sabato 11 aprile 2020

Coronavirus: i rischi sulla salute mentale



Il coronavirus si è presentato con una forza tale da modificare la vita delle persone di tutto il mondo. Che impatto avrà la pandemia sulla salute mentale?
di Silvana Zito

La rapida diffusione del coronavirus è un evento di grande portata per l’intera umanità, capace di innescare reazioni e ripercussioni psicopatologiche che potrebbero rimanere anche quando il virus verrà completamente debellato.

Analisi delle dinamiche con cui si innesca la percezione del rischio sociale

È noto come coronavirus, ma poco si sa sul suo conto, certo è che nasce alla fine del 2019 e si presenta nei primi mesi del 2020 con una forza tale da modificare la vita delle persone di tutto il mondo.

Tutto si ferma: scuole, uffici, negozi chiusi. I bollettini medici vengono verosimilmente comparati ai tempi di guerra. Di uso comune diventano i termini dei dispositivi sanitari protettivi accompagnati da una serie di norme igeniche per prevenire l’infezione virale. Fa eco il messaggio sulle relazioni sociali percepite come non più sicure. L’«altro» si rivela un pericolo per la propria sopravvivenza, per salvarsi è bene sfuggire ai rapporti interpersonali generalmente caratterizzati da sentimenti, passioni condivise, impegni sociali e professionali.

Alla luce di questo scenario sociale che coglie impreparati esperti, genitori, nonni, si diffonde la paura a sostegno della falsa credenza che «questo virus ucciderà ciascuno e tutte le persone care». Le notizie diffuse dai media e social media si presentano allarmanti, a volte discordanti dai pareri tecnici e sollecitano esperienze stressanti tali da incentivare comportamenti inappropriati o addirittura dannosi per la salute fisica e psicologica, come riportato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel Situation Report numero 13 sul Novel Coronavirus 2019-nCoV.

Scenari  presenti alla base di sviluppi psicopatologici

La ricerca di certezze sul futuro si rivela complessa e la paura continua a segnare le diverse fasi del tempo del Coronavirus nonché alimentare la percezione di vulnerabilità sul fronte sanitario, sociale, personale.

La paura è un’emozione che a livello umanamente ragionevole aiuta a difendersi e proteggersi. Quando questa si attiva, comporta una risposta dell’intero organismo, poiché coinvolge la componente affettiva e l’attivazione dei sistemi organici dando luogo a uno specifico al comportamento.

Facendo ricorso alle teorie classiche sul comportamento, da una prospettiva basata sul condizionamento classico, in questo periodo pandemico, i luoghi pubblici, generalmente neutri, vengono associati al rischio di contaminazione del Covid-19 con l’esito una risposta emotiva condizionata. Nell’ottica del concetto del condizionamento operante, l’evitamento protettivo dei luoghi sociali ha come effetto una conseguenza positiva e la persona tende perciò a ripetere il comportamento. Sorge la preoccupazione per il futuro e l’inevitabile esigenza di stare lontani dai luoghi pubblici a causa del rischio di contaminazione. Ciò potrebbe diventare via via un apprendimento strumentale, un’abitudine che non necessita neanche più di uno stimolo per essere operata una volta generalizzata (LeDoux, 2014).

L’esposizione dell’umanità a vissuti esperienziali stressanti di portata mondiale come le guerre, Tzunami, attacchi terroristici e pandemie, ci insegna che questi eventi catastrofici trasferiscono nella persona in modo esponenziale la tendenza a sovrastimare il fenomeno nonché generalizzare la portata del pericolo. Ad esempio, l’impatto psicologico della deprivazione sociale e l’immobilità può essere assunto, in particolare dagli adolescenti e dai giovani, come evento catastrofico, di isolamento forzato, perdita della libertà e viene vissuto come una forma di stress che causa umore depresso, sentimenti di rabbia e paura. Questi sintomi possono manifestarsi per mesi o anni sotto forma di particolare preoccupazione, pensieri, flashbacks e trasformarsi col tempo un vero e proprio Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD).

Inoltre, comportamenti di “controllo» suggeriti e messi in atto da parte di ciascuno per contenere la diffusione di massa della malattia, indicano come nella percezione del rischio sociale gioca un ruolo chiave la fiducia che le persone pongono nelle risposte risolutive della scienza. Il ritardo di risposte certe (calo dei contaggi, terapie, vaccino) deludono le aspettative di ciascuno, sostanziano il concetto d’impotenza, nonché la costruzione di credenzeirrazionali come fattori di mantenimento della sofferenza sperimentata.

Di fronte alla minaccia incombente di un nemico insidioso come il Covid-19, invisibile, del tutto sconosciuto che inevitabilmente crea angoscia, la persona può trovarsi rapidamente coinvolta nel grave circolo vizioso dell’ansia, accompagnato in un secondo tempo dalla cosiddetta agorafobia. Quest’ultima, viene riconosciuta come la paura relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali risulta  difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile per esempio,un aiuto, nel caso di un attacco di panico inaspettato. In questi casi la risposta del sistema nervoso parasimpatico stimola la risposta del tipo «combattimento o fuga» piuttosto che lasciare spazio al ricorso delle capacità riflessive e logiche più evolute.

In questo scenario in cui la rappresentazione soggettiva della realtà rischia di rimanere per lungo tempo caratterizzata da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti dettati dall’ansia, dal disgusto della contaminazione. Le cognizioni ossessive possono dare luogo a compulsioni «obbligate» di azioni ripetitive (lavaggi frequenti delle mani) mentali o materiali .

Affidarsi all’autocura

Il diffondersi velocemente dell’infezione Covid-19 è un evento che di per sé ha una portata oggettiva e razionale notevolmente importante e preoccupante per l’intera umanità, innesca reazioni che non sono comunque proporzionate al fenomeno e che potrebbero lasciare ripercussioni psicopatologiche anche quando il virus verrà completamente debellato.

Come ridurre il rischio futuro di una psicopatologia:

diffidare delle notizie false e contagiose;

valutare i rischi relativi alla comunicazione sui servizi di crittografia «end-to-end» poiché sfuggono alla sorveglianza e si rivelano molto spesso alterati;

informarsi sulla capacità manipolatoia delle «fake news»;

attingere all’informazione da fonti informative accreditate;

per allentare la tensione aiutarsi con piccole dosi di efficacia personale;

programmare la sera prima le attività della giornata successiva;

stabilire un orario da dedicare ai lavori in casa, alla lettura, agli esercizi fisici, all’ascolto della musica ed eventuali hobby come il disegno, l’arte, la scrittura e soprattutto curare la comunicazione virtuale dei rapporti amicali e professionali;

evitare tutto ciò che è passivo e che può alimentare la frustrazione;

affidarsi alle iniziative di supporto psicologico gratuito.

  
Dal Sito: stateofmind.it 

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