. Sono modalità di intervento che (con minore efficacia e sempre accompagnate dal consulto con uno specialista) possono essere imparate anche a casa e messe in pratica autonomamente.

La sezione che riguarda la respirazione prende avvio dal fatto che «modulare la respirazione equivale a prendere un farmaco, perché cambia la fisiologia», spiega il dottor Gabriele Catania. L’iperventilazione o “atto del respirare troppo”, che è il primo sintomo di un attacco di panico, provoca infatti un’alterazione dell’equilibrio biochimico del sangue che porta: mancanza di respiro, aumento del ritmo cardiaco, rigidità muscolare, gravi vertigini e nausea, sensazione di costrizione, forti dolori al torace, infine perdita di conoscenza.

Le tecniche di autocontrollo – Respirazione lenta

Ai primi segni di ansia o appena ci si accorge di iperventilare è molto utile quindi apprendere e applicare la tecnica della Respirazione lenta, riassunta nelle istruzioni sotto.

Tecnica della Respirazione lenta:
- se possibile, interrompete quello che state facendo e sedetevi o appoggiatevi a qualcosa.
- Trattenete il fiato senza fare prima un respiro profondo e contate mentalmente: “1001, 1002, 1003, 1004, 1005” (che corrisponde a circa 5 secondi).
- Arrivati a 1005, espirate dal naso lentamente e dite a voi stessi “Mi rilasso”, in modo calmo e tranquillo. Ricordate di respirare con il naso per tutta la durata dell’esercizio.
- Inspirate senza sforzo, normalmente ed espirate lentamente in cicli di sei secondi. Dopo una serie di 10 respiri completi trattenete di nuovo il fiato per 5 secondi e poi riprendete a respirare in cicli di 6 secondi.

La tecnica di respirazione lenta va praticata sistematicamente per quattro volte al giorno, per tutta la durata del trattamento e oltre.

La contrattura muscolare

Come si è visto, gli esseri umani hanno un sistema congenito di risposta alla minaccia o allo stress noto come “risposta di attacco o fuga”. Una componente della reazione di attacco o fuga è rappresentata dall’aumento della tensione muscolare, utile per preparare i muscoli a fuggire o a colpire. Nelle circostanze della vita moderna però la tensione muscolare è, per gran parte delle attività, inutile poiché serve solo in pochi muscoli per mantenere la postura e la maggior parte delle persone usa comunque troppa tensione anche per questo scopo.

Se i muscoli quindi sono tesi quando non c’è pericolo o rimangono contratti anche quando lo stress è passato, lo stato di tensione muscolare continua a comunicare al cervello sensazioni di allerta, di potenziale pericolo, e porta a reagire a eventi minimi in modo esagerato, con apprensione e ansia.

Le tecniche di autocontrollo – Rilassamento muscolare isometrico

Imparare a rilassare i muscoli (e quindi a controllarli) con la tecnica del Rilassamento muscolare isometrico dà al corpo un segnale di “ritorno alla normalità” e permette al cervello di smettere di aver paura.

Tecnica del Rilassamento isometrico:
può essere esercitata anche mentre ci si trova in una situazione ansiogena (mentre quella di Respirazione lenta deve sempre precedere le crisi).

1) Mentre si sta seduti, in pubblico:
- inspirare normalmente (non in modo profondo) e trattenere il fiato per sette secondi.
- Contemporaneamente tendere gradualmente i muscoli delle gambe, con le caviglie incrociate, cercando di sollevare quella che sta sotto mentre si preme verso il basso con quella sopra.
- Dopo sette secondi, espirare lentamente mentre ci si dice mentalmente “Mi rilasso”.
- Rilasciare tutta la tensione accumulata nelle gambe. Durante il minuto successivo, dirsi mentalmente “mi rilasso” ogni volta che si espira e lasciare fluire via tutta la tensione.

2) Quando si sta in piedi, in pubblico:
- stessa procedura ma con l’estensione delle gambe da alzati, spingendo le ginocchia all’indietro.

3) Mani e braccia:
- stessa procedura tendendo i muscoli delle mani e della braccia mentre si tengono le mani in grembo, palmo contro palmo, spingendo giù con la mano in alto mentre ci si sforza di sollevare la mano in basso; oppure: se si è seduti, mettere le mani sotto i bordi del sedile e cercare di sollevarlo. In alternativa: con le mani dietro la nuca a dita intrecciate, cercare di separare le mani mentre si spinge indietro con la testa, contro le mani stesse.

Le tecniche di autocontrollo – Rilassamento muscolare progressivo

Il Rilassamento muscolare progressivo invece viene effettuato invece con l’ausilio di una voce registrata che dà le istruzioni da seguire; solitamente (ma non necessariamente) la voce è quella del terapeuta.

Tecnica del Rilassamento muscolare progressivo:
- si scelga un posto calmo, dove non si può essere disturbati. Ci si sieda su una sedia comoda con i braccioli e si appoggi la testa. Si mettano le mani sui braccioli o in grembo.
- Si avvii il nastro registrato. La voce darà le istruzioni da seguire, con calma, per mettere in tensione e poi rilassare vari gruppi muscolari del corpo, in modo da poter constatare la differenza fra uno stato di tensione e uno rilassato.
- Al termine vengono date alcune istruzioni per completare il rilassamento in modo che la seduta termini il più dolcemente possibile, dopo circa 30 minuti.

Per raggiungere effetti duraturi è necessario impegnarsi ogni giorno 20 minuti per almeno 8 settimane.

L’agorafobia: conseguenza delle crisi

La maggior parte dei soggetti ansiosi mette subito in relazione l’attacco di panico con la situazione nella quale esso si è verificato e impara presto a riconoscere le situazioni in cui con maggior probabilità si potrebbe scatenare un attacco.

Ogni volta che una persona affetta da disturbo di panico si avvicina a una situazione e poi la evita (del tutto o in parte), la paura di quella situazione aumenta. Così non solo il panico non scompare, ma chi ne soffre finisce col trovare pericolose anche altre situazioni (posti) e comincia a evitare anche quelle.

«Tornare nel luogo che ci ha visto protagonisti di un attacco di panico può servire, ma bisogna farlo in una condizione protetta e gradualmente», spiega il dottor Gabriele Catania. «Questa parte delle tecniche di autocontrollo è la più difficile per i pazienti, che evitano luoghi dove è accaduto, ma anche luoghi dove potrebbe accadere. Se però riescono a rimanere in quella zona per qualche tempo, vedranno che la paura inizia a diminuire e la volta successiva proveranno meno timore. Bisogna procedere gradualmente, a piccoli passi, perché non bisogna fallire».

Le tecniche di autocontrollo – Esposizione graduale

L’Esposizione graduale è la tecnica che permette di tornare nei posti che sono stati teatro degli attacchi di panico, o tornare a fare qualcosa che li ha scatenati. È la più difficile da praticare ma anche la più “convincente”: riuscire a fare qualcosa che prima sembrava impossibile è la leva che fa sparire la paura e aumenta la consapevolezza di potersi controllare.

Tecnica dell’Esposizione graduale:
- si parte scrivendo un elenco di obiettivi che si desidera raggiungere, da quelli estremamente facili a quelli estremamente difficili. Gli obiettivi devono essere formulati in modo molto chiaro e dettagliato, ad esempio “Andare da solo in città con il treno locale nell’ora di punta”, “Fare da solo la spesa al supermercato vicino a casa”.
- Si prosegue suddividendo ciascuno degli obiettivi in passi più piccoli e facili, che permettano di elaborare un avvicinamento a tappe. Ad esempio “Prendere il treno locale per una sola fermata in un’ora non di punta”, “Viaggiare per due fermate, con il treno non affollato”, “Viaggiare per due fermate in un orario di punta”, “Fare tutto il viaggio con il treno non affollato”, “Fare tutto il viaggio in un’ora di punta”.
- L’ultimo passo deve rappresentare qualcosa di veramente difficile, impegnativo o sgradevole per chiunque, qualcosa che probabilmente non si dovrà mai più fare nella vita reale. Essere riusciti ad affrontare con successo un tale passo convincerà il paziente che può padroneggiare con facilità e senza problemi i passi più facili. Per esempio, per chi soffre di fobia sociale (che ha paura del giudizio degli altri) il passo ultimo potrebbe essere quello di fare un vero discorso in pubblico.

di Silvia Turin

Dal Sito: www.corriere.it

martedì 9 maggio 2017

Apertura Gruppo di Auto-Mutuo-Aiuto





APERTURA GRUPPO AUTO-MUTUO-AIUTO


Ti invitiamo a partecipare alla serata di presentazione del

nuovo gruppo di Auto-Mutuo-Aiuto che si terrà il giorno

18 Maggio 2017, presso il Circolo Ricreativo Monticelli

Viale Dei Tigli, 1 – Ascoli Piceno alle ore 19.30.

Parleremo dell’importanza che hanno i gruppi di

auto-mutuo-aiuto per questi disturbi e di come offriremo

questo servizio.

Parteciperà alla serata la Dott.ssa Fiammetta Monte

Psicologa-Psicoterapeuta


Insieme… tutto è possibile!

Per informazioni: www.insiememedap.it - info@insiemedap.it






Quanto mi amo? Questioni di autostima.

Autostima - Lavorare su stessi significa capire chi si è e cosa si vuole, amarsi e stimarsi per quelli che si è. Ognuno di noi è unico e irripetibile.




Lavorare su se stessi significa capire chi si è e cosa si vuole, amarsi e stimarsi per quelli che si è. Ognuno di noi è unico e irripetibile anche se ha dei difetti, perché la perfezione non è umana

Cosa penso di me stesso? Mi stimo? Pare, da quanto presente in rete, che esista una formula per far lievitare l’autostima . Si tratta di una serie di liste per la spesa , 10 regole, 4 regole, 5 regole, non si sa neanche bene quante dovrebbero esserne, che garantiscono un risultato sicuro e determinante: sentirsi Super man o Wander woman!

In realtà non è così semplice, esiste una componente individuale, personale, che si tralascia, ma che risulta essere determinate per l’autostima. L’autostima è una stima, una valutazione, che si fa di se stessi, un giudizio derivante dalla domanda: “Cosa penso di me?”.

Se si ha una buona concezione di se stessi, allora si avrà una alta autostima, altrimenti ci si disistima. Solitamente, quest’ultima deriva da un gap che si crea tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che realmente si è. Quando queste due valutazioni sono distanti, si determina una discrepanza che porta ad una scarsa considerazione di se stessi. Ed è proprio qui che si comincia a ruminare negativamente su quanto poco valore si ha.

Se l’autostima cala significa che qualcosa d’importante sta accadendo, in qualche modo si inseguono i desideri altrui trascurando quelli che sono i reali bisogni della persona, e così si cade nel baratro del non valore, pensando che i desideri altrui sono sempre migliori dei propri.

Perché è così importante avere una buona stima di se stessi?

Chiaro, più ci stimiamo e più ci sentiamo efficaci ed efficienti, meno lo facciamo e più sprofondiamo nell’abisso. In questo caso siamo pronti a ricercare sempre e comunque all’esterno qualcosa che in qualche modo possa determinare un miglioramento della nostra stima.
Chi non pensa di avere valore personale, spesse volte, evita di affrontare le situazioni per paura di sbagliare o si sperimenta goffamente in alcune contesti. E se si verificasse un insuccesso? Allora si soffre maggiormente associando l’accaduto esclusivamente ad una propria mancanza. Al contrario, quando si sperimenta un successo si tende a svalutarlo e a sminuirlo.

Chi sperimenta bassa autostima vive la sensazione di perdere il controllo delle emozioni, che conosce poco, sentendosi di non essere capace di raggiungere i propri obiettivi nel modo in cui vorrebbe venissero raggiunti
La mancanza di fiducia in sé stessi può danneggiare la vita, al punto da creare situazioni anche senza via d’uscita, a meno che non si passi ai ripari e costruiscano delle certezze su cui contare.

Quindi, chi ha una bassa autostima pensa che se i progetti, i lavori o le iniziative intraprese non sfociano nel giusto successo che meritano allora si raggiunge un fallimento, e si rumina in buona sostanza su quanto si è inutili. Di conseguenza la tristezza prende il sopravvento su tutto fino al punto da perdere il controllo emotivo.

D’altro canto colui che ha una giusta visione di sé stesso è pienamente consapevole del fatto che non tutti i progetti o iniziative si concludono con successo, che probabilmente alcuni d’essi non raggiungeranno gli obiettivi sperati. Questa giusta attitudine mentale permette di imparare dai propri errori e migliorare in futuro dai propri insuccessi, aumentando così le probabilità di buona riuscita.

Quando ci si butta in situazioni sociali aventi come scopo l’affermare se stessi e malauguratamente questa situazione non esita positivamente, è possibile si possa piombare in uno stato depressivo o aggressivo perché la posta in gioco è troppo alta e le aspettative sono disattese. Chi ha bassa autostima non accetta la perdita di un incarico di prestigio, perché equipara il ruolo sociale al proprio prestigio personale.Rivestire un ruolo di prestigio rende queste persone autorevoli.

Attenzione, si è piombati in un falso sillogismo dove le conclusioni sono sbagliate, perché se il posto prestigioso un giorno venisse a mancare la persona diventerebbe un nulla pieno di rancore, odio e tristezza. Tutto questo porta ad inferire che, innanzitutto, non si hanno dei valori personali, per questo è necessario chiarire con se stessi quello che si vuole e quello che non si vuole ottenere dalla vita.

Poi, è necessario riconoscere le proprie emozioni imparando a riconoscerle ed entrare in contatto la propria sofferenza. Solo così si può capire perché è importante avere una buona stima di noi stessi.

Per perseverare questo obiettivo bisogna lavorare sulla immagine di se, che non significa dimagrire, smettere di fumare etc…, perché così facendo ancora una volta si sta rispondendo a dei dictat sociali, esterni, che potrebbero non corrispondere alle esigenze della persona.

Lavorare su stessi significa capire chi si è e cosa si vuole, amarsi e stimarsi per quelli che si è. Ognuno di noi è unico e irripetibile anche se ha dei difetti, la perfezione non è umana.

Scritto da: Francesca Fiore

Dal Sito: www.stateofmind.it


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2013/12/autostima/

Gestire la rabbia: “sfogarsi” o restare fermi finché l’emozione passa?


Uno studio ha dimostrato come per diminuire e gestire meglio la rabbia sia preferibile restare fermi finché l'emozione passa anziché sfogarsi fisicamente.

La rabbia è una delle emozioni di base, che ci segnala che qualcosa sta intralciando il nostro percorso verso un obiettivo importante. Davanti a un’esperienza di rabbia possiamo reagire in tanti modi diversi: alcune persone sono più propense a internalizzare, a tenere tutto dentro, altre cercano di non pensarci evitando l’oggetto della rabbia, altre la sfogano con parole o comportamenti, altre ancora continuano a pensare a quello che ha causato la rabbia, mantenendo contemporaneamente attiva l’emozione.

Una volta che la rabbia si è attivata e noi vediamo rosso, possiamo evitare le persone che ci hanno fatto arrabbiare, possiamo cercare di discutere della cosa con calma o possiamo esprimere la rabbia verso la persona o la situazione che l’ha causata in modo impulsivo e liberatorio. Ci sfoghiamo. Qualcuno ci taglia la strada e noi suoniamo il clacson, il nostro collega fa un guaio e noi gli urliamo contro, il nostro partner dice una cosa di troppo e si becca la sfuriata.

Se da una parte è stato più volte mostrato come rimuginare in modo rabbioso e tenere il muso sia controproducente sia nella relazione che per la regolazione emotiva, siamo certi che sfogare la rabbia sia di aiuto? Il professor Brad Bushman dice a riguardo che

Non è detto che una cosa sia positiva solo perché ti fa stare bene.

In sostanza, facciamo attenzione a sostenere l’utilità dello sfogo solo perché immediatamente dopo ci sentiamo meglio. Bushman ha condotto con il suo team di ricerca una serie di studi sul tema, giungendo a interessanti conclusioni. Una di queste ricerche ha coinvolto 600 studenti (metà maschi e metà femmine) suddivisi in 3 gruppi: a tutti gli studenti è stato chiesto di produrre un testo scritto, che in seguito è stato analizzato e criticato da un compagno; un primo gruppo ha poi ricevuto indicazione di colpire un pungiball immaginando che raffigurasse il compagno critico, un secondo gruppo ha dovuto colpire il pungiball pensando a quanto questo migliorasse la propria forma fisica e un terzo gruppo non ha ricevuto nessuna indicazione e non ha colpito il pungiball, rimanendo in attesa.

Tutti i soggetti hanno poi compilato dei questionari che valutavano la rabbia e l’aggressività. Secondo la teoria della catarsi, sfogarsi colpendo un oggetto e contemporaneamente pensando a una situazione o a una persona che ci ha causato rabbia dovrebbe aiutarci ad abbassare il livello di attivazione emotiva e calmarci. In realtà, è emerso il trend opposto: il gruppo di partecipanti che aveva colpito il pungiball ripensando alla persona che li aveva criticati ha mostrato i maggiori livelli di rabbia e ostilità al termine dell’esperimento, seguito dal campione che aveva colpito il pungiball pensando ad altro. Sorprendentemente, il gruppo di controllo che era rimasto in attesa senza fare nulla ha mostrato i minori livelli di rabbia e ostilità al termine dell’esperimento.

In altre parole, non fare nulla si è mostrato più utile che sfogarsi fisicamente per diminuire i livelli di rabbia. Se questi risultati sono in contraddizione con l’idea di catarsi, sono invece molto allineati con la Teoria Metacognitiva (Wells, 2012): se consideriamo la condizione di “sfogo” più da vicino, questa in sostanza prevede di impegnarsi in una forma di ruminazione rabbiosa, colpendo contemporaneamente il pungiball. Coerentemente con gli studi di Wells e colleghi, le forme di pensiero perseverante contribuiscono a mantenere l’attenzione focalizzata sulla situazione che ha attivato l’emozione negativa, mantenendo al contempo l’emozione stessa (in questo caso, la rabbia). Il fatto di rimanere fermi senza fare nulla (condizione di controllo per questo studio) ha invece molto a che fare con quello che Wells chiama “lasciare in pace i pensieri”: permettere cioè che il pensiero (in questo caso arrabbiato) semplicemente se ne vada come è arrivato, senza alimentarlo con ulteriori risorse cognitive e attentive, che lo mantengono attivato e vivido.

È interessante quindi notare come uno studio che comprende così tanti soggetti, pur partendo da un background teorico completamente differente e proponendosi di indagare meglio il ruolo della catarsi nella risoluzione di dinamiche di rabbia, giunga tuttavia alle stesse conclusioni di tanti studi sulle conseguenze negative del pensiero perseverante in termini attentivi ed emotivi. Questo fa pensare che in qualche misura, soprattutto per le cose che ci stressano nel quotidiano, la soluzione possa davvero essere imparare a lasciarsi in pace.

Scritto da: Chiara Manfredi

Dal Sito: www.stateofmind.it


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/11/gestire-rabbia/

Riconoscere e impedire all’ansia di prendere il sopravvento: sì, è possibile!


Definire l’ansia, e tutto ciò che comporta nella vita di un individuo che ne soffre, è un’operazione assai ardua. È un’emozione dai mille colori, intensa, imprevedibile, mai uguale a se stessa.

Chi ne soffre vede la sua vita quotidiana negativamente condizionata da una percezione di perenne inadeguatezza, come conseguenza della sottostima delle proprie capacità e – al contempo – della sovrastima delle difficoltà legate a situazioni o eventi che quotidianamente ci si trova ad affrontare.

Capire, riconoscere e superare attacchi di ansia è assolutamente possibile. Cerchiamo di capirne i sintomi e i metodi per prevenirla.

I sintomi dell’ansia: quali sono?

L’ansia ha sempre una via di uscita, a patto di essere in grado di riconoscere i campanelli di allarme che il nostro corpo ci invia nelle situazioni in cui il pericolo che le emozioni negative prendano il sopravvento sembra essere dietro l’angolo.

Ecco quali i sintomi più comuni, utili per riuscire a capire come curare l’ansia.
Un’eccessiva preoccupazione è un segno davvero distintivo di un disturbo di ansia generalizzato. Pensieri persistenti che causano sofferenza e alternano il tuo percepito quotidiano non devono mai essere sottovalutati.
I problemi di sonno fungono anch’essi da campanello di allarme per eventuali attacchi di ansia. Mai sottovalutare l’insonnia o la percezione di un’eterna stanchezza, quando le ore passate a letto non sono mai inferiori a dieci: il vostro corpo vi avvisa che qualcosa non funziona al meglio.
Mal di stomaco e mal di testa, stitichezza o diarrea, rappresentano dei sintomi molto comuni per chi soffre di ansia o di angoscia. Dolori cronici o malattie digestive vanno infatti a braccetto con le malattie che colpiscono la sfera psichica.
Paure irrazionali, legate a una situazione specifica, distruttive, schiaccianti e prive di fondamenta, rappresentano un buon motivo per interrogarsi circa il probabile manifestarsi di disturbi di ansia. Attenzione, però, a non ingigantire il problema: tutti hanno piccole paure. L’importante è affrontarle con la giusta serenità.
La difficoltà di concentrazione può essere causata da uno stato d’ansia. Se ogni vostra attività quotidiana è pervasa da sentimenti negativi che non vi permettono di mantenere inalterata la concentrazione, parlatene con il vostro medico di fiducia. Vi indicherà la strada migliore da poter intraprendere.

Ridurre i sintomi dell’ansia: ecco alcuni preziosi suggerimenti

Alcuni piccoli accorgimenti, insieme ad uno stile di vita corretto e coerente con le proprie esigenze quotidiane, sapranno sicuramente ridurre i sintomi d’ansia. Di seguito si segnalano alcuni suggerimenti utili a non permettere all’ansia di prendere il sopravvento, impedendovi di trascorrere le vostre giornate all’insegna della calma e della tranquillità.
Prendetevi cura del vostro corpo, con una dieta sana ed equilibrata. Se non riuscite calibrare i vostri pasti in modo regolare, nessun problema: un buon multivitaminico riuscirà a stabilizzare la vostra alimentazione.
Limitare l’alcool, la caffeina e il consumo di zuccheri: un consiglio valido per l’ansia ma perfetto in ogni situazione.
Interrompere sempre l’iperventilazione, quando ci si trova in preda ad attacchi di panico: espirate e inspirate in un sacchetto di carta per aumentare l’anidride carbonica inalata. Un vecchio metodo, ma sempre molto efficace.
Creare un “diario dell’ansia” è buon modo per tenere traccia delle proprie emozioni, siano esse positive o negative. Prendete sempre nota dei pensieri che attraversano la vostra mente nei momenti in cui l’ansia sembra prendere il sopravvento: vi aiuterà a riconoscerli quando vi si riproporranno in modo inaspettato.

L’indicazione più importante che è possibile dare a chi manifesta sintomi legati all’ansia è una sola. Dall’ansia c’è sempre una via di uscita. In qualsiasi caso: basta riconoscerla e domarla!

Scritto da: Camilla Mantegazza

Dal Sito: www.pazienti.it