lunedì 18 marzo 2019

È l’accettazione che porta al cambiamento - la resistenza conduce alla sofferenza


È l’accettazione la strada verso il cambiamento, mentre un cammino basato sulla resistenza, è una sorta di cammino immutabile che gira in tondo nel proprio dolore.

L’accettazione non è rassegnazione, ma consapevolezza.

Imparare ad accettare significa prendere atto delle cose così come esse sono. Rispettarle anche, per quello che sono.

Non possiamo pretendere che tutto vada secondo i nostri desideri, che tutto sia sotto il nostro controllo, che tutto accada come vogliamo.

Dobbiamo accettare ciò che fluisce indipendentemente dalla nostra volontà, che le situazioni, i legami, seguano il loro corso naturale.

Resistere a tutto ciò che deve essere, spesso significa voler negare la realtà dei fatti. Significa aggirare un problema con la sola conseguenza di ingigantirlo.

Significa voler evitare un dolore che comunque non potremo risparmiarci in futuro.

Perché ciò che deve essere, sarà, nonostante si cerchi di rallentarne il corso.

Prendiamo come un esempio un rapporto di coppia ormai giunto al capolinea per almeno uno dei due membri.

Generalmente il partner ancora innamorato cercherà di ignorare tutti quei segnali che indicano una fine certa.

Si aggrapperà ad ogni sorta di illusione pur di non vedere una realtà ormai priva di amore.

Sopporterà l’insopportabile sperando che tutto torni com’era o che comunque non si giunga alla fine.

Condannerà se stesso e il partner ad un periodo di sofferenza e di infelicità nel suo sforzo di resistenza.

Condannerà se stesso al dolore cercando di evitare il dolore.

Prendere atto della situazione, del cambiamento dei sentimenti del partner, accettare che ormai la storia è finita, non significa rassegnarsi alla fine, ma agire con responsabilità, comprendere che la propria vita deve prendere una direzione diversa.

Non significa essere passivi, anzi. Riuscire ad accettare una situazione significa aprirsi a nuove possibilità.

Accettare una situazione che non possiamo cambiare, significa cambiare personalmente.

Significa rispettare il cambiamento altrui.

Significa evitare una dolorosa e lunga agonia piuttosto che affrontare coraggiosamente la sofferenza in modo maturo e costruttivo: crescendo e orientando la propria vita verso prospettive diverse.

In conclusione vogliamo lasciarvi con una frase di Charles Bukowski che recita così:

“Resistere ha senso solo se ne esci con qualcosa in mano alla fine. Ma resistere tanto per resistere è l’infelice condizione di milioni di persone.”

Dal Sito: giornodopogiorno.org

Non dimenticate: anche chiudere alcune porte è amarsi

A volte ci ostiniamo a rimanere, anche quando non ci conviene. Ci sono occasioni in cui rimanere vuol dire andare troppo lontani. Per questo motivo, diciamo che anche chiudere alcune porte vuol dire amarsi. Anche andarsene da alcuni posti vuol dire prendersi cura di sé. Anche allontanarsi da alcune persone vuol dire proteggersi.

Non sono frasi fatte, ma realtà che tutti qualche volta affrontiamo e che possono essere dolorose. Aprire le finestre della nostra vita per fare uscire qualcuno che non ci apporta nulla di positivo è benefico e sano per noi.

E un giorno, senza che te lo aspettassi, me ne andai.

Senza addio, senza preavviso né rimproveri.

Perché a volte restare vuol dire andare troppo lontani

Chiudere tappe, chiudere circoli viziosi

Si dice che bisogna evitare di cadere in tre incidenti geometrici: i circoli viziosi, i triangoli amorosi e le menti quadrate. Questa massima può risultare utile al momento di salvaguardare la nostra salute emotiva.

Quando decidiamo di volare, di solito lo facciamo contro i nostri desideri. Faremmo di tutto per avere motivi per tenere aperte le porte e le finestre, ma non ci resta altro rimedio che mettere un punto lì dove prima mettevamo dei puntini di sospensione.

Si tratta di mettere freno ad un dolore che può essere evitabile. Parliamo di una coppia, di un’amicizia o di qualsiasi altro tipo di rapporto, a volte è necessario mettere fine alla disillusione e al disincanto perché non vi è soluzione.

Come in altre occasioni, attingiamo ad un testo meraviglioso; in questo caso si tratta di un passaggio di un romanzo dello scrittore Paulo Coelho che ci aiuta a valorizzare quanto sia importante chiudere certe tappe ed andare avanti.

Bisogna sempre sapere quando una fase giunge alla fine. Concludere un ciclo, chiudere un uscio, terminare un capitolo: non importa come lo si definisca, ciò che conta è lasciare nel passato quei momenti di vita che sono finiti. 

Non possiamo vivere il presente rimpiangendo il passato. Nemmeno chiedendoci perché. Quello che è accaduto è accaduto e bisogna lasciarlo andare, bisogna distaccarsene. Non possiamo essere eterni bambini né adolescenti tardivi, né impiegati di imprese inesistenti, né avere vincoli con chi non vuole essere vincolato a noi. 

I fatti accadono e bisogna lasciarli andare!

Cambiare pelle, dire addio con la mano sul petto

Con puntuale frequenza, i serpenti cambiano pelle. Per disfarsi della propria vecchia pelle, un serpente sceglie di transitare tra due pietre vicine tra loro che ne stringano il corpo, lo raschino e lo aiutino a disfarsi della sua vecchia pelle. Come è naturale, questo passaggio non è piacevole; di fatto, gli fa male, ma questa azione lo aiuta a distaccarsi da quello che è già consunto per dare spazio a una cosa nuova. 

Possiamo esportare questo esempio alla realtà, quando ci tocca dire “addio”. Questo processo finale implica un nuovo inizio e, anche se ci fa sprofondare in una tremenda angoscia, ci offre spazio per rinascere.

Questa presa di coscienza e questo passaggio ci aiuta ad evolvere e a maturare, a saperne di più su come costruire rapporti sani e significativi con le persone che ci circondano. La sofferenza è inevitabile quando si devono chiudere alcune porte, ma farlo è sinonimo di amor proprio.

In fin dei conti si tratta di visualizzare la nostra vita in modo diverso, di essere coraggiosi e di cambiare le serrature. Perché, in realtà, quello che conta è questo, saper evolversi, permettersi la stabilità ed adattare la temperatura della nostra vita alle nostre necessità.

Una volta fatto, non soffermatevi su quello che avete perso, ma su quello che potete guadagnare.

via La Mente Meravigliosa

Dal Sito: aprilamente.info 

sabato 16 marzo 2019

Chiudi i cicli, chiudi le porte, chiudi i capitoli: la vita si vive guardando avanti

Quando capisci che le cose sono inesorabilmente cambiate, chiudi i cicli ormai conclusi, chiudi le porte che devono essere chiuse, chiudi i capitoli di un libro giunto al termine.


Guarda avanti, guarda oltre, è lì che stai andando.

Quando una fase della nostra vita finisce, dobbiamo accettarlo.

Rifiutare l’evidenza delle cose significa privarci della gioia, della possibilità di essere felici, del senso stesso della vita.

Che siano porte, cicli, pagine di vita… l’importante è chiuderli e andare avanti.

Non si può vivere il presente guardando al passato con rimpianto. Non è possibile vivere il nostro tempo chiedendoci continuamente “perché” …

I legami finiscono, i sentimenti cambiano, dobbiamo imparare a lasciar andare.

Diversamente un giorno ci sveglieremo, improvvisamente, con una sensazione di tristezza che ci ricorderà il tempo perso, le ore sprecate a vivere di ricordi e che non recupereremo più.

Il tempo è uno dei nostri beni più preziosi. Il tempo è vita.

Avere dei ricordi, ricordare il passato è normale. È invece sbagliato continuare ad alimentare il dolore delle ferite emotive che restano così aperte.

Esse ci impediscono di camminare, di vivere il presente, di vivere tutto ciò che di bello e buono abbiamo.

Vivere nel passato è come vivere in un profondo abisso, mentre la vita è guardare il cielo.

Restare prigionieri del dolore, reprimerlo nel cuore, nell’anima, nasconderlo in tutto ciò che ci circonda, ci condanna all’infelicità.

È un po’ come chi nasconde la polvere spazzandola sotto il tappeto. Apparentemente la stanza sembra pulita, ma lo sporco c’è.

Non possiamo cancellare il nostro passato, ma trasformarlo in una lezione.
Non possiamo nascondere le ferite emotive, ma adoperarci affinché guariscano.

E come si guarisce?

Lasciando andare, dare l’addio dentro di noi, a tutto ciò che non tornerà.
Essere pronti a dare il benvenuto a tutto ciò che arriverà…

Tutto ciò che causa dolore, rimpiango, tutto ciò che non porta gioia alla tua vita, devi lasciarlo andare… Liberati!

Se qualcosa non ti rende felice … liberati.

Se non ti aiuta a crescere,
… liberati.

Se non ti offre sicurezza e pace… liberati.

Se non ti arricchisce come essere umano… liberati.

Se non ti sostiene… liberati.

Se ti trattiene per i suoi fini … liberati.

Se non rispetta i tuoi sogni… liberati.

Se ti fa soffrire… lascialo andare.

È meno doloroso lasciare andare che vivere con “ciò che è stato e che oggi non è più.”

Dal Sito: aprilamente.info 

Ecco perché pensare ogni tanto a se stessi non significa essere egoisti

Molto spesso, quando diciamo di pensare a noi stessi, le persone che ci circondano potrebbero accusarci di essere egoisti. Ma cosa significa essere egoisti? Forse questo aggettivo viene usato in maniera erronea e, soprattutto, ingiusta.


Riflettiamo un momento su questa parola, sulle sue implicazioni e su come dedicare del tempo a se stessi senza sentirsi in colpa.

Essere egoisti vuol dire pensare a se stessi il 100% delle volte senza curarsi degli altri

Proviamo a fare riferimento alle definizioni di egoismo date dai dizionari. Sembrerebbe che l’egoismo sia l’atteggiamento di chi si preoccupa unicamente di se stesso e dei propri interessi, senza preoccuparsi degli altri.

Ognuno di noi ha i suoi schemi (valori e principi più o meno radicati che ci servono ad interpretare il mondo e a farci un’idea di come funziona) e da questi partono i nostri pensieri. Non è raro, dunque, che ognuno applichi la parola “egoismo” in base alle proprie esperienze e al proprio modo di intendere lo stesso e le sue implicazioni. In altre parole, ognuno di noi ha un concetto diverso di egoismo.

Per alcune persone, essere egoista può significare non fare nulla per gli altri o, nei casi più estremi, non ricambiare un favore a qualcuno per mancanza di tempo quando invece quella persona c’è sempre stata. Nel primo caso potremmo accettare questa definizione per il termine “egoismo”, ma nel secondo?

Come ci sentiamo quando una persona ci chiama egoisti senza tener conto di tutto ciò che abbiamo fatto per lei? Ovviamente male, siamo confusi e arrabbiati anche se sappiamo che quel termine che ci hanno rivolto è ingiusto. Prima di proseguire, chiariamo una cosa: se ci è capitato di non fare qualcosa per qualcuno quando ce l’ha chiesto, non significa che siamo egoisti.

Non c’è vera felicità nell’egoismo.
George Sand

Non possiamo cambiare gli schemi altrui

C’è una situazione che si ripete con una certa frequenza: una persona ci chiede un favore, ma non possiamo farlo nel momento esatto in cui ce lo chiede. Questa persona ci chiama “egoisti” o insinua che lo siamo e questo ci fa stare male, non solo per il giudizio negativo sulla nostra persona, ma anche perché ci siamo ritrovati in un bivio davanti al quale abbiamo dato la priorità ai nostri interessi.

Chi sta agendo da egoista, dunque? Chi sta pensando a se stesso senza tener conto dei diritti che abbiamo come persone?

La realtà è chiara: non abbiamo le risorse necessarie per provare (solo provare!) a cambiare gli schemi altrui. Vale a dire, se una persona ritiene che stiamo agendo da egoisti e non fa uno sforzo per cercare di capire le nostre circostanze, possiamo farci due domande:

  • Siamo empatici con il suo problema?
  • Non potendo aiutarla nel momento in cui ce l’ha chiesto, abbiamo proposto un’alternativa?

Se entrambe le risposte sono affermative, ricordiamoci di una libertà fondamentale: abbiamo il diritto di rifiutare qualcosa senza per questo sentirci in colpa.

Inoltre, è bene tenere conto che commettiamo un errore se estendiamo alla personalità un giudizio soggettivo su un comportamento. Ad esempio, una persona può agire in maniera meschina e non essere meschina oppure può scivolare, ma non per questo essere goffa.

Per capire meglio questo concetto, immaginate la seguente situazione: tutte le mattine vi svegliate alla stessa ora. Fate tutto ciò che dovete fare e alla fine della giornata avete portato a termine tutti i vostri doveri. Ora immaginate di svegliarvi 15 minuti dopo del solito. Per qualche motivo, alla fine della giornata non siete riusciti a fare tutto quello che avevate in programma.

Siete persone irresponsabili? Siete persone poco serie? No, semplicemente avete avuto una brutta giornata e forse avete agito in modo poco responsabile. Attenzione, però! Aver agito in questo modo non vi rende persone con questa caratteristica. Di fatto, anche se lo faceste da sempre, non vi si potrebbero attribuire queste caratteristiche perché il passato non sempre consente di prevedere il presente e il futuro.

Bisogna fare una distinzione tra agire ed essere. Essere persone ingiuste non è sinonimo di agire in maniera ingiusta. Analizziamo i comportamenti non le persone.

Sfruttate i venti che soffiano a favore, ma non lasciate che sia il vento a governare

Avete la sensazione di non avere tempo per voi? Alle persone del vostro ambiente circostante succede sempre qualcosa per cui richiedono la vostra attenzione allontanandovi dai vostri obiettivi? Vi dedicate troppo agli altri? Sentite di essere come delle vele alla mercé del vento? Bisogna sempre riservare un po’ di tempo per se stessi e in questo senso è necessario imparare un’abilità che è fondamentale per il benessere di una persona: imparare a dire no senza sentirsi in colpa.

Di certo si tratta di un tema complesso e ricco di sfumature. È per questo che non possiamo darvi una regola fissa per come farlo, ma solo sottolineare l’importanza di farlo. Se siete anche voi tra quelli che si sono sempre fatti in quattro per gli altri, dovreste sapere che:

-Il cambiamento è un processo di allenamento. Se siete affezionati a certe abitudini, cambiarle vi richiederà tempo, pazienza e impegno. Di solito le nostre abitudini sono collegate le une alle altre e cambiarne una significa cambiare elementi di tutta la catena. Ad esempio, adottare un atteggiamento più cordiale nei confronti degli altri richiede una certa capacità di conversazione, quando per rimanere in silenzio non c’era bisogno di questa abilità.

-Forse chi vi sta attorno non lo capisce. Se avete abituato gli altri a mostrarvi sempre disponibili nei loro confronti, è probabile che rimarranno sorpresi la prima volta che rifiuterete una loro richiesta. Possono anche rimproverarvi di essere cambiati o di essere egoisti. È bene, quindi, non dimenticare cosa volete per voi. Di fronte al cambiamento troverete sempre degli ostacoli e delle resistenze, soprattutto se significa chiudere con le esigenze altrui.

-Analizzate sempre in maniera oggettiva le situazioni. Se la richiesta non è urgente, non richiede obbligatoriamente la vostra presenza, se avete empatizzato con il problema della persona in questione e avete proposto un aiuto alternativo in un secondo momento che sia compatibile con i vostri impegni e obiettivi, allora non c’è dubbio, non avete motivo di sentirvi in colpa.

In definitiva, pensare a se stessi non significa essere egoisti se si è in grado di mantenere un equilibrio. Se davvero lavorate su questa parte di voi senza fare troppo affidamento al concetto generale e alle definizioni di egoismo, raggiungerete il giusto compromesso tra dedicare tempo ed energia agli altri e coltivare anche le vostre passioni, le vostre attività e i vostri sogni.

Non permettere che facciano di te una vittima. Non accettare che gli altri definiscano la tua vita. Definisci te stesso.
Harvey Fienstein

Fonte: https://lamenteemeravigliosa.it/pensare-a-se-stessi-non-egoisti/


Dal Sito: aprilamente.info

A volte diciamo di essere stanchi, ma in realtà siamo tristi

A volte ci sentiamo fuori tono, intrappolati in una quotidianità di grigi e bianchi, vuota e senza senso. Quando ci chiedono cosa ci succede, diciamo di essere stanchi, solo questo e niente di più. Tuttavia, questa spossatezza senza forma né ragione nasconde la tristezza, “quell’amica negativa” che si insedia senza permesso nella mente e nel cuore per infettarci con l’apatia e la solitudine.

Ammettiamolo, ci siamo ritrovati tutti in una situazione del genere. Quando alla fatica si aggiunge quell’emozione appiccicosa, languida e profonda come la tristezza, tante volte ci viene spontaneo consultare “il Dottor Google” in cerca di una possibile diagnosi. In quel momento ci appaiono davanti termini come “depressione”, “anemia”, “ipotiroidismo”, etc.

“Buongiorno tristezza. Sei scritta nelle linee del soffitto, sei scritta dentro gli occhi che amo.

Tu non sei tutto quello che porta la miseria perché le labbra dei più poveri ti annunciano con un sorriso…”

Quando la tristezza mette le tende dentro di noi, all’inizio la concepiamo come una cosa sbagliata, una patologia di cui dobbiamo disfarci subito, come chi si deve togliere la polvere o la sporcizia dai vestiti. Ci consuma e vogliamo difenderci da essa senza fermarci a capire la sua anatomia, ad approfondire i suoi meandri melanconici per comprenderla in modo più profondo.

A volte dimentichiamo che la tristezza non è un  disturbo, che tristezza e depressione non sono sinonimi.Purché quest’emozione non si prolunghi nel tempo e non interferisca in modo continuativo con il nostro stile di vita, è un’opportunità, per quanto possa sembrare paradossale, per avanzare e crescere.

Essere stanchi: la stanchezza può nascondere qualcos’altro

A volte passiamo periodi così in cui andiamo a dormire stanchi e ci svegliamo nello stesso modo. Possiamo andare dal medico, tuttavia, i risultati delle analisi ci diranno che non c’è nessun problema ormonale, nessuna anemia, né un’altra patologia di origine organica.

Molto probabilmente il medico ci spiegherà che a volte questa stanchezza è dovuta ai cambi di stagione, ad una lieve distimia tipica dell’autunno o della primavera. Un lieve effetto che potrà essere risolto con una cura farmacologica limitata nel tempo.

Eppure, ci sono alcuni stati emozionali che non hanno affatto bisogno dell’aiuto dei farmaci per essere risolti. Tuttavia, quando avvertiamo il loro impatto psicosomatico sul nostro corpo è logico spaventarci e, di conseguenza, commettiamo l’errore di curare tale sintomo senza concentrarci sul fulcro del problema: la tristezza.

Perché crediamo di essere stanchi quando siamo tristi?

I meccanismi cerebrali che reggono i nostri stati emotivi sono diversi tra loro.  Mentre l’allegria o le effusioni innescano connessioni e iperattività nelle nostre cellule e nelle regioni cerebrali, la tristezza è molto più austera e preferisce economizzare i mezzi.  Tuttavia, lo fa per un motivo ben preciso. Vediamolo nel dettaglio.

La tristezza genera nel nostro organismo una notevole riduzione dell’energia. Sentiamo il bisogno di evitare le relazioni interpersonali, ci fanno sentire a disagio, perfino il suono può darci fastidio, anche i rumori del nostro ambiente circostante ci disturbano e preferiamo l’angolo della solitudine.

Condividere

È interessante sapere che la struttura che assume il controllo nel nostro cervello è l’amigdala,  ma solo una parte di essa, in particolare, la parte destra.

Questa piccola area cerebrale causa questa sensazione di disagio, di pigrizia, di stanchezza fisica… Tale abbassamento di energia ha in sé un fine preciso: favorire l’introspezione.

La tristezza riduce anche la nostra capacità di prestare attenzione a tutti gli stimoli esterni che ci circondano. Questo succede perché il cervello cerca di segnalarci che è giunto il momento di fermarci e pensare, di riflettere su certi aspetti della nostra vita.

Le cose che dobbiamo imparare sugli stati occasionali associati alla tristezza

Non dobbiamo ignorare la tristezza occasionale, quella che ci accompagna per alcuni giorni e che ci fa essere stanchi, spossati e sconnessi con la nostra realtà. Curarne i sintomi, risolvere la nostra stanchezza assumendo delle vitamine o guarire il nostro mal di testa con gli analgesici non serve a niente se non arriviamo all’autentica radice del problema.

“Non mi piace chiamare tristezza quel sentimento dolce e sconosciuto che mi fa ossessionare”

-Françoise Sagan-

Se non lo facciamo, se non ci fermiamo a capire che cosa ci stia causando un certo malessere, da dove derivi la nostra preoccupazione, è possibile che questo sentimento di tristezza peggiori. Può risultarci utile riflettere su una serie di aspetti che riguardano quest’emozione, i quali sicuramente potranno chiarire alcuni piccoli dettagli.

Le tre “virtù” sulla tristezza che dobbiamo conoscere

La tristezza è un avvertimento. L’abbiamo spiegato in precedenza, la perdita di energia, la sensazione di essere stanchi e privi di energia mentale per affrontare il nostro quotidiano sono solo i sintomi di un problema che dobbiamo risolvere.

La tristezza come risultato del distacco. A volte, il cervello stesso ci dà dei segnali su qualcosa che la nostra mente cosciente non riesce ad assumere: “è il momento di chiudere questa relazione”, “quell’obiettivo che hai in mente non si realizzerà”, “non sei felice con questo lavoro, stai sbagliando, ti stanno sfruttando: forse devi andartene”…

La tristezza come istinto di conversazione. Questo dato è strano e dobbiamo ricordarlo: a volte la tristezza ci invita a “fermarci”, a sconnetterci momentaneamente dalla nostra realtà. È molto frequente, per esempio, essere vittime di una delusione, in questo caso la cosa più sana da fare è fermarci a riflettere da soli  per alcuni giorni, in modo tale da poter salvaguardare la nostra autostima, la nostra integrità…

In conclusione, come abbiamo potuto notare, ci sono alcuni periodi della nostra vita durante i quali la stanchezza è di natura emotiva e non fisica. Non la dovremmo considerare un disturbo da curare, bensì una voce interna a cui prestare attenzione, un’emozione preziosa ed utile che costituisce un elemento essenziale per la crescita dell’essere umano.

via La Mente Meravigliosa

Dal Sito: aprilamente.info

venerdì 15 marzo 2019

TU NON SEI LA TUA ANSIA

“Tu non sei la tua ansia”.

La pedagogista clinica glielo ripeteva continuamente. Ma era la cosa più difficile di cui convincersi. Perché quando perdeva il controllo, quando tutto le sfuggiva di mano, quando le si annebbiava la mente e i pensieri si mescolavano, sembrava essere la parte preponderante di lei: si sentiva come se fosse fatta solo di quell’ansia.

Il ricordo del primo attacco di panico era bene impresso nella sua memoria, perché coincideva con una data molto importante: il suo primo esame universitario. Fu quel giorno, dopo aver studiato per settimane con una costanza che mai aveva avuto in tutto il suo percorso di studi, quando era consapevole di sapere tutto e che non avrebbe mai potuto fallire, che l’ansia per la prima volta si fece largo nella sua mente, confondendola e facendo sì che quel tempo dedicato allo studio risultasse inutile.
Ripensandoci, riusciva ancora a sentire quella forte morsa allo stomaco, che quasi le provocò la nausea, e quella sensazione di non riuscire a formulare una frase di senso compiuto. I termini studiati si accavallavano uno sopra l’altro, non permettendole di districare quei nodi di parole e quindi di parlare, di rispondere alla domanda appena postale, di cui era certa di sapere la risposta che, tuttavia, non riusciva a tirare fuori. Rivolgeva al professore uno sguardo spaventato, avrebbe voluto dirgli “la so, glielo giuro, ho studiato, mi dia un attimo di tempo, risponderò”. Ma i professori universitari non sono di certo celebri per essere persone comprensive. Sbuffando, le propose una seconda domanda, ma la nebbia nella sua testa non accennava a dissiparsi. Il battito cardiaco accelerava sempre di più, come se il cuore potesse uscirle dal petto. Il respiro affannato, le mani sudate e poi loro. Lacrime. Lacrime che non uscivano, strozzate dalla volontà di non cedere. Provò a parlare, a rispondere. Sapeva la risposta a quella domanda, ma tutto quel che usciva dalla sua bocca erano balbettii incomprensibili.
Il professore la invitò, più o meno gentilmente, a ripresentarsi all’appello seguente, “preparandosi meglio”. Si alzò dalla sedia, raccolse le sue cose alla rinfusa e uscì dall’aula.
Una volta fuori dalla porta, ricominciò a respirare. Pian piano il suo cuore rallentò, riprendendo un ritmo quasi normale. La nebbianella sua mente, invece, rimaneva lì, ancorata ai suoi pensieri. Si sedette contro il muro, cercando di capire cosa fosse appena successo, non riuscendo a dare una risposta razionale alla domanda: “Perché non hai detto niente?”.
Con lentezza si avviò verso casa. Nel tragitto cercò di pensare ad altro, fino a quando non la colse il pensiero che avrebbe dovuto, prima o poi, comunicare alla sua famiglia che, dopo aver studiato per settimane assiduamente, era stata bocciata.
Decise che ci avrebbe pensato più tardi, spense il telefono e una volta arrivata a casa fece un lungo bagno caldo, che la aiutò a rilassarsi definitivamente.

Quello, però, era stato solo il primo attacco di panico di una lunga serie. Col tempo, cominciarono a presentarsi non solo in “occasioni ufficiali”, ma anche nei momenti più insospettabili: quando faceva la spesa, mentre studiava, mentre guardava un film o leggeva un libro. Ma gli attacchi d’ansia che più le facevano perdere la calma erano quelli che si presentavano la sera quando, dopo una lunga giornata di studio o di lavoro, se non entrambi, chiudeva gli occhi e aveva solo voglia di dormire. Eccola lì, in agguato e puntuale: l’ansia. “Hai studiato? Hai lavorato bene? Quello che guadagni ti basta per arrivare alla fine del mese?”. Le domande che l’ansia le proponeva quando chiudeva gli occhi erano le più svariate, le più stupide, eppure le toglievano il sonno, acceleravano il battito cardiaco, il respiroe, come sempre, non le permettevano di pensare lucidamente. In quei momenti perdeva totalmente la ragione, riusciva a pensare una cosa e il suo esatto contrario contemporaneamente, sentiva di essere una nullità, di fallire continuamente, di non essere in grado di svolgere nemmeno le attività più elementari. In quei momenti accendeva la radio, si sintonizzava su una stazione a caso e cercava di concentrarsi solo ed unicamente sulle parole dello speaker: in questo modo, spegnendo la sua mente, riusciva ad addormentarsi.

Questi attacchi continuarono per mesi, all’insaputa dei suoi familiari e persino dei suoi amici più intimi: non raccontava a nessuno di come l’ansia la stesse divorando, perché si riteneva stupida a sentirsi in questo modo. Non era un male fisico, non era qualcosa di tangibile o visibile, era tutto frutto della sua mente. Si sentiva stupida, perché non riusciva a mantenere il controllo dei suoi stessi pensieri. Quale persona intelligente non riuscirebbe a farlo?

Un giorno, però, l’ansia si presentò non appena ebbe varcato la soglia della biblioteca. Il suo attacco di panico divenne evidente a tutti gli studenti che la circondavano: non era più solo nella sua testa, era diventato visibile a tutti. Le caddero i libri, cominciò a girarle la testa, si sentì svenire e se non fosse stato per la prontezza di una ragazza che si trovava di fianco a lei probabilmente lo avrebbe fatto. La ragazza la fece sedere, le portò dell’acqua e aspettò con lei che la nebbia svanisse. Dopo averla ringraziata velocemente, tornò a casa e prese una decisione, forse la più importante della sua vita: era arrivato il momento di parlarne con qualcuno. Ma con chi? Temeva di sentirsi giudicata, che le persone intorno a lei potessero pensare che fosse pazza. C’era solo una persona della quale non temeva il parere, perché sapeva che non l’avrebbe mai giudicata: sua madre. Le scrisse quindi una lunga lettera in cui le spiegava quei lunghi mesi di dolore, di fatica, ma soprattutto di tristezza: perché quando ci si sente fatti di sola ansia e non si vede altro che i fallimenti della propria vita,sorridere, ridere ed essere felici sono le imprese più ardue. Le raccontò nel dettaglio ogni singolo momento in cui l’ansia aveva preso il sopravvento, come si era sentita durante e dopo gli attacchi di panico. Le scrisse anche che in fondo sapeva di essere una persona che valeva, in grado di costruire qualcosa, ma che c’era una paura che la bloccava, più grande di tutte le paure del mondo, e che non le permetteva di essere se stessa.

Quando sua madre lesse quella lettera, pianse. Pianse davanti a lei, davanti a quel dolore, davanti a quella figlia che le chiedeva aiuto. Pianse perché riusciva a toccare quel dolore, a sentirlo in ogni parola. Pianse e le disse che sì, lei era una persona che valeva soprattutto perché, di fronte ad un problema, era stata in grado di chiedere aiuto, di non lasciare che l’ansia vincesse. E questo non avrebbe potuto impararlo in nessun corso universitario.

Fu grazie all’aiuto di sua madre che decise di cominciare a frequentare la pedagogista clinica, di combattere quel mostro che le cresceva dentro. E fu proprio lei ad insegnarle che no, non era fatta d’ansia, che questa non era nient’altro che una minuscola parte di lei, che poteva essere combattuta, ma soprattutto, vinta.

Martina Difilo

Dal Sito: losbuffo.com

Otto segnali che sei morto dentro. La voglia di vivere dovrebbe essere più contagiosa!

Cosa vuol dire essere morti dentro? Vuol dire che ci troviamo di fronte a persone che hanno perso interesse nei confronti dei propri simili, delle cose, degli eventi, della vita in generale. E’ un momento delicato dell’esistenza stessa di chi attraversa un periodo come questo, che merita un cambiamento profondo per non rischiare di sprofondare sempre più in basso.


Come capire se siamo morti dentro? Ecco 8 segnali da tenere in considerazione!

1 Non ti senti interessato a niente

Niente ti fa entusiasmare, anzi, hai perso l’entusiasmo per le cose che una volta ti facevano sentire eccitato.
Non hai idea di cosa sia successo, non sai perché è accaduto e hai la sensazione di essere rimasto solo.

2 Le tue emozioni non cambiano molto

E’ passato molto tempo da quando hai riso o pianto troppo? Senti un costante senso di indifferenza emotiva?Le emozioni sono un importante indicatore dello stato della nostra salute mentale.

3 Ti senti disconnesso

Ti senti disconnesso dai tuoi amici, dalla tua famiglia, dal tuo partner? Non ti senti sulla loro stessa lunghezza d’onda?
Sei morto dentro perché ti senti annoiato tutto il tempo, non hai interesse per niente.

4 Ti senti cinico

Sono sentimenti molto negativi che potrebbero portarti a essere scettico, cinico, a bruciare tutte le emozioni!

5 Odi il dramma che ti circonda

Non ti importa quello che accade intorno a te…Hai perso ogni interesse nella vita delle persone e non ti preoccupi più di niente e di nessuno.

6 Senti di aver bisogno di un grande cambiamento nella tua vita

Ti senti intrappolato? Non sai come uscire dalla routine?Forse c’è bisogno di un grande cambiamento nella tua vita!


7 Non ti interessa più di niente e di nessuno

Se lo dite molto spesso, se non vi preoccupate più, forse c’è qualcosa che non va.

Potreste già essere arrivati al punto in cui non ti interesserebbe nemmeno se il mondo bruciasse.


8 Sai come si sentono gli zombie

Ti senti più un non morto che un essere umano!

Dal Sito: bigodino.it

giovedì 14 marzo 2019

Stress e ansia: i nuovi malesseri dei ragazzi di oggi

Sono le nuove parole d’ordine, che indicano i nuovi malesseri dei ragazzi di oggi: stress e ansia.

Sono fenomeni che colpiscono anche noi adulti, ma, da qualche anno, sono soprattutto gli adolescenti ed i giovani a soffrirne in modo particolare. Anche se, lo vediamo tutti i giorni, c’è stress e stress: lo stress da non sopportabilità dei limiti, propri, altrui e sociali, e stress come carica e grinta positiva, quella che ci consente di superare gli ostacoli e di imparare dagli errori.

Da una recente indagine Ocse sul livello di ansia degli adolescenti ne è venuta fuori questa constatazione: che i ragazzi italiani sarebbero più in difficoltà rispetto ai coetanei: il 56% si fa prendere dal nervosismo quando si prepara ad una prova (la media Ocse è del 37%), il 70% entrerebbe in forte ansia di fronte a un test, anche se si ritiene preparato (56%). E l’ansia è parente stretta dello stress.

Ma quali sono le cause dello stress di questi ragazzi? Uno potrebbe pensare alla scuola, ma in realtà la causa prima è la famiglia, per le aspettative dei genitori sui figli, rese ancora più complicate da chat delle mamme e dai registri elettronici, che consentono ai genitori di controllare la vita scolastica dei propri figli.

Lo dico sempre ai genitori: il registro c’è come garanzia, ma il modo migliore per sapere come va a scuola deve nascere dal dialogo quotidiano, non dal registro.

Il fatto è che, così, i figli si sentono sempre controllati, incapaci di sviluppare autonome forme di gestione dei propri equilibri. Controllati ed iperprotetti: ecco il vero rischio dei genitori di oggi.

I genitori non devono pretendere di gestire in toto la vita dei figli, pensando, così, di favorirli, perché, in realtà producono in loro timori, paure, cioè ancora stress e ansia.

Poi ci sono i social a dominare la scena pubblica (e privata) della vita dei ragazzi di oggi. I dati sono preoccupanti: sempre secondo i dati Ocse gli adolescenti italiani trascorrono in media 31 ore a settimana davanti a uno schermo, contro le 29 della media Osce. I social, quindi, sono corresponsabili di questo aumento di stress negativo, per il controllo social che continuamente domina la scena, tanto da renderli fragili e insicuri: tutti connessi, e un po’ tutti soli.

Ma vi è, come ci diceva, anche lo stress positivo, quello che dà carica, grinta, pensiero positivo.

La grande fatica dell’essere genitori oggi, e della vita della scuola unica interfaccia delle famiglie, è convertire in positivo l’esperienza dello stress, dell’ansia, che mai devono oltrepassare un certo limite soggettivo per diventare, invece, panico e pensiero negativo.

L’unico antidoto? Non temere i piccoli stress, non avere paura anche dei piccoli fallimenti, di qualche brutto voto, di un giudizio negativo, e puntare al fatto che “nessuno è nato imparato”, come diceva Totò, che tutti, sbagliando, impariamo.

E’ l’allenamento alla vita, alle sue complessità ma, prima di tutto, al rischio della libertà in positivo.

Dal Sito: tecnicadellascuola.it 

mercoledì 13 marzo 2019

Ecco perché la sofferenza può farci capire chi siamo...


La sofferenza mi ha fatto capire chi sono. Mi ha mostrato aspetti di me che prima non conoscevo o che facevo finta di non vedere. Ho sempre pensato fosse lecito desiderare di vivere evitando ogni forma di dolore, ma adesso so che si tratta di un desiderio impossibile.


Tutti abbiamo sofferto, chi più chi meno. Abbiamo affrontato situazioni che ci hanno segnato, circostanze che preferiremmo non aver vissuto. Bisogna, però, essere consapevoli che il passato non può cambiare. Anche se esistono persone che si trovano a vivere in circostanze più piacevoli di altre, la vita non è rosea per nessuno. È questo il segreto.

Anziché cercare di vivere la vita senza soffrire, dovremmo imparare a vivere la sofferenza in modo diverso, usandola per crescere e costruirci di nuovo. A tale scopo, molte volte, è necessario seguire una terapia che ci aiuti a sviluppare determinate abilità.

Non si tratta di evitare la sofferenza, bensì di imparare ad accettarla come un capitolo in più della storia della propria vita, che ha contribuito a farci arrivare dove siamo.

La terapia: una dimensione sicura La terapia psicologica va intesa come una dimensione sicura in cui rifugiarsi nel momento del bisogno. Nella terapia non sono previsti giudizi né verità assolute, e tutto quello che viene detto durante una seduta è protetto dal segreto professionale. Il segreto può essere infranto soltanto nel caso in cui il paziente minacci di fare del male a se stesso o ad altri, oppure sotto ordinanza del giudice.

La terapia, inoltre, offre la possibilità di costruire una base sicura che dia stabilità, soprattutto nei casi in cui la vita si sia sempre dimostrata dura. Per questo motivo, gli psicologi, insieme ai loro pazienti, cercano di costruire un’alleanza terapeutica, un solido vincolo su cui strutturare le sedute.

Questo vincolo unico tra psicologo e paziente, se si consolida, favorirà il crearsi di un clima di fiducia che semplificherà il trattamento delle paure e della sofferenza che si cela in esse. Prima di acquisire le abilità necessarie per poter affrontare i problemi alla base delle proprie paure, è fondamentale avere la fiducia sufficiente per poterne parlare senza paura.

Molto spesso non si tratta di esporsi alle paure, bensì di avere un punto fermo per camminare al loro fianco.

Dare un nome alla sofferenza
Dare un nome alla sofferenza non vuol dire scegliere un’etichetta diagnostica. Anzi, molto spesso non esiste neppure un’etichetta che corrisponda al proprio dolore: talvolta il motivo per cui soffriamo è talmente unico o terreno da non avere nome, anche se abbiamo bisogno di dargliene uno.

Forse quel nome avrà significato soltanto per la persona che lo ha scelto; può essere il mio lato oscuro, può essere nervi, può essere un’ombra o qualsiasi altro. Quel termine verrà utilizzato in terapia per definire qualcosa di personale, per questo è un concetto profondamente individuale. Per quanto il nome possa essere comune, il suo significato sarà unico.

Dare un nome alla sofferenza aiuta a definire il problema all’origine del nostro tormento, così da poterlo cambiare o integrarlo.

Una volta scelto l’appellativo, la nostra sofferenza acquisirà un nuovo significato. Smetterà di essere un’entità, un sentimento, per diventare qualcosa di più concreto. Qualcosa che ha assunto una forma precisa e che per questo può essere spiegato e compreso, da parte dello psicologo così come del paziente. Di conseguenza, sarà più facile cambiarlo o integrarlo.

Integrare il passato in un nuovo io
Quando alla base del proprio dolore si cela un evento del passato o un fardello che non può essere cambiato, il modo migliore di superarlo è integrarlo nella storia della propria vita. Non si tratta di un processo semplice, eppure non è impossibile.

Per integrarlo, bisogna accettarlo. Bisogna accettare che qualsiasi cosa accada, sentirsi colpevoli adesso non serve a nulla. Anche dare la colpa ad altri è inutile, poiché il passato è andato e non può variare. Per accettare ed integrare totale del dolore si dovrà lavorare molto. È fondamentale lasciar andare tutte le cose negative, accettandole con naturalezza, ma cominciando a costruire un nuovo io.

Costruirsi di nuovo non è un passaggio facile, ma condurrà ad accettare il lato oscuro che si cela in noi. Non proverete più quel vuoto in voi pieno di dolore, non dovrete più lottare contro il vostro demone interiore. Vi sarete costruiti e avrete imparato che tutto quello che vi è successo in passato ha contribuito a creare chi siete ora.

Fonte: https://lamenteemeravigliosa.it/sofferenza-mostrato-sono/

Dal Sito: aprilamente.info

Ansia sociale: quando la timidezza prende il sopravvento

COS’È L’ANSIA SOCIALE

Tutti vogliamo fare bella figura e abbiamo paura di essere rifiutati, e un giusto grado di ansia ci aiuta a dare il meglio di noi stessi. Ma cosa fare se, anche nelle situazioni più comuni, ci sentiamo sempre sotto esame, con gli occhi degli altri costantemente puntati su di noi? Evitare le situazioni sociali risolve il problema nel breve periodo ma, alla lunga, si rivela controproducente.

Il fenomeno dell’ansia socialecolpisce dall’5 al 7 % della popolazione adulta. Si tratta di un numero elevato, che però non trova riscontro in quanti cercano effettivamente un aiuto psicoterapeutico. Questo avviene probabilmente a causa del nucleo psicopatologico di questa problematica, che si riferisce ad una condizione di ansia, ovvero di attivazione fisiologica (ad es. tachicardia, tremori, sudorazione, arrossamento, mal di testa, bocca secca, nausea, tensione muscolare), che viene provata nelle situazioni sociali in cui si è soggetti al giudizio degli altri. Probabilmente, chi soffre di ansia sociale, teme anche il giudizio del terapeuta, diventando così più difficile richiedere un aiuto.

In effetti, in numerosi contesti, la persona si sente come se fosse costantemente di fronte a una commissione d’esame, come se avesse sempre gli occhi degli altri puntati addosso, anche in situazioni che non obbligatoriamente prevedono un giudizio; ne sono esempi andare al ristorante, entrare dentro un negozio, chiedere un’informazione, conversare con i colleghi. Colui che soffre d’ansia sociale ha paura di comportarsi in maniera tale da poter essere umiliato oppure teme che gli altri si possano accorgere della sua ansia e giudicarlo per questo come debole, ridicolo e inadeguato.

Solitamente il disturbo insorge in adolescenza e nella prima età adulta e può essere secondario ad un evento traumatico (es: essere presi in giro di fronte a tutta la classe) o emergere in modo lento e graduale. Se non trattata è una problematica che si cronicizza a causa di una serie di meccanismi di mantenimento che spiegheremo più avanti.

DIFFERENZA TRA ANSIA SOCIALE E TIMIDEZZA

Come è possibile distinguere tra timidezza e ansia sociale? È possibile che le due condizioni siano l’espressione di fenomeni sullo stesso continuum? In effetti, la timidezza, è una condizione pervasiva e abituale che si esprime in diversi contesti dove vi è insicurezza per timore del giudizio degli altri, in cui si prova soggettivo sentimento di imbarazzo e vergogna. Questa definizione corrisponde in buona parte a quella di ansia sociale suggerendo che si tratti di intensità diverse della stessa condizione, anche se talvolta coloro che soffrono di ansia sociale, al di fuori delle situazioni temute, non sono timidi mostrando un normale attività sociale e un buon funzionamento. In ogni caso anche la timidezza patologica diventa limitante e necessita di un intervento terapeutico adeguato.

 

QUALI SONO LE CAUSE DELL’ANSIA SOCIALE?

Come già accennato, dal punto di vista psicologico, vi possono essere delle situazioni traumatiche che portano alla strutturazione del disturbo, solitamente questo avviene se vi è una personalità già timida o con bassa autostima. Oppure, il condizionamento, può essere determinato da un insieme di eventi, che si sommano, portando ad un’insorgenza graduale. Anche l’apprendimento per modellamento è spesso frequente in questi pazienti, che osservando i genitori o chi si prende cura di loro, acquisiscono determinati comportamenti di ritiro sociale, vergogna o imbarazzo.

A livello cognitivo le persone che soffrono di ansia sociale tendono ad interpretare gli stimoli ambigui come negativi, catastrofici e più probabili. Inoltre, è stato rilevato che quando vi è ansia tendono a ridurre l’attenzione agli eventi esterni, aumentando l’attenzione focalizzata su di sé, monitorando costantemente il proprio livello di performance e di attivazione emotiva, aspetto che porta ad un aumento dell’ansia stessa. Inoltre, vi è la tendenza a ricordare eventi negativi durante i momenti antecedenti la situazione temuta e a valutare secondo schemi disfunzionali le proprie performance, una volta che queste sono terminate.

Nelle storie di vita di questi pazienti ritroviamo genitori o figure di accudimento ansiose, ipercritiche, poco assertive, che tendono ad evitare le situazioni sociali per paura delle opinioni degli altri genitori. Inoltre, talvolta, ritroviamo l’uso dell’induzione della vergogna come metodo disciplinare.

QUALI SONO LE CONSEGUENZE DI QUESTO DISTURBO?

In assenza di trattamento il disturbo tende a diventare cronico, questo in quanto, per non andare incontro al giudizio dell’altro, la persona tenderà a mettere in atto una serie di strategie per evitare che ciò che teme (i sintomi d’ansia) si veda. Questi comportamenti vengono chiamati “protettivi”, perché messi in atto per affrontare le situazioni. Ad esempio, coloro che temono la sudorazione potranno tenere la giacca anche quando fa caldo, portando però al risultato di sudare ulteriormente. Le persone che soffrono di questo disturbo tendono inoltre ad evitare una serie di situazioni ansiogene, limitando così la loro qualità di vita, le loro amicizie, le relazioni sentimentali, la carriera e aumentando così l’idea di essere inadeguati, incapaci.

Spesso ritroviamo anche un incremento dell’uso di alcol e/o farmaci ansiolitici che vengono utilizzati come strumenti disinibitori o per controllare l’ansia, senza che vi sia però un reale cambiamento nell’immagine di sé.

COME AFFRONTARE IL DISTURBO

CONSIGLI PRATICI

Non possiamo evitare il giudizio degli altri: giudicare e avere opinioni sulle altre persone fa parte della natura umana. Ciò che dobbiamo tenere in considerazione è che il giudizio non può portare a nulla di catastrofico, in quanto sono solo opinioni e pensieri (per giunta condivisibili o meno), che non portano alle catastrofi immaginate.

Provare ansia è naturale, questa emozione è stata evolutivamente utile alla nostra sopravvivenza, in quanto segnalava i pericoli dell’ambiente e ci permetteva di metterci al sicuro. Non dobbiamo necessariamente combatterla. Provare ad accettarla è il primo passo per lasciarla andare.

Ricordiamoci che i nostri pensieri in merito agli eventi catastrofici, sono solo pensieri. Defonderci da essi ci aiuta a vederli per ciò che sono, meri oggetti della nostra mente.

L’unico modo per combattere ciò che temiamo è affrontarlo: le situazioni che sono per noi fonte d’ansia vanno vissute, per renderci conto che non saranno mai così catastrofiche come ce le siamo immaginate. Inoltre, l’esposizione, ha la funzione di osservare l’andamento “a campana” dell’ansia e sperimentarne una progressiva diminuzione che è un importante rinforzo al fine di esporsi nuovamente alla situazione.

 

AFFIDARSI AD UN PROFESSIONISTA

Ovviamente i consigli pratici appena elencati sono utili per coloro che provano una certa timidezza o lieve ansia sociale. Sicuramente vi sono degli aspetti che rendono più difficile che vengano messi in pratica, ad esempio, l’esordio in età precoce, la gravità della malattia, la presenza di altri disturbi, la bassa aspettativa rispetto al problema, un ambiente di sviluppo caratterizzato da coppie genitoriali apertamente criticanti, iperprotettive e svalutanti o evitanti socialmente, un temperamento inibito, una marcata e facile attivazione fisiologica, una decisa tendenza all’evitamento, un basso livello di autostima e di auto efficacia percepita, un basso livello di abilità sociali e un elevato numero di situazioni sociali temute, sono tutti aspetti che posso rendere difficile se non impossibile gestire autonomamente il problema.

Quando ciò accade è utile affidarsi ad un professionista della salute mentale, psicologo psicoterapeuta ad orientamento cognitivo comportamentale (l’approccio con maggiori evidenze scientifiche in merito all’efficacia del trattamento) che possa aiutare in un percorso adeguato per uscire dal problema.

Dal Sito: ilcorrieredellacitta.com