mercoledì 20 maggio 2020

EFFETTO CORONAVIRUS: GESTIRE I PENSIERI NEGATIVI SULLA RIPARTENZA



Effetto Coronavirus e l’influenza sui pensieri

Oggi, stiamo vivendo la fase 2 cercando di andare avanti, a piccoli passi, potendo usufruire di piccole libertà che stiamo conquistando, con sacrificio e consapevolezza.

Il governo ci ha concesso delle piccole “pillole di libertà”: la visita ai congiunti, l’attività sportiva presso i parchi, passeggiate e spostamenti anche al di fuori del proprio comune, ma all’interno della propria Regione a meno che non ci siano ragioni di lavoro o necessità. Insomma, a poco a poco, stiamo cercando di ripartire, per questo mi piace pensare alla fase 2, come alla fase della ripartenza.

Ripartenza: che pensieri si possono nutrire?

Per affrontare l’effetto coronavirus diventa necessaria una ripartenza sicuramente graduale, moderata, ma pur sempre un piccolo e grande passo verso la nostra rinascita, psicologica e non. Certo, come ogni cosa, anche questa fase ha i suoi contro: insomma, per alcuni può essere alquanto difficile riuscire a mettere il naso fuori casa, dopo due mesi di reclusione.

La paura di essere contagiati è ancora tanta: d’altronde il virus è ancora tra noi, quindi la prudenza non deve certamente mancare, ma in alcuni casi, si vive un vero e proprio blocco: ci si rifiuta di uscire e si preferisce rimanere nella propria zona comfort, la stessa che fino a qualche mese fa odiavamo.

Intorno a questo meccanismo, ruotano sicuramente dei pensieri negativi: se esco, posso contagiarmi, se rimango a casa sono al sicuro, meglio non uscire.

Se, quindi, da una parte c’è chi teme i rapporti sociali, seppur a distanza, dall’altra c’è chi ha paura di quello che sarà… eppure la ripartenza era un qualcosa che aspettavamo con ansia; i dati ce lo dicono chiaramente: il 63% della popolazione sta sperimentando sentimenti di ansia e problemi del sonno.

Dunque, la risposta a questa ripartenza, non poteva sicuramente essere diversa da quella che si sta sperimentando; certo, uscire senza avere un minimo di responsabilità, oggi più che mai, potrebbe solo essere deleterio perché, lo ripetiamo, il virus è ancora in giro.

Quindi, in men che non si dica, i contagi potrebbero risalire, soprattutto se non si rispettano le regole che ci hanno dato.

Ma con responsabilità, senso civico, prudenza e consapevolezza, possiamo fare diverse cose: perché dunque, farci prendere dall’ansia? Perché rinunciare a quello che volevamo tanto?

Non ci meritiamo, forse, di godere di quelle piccole cose che ci hanno concesso, ovviamente con maturità e giudizio?

Consigli: come ripartire con il piede giusto

Per arrivare a gestire i nostri pensieri negativi generati dall’effetto coronavirus, dobbiamo cercare di avere una visione diversa delle cose, perché come ben sappiamo, ciò che conta è il nostro modo di reagire a quello che ci succede, più che quello che ci succede. Il nostro modo di reagire, a sua volta, dipende dalla nostra capacità di far fronte a delle situazioni limite, proprio come quella che stiamo vivendo ora.

Una capacità, questa, che deriva dal nostro sapere gestire lo stress e dal nostro sapere riscoprire le risorse che abbiamo, già, a nostra disposizione. Cosa fare concretamente dunque, per ritrovare la bellezza del poter rivedere, anche se con le dovute distanze, i nostri cari? Cosa possiamo fare per avere fiducia nel futuro, seppur con delle incertezze?

Dobbiamo sviluppare un atteggiamento costruttivo e non distruttivo: oggi siamo pronti a ripartire, con gradualità, vediamo questa opportunità come un qualcosa che ci meritiamo, e non come un momento pericoloso e di contagio, anche perché se riusciremo a rispettare le regole che riguardano il distanziamento sociale, non faremo altro che proteggerci.

Uscire con irresponsabilità è vietato: ma farlo con responsabilità, è giusto!

Impariamo a gestire le nostre emozioni negative, perché partoriscono pensieri negativi: per far questo occorre innanzitutto provare a riconoscerle e poi accettarle, poiché respingendole, come un boomerang, tornerebbero solo indietro. A tal proposito cerchiamo di usufruire di alcune tecniche di rilassamentoconcentrandoci per 5-10 minuti su un respiro lento e regolare.

Facciamo attività fisica: oggi possiamo uscire fuori, nei parchi, per dedicarci al nostro corpo e alla nostra mente, a patto che si evitino assembramenti. Perché non approfittarne? Sono tante le ricerche che mostrano come il moto fisico abbia benefici sulla nostra psiche, sulla nostra concentrazione, sul nostro umore e dunque sul nostro benessere psicologico, poiché ci aiuta a scaricare la tensione, liberando endorfine.

Proviamo inoltre a condividere le nostre preoccupazioni e paure con persone di cui ci fidiamo: preoccupazioni, queste, che come ben sappiamo, sono condizionate dal momento che stiamo vivendo e cerchiamo di vivere il nostro presente, dando spazio alle cose che più ci appagano.

Prendiamoci per esempio cura del nostro corpo, leggiamo, dedichiamoci a dei pasti che più ci “emozionano”. Insomma è importante che ci coccoliamo, perché solo riconquistando la nostra dignità e il nostro tempo, potremo avere fiducia nel futuro.

In queste circostanze è normale provare ansia: ansia per il nostro futuro, ansia per un possibile contagio, nel caso uscissimo, ma lottare contro di essa non è certamente consigliabile: bisogna dire a se stessi, che il proprio corpo sta producendo pensieri ansiogeni e che si possono gestire.

Per riuscirci, provate a mettere per iscritto i vostri pensieri: nel momento stesso in cui li scriverete, sentirete una sensazione di sollievo. Provate! Insomma piccole cose, possono fare una grande differenza e farvi ritrovare la voglia di uscire e fantasticare sul vostro futuro.

Se tutto questo non dovesse bastarvi e sentite addosso ancora il peso dei vostri pensieri negativi e dell’effetto coronavirus, circa la ripartenza, contattate un professionista psicologo online o dal vivo e, insieme, riuscirete a ripartire con il piede giusto!

La storia della malattia mentale


I primi documenti che attestano sintomi riferibili alla patologia psichiatrica risalgono all’antico Egitto. Gli antichi egizi ritenevano che la sede dei sintomi, che oggi definiamo psichiatrici, fosse il cuore e non ponevano distinzione tra malattie organiche e mentali.

La storia della medicina come disciplina autonoma rispetto alla filosofia e alla religione inizia con i Greci i quali avviarono il processo di affrancamento dell’interpretazione dei sintomi della malattia mentale dalla superstizione e dalla causalità mistico-religiosa. Nell’antica Grecia l’opinione popolare riteneva la patologia mentale frutto dell’influsso di divinità malvagie e persecutorie quali Mania o Lyssa, Dioniso, Ecate o le Furie. Il ciclo dei poemi Omerici fa riferimento di frequente alla follia dei protagonisti. Le passioni degli eroi omerici, inclusa la follia, sembrano però indotte dall’esterno ed hanno il carattere della transitorietà. L’ira di Achille e l’offesa di Agamennone sono il frutto di Ate (in greco Ατη, rovina, inganno, dissennatezza), dea dell’inganno che cammina sul capo dei mortali inducendoli in errore. È sempre Ate che spinge al peccato di tracotanza, la hybris, che introduce una prima implicazione di ordine morale, allorché richiama sull’eroe empio il castigo divino.

La follia è elemento ricorrente anche nella tragedia classica. Ricordiamo la follia sanguinaria delle Baccanti, la follia di Oreste, quella di Aiace. Platone nel Fedro descrive quattro tipi di follia:

  • La follia profetica: Caratteristica dei veggenti e connessa alla divinazione profetica. Ne è un esempio la trance della Pizia dell’oracolo di Apollo a Delfi.
  • La follia telestica: O rituale, era la follia dei riti dionisiaci, caratterizzata da un fine liberatorio e indotta da musica, canti e balli orgiastici.
  • La follia poetica: Dovuta alla possessione delle Muse, concedeva l’ispirazione poetica.
  • La follia erotica: Collegata all’amore e all’eros.

Ippocrate introdusse il concetto innovativo che la patologia mentale, così come quella fisica, dipendessero da circostanze relative all’individuo e non all’influsso divino.  Nel trattato Sulla malattia sacra Ippocrate tratta della follia nella descrizione dell’epilessia, chiamata «il morbo sacro» e considerata fino a quel momento frutto della possessione divina. Nel trattato vengono enumerati minuziosamente i sintomi della malattia ma soprattutto questa patologia offre lo spunto all’autore per una presa di posizione nei confronti delle concezioni tradizionali sulla malattia mentale.   Ippocrate afferma: «Così stanno le cose a proposito della cosiddetta malattia sacra. A me non sembra affatto che sia più divina né più sacra delle altre malattie, ma come le altre malattie essa ha una causa naturale e da essa deriva. Gli uomini invece la considerano divina per la loro incapacità e per il suo carattere straordinario, perché non assomiglia in nulla alle altre».

Nel I secolo d.C., a Roma, Celso trattò della follia nella sua opera De re medica. Celso riprende i concetti sulla malattia mentale di Ippocrate, precisando l’uso di alcuni termini: «insania» per indicare la mania e il furore, «frenesia» che era sempre accompagnata da febbre, «delirio» che poteva essere allegro o triste, parziale o generale. Celso inoltre approfondì l‘uso di strumenti terapeutici per la patologia mentale quali la musica, la lettura, il dialogo.

Seneca considera la follia l’effetto di chi è preda di passioni incontrollabili. Nelle Lettere a Lucilio afferma: «…nessun nemico ha portato tanta offesa agli uomini quanto le loro passioni. Questa sfrenata e pazza sete di piacere sarebbe imperdonabile se gli stessi colpevoli non soffrissero le conseguenze delle loro azioni. E a buon diritto questa loro sfrenatezza li tormenta: infatti ogni passione che oltrepassa i limiti stabiliti dalla natura diventa fatalmente smisurata e incontrollabile. L’uomo moderato trova nella natura il suo limite, mentre le vuote fantasie che nascono dalle passioni sono sconfinate.»

Un altro elemento di rilievo nella storia della malattia mentale, in epoca romana, furono gli aspetti giuridici legati ad essa. Coerentemente alla grande tradizione giuridica romana infatti, la presenza di un disturbo mentale al momento della commissione di un reato fu ritenuto un fattore attenuante, tuttavia il giudizio sulla sanità mentale era affidato ai giudici e non a medici.

Durante il medioevo vi fu il ritorno ad una visione della malattia mentale come frutto dell’influsso del magico e di potenze sovrannaturali. Spesso i malati mentali venivano considerati indemoniati o sotto il controllo del diavolo e in quanto tali non passibili di cure mediche ma dell’intervento di maghi, sacerdoti o inquisitori. Il termine «follia» nasce nel medioevo come voce onomatopeica che indica il vuoto o il mantice. Il folle è spesso rappresentato con la bocca aperta con in mano il mattarello (il bastone del matto). Nelle corti feudali ha il ruolo di giullare, ha il compito di far divertire e non è soggetto a divieti.

Nell’oriente arabo notevoli progressi si ebbero nell’organizzazione dell’assistenza ai malati mentali con la creazione di specifici reparti per questi pazienti negli ospedali di Baghdad. Strutture simili sorsero successivamente anche in Europa a Parigi, Montpellier, Zurigo.

Altro fenomeno tipico del Medioevo sono le cosiddette “epidemie psichiche” che investirono larghe fasce della popolazione, come ad esempio i flagellanti, i tarantati, o veri e propri stati di possessione di interi gruppi nei conventi. Di particolare interesse sono le epidemie di Fuoco di Sant’Antonio (nome con cui si indicava anche l’infezione da Herpes Zoster), dovute in realtà all’intossicazione da ergot o Claviceps purpurea un micete in grado di parassitare le graminacee tra cui la segale con cui veniva preparato il pane. L’intossicazione da ergot era in grado di determinare allucinazioni che portavano chi ne era affetto a mettere in relazione la malattia con immaginarie forze demoniache o soprannaturali, non essendone conosciuta la causa.  La malattia veniva contratta nei paesi del nord Europa, dove veniva utilizzata la segale contaminata per la preparazione del pane. I malati, recandosi in pellegrinaggio verso i santuari dedicati a Sant’Antonio si spostavano verso sud cambiando alimentazione e mangiando pane di grano attenuavano o eliminavano i sintomi dell’intossicazione. Tale effetto veniva però attribuito all’operato miracoloso di Sant’Antonio.

Nel Rinascimento si assiste alla nascita di una nuova visione del malato di mente. In Elogio della Follia Erasmo da Rotterdam descrive il folle come il portatore di una diversa visione dell’esistenza e come tale degno di essere rispettato. Questo filone di pensiero percorrerà la storia sfociando nel novecento nella fenomenologia di Husserl e di Jaspers. Paracelso, durante il cinquecento, dedicò alla psichiatria il trattato Delle malattie che ci derubano della ragione in cui innanzitutto restituiva alle malattie mentali la loro iniziale base naturale, quindi propose una principale distinzione di tali patologie in cinque tipologie differenti ovvero: epilessia, mania, “pazzia vera e propria”, ballo di San Vito e suffucatio intellectus.  La pazzia vera e propria viene divisa in altre 5 categorie ovvero: lunatici, insani, vesani, melancholici e obsessi ed è originata da cattive influenze astrali o dallo sperma difettoso del padre.

Nel Seicento si assiste ad una ulteriore laicizzazione della malattia mentale tuttavia inizia in questo periodo il lento ma progressivo slittamento del malato mentale in soggetto antisociale e perciò costretto al totale isolamento fisico.  I regimi assolutistici favorirono campagne di internamento di poveri e devianti sociali in strutture apposite come la Salpêtriere a Parigi.

Nel corso del Settecento vennero fatti importanti progressi in campo psichiatrico nel rinnovato clima culturale dell’Illuminismo. Caddero definitivamente le concezioni che vedevano il malto psichiatrico come un indemoniato da redimere con le fiamme, e si posero le basi per una innovativa nosografia dei disturbi psichiatrici oltre ad un miglioramento della loro assistenza. In tal senso il fiorentino Vincenzo Chiarugi fu una figura essenziale che dette un contributo fondamentale alla psichiatria del tempo. Restituì al folle, in termini scientifici e culturali, l’identità e la dignità di malato, cioè di persona bisognosa di cura e di asilo ospedaliero.

Figlia dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese, la psichiatria, ai suoi esordi, si presenta come una disciplina medica e allo stesso tempo umanitarista, tesa a separare i malati di mente dai cosiddetti devianti– vagabondi, prostitute, delinquenti, alcolizzati e così via – con i quali sino allora erano stati confusi, al fine di assicurare loro cure e assistenza a carico dello Stato. Prima del 1838 infatti i malati psichiatrici ricoverati per acuzie presso gli ospedali generali, se considerati incurabili, venivano inviati in una sezione speciale insieme a individui pericolosi o emarginati. È nel 1838 che in Francia viene promulgata la legge sull’assistenza agli alienati – futuro modello di tutte le legislazioni europee in materia – con la quale si sancisce una realtà istituzionale che, in virtù della sua stessa logica, vìola i diritti dei malati di mente come cittadini.

Dall’inizio del XIX secolo, passionalità ed irrazionalità, messi da parte dall’Illuminismo, diventano oggetto di vero e proprio culto ed in campo medico si fa strada l’idea della centralità delle passioni nell’eziologia della malattia mentale. L’uomo non è più sola razionalità.

Esquirol, psichiatra francese, formula una teoria per cui il folle può essere curato proprio perchè i suoi disturbi sono dovuti ad un «eccesso» di passione, ad una passione non governata.

Partendo da questo assunto, la cura dei pazienti non può limitarsi ad una serie di ragionamenti e trattamenti imposti ma dipende dalla direzione delle «passioni».

I trattamenti più severi non rappresentano quindi il fondamento terapeutico ma uno strumento a cui ricorrere solo in circostanze estreme.

Nella seconda metà del 1800 si afferma il principio riduzionistico secondo cui le malattie mentali hanno cause organiche e non affettive. La cura della sofferenza psichica passa attraverso lo studio di anatomia e patologia cerebrale allo scopo di isolare le cause di ogni singola malattia e definire specifiche terapie.

Emil Kraepelin, psichiatra tedesco, superando tale impostazione attraverso un più complesso approccio alla psichiatria, coniuga l’anatomia cerebrale e la neurologia alla psicologia sperimentale ed all’indagine della storia del paziente e produce la prima importante classificazione secondo la quale le malattie mentali gravi si dividono in dementia preacox e psicosi maniaco-depressiva.

Dall’inizio del XX secolo, in base alla concezione organica della malattia mentale, vennero introdotti nuovi trattamenti quali lobotomia frontale ed elettroshock.

La teoria di Freud, per la quale la differenza fra normalità e follia risiede più nell’intensità e nella quantità sintomatologica che nella qualità, aprì la strada per un progressivo allontanamento della psichiatria dalle scienze puramente organicistiche.

Cambiamenti importanti nella modalità di rapportarsi alla malattia mentale furono possibili grazie all’introduzione di psicofarmaci, antidepressivi, benzodiazepine e neurolettici a metà degli anni ’50, e consentirono di iniziare a trattare pazienti affetti da gravi disturbi psicotici anche fuori dal contesto manicomiale.

Si afferma, fra gli anni ‘60-’70, l’idea che la malattia mentale possa essere collegata a fattori sociali, posizione sostenuta dalla psichiatria sociale e dall’antipsichiatria, secondo la quale la società etichetta come malato mentale colui che tenta di opporsi all’oppressione ed al conformismo del sistema.

Qualsiasi trasgressione alla norma sociale, anche originale e creativa, viene etichettata come follia.

Negli anni ’70 infine si assiste ad un’aspra critica alle istituzioni manicomiali, accusate di punire, attraverso elettroshock e misure costrittive, persone in precedenza già punite da famiglia e società poiché non adeguate alle regole. Questi concetti e eventi hanno portato alla concezione che abbiamo oggi della malattia mentale.

Dal Sito: psiche.org

BAMBINI E ADOLESCENTI. TIMIDEZZA O ANSIA SOCIALE?

Distinguere l’ansia patologica dalla preoccupazione legata allo sviluppo tipico dell’individuo risulta, ancora oggi, molto complicato nonostante negli anni sia notevolmente aumentata l’attenzione clinica verso l’ansia sociale.

Tutti i bambini attraversano una fase della loro vita in cui si sentono a disagio quando entrano in contatto con persone che non conoscono bene o con gli estranei. Esiste infatti una tipologia di ansia passeggera, detta “ansia dell’estraneo” che di solito si manifesta per la prima volta entro i due anni di età per poi sparire del tutto intorno ai due anni e mezzo. Alcuni bambini potrebbero continuare a manifestare dei segni di timidezza anche dopo questa età, ma quando iniziano a frequentare la scuola e a trascorrere più tempo con altri bambini, di solito il problema tende a risolversi.

Tuttavia, in alcuni casi, l’aumento di interazioni sociali può non aiutare i bambini a sentirsi maggiormente a proprio agio, anzi la timidezza tende ad  intensificarsi configurandosi come un vero e proprio problema che causa un notevole senso di angoscia, interferendo con la capacità dei bambini di poter vivere serenamente nei contesti sociali.

Quando si verifica questa condizione è possibile considerare l’ipotesi che si sia instaurata una fobia sociale.

La caratteristica principale della fobia sociale è l’intensa paura, o l’ ansia, di esporsi a situazioni sociali in cui un individuo può essere osservato da altre persone. Chi soffre di fobia sociale, infatti, vive reazioni emotive intense collegate ad alcuni contesti sociali, in cui la persona ha paura di essere giudicata negativamente: paura di essere visti come persone deboli;  ansiose; non equilibrate; stupide; noiose o in generale giudicate in modo negativo. La paura porta ad evitare luoghi e situazioni che potrebbero attivare i sintomi ansiosi e l’individuo può ritrovarsi sempre di più a ridurre le proprie attività, i luoghi e le situazioni quotidiane, generando un circolo vizioso che lo conduce ad un inevitabile peggioramento del quadro fobico e a una importante riduzione della qualità di vita.

Mentre gli adulti con disturbo d’ansia sociale riconoscono il carattere eccessivo del disagio sperimentato in situazioni sociali, in età evolutiva questa consapevolezza può non esserci.

I bambini più piccoli possono fare capricci quando sono costretti ad allontanarsi dai genitori; quando devono incontrare nuove persone o compagni di classe; possono rifiutarsi di giocare con gli amici; fingere di essere ammalati al momento di un evento sociale e così via. Gli adolescenti, invece, tendono ad evitare incontri di gruppo oppure mostrano poco interesse nel fare nuove amicizie.

Il disturbo d’ansia sociale è spesso identificato intorno ai 12 anni, momento in cui i ragazzi dovrebbero aumentare le loro attività sociali con i coetanei, sia all’interno del contesto scolastico, sia all’esterno.

In età evolutiva, solitamente, il disturbo d’ansia sociale si manifesta con i seguenti sintomi:

  • Paura o mancanza d’interesse nel provare cose nuove;
  • Paura di parlare con persone sconosciute;
  • Estremo disagio quando si è al centro dell’attenzione;
  • Evitamento del contatto visivo;
  • Difficoltà nel parlare in pubblico o di fronte alla classe;
  • Difficoltà nel fare nuove amicizie;
  • Auto esclusione sociale;
  • Preoccupazioni relative a possibili valutazioni negative (anche quando non è in corso di valutazione);
  • Mal di stomaco;
  • Tremori;
  • Eccessiva sudorazione.

Come si comportano a casa i bambini con fobia sociale?

Quando i bambini con fobia sociale si trovano in casa propria, la loro sintomatologia varia in base alle situazioni che gli si presentano davanti. È possibile osservare i seguenti sintomi:

  • Paura estrema quando sono presenti degli estranei;
  • Paura estrema in situazioni sociali in cui sono richieste delle prestazioni, per timore di poter agire in modo imbarazzante;
  • Attacchi di ansia che si verificano prima o nel momento in cui i bambini devono intrattenere relazioni sociali: andare a una festa; parlare di fronte agli altri; chiedere qualcosa in prestito qualcosa. I sintomi possono essere così gravi da somigliare a veri e propri attacchi di panico caratterizzati da palpitazioni, dolore toracico, sudorazione, tremori, nausea, intorpidimento o formicolio, vampate di calore, mancanza di respiro e vertigini;
  • Alcuni bambini possono piangere, lamentarsi, o fare capricci per evitare degli incontri sociali. Altri possono essere in grado di tollerarli solo se in presenza di una persona a loro familiare. Questa condizione porta all’evitamento di luoghi o situazioni ansiogene;
  • Grave disagio durante l’espletamento di routine sociali, come ad esempio: mantenere una conversazione; parlare con un adulto: giocare in un piccolo gruppo; andare ad una festa di compleanno, ecc…;
  • Rifiuto per la scuola, causato dalle preoccupazioni relative a performance sociali e scolastiche;
  • Rifiuto di partecipare a gite o ad altre attività sociali. Il bambino può decidere di non incontrare gli amici, di non giocare con loro, di non partecipare ad attività extra scolastiche, ecc…;

E a scuola, come si manifesta questo disagio?

A scuola, un bambino con fobia sociale, può presentare diversi sintomi:

  • Difficoltà nell’ingresso a scuola, frequenti ritardi e capricci mattutini;
  • Rifiuto per la scuola;
  • Bassa autostima;
  • Difficoltà di concentrazione, che influiscono sulle prestazioni scolastiche;
  • Difficoltà nell’esecuzione dei compiti assegnati in classe, a causa delle difficoltà di concentrazione;
  • Difficoltà a parlare di fronte alla classe;
  • Difficoltà di esposizione durante le interrogazioni;
  • Blocchi o frequenti vuoti di memoria durante i compiti in classe o le interrogazioni;
  • Scarsa o assente partecipazione alle discussioni di classe;
  • Disturbi fisici, come mal di stomaco, vertigini, battito cardiaco accelerato, tremori, eccessiva sudorazione, ecc…;
  • Evitamento del contatto oculare;
  • Difficoltà di apprendimento.

Come possiamo risolvere il disturbo d’ansia sociale in età evolutiva?

Durante il trattamento sono elementi fondamentali il supporto e la collaborazione attiva dei genitori il cui grado di coinvolgimento varia in base all’età del soggetto in età evolutiva. Le tecniche maggiormente utilizzate per il disturbo d’ansia sociale sono quelle di tipo cognitivo-comportamentale.

Il trattamento si avvale di diverse metodologie che, una volta apprese e utilizzate con regolarità, favoriscono il superamento del disturbo d’ansia sociale ed evitano che si ripresenti in futuro. Tra le tecniche più comuni abbiamo:

  • L’individuazione e la modificazione dei pensieri disfunzionali. Con questa tecnica viene insegnato a bambini e ragazzi ad individuare i pensieri disfunzionali correlati agli eventi ansiogeni. Una volta individuati quali sono questi pensieri, gli si insegnerà a valutare le situazioni temute con maggiore oggettività, in modo da poterle affrontare con pensieri più funzionali e realistici;
  • L’esposizione. Questa tecnica consiste nell’affrontare le situazioni temute esponendosi ad esse in modo graduale. Questo metodo permetterà al bambino, o all’adolescente, di verificare che le situazioni da lui temute, non comportano un reale pericolo e imparerà che affrontare e gestire l’ansia è un’azione possibile;
  • Il rinforzo. Ogni comportamento del bambino che si avvicina all’obiettivo prefissato sarà premiato, sia che si verifichi a casa, che a scuola, che in terapia, al fine di renderne più probabile la ricomparsa;
  • Il modellamento. Attraverso questa tecnica l’adulto si pone come modello funzionale di comportamento nell’affrontare le situazioni temute;
  • Le tecniche di rilassamento e di mindfulness. Nel fronteggiare la problematica possono essere utilizzate diverse tecniche di rilassamento, come il rilassamento muscolare progressivo; la respirazione diaframmatica; il training autogeno e il rilassamento per immagini;
  • Il parent training. Il coinvolgimento dei genitori nella terapia con i bambini, come abbiamo detto, è di fondamentale importanza. Verrà loro insegnato come rispondere alle richieste e ai comportamenti dei bambini o dei ragazzi, in modo da non rinforzare le loro paure e, di conseguenza, il disturbo.

Adriana Mondello

sabato 16 maggio 2020

La sindrome della capanna: cos'è e come affrontarla


Ultimamente si è sentito parlare di sindrome della capanna, ma di cosa si tratta? Secondo gli esperti, è la paura di uscire dopo l’attuale lockdown. È una sensazione che accomuna paura, insicurezza, tristezza e ansia causato dal periodo attuale. E pare siano circa un milione gli italiani che soffrono di questo disturbo, cifra stimata dalla Società Italiana di Psichiatria (SIP). Inoltre sembra sia stato segnalato da un team di ricercatori spagnoli che a soffrirne siano un numero inimmaginabile in tutto il mondo.

Sono molti coloro che si sono sforzati a rimanere tra le mura domestiche, ma altri si sono invece abituati, hanno sperimentato una quotidianità diversa e sono riusciti a stabilire un certo equilibrio. Equilibrio che potrebbe essere “compromesso” nuovamente. La propria dimora, in cui abbiamo vissuto questo lungo periodo di clausura a causa di questa emergenza pandemica, ci fa sentire al sicuro, lontani da qualsiasi minaccia esterna; e questo implica la voglia di rimanerci.

Tale sindrome non è classificabile come un vero e proprio disturbo mentale, in quanto è una sindrome che tende a scomparire col tempo. Una prospettiva di circa un paio di settimane, il tempo necessario perché l’individuo si riabitui alla routine.

Quali sono i soggetti più a rischio?

Secondo il parere di alcuni psicologi, le persone che sono maggiormente a rischio di soffrire della sindrome della capanna sono quelle con poca capacità di adattamento ai cambiamenti e le persone ipocondriache che, probabilmente, già dai primi giorni di lockdown si sono sentite a loro agio e ora sono spaventate.

Inoltre tale sindrome può colpire anche tutte quelle persone che soffrono già di ansia, fobie o di gravi problemi psichiatrici. Ma non solo, molte persone che non hanno avuto problemi precedenti di ansia potrebbero trovarsi ad affrontare situazioni sconosciute, problemi economici e repentini cambi di stile di vita. Insomma, per molti abbandonare la propria dimora vorrà dire passare dal timore alla concreta certezza di una realtà difficile da affrontare.

Qual è il consiglio degli esperti per contrastare questo disturbo?

Per uscire da questa situazione, alcuni psicologi consigliano di prepararsi al cambiamento; quindi abituare il nostro cervello alle novità – come ad esempio cambiare un’abitudine che si era consolidata nel tempo – e imparare a cambiare il proprio punto di vista cercando di eliminare pensieri negativi e catastrofici, in modo da vivere in maniera più serena possibile questa nuova fase. Quindi è suggerito fare spazio a pensieri positivi che ci aiutino ad affrontare al meglio quello che succede, tutto pur di affrontare al meglio questo periodo così delicato.

Vi è inoltre da ricordare che restare chiusi in casa potrebbe contribuire ad ingigantire le nostre paure e portarci via via a disturbi peggiori, ad esempio l’agorafobia (una vera e propria fobia che nasce in seguito a circostanze personali particolari e che richiede un accompagnamento terapeutico specifico per questo disturbo). Sarebbe quindi buona cosa riabituarsi gradualmente al mondo esterno, seguendo le precauzioni dettate dal Governo; a piccoli passi si potrà giungere alla conclusione che il mondo non è sempre una minaccia.

Conclusioni

Com’è quindi possibile tornare alla normalità? Sarebbe di grande aiuto trasformare i problemi in opportunità. Per superarla servono piccoli cambiamenti quotidiani. La clausura, l’isolamento sociale forzato di queste ultime settimane, ci ha donato una sensazione di protezione e sicurezza a cui, per molti, è difficile rinunciare. Tutto dipenderà dalla capacità di ciascuno di far fronte in maniera positiva all’emergenza.

Sarebbe d’aiuto poter uscire gradualmente, quando è necessario e con le dovute precauzioni; inoltre non sarebbe sbagliato informarsi sulle notizie riguardanti il Covid-19 ma senza farla diventare un’ossessione e dedicarsi anche ad altro: hobby, interessi, attività fisica, giardinaggio, lettura, attività che ci fanno sentire bene.

È altresì importante non sottovalutare il problema, quindi qualora ci si sentisse fragili e debilitati psicologicamente è necessario accettare e superare le proprie paure e chiedere aiuto a chi ci sta vicino, ad una persona fidata o ad uno psicoterapeuta. Per chi non ne fosse a conoscenza, in questo periodo di lockdown molte persone si stanno appoggiando ad una terapia psicologica online, attualmente forma alternativa altrettanto valida e funzionale alla terapia tradizionale, che può essere attuata a distanza.


Dal Sito: ilvaloreitaliano.it

Coronavirus: il pensiero positivo come rinforzo quotidiano



Ognuno di noi ha dentro di sé tutte le capacità necessarie per superare qualsiasi situazione della propria vita, non tutti però ne sono consapevoli. Il pensiero positivo è un compagno che ci guida costantemente e ci fornisce un rinforzo quotidiano, facendoci pensare: “ce la posso fare”.

 

Ogni giorno, quando ti svegli pensa: oggi sono fortunato perché mi sono svegliato, sono vivo, ho una preziosa vita umana, non la sprecherò. Userò tutte le mie energie per migliorarmi, per aprire il mio cuore agli altri, avrò per gli altri parole gentili e non pensieri cattivi e non mi arrabbierò, ma cercherò di far più bene che posso. (Dalai Lama)

In questi giorni, in cui siamo costretti a rimanere in casa, molti di noi avranno pensato che ogni qualvolta ci troviamo a dover affrontare un ostacolo, il nostro modo di pensare può portarci alla imminente speranza che questo possa essere affrontato e superato. Questo accade in ogni ambito di vita: familiare, relazionale, lavorativo ed amicale. E’ questo nostro pensare positivo che ci aiuta ad imparare ed a gestire le nostre paure e/o emozioni. Ognuno di noi ha dentro di sé tutte le capacità necessarie per superare qualsiasi situazione della propria vita, non tutti però ne sono consapevoli. Alcune persone hanno convinzioni orientate sul “tanto è inutile”, “tanto non ce la farò comunque”, “tanto le cose andranno male”. Cerchiamo di capire nel dettaglio che cosa si intende. Pensare positivamente non vuol dire credere ciecamente che le cose vadano bene, non vuol dire chiudere gli occhi di fronte alle sfide o alle difficoltà, non vuol dire vivere la propria vita come se le situazioni negative e spiacevoli non esistessero. Il pensiero positivo è un compagno che ci guida costantemente nella nostra vita e ci fornisce il rinforzo quotidiano, facendoci pensare: “ce la posso fare” (Delle Fave, 2010). Ciò non vuol dire che una persona possa riuscirci ad ogni costo. E’ un pensiero che ci orienta rispetto i nostri obiettivi, favorendone il raggiungimento e permettendo il superamento delle difficoltà. Ed anche quando ci troviamo di fronte ad un insuccesso, grazie al pensiero positivo potremmo dirci: “cosa ho imparato da questa situazione?”, “cosa posso fare di diverso la prossima volta per avere successo?”.

Il nostro modo di pensare influisce sui nostri comportamenti

Il nostro modo di pensare va ad influire sui nostri comportamenti più di quanto si possa immaginare. Molti indicano quanto la gestione dei pensieri possa essere la chiave attraverso cui controllare le proprie emozioni e raggiungere gli obiettivi che ci si prefigge nella vita (Beck, 2008). Si soffre di più pensando che qualcosa possa avere effetti negativi e questa sofferenza diventa, così, la spinta per cercare il coraggio sufficiente ad affrontare la situazione spaventosa. Ad esempio, una persona con la paura degli aghi soffrirà molto più per l’ansia legata alla sua fobia che per il piccolo pizzicore che crea la puntura. La potenza del pensiero predittivo risiede nella profezia autoavverante: a furia di pensare negativamente, questi pensieri diventano reali comportamenti. In pratica, secondo la definizione del sociologo statunitense Robert K. Merton (1948), una supposizione o profezia che, per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità. Non ha nulla a che vedere con il pensiero magico, che, invece, consiste nello stabilire una relazione irrazionale tra i nostri pensieri e gli eventi della nostra vita. I nostri pensieri influenzano correttamente la nostra condotta (Beck, 2008). Ad esempio, se iniziassi un nuovo progetto e pensassi, fin da subito, che non andrà a buon fine, la mia motivazione, energia e chiarezza mentale per cercare soluzioni, idee e risorse, non sarebbero molto efficaci. Oppure, se credessi che il mio partner sia infedele, la mia fiducia, la mia gelosia e il mio elevato livello di dipendenza emozionale sicuramente deturperebbero la relazione. Questo è ciò che si verifica quando una profezia si autoavvera e ricade più o meno consciamente sul comportamento di tutti attraverso l’Effetto Pigmalione riferendosi al potere che hanno le aspettative di un individuo sugli altri (genitori, figli, insegnanti, alunni, dipendenti, ecc…). In particolare, si tratta di una forma di suggestione psicologica: le persone tendono a conformarsi all’immagine che altri individui hanno di loro, sia essa un’immagine positiva sia negativa. Per fare un esempio pratico, basta citare l’esperimento condotto dallo stesso Robert Rosenthal (1968) e dalla sua equipe, i quali sottoposero alcuni bambini di una scuola elementare ad un test d’intelligenza. Dopo il test, in modo casuale, vennero selezionati alcuni bambini ai cui insegnanti fu fatto credere che avessero un’intelligenzasopra la media. La suggestione fu tale che, quando l’anno successivo Rosenthal si recò presso la medesima scuola elementare, dovette constatare che, in effetti, il rendimento dei bambini selezionati era molto migliorato e questo solo perché gli insegnanti li avevano influenzati positivamente con il loro atteggiamento, inconsapevoli del fatto che fosse tutto legato alla suggestione. Dati tali argomentazioni risulta essere importante nei contesti educativi, familiari ed anche lavorativi dire ai figli, alunni o dipendenti che si crede nelle loro potenzialità e nella realizzazione dei loro obiettivi se si vuole orientare questi attori sociali verso il successo.

Il contributo della psicoterapia cognitiva sull’autoefficacia emotiva e interpersonale

La psicoterapia cognitiva e cognitiva-comportamentale è un trattamento indicato per affrontare i disagi psicopatologici, come l’ansia, gli attacchi di panico e le fobie. Questa tipologia d’intervento si basa sul presupposto che esiste una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti. Infatti, i problemi emotivi sono influenzati dalle azioni e dalle esperienze del vissuto. Il piano di trattamento è avviato da uno psicoterapeuta e si pone l’obiettivo di fornire al paziente gli strumenti per sapere gestire l’ansia e per modificare le convinzioni negative. In questo caso, verrà chiesto al paziente di praticare l’esercizio della visualizzazione (Beck, 1971): immaginare noi stessi mentre ci approcciamo all’idea di mettere in atto una nuova sfida, come un esame, un discorso pubblico, una partita di calcio, un appuntamento, un nuovo lavoro e pensare che questa possa ottenere un successo. Per applicare questa tecnica, è necessario seguire uno psicoterapeuta che ci possa allenare a questo tipo di pensieri e alla successiva fase della visualizzazione. E’ utile seguire alcuni consigli pratici: immaginare in maniera vivida ciò che vorremmo si realizzasse, prestare attenzione ai dettagli, ricreare le sensazioni che proveremmo nel caso di un eventuale successo, come le conseguenze positive, le lodi degli altri, la soddisfazione personale. L’importante è “non dimenticarsi di immaginare se stessi sempre in un’ottica di successo”. Non pensare a ciò che potrebbe succedere, ma pensare a ciò che desideriamo che succeda.

Silenziare i pensieri disfunzionali per poter sperimentare un senso di benessere: come si fa?

Nel nostro vivere quotidiano, capita spesso di essere assaliti da migliaia di pensieri “automatici” di cui non siamo consapevoli, ma ce ne rendiamo conto nel momento in cui sperimentiamo gli effetti emotivi in termini di preoccupazione, tristezza, ansia, paura e così via (Beck, 2013). Emozioni che turbano il nostro agire e che ci impediscono di godere a pieno del momento presente. Facciamo un esempio nell’attualità: una famiglia non esce a fare la spesa, a causa della probabile diffusione del “virus cattivo” e della possibilità che vengano contagiati tutti in maniera immediata. I pensieri che iniziano a rincorrersi ad effetto domino saranno “Non ho latte necessario per la colazione”, “Se provassi ad uscire per andare al supermercato, di sicuro ci sarà molta gente come me che non ha sufficiente latte per la colazione”, “Probabilmente mi potrà contagiare”, “E se non sapesse di essere positivo e mi contagia?”. Lo stato emotivo che, inevitabilmente, questa famiglia proverà sarà legato a ansia, tristezza e rabbia che sfoceranno in una conversazione dai toni particolarmente aggressivi e/o ansiosi nel momento in cui metteranno piede dentro un supermercato. Cosa è accaduto? Semplice: dubbi, insicurezze e paure remote hanno generato ed alimentato un dialogo interno negativo, da cui sono scaturiti emozioni e comportamenti disfunzionali, replicando un copione fallimentare che abbiamo già attuato in esperienze precedenti. Quello che accade quando pensiamo negativamente circa la probabilità che un evento si possa verificare è una “fusione pensiero – azione”, ossia si esercita un’equivalenza data per certa tra i contenuti dei nostri pensieri e la realtà che sicuramente ci si proporrà (Caprara, 2007). Qualora si sperimentasse questo errore cognitivo, che cosa si potrebbe fare in termini pratici? I nostri pensieri sono così immediati, il più delle volte quello che avvertiamo sono emozioni negative a cui non riusciamo a dare una spiegazione. E’ proprio in questo caso che dobbiamo fermarci per ascoltare il nostro dialogo interno. Cosa ci stiamo dicendo? “E se i bambini non hanno il latte, come sarà possibile per loro fare colazione?”, “Magari possiamo andare una volta ciascuno e parlare al telefono mentre siamo al supermercato per fare in modo che nessuno si avvicini”, “Possiamo metterci i guanti e la mascherina ed essere protetti dal possibile contagio”. Questi pensieri automatici compaiono all’improvviso e l’unico modo che abbiamo per riconoscerli è sentire ciò che proviamo. E’ importante anche imparare a mettere in discussione ciò che pensiamo, come ad esempio attraverso la tecnica della ristrutturazione cognitiva, ovvero riuscire a modificare il modo in cui si interpretano e si valutano le situazioni che si vivono. Quindi, si deve incoraggiare il paziente a modificare i pensieri automatici e le distorsioni cognitive per sostituirli con altri più realistici e adattivi (Beck, Clark, 2010). Proviamo a creare punti di vista più vicini alla realtà. Alcune domande che potrebbero aiutarci in tal senso sono: “Che prove ho che qualcuno si sia contagiato stando ad una distanza di un metro l’uno dall’altro?”, “Ho la certezza che quello affianco a me sia contagiato?”, “Continuare a credere in un probabile contagio, quali effetti ha?”, “Cosa consiglierei ad un nostro amico che ha le stesse nostre ansie e/o paure di poter essere contagiato?”. Queste domande permettono di formulare una risposta adattiva, al fine di ottenere emozioni positive e comportamenti più funzionali rispetto al passato. Fondamentale è la costanza. La sostituzione di pensieri disadattivi richiede impegno continuo, poiché si cerca, consapevolmente, di destrutturare una modalità di pensiero consolidata nel tempo, per costruirne una più funzionale e resistente agli “attacchi” da parte degli schemi del passato. Nel tempo, il dialogo interno diventerà funzionale e, così, la ristrutturazione sarà essa stessa automatica. La ristrutturazione cognitiva permette di differenziare “ciò che si pensa” da “ciò che è reale”, creando una visione più flessibile, pronta a fronteggiare imprevisti e divenendo fonte inesauribile di resilienza. Una volta che si inizia a essere consapevolmente al legame tra le emozioni spiacevoli e i pensieri disadattivi, il passo successivo è semplice. Il paziente può iniziare a sperare che, modificando le sue idee, possa cambiare anche il suo stato d’animo.

Conclusioni

Queste giornate passano lentamente, dunque, pensare positivo ci permette di vivere meglio e di godere di un adeguato equilibrio interiore. All’improvviso, sentiamo l’esigenza di viaggiare, di scoprire e di accogliere ciò che ci circonda. Ci troviamo a domandarci: quanto apprezziamo ciò che viviamo realmente? Questa quarantena ci ha portato proprio ad una sosta: una pausa forzata dalla nostra vita. Osserviamo ciò che accade all’esterno in modo ovattato, non concependo realmente cosa stia succedendo, un evento simile è difficile da metabolizzare. Questo richiede un profondo lavoro personale. Dobbiamo riconciliarci con il nostro dialogo interno e saperlo ascoltare attentamente, al fine di sentirci degni di qualcosa di meglio. Solo allora il nostro stato emotivo riuscirà a mutare, diventando, così, più forte, più solido e più duraturo nel tempo.

  
Dal sito: stateofmind.it 

I disturbi della derealizzazione e della depersonalizzazione



La mente umana rappresenta ancora oggi uno dei grandi misteri ancora da scoprire. Il cervello è uno degli organi più affascinanti e complessi: grazie a lui riusciamo a scrivere, leggere, parlare, ballare, correre e fare ogni altra azione che ci viene in mente. La cosa eccezionale è che riusciamo a fare tutto ciò utilizzando solo una piccolissima parte del suo potenziale.

Spesso capita pero, che il cervello sia leggermente “difettoso “. in questo caso molto importante è la figura dello psicologo. Disturbi mentali come la dissociazione, la depersonalizzazione e la derealizzazione possono essere affrontati solo grazie a dei professionisti che riusciranno a riportarci alla normalità.

Cos’è la dissociazione

La dissociazione è un termine che viene usato nella descrizione della disconnessione di determinati processi psichici rispetto a ogni altro sistema psicologico presente negli individui. A causa della dissociazione, si viene a creare una mancata connessione nella memoria, nel senso d’identità e nel pensiero di una persona.

Si tratta quindi di un processo in cui la mente non riesce  più a integrare determinate funzioni superiori. In psicologia indica la categoria di disturbi dissociati provocati da esperienze traumatiche che hanno interferito con l’integrazione di alcune funzioni psichiche. I processi dissociativi causano sintomi dissociativi che a loro volta possono provocare la presenza di un particolare quadro clinico noto come Disturbo Dissociativo.

Il disturbo della depersonalizzazione e della derealizzazione

Il termine depersonalizzazione descrive delle esperienze di distacco, di irrealtà o di avere la sensazione di essere un osservatore che si trova all’esterno del proprio copro, delle proprie sensazioni, dei propri sentimenti o dei propri pensieri.

La derealizzazione non è altro che un’esperienza di distacco o di irrealtà nei confronti di un ambiente.

I sintomi quindi sono caratterizzati dalla presenza di numerosi episodi di interruzione e disgregazione di sé stessi e del mondo che lo circonda. Tutto questo spesso causa preoccupazione e paura nelle persone che, con il passare del tempo, non riescono più ad avere il controllo della propria vita e iniziano a presentare livelli molto alti di ansia, problemi nell’ambito sociale, depressione che potrebbe sfociare in un abuso di sostanze nocive.

Sintomi della depersonalizzazione e della derealizzazione

I sintomi possono essere causati da forte stress, depressione, ansia oppure uso di sostanze di stupefacenti. Si tratta di sintomi che possono comparire sia in modo graduale che all’improvviso.

Sintomi della depersonalizzazione

Sensazione di distacco dal proprio corpo;

Non avere il controllo delle proprie azioni;

Avere l0impressione di essere uno zombie;

Avere emozioni e sensazioni fisiche intorpidite;

Avere la sensazione di non sentirsi più sé stessi.

Sintomi della derealizzazione

Distacco dall’ambiente esterno;

Sensazione di essere in un mondo irreali;

Sensazione di osservare il mondo da una bolla;

Sensazione che il tempo passi troppo in fretta;

Sensazione che luci e suoni siano più forti;

Sensazione che gli oggetti siano distorti, inusuali e sfocati.

Altri disturbi dissociativi

I disturbi dissociativi sono caratterizzati quindi da una discontinuità a rispetto della normale funzione della coscienza, dell’identità, della memoria,  di ciò che rappresenta il proprio corpo, della percezione e del proprio comportamento. Questi sintomi potrebbero far funzionare in malo modo diverse aree psicologiche.

Cosa comprendono i disturbi dissociativi

I disturbi dissociativi comprendono:

amnesia;

disturbo dissociativo d’identità;

disturbo da depersonalizzazione;

disturbo da derealizzazione.

Questo può presentarsi a seguito di un trauma molto importante e alcuni sintomi come quello della confusione o dell’imbarazzo, sono influenzato dall’esperienza del trauma stesso.

Dal Sito: tgyou24.it 

Coronavirus, le fobie più diffuse e i consigli degli psicologi


Coronavirus, le fobie più diffuse e i consigli degli psicologi

Dalla paura del contatto fisico a quella degli spazi chiusi, fino alla paura di rimanere single, gli esperti di Guidapsicologi.it spiegano quali sono le principali fobie della quarantena e come superarle

La fase 2 è realtà. Le città poco a poco riprendono i loro ritmi e si preparano ad accogliere i propri abitanti con nuove regole e norme sociali. Ma se bar, ristoranti e locali commerciali dovranno occuparsi della messa a norma degli spazi per poter tornare ad aprire le porte ai propri clienti, non è lo stesso per gli individui, a cui non è detto che bastino una mascherina e un paio di guanti usa e getta per sentirsi sicuri, e riprendere a vivere la propria normalità da dove era stata interrotta.

Dalla paura del contatto fisico a quella degli spazi chiusi, gli esperti di Guidapsicologi.it ci spiegano quali sono le principali fobie che possono emergere da questi giorni di quarantena e come fare per superarle. Bisogna pensare infatti che oltre alla paura più esplicita, quella del contagio in sé, questa pandemia ha creato uno stato di incertezza a livello mondiale sul futuro economico e sociale, con ripercussioni sull’equilibrio psichico dell’individuo.

Agorafobia

Questo tipo di fobia, dal greco “paura della piazza”, si riferisce allo stato di ansia che colpisce in spazi dai limiti non definiti, aperti. A seguito di un lungo periodo di clausura, il ritorno alla vita pubblica potrebbe generare terrore nel doversi approcciare a situazioni aperte sulle cui non si ha controllo.

Claustrofobia

La claustrofobia è la paura degli spazi chiusi. La paura è legata alla possibilità di asfissia, dall’essere limitato nei propri movimenti, non avere sotto controllo la possibilità di uscire da un determinato luogo nel momento in cui lo si desidera. Reduci da una quarantena, una delle possibili conseguenze sulla psiche è proprio quella di sviluppare una fobia che teme lo spazio chiuso come luogo di contagio.

Demofobia

È la fobia verso la folla. Dopo aver passato molto tempo isolati, e sempre con la paura del contagio dietro l’angolo, un’altra conseguenza sulla psiche può essere quella di sviluppare una forma di paura verso situazioni in cui si trovi una grande moltitudine di persone.

Ipocondria

Negli ultimi mesi malattia, terapia intensiva e morti sono al centro della comunicazione, tanto nei media come al bar. Questo monotematismo può inconsciamente favorire il sorgere della fobia legata all’eccessiva paura di ammalarsi, con conseguenti comportamenti irrazionali.

Tanatofobia

La paura della morte. Si riferisce sia alla paura di morire sia alla paura di perdere le persone care. Il numero di decessi registrati giornalmente a livello mondiale, i corpi ammassati degli Stati Uniti, i carri armati di Bergamo, le fosse comuni in Amazzonia, sono immagini che sconvolgono profondamente.

I consigli degli psicologi

Ecco alcuni consigli per affrontare nel miglior modo possibile il sorgere improvviso di queste fobie:

1. Non pensare di ottenere tutto subito: è importante darsi dei tempi per riprendere una vita normale che non generino ulteriore ansia

2. Fare piccoli passi, uno per volta e con molta pazienza verso se stessi. Si sta attraversando un momento complesso ed è giusto essere indulgenti con se stessi e non giudicarsi per ciò che si sta provando

3. Non pensare che solo perché uno stato d’ansia o un attacco di panico si è presentato una volta si ripresenterà infinite volte. Tutto questo ha una fine e può essere gestito

4. Parlarne e non sentirsi strani. Anche le persone più insospettabili soffrono di questi tipi di disturbi, a vari livelli. Spesso ci si sente soli e strani, ci si spaventa di se stessi e ci si chiude nel dolore, quando in realtà parlandone ci si renderebbe conto che ciò che si sta vivendo è
condiviso da molta più gente di quanto si possa immaginare

5. Praticare yoga e meditazione. Le attività che lavorano sulla respirazione e sulla concentrazione, apportano benefici psicofisici

 6. Ridere. Non prendersi troppo sul serio e trovare il modo di passare momenti divertenti è importantissimo, quindi sì a tutte le persone che trasmettono positività e allegria

7. Rivolgersi a uno specialista, anche online. In alcuni casi le fobie possono essere gestite e sono transitorie, in altri no. È bene riconoscere il proprio stato e non aver paura di rivolgersi a uno psicologo. Iniziare una terapia mirata efficace può portare a una risoluzione rapida di un problema che altrimenti potrebbe ingigantirsi in modo incontrollato.


Dal Sito: milanotoday.it 

mercoledì 13 maggio 2020

La fobia sociale, un disturbo diffuso


La paura di essere a contatto con gli altri compromette fortemente la qualità della vita

Che l’uomo è un animale sociale è un punto fermo degli studi di psicologia e sociologia. Questo fatto per le persone colpite da un disturbo d’ansia sociale diviene una vera e propria problematica. La fobia sociale è la paura di agire in pubblico così da essere giudicati negativamente, fare qualcosa di ridicolo o che ci porti a non essere accettati dagli altri. Nella vita umana ogni momento è “sociale”, dal lavoro agli acquisti al supermercato, per questo il senso di sofferenza che provano le persone affette da questo disturbo si traduce spesso in un loro ritiro dai contesti sociali, un evitamento di tutte quelle situazioni in cui possono venire a contatto con gli altri. La fobia sociale è un disturbo abbastanza diffuso tra la popolazione, pare che ne soffra tra il 3 e il 13% con maggior incidenza nelle donne. Il risultato di questo disagio è una condizione di sofferenza perenne in ogni situazione in cui si è a contatto con le altre persone. L’ansia provata, per giunta, spesso compromette la performance nelle attività del soggetto, cosa che lo porta ad aumentare la disistima verso se stesso e ad alimentare la fobia sociale in una sorta di circolo vizioso. Questo disturbo, se non trattato, tende a divenire cronico ed a determinare una condizione di sofferenza persistente che può sfociare nella depressione. I sintomi più ricorrenti legati alla patologia sono: palpitazioni, nausea, tensione muscolare, mal di testa, tremori, per arrivare, nei casi più gravi, a sperimentare veri e propri attacchi di panico. La psicoterapia è la via risolutiva della problematica; nei casi di maggior complessità il medico tenderà a proporre anche una parallela terapia farmacologica.


Dal Sito: fulldassi.it

Paola Perego e le crisi di panico: «Il primo attacco l’ho avuto a 16 anni»



I medicinali pronti nella borsetta, attenta a non farsi vedere, né dagli amici, né dai colleghi di lavoro. La conduttrice tv racconta la fatica di convivere con le esplosioni di panico. E il momento in cui ha cominciato ad avere «meno paura della paura»
《Non sono mai stata più forte del Mostro, nessuno è più forte degli attacchi di panico. Però ho provato a conviverci, a volte vincendo, a volte perdendo». Paola Perego lo chiama il Mostro, un nemico invisibile che ti azzanna la gola, ti toglie l’aria, ti lascia senza fiato come un pesce che boccheggia con l’occhio vitreo fuori dall’acqua. Chi non ne ha mai avuto uno fatica a capire; chi lo ha provato se ne vergogna. La conduttrice ha deciso di raccontare in un libro come gli attacchi di panico le hanno cambiato la vita (Dietro le quinte delle mie paure, Piemme Edizioni). Un racconto intimo e personale. Dove ripercorre le tappe della sua vita, gli inizi da modella e l’ascesa come conduttrice, gli alti e bassi, le sue relazioni, il matrimonio prima con Andrea Carnevale («un ragazzo buono che nella vita aveva già avuto abbastanza problemi per sforzarsi di capirne altri») e poi con Lucio Presta («ero un cumulo di pezzi da rimettere insieme, Lucio vedeva tutta questa verità e continuava a volermi, non mi giudicava, semplicemente mi abbracciava più forte»).

Quando arrivò il primo attacco di panico? 
«Avevo 16 anni, ero in macchina con il mio ragazzo: l’aria smise di entrarmi nei polmoni, iniziai a sudare, non capivo dove mi stesse portando, sapevo solo che mi stava soffocando. Ma non potevo parlare. “Non voglio morire!” stavo gridando con gli occhi, ma dalla bocca nemmeno un suono. Non sentivo più le gambe, probabilmente si erano addormentate per lo shock e nella bocca la lingua sembrava un enorme pallone: stavo soffocando. Avevo paura di morire, anzi no: ero assolutamente certa di essere sul punto di morire».

Un blackout del cervello, ma all’epoca, negli anni 80, non c’erano la sensibilità e l’attenzione di adesso per i problemi di natura psicologica... 
«Questa ragazza non ha niente: i medici ti dicevano così. Nel migliore dei casi eri debole, nel peggiore eri pazza. L’attacco di panico non era conosciuto come oggi, non era così immediato diagnosticarlo, non se ne parlava, non si affrontava come un male reale. Ricordo la sensazione di solitudine assoluta: nessuno poteva entrare in quella bolla di dolore, nessuno poteva sentire quello che sentivo io»

Da allora ha iniziato a convivere con la paura e le benzodiazepine...
«Tavor, Lexotan, Xanax, li ho girati tutti, sempre sotto prescrizione medica. Avevo sempre i medicinali in borsa ma ero attentissima che nessuno mi vedesse prenderli, né gli amici né sul lavoro. Questa paura costante di morire mi avrebbe accompagnato per sempre: la mia vita era cambiata».

Quanto l’ha penalizzata sul lavoro e nella vita? 
«Non sapevo cosa fossero la sicurezza, la spavalderia e la consapevolezza di sé che vedevo in tante altre ragazze nel nostro ambiente, perché era come se vivessi perennemente nell’incubo che il Mostro potesse portarmi via. Era una minaccia che non mi abbandonava mai e che stava cambiando il mio carattere, trasformandomi in una persona che aveva perso del tutto la spontaneità e il sorriso».

Viveva con il freno a mano perennemente tirato?
«L’austera Paola Perego. L’algida conduttrice. La Perego fredda e controllata. I giornali parlavano di me, bollandomi con aggettivi degni di un ufficiale della Gestapo. Certamente mi faceva male. Sapevo di non essere quella persona, sapevo di avere dentro di me un universo di sentimenti, un fiume di emozioni arginato da troppi anni di malattia, ma quello che riusciva a emergere dallo schermo evidentemente era una donna all’apparenza fredda e un po’ troppo sulle sue».


Nel corso della vita ha rivelato a pochissime persone di essere affetta da attacchi di panico. Era la paura di non essere capita? 
«Non è un argomento di cui sia facile parlare, proprio perché mette allo scoperto la nostra parte più intima, più vulnerabile e anche, in qualche modo, più misteriosa. È come trovarsi imprigionati in cima a una torre, al buio, sapendo che fuori ci sono delle persone che potrebbero aiutarti, ma tu non hai voce per gridare, non hai parole e non hai nemmeno una corda da tirare giù perché possano arrampicarsi per venirti a prendere. E la cosa più terribile è che questa sensazione non ti dà tregua e ti toglie tutto, perché in quella torre sei atrocemente sola».


Se lo è chiesto: perché a lei?
«Dopo tanti percorsi di analisi ho capito che c’è una predisposizione a reagire in un determinato modo davanti agli eventi della vita. Senz’altro ora so che la mia mania del controllo ha influito sugli attacchi di panico; la convinzione di poter risolvere i problemi di tutti, di dover trovare una soluzione a ogni cosa, questa smania di mettere tutto al proprio posto, anziché darmi coraggio ha contribuito a gettarmi in un limbo di ansia e paura».


Aveva una vita limitata, non riusciva a fare le cose più semplici, come guidare, uscire da sola, farsi la doccia quando in casa non c’era nessuno. Dopo 30 anni, da poco, è guarita. Quando è successo? 
«Non so identificare il momento preciso in cui ho rivisto la luce dopo quasi trent’anni di buio. Ricordo solo di aver ricominciato a sentire l’aria fresca sul viso, di aver ripreso a vedere i colori delle foglie, del cielo di Roma. Piano piano ho cominciato ad aver meno paura della paura».


Nel libro ammette tutte le sue fragilità. Cosa l’ha spinta a raccontarsi?
«Da una parte spero che questo libro possa aiutare chi soffre di questa malattia infida, perché già parlarne aiuta. Dall’altra ho sempre vissuto nell’immagine che gli altri avevano di me, ero quello che gli altri volevano che fossi. Ma arriva un punto nella vita in cui devi essere te stessa. Se sai chi sei, ti accetti. Senza paura. E non ti importa niente di quello che dicono gli altri».



Dal Sito: corriere.it

Per essere finalmente felici, dovremo evitare tutti gli elementi di tossicità che ci trascinano giù




Per essere finalmente felici, dovremo evitare tutti gli elementi di tossicità che ci trascinano giù… mi riferisco alle persone sempre pronte a spettegolare, a scoraggiarti, a suggerirti gli scenari più catastrofici, agli approfittatori, ai pigri, ai manipolatori ecc.

A volte ci serve cambiare aria, persone, giro di amici per potere ricominciare da zero la propria vita. Le cosiddette persone “tossiche” non hanno la capacità di apprezzare gli aspetti positivi e sono sempre intenti a rendere tutto più complicato. Per questo motivo è fondamentale allontanarle dalla nostra vita, dato che hanno la capacità di diventare un ostacolo quando dobbiamo risolvere situazioni difficili.

Allontanare le persone sgradite è come abbandonare a poco a poco una zavorra che vi portavate dietro solo per la paura di rimanere da soli. Probabilmente in questo momento della nostra vita frequentiamo almeno una persona tossica e magari non ne siamo nemmeno consapevoli. Se non siamo del tutto felici, chi dovremmo allontanare dalla nostra vita? In che modo possiamo allontanarle?

7 tipologie di “persone tossiche”

Abbiamo una nostra personalità e una nostra identità che deve essere preservata dalla negatività. Dobbiamo attirare le persone verso di noi, non allontanarle e per fare questo dobbiamo evitare accuratamente di venire contaminati dalle persone negative, lamentose, dedite al pettegolezzo e che giudicano tutti quelli che hanno successi professionali a cui loro non riescono ad ambire. Vediamo nel dettaglio le tipologie di persone da allontanare dalla nostra vita

1) L’approfittatore

Questa tipologia fa sicuramente parte delle persone da allontanare. Gli approfittatori sono coloro che attraverso la propria commiserazione cercano di ottenere il nostro aiuto. Esistono diversi tipi di approfittatori, ma poniamo l’enfasi su due in particolare: i ‘manipolatori’ e ‘quelli che vogliono suscitare la nostra pena’. I primi sono quelli che si approfittano del loro status sociale, delle loro abilità o di qualsiasi altro tipo di qualità, al fine di farci sentire inferiori o dipendenti. Adottano un atteggiamento dominante e subdolo, per farci fare tutto ciò che loro vogliono, anche se noi non lo vogliamo.

Poi vi è la categoria dell’eterno sfortunato, un tipologia di persone che fa leva sulla nostra disponibilità e la nostra accondiscendenza; assume un atteggiamento subdolo che ci porta ad aiutarlo e a risolvere i suoi problemi dato che ci sentiamo obbligati ad offrirgli un aiuto. Nonostante non ci sia nulla di male ad aiutare un amico in un momento difficile, è importante fare attenzione a quando ciò diventa una pratica troppo frequente.

2) Chi non si assume le proprie responsabilità

Chi è incapace di riconoscere i propri errori, dando sempre la colpa agli altri, influisce negativamente sulle nostre vite. Non solo può trasmetterci questo tipo di atteggiamento, ma può anche trasformarci in sue vittime in qualsiasi momento. Queste persone sono troppo immature e non hanno le qualità necessarie ad affrontare le difficoltà. Se non le allontaniamo il prima possibile, ci sono grandi probabilità che finiremo per farci carico dei loro problemi.

3) Qualcuno/a a cui non stiamo simpatici

A causa del nostro modo di vivere, della nostra personalità o di qualsiasi altra qualità, possiamo non essere simpatici o non essere apprezzati da qualcuno. Purtroppo, ciò può costituire un problema. Spesso infatti commettiamo l’errore di sprecare molte energie per piacere a qualcuno che non ci apprezza, perdendo di vista le nostre reali priorità.

Per quanto possiamo sforzarci, infatti, dobbiamo accettare che ci sono persone che, semplicemente, non sentono alcuna affinità con noi e che sono infastidite dalla nostra presenza. Per questo motivo, invece di cercare a tutti i costi di piacere a tutti, dovremmo concentrarci su coloro che ci vogliono nella loro vita incondizionatamente.

4) Chi ha paura di uscire della sua ‘zona di confort’

Per avere una vita piena di avventure ed emozioni nuove, forse faremmo meglio ad allontanare le persone che non sono disposte ad uscire mai dalla loro zona di confort. Queste persone hanno paura di tutto; di conseguenza spingono anche noi ad aver paura di vivere esperienze diverse.

5) Chi sottolinea continuamente i nostri difetti

Tutti hanno dei difetti e a volte è anche giusto che gli altri ce li facciano notare per poterli superare e migliorarci come persone. Tuttavia, è molto importante saper distinguere tra coloro che esprimono il loro parere su di noi in modo onesto e costruttivo, e coloro che, invece, vedono nei nostri difetti una debolezza e ne approfittano per attaccarci. Chi è sempre pronto a sottolineare e a criticare i nostri errori, senza tuttavia mettere in evidenza i nostri pregi e i nostri successi, è una persona tossica che ha solo l’obiettivo di distruggere la nostra autostima.

6) Chi ci riempie di dubbi

In alcune occasioni è importante avere qualcuno che ci aiuti ad evidenziare i rischi che comportano determinate situazioni o scelte. Vi sono persone, però, che sembra facciano solo questo nella vita: seminare dubbi e cercare di ostacolare i desideri e gli entusiasmi altrui.

Si tratta delle tipiche persone che affrontano la loro vita nella costante paura di fallire; persone non disposte a mettersi in gioco ma che soprattutto vogliono che anche gli altri siano così. Per questo motivo, cercano di sabotare qualsiasi progetto diverso dal loro, seminando insicurezze e negatività.

7) Il pigro

Anche chi ha una mentalità molto forte, può a volte lasciarsi trascinare da coloro che non vedono la necessità di fare nulla. Relazionarsi con persone di questo tipo, farà diminuire la nostra stessa produttività. La pigrizia è un difetto molto contagioso. Circondarsi di persone pigre, prima o poi, ci porterà a diventarlo anche noi.

Come allontanare le persone che ostacolano la nostra felicità

Allontanare le persone sgradite non è mai semplice, visto che poi si ha a che fare con tutta una serie di giudizi sicuramente negativi. Ci sono almeno due modi per farlo: il primo è lento e relativamente indolore; il secondo duro e immediato. Il primo metodo consiste semplicemente in un allontanamento graduale: chiama sempre meno questa persona, fai in modo di essere sempre impegnata/o quando la persona indesiderata ti invita. Quando ti chiama, non parlare troppo di te, in questo modo diminuirai l’intimità. Se uscite, cerca di coinvolgere altre persone e dai più attenzione a loro.

Ti sembra un approccio un po’ subdolo? Allora ti consiglio il secondo metodo che prevede una disarmante sincerità. Parla con la persona che vuoi allontanare dalla tua vita e falle un bel discorsetto; spiegale le ragioni della tua decisione, cercando di non dargliene la colpa e sottolineando che sono cose che capitano. Per mettere in atto questa seconda opzione, serve una buona dose di coraggio e di fermezza, ma è sicuramente di immediato successo.

Psicoadvisor / Fisica Quantistica